IL PROGETTO DI VITA DEI SALESIANI DI DON BOSCO
 Indice generale
PRESENTAZIONE:
 
Parte Prima:  I SALESIANI DI DON BOSCO NELLA CHIESA (1-25)
I La Società di San Francesco di Sales 1 - 9
II - III Cap.II: Lo spirito salesiano
Cap.III: La professione del salesiano
10 - 25
 
Parte Seconda: INVIATI AI GIOVANI - IN COMUNITA' - AL SEGUITO DI CRISTO (26-95)
IV  Inviati ai giovani - Sez.I: I destinatari della nostra missione - Sez.II: Il nostro servizio educativo pastorale 26 - 39
IV  Sez.III: Criteri di azione salesiana - Sez.IV: I corresponsabili della nostra missione 40 - 48
V In comunità fraterne e apostoliche 49 - 59
VI  Al seguito di Cristo obbediente povero casto - Sez.I: La nostra obbedienza 60 - 71
VI Sez.II: La nostra povertà - Sez.III: La nostra castità 72 - 84
VII  In dialogo con il Signore 85 - 95
 
Parte Terza: FORMATI PER LA MISSIONE DI EDUCATORI PASTORI (96-119)
VIII Aspetti generali della nostra formazione - Sez.I La formazione Salesiana - Sez.II: La formazione iniziale 96 - 108
IX  Il processo formativo 109 - 119
 
Parte Quarta: IL SERVIZIO DELL'AUTORITA' NELLA NOSTRA SOCIETA' (120-190)
X - XI Cap.X: Principi e criteri generali - Cap.XI: Il servizio dell'autorità nella comunità mondiale 120 - 153
XII - XIII Cap.XII: Servizio dell'autorità nella comunità ispettoriale - Cap.XIII: Il servizio dell'autorità nella comunità locale 154 - 186
XIV Amministrazione dei beni temporali - Conclusione - Regolamenti generali - Nota bibliografica 187 - 196
 
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IL PROGETTO DI VITA

DEI SALESIANI DI DON BOSCO

Guida alla lettura

delle Costituzioni salesiane

Roma 1986

Editrice S.D.B.

Edizione extra commerciale

 

Direzione Generale Opere Don Bosco

 Via della Pisana, 1111

Casella Postale 9092

00163 Roma Aurelio

PRESENTAZIONE

 

Tra gli «Orientamenti operativi e Deliberazioni» del CG22 si legge: «Il Rettor Maggiore con il suo Consiglio consideri l'opportunità di preparare sulle Costituzioni rinnovate un 'Commento' che serva ad approfondirne il senso, coglierne la portata spirituale e stimolare i confratelli a viverle».'

Il Rettor Maggiore e il suo Consiglio considerarono assai significativo il suggerimento capitolare.

Perciò fin dal dicembre '84 si studiò il modo di rispondere a tale impegno; si dovette tuttavia costatare che non era facile una rapida attuazione del lavoro.

Nei primi mesi dell'85 il Rettor Maggiore costituì un'équipe formata da una quindicina di confratelli, competenti e disponibili, presentando loro una distribuzione organica del contenuto delle Parti e assegnando a ciascuno un settore di lavoro. Indicò anche alcuni criteri da seguire nella redazione per raggiungere gli obiettivi proposti dal CG22.

Nel dicembre '85 poteva già essere presentato ai membri del Consiglio generale un abbondante materiale di prima redazione, in vista di una sua attenta revisione critica e di una possibile ristrutturazione.

La bozza iniziale, le osservazioni e le proposte raccolte furono quindi consegnate al Segretario generale, don Francesco Maraccani, con il compilo di dare, nei limiti del possibile, omogeneità, proporzione, linearità, armonia di contenuti e adeguata documentazione al testo.

All'inizio del presente mese di settembre '86 tutto il materiale era pronto per la stampa.

' CG22, Orientamento 1.4, cf. Documenti n. 4.

2 L'équipe è composta dai seguenti confratelli: AUBRY Joseph, BISSOLI Cesare, Bosco Giovanni Battista, FRANZINI Clemente, FRATTALLONE Raimondo, Loss Nicolò, MARACCANI Francesco, Motto Francesco, NATALI Paolo, NICOLCSSI Giuseppe, PARON Omero, SCHWARZ Ludwig, SCRivo Gaetano, VAN LGYN Adriaan, Vecchi Juan Edmondo, VIGANO Angelo, VIGANO Egidio.

Seguendo il pensiero del CG22 il Commento si propone sostanzialmente tre finalità, che gli danno un volto proprio: - approfondimento dottrinale e pratico del senso delle Costituzioni; - percezione viva della loro portata spirituale; - stimolo convincente per la vita quotidiana.

Dal punto di vista redazionale si è scelta la strada del commento «articolo per articolo», tranne che per la quarta Parte riguardante le strutture di animazione e di governo. Pur tenendo conto della collocazione di ciascun articolo nel contesto suo proprio (capitolo e parte) e nell'insieme del progetto costituzionale, si è privilegiato l'approfondimento dei contenuti di ogni singolo articolo, con riferimento alle fonti ecclesiali e salesiane e con stimoli per la riflessione e per la prassi.

Al Commento dei singoli articoli è anteposta una Introduzione generale sul significato della Regola nella vita religiosa, una sintesi dell'evoluzione storica delle nostre Costituzioni e una visione organica della struttura globale dell'attuale testo rielaborato.

Sono inserite anche delle visioni di sintesi all'inizio di ognuna della Parti, una breve e appropriata spiegazione delle citazioni bibliche dei singoli capitoli e una concisa illuminazione sul nesso intrinseco vigente tra Costituzioni e Regolamenti generali.

Per far emergere la portata spirituale del Commento sono inoltre formulate delle preghiere, che aiutano a riprendere il contenuto degli articoli in forma orante.

Tra i criteri che hanno guidato la redazione del Commento ricordiamo i seguenti:

- curare l'esattezza della dottrina e l'oggettività degli aspetti storici; - muoversi nell'orbita del Vaticano Il e delle direttive del Magistero della Chiesa;

fondarsi, per quanto possibile, sui nostri documenti di maggior autorità (riferimento a Don Bosco e alle fonti salesiane, ai Capitoli generali, agli Atti del Consiglio generale, alla 'Ratio', agli scritti di testimoni particolarmente significativi...);

- sottolineare gli aspetti di sequela del Cristo, di fedeltà al Fondatore, di risposta profetica ai tempi nuovi;

- tener presente, in ogni articolo, l'unità globale del testo, quella di ciascuna delle parti e dei singoli capitoli;

--- esprimersi con uno stile possibilmente chiaro e didattico.

Da quanto detto si può dedurre che il lavoro non ha pretese scientifiche. è fondato tuttavia su una esigente serietà di studio e di ricerca da parte della équipe di co-autori, dotati di sensibilità e competenza salesiana nel settore dei contenuti loro assegnati.

Essendo un libro che commenta un testo costituzionale ripensato «comunitariamente» (quindi redatto con certe differenze di stile e di sensibilità, anche se poi accuratamente unificate da una speciale commissione), il Commento partecipa di questa caratteristica di collaborazione collegiale, mostrando visibilmente (è facile costatarlo) certa diversità negli apporti.

Da un altro punto di vista, però, questa varietà arricchisce il valore oggettivo dei contenuti che intendono, come le Costituzioni stesse, ispirare uno stile di vita fatto più di esperienza comunitaria vissuta che di logica personale e di stile unitario.

Non è un libro da leggersi d'un fiato come se fosse un romanzo, ma piuttosto da meditare seguendo la lettura di determinati articoli. Potrà perciò risultare particolarmente utile per la riflessione e la preghiera - fatta personalmente o in comunità.

Conviene inoltre avvertire che non si tratta di un documento ufficiale, discusso e approvato nei singoli paragrafi dal Rettor Maggiore con il suo Consiglio; bensì di un testo autorevole, alla cui redazione e revisione hanno posto mano anche il Rettor Maggiore e i singoli membri del Consiglio generale. Ha, dunque, un'autorevolezza e un valore non piccoli in riferimento alla direzione spirituale. e alla formazione salesiana dei confratelli.

Mentre invito lutti a farne tesoro, rivolgo un sentito ringraziamento al Segretario generale, che ha coordinato il lavoro, e a ognuno dei valenti collaboratori, per la cui generosa dedizione la Congregazione ha a disposizione questo sussidio qualificato e ricco, che può aiutare le comunità e le persone a percorrere con esito il cammino del rinnovamento conciliare.

Roma, 24 settembre 1986.

D. Egidio Viganò

Rettor Maggiore

ABBREVIAZIONI E SIGLE

AA  Apostolicam Actuositatem, Decreto del Concilio Vaticano E

AAS   Acta Aposto icae Sedis

AA. VV.   Autori Vari

ACG Atti del Consiglio generale (dal 1985)

ACS   Atti dei Consiglio (Capitolo) Superiore

AG  Ad gentes, Decreto del Concilio Vaticano Il art.   articolo

ASC.  Archivio Salesiano Centrale

AT Antico Testamento

can.  canone (del Codice di diritto canonico) cap. capitolo

Christus Dominus, Decreto del Concilio Vaticano II Cf., cf-   confronta

CIC   Codex iuris canonici, 1983

CG  Capitolo generale

CGS   Atti del Capitolo Generale Speciale (XX)

CG21   Atti del Capitolo generale XXI

CG22   Documenti del Capitolo generale XXII

Cost Costituzioni della Società di San Francesco di Sales

• Communio et progressio, Istruzione pastorale 1971

CR15   Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari

CT   Catechesi tradendae, Esortaz. Apost. di Giovanni Paolo II, 1979

DV  Dei Verbum, Costituzione del Concilio Vaticano Il

EN  Evangelii nuntiandi, Esortaz. Apost. di Paolo VI, 1975

Epistolario Epistolario di 5. Giovanni Bosco, 4 voi, a cura di E. Ceria

ES   Ecclesiae Sanctae, Norme per l'applicazione di alcuni decreti

del Concilio Vaticano 11, 1966

ET  Evangelica testificatio, Esortai. Apost. di Paolo VI, 1971

FC  Familiaris consortio, Esortaz. Apost, di Giovanni Paolo TI, 1981

F. MOTTO Costituzioni della Società di San Francesco di Sales 1858-1875,

ed. critica a cura di F. Motto, LAS Roana 1982

FSDB   La Formazione dei Salesiani di Don Bosco, 1985

GE  Gravissimum educationis, Dichiaraz. del Concilio Vaticano Il

GS  Gaudium et spes, Costituzione del Concilio Vaticano II

IGLH Instructio Generalis Liturgiae Horarum, 25 marzo 1971

IM  Inter mirifica, Decreto del Concilio Vaticano II I. C.  luogo citato

Leit. circolari Lettere circolari di D. M. Rua ai salesiani, Roma 1965

Lettere circolari di D. P. Albera ai salesiani, Roma 1965

LG Lumen gentium, Costituzione del Concilio Vaticano Il

?VIE  Memorie Biografiche dì San Giovanni Bosco

MC   Marialis cultus, Esortaz. Apost. di Paolo VI, 1974

MO   G. Bosco, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, a

cura di E. Ceria, SEI Torino 1946 (ristampa Roma 1986) MR   Mutuae relationes, Criteri direttivi della CRIS, 1978 n.   numero

NT Nuovo Testamento

o. c.   opera citata

OE G. Bosco, Opere Edite, ristampa anastatica LAS Roma

OT Optatam lotius, Decreto del Concilio Vaticano Il p.   pagina/e

PC Perfectae caritatis, Decreto del Concilio Vaticano Il

PO Presbyterorum ordinis, Decreto del Cóncilio Vaticano II

RC Renovationis causam, Istruzione della CRIS, 1969

RD Redempiionis donum, Esortaz. Apost. di Giovanni Paolo 11, 1984 Reg  Regolamenti generali

RRM Relazione del Rettor Maggiore al CG

RSS Ricerche Storiche Salesiane, Rivista Istituto Storico Salesiano

SC    Sacrosanctum Concilium, Costituzione dei Concilio Vaticano II

v,  vedi

1

Presentazione  5

Abbreviazioni e sigle  9

Indice 11

I. INTRODUZIONE GENERALE   17

II. UN CENNO ALLA STORIA DEL TESTO 33

III. LA STRUTTURA DEL TESTO 56

 

PROEMIO 71

PARTE PRIMA:

I  SALESIANI DI DON BOSCO NELLA CHIESA 77

CAP. I LA SOCIETÀ DI SAN FRANCESCO DI SALES 79

Art. 1   L'azione di Dio nella fondazione e nella vita della nostra Società 84

Art. 2   Natura e missione della nostra Società   90

Art. 3   La nostra consacrazione apostolica 95

Art. 4   La forma della nostra Società   102

Art. 5   La nostra Società nella Famiglia salesiana  109

Art, 6   La nostra Società nella Chiesa  118

Art. 7   La nostra Società nel mondo contemporaneo  124

Art. 8   La presenza di Maria nella nostra Società   130

Art. 9   Patroni e Protettori della nostra Società 136

CAP.II LO SPIRITO SALESIANO 142

Art10. La carità pastorale al centro del nostro spirito  148

Art. 11   II Cristo del Vangelo sorgente del nostro spirito  152

Art. 12 Unione con Dio 158

Art. 13   Senso di Chiesa 164

Art. 14 Predilezione per i giovani   171

Art. 15  Amorevolezza salesiana   177

Art. 16 Spirito di famiglia   183

Art, 17   Ottimismo e gioia 188

Art. 18 Lavoro e temperanza  195

Art. 19 Creatività e flessibilità 203   11

Art, 20   Sistema preventivo e spirito salesiano 207

Art. 21   Don Bosco nostro modello  213

GAP.III LA PROFESSIONE DEL SALESIANO  219

Art. 22  Vocazione personale del salesiano 223

Art. 23  Significato della nostra professione  228

Art. 24  Formula della professione 234

Art. 25  La professione fonte di santificazione 240

PARTE SECONDA: INVIATI AI GIOVANI IN COMUNITÀ AL SEGUITO DI CRISTO  247

CAP.   IV INVIATI AI GIOVANI  250

   Sez. I I DESTINATARI DELLA NOSTRA MISSIONE  255

Art. 26   1 giovani a cui siamo inviati   256

Art. 27  1 giovani del mondo del lavoro   263

Art. 28  1 giovani chiamati per un servizio nella Chiesa   267

Art. 29  Negli ambienti popolari  272

Art. 30  I popoli non ancora evangelizzati  277

   Sez. II IL NOSTRO SERVIZIO EDUCATIVO PASTORALE   282

Art. 31   La promozione integrale   283

Art. 32   Promozione personale 290

Art. 33   Promozione sociale e collettiva 296

Art. 34   Evangelizzazione e catechesi 304

Art. 35   Iniziazione alla vita ecclesiale   311

Art. 36   Iniziazione alla vita liturgica  317

Art. 37   Orientamento alle scelte vocazionali   323

Art. 38   Il Sistema preventivo nella nostra missione   330

Art, 39   L'assistenza come atteggiamento e metodo   338

Sez. 111  CRITERI DI AZIONE SALESIANA  343

Art. 40   L'oratorio di Don Bosco criterio permanente 344

Art. 41   Criteri ispiratori per le nostre attività e opere  350

Art. 42   Attività e opere 358

Art. 43   La comunicazione sociale   363

   Sez. IV I CORRESPONSABILI DELLA MISSIONE  369

Art. 44   Missione comunitaria  370

Art. 45   Responsabilità comuni e complementari  375

Art. 46   I giovani salesiani   386

Art. 47   La comunità educativa e i laici associati al nostro lavoro   390

Art. 48   Solidali con la Chiesa particolare   396

CAP.   V IN COMUNITÀ FRATERNE E APOSTOLICHE   401

Art. 49 Valore della vita in comunità   408

Art. 50 I vincoli dell'unità   413

Art. 51  Rapporti di fraterna amicizia 420

Art. 52 Il confratello nella comunità 426

Art. 53 I confratelli anziani e ammalati  431

Art. 54  La morte del confratello  436

Art. 55 Il direttore nella comunità  440

Art. 56   Comunità accogliente  448

Art. 57  Comunità aperta 451

Art. 58  Comunità ispettoriale  457

Art. 59  Comunità mondiale  463

CAP.VI  AL SEGUITO DI CRISTO OBBEDIENTE POVERO CASTO   466

Art. 60 Al seguito di Cristo  473

Art, 61  Amore fraterno e apostolico   480

Art. 62  Segno particolare della presenza di Dio   485

Art. 63  Testimonianza del mondo futuro 490

   Sez. I LA NOSTRA OBBEDIENZA   494

Art. 64   Significato evangelico della nostra obbedienza   495

Art. 65  Stile salesiano dell'obbedienza e dell'autorità 501

Art. 66  Corresponsabilità nell'obbedienza  508

Art. 67 Obbedienza personale e libertà 513

Art. 68 Esigenze del voto di obbedienza  517

Art. 69 Doni personali e obbedienza  521

Art. 70  Colloquio con il superiore   526

Art. 71 Obbedienza e mistero della croce   532

Sez. Il LA NOSTRA POVERTA   536

Art. 72   Significato evangelico della nostra povertà 537

Art. 73  Povertà e missione salesiana  542

Art. 74 Esigenze del voto di povertà  548

Art. 75  Impegno personale di povertà  552

Ari. 76  La comunione dei beni  558

Art. 77  Testimonianza di povertà nella comunità e nelle opere 563

Art. 78  Il lavoro  569

Art. 79 Solidarietà con i poveri 573

Sez. III LA NOSTRA CASTITÀ 579

Art. 80   Significato evangelico della nostra castità   580

Art. 81  Castità e missione salesiana   587

Art, 82  Castità e maturità umana   593

Art. 83   Castità e vita di comunità 597

Art. 84   Atteggiamenti e mezzi per crescere nella castità  601

CAP. VII IN DIALOGO CON IL SIGNORE 608

Art.85  Il dono della preghiera 615

Art.86  La preghiera salesiana 619

Art.87  Comunità in ascolto della Parola   625

Art.88  Comunità unificata dall'Eucaristia   629

Art.89  Il mistero di Cristo nel tempo   635

Art. 90   Comunità in continua conversione   640

Art. 91   Momenti di rinnovamento   646

Art. 92   Maria nella vita e nella preghiera del salesiano   649

Art. 93   La preghiera personale   655

Art. 94   La memoria dei confratelli defunti   662

Art. 95   La vita come preghiera   664

PARTE TERZA:

FORMATI PER LA MISSIONE DI EDUCATORI PASTORI  669

CAP. VIII ASPETTI GENERALI DELLA NOSTRA FORMAZIONE  679

Set. 1 LA FORMAZIONE SALESIANA  681

Art. 96   Vocazione e formazione   682

Art. 97   Orientamento salesiano della formazione   687

Art. 98   L'esperienza formativa   691

Art. 99   Impegno personale e comunitario  698

Art. 100 Unità della formazione e culture 703

Art. 101 Comunità ispettoriale e formazione 708

Sez. II LA FORMAZIONE INIZIALE   713

Art. 102 Complessità e unità della formazione iniziale  715

Art 103. Le comunità formatrici  720

Art. 104 Ruolo dei formatori   725

Art. 105 Il salesiano in formazione iniziale  730

Art. 106 Curricolo formativo  735

Art. 107 Incorporazione nella Società e periodi formativi   739

Art. 108 Le ammissioni   743

CAP. IX II, PROCESSO FORMATIVO  747

Art. 109    Preparazione al noviziato  750

Art. 110-111 Il noviziato - Durata del noviziato  754

Art. 112    Il maestro dei novizi  761

Art. 113 Periodo della professione temporanea  766

Art. 114 L'immediato postnoviziato  770

Art. 115 II tirocinio 774

Art. 116 Formazione specifica del salesiano presbitero e del salesiano laico 778

Art. 117 La professione perpetua 782

Art. 118 Esigenza della formazione permanente 785

Art. 119 Formazione permanente come atteggiamento personale 790

 PARTE QUARTA: IL SERVIZIO DELL'AUTORITÀ NELLA NOSTRA SOCIETA  795

CAP. X  PRINCIPI E CRITERI GENERALI  801

Art. 120 Strutture fondamentali della nostra Società   803

Art, 121 Natura del servizio dell'autorità   806

Art. 122 Unità nel governo della Società   812

Art. 123 Partecipazione e corresponsabilità 815

Art. 124 Sussidiarietà e decentramento  820

CAP.XI IL SERVIZIO DELL'AUTORITÀ NELLA COMUNITÀ MONDIALE  823

1. I1 Sommo Pontefice (art. 125)  825

2. Il Rettor Maggiore (art. 126-129) 827

3. Il Consiglio generale (art. 130-144) 832

Il Vicario del Rettor Maggiore (art. 134)   837

Il Consigliere per la formazione (art. 135)   838

Il Consigliere per la pastorale giovanile (art. 136)  840

Il Consigliere per la Famiglia salesiana e per la comunicazione sociale (art- 137)  842

Il Consigliere per le missioni (art. 138)   846

L'Economo generale (art. 139) 849

I Consiglieri regionali (art. 140. 154. 155)   850

Tre incarichi particolari (art. 144.145)   855

4. Il Capitolo generale (art. 146-153)  858 

CAP.  XII IL SERVIZIO DELL'AUTORITÀ NELLA COMUNITÀ ISPETTORIALE868

1. Le circoscrizioni giuridiche (art. 156-160)  870

2- L'Ispettore (art. 161-163)   875

3. Il Consiglio ispettoriale (art. 164-169)  878

4. Il Capitolo íspettoriale (art. 170-174)   883

CAP.  XIII IL SERVIZIO DELL AUTORITÀ NELLA COMUNITÀ LOCALE 889

1. La comunità locale (art. 175)  891

2. Il Direttore (art. 176-177)   893

3. Il Consiglio locale (art. 178-185)  898

4- L'Assemblea dei confratelli (art. 186)   902

 

CAP. XIV   AMMINISTRAZIONE DEI BENI TEMPORALI   906

Art.   187 909

Art.   188 916

Art.   189 919

Art.   190 921

CONCLUSIONE 925

Art.   191  Il diritto proprio della nostra Società  928

Art.   192  Senso e interpretazione delle Costituzioni 932

Art.   193  Valore obbligante delle Costituzioni 936

Art.   194  Separazione dalla Società 940

Art.   195  Fedeltà e perseveranza   945

Art.   196  Una via che conduce all'Amore  950

REGOLAMENTI GENERALI   955

NOTA BIBLIOGRAFICA  964

I. INTRODUZIONE GENERALE LE COSTITUZIONI

Queste «Costituzioni» descrivono autenticamente il progetto apostolico dei Salesiani di Don Bosco (cf. Cast 192). Sono la loro «carta d'identità» nella Chiesa e il «libro di vita» nel loro cammino al seguito del Signore.

Don Bosco nel suo testamento spirituale afferma che la Congregazione Salesiana «ha davanti a sé un lieto avvenire» e che la sua vitalità sarà «duratura» fino a tanto che si praticheranno con fedeltà le Costituzioni. La Sede Apostolica le considera come il nostro «Codice fondamentale»,' che diviene il parametro per giudicare la genuinità battesimale di chi le professa.

Le Costituzioni, dunque, occupano un posto privilegiato sia nella coscienza personale di ogni salesiano, sia nella vita di tutta la Congregazione.

Di qui l'importanza di conoscerne con chiarezza i contenuti e di impegnarsi a interiorizzarne i valori.

Diverso uso del termine «Costituzioni».

L'origine etimologica della parola «Costituzioni» si trova nel verbo latino «constituere».

Tra le svariate accezioni di questo verbo troviamo: «organizzare, creare, fondare un gruppo o una società».

L'uso nel singolare del termine derivato («Costituzione») serve a indicare, quando si tratta di una società-stato, il complesso delle leggi che stanno alla base del suo ordinamento giuridico.

' Cf. CIC, can. 587

L'uso invece del plurale («Costituzioni) si riferisce specificamente, nell'ambito ecclesiastico, a un documento fondamentale di vita religiosa, che precisa le modalità di vita dei membri di un Istituto al seguito di Cristo.

Tale termine ha avuto, lungo i secoli, un significato differenziato nei vari Istituti di vita consacrata.

Il suo uso è invalso propriamente solo dal secolo XIII in poi; prima si parlava prevalentemente di «Regola». Quando, in considerazione della loro autorevolezza e antichità, furono dichiarate intoccabili le famose Regole di S. Benedetto e di S. Agostino (sec. IX e sec. XI rispettivamente), si affiancarono al veterato libro della Regola altri documenti complementari con il fine di interpretarne le ispirazioni, gli orientamenti e le norme in forma più adeguata ai tempi e ai luoghi. Questi testi sono stati denominati spesso «Costituzioni», o anche «Istituzioni», «Statuti», «Ordinamenti», ecc.

A partire dal Concilio Lateranense IV (sec. XIII), che ristrutturò la ormai complessa vita religiosa nella Chiesa, si stabilì che, per dar valore ufficiale a un progetto religioso nuovo, era indispensabile l'approvazione espressa della Sede Apostolica.

L'approvazione pontificia autenticava il documento fondamentale delle nuove fondazioni; tale documento poteva poi essere accompagnato da altri testi complementari. Così, per esempio, nella Compagnia di Gesù, fondata nel sec. XVI, si ha: la «Formula Instituti» come documento fondamentale che precisa la struttura dell'Ordine; poi le «Costituzioni», che la completano e la applicano; e inoltre (con l'andar del tempo) i «Decreti» maturati nell'organismo legislativo delle Congregazioni generali (= Capitoli generali).

Solo più tardi, nel periodo in cui apparvero le «Congregazioni moderne» (così chiamate per i loro «voti semplici»), si usò ordinariamente il termine «Costituzioni» per indicare «il documento fondamentale» del loro progetto di vita religiosa.

L'iter che il Fondatore doveva percorrere per ottenere l'approvazione pontificia seguiva una prassi ecclesiastica abbastanza uniforme con esigenze giuridiche fisse, soprattutto dal sec. XIX fino al Codice di diritto canonico del 1917. Questo obbligava l'autore ad adattarsi a uno schema prestabilito e a condensare in forme assai sintetiche i valori originali del suo spirito e della sua missione.

Così Don Bosco, per esempio, non potè progettare le sue Costitu-

zioni né con la libertà dei Fondatori antichi né con il provvidenziale soffio carismatico del Vaticano II.

Evoluzione del suo significato reale.

Prima di rispondere alla domanda: «Che cosa sono le Costituzioni per i Salesiani di Don Bosco?», è bene tener presente la notevole evoluzione verificatasi intorno al significato reale del termine e, quindi, al suo uso oggi per noi.

Possiamo distinguere tre momenti principali in questa evoluzione di significato. Le Costituzioni sono successivamente intese come:

a. «Documento applicativo», che accompagna la Regola: è il senso testé indicato parlando degli Ordini antichi di voti solenni;

b. «Statuto-base», che descrive la strutturazione religiosa di una Congregazione moderna di voti semplici secondo lo schema della prassi ecclesiastica vigente (sec. XIX e CIC 1917). (Si noti che i membri delle Congregazioni apostoliche di voti semplici erano considerati praticamente come Religiosi di secondo ordine);

c. «Carta o Codice fondamentale» che, conglobando il senso classico di «Regola», descrive l'identità, i valori evangelici e l'indole propria del progetto religioso di un Istituto di vita consacrata. C'è, qui, un salto qualitativo nel significato reale del termine. Lo ha reso possibile il rinnovamento voluto dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Il nostro attuale testo delle Costituzioni entra appunto in quest'ultima significazione. i1 passaggio dal secondo al terzo momento (che ha promosso le Costituzioni a rango di vera Regola) ha esigito un laborioso e attento ritorno alle origini per ripensare in fedeltà tutto il carisma del Fondatore in vista della nuova e assai ricca prospettiva di poterlo descrivere nel testo costituzionale.

Per farsi una idea concreta della differenza che c'è tra il secondo e il terzo momento, risulta significativo confrontare, per esempio, le esigenze delle «Normae secundum quas» (del 1901 e riconfermate sostanzialmente nel 1921), che istituzionalizzavano la prassi ecclesiastica vigente, con il `Motuproprio' «Ecclesiae Sanctae» (1966), che precisò per noi il modo di applicare il Decreto conciliare «Perfectae caritatis».

«Normae secundum quas» (1901)

 

Elementi da escludersi dal testa delle Costituzioni

 

«(27) Sono ad escludersi le citazioni  dei testi della S. Scrittura, dei Concili, dei santi Padri...

(29) .Non si faccia menzione delle leggi civili, degli ordinamenti della magistratura civile, delle approvazioni del governo, e simili.

(31) Si tolgano le questioni di teologia dogmatica 0 morale, le decisioni circa dottrine discusse, specialmente in riferimento alla materia dei voti.

- (33) Non hanno posta nelle Costituzioni gli insegnamenti ascetici, le esortazioni spirituali propriamentetali, e le considerazioni mistiche... Dunque, le Costituzioni devono contenere soltanto le leggi costitutive della Congregazione e le norme per g1i atti di comunità sia per cia che si riferisce al governo, sia riguardo alla disciplina e alla condotta di vita».2

,Ecclesiae sanctae» (1966)

Le Costituzioni contengano i seguenti

elementi:

 

«A) Principi evangelici e teologici della vita religiosa e dell'unione di questa con la Chiesa, ed espressioni adatte e sicure, grazie alle quali si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei Fondatori, come pure le sane tradizioni: tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun Istituto (PC 2b);

B) Le norme giuridiche necessarie per definire chiaramente il carattere, i fini e i mezzi dell'Istituto.

Queste norme non devono essere eccessivamente moltiplicate; ma devono sempre essere espresse in modo adeguato». 3

Il nuovo Codice di diritto canonico (1983) ha codificato questo ultimo significato reale, espresso dalla «Ecclesiae Sanctae» 4 : favorisce e tutela l'originalità dell'indole propria di ogni Istituto, il suo patrimonio spirituale, la sua specificità apostolica. Il Codice fissa alcuni principi generali indispensabili per un'identificazione anche giuridica della vita

a Cf. «Normae secundum qual S. Congregativi Episcoporum et Regutaríum procedere solet in approbandis novis Institutis votorum sintpliciurnm, Roma 1901 ES II,12

' Cf. CIC, can. 587. 598. 631. 662

consacrata e religiosa, ma lascia, anzi esige, lo spazio necessario per l'identità del proprio carisma. Stabilisce, ed è un bene, che le strutture portanti di un Istituto vengano enunciate con chiarezza e precisione; che la sua «forma» corrisponda alla genuina volontà del Fondatore; che l'organizzazione delle comunità ai vari livelli e l'esercizio dell'autorità siano posti al servizio dei fini vocazionali, e che funzionino adeguatamente la corresponsabilità e la sussidiarietà.

Considerando l'evoluzione avvenuta bisogna riconoscere che si è fatto un cambiamento radicale. Si potrebbe rammentare il paragone, usato da Don Bosco, del passaggio dalla «brutta» alla «bella copia».5

Il Concilio non ha voluto una manipolazione del testo del Fondatore, ma una fedele e piena riattualizzazione della sua «esperienza spirituale e apostolica». Considerando gli attuali cambiamenti socioculturali e conoscendo le limitazioni a cui molti testi costituzionali avevano dovuto adeguarsi, il Concilio volle per le Costituzioni il ripristino di tutto il patrimonio originale del Fondatore.

Il testo costituzionale, così, non poteva più ridursi a un semplice statuto giuridico, fatto sostanzialmente di canoni e norme; e nemmeno doveva divenire un trattatello dottrinale generico di vita consacrata. Si doveva rielaborare il testo perché fosse una chiara «descrizione tipologica» dell'indole propria dell'Istituto, ossia offrisse un quadro descrittivo dei tratti caratterizzanti il modello o tipo di esperienza vissuta alle origini e collaudata nella tradizione viva.

L'Ecclesiae Sanctae ha voluto, è vero, che le Costituzioni fossero ricche di principi evangelici, teologici ed ecclesiali; non però come inserzioni artificiali dall'esterno, ma piuttosto come sottolineature ed esplicitazioni emananti dall'interno stesso del progetto vissuto e descritto, e non disgiunte dalle esigenze concrete di una adeguata struttura portante.

Un testo, quindi, che non è semplice frutto di un abile «legislatore» e neppure di un acuto «pensatore», ma di un geniale «capo scuola» di santità e di apostolato.

Così le Costituzioni, oggi, sono per noi la descrizione autorevole di un progetto originale di vita consacrata; esse indicano i principi fonda

Cf. MB XI, 309; AC.S n. 305 (1982), p. 13

mentali della sequela del Cristo e la sua dimensione ecclesiale secondo lo spirito caratteristico del Fondatore. Presentano un'integrazione armonica tra ispirazione evangelica e concretezza di strutture. Più in là delle esigenze istituzionali e normative indispensabili, mettono in vista l'esperienza di Spirito Santo vissuta dal Fondatore e da lui trasmessa all'Istituto.

Possiamo dire che le attuali nostre Costituzioni sono un «Codice fondamentale» più spirituale che giuridico, più distintivo che generico, più apostolico che «conventuale».

San Giovanni Bosco Fondatore.

Come si è accennato, le Costituzioni di una Congregazione sono legate intimamente al Fondatore.

Lo vediamo chiaramente in Don Bosco. Conviene riflettere sulla laboriosa trafila da lui percorsa, durante quasi una ventina d'anni, prima di approdare all'approvazione pontificia dell'aprile 1874.11

Egli si è sforzato al massimo, potremmo dire, di trasfondere sé stesso nelle Costituzioni, non nel senso di una sostituzione, ma per lasciare un «testamento vivo» che fosse come lo specchio che riflettesse i lineamenti più caratteristici del suo volto. A ragione egli stesso ha potuto affermare che «Amare Don Bosco è amare le Costituzioni»;' e quando ne consegnò una copia a don Cagliero, capo della prima spedizione missionaria, ha potuto dire con commossa persuasione: Ecco Don Bosco che viene con voi (Cf. Cost Proemio).

La comprensione autentica delle Costituzioni rimanda sempre necessariamente alla realtà viva del Fondatore, che rimane il modello vero (cf. Cost 21. 97. 186), l'ottica genuina e la chiave indispensabile di lettura del testo costituzionale. C'è una complementarità intrinseca tra Don Bosco Fondatore e le Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales: ciò comporta, in chi le legge, una conoscenza viva di Don Bosco e della sua vita.

° Cf. F. MOTTO, Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales 1858.1875, LAS Roma 1982; cf- anche il capitolo di questo commento sulla storia delle nostre Costituzioni: p. 34 ss Cf. MB XVII, 258, citata nel Proemio delle Costituzioni.

La natura stessa delle Costituzioni, però, ha richiesto altri testi complementari, soprattutto per due ragioni concrete.

La prima dovuta all'impossibilità di rinchiudere tutte le ricchezze del patrimonio spirituale (particolarmente se si tiene conto delle limitazioni della prassi ecclesiastica dell'epoca) nel breve testo costituzionale; per questo è importante avere sempre presenti anche altri scritti particolarmente significativi del Fondatore (si veda, per esempio, la sezione «Appendice» dell'attuale libretto delle Costituzioni: «Scritti di Don Bosco»).

La seconda ragione si trova nel fatto che le Costituzioni intendono essere un progetto concreto di sequela del Cristo, con una determinata disciplina ascetica e una peculiare metodologia apostolica. Ora se esse descrivono principalmente solo le linee portanti dell'indole propria, dovranno venir completate da proiezioni pratiche e normative trasmesse nella tradizione viva e condensate progressivamente in qualche altro documento complementare. Don Bosco assegnava particolare importanza agli aspetti metodologici della condotta e considerava indispensabile il senso di una adeguata «disciplina religiosa» costantemente aggiornata.

Così la storia di un buon numero di nostri Capitoli generali, incominciando dai primi, vivente ancora il Fondatore, comportò l'elaborazione di concrete deliberazioni regolamentari.(8) Basterebbe ricordare, prima del Codice del 1917, i Capitoli generali 1 (1877), II (1880), IV (1887) e X (1904), nei quali l'attività legislativa della Congregazione è stata particolarmente intensa.

Si arriva così gradualmente alla redazione dei «Regolamenti generali», anch'essi rielaborati e riorganizzati a fondo dopo il Vaticano II. Essi entrano nell'orbita delle Costituzioni; ne applicano e precisano non pochi aspetti pratici. Come ha scritto il Rettor Maggiore in una importante lettera circolare: «Una conoscenza vitale delle Costituzioni non sarà completa e sincera senza un adeguato studio dei Regolamenti. La differenza di natura dei due testi non comporta una discriminazione d'importanza, bensì un'esigenza di mutua integrazione. Come si potrebbe dar forza metodologica alle Costituzioni, se si misconoscessero e si trascurassero i Regolamenti?» .9

8 Cf. in questo commento -Un cenno alla storia dei testo", p. 48-49

9 E. VIGANO, il testo rinnovato della nostra Regola di vita, ACG n. 312 (1985), p. 34

Costituzioni e Regola di vita.

Abbiamo visto che negli Ordini antichi la «Regola» era un testo autorevole e classico, perciò venerato e intoccabile, che risaliva alle prime origini (S. Benedetto, S. Agostino in Occidente), ma che veniva affiancato da altri testi interpretativi ed applicativi, più precisi e anche più vincolanti.

Con l'apparizione di nuovi tipi di vita religiosa sono nati anche nuovi tipi di Regola.

S. Francesco d'Assisi, per esempio, non volle assumere nessuna delle Regole tradizionali come modello per il suo Ordine, ma creò una nuova Regola (con varie redazioni iniziali) più confacente al suo progetto evangelico.

Come si accennava, anche S. Ignazio di Loyola volle una «Formula Instituti» come testo-base, distinto dalle Regole classiche, affiancato dalle Costituzioni e dai successivi ordinamenti dei «Decreti» dell'organo legislativo della Compagnia (la «Congregazione generale»).

Le redazioni delle Regole degli altri Ordini hanno anch'esse una storia complessa con modalità e testi differenti, il cui fine era sempre quello di assicurare sia l'originalità di una propria ispirazione evangelica, sia una metodologia concreta di disciplina di vita.

Tutto ciò conferma che c'è stata, di fatto, una continua evoluzione nel concetto stesso di «Regola», piuttosto fluido e adattabile ai singoli Istituti.

Nelle Congregazioni moderne (di voti semplici) che hanno come documento fondamentale le Costituzioni, il concetto di Regola va innanzitutto riferito alle Costituzioni, ma poi si allarga in certo modo anche ai testi che le affiancano appunto per «regolare» la vita dei professi.

Nell'uso domestico, proprio della nostra tradizione salesiana, il termine «Regola» (o «le Regole») risulta spesso sinonimo di «Costituzioni»; Don Bosco lo ha usato in tal senso, quando non esistevano ancora i Regolamenti generali. Ciò può servire per sottolineare ancora meglio (in sintonia con l'uso secolare) il valore fondante che hanno per noi le Costituzioni; ma non si può dimenticare il valore degli altri testi normativi.

Con lo scopo di percepire meglio il significato concreto di «Regola di vita» vale la pena precisare la distinzione e la mutua complementarietà fra Costituzioni e Regolamenti.

Secondo il nuovo Codice di diritto canonico le Costituzioni di un Istituto religioso rappresentano la sua «carta fondamentale» e devono contenere:

- «L'intendimento e il progetto del Fondatore, relativamente alla natura, al fine, allo spirito e all'indole dell'Istituto, così come le sane tradizioni, cose che costituiscono il patrimonio dell'Istituto», 10

«Le norme fondamentali relative al governo dell'Istituto e alla disciplina dei membri, alla loro incorporazione e formazione, e anche l'oggetto proprio dei sacri vincoli».' 1 Da un punto di vista giuridico, le Costituzioni divengono vere «leggi ecclesiastiche»; esse «sono approvate dalla competente autorità della Chiesa e soltanto con il suo consenso possono essere modificate»,"

- Nelle Costituzioni, infine, devono essere «adeguatamente armonizzati gli elementi spirituali e quelli giuridici».13

I Regolamenti generali, che affiancano le Costituzioni, regolano invece la vita pratica, la disciplina e l'attività della nostra Società. «Essi contengono le applicazioni concrete e pratiche di interesse universale delle Costituzioni, quindi valide da praticarsi in tutta la Congregazione».14

Da un punto di vista giuridico, anche i Regolamenti generali sono «leggi ecclesiastiche»" approvate dal Capitolo generale. Siccome, a volte, alcune norme sono state formulate in considerazione di determinate condizioni storiche, di per sé mutevoli, i Regolamenti risultano, per loro natura, più facilmente modificabili.

In conclusione il progetto concreto di vita religiosa, ossia l'originale ispirazione evangelica e la normativa pratica che la traduce in condotta di vita, comporta la necessità di precisare i differenti aspetti che «regolano» la vita dei professi. Tale precisazione è stata espressa in testi differenti, ma complementari.

Si percepisce così una elasticità e una evoluzione nel significato del

10 CIC, can- 578 "

11 CIC, can. 587,1

12 CIC, can. 587,2

13 CIC, can. 587,3

14  CG21, 381

15  Cf. CIC, can. 587,4

termine «Regola», che, in definitiva, ha provocato un uso più ampliato e pratico dell'espressione «Regola di vita», in consonanza con quanto afferma l'attuale nostro testo costituzionale: «La vita e l'azione delle comunità e dei confratelli sono regolate dal diritto universale della Chiesa e dal diritto proprio della Società» (Cast 191).

Infatti, se per «Regola di vita» si intende non solo la descrizione della propria ispirazione evangelica, ma anche la normativa pratica della condotta religiosa, ossia un itinerario concreto di sequela del Signore con una «disciplina» spirituale e una particolare metodologia apostolica, che guida nell'esistenza quotidiana la condotta personale e comunitaria dei professi, il suo uso appare più consono a indicare simultaneamente sia le «Costituzioni» che i «Regolamenti generali» estendendosi anche agli altri testi del diritto proprio (cf. Cast 191).

In tal senso lo usano varie Congregazioni moderne; così lo ha usato anche il nostro Rettor Maggiore, per esempio, nel discorso di chiusura del CG22,16 nella sua lettera circolare del 29 ottobre 1984, presentando alla Congregazione la redazione rielaborata delle Costituzioni e Regolamenti," e nella stessa «Presentazione» ufficiale del testo rinnovato della nostra Regola."'

Possiamo, dunque, dire che per noi il termine «Costituzioni» indica specificamente (e in forma esclusiva) il «Codice fondamentale» del nostro progetto di vita consacrata (quello appunto che è oggetto delle riflessioni di questo «Commento»); mentre l'espressione «Regola di vita» (o «le nostre Regole»), pur indicando principalmente e sostanzialmente le Costituzioni, include nella sua significazione pratica anche i Regolamenti generali, estendendosi in senso ampio anche agli altri orientamenti e disposizioni del nostro diritto proprio (cf. Cost 191).

Processo di interiorizzazione.

Le Costituzioni non sono un libro da biblioteca e neppure un talismano o libretto magico; bensì un «libro di vita»: «esse sono per noi, di

16 Cf. CG22 Documenti, 91

17 Cf. ACG n. 312 (1985), specialmente p.

 18  Cf. Cosriluzioni 1984, Presentazione, p. 5-7

scepoli del Signore, una via che conduce all' Amore» (Cost 196). Perciò devono essere meditate e assimilate in un costante processo di «interiorizzazione» che faccia di ogni professo un emulo di don Rua, denominato appunto «la Regola vivente».

Le Costituzioni «definiscono il progetto apostolico» di Don Bosco (c€. Cost 2. 192).

La parola «progetto» fa percepire che ci si riferisce alla libertà e alla creatività per assumere personalmente un'orbita ben definita di vita e di azione.

Il professo non è incorporato alla Congregazione nel modo con cui un ingranaggio meccanico viene inserito in una macchina; neppure è chiamato ad applicare una volta per sempre un programma dettagliato e fisso per realizzarlo in modo monotono; egli sceglie piuttosto un'orbita evangelica da percorrere secondo criteri dinamici che le Costituzioni indicano al suo spirito d'iniziativa e all'impegno della sua fede. Il progetto determina la traiettoria spirituale in cui viene lanciato e gli offre la criteriologia e la metodologia per ottenere gli obiettivi della missione che gli è stata assegnata. Così il professo assume un'avventura da vivere, piuttosto che una pianificazione standarizzata da eseguire.

Si tratta inoltre di un progetto «apostolico», ossia caratterizzato dalla sequela di Cristo, vero Apostolo del Padre. Questo, a sua volta, comporta sensibilità e attrazione verso due poli inseparabili: il mistero di Dio, a cui accedere nella pienezza delle facoltà personali, e la storia dell'uomo, in cui sommergersi con ardore di salvezza. Due poli sempre nuovi che escludono lo staticismo e l'assuefazione abitudinaria.

Il progetto apostolico in questione, poi, è quello «di Don Bosco»: ossia un'esperienza vissuta nella realtà della storia, non per ripetere uno stereotipo del passato, ma per fermentare con la stessa praticità ed efficacia il divenire dell'uomo d'oggi sotto 1' impulso dello stesso dinamismo dello Spirito Santo, collaudato dalla santità e genialità del Fondatore.

Sono tutti aspetti che esigono iniziativa personale, impegno di mente e di cuore, ossia una viva e continuata interiorizzazione del testo costituzionale.

I valori e le componenti di questo progetto esigono alcuni atteggiamenti personali e comunitari verso le Costituzioni. I principali sono: «conoscenza», «sintonia», «devozione» e «pratica vissuta».

- «Conoscenza»: le decisioni e l'impegno della libertà presuppongono sempre la conoscenza di un progetto; è impossibile il proposito di realizzazione di qualsiasi piano in chi ne ignora i contenuti. Risulta perciò indispensabile lo studio accurato delle Costituzioni. Alla radice della decadenza di un Istituto si trova la noncuranza e l'ignoranza, tra i suoi membri, delle Costituzioni.

- «Sintonia»: l'impegno di studio sfocia spontaneamente in una conoscenza di «connaturalità vocazionale» che porta con sé sentimenti di stima, di simpatia e di amore, ossia un atteggiamento di sintonia cordiale. Il professo considera le Costituzioni come preziosa eredità di famiglia, come segno di predilezione divina e di illuminazione per la sua esistenza personale, come segreto spirituale che lo conduce alla scoperta del tesoro del Vangelo. Sono la sua ottica specifica di contemplazione del volto di Cristo e la sua chiave di lettura di tutta la Rivelazione. Infatti, «la nostra regola vivente è Gesù Cristo, il Salvatore annunciato nel Vangelo, che vive oggi nella Chiesa e nel mondo e che noi scopriamo presente in Don Bosco che donò la sua vita ai giovani» (Cast 196).

- «Devozione»: sapendo che «ogni istituzione umana - come ha scritto Paolo VI - è insidiata dalla sclerosi e minacciata dal formalismo» e che «la regolarità esteriore non basterebbe di per se stessa a garantire il valore di una vita e l'intima sua coerenza»,'9 è indispensabile far penetrare nella vita i contenuti delle Costituzioni e maturare la sintonia con essi in un atteggiamento di preghiera. Non una preghiera dall'esterno o parallela, ma una vera «lettura orante» del testo stesso, che trasformi lo studio degli articoli in dialògo con Dio. È importante saper «pregare le Costituzioni», ossia introdurle vita]mente nel dinamismo spirituale della nostra devozione a Gesù Cristo. Un simile atteggiamento farà entrare il professo nel cuore stesso di Don Bosco per percepirne l'ispirazione evangelica quale sorgente permanente e creativa di tutto il suo progetto apostolico.

- «Pratica vissuta»: la conoscenza, la sintonia, la devozione non si possono fermare a un livello semplicemente affettivo, ma devono sfociare necessariamente in una pratica di vita. Non si tratta di una

ET, 12

«osservanza legale» che, come abbiamo ascoltato da Paolo VI, può diventare sclerotica.

Come si fa, per esempio, a «osservare» l'articolo 40, che ci presenta l'Oratorio di Don Bosco come «criterio permanente di discernimento e rinnovamento di ogni attività e di ogni opera»? Si tratta di tradurre in vita vissuta oggi l'esperienza stessa di Don Bosco .20

La «pratica vissuta» è molto di più di una semplice osservanza; esige una fedeltà sorretta da testimonianza personale, da comunione di vita in casa, da inventiva pastorale che risponda alle sfide dei tempi, da coscienza di Chiesa locale e universale, da predilezione della attuale gioventù bisognosa, da un instancabile spirito di sacrificio per ogni giorno dell'anno.

Le nostre Costituzioni non intendono condurci in convento per vivere da «osservanti», ma ci chiedono di «stare con Don Bosco» per essere «missionari dei giovani». Giustamente don Rinaldi potè affermare: «Lo spirito nuovo cui Don Bosco aveva improntato le Costituzioni, spirito di precursore dei tempi, sollevò molti ostacoli all'approvazione... Egli aveva ideato una Pia Società che, pur essendo vera Congregazione religiosa, non ne avesse l'aspetto esteriore tradizionale. La elasticità di adattamento a tutte le forme di bene che vanno di continuo sorgendo in seno all'umanità è lo spirito proprio delle nostre Costituzioni».2' Ecco perché il processo di interiorizzazione delle Costituzioni è, in definitiva, il vero impegno di fondo della nostra professione religiosa, vissuta e sviluppata durante tutta la vita.

Dal Battesimo alla professione.

Per comprendere pienamente il significato delle Costituzioni nella vita del salesiano, occorre riflettere che esse sono ordinate specificamente alla «professione religiosa». Infatti nell'offerta libera e totale che fa di sé a Dio, il professo s'impegna a vivere «secondo la via evangelica tracciata nelle Costituzioni salesiane» (Cost 24). Da questa scelta, «tra

20 Sulla pratica diligente e amorosa della Regola si legga l'appaccionata lettera circolare scritta a Don Bosco ai suoi acari e amati figliuoli» in data 6 gennaio 1884. Cf. Epistolario IV, p. 248-250.xi ACS 6 gennaio n. 17, 1923, p. 41

le più alte di un credente» (Cost 23), deriva per il professo il valore obbligante delle Costituzioni, assunte «liberamente davanti alla Chiesa» (Cast 193).

La professione esprime la volontà d'appartenenza alla Congregazione, la decisione di «restare con Don Bosco» per condividerne con responsabilità il progetto apostolico, traducendo il proprio impegno battesimale nel proposito di seguire Gesù Cristo come lo seguì Don Bosco!

Come vi vedrà nel commento del testo, la professione è «un atto che riprende e riconferma il mistero dell'alleanza battesimale per una sua espressione più intima e piena» (Cost 23).12

La «vita nuova» del Battesimo è determinata, nel salesiano, dalle modalità d'impegno espresse nelle Costituzioni; esse divengono la descrizione autentica del suo modo di vivere il mistero del Battesimo. «Non ci sono due piani (nella sua scelta di seguire il Cristo): quello della vita religiosa un po' più in alto, e quello della vita cristiana un po' più in basso. (Per lui) testimoniare lo spirito delle beatitudini con la professione (religiosa) è la sua unica maniera di vivere il battesimo»."

Così le Costituzioni entrano di fatto, per i professi, nel grande concetto biblico di «alleanza».

Dal Battesimo alla professione la sua esistenza si muove sulla scia di una concreta alleanza con Dio: implica, da parte di Dio, il sigillo della consacrazione con la potenza del suo Spirito che rende possibile la vita battesimale attraverso la pratica integrale delle Costituzioni 14 e' da parte del professo, l'offerta totale di sé non semplicemente con l'emissione dei voti ma con l'assunzione globale di tutto il progetto costituzionale (cf. Cast 3. 24).

Il cammino di questa alleanza, che è discepolato di Cristo con forte coscienza di Chiesa, è marcato e illuminato dalle Costituzioni come peculiare rilettura del Vangelo. A ragione Don Rua potè affermare: «Le Costituzioni, uscite dal cuore paterno di Don Bosco, approvate dalla Chiesa, sono (per noi) il midollo del Vangelo, la via della perfezione, la chiave del paradiso, il patto della nostra alleanza con Dio».25

22 CF, anche Cos! 60; LG, 44; PC, 5 23 CGS 106

24 CF. ACG n. 312 (1985), p. 13-14 e 21-25

23 D. RUA, Lettera sull'osservanza delle Costituzioni, dicembre 1909, Le1t circolari, p. 499

Le Costituzioni «pegno di speranza».

I frutti di un costante processo di interiorizzazione, che porti a vivere le Costituzioni con l'ardore e il conforto dell'alleanza, fanno di esse un «pegno di speranza» (Cast 196).

1 professi infatti, «situati nel cuore della Chiesa» (Cast 6), diventano, «con l'azione dello Spirito» (Cost 25), un «segno della forza della risurrezione» (Cost 63); la pratica dei consigli evangelici li aiuta «a discernere l'azione di Dio nella storia» e li trasforma «in educatori che annunciano ai giovani `cieli nuovi e terra nuova'» (Cost 63). Inoltre, la prospettiva della loro perseveranza, che «si appoggia totalmente sulla fedeltà di Dio», è quotidianamente possibile perché «è alimentata dalla grazia della Sua consacrazione» (Cost 195): «io corro per la via dei tuoi comandamenti, perché Tu hai dilatato il mio cuore» (Sai. 119,32).

Le Costituzioni inoltre divengono, nella vita dei professi, «pegno di speranza» soprattutto per i giovani.

La Chiesa stessa riconosce, nella via evangelica da esse tracciata, «un bene speciale per l'intero popolo di Dio» (Cast 192). Con la pratica dei consigli evangelici i professi divengono testimoni del mondo futuro, «stimolando (nei giovani) gli impegni e la gioia della speranza» (Cost 63); la loro vita consacrata diviene, così, «il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani» (Cast 25).

Il progetto apostolico di Don Bosco intende, infatti, condurre i professi ad «essere nella Chiesa segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri» (Cost 2).

La gioventù potrà allora sperimentare che Iddio la ama, e Lo ringrazierà con gioia, ogni volta che potrà costatare che i Salesiani di oggi sono divenuti «pegno di speranza per i piccoli e i poveri» (Cost 196).

Aspetto mariano.

Come conclusione di queste brevi osservazioni introduttive, è utile ricordare l'aspetto «mariano» delle presenti Costituzioni.

Don Bosco era convinto che la sua peculiare esperienza spirituale e apostolica era un dono che fluiva dalle mani materne della Madonna:

«Maria Santissima è la fondatrice e sarà la sostenitrice delle nostre opere».26

Per questo le Costituzioni presentano chiaramente una peculiare radicazione mariana

Affermano infatti:

che lo Spirito Santo suscitò Don Bosco «con l'intervento materno di Maria» (Cost I);

- che «la Vergine Maria ha indicato a Don Bosco il suo campo d'azione tra i giovani e l'ha costantemente guidato e sostenuto nella sua opera, specialmente nella fondazione della nostra Società» (Cost 8);

-- che il nostro Fondatore, «guidato da Maria che gli fu Maestra, visse nell'incontro con i giovani del primo Oratorio un'esperienza spirituale ed educativa che chiamò `Sistema Preventivo'» (Cost 20);

- che «Maria Immacolata e Ausiliatrice ci educa alla pienezza della donazione al Signore e ci infonde coraggio nel servizio ai fratelli» (Cost 92).

Inoltre, le Costituzioni dichiarano esplicitamente il filiale «affidamento» a Maria che caratterizza ogni professo (cf. Cost 8) e tutta la Congregazione in quanto tale (cf. Cost 9).

Infatti «guidati da Maria, accogliamo le Costituzioni come testamento di Don Bosco, libro di vita per noi e pegno di speranza per i piccoli e i poveri» (Cost 196).

È Lei, l'Ausiliatrice Madre della Chiesa, che ci aiuta, «nella fede», a fare di questo testo un libro di preghiera e di impegno: la nostra «via che conduce all'Amore» (Cost 196).

3° MB VII, 334

II. UN CENNO ALLA STORIA DEL TESTO

Presentare sinteticamente la storia del testo delle Costituzioni della Società di san Francesco di Sales, dal primo «abbozzo» del 1858 fino all'approvazione delle Costituzioni rinnovate dopo il Vaticano II nel 1984 significa ripercorrere, in una particolare prospettiva, la vita e l'opera di Don Bosco e dei suoi Successori, le vicende sociali e culturali per lo spazio di oltre un secolo, la legislazione ecclesiastica prodotta in tale tempo.

Tre sono infatti, per così dire, le componenti che intervengono nella formazione delle Costituzioni di un Istituto religioso:

1. Il Fondatore che concorre con i carismi ricevuti da Dio: accolta la chiamata divina, egli determina il fine e lo spirito del «suo» Istituto. Si tratta dell'elemento carismatico, che è proprio del Fondatore e che continua nella Congregazione.

2. Le circostanze che chiariscono al Fondatore la volontà divina e lo inducono ad operare. Le congiunture storiche concretizzano il fine ed incidono sulla forma legislativa. Tali circostanze di tempo e luogo si potrebbero definire l'elemento umano.

3. La legislazione ecclesiastica: la vita di un Istituto, nato nella Chiesa e per la Chiesa, sente l'esigenza di quella sicurezza dottrinale e morale che solo la Sede Apostolica può garantire. Ecco l'elemento giuridico.

Anche nella vita salesiana queste componenti sono entrate per dar vita ad una feconda legislazione. Non è certo possibile, nell'ambito di un breve capitolo, fare una trattazione completa, sistematica ed esaustiva, di oltre cento anni di storia civile, religiosa, salesiana. Date le finalità di questo Commento, ci si limiterà ad un cenno di carattere storico che, presentando le principali vicende del testo che abbiamo tra le mani, ce ne faccia comprendere il significato ed apprezzare il valore.

Del resto è facilmente reperibile la bibliografia sull'argomento.'

Se consideriamo come pietre miliari del cammino costituzionale salesiano le date del 1874 (anno della approvazione delle Costituzioni scritte dal Fondatore), del 1923 (anno della nuova approvazione del testo dopo il loro aggiornamento alla luce delle disposizioni del Codice di diritto canonico del 1917), e del 1984 (anno della approvazione definitiva delle Costituzioni rinnovate dopo il Vaticano 11), la storia del nostro testo si può dividere nelle tre seguenti tappe:

1. 1858-1875: fase della elaborazione delle Costituzioni ad opera di Don Bosco.

2. 1875-1968: fase delle aggiunte, correzioni, precisazioni al testo.

3. 1968-1984: fase della revisione ed elaborazione delle Costituzioni dopo il Concilio Vaticano II.

1, ELABORAZIONE DELLE COSTITUZIONI
DA PARTE DI DON BOSCO (1858-1875)

In questa prima fase, che dura 17 anni, i momenti più importanti nell'evoluzione del testo costituzionale sono segnati da due date:

1.1 1864: «Decretum laudis» e formulazione delle prime 13 «animadversiones» da parte della competente Congregazione romana.

1.2 1874: Approvazione delle Costituzioni del Fondatore.

1.1 1864: Decretum laudis» e formulazione delle «animadversiones».

Il primo testo costituzionale elaborato da Don Bosco, sulla base di precise fonti letterarie e dopo incontri personali e corrispondenze epi-

Si veda la NOTA BIBLIOGRAFICA al termine di questo commento, p. 964

stolari con varie autorità civili e religiose del tempo, risale al 1858. Da esso, con successive aggiunte e correzioni, derivano tutte le redazioni future.

Dei 58 articoli di cui quel primo testo si componeva, 21 erano relativi ai voti, 14 al governo, 5 allo scopo della Congregazione e 4 alla accettazione dei soci. Il capitolo sulla «forma della Società» raggruppava, inoltre, articoli di contenuto eterogeneo. Di particolare importanza, oltre alla «introduzione» in cui si esponevano motivazioni di carattere generale, era il primo capitolo sulla «origine della Società». Vi si narravano, in rapida sintesi, le vidende catechistiche dell'Oratorio di Valdocco dal 1841 in poi, che agli occhi dei Salesiani avrebbero costituito l'esperienza carismatico-normativa per il loro avvenire.

Che si trattasse comunque di un testo provvisorio lo si può facilmente ricavare dall'estrema indeterminatezza delle norme giuridiche, dalle notevoli lacune circa i rapporti da mantenere con le autorità religiose diocesane e pontificie, dalla mancanza di indicazioni sulla vita di preghiera dei membri della Società. Cosicché, ancor prima del 18 dicembre 1859 (giorno nel quale formalmente nasceva la Congregazione dei Salesiani) il primo abbozzo era già stato modificato con l'aggiunta di un ulteriore fine della Società (la cura delle vocazioni), con variazioni circa la procedura di elezione dei Consiglieri del Rettor Maggiore, con la stesura di un capitolo sulle «pratiche di pietà».

La revisione del testo nei quattro anni che intercorsero tra l'invio del manoscritto all'Arcivescovo di Torino e la trasmissione alla Santa Sede (1860-1864) rifletteva ormai le trattative condotte con l'autorità diocesana per l'apertura di nuove case e la legislazione ufficiale della Chiesa portata a conoscenza di tutti con la «Collectanea» del Bizzarri.2 Gli articoli, da 58 che erano, diventarono 107, raggruppati in 15 capitoli, oltre al capitoletto introduttivo e alla formula della professione religiosa, collocata al termine. Vi si aggiunsero norme per il governo religioso della Società, per l'elezione del Rettor Maggiore, per le pratiche di pietà, per l'abito dei soci, per i soci «esterni».

2 Se fino al 1860 circa Roma aveva lasciato alle numerose Congregazioni, che sorgevano un po' ovunque in quegli anni, una certa libertà d'elaborazione dei propri Statuti (salvo poi contro]larli e suggerire eventuali modifiche), nel 1863 la aCo lectanea in usum Secretariae Sacrae Congregationis Episcoporum et Regularium» (Roma 1863) raccoglieva norme comuni in cui i Fondatori avrebbero dovuto trovare ispirazione e modelli.

Il 23 febbraio 1864 la Congregazione romana dei Vescovi e Regolari emanava il «Decretum laudis» col quale ufficialmente riconosceva l'esistenza della nuova Società. Vi associava 13 «animadversiones», che avrebbero dovuto essere prese in considerazione in vista della futura approvazione delle Costituzioni.

1.2 1864-1875:

Approvazione delle Costituzioni e loro edizione bilingue.

Nel decennio seguente al «Decreto di lode» Don Bosco intavolò ininterrotte trattative con l'autorità religiosa centrale e periferica, direttamente o indirettamente intese ad ottenere l'approvazione delle Costituzioni della Società.

Ricevute le 13 «animadversiones», si mise all'opera per rendere il testo conforme alle richieste provenienti da Roma. Alcune di queste furono accolte senza riserve; ad altre Don Bosco fece obiezione con chiarezza di motivazioni. In particolare egli non condivideva le perplessità espresse dalle Congregazioni romane circa gli articoli che riconoscevano al Superiore generale la facoltà di sciogliere i voti, di rilasciare le «dimissorie» per le sacre ordinazioni, di alienare beni o di contrarre debiti senza il benestare della Santa Sede, di fondare nuove case e di assumere la direzione di seminari con la semplice licenza dell'Ordinario.

Il nuovo testo, in lingua latina, presentato nel 1867 unitamente alla supplica di «approvazione dell'Istituto e delle Costituzioni», ricevette a Roma le medesime osservazioni di quello del 1864. I buoni uffici dei Vescovi e Cardinali favorevoli a Don Bosco nulla poterono presso le competenti autorità romane che, sulla base di rilievi critici anche del nuovo Arcivescovo di Torino, sottolineavano la scarsa affidabilità della formazione ecclesiastica impartita nelle case salesiane. Pure la formulazione del voto di povertà, che sanciva il principio che i singoli soci rinunciavano per regola all'uso e usufrutto dei beni, di cui però conservavano la proprietà, sollevò forti obiezioni. Le obiezioni della curia romana non riuscirono tuttavia a impedire che, approvata la Congregazione dal Vescovo di Casale nel 1868, l'anno dopo l'approvazione diocesana divenisse pontificia.

Tale approvazione del 1869 segnò una data importante nella storia della Congregazione salesiana; ma un ulteriore passo rimaneva da compiere: quello dell'approvazione definitiva delle Costituzioni.

Ripreso in mano il testo a stampa del 1867, Don Bosco lo ritoccò nuovamente e con altre venti commendatizie di Vescovi lo rimise personalmente al Segretario della Congregazione dei Vescovi e Regolari, il quale a sua volta lo sottopose al `voto' di un nuovo consultore. Le 38 osservazioni di questi, ridotte dal Segretario a 28, vennero da Don Bosco accolte in buona parte in un nuovo testo del 1873. Per alcune richieste, tuttavia, chiedeva dei temperamenti; per altre poi manifestava una decisa opposizione sia in «Declarationes» ufficiali sia nei colloqui informali in occasione del viaggio a Roma nel capodanno 1873-74. Tra l'altro, in tale viaggio, Don Bosco si riprometteva di compiere opera di persuasione presso Vescovi e Cardinali poco inclini a favorire l'approvazione definitiva delle Costituzioni salesiane, specialmente a seguito di un carteggio allarmistico di Mons. Gastaldi, in cui il prelato, oltre ad avanzare precise critiche sulla formazione religiosa e culturale dei Salesiani, chiedeva un adeguato controllo dell'Ordinario sulle comunità della Congregazione.

Non senza diverse altre modifiche, finalmente il 3 aprile 1874 le Costituzioni della Società di san Francesco di Sales venivano approvate.

Rispetto al primo abbozzo del 1858, come pure rispetto al testo presentato a Roma nel 1864, le variazioni apportate erano state molte e decisamente radicali in alcuni ambiti. L'accresciuto numero di norme giuridiche aveva, per altro, un po' offuscato l'ispirazione di fondo di carattere spirituale propria delle prime redazioni. In particolare, il proemio e il capitolo sulla storia della Congregazione erano stati eliminati. I voti sarebbero stati triennali, prima di essere rinnovati per altrettanti anni o fatti in perpetuo. L'ammissione agli Ordini «titulo Congregationis» sarebbe stata possibile solo per i soci con voti perpetui. Si erano dettate norme per la convocazione del Capitolo generale, per la partecipazione ad esso, per l'elezione dei membri del Capitolo superiore. Gli articoli sul voto di povertà erano stati interamente riformulati sul modello delle Costituzioni dei Sacerdoti maristi, approvate l'anno precedente. Due nuovi capitoli erano stati introdotti: uno sugli studi e uno sul noviziato (da effettuarsi per un intero anno, sotto la guida di un Maestro, in una Casa appositamente eretta).

L'ossatura delle Costituzioni era costituita da 15 capitoli, per un totale di 137 articoli, nella seguente successione:

Cap I

Scopo della Società

6 articoli

Cap Il

Forma della Società

8 articoli

Cap III

Voto di obbedienza

5 articoli

Cap IV

Voto di povertà

7 articoli

Cap V

Voto di castità

6 articoli

Cap VI

Governo religioso

7 articoli

Cap VII

Governo interno

8 articoli

Cap VIII

Elezione del Rettor Maggiore

9 articoli

Cap IX

Altri superiori

17 articoli

Cap X

Delle singole case

17 articoli

Cap XI

Accettazione dei soci

10 articoli

Cap XII

Studio

6 articoli

Cap XIII

Pratiche di pietà

11 articoli

Cap XIV

Noviziato e maestro dei novizi

17 articoli

Cap XV

Abito

3 articoli

La Formula della professione e una «conclusio» sull'obbligo o meno, sotto pena di peccato, dell'osservanza delle Costituzioni completava il testo manoscritto autenticato dalla Sede Apostolica.

Ritornato da Roma, Don Bosco dava alle stampe nel medesimo anno un testo, al quale lui stesso, insieme col prof. Lanfranchi, aveva apportato qualche modifica. Le cosidette «correzioni di lingua e stile» (attribuite tra l'altro erroneamente al barnabita Innocenzo Gobio) in realtà comportavano l'attenuazione di alcune prescrizioni normative e davano un particolare rilievo ad alcune istanze originali di Don Bosco, che durante 1'iter di approvazione si erano venute offuscando.3

L'anno seguente (1875), nell'edizione in lingua italiana, Don Bosco ritoccava nuovamente alcune norme già approvate e pubblicate in lingua latina e reintegrava qualche disposizione cassata nelle precedenti fasi elaboratine, in forza di un indulto avuto dal Sommo Pontefice «vivae vocis oracolo» 4 In particolare era fortemente ritoccato il capitolo

3' L'intera tipologia delle correzioni di questo testo è stata presentata da G. PROVERBIO in Ricerche storiche Salesiane», n. 4, gennaio-giugno 1984, pp. 93-109.

4 Cf. F. MOTTO, p. 20, con la nota n. 47

sul noviziato (ridotto da 17 a 7 articoli). Una «Introduzione» di contenuto teologico-dottrinale, compilata da Don Bosco e in parte da don Barberis, precedeva nello stampato il testo costituzionale, che i Salesiani avrebbero avuto tra le mani inalterato per i trent'anni successivi.

2. LE COSTITUZIONI PRECISATE,

RIVEDUTE GIURIDICAMENTE ED AMPLIATE (1875-1968)

All'indomani dell'approvazione delle Costituzioni, Don Bosco, come si è accennato, le aveva emendate in forza del «vivae vocis oraculo» di origine papale. Nel corso degli 80 anni successivi, il testo delle Costituzioni subirà ulteriori modifiche, e ciò nonostante la volontà precisa dei Salesiani di essere fedeli a Don Bosco e il timore quasi istintivo, da parte loro, di toccare testi «venerabili».

Due, in particolare, sono i motivi che influirono su tale fatto. Anzitutto lo sviluppo della Congregazione: da poche decine di soci, residenti in Piemonte e Liguria, nel 1874, i Salesiani crebbero fino a superare, negli anni 60 di questo secolo, i 20.000, sparsi in quasi un centinaio di nazioni, nei cinque continenti: paesi diversi, tempi diversi, e conseguentemente situazioni diverse da quelle in cui aveva operato Don Bosco esigevano qualche precisazione o ampliamento nel codice di vita.

Allo sviluppo interno della Congregazione si aggiunse presto un altro motivo di ordine giuridico-ecclesiale: la promulgazione da parte della Sede Apostolica di documenti che espressamente invitavano gli Istituti religiosi a operare degli aggiornamenti e cambiamenti nei loro testi costituzionali: in particolare ricordiamo le «Normae secundum quas» del 1901 e la promulgazione del Codice di diritto canonico del 1917.

Strumenti immediati dei necessari interventi legislativi sono stati i Capitoli generali della Società con la serie delle loro «deliberazioni». Si può ben dire che, in questo periodo, non si può tracciare la storia delle Costituzioni senza tracciare, almeno in parte, la storia dei Capitoli generali.

La storia del testo delle Costituzioni, comunque, in questi 80 anni ha avuto tre momenti fondamentali:

2,1 1905: approvazione da parte della Santa Sede delle «deliberazioni... da ritenersi come organiche».

2.2 1923: approvazione delle Costituzioni rese conformi alle disposizioni del Codice di diritto canonico del 1917.

2.3 1966: approvazione delle modifiche costituzionali apportate dal CG XIX (1955).

Si aggiungerà un cenno (2.4) al lavoro di elaborazione dei Regolamenti generali, che si svolse parallelamente alle successive revisioni del testo costituzionale.

2.1 1905: Approvazione delle «deliberazioni organiche» da integrarsi nel testo costituzionale del 1875.

 

Il 1° settembre 1905 la Congregazione dei Vescovi e Regolari con apposito decreto approvava le «Deliberazioni dei Capitoli generali della Pia Società salesiana» «da ritenersi organiche», che il Procuratore generale del tempo, D. Giovanni Marenco, aveva presentato insieme con gli Atti del X Capitolo generale. Vediamo brevemente che cosa era successo nel trentennio precedente.'

a. Vivente Don Bosco.

Approvate le Costituzioni nell'aprile 1874, la Congregazione salesiana si era ormai inserita a pieno diritto nel novero delle famiglie religiose ufficialmente e pubblicamente riconosciute. Sull'onda del carisma del Fondatore e dell'entusiasmo per l'approvazione avuta, per la quale si appoggiava «su basi stabili, sicure e, possiamo dire, anche infallibili»,6 la Società si arricchiva rapidamente di nuovi membri e si

5 Un panorama dell'evoluzione storica delle Costituzioni dalla prima formulazione del 1858 alla morte di Don Bosco (1888) c offerto da P. STELLA, «Le Costituzioni .salesiane fino al 1888, in

«Fedeltà e rinnovamento. Studi sulle Costituzioni salesiane,, LAS - "ma, 1984, p. 15.54.

Per il periodo successivo, si veda, nel medesimo volume, l'articolo dì F. DESRAMAUT, 4Le Costituzioni Salesiane dal 1888 al 1966, p. 55-101.

6 Cf. «Inrroduzione» di Don Bosco alle Costituzioni approvate nel 1874

espandeva un po' dovunque in Europa e in America Latina. Tale dilatazione, affiancata da quella, altrettanto mirabile, delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dei Cooperatori Salesiani, poneva però il problema della sua organizzazione e del suo consolidamento. Le pur continue esortazioni orali e scritte di Don Bosco, con le quali si era premurato di sorreggere i primi passi della sua Congregazione, non erano più sufficienti allo scopo.' Si imponeva una regolare azione normativa, prevista tra l'altro dal cap. V delle Costituzioni: «Per trattare delle cose di maggior momento, e per provvedere a quanto i bisogni della Società, i tempi, i luoghi richieggono, si radunerà ordinariamente il Capitolo generale ogni tre anni» (cap. V, art. 3); «Il Capitolo generale potrà eziandio proporre quelle aggiunte alle Costituzioni e quei mutamenti che crederà opportuni» (cap. V, art. 4).

Così nel 1877 il I Capitolo generale della Società salesiana nel volgere di un mese emanava oltre 300 «deliberazioni», che venivano pubblicate l'anno successivo.' Cinque gli ambiti della vita salesiana presi in considerazione: studio (5 capitoli), vita comune (1I capitoli), moralità (4 capitoli), economia (6 capitoli), regolamento per l'Ispettore (4 capitoli). Varie appendici sancivano regolamenti e norme per il teatrino, per i direttori, per i Capitoli generali, per l'Associazione dei Cooperatori, per le comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Tre anni dopo, il II Capitolo generale riprendeva in esame tutta la legislazione precedente, sia quella capitolare che quella formulata nelle «conferenze» dei direttori. La raccolta delle nuove deliberazioni (oltre 400), che sarebbe stata data alle stampe nel 1882,9 era ancora costituita da cinque «distinzioni», e cioè: Regolamenti speciali (per il Capitolo generale, per il Capitolo superiore, per l'Ispettore, per il Direttore ecc...), vita comune, pietà e moralità, studi, economia.

Una successiva pubblicazione di deliberazioni capitolari, vivente Don Bosco, si sarebbe avuta nel 188710 al termine del IV Capitolo ge-

7 Fino Fino al I Capitolo generale, la vita delle Case salesiane era regolata (oltr che dalle Costituzioni) dal 'Regolamento dell'Oratorio di S. Francesco di Sales più volte editato, dal Regolamento per le Case della Società di S. Francesco di Sales, stampato, dopo varie redazioni manoscritte, nel 1877 e dalle Deliberazioni prese in occasione delle cosidette 'conferenze' annuali dei direttori.

8 'Deliberazioni del Capitolo Generale della Pia Società salesiana tenuto in Lanzo Torinese nel settembre 1877", Tipografia e libreria salesiana - Torino 1878 (96 p.)

9 'Deliberazioni del secondo Capitolo Generale della Pia Società salesiana tenuto in Lanzo

Torinese nel settembre 1880 , Tipografia e libreria salesiana - Torino 1882 (88 p.)

10 'Deliberazioni del terzo e quarto Capitolo generale della Pia Società salesiana tenuti in

Valsalice nel settembre 1883-8b'. Tipografia salesiana - 5. Benigno Canavese 1887 (28 p.)

rate (il III era durato solo sette giorni e non aveva prodotto documenti speciali): queste deliberazioni affrontavano aspetti nuovi, sviluppandone alcuni rimasti in ombra fino allora. In un centinaio di deliberazioni si tracciava un particolareggiato regolamento per le parrocchie e si dettavano norme per le sacre ordinazioni, per gli oratori festivi, per il Bollettino salesiana, per il mantenimento dello spirito religioso e delle vocazioni fra i coadiutori e gli artigiani.

b. Dopo la morte di Don Bosco.

Dopo la morte del Fondatore, l'attività legislativa della Società continuò sotto il suo Successore, don Michele Rua. Il volumetto stampato nel 1890," che raccoglieva le decisioni del V Capitolo generale tenutosi l'anno precedente, si componeva di 11 capitoli, per un totale di 117 articoli. In essi si legiferava sugli studi filosofici e teologici, sull'assistenza dei soci addetti al servizio militare; venivano date direttive per le vacanze autunnali, per l'amministrazione dei patrimoni, per la figura e la funzione del «consigliere professionale». Uno spazio relativamente ampio (40 articoli) costituiva il regolamento per le parrocchie.

Sarebbero passati ancora quattro anni prima di giungere ad una sistemazione del diritto salesiano, che precisasse, distinguesse secondo logica, rendesse attuabili le numerose decisioni dei vari Capitoli generali e le coordinasse con le Costituzioni in vigore. Il lavoro del VI Capitolo generale e quello di una Commissione, che vi si impegnò per un anno intero, portò alla formulazione delle 712 «Deliberazioni dei primi sei Capitoli generali», edito sia in un fascicolo a parte, sia in un libretto contenente anche l'«Introduzione» dottrinale di Don Bosco e le Costituzioni del 1875.12 L'ordine delle deliberazioni seguiva, per quanto possibile, quello adottato da Don Bosco nel II Capitolo generale, vale a dire: Regolamenti speciali (art. 1-243); vita comune (art. 244-347); pietà (art. 348-393); moralità (art. 394-537); studi (art. 538-617); economia (618-712).

I Capitoli generali VII e VIII (rispettivamente del 1895 e 1898) non emanarono speciali deliberazioni: gli argomenti trattati si rifacevano a

11~Deliberaztoni del quinto Capitolo generale della Pia Società salesiana tenuto in Valsalice presso Torino nel settembre 1889», Tipografia salesiana - 5. Benigno Canavese 1890, (36 p.)

D12 Deliberazioni dei set premi Capitoli generali della Pia Società salesiana precedute dalle Regole o Costituitemi della medesima,. Tipografia salesiana - S. Benigno Canavese 1894, (384 p.)

quelli dei precedenti Capitoli e vennero resi noti con la pubblicazione degli «Atti», affinché i soci - come scriveva Don Rua nel 1896 - potessero conoscere il metodo che si teneva nelle Assemblee capitolari e più prontamente potessero esserne informati delle decisioni."

È rilevante, per la storia del testo costituzionale, la decisione presa nel Capitolo generale VIII di procedere quanto prima alla revisione del testo delle Costituzioni, sulla base del primo testo approvato dalla Sede Apostolica,14 per integrarvi anche alcune deliberazioni importanti dei Capitoli generali.

Il l° settembre 1901 iniziava il IX Capitolo generale (l'ultimo al quale intervennero tutti i direttori con i delegati delle singole case): avrebbe dovuto ordinare le deliberazioni prese in passato; in particolare doveva modificare le deliberazioni concernenti la confessione dei soci da parte dei direttori, in ottemperanza al decreto del S. Uffizio del 24 aprile 1901.

Nonostante le buone intenzioni dei capitolari e il generoso sforzo della Commissione nominata allo scopo, non si riuscì nell'impresa e nel corso del 1901 venne rieditata un'edizione delle Costituzioni e delle Deliberazioni precedenti con la semplice ricomposizione dei fogli che contenevano articoli toccati dal precedente Decreto.

Si giunse così al X Capitolo generale, un Capitolo che avrebbe assunto una grandissima importanza. In esecuzione alla volontà espressa dal Capitolo generale IX's e sulla base delle «Normae secundum quas»

13 «Deliberazioni del settimo Capitolo generale della Pia Società salesiana'. Tipografia salesiana - 8. Benigno Canavese 1896, (5 p.). Occorre qui ricordare che in tutti i Capitoli si erano dati ampi poteri al Rettor Maggiore perché potesse rivedere, ordinare, completare le decisioni degli stessi Capitoli generali. E che aveva ritardato la pubblicazione delle deliberazioni. Analogamente, nel VII Capitolo generale alcuni tetri (quali le relazioni fra Ispettore e direttore delle case ispettoriali, fra ispettori e famiglie di suore da loro dipendenti, ecc.) erano stati affidati allo studio del Rettor Maggiore, il quale alcuni mesi dopo li proponeva in articoli «ad cxperìmentutnA, in attesa della approvazione del Capitolo generale successivo.

14 Cf. «Consrirutìones Societaais S. Francesci Salesi,, Ex officina ascetcril salesiani - Augustac Taunnorum 1900, (54 p.) Dal 1903 in poi tutte le edizioni delle Costituzioni adotteranno tale «exemplum Constitutionum ..— ex earumdem codice autographo penes Congregationem Episcoporum et Regularium asservato per quam diligentissime descripturn ac recognitum».

15 «Che il Rettor Maggiore scelga una Commissione permanente la quale attenda al riordinamento delle Deliberazioni fatte nei precedenti Capitoli generali che hanno carattere generale e sono complementi alle nostre Costituzioni, separando quelle che esprimono solo voti o desideri ed hanno semplicemente carattere direttivo. Queste Deliberazioni scelte dalla Commisionc, dovranno essere di nuovo presentate al prossimo Capitolo generale, prima di essere mandate a Roma per l'approvaziones: IX Capitolo generale, 1 - 5 settembre 1901. Torino, s. d., p. 9.

del 1901,16 esso aveva il compito di riordinare l'intero corpus legislativo anteriore, separando le deliberazioni con carattere generale e complementare alle Costituzioni da quelle che esprimevano solo desideri e avevano semplice indole direttiva. I lavori capitolari, che durarono dal 23 agosto al 13 settembre del 1904, portarono alla edizione di due testi fondamentali nella storia della Società: le Deliberazioni «organiche» e quelle «precettive», entrambi presentati alla Santa Sede.

Le prime, in numero di 111., compilate e discusse nelle sedute generali del Capitolo, ottennero l'approvazione della Sede Apostolica e divennero altrettanti articoli delle nostre Costituzioni." Pubblicate prima in un fascicolo di 50 pagine," nel 1907 vennero tradotte in latino e pubblicate in calce a un'unica edizione bilingue:19 un'asterisco richiamava l'articolo costituzionale a cui ciascuna deliberazione si riferiva.

Si osserva che tutti i capitoli delle Costituzioni, ad eccezione del VIII (elezione del Rettor Maggiore), del XII (studi) e del XV (abito), vennero ampliati ed arricchiti di precisazioni ed interpretazioni. In tal modo tutti gli aspetti della vita salesiana subirono modifiche e comple-

10 Di fronte al moltiplicarsi delle Congregazioni religiose che chiedevano a Roma l'approvazione delle proprie Costituzioni, la Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolati, organo della Santa Sede preposto alla approvazione di simili Istituti, elaborò nella seconda metà del secolo XIX una giurisprudenza d'approvazione, che nel 1901 ebbe la sua istituzionalizzazione nelle 'Normae secundum quas S. Congregatio Episcoporum er Regulariunt procedere soler in approbandìs novis in.srìruris vororum stmpliciumb. Il documento offriva una falsariga minuziosa, dettagliata per elaborare Costituzioni dei nuovi Istituti. Il che, se facilitava gli interventi giuridico-amministrativi delle Congregazioni romane, comportava il rischio di un pericoloso livellamento e di una generale uniformità dei testi costituzionali.

17  D. RUA, Lett. circolari, p. 398. Il termine ~organico~ spesso adottato nel corso dei Capitoli generali, specialmente nel X, non ha mai trovato una precisa determinazione giuridica in tali sedi, se non quella, diremmo, di sinonimo di «costituzionale'. La sinonimia per altro risaliva a Don Bosco (vedi introduzione alle deliberazioni dei I Capitolo generale). L'aggettivo in verità ribadiva il concetto già espresso dal sostantivo cui si riferiva, vale a dire «deliberazione. Questa infatti doveva proprio intendersi come articolo costituzionale (Deliberazione 33 b). Molto probabilmente, secondo la «mens» dei legislatori, l'aggettivo avrebbe dovuto applicarsi a quelle deliberazioni che, aggiungendo o mutando le Costituzioni, ricevevano forza di legge solo dopo l'approvazione da parte della Sede Apostolica. Le altre deliberazioni invece, che non intendevano mutare o aggiungere nulla alle Costituzioni, pur essendo dì carattere generale e permanente, erano da considerarsi «precettive» o «disciplinari, ed obbligavano tutti i soci appena promulgate dal Rettor Maggiore. 1 «Regolamenti della Pia Società di S. Francesco di Sales~ (Torino - Tipografia salesiana 1906) non intendevano fare altro che coordinare le deliberazioni precettive.

18 «Deliberazioni dei Capttoh generali della Pia Socsetà salesiana da ritenersi come organiche», Tipografia salesiana - Torino 1905 (50 p. )

19 «Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales precedute dalla Introduzione scritta dal Fondatore Sac. Giovanni Bosco», Tipografia salesiana - Torino 1907 (304 p.)

menti a livello costituzionale. Merita qui sottolineare alcune novità che avrebbero notevolmente influenzato il futuro legislativo della Congregazione. Nel cap. I due deliberazioni allargarono il campo di azione dei soci alle «missioni estere» (§l h) e alle «parrocchie» (§6.4: «da non accettarsi in via ordinaria»). Nei capitoli sui voti si misero a punto misure più rigorose sulla separazione della comunità da estranei, sulla maggiore uniformità di vita fra le case ecc... Nel cap. VI si tracciò un preciso regolamento dei Capitoli generali e nel cap. IX si innestarono articoli sulle Ispettorie e sugli Ispettori, sconosciuti fino al 1874.

L'influsso delle «Normae secundum quas» è rilevabile soprattutto nelle Deliberazioni sui voti, nella citazione di documenti ecclesiali e nell'Appendice all'edizione del 1907, che riportava integralmente i decreti «Auctis admodum» e «Romani Pontifices».

2.2 1923: Approvazione delle Costituzioni dopo la promulgazione del Codice di diritto canonico.

La promulgazione del Codice di diritto canonico nel 1917 e la circolare della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari del 26 agosto 1918, nella quale si prescriveva agli Istituti di ripresentare le Costituzioni dopo averle rese conformi alle leggi della Chiesa,20 mise all'opera i giuristi salesiani. Dopo appena tre anni Papa Benedetto XV approvava un «nuovo» testo costituzionale, composto di 240 articoli. Vi erano confluiti i 137 delle Costituzioni primitive di Don Bosco e 111 articoli «organici» approvati nel 1905, che nel Capitolo generale del 1910 erano stati completati con due altri: uno sul Procuratore generale presso la Santa Sede e uno sul Segretario del Capitolo superiore. L'insieme era, inoltre, arrricchito con gli apporti specifici del Codice.

Benché il Rettor Maggiore D. Filippo Rinaldi nella sua lettera del 24 settembre 1921 scrivesse che non si erano introdotti «cambi sostanziali», tuttavia riconosceva che alcuni «ritocchi» non erano privi di importanza, come, ad esempio, quelli che riguardavano il rendiconto, le modalità di ammissione alle professioni e agli ordini sacri, l'amministrazione. 21

'20 «Ad normam Canonis 489 Codicis Juris Canonici Regulae et particulares Constitutiones singularum religionum, canonibus Codicis non cuntrariae, vini suam scrvanl; quae vero eisdem opponuntur, abrogatati sunt ac proinde earum textus emendandus crit». AAS 1918, p. 290.

Si deve osservare che la rapidità dell'esecuzione di quanto era richiesto dalla Sede Apostolica, se da una parte rendeva testimonianza di sottomissione immediata alle nuove indicazioni ecclesiali e di rispetto dei canoni del Codice di diritto canonico, dall'altra non sortì un risultato perfetto. Lo stesso don Rinaldi, 16 mesi soltanto dopo l'approvazione pontificia, scriveva: «(L'edizione del 1921) apparve ben tosto difettosa in più punti, sia per la mancanza di nesso logico nella disposizione della materia, sia per abbastanza frequenti ripetizioni parziali e totali: difetti causati dal lavoro stesso che si era dovuto fare per conformare ogni cosa al nuovo Codice. Di più, siccome il Capitolo generale ha autorità di fare mutamenti che non siano imposti dalla Chiesa, così si erano lasciati nelle Costituzioni certi articoli già praticamente superati dalla piena organizzazione della nostra Società».22

Il Capitolo generale XII, convovato nel 1922, lavorò per eliminare i suddetti difetti, stimolato anche dalla nuova dichiarazione della Sacra Congregazione (del 26 ottobre 1921) che avvertiva gli organismi legislativi degli Istituti religiosi di approfittare dell'occasione dell'adeguamento del testo al nuovo Codice per introdurre quegli altri mutamenti che si ritenevano utili. I risultati delle assemblee capitolari, affidati al lavoro conclusivo di una speciale Commissione, portarono ad una revisione completa delle Costituzioni: si trattò di un lavoro di ordinamento di tutta la materia in capitoli secondo la primitiva divisione, di disposizione logica degli articoli nei singoli capitoli, di eliminazione di ripetizioni, di correzione della forma letteraria, di introduzione di piccole modifiche richieste dai tempi e dallo sviluppo della Società.

Approvato il 19 giugno 1923, il nuovo testo risultava composto da 201 articoli (39 in meno di quello precedente) distribuiti in 17 capitoli.

Senza voler entrare nell'analisi delle modifiche intervenute in questa fase redazionale,23 si può qui metter in risalto:

21 ACS n. 6, 24 settembre 1921, p. 261.

Il ACS n. 17, 6 gennaio 1923, p. 42.

23 Al proposito vedi F. DESRAMAUT, Le Casiiruzioni salesiane, o.e. pp. 80-96.

a) la riorganizzazione dei capitoli: a fronte della riunificazione in uno solo di due capitoli delle Costituzioni primitive sul governo (cap VI: governo religioso; cap VII: governo interno), gli articoli delle «deliberazioni organiche» sul Capitolo generale e sulle Ispettorie, che erano precedentemente inseriti in contesti di contenuto eterogeneo, acquistarono autonomia in due specifici capitoli: Ispettorie (cap IX) e Capitolo generale (cap XI). Così i titoli dei singoli capitoli acquistarono maggior precisione logica, adeguata al loro reale contenuto;

b) un'ulteriore precisazione sul carattere unitario dell'autorità: venne data una definizione statutaria delta figura dell'Ispettore in analogia con quella del Rettor Maggiore;

c) importanti interventi nell'ambito della formazione e del noviziato in particolare: vi si inserirono quasi alla lettera formule del Codice, ma l'attenzione venne posta soprattutto sul progresso spirituale del giovane confratello.

Le opzioni principali della missione della Società, delle sue opere, della vita religiosa non erano state mutate.

2.3 1966: approvazione di nuove modifiche apportate dal CG XIX.

Diversamente dai Regolamenti, che videro momenti diversi di revisione, le Costituzioni approvate nel 1923 rimasero praticamente immutate per circa quarant'anni. Il Capitolo generale del 1938 (il XV) soppresse un inciso concernente la partecipazione dei Vicari e Prefetti apostolici alla massima assise salesiana. Il XVI Capitolo generale (1947) portò il numero dei Consiglieri del Capitolo superiore a cinque, da tre che erano nel 1923. L'edizione delle Costituzioni, curata nel 1954, riproduceva quelle precedenti, con qualche modifica di scarso peso.

Notevole significato assunse invece il Capitolo generale XIX, tenutosi a Roma nella nuova sede dell'Ateneo salesiano. Si può dire che fece da anello di congiuzione fra i Capitoli generali precedenti e il Capitolo generale speciale del 1971.

Globalmente l'edificio legislativo del 1923 non subì radicali cambiamenti; ma numerosi e talvolta significativi furono i ritocchi portati, soprattutto nell'ambito delle strutture, che più risentirono dell'apertura

al rinnovamento conciliare ormai in atto. Mette in conto qui ricordare l'attenzione posta da questo Capitolo sulla figura del salesiano, la cura del decentramento nella salvaguardia dell'unità della Congregazione, il riconoscimento esplicito del ruolo del Capitolo generale (al Regolamento del quale venne dedicato un tempo notevole), il particolare rilievo dato ai Cooperatori, l'aumento del numero dei Consiglieri del «Consiglio» superiore (già Capitolo superiore), con l'introduzione dei «Consiglieri Regionali», le nuove figure del Vicario ispettoriale e locale...

Le modifiche alle Costituzioni e Regolamenti, introdotte dal CG XIX, furono pubblicate secondo la seguente divisione: Il

1) Modifiche sostanziali «definitive»: ritocchi a 11 articoli e formulazione di due articoli nuovi (uno sulla pubblicazione periodica degli «Atti del Consiglio Superiore» e uno sull'elezione dei membri del Consiglio superiore a un certo tempo dall'inizio del Capitolo generale).

2) Modifiche «ad experimentum»: circa il numero dei membri del Consiglio superiore e una diversa strutturazione del Consiglio stesso.

3) Emendamenti o aggiornamenti giuridici: ritocchi a 7 articoli. Vi furono pure emendamenti «puramente formali», mentre alcune variazioni proposte (in 6 articoli) non furono approvate.

Ma non si trattava che di un preludio: quattro mesi dopo la conclusione del CG XIX i Padri del Concilio Vaticano Il approvavano il decreto «Perfectae caritatis», che chiedeva a tutti gli Istituti religiosi una «accomodata renovatio» mediante una «conveniente revisione» delle Costituzioni, dei Direttori e di altri libri e codici ufficiali «in base ai documenti del sacro Concilio» (PC 3. 4).

2.4 Cenno sul lavoro di elaborazione dei Regolamenti generali.

Gli organi legislativi della Congregazione non operarono soltanto sul versante delle Costituzioni, da rivedere in conformità con le leggi della Chiesa e con lo sviluppo della Società. Dovettero parallelamente intervenire pure sull'altro versante: quello dei Regolamenti generali.

24 Cf. ACS n. 224, gennaio 1966, pp. 221-238.

Come si è già visto, una prima sistemazione del diritto salesiano era stata attuata nel 1894, con la pubblicazione delle «Deliberazioni dei primi sei Capitoli generali della Pia Società Salesiana». Nel 1906, a seguito dei lavori del X Capitolo generale, si pervenne ad un'edizione dei Regolamenti generali, che conglobava tutte le edizioni anteriori ed anche tutte le decisioni dei Capitoli generali tenutisi fino allora.

Un successivo momento importante nell'elaborazione dei Regolamenti fu conseguente al Capitolo generale XII. II bisogno di «1° eliminare tutto quello che fosse ritenuto inutile o ingombrante; 2° introdurre le necessarie modificazioni e aggiunte; 30 ordinare e distribuire il tutto in modo più logico»25 fece sì che nell'edizione del 1924 la massa dei 1406 articoli del testo precedente fosse ridotta a 416. Tale codificazione rimase praticamente immutata nella sua fisionomia fino al Capitolo generale speciale. Le modifiche più sostanziali furono apportate nelle edizioni del 1954 e del 1966. Nella prima confluirono le deliberazioni dei Capitoli generali XV, XVI e XVII relative soprattutto alle case di formazione (aspirantati, noviziati, studentati e case di perfezionamento per i coadiutori). Nella seconda invece vennero inserite le decisioni del CG XIX, che toccavano numerosi articoli. I temi della formazione, delle pratiche di pietà, dell'Unione dei Cooperatori salesiani, del Pontificio Ateneo Salesiano furono tra quelli che più dovettero esser adeguati all'evoluzione imposta dai tempi e dai luoghi. Ciononostante l'ordinamento di base si conservò pressoché inalterato.

3. RIELABORAZIONE E APPROVAZIONE DEFINITIVA DELLE COSTITUZIONI (1968-1984)

Il testo delle Costituzioni della Società salesiana, che noi ora possediamo, ha ricevuto l'approvazione pontificia dopo un lungo periodo di riflessione, di studio, di decisioni, che tutta la Società, dai singoli con

25 D. RINALDI Introduzione» ai a Regolamenti della Società salesiana», Epifania del Signore, Torino 1924.

Fratelli sparsi per il mondo ai capitolari riuniti nella massima assemblea rappresentativa, hanno intrapreso all'indomani degli orientamenti dati dal Concilio Vaticano II. Un lavoro che si è protratto per 17 anni, lungo i quali la Congregazione ha prodotto uno sforzo di analisi situazionale e di sintesi costituzionale superiore a quanto era stato fatto nei precedenti cento anni di vita.

Tre i momenti principali di questo periodo:

3.1 1968-1972: è il momento più decisivo del rinnovamento, quello che ruota attorno al Capitolo Generale Speciale (CGXX) e che sfocia nel testo rinnovato delle Costituzioni, approvato «ad experimentum» il 5 gennaio 1972.

3.2 1977-78: il XXI Capitolo generale inizia la revisione del testo precedente.

3.3 1984; il XXII Capitolo generale conclude i dodici anni di «experimentum».

3.1 1971-72: Le Costituzioni rinnovate «ad experimentum» dal CGS.

I programmi di «ridimensionamento» che il CG XIX aveva tracciati rimasero parzialmente nelle intenzioni. A sei mesi di distanza dal decreto «Perfectae caritatis» un altro documento di grande importanza, il Motuproprio «Ecclesiae Sanctae», applicazione pratica, immediata e qualificata di alcuni decreti del Vaticano II, prescriveva che nello spazio di due o tre anni ogni Istituto religioso convocasse un Capitolo «Speciale», onde procedere alla revisione delle Costituzioni, fermo restando il fine, la natura e il carattere dell'Istituto.2ó

Autorizzati dalla Santa Sede a rinviarne la data di inizio (ma non oltre la normale scadenza dei sei anni), nell'ottobre 1968 i Salesiani diedero il via ai lavori preparatori di tale Capitolo Speciale, che si sarebbe aperto nel giugno 1971.

Notiamo che l'«Ecclesiae Sanctae» non si limitava semplicemente a chiedere l'aggiormanento della legislazione in armonia con le necessità dei tempi e a determinare i responsabili di tale rinnovamento. Pre-

26 E5, 11, 3. 6

cisava anche quali dovevano essere gli elementi da armonizzare nel testo rinnovato. Si trattava, infatti, di modificare notevolmente la concezione stessa e il genere letterario delle Costituzioni religiose: da eminentemente giuridiche quali erano nel passato, avrebbero dovuto assumere un indirizzo tale da rispettare, anzi da evidenziare, la realtà carismatica del religioso. Il cambiamento di prospettiva appare con evidenza, come già si accennava nella introduzione ,27 dal confronto fra gli articoli delle «Normae secundum quas» e quelli della «Ecclesiae Sanctae».

Le direttive conciliari erano chiare e l'intera Congregazione si preparò alla celebrazione del Capitolo generale speciale con un triennio di lavoro a livello di base, mediante la consultazione e mentalizzazione di ogni comunità, ed a livello intermedio tramite la convocazione di due Capitoli ispettoriali e il lavoro di varie Commissioni e sottocommissioni preparatorie. Le ricerche, gli studi, le proposte pervennero finalmente ai 202 membri del Capitolo generale che, suddiviso in Commissioni e Sottocommissioni, studiò a fondo tutti i grandi temi dell'identità e della missione salesiana, giungendo, al termine di quasi sette mesi di intenso lavoro (con ben 140 assemblee plenarie), ad approvare un testo costituzionale profondamente «rinnovato». I singoli capitoli, gli articoli, ogni frase era stata esaminata e corretta nella ricerca di quella precisione di linguaggio, brevità di formulazione, chiarezza di espressione che facesse risaltare tutta la ricchezza della vocazione salesiana. Non per nulla l'elaborazione vera e propria del testo era stata preceduta da una lunga riflessione teologica, storica e pastorale, atta a illuminare le situazioni, le prospettive e le conseguenti scelte anche redazionali.211

Rimandando a studi più specifici per un'analisi completa del lavoro capitolare,29 basta qui sottolineare alcuni dati di fatto di maggior rilievo:

1) Il piano generale delle Costituzioni è rimasto pressoché invariato, anche se alcuni temi hanno goduto di maggior spazio ed altri sono apparsi per la prima volta a livello costituzionale: tali sono, ad

27 Cf. Introduzione generale, p. 20

28 Cf. Capitolo generale speciale XX della Società salesiana. Roma 1971, (616 p.). La storia delle «Costituzioni rinnovate,' è brevemente presentata da J. Aubry: Come sono note le nuove Costituzioni. Iter dei lavori dal 1968 al 1972", in «Fedeltà e rinnovamento. Studi sulle Costituzioni salesianep, LAS Roma 1974, p. 205-216.

29 Cf. AA.VV. Fedeltà e rinnovamento, o.c. p. 217-250.

esempio, la trattazione della Famiglia salesiana, dello spirito salesiano, il lavoro di promozione umana collettiva, la diversa considerazione della parrocchia tra le opere salesiane, la descrizione più completa delle figure complementari dei soci, sacerdote e coadiutore, la comunità educativa, un accento particolare sulla povertà collettiva, la formazione permanente, i principi e i criteri della organizzazione della Società...

2) Oltre 150 articoli delle Costituzioni del 1966 hanno trovato riscontro in altrettanti articoli delle Costituzioni rinnovate. Degli altri 50: una quindicina sono stati soppressi, mentre 35 sono stati trasferiti ai Regolamenti generali in obbedienza alle direttive della «Ecclesiae Sanctae» ed alla evoluzione della legislazione canonica. Si nota, tuttavia, che se il numero totale degli articoli si è conservato identico, non così è avvenuto per il contenuto, che è stato notevolmente arricchito di dottrina ecclesiale e salesiana.

3) Anche ad un primo esame si coglie che c'è stato un recupero in profondità del pensiero di Don Bosco e di un secolo di tradizione salesiana: ciò si rileva specialmente circa l'unità di vita «inseparabilmente apostolica e religiosa» del salesiano, circa i valori della comunione, amicizia e reciproca confidenza, circa gli elementi fondamentali dello spirito salesiano che pervadono tutto il testo. Dal punto di vista letterario ciò appare evidente quando si costatano le frequentissime citazioni, esplicite ed implicite, sia delle Costituzioni scritte dal Fondatore sia di altre fonti che risalgono a Don Bosco o ai suoi primi collaboratori.

4) Più in profondità si deve notare che la prospettiva e la struttura teologica sottostante al nuovo testo delle Costituzioni sono cambiate, in sintonia con la ecclesiologia e con la dottrina sulla vita religiosa del Vaticano II.

5) Infine anche il linguaggio è mutato in adeguamento alle esigenze del rinnovamento conciliare. Il vocabolario usato, tuttavia, non sempre armonizzava la necessità di esprimere nuovi concetti e nuove realtà con la semplicità di stile propria della nostra tradizione. Compito del Capitolo generale seguente sarebbe stato anche quello di procedere ad una rielaborazione stilistica per una maggior chiarezza di lingua e semplicità di tono.

3.2 1977-78:

Inizio della revisione delle Costituzioni ad opera del CG21.

Tra i compiti del CG21 uno fondamentale era di procedere alla revisione delle Costituzioni (e Regolamenti) approvati «ad experimentum» dal CGS il 4 gennaio 1972. Conclusosi, infatti, il primo sessennio di sperimentazione, i Capitoli ispettoriali e i singoli confratelli avevano inviato al Capitolo generale le loro osservazioni e proposte.

Sulla base di criteri di lavoro precisi, le osservazioni «richiedevano la chiarificazione di alcuni concetti, o precisazioni terminologiche, o suggerivano miglioramenti stilistici al testo; ma vi erano anche, sia pure in numero limitato, proposte che toccavano aspetti non puramente formali del dettato costituzionale».-30

Il CG21, preso atto dell'accettazione globale delle Costituzioni da parte dei confratelli, ma rilevando ancora una non piena conoscenza, assimilazione e sperimentazione del testo, prendeva le seguenti deliberazioni:

1) Conferma del testo approvato dal CGS e prolungamento dell'experimentum per un ulteriore sessennio.

2) Introduzione di alcune modifiche ritenute necessarie per colmare lacune o per precisare e completare il testo. In particolare si introdussero quattro articoli nuovi: uno sulla formazione intellettuale dei soci e tre sulla struttura delle «Delegazioni». Le altre modifiche riguardavano i laici corresponsabili nella missione salesiana, la formula della professione, il ruolo del Superiore negli scambi comunitari, la formazione dei giovani confratelli in «comunità formatrici», la miglior definizione dei ruoli di tre Consiglieri generali (per la formazione, per la pastorale giovanile, per la Famiglia salesiana). Altri 6 articoli vennero precisati sotto il profilo giuridico.

Il CG21 decise anche di trasmettere dei documenti di lavoro, elaborati dalla apposita «Commissione revisione Costituzioni e Regolamenti» al Capitolo generale successivo, che avrebbe curato la redazione in vista della approvazione definitiva del testo.

Analoghe deliberazioni vennero prese anche per i Regolamenti generali.

30 Dichiarazione del Capitolo generale 21, in «Documenti Capitolari», Roma 1978, n. 371.

3.3 1984: Approvazione definitiva del nuovo testo delle Costituzioni.

La preparazione della nuova tappa di lavoro, in vista della redazione definitiva, si metteva in moto già nel giugno del 1978, quando veniva costituito un «Gruppo per le Costituzioni» con l'incarico di mettere in luce la continuità storica del testo rinnovato con le edizioni precedenti, di evidenziarne il contenuto carismatico e normativo, di studiarne i fondamenti dottrinali.

I due volumi di «Sussidi»,31 il primo del quale raccoglieva il documento della Commissione «Costituzioni e Regolamenti» del CG21 e una sintesi dei «punti di maggior rilievo emersi nei Capitoli generali XX e XXI», furono messi a disposizione, insieme con l'edizione critica delle «Costituzioni di Don Bosco», sia dei Capitoli ispettoriali che dei membri del nuovo Capitolo generale. Erano uno strumento che avrebbe influito sulla continuità del lavoro di revisione.

Per la revisione delle Costituzioni ebbero pure considerevole influenza i grandi testi del magistero e della legislazione della Chiesa (ultimo in ordine crolonologico il Codice di diritto canonico edito pochi mesi prima dell'inizio del CG22), del Capitolo generale XXI, delle direttive salesiane (Atti del Consiglio superiore, Sussidi dei Dicasteri), della riflessione portata avanti in Congregazione, nelle sedi più varie, da singoli esperti o da gruppi di ricerca.

Il CG22, apertosi il 14 gennaio 1984, ebbe altresì a sua disposizione due volumi di «Schemi precapitolari»: l'intero «dossier», di oltre 1000 pagine, raccoglieva ed ordinava i contributi dei Capitoli ispettoriali e dei confratelli, riportando anche orientamenti e proposte atte ad agevolare il lavoro di revisione per i membri del Capitolo.

Il fatto che il testo promulgato dal CGS fosse stato accolto assai positivamente dalla Congregazione - e la conferma era venuta dalle risposte al questionario compilato dai membri del Capitoli ispettoriali - facilità i lavori dell'assise capitolare, che svolse il suo compito nella prospettiva della continuità con il CGS e con il testo da esso elaborato.

Attraverso l'articolazione di Assemblee generali e di Commissioni, che lavoravano in stretto contatto con una Commissione centrale di redazione, incaricata di dare omogeneità al testo, di correggere diversità

31 Contributi di studio su Costituzioni e Regolamenti SDB, 2 voll, Roma 1982.

di stile e di linguaggio e soprattutto di offrire i criteri generali secondo cui procedere nella revisione, il CG22, dopo aver fissato la struttura generale del testo,32 procedeva ad un'accurata analisi di ogni capitolo ed articolo, giungendo alla approvazione del testo definitivo. Vennero pure approvate alcune deliberazioni ed orientamenti operativi, così come un volumetto di «Sussidi alle Costituzioni e Regolamenti» che, pur non impegnando l'autorità del Capitolo, aveva lo scopo di facilitare ai confratelli, nel periodo immediato dopo il CG22, la comprensione della nuova struttura del testo costituzionale, mettendone in rilievo gli aspetti approfonditi, modificati o riformulati.

I lavori capitolari si conclusero il 12 maggio, non prima di aver affidato al Rettor Maggiore e al suo Consiglio l'ultima revisione letteraria del testo e la presentazione del medesimo alla Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari per l'approvazione definitiva.,33 Tra la fine di maggio e la Fine di novembre si ebbero varie sedute del Consiglio generale e degli organi competenti della Congregazione romana, dal dialogo dei quali doveva venire il testo approvato.34

Il 25 novembre 1984, dopo che una trentina di articoli erano stati modificati lungo le varie fasi di questo dialogo (nella maggior parte dei casi con precisazioni di carattere giuridico), il testo veniva definitivamente approvato. L'8 dicembre successivo veniva promulgato dal Rettor Maggiore. Si poneva così la parola «fine» a un cammino di rielaborazione costituzionale che aveva impegnato per oltre quindici anni la Congregazione a tutti i livelli.

32 Cf- cap. III dì questo commento sulla struttura generale del testo p. 56ss

33 Già fin dal 1834 l'allora Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari utilizzava una prassi d'approvazione simile a quella in uso ai nostri giorni, vale a dire una prima fase a livello di consultori ed una seconda fase a livello di «Congresso della Sacra Congregazione, nella quale la domanda di approvazione veniva decisa con la stesura del relativo decreto.

34 Cf. ACG n. 312 (1985), p. 63.66. Vi si presentano in sintesi (in dettaglio) le trattative condotte nei mesi di giugno - novembre, in vista della approvazione.

III LA STRUTTURA

 DEL TESTO

Dopo aver percorso le principali tappe della storia delle nostre Costituzioni, per coglierne tutta la ricchezza spirituale e salesiana, è utile fermare l'attenzione su una visione complessiva della «struttura» del testo, cioè sul piano generale che ha guidato l'organizzazione e la distribuzione dei contenuti come pure il modo di presentarli, per farne un'autentica Regola salesiana.

Si può osservare, anzitutto, che il discorso sulla struttura è stato oggetto di approfondita e interessante riflessione sia nel CGS sia nel CG22, che ha compiuto il lavoro dell'ultima revisione.

Il CGS, come già si è visto nei cenni storici, accogliendo le istanze del Vaticano II, fece la scelta di un testo profondamente «rinnovato», radicato sulle intuizioni ispirate di Don Bosco, come le aveva espresse nelle Costituzioni da lui scritte, ma ricostruito sull'impianto teologico ed ecclesiologico del Concilio. Al termine del suo lavoro, lo stesso CGS poteva dichiarare: «L'ampiezza dei lavoro compiuto ha reso necessaria una nuova distribuzione della materia, in modo che ora si possa parlare di un nuovo testo costituzionale, anche se per la massima parte ha ripreso, in forma aggiornata, la sostanza delle Costituzioni finora vigenti»-' Al CGS spettò anche la scelta del linguaggio e dello stile letterario ritenuto più idoneo per una vera e stimolante Regola di vita.

Anche il CG22 dedicò vari dibattiti capitolari all'esame della struttura generale del testo e, se da una parte confermò le linee del CGS per quanto riguardava l'impostazione dottrinale e carismatica, dall'altra studiò più a fondo la distribuzione della materia in vista di una sistemazione più organica e unitaria.

«Dichiarazione del Capitolo generate speciale XX», in Costituzioni e Regolamenti della Soe1eià di S. Francesco di Sales 1972, p. 11.12

Da questa premessa - ancora di indole storica - si può comprendere qualcosa del significato che ha la struttura del testo. Infatti il modo di organizzare e presentare i contenuti dà al progetto apostolico salesiano, tracciato nelle Costituzioni, quella fisionomia tipica e fortemente unitaria, che è propria della nostra Società.

Vogliamo brevemente soffermarci sui criteri che hanno guidato l'elaborazione del testo e su alcuni elementi riguardanti l'organizzazione della materia.

1. I criteri per l'elaborazione del testo delle Costituzioni.

Per comprendere più adeguatamente il piano generale della nostra Regola, quale è emersa dalla revisione capitolare, è importante avere presenti i CRITERI che hanno guidato l'analisi dei contenuti e l'intero lavoro di revisione.

Tali criteri vennero dedotti, sostanzialmente, dagli orientamenti del Vaticano II, ma anche da richieste espresse dai confratelli e quindi dall'esperienza stessa della Congregazione.

Per ciò che riguarda le fonti del Magistero, è noto che il Concilio, e successivamente 1'«Ecclesiae Sanctae», avevano dato indicazioni autorevoli per la revisione dei testi delle Costituzioni.' In particolare il decreto «Perfectae caritatis», mentre chiedeva agli Istituti religiosi di rivedere le loro Costituzioni in base ai documenti conciliari, indicava, tra i principi di rinnovamento della vita religiosa da tenere presenti: il «ritorno alle fonti di ogni vita cristiana», quindi «il seguire Cristo come viene insegnato nel Vangelo»; il ritorno alla «ispirazione primigenia dell'Istituto» e quindi la fedeltà «allo spirito e alle finalità proprie dei Fondatori, come pure alle sane tradizioni»; infine, «l'adattamento alle mutate condizioni dei tempi».3

Questi criteri, dettati dal Magistero della Chiesa, corrispondevano anche alle richieste che, in vista appunto del lavoro di revisione, venivano avanzate dai confratelli da diverse parti della Congregazione.

2 Cf. PC, 2-3; ES, II, 12-14 3 Cf. PC, 2-3

Si chiedeva, sostanzialmente, che nel testo delle Costituzioni fosse più esplicito il fondamento biblico, teologico, ecclesiale e che, nel medesimo tempo, risultasse con chiarezza l'ispirazione salesiana, in fedeltà allo spirito e alle finalità del nostro Fondatore e alle tradizioni della nostra Società. Si domandava altresì che le Costituzioni contenessero solo le norme giuridiche essenziali, di valore universale, per conservare l'unità della Congregazione, accogliendo quindi i principi della flessibilità e del decentramento, come espressione di adattamento ai tempi e ai luoghi 4

Partendo dalle indicazioni conciliari e dalle istanze dei confratelli, alla luce anche del Codice di diritto canonico, il CG22 mise a punto i criteri fondamentali che hanno guidato la revisione definitiva ed hanno orientato l'impostazione globale del testo.

È utile richiamarli rapidamente: - Criterio evangelico-ecclesiale:

esso giudica se il testo rispetta i principi evangelici e teologici circa la vita religiosa, la sua natura carismatica di «sequela Christi» e la sua partecipazione al mistero e alla missione della Chiesa.'

- Criterio storico-salesiano:

stabilisce se nel testo sono presenti, al di là di tutte le mutevoli realizzazioni storiche, quei valori che costituiscono il «patrimonio» spirituale della nostra Società.»

- Criterio giuridico-normativo:

garantisce nel testo costituzionale la presenza, l'essenzialità e la chiarezza delle norme giuridiche atte a definire il carattere, il fine e i mezzi dell'Istituto.'

4 Cf, .Radiografìa delle relazioni dei Capidoli ispettoriali speciali., Roma 1969, specialmente p. 162-169

5 Cf. ES, 11, 12; CG21, 371

 6 Cf. FS, lI, 12; CG21, 371

7 Cf. ES, li. 12; CG21, 371

Oltre a questi, riguardanti propriamente il contenuto, altri criteri si riferiscono allo stile letterario, in ordine al quale si vuole: un linguaggio semplice, consono al nostro tempo, e una preoccupazione di essenzialità e organicità nell'organizzazione della materia.

Un criterio, inoltre, di carattere generale («criterio diversificativo dei testi normativi«) giudica quando una determinata materia sia propria del codice fondamentale (= Costituzioni) o quando appartenga ad altri testi del «diritto proprio» (= Regolamenti generali o Direttori).

Va ricordato, infine, il rilievo dato al cosiddetto criterio «esperienziale», che si è avvalso delle ricchissime esperienze raccolte in dodici anni di sperimentazione, ed espresse sia dai Capitoli ispettoriali che dai confratelli."

2. L'ordinamento dei contenuti del testo.

Non ci fermiamo qui in dettaglio ad esaminare come il testo costituzionale abbia assunto gli orientamenti dettati dai «criteri»: il commento alle varie parti e ai diversi capitoli lo dimostrerà in modo esauriente.

É utile però segnalare come proprio i suddetti criteri hanno orientato l'impostazione della struttura nella sua globalità.

Anzitutto si può facilmente costatare, come già è stato accennato nel breve excursus storico, che il quadro teologico generale del nuovo testo costituzionale riflette pienamente la teologia e l'ecclesiologia del Vaticano II.9 Ciò si ricava non solo dall'ampio e costante riferimento al magistero conciliare e pontificio (con l'assunzione del vocabolario teologico del Concilio), ma soprattutto dal fatto che l'intero progetto apostolico salesiano è presentato nel quadro dell'ecclesiologia conciliare: nella Chiesa, «popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», che è «sacramento universale di salvezza», l'umile Società salesiana «nata non da solo progetto umano ma per iniziativa di Dio» (Cost l) è chiamata ad essere sacramento di salvezza per la gio-

8 Cf. Cf. ACS n. 305 (1982), p. 41

9 Cf. cap. II di questo commento «Un cenno afia storia dei testo'., p. 50-52

ventù (segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri»: Cost 2).

La fedeltà alle origini, cioè al patrimonio evangelico del Fondatore, è pure evidente lungo tutto il testo delle Costituzioni. Non soltanto è frequente e ricco il riferimento diretto o indiretto", - alla parola di Don Bosco, ma soprattutto emerge con chiarezza che il testo è la descrizione dell'esperienza spirituale ed apostolica del Fondatore, continuata dai suoi figli. La vita salesiana oggi è costantemente presentata e giudicata avendo davanti Don Bosco, il suo carisma di Fondatore e la sua santità: le Costituzioni rappresentano così la continuità vitale dello spirito e della prassi di Don Bosco nell'azione dei suoi discepoli oggi.

Vale la pena anche di ricordare lo sforzo fatto, lungo il lavoro di revisione, per rispettare quell'opportuno «dosaggio» tra elementi di indole spirituale e norme giuridiche, voluto dal Vaticano Tl: e dallo stesso Codice di diritto canonico." Una delle linee perseguite attentamente dai Capitoli generali è stata quella di fare delle Costituzioni un vero libro di vita spirituale: un libro che muova interiormente alla sequela di Gesù, nello stile di Don Bosco, un libro da meditare e da pregare (Cf. Cost 196). Perciò si sono limitate le norme giuridiche presenti nel testo, lasciando solo quelle necessarie per definire con chiarezza le finalità dell'istituto, i vincoli che legano ciascuno alla Società, le strutture comunitarie necessarie alla vita e all'azione della stessa Società. Si sono invece trasferite ai Regolamenti le norme, pure di valore universale, che risultano applicative dei principi generali esposti nelle Costituzioni.

Queste considerazioni aiutano a comprendere meglio il piano generale della distribuzione e dell'ordinamento dei contenuti nel testo rinnovato.

Pur rilevando - come si è detto - la sostanziale continuità dei grandi temi che definiscono il progetto salesiano nelle varie edizioni della Regola (temi che possono raggrupparsi attorno alle parole-chiave: mis

sione, comunità, consigli evangelici, formazione, servizio di autorità),

10° Nel testo delle Costituzioni si contano 31 citazioni esplicite (spesso letterali) delle parole di Don Bosco (cf. Così Proemio. 1. 4. 8. 13. 14. 15. 17. 18. 19. 26. 29. 34. 38. 39. 50. 52. 64. 65. 71. 72. 79. 81. 83. 85. 91). Oltre a queste citazioni vi sono 45 altri riferimenti a Don Bosco e al suo pensiero in altrettanti articoli.

11 Cf. CIC, can. 587 § 3

non si può non osservare il cambiamento strutturale intervenuto con il CGS e poi con il CG22. Mentre infatti le Costituzioni scritte dal Fondatore (e in seguito le successive redazioni fino al 1966) sviluppavano i temi di vita religiosa salesiana in successivi capitoli, senza fare ulteriori divisioni, le Costituzioni approvate nel 1984 contengono 14 capitoli distribuiti in quattro parti, come risulta chiaramente dall'Indice generale: 12

PROEMIO

Parte prima

I SALESIANI DI DON BOSCO NELLA CHIESA

Cap I - III : art. 1-25 (articoli 25)

Parte seconda

INVIATI AI GIOVANI - IN COMUNITÀ - AL SEGUITO DI CRISTO

Cap IV - VII : art. 26-95 (articoli 70)

Parte terza

FORMATI PER LA MISSIONE DI EDUCATORI PASTORI Cap VIII - IX : art. 96-119 (articoli 24)

Parte quarta

IL SERVIZIO DELL'AUTORITÀ NELLA NOSTRA SOCIETÀ Cap X - XIV : art. 120-190 (articoli 71)

CONCLUSIONE

Art. 191-196 (articoli 6)

Come si nota, alle quattro parti è stato premesso un Proemio e fa seguito una Conclusione.

12 Cf, Costituzioni 1984, p. 317-318

Osservando questo «Indice generale» della materia, viene spontaneo porsi la domanda: qual è l'IDEA DI FONDO che ha guidato il CG22 nel raggruppare e ordinare in tal modo i contenuti della Regola di vita? qual è, cioè, la motivazione profonda che spiega la struttura del testo?

Tale motivazione, come si ricava dai dibattiti capitolari e dalla stessa analisi del testo, è quella dell'unità della nostra vita di consacrati apostoli. quell'unità della vocazione salesiana, della quale il CGS parla come di «grazia» di cui ci fa dono lo Spirito.`

Questo motivo di «unità» della vocazione salesiana era certamente presente nel testo primitivo scritto dal nostro Fondatore: lo si può cogliere fin dal primo articolo che presenta lo «scopo» della Società salesiana nei suoi elementi essenziali.

La preoccupazione per l'unità del progetto salesiano fu costantemente presente nel CGS, che già pensò ad una distribuzione dei contenuti della Regola, da cui risultasse che «con un'unica chiamata Cristo ci invita a seguirlo nella sua opera salvifica e nel genere di vita verginale e povera che scelse per sé».(14)

Nel CG22, e quindi nel testo ultimamente approvato dalla Sede Apostolica, l'unità della nostra vita è maggiormente evidenziata dall'approfondimento della nostra CONSACRAZIONE APOSTOLICA.

La consacrazione religiosa, che ha le sue profonde radici nella consacrazione battesimale e ne è un'espressione più piena," è presentata nel suo significato originale di iniziativa dell'amore di Dio, che investe tutta la nostra vita: Dio ci chiama, «ci consacra col dono del suo Spirito e ci invia ad essere apostoli dei giovani» (Cost 3). Nella consacrazione si manifesta la potente azione della grazia che ci aiuta a vivere la vocazione come dono di Dio per la Chiesa e per il mondo, dono che - per noi - passa attraverso Don Bosco e il suo spirito. Da parte nostra, la vita «consacrata», con gli impegni che assumiamo davanti a Dio e davanti alla Chiesa, diventa un'unica offerta, libera e totale, a Dio in Cristo e per Cristo per lavorare con Lui alla costruzione del Regno.

13 Cf. CGS, 127: » o Spirito Santo chiama il salesiano ad una opzione di esistenza cristiana che è simultaneamente apostolica e religiosa. Gli dona perciò la grazia di unità per vivere il dinamismo dell'azione apostolica e la pienezza della vita religiosa in un unico movimento di carità verso Dio e verso il prossimo».

14 Cf. Costituzioni 1972, art. 68

15 Cf. PC, 5

Vedremo più dettagliatamente, commentando l'art. 3, come è descritta l'unità profonda dei diversi elementi che costituiscono la risposta della nostra vita consacrata: missione apostolica, comunità fraterna e pratica dei consigli evangelici: essi sono «vissuti in un unico movimento di carità».

Possiamo dire che il piano generale delle Costituzioni è ispirato da questo fondamentale articolo terzo: la struttura globale e l'articolazione delle parti e dei capitoli è stata impostata in modo da offrire una trattazione organica che evidenzi immediatamente l'unità della nostra vocazione.

Si vedrà in seguito lo sviluppo delle singole parti; ma si può fin d'ora coglierne sinteticamente il significato fondamentale.

Dopo un breve PROEMIO, di indole storica, che presenta fin dall'inizio l'importanza della Regola per noi nel pensiero stesso di Don Bosco, la PRIMA PARTE - che può dirsi «introduttiva e fondante» - traccia le linee fondamentali della vocazione salesiana con le note che la distinguono, e ne descrive la collocazione nella Famiglia salesiana, nella Chiesa e nel mondo. È proprio di questa parte mettere in evidenza alcuni tratti essenziali che entrano e connotano anche le altre parti del testo: in particolare lo «spirito salesiano» (cap. II) e la professione del salesiano (cap. III).

Segue poi una grande parte (la PARTE SECONDA) che rappresenta come il «corpo centrale» del progetto religioso salesiano: essa descrive dettagliatamente i vari elementi «inseparabili» della vocazione salesiana: la missione apostolica, la comunità fraterna e la vita evangelica secondo i consigli, il dialogo con il Signore. È soprattutto questa seconda parte che evidenzia quell'unità della vita consacrata apostolica, di cui si parlava precedentemente: i diversi aspetti della nostra vocazione, infatti, si integrano e si illuminano a vicenda, contribuendo insieme a dare la fisionomia del vero salesiano.

Le due parti che seguono possono, a prima vista, dare l'impressione di un legame non così forte con l'identità vocazionale descritta nelle parti prima e seconda; ma non è così: anche se i temi trattati sono di carattere più pratico (e quindi necessariamente con maggiori elementi giuridici), essi si integrano pienamente nel progetto apostolico tracciato nell'insieme delle Costituzioni.

La TERZA PARTE tratta della incorporazione alla Società e della formazione, iniziale e permanente, dei soci. La Congregazione vive nei suoi membri e ha il dovere di offrire ad essi i mezzi per sviluppare il carisma salesiano e per far acquisire ogni giorno le capacità necessarie per la vita e per la missione: questo è il compito della «formazione»,

La QUARTA PARTE è dedicata a presentare il servizio dell'autorità con le strutture necessarie per l'organizzazione della Società. La nostra Congregazione, anche se di origine carismatica, è formata da persone riunite in comunità concrete e dedicate a compiti educativi e pastorali precisi: come la Chiesa, spirituale e giuridica insieme, essa ha bisogno di strutture per costituirsi, governarsi, condurre efficacemente la propria azione, mantenere la propria vitalità: questo è un compito particolare di coloro che sono chiamati ad esercitare il servizio dell'autorità.

Il testo si chiude con alcuni articoli posti come CONCLUSIONE: se da una parte essi precisano alcune norme giuridiche per l'interpretazione del testo, d'altra parte essi rappresentano uno stimolo a percorrere con fedeltà la via dell'Amore, nella generosa risposta al Signore che ci ha amati per primo.

3. Alcune caratteristiche redazionali.

Prima di concludere questa riflessione sulla struttura generale delle Costituzioni, può essere utile fare un cenno ad alcune caratteristiche redazionali che contribuiscono a dare al testo un volto proprio e originale. Ci riferiremo, in particolare, ai «titoli» delle parti, dei capitoli e dei singoli articoli, al linguaggio e allo stile, alle ispirazioni bibliche poste all'inizio dei singoli capitoli e delle sezioni.

3.1 I «titoli» usati nel lesto.

Sia il CGS che il CG22 hanno avuto cura di scegliere accuratamente i titoli delle singole parti e dei diversi capitoli, perché corrispondessero fedelmente alla materia trattata: un segno di tale cura si rileva

dal fatto che, pur non essendo i titoli oggetto di votazione, furono sempre esaminati e discussi nelle Commissioni di studio come nell'Assemblea capitolare.

È utile far rilevare il tono personale dato ai titoli delle parti (spe-cialmente delle prime tre) nel testo definitivamente approvato: leggendo successivamente i titoli, si percorre in sintesi tutto il cammino che i Salesiani (i singoli e la comunità) sono chiamati a compiere per rispondere fedelmente alla vocazione: «I Salesiani di Don Bosco... inviati ai giovani, in comunità, a1 seguilo di Cristo... formati alla missione di educatori pastori».

Per quanto riguarda i titoletti dei singoli articoli, si osserva che sono una novità introdotta dal CGS: essi rappresentano delle brevi indicazioni, poste a margine di ogni articolo, che ne evidenziano con immediatezza il contenuto essenziale e l'idea di fondo, permettendo di avere una visione sintetica della successione della materia nei capitoli.

I titoli sia delle parti che dei capitoli, come pure dei singoli articoli, assumono così una funzione di guida nella comprensione del testo e nella memorizzazione dei contenuti.

3.2 Stile e linguaggio.

Come già si è accennato, tra le richieste dei confratelli in vista della revisione delle Costituzioni affiorava quella di un linguaggio semplice, di facile comprensione, ma nello stesso tempo appropriato ad un testo legislativo e adeguato alle esigenze nuove. Tra i criteri, stabiliti sia dal CGS che dal CG22, c'era la preoccupazione per la semplicità dello stile, unita tuttavia all'esigenza che il linguaggio fosse in sintonia con la dottrina conciliare e avesse il tono spirituale proprio di una Regola di vita.

Potremo facilmente osservare, studiando il testo, lo sforzo che è stato fatto e l'evidente cambio di stile che è stato apportato rispetto alle redazioni del passato.

Ciò si coglie fin dal Proemio, che inizia in questo modo: «Il libro della Regola è per noi Salesiani il testamento vivo di Don Bosco». Già dalle prime parole emerge una novità. Le precedenti redazioni delle Costituzioni si esprimevano in terza persona: «La Società... i soci... il socio», e formulavano le norme sotto la forma imperativa o esortativa, espressa con il futuro o il congiuntivo: «I soci attenderanno a perfezionare se stessi... Si mantenga l'unione fraterna... L'orario sia distribuito... ».

Il testo nuovo ha un altro tono, più stimolante: si è scelto deliberatamente di utilizzare spesso il «noi» e si è preferita la forma dichiarativa dell'indicativo presente. In luogo di dire: «Si farà... si faccia... si deve fare così», si dice generalmente: «Noi facciamo così... Il salesiano fa così...», nel senso di: «Noi abbiamo deciso di fare così... Noi accettiamo... Noi ci sforziamo lealmente di fare così». Questa formulazione non significa affatto che sia diminuita la forza normativa delle Costituzioni. Essa indica piuttosto l'intervento attivo della coscienza in rapporto alla legge; significa che la Regola è accolta liberamente da persone che hanno detto si a un progetto di vita e si sono riunite insieme per realizzarlo; ed esprime il fatto che i Salesiani sono concordi sulla loro identità e che, attraverso la loro fedeltà, si sentono in permanenza corresponsabili della riuscita personale e comunitaria della missione che Dio ha loro affidata.

4. Bibbia e Costituzioni.

Un discorso particolare e più completo meritano le citazioni bibliche che sono abbondantemente presenti nel testo costituzionale e che, in certo modo, rappresentano una «ispirazione biblica» per leggere e meditare con frutto la nostra Regola di vita.

È questa un'altra novità del testo rinnovato secondo l'insegnamento conciliare: la grande ricchezza di «Parola di Dio» presente in esso ci mette a contatto con un testo totalmente fondato sul Vangelo. Vedremo chiaramente questa verità nel commento alle singole parti; ora qui esponiamo alcune riflessioni di carattere generale che ci aiutano a comprenderne meglio il valore.

4.1 Atto di fedeltà a Dio, alla Chiesa e al Concilio.

«Nei libri sacri il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e parla con essi».'6 È questa in sintesi la ragione decisiva per cui il Concilio Vaticano II invita «con ardore e insistenza» ad un «contatto continuo con le Scritture», per apprendere attraverso di esse «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8)."

16 DY, 21

In fedele rispondenza alla Chiesa e al Concilio, ed attingendo anzi esplicitamente dai suoi testi, le Costituzioni rinnovato ricordano il primato della Parola del Dio vivente nel convocare il popolo di Dio' Il - che per noi concretamente è la comunità salesiana - in quanto tale Parola è insieme «fonte di vita spirituale, alimento per la preghiera, luce per conoscere la volontà di Dio negli avvenimenti e forza per vivere in fedeltà la propria vocazione» (Cost 87). Di qui la conseguenza legittima e normativa di una piena e fruttuosa ispirazione biblica della Regola di vita salesiana: «Avendo quotidianamente in mano la Sacra Scrittura (PC, 6), come Maria accogliamo la Parola e la meditiamo nel nostro cuore per farla fruttificare e annunziarla con zelo» (Cost 87).

4.2 Un sostanzioso filo biblico.

Pertanto un reale, anche se esteriormente sobrio, filo biblico, programmaticamente elaborato, percorre come spina dorsale le Costituzioni dei Salesiani, in ciò fedeli non solo all'imperativo conciliare, ma anche a un'eredità di famiglia, come già si può vedere negli «Scritti di Don Bosco» posti in appendice alle stesse Costituzioni.

In queste si trovano tre tipi di referenze bibliche: le grandi citazioni che aprono in forma ben rimarcata i diversi capitoli e sezioni (sono 22); altre citazioni nel corpo degli articoli in maniera più o meno esplicita (sono 23); e, ancora più numerosi, i testi costituzionali che richiamano passi biblici, pur senza citazioni esplicite.

In ogni caso, per intenzione espressa del CG22, un posto interpretativo peculiare spetta alle citazioni collocate con ogni evidenza all'inizio di ogni capitolo o sezione. Esse sono per eccellenza le «ispirazioni bibliche». Ad esse daremo particolare attenzione.

'' Cf. DV, 23

'" Cf. PO, 4

4.3 Nell'unità della storia della salvezza e dell'azione del medesimo Spirito.

Più che la felice costatazione di un'accurata presenza biblica, merita cogliere quale corrispondenza si ponga tra citazione biblica e articoli costituzionali. Tale corrispondenza non è soltanto estrinseca, nominale, né di tipo decorativo e devozionale, e nemmeno di tipo tecnico, come se nel senso letterale biblico si possa scorgere direttamente il senso salesiano. Il rapporto è più complesso, ma solo così teologicamente corretto e spiritualmente fruttuoso.

La fede ci rivela come unico sia il piano storico della salvezza: ha le sue radici anzitutto nel popolo di Dia della Bibbia, con al centro Gesù di Nazareth, morto e risorto, Parola di Dio definitiva; si manifesta sacramentalmente nella Chiesa e, per essa, si estende al mondo fino al compimento della Parusia del Signore. In tale economia è all'opera l'unico Spirito di Dio o Spirito Santo che ispira e assiste l'opera di Dio, sigillando con il carisma di una specifica ispirazione gli avvenimenti di fondazione della salvezza codificati nei Libri Sacri. Ma la sua ispirazione e assistenza continuano oggi riproponendo- la santa «memoria» di Gesù Cristo (e dei suoi discepoli) (Gv 14,26) e garantendone l'attualizzazione nella vita della Chiesa.

In questa maniera quanto vi è di buono e di santo nella comunità ecclesiale dopo la Pasqua è sviluppo vero e vitale della Parola di Dio degli inizi; è in certo modo il discorso biblico che continua sotto altri codici. Tale è il caso delle Costituzioni approvate ufficialmente dalla Chiesa, nel solco - è doveroso dirlo - del riconoscimento del Fondatore, il cui carisma è sempre percezione dello Spirito Santo, prolungamento e applicazione dell'ispirazione divina in una determinata epoca storica (Cf. Cost 1).

Ne consegue, pertanto, che mettere a contatto la parola biblica con quella costituzionale non significa evidentemente rendere inutile o subalterna la Parola di Dio della Bibbia, bensì, sottraendola da un angusto ruolo di ricetta, assicurarle il compito di `profezia', di orizzonte spirituale profondo entro cui comprendere le formulazioni della Regola.

Concretamente significa riconoscere che le Costituzioni possiedono una sicura garanzia di autenticità e portano un mistero di grazia (è lo stesso Spirito del Libro sacro che propone il senso vivo delle Costituzioni); significa ulteriormente accettare le parole della Regola con l'atteggiamento dovuto alla Parola più grande, ricca e radicale, espressa nella Scrittura: un atteggiamento di ascolto sincero e fedele (cf. ad es. Dt 4-6; Mt 7,24-26), con la gioia che viene dall'osservanza della Parola di Dio (Rm 15,4); significa attingere dall'ispirazione biblica quella chiamata in giudizio, quel confronto della nostra condotta concreta con il disegno che Dio ha su di noi, quella messa in crisi che sempre la Parola vivente di Dio (cf. Eb 4,12-13) opera, quando penetra in noi.

Senso spirituale profondo, appello alla conversione e insieme conforto della speranza: ecco alcune risonanze interiori offerte al salesiano quando legge le Costituzioni nel contesto più grande della memoria biblica.

In questo vitale processo di interazione fra parola biblica e parola costituzionale il salesiano attua il doppio momento che unicamente garantisce un'accoglienza genuina e vivificante della Parola di Dio: impara a leggere le Costituzioni con la Bibbia, ed insieme apprende a leggere la Bibbia con le Costituzioni, con lo spirito di Don Bosco e della tradizione salesiana. Per cui, mentre alla Scrittura riconosciamo con la Chiesa il momento sorgivo o di partenza della Parola di Dio, vediamo nelle Costituzioni come un punto di arrivo, un appuntamento attuale della Parola con noi, l'incontro con il «Padre che è nei cieli e viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e parla con essi». Non identità dunque, né separazione, ma continuità sostanziale, anche nella motivata diversità delle parole, nell'unico Mistero che salva.

4.4 Come in uno specchio.

Chiaramente il genere letterario quanto mai sintetico delle Costituzioni, pur collocandosi in un clima interamente animato dall'ispirazione biblica, non consente di fare riferimento esplicito alla Scrittura se non per «frammenti» emblematici, come specchio di un quadro più grande. Come è facile appurare, il dato biblico non viene strumentalizzato, ma chiaramente rimane il compito di collocare ogni citazione nel contesto omogeneo più ampio da cui è presa.

Non basterebbe però un approfondimento puramente esegetico,

che vada dalla Bibbia alle Costituzioni. In forza dell'unità dell'azione divina, per cui, come dice Gesù, albero e frutti si riconoscono vitalmente (Mt 7,16-19), diventa necessario ricordare almeno certi riscontri che sembrano stimolare alcuni peculiari accenti di una lettura nostra della Scrittura (come viene esemplificato in Cost 11). In questo modo più chiaramente appariranno quelle ricchezze della Parola di verità, che Dio intende manifestarci attraverso l'esperienza evangelica della nostra Famiglia spirituale.

PROEMIO

Il libro della Regola è per noi Salesiani il testamento vivo di Don Bosco. Egli ci dice: «Se mi avete amato in passato, continuate ad amarmi in avvenire con l'esatta osservanza delle nostre Costituzioni».'

Don Michele Rua, primo successore di Don Bosco, ci ripete: - Quando il nostro Padre inviò i suoi primi figli in America, volle che la fotografia lo rappresentasse in mezzo a loro nell'atto di consegnare a don Giovanni Cagliero, capo della spedizione, il libro delle Costituzioni, come dicesse: «Vorrei accompagnarvi io stesso, ma quello che non posso fare io, lo faranno queste Costituzioni.

Custoditele come preziosissimo tesoro».1

1 MB XVII, 258

2 Cf DON RUA, L. 1.12.1909

Le grandi «Regole» degli antichi Ordini religiosi sono spesso precedute da un Prologo o Proemio di natura dottrinale e spirituale, che ha lo scopo di creare un clima intensamente evangelico per introdurre il lettore a meditare e praticare con frutto il libro di vita che gli viene proposto.

Anche le Congregazioni religiose nate più recentemente - in particolare alcune sorte nell'800 fecero talvolta precedere al testo delle loro Costituzioni una Introduzione o Proemio, di indole generalmente storica, al fine di presentare la Congregazione nella sua origine e di conservare meglio la memoria del Fondatore o le circostanze della fondazione.

Anche Don Bosco voleva premettere al testo delle Costituzioni da lui scritte una Introduzione, che troviamo in tutte le redazioni dal primo abbozzo del 1858 fino a quella del 1873 (secondo testo a stampa, in lingua latina, dopo la ripresentazione delle «animadversiones» romane). Tale Introduzione consisteva in un Proemio sull'importanza dell'educazione della gioventù e in un capitolo intitolato «Origine di questa Società» in cui il Fondatore tendeva a sottolineare la continuità fra ciò che era sorto in Torino fin dal 1841 e la Società salesiana, delle cui Costituzioni chiedeva alla Santa Sede l'approvazione.'

1 Cf. G. BOSCO, Costituzioni della Società di San Francesco dì Sales, 1858.1875, a cura di F. MOTTO, p. 58-71

Ma la prassi canonica del tempo era mutata ed era divenuta contraria a queste forme di «Proemio», che precedevano la vera e propria normativa, per cui era frequente l'osservazione ai nuovi testi: «Prologi expungantur» («Si eliminino i Prologi»). Infatti tra le «animadversiones» rivolte alle Costituzioni della Società salesiana, proposte da Don Bosco, leggiamo la seguente: «Non essendo solito che la Santa Sede approvi nelle Costituzioni il proemio e l'elogio storico dell'Istituto, dovrebbero entrambi togliersi».

Don Bosco, accogliendo la decisione della Congregazione romana, tolse sia il Proemio che il capitolo introduttivo di carattere storico, così che il testo approvato nel 1874 inizia immediatamente con il primo capitolo: «Societatis salesianae finis» («Scopo della Società di S. Francesco di Sales»).

Si può osservare che la prassi delle Congregazioni romane divenne in seguito ancor più esigente, fino a proibire che nelle Costituzioni degli Istituti religiosi comparisse persino il nome del Fondatore («Nelle Costituzioni generalmente non si fa menzione del Fondatore né si possono approvare citazioni delle sue parole»).2 Nelle «Normae secundum quas» del 1901 veniva codificata tale norma: «Nelle Costituzioni non si inseriscano prefazioni, introduzioni, proemi, notizie storiche, lettere di

esortazione o di elogio».3

Il Concilio Vaticano II, ridonando alle Costituzioni degli Istituti religiosi - come abbiamo visto - il loro significato più autentico di vera Regola di vita evangelica, e sottolineando fortemente che all'origine di esse vi è l'esperienza spirituale del Fondatore, riapriva la strada a dei testi che mettessero meglio in risalto l'ispirazione primigenia del carisma proprio.

t in questa luce che il Capitolo Generale Speciale, avendo presente le prime stesure delle Costituzioni del nostro Fondatore, volle premettere al testo un «Proemio» come introduzione. Tale Proemio aveva un tono squisitamente spirituale: era una breve ma efficace spiegazione del senso della Regola e un invito a seguirla con amore.

2' «In Constititionibus generatim non fit mentio de Fundatore nec probari possunt verba+. È una delle ~animadvcrsiones~ fatte alle Costituzioni delle .Soeurs de Si. Joseph', Annecy. 12 maggio 1897, ad. 1.

3 «Non adinittantur in Constitutionibus praefationrs, mtroductiones, proemia, notitiac historicae, littcrae hortatoriac vei laudatonac», Normae secundum qual, n. 24.

Ma già nel CG21 e successivamente durante la preparazione del CG22 furono avanzate delle proposte per dare al Prologo un carattere maggiormente storico, richiamando fin dall'inizio la presenza viva di Don Bosco attraverso il libro della Regola: il progetto religioso si manifesta, infatti, nella viva adesione allo spirito del Fondatore

Il CG22, facendo proprie alcune proposte pervenute dai C.I., decise di trasferire i contenuti del Proemio delle Costituzioni del '72 nella conclusione del nuovo testo e di comporre un Prologo nuovo di sapore storico-spirituale.

Dal punto di vista strutturale l'attuale Prologo è assai semplice: esso si compone di due brevi citazioni, una dello stesso Don Bosco e una del suo primo successore, il beato don Michele Rua. Unico è il pensiero e lineare la considerazione proposta: la fedeltà a Don Bosco Fondatore dopo la sua morte o là dove egli non può essere personalmente presente, si realizza e si rivela nell'osservanza delle Costituzioni.

L'attenzione al Fondatore, richiesta dal Vaticano Il per i testi delle Costituzioni rinnovate, viene così resa esplicita fin dalle prime parole del testo, parole che sono immediatamente visualizzate dalla fotografia di Don Bosco che consegna il libro della Regola a don Giovanni Cagliero, capo della prima spedizione missionaria: questa foto storica è parte integrante dello stesso Proemio.

Vogliamo fermarci brevemente sui due capoversi del testo.

La citazione che apre le Costituzioni è tratta dalla commovente «lettera di congedo» di Don Bosco ai suoi «cari ed amati figlioli in Gesù Cristo». L'intera lettera poi è inserita in quel fondamentale documento di spiritualità, di pedagogia e prassi salesiana, che nella tradizione ha assunto il nome di «testamento spirituale» di Don Bosco, e che nelle sue formule incisive, scultoree, cariche di significato, ancora una volta è stato pubblicato in Appendice al testo delle Costituzioni.4

Come introduzione dell'intera Regola è posta così la parola viva di Don Bosco: «Se mi avete amato in passato, continuate ad amarmi in

" Cf. Costituzioni 1984, Appendice, p. 255-258. La «lettera di congedo dai tempi di Don Rua in poi fu sempre inserita nel volume "Pratiche di pietà in uso nelle Case salesiane; daI CGS è stata posta in Appedice al testo delle Costituzioni insieme con altri passi del «testamento spirituale» (cf. RSS anno IV 1985 x.t, p. 82).

avvenire colla esatta osservanza delle nostre Costituzioni».S Per il suo contenuto e per la posizione che occupa, questa parola dei Padre diventa, oltre che un faro, alla cui luce occorrerà sempre riferirsi per evitare di cadere in fraintendimenti, anche un'adeguata chiave di discernimento per capire il senso e il valore delle Costituzioni.

La realtà della Congregazione salesiana rimarrebbe infatti vaga, indecifrabile, qualora la grande ricchezza dottrinale delle Costituzioni rinnovate non venisse letta sapientemente come l'espressione della volontà di Don Bosco e del carisma che lo Spirito ha suscitato per mezzo di lui. Senza un rapporto con Don Bosco, efficace tanto nella sua realtà giuridico-istituzionale (=osservanza delle Costituzioni) quanto in quella affettivo-spirituale («Se mi avete amato in passato... continuate ad amarmi...»), i Salesiani non avrebbero diritto di cittadinanza nell'ambito della vita religiosa, privi come sarebbero delle loro originali radici.

Il testo esprime tutto questo anche con la significativa affermazione: «Il libro della Regola è per noi Salesiani il testamento vivo di Don Bosco». Quante volte Don Bosco ha presentato la Regola come il ricordo più vivo che avrebbe accompagnato i suoi Figli: «Figlioli miei, osservate le nostre sante Regole. Ecco il più grande e caro ricordo che questo vostro povero e vecchio padre vi può lasciare»; c «Fate che ogni punto della santa Regola sia un mio ricordo», ripeteva anche alle Figlie di Maria Ausiliatrice.' È questo il convincimento costante della tradizione salesiana, che nelle Costituzioni ha sempre visto presente Don Bosco, il suo spirito, la sua santità. Basti, al riguardo, la parola di don Filippo Rinaldi, che scrive: «Le Costituzioni, miei cari, sono l'anima della nostra Società e questa fu l'anima di tutta la vita di Don Bosco; perciò la storia di esse è tutta nella vita di lui. Anzi possiamo dire che nelle Costituzioni abbiamo tutto Don Bosco; in esse il suo unico ideale della salvezza delle anime; in esse la sua perfezione con i santi voti; in esse il suo spirito di soavità, di amabilità, di tolleranza, di pietà, di carità e di sacrifizio...»8

5 MB XVII, 258

6 MB XVII. 296

7 MB X, 647

8 Cf. ACS n. 23, 24 gennaio 1924, p. 177

Nel secondo capoverso si trova la conferma di questa convinzione profonda attraverso la testimonianza del primo successore di Don Bosco. Don Rua ricorda il toccante episodio della partenza dei primi missionari e il significativo gesto del Padre che consegna il libro della Regola al capo spedizione, don Giovanni Cagliero. È dello stesso don Rua la spiegazione: «Quante cose diceva Don Bosco con quell'atteggiamento! Era come se dicesse: Voi traverserete i mari, vi recherete in paesi ignoti, avrete da trattare con gente di lingue e costumi diversi, sarete forse esposti a gravi cimenti. Vorrei accompagnarvi io stesso, confortarvi, consolarvi, proteggervi. Ma quello che non posso fare io stesso, lo farà questo libretto. Custoditelo come preziosissimo tesoro».9 Non c'è parola più chiara per dire che Don Bosco è davvero presente nella Regola ed è al fianco di colui che vuole intraprendere l'avventura salesiana per guidarlo, incoraggiarlo, sostenerlo.

Notiamo come don Rua proponga l'osservanza delle Costituzioni non solo come espressione di attaccamento a Don Bosco, ma anche come testimonianza di obbedienza alla sua parola: «Custoditele come preziosissimo tesoro». Don Bosco stesso ci invita a conservare quel tesoro spirituale, che il Signore ha voluto dare alla Congregazione salesiana: tesoro perché Dio stesso, insieme alla sua Santissima Madre, le ha ispirate; tesoro perché sono una via evangelica di carità; tesoro perché per mezzo di esse numerosi confratelli hanno camminato nella santità. Don Rua, nella stessa circolare che riferisce il suddetto episodio, aggiunge: «Esse sono il libro della vita, la speranza della salute, il midollo del Vangelo, la via della perfezione, la chiave del Paradiso, il patto della nostra alleanza con Dio».

Si può concludere dicendo che questo breve Proemio ci fa intuire immediatamente che cosa ha sempre significato lo «stare con Don Bosco», ricevendo in eredità il suo testamento spirituale. Il commento di don Rua parla di intensa comunione di affetto, in una cordialità di famiglia, con un Padre sempre presente tra noi, che guida, stimola, illumina e intercede affinché non cessiamo mai, dovunque e in ogni attività, di essere gli instancabili e fedeli «missionari dei giovani».(10)

9D. RUA, Lettera del 1.12.1909 in Lett. circolari, p. 498

10  Cf. E.VIGANÒ, 1! testo rinnovato della nostra Regola dì vita, ACG n. 312 (1985), p. 13

PARTE PRIMA

I SALESIANI DI DON BOSCO NELLA CHIESA

La prima parte delle Costituzioni deve essere vista come «introduttiva» e «fondante» dell'intera Regola di vita: prima che vengano esposti dettagliatamente i grandi principi e le norme che regolano la missione, la vita comunitaria, la pratica evangelica, la formazione ecc., questa parte iniziale si propone di «definire» la Società e di «situarla» globalmente all'interno della Famiglia salesiana, nella Chiesa e nel mondo. Essa rappresenta un «fondamento», perché pone le basi di tutta la costruzione salesiana e delinea i tratti maggiori della nostra identità nella Chiesa.

Si deve osservare che la parte è stata interamente ripensata nei due Capitoli XX e XXII. Il CGS aveva progettato un primo capitolo introduttivo, contenente gli elementi essenziali per descrivere il volto della Congregazione salesiana nella Chiesa e di fronte al mondo. Il titolo stesso dato a quel capitolo, «I Salesiani di Don Bosco nella Chiesa» (ora proprio dell'intera prima parte), coincidente con il titolo del primo documento del CGS, segnalava il proposito di delineare in forma globale, anche se germinale, l'identità della Congregazione: ciò corrisponde alla sostanza di quanto le precedenti Costituzioni presentavano sotto il titolo «Lo scopo della Società salesiana».

Il CG22, facendo proprio il piano complessivo del testo costituzionale elaborato dal CGS, ha collocato nella prima parte altri due capitoli che presentano degli aspetti della vocazione salesiana che devono pure considerarsi «fondanti» per l'intero progetto apostolico della Società: i tratti tipici dello spirito salesiano (cap. Il) e l'impegno vitale della professione (cap. III). In tal modo la prima parte dà il genuino tono salesiano a tutto il testo. Presenta una visione unificata del nostro stile di santificazione e di apostolato, dirigendoci subito al Fondatore come modello, per scoprire nel carisma ricevuto da Dio e nel suo cuore ricco

di carità pastorale ciò che costituisce l'essenza e l'unità della vocazione salesiana.'

Dal punto di vista strutturale la parte si articola in tre capitoli, nei quali vengono successivamente definiti:

•   cap. I: la natura, le finalità, la missione della Società di San Francesco di Sales, dono dello Spirito Santo alla Chiesa e al mondo;

·     cap. II: lo «spirito» tipico che la anima e di cui è portatrice, -

cap. III: la «professione» religiosa che sigilla l'incontro tra l'amore di Dio che chiama e la risposta personale di ogni confratello, che entra nella Società e si incammina in una via di santità.

Considerata nel suo insieme, questa prima parte è come la risposta a una serie di interrogativi posti alla riflessione del lettore: Chi sono i Salesiani? Qual è la loro origine? Qual è il loro scopo e il loro posto nella Chiesa? Che cosa significa la specificazione «di Don Bosco»? Qual è l'impegno che, liberamente e pubblicamente, ogni salesiano assume entrando nella Società?

Ben a ragione la risposta che emerge e che rappresenta il contenuto di questa parte si può chiamare la «carta d'identità» della nostra

Società.2

Queste indicazioni ci guidano alla lettura delle pagine che seguono. Ogni volta che nel testo incontreremo l'espressione «noi Salesiani di Don Bosco» penseremo all'insieme di note distintive e all'impegno personale e pubblico che i primi tre capitoli mettono in luce nella loro unità. Le parti successive riprenderanno e svilupperanno in forma completa gli aspetti concreti della vita e della missione del salesiano, ma sempre alla luce di quello spirito che fin dall'inizio è delineato con chiarezza.

1 E. VIGANO, Il testo rinnovato della nostra Regola di vita, ACS n. 312 (1985), p. 13

2 Ivi

CAPITOLO I

LA SOCIETÀ DI SAN FRANCESCO DI SALES

«!o stesso cercheró le mie pecore e ne avrà cura... lo susciterò per loro un pastore unico... Egli le condurrà a1 pascolo, sarà il loro pastore» (Ez 34, 11.23).

La citazione di Ezechiele è quanto mai significativa all'inizio del primo capitolo delle Costituzioni per affermare l'amore di Dio che si manifesta in Gesù buon Pastore e in Don Bosco, che di Gesù Pastore ha voluto essere un'immagine viva.

Quella del pastore come immagine della `guida' e del 'capo' è di antichissima tradizione in tutto il medio-oriente antico. In Israele viene applicata a Dio (per es. Sa] 23,80) e al re, quale segno di Dio, specificamente a Davide (Sai 78). Ezechiele nel cap. 34 ne traccia un quadro ampio e vigoroso secondo uno sviluppo storico-salvifico che comprende tre aspetti;

- denuncia dei pastori cattivi del popolo di Dio, in quanto maltrattano le pecore malate e aumentano lo sbandamento nel gregge (vv. 1-6);

- decisione di Dio di prendersene cura egli stesso, con amore preveniente e delicato, ma anche forte e protettivo di fronte ai malvagi (vv. 7-22);

- scelta di un pastore ideale, visibile, instauratore di una nuova alleanza fra Dio e il popolo, mediante il quale Dio sì prenderà cura specifica e personale del suo gregge (vv. 23-31).

Avvicinato ad altri testi (quali 2 Sam 75-7; Is 9,1-6; Ger 23, 1-6), si fa chiaro il carattere messianico del nostra testo. Gesù, proclamandosi solennemente «buon pastore» (Gv 10), si pone come compimento éscatologico dell'oracolo divino. E in questo ruolo apparirà nella citazione di Mc 6,34 nel cap. IV delle Costituzioni a proposito dei destinatari della nostra missione. Al suo seguito, fedeli a Lui come modello esclusivo, si muoveranno «i pastori» nella comunità (cf. 1 Pt 5, 2-3, che fa da citazione ispirativa nel cap. XI).

Si noti la grande novità che il compimento escatologico in Cristo porta al ruolo del Pastore nella Nuova Alleanza. Egli è il vero e unico mo dello della «pastorale» nella Chiesa, con caratteristiche di estrema originalità, che richiedono coraggio e inventiva nella attuazione.'

dello della «pastorale» nella Chiesa, con caratteristiche di estrema originalità, che richiedono coraggio e inventiva nella attuazione.'

Ricordando la figura di Don Bosco, al quale fin dal sogno dei nove anni il Signore rivelò la vocazione di pastore e che fu pastore per l'arco di tutta la sua vita (Cast 10), si è inteso con Ez 34 porre in testa alle Costituzioni la profezia che costituisce in certo modo l'identità profonda della «Società sì San Francesco di Sales». Tutti gli articoli che seguono, così solcati dal termine «pastorale», andranno intesi come concreto, fedele adempimento di questa profezia.

* * *

All'interno della prima parte questo capitolo ha lo scopo di presentare, come in sintesi, il progetto apostolico della Società di San Francesco di Sales, facendone vedere l'origine carismatica e l'identità profonda e descrivendone la missione specifica nella Chiesa, per la salvezza della gioventù.

L'«architettura» del capitolo, voluta già dal CGS, è assai lineare e si organizza attorno a due serie di articoli: gli articoli 1-4, che mirano a definire con precisione l'identità della nostra Società in se stessa (la sua origine, la sua natura e missione, la sua forma ecclesiale); e gli articoli 5-9, che vogliono definirla in relazione con realtà sempre più ampie: con la Famiglia salesiana, con la Chiesa pellegrinante, con il mondo contemporaneo, con la Gerusalemme celeste e, in particolare, con Colei che dal Signore è stata data come Madre e Ausiliatrice.

Se da una parte l'intero capitolo vuol essere uno sviluppo del primo articolo delle Costituzioni scritte dal nostro Fondatore sullo «scopo della Società», dall'altra si vede l'influsso del Vaticano II nell'organizzazione della materia.

Secondo la dottrina del Concilio la Chiesa:

- è prima di tutto il frutto di una libera elezione, vocazione, santificazione divina, da ricondurre alla presenza in essa dello Spirito del Cristo risorto;

'1 CF. ACG n. 316 (1986), p. 14-17

- è costituzionalmente un mistero di comunione, di unione degli uomini con Dio e fra loro, in forza della Parola e dei Sacramenti, della fede e della carità;

- è essenzialmente missionaria, partecipe della missione di Cristo e del suo Spirito, e quindi inviata al mondo;

attua la sua missione nel servizio o diaconia all'uomo, in quanto è «sacramento universale di salvezza»;

in essa tutti i membri sono chiamati ad un'unica santità, che consiste nella perfezione della carità, da attuare nei vari ministeri e carismi e nelle diverse forme di vita;

è il Popolo di Dio, pellegrinante nella storia, chiamato al rinnovamento perenne e sorretto dalla speranza nel cammino verso il suo compimento escatologico: in questo cammino è accompagnato da Maria, Vergine e Madre, e dai Santi.

II primo capitolo delle Costituzioni definisce la Società salesiana proprio facendo riferimento ai lineamenti essenziali del mistero della Chiesa:

- parla della origine e vocazione divina della Congregazione: «crediamo che la Società di San Francesco di Sales è nata non da solo progetto umano, ma per iniziativa di Dio» (Cost I);

-- richiama il mistero di comunione che unisce i membri fra loro e con la Chiesa: «Noi, Salesiani di Don Bosco, formiamo una comunità di battezzati» (Cost 2); «la vocazione salesiana ci situa nel cuore della Chiesa» (Cost 6);

- evidenzia la natura missionaria della Società salesiana: gli art. 2 e 3 parlano del «progetto apostolico del Fondatore» e della «missione» (partecipazione di quella della Chiesa) affidata ai Salesiani, sottolineandone la natura «sacramentale»: «essere nella Chiesa segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri» (Cost 2);

- ricorda che nella Società tutti i membri sono chiamati alla santità in una specifica forma di vita consacrata (Cost 2-3);

afferma che la vocazione salesiana, chiamandoci ad essere «evangelizzatori dei giovani», ci inserisce nel grande «sacramento di salvezza» per il mondo (Cost 6-7), in unione con gli altri gruppi della Famiglia salesiana (Cost 5);

- ricorda, di conseguenza, che la Società salesiana, parte viva della Chiesa, è, in essa e con essa, pellegrina nel tempo e cammina verso la speranza: in questo cammino ha al suo fianco Maria, Madre e Ausiliatrice, e i Santi che le sono dati come Patroni e Protettori (Cost 8-9).

Secondo questo schema possiamo meglio comprendere il piano dei contenuti del capitolo:

·   L'origine carismatica della nostra Società

- l'azione di Dio nella vita e nell'azione della Società: art. 1

·   L'identità della nostra Società

-          sul piano dell'essere e dell'agire: art. 2

-          sul piano ecclesiale: art. 3

-          sul piano giuridico-istituzionale: art. 4

·   La posizione e il ruolo della nostra Società

- nel servizio alla Famiglia salesiana: art. 5

-  nel servizio alla Chiesa: art. 6

- nel servizio al mondo contemporaneo: art. 7

·   La nostra Società in comunione con la Gerusalemme celeste

 - la presenza singolare di Maria: art. 8

-          l'intercessione dei Patroni e dei Protettori: art. 9

Vogliamo ancora osservare come questo capitolo concentri la sua attenzione specificamente sulla Società di San Francesco di Sales, sul suo progetto comunitario ed ecclesiale; lo fa tuttavia sempre con una prospettiva personale, nel senso che le persone, impegnandosi nella professione, si sentono direttamente coinvolte: «noi Salesiani di Don Bosco formiamo..— offriamo... siamo... abbiamo cura... annunciamo... contribuiamo... accogliamo... ci affidiamo... veneriamo».

Non potremo capire pienamente molte affermazioni del testo se non le guarderemo con il cuore di Don Bosco, con l'amore che egli portava alla Società, che sapeva voluta da Dio. La Congregazione - egli diceva - «non diede passo senza che qualche fatto soprannaturale non lo consigliasse; non mutamento o perfezionamento o ingrandimento che

non sia stato preceduto da un ordine del Signore».2 Scrive lo storico: Ai Salesiani, con termini che non usa con altri, Don Bosco parla da profeta e vaticinatore. Ciò facendo egli tiene ad annodare strettamente il problema singolo e quello collettivo. Il trovarsi con Don Bosco rientra in un piano divino .3

Quando, nel 1869, la Pia Società fu definitivamente approvata Don Bosco ebbe a dire: «La nostra Congregazione è approvata: siamo vincolati gli uni gli altri... Dio ha accettato i nostri servigi. Non siamo più persone private, ma formiamo una Società, un corpo visibile:... tutto il mondo ci osserva e la Chiesa ha diritto all'opera nostra a

MB XII, 69

a P. STELLA, Dori Basco nella storia della religiosità cattolica voi. II, PAS-Verlag 1969, cf, p. 379-382

4 MB IX, 572

ART. 1 L'AZIONE DI DIO NELLA FONDAZIONE E NELLA VITA DELLA NOSTRA SOCIETA.

Con senso di umile gratitudine crediamo che la Società di San Francesco di Sales è nata non da solo progetto umano, ma per iniziativa di Dio.' Per contribuire alla salvezza della gioventù, «questa porzione la più delicata e la più preziosa dell'umana società»,1 lo Spirito Santo, suscitò, con ('intervento materno di Maria, san Giovanni Bosco.

Formò in lui un cuore di padre e di maestro, capace di una dedizione totale: «Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani».'

Per prolungare nel tempo la sua missione lo guidò nel dar vita a varie forze apostoliche, prima fra tutte la nostra Società.

La Chiesa ha riconosciuto in questo l'azione di Dio, approvando le Costituzioni e proclamando santo il Fondatore.

Da questa presenza attiva dello Spirito attingiamo l'energia per la nostra fedeltà e il sostegno della nostra speranza.

1 Cf- MO, 16

2' MB Il, 45

3 MO XVIII, ?5A

Il primo articolo della Regola salesiana incomincia con un atto di fede e di gratitudine a Dio: esso riconosce ufficialmente che la Congregazione è un dono dello Spirito per «contribuire alla salvezza della gioventù.

Nei cinque capoversi sono descritti gli aspetti di questa realtà carismatica, ma il rilievo principale è dato proprio al riconoscimento della «presenza attiva della Spirito» sia nelle origini della Congregazione che nella sua vita presente.

L'iniziativa di Dio nella fondazione della nostra Società.

Il salesiano, che legge le Costituzioni con fede e con «umile gratitudine», crede che la Società salesiana non può essere spiegata semplicemente come frutto di genialità umana o di generosità naturale. Lo Spirito del Signore è intervenuto per farla nascere e per inserirla nel movimento della Storia della salvezza.

Questa convinzione di fede è quella stessa che ebbe Don Bosco. «La persuasione di essere sotto una pressione singolarissima del divino, domina la vita di Don Bosco... La fede di essere strumento del Signore per una missione singolarissima fu in lui profonda e salda... Ciò fondava in lui l'atteggiamento religioso caratteristico del 'Servo biblico', del 'profeta' che non può sottrarsi ai voleri divini».' Tipica è la riflessione di don Cafasso: «Per me Don Bosco è un mistero. Sono certo però che Dio solo lo guida»? Lo stesso Don Bosco ebbe a dire in una conferenza ai direttori il 2 febbraio 1876: «...diciamolo qui tra noi, le altre Congregazioni e Ordini religiosi ebbero nei loro inizi qualche ispirazione, qualche visione, qualche fatto soprannaturale, che diede la spinta alla fondazione e ne assicurò lo stabilimento; ma per lo più la cosa si fermò a uno o a pochi di questi fatti. Invece qui tra noi la cosa procede ben diversamente. Si può dire che non vi sia cosa che non sia stata conosciuta prima».3

Per esprimere la natura carismatica della Società il testo usa l'espressione: «per iniziativa di Dio». Essa contiene un riferimento all'azione della Trinità: va letta, infatti, come progetto del Padre per salvare la gioventù; come azione del Figlio che a Giovanni, dopo averlo chiamato per nome, ordina di porsi alla testa dei fanciulli del sogno;' come intervento dello Spirito Santo che forma in lui il «padre e maestro dei giovani».

Vogliamo notare l'espressione «per contribuire alla salvezza della gioventù»: il verbo «contribuire dice, con realismo e umiltà, come il lavoro di Don Bosco e dei Salesiani debba essere visto nella prospettiva di Dio, «senza del quale non possiamo far nulla», e alla luce della nostra collaborazione con la Chiesa, la cui azione pastorale collega numerose altre forze: noi diamo il nostro contributo.

Si osservi ancora che la «salvezza» di cui qui si parla --- come più ampiamente le Costituzioni spiegheranno in seguito -- non è soltanto la salvezza dell'anima, ma la salvezza del giovane nella sua totalità e interezza, alla quale è unito il miglioramento della stessa società.

1 P. STELLA, Dove Bosco nella storia della religìos là cattolica, gol. II, PAS-Verlag 1969, p. 32

2 MB IV, 588

3 MB XII, 69

4CL.MS I,124

Tutto questo può essere ben riassunto con le parole che Pio IX rivolse a Don Bosco nell'udienza del 21 gennaio 1877: «lo credo di svelarvi un mistero - diceva il Papa; io sono certo che questa Congregazione sia stata suscitata in questo tempo dalla Divina Provvidenza per mostrare la potenza di Dio: sono certo che Dio ha voluto tenere nascosto fino al presente un importante segreto, sconosciuto a tanti secoli e a tante altre Congregazioni passate. La vostra Congregazione è la prima nella Chiesa di genere nuovo, fatta sorgere in questi tempi in maniera che possa essere Ordine religioso e secolare; che abbia voto di povertà e insieme possedere; che partecipi del mondo e del chiostro, i cui membri siano religiosi e secolari, claustrali e liberi cittadini. Il Signore ciò manifestò ai giorni nostri e questo io voglio svelarvi. La Congregazione fu istituita affinché nel mondo... si desse gloria a Dio. Fu istituita perché si vegga e vi sia il modo di dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare.'

Don Bosco Fondatore suscitato e Formato dallo Spirito.

L'azione dello Spirito si manifesta anzitutto in Don Bosco. L'articolo mette in risalto tre aspetti di questo intervento dello Spirito alle origini della Congregazione.

«Suscita» un uomo che si dedichi totalmente al bene della gioventù, «questa porzione la più delicata e la più preziosa dell'umana società». L'azione è dello Spirito del Signore, ma fin dall'inizio le Costituzioni sottolineano la presenza materna di Maria: «Io ti darò la Maestra sotto la cui disciplina puoi diventare sapiente».6

«Forma» in lui le qualità necessarie per la missione che è chiamato a compiere: «Dio gli donò un cuore grande come le sabbie del mare»,' un cuore di «padre e maestra»,5 «capace di una dedizione totale». In questo processo di formazione è evidente il senso dinamico del lasciarsi plasmare.

5 MB XIII, 82

6  MB 1, 124

7 Canto d'ingresso dell'antica liturgia in onore di san Giovanni 8 Bosco e Dalla colletta della Messa di san Giovanni Bosco

«Lo guida a dar vita...», cioè lo guida ad essere «Fondatore» di varie forze apostoliche. La forza dello Spirito rivela uno dei modi con cui storicamente si esprime la sua inesauribile creatività di «anima della Chiesa». Don Bosco Fondatore, docile allo Spirito, assume una missione, che svolgerà con fedeltà: il carisma personale si trasforma in un carisma al servizio della Chiesa. Questo fa sì che egli diventi un uomo della Chiesa, tale da non essere più proprietà soltanto nostra, ma «patrimonio ecclesiale».

La risposta di Don Bosco a questa voce dello Spirito è ben sintetizzata nelle parole del Santo, che esprimono il suo sì incondizionato: «Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani».9 Traspare l'amore profondo e paterno di Don Bosco e la sua totale dedizione.

Le varie forze apostoliche a cui Don Bosco dà inizio.

Suscitando Don Bosco, lo Spirito Santo è all'origine di un insieme di forze apostoliche, prima fra tutte la Società salesiana, che operano per la salvezza della gioventù.

È questo un primo accenno al «movimento» e alla «Famiglia» salesiana (cf. Cast 5), la cui finalità è «prolungare nel tempo» ciò che Don Bosco ha iniziato nella sua vita.

Il Fondatore è portatore di un progetto di vita, realizzato non solo per il suo tempo, ma per il futuro. Egli si apre su vasti orizzonti, è persuaso che i piani di Dio, che ha intravisto, sono sicuri: «11 Signore aspetta da voi cose grandi: io le vedo chiaramente e distinte, in ogni parte, e potrei già esporvele una per una».11 Il «campo è aperto»,12 l'orizzonte si allarga sul tempo, «non solo in questo secolo, ma anche nell'altro e nei futuri secoli». 13

9° MB XVILI, 258

10 Cf. MR 11: Al carisma dei Fondatori (ET, 11) si rivela come un'esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita».

11 MB XII, 83

12  MB IX 714

13 MB XII, 466

Nella Chiesa e per la Chiesa.

Con un duplice atto la Chiesa riconosce questa presenza del divino sia in Don Bosco che nella sua opera: con 1' approvazione delle Costituzioni e mediante la canonizzazione del Fondatore.

- L'approvazione della Regola da parte dell'autorità ecclesiatica non fu - per il Fondatore - né rapida né facile. «Le difficoltà durarono ben 16 anni e senza una speciale assistenza del cielo egli non le avrebbe mai superate» .14 Ma quando giunse l'approvazione Don Bosco potè dire: «Questo fatto deve essere da noi salutato come uno dei più gloriosi della nostra Società, come quello che ci assicura che nell'osservanza delle nostre Regole noi ci appoggiamo a basi stabili, sicure e, possiamo dire, anche infallibili».1

- Il riconoscimento della santità del Fondatore da parte della Chiesa venne presto: il popolo di Dio lo stimava santo e il Papa Pio XI lo canonizzò solennemente il giorno di Pasqua del 1934. Il mondo cattolico esultò per questa proclamazione ed aprì ovunque le porte alla Congregazione. 1 Fondatore è la Regola incarnata e la Regola descrive il nostro patto di alleanza con Dio: Don Bosco Santo diventa il modello della nostra santità, la sua Regola traccia per noi il cammino della santificazione. L'uno è l'altra sono tesori da offrire alle Chiese particolari.

Questa presenza dello Spirito Santo non è soltanto alle origini, ma è sempre attuale.

I Salesiani, che lo Spirito ha voluto chiamare a lavorare con Don Bosco, ricevono continuamente dallo stesso Spirito l'energia per continuare con fedeltà la sua opera e la sua santità. La Congregazione è una realtà carismatica: essa, che ha nello Spirito il Responsabile primo della sua origine, continua ad avere in Lui il Responsabile e il Protagonista della missione a cui si dedica nella storia: lo è, evidentemente, nella misura in cui si conserva attenta e docile ai suoi impulsi.

14 n. RI N ALDI, ACS n. 23, 24 gennaio 1924, p. 180

15' D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, 15 agosto 1875; cf. Appendice alle Costituzioni 1984, p. 217

In questa prospettiva va sottolineato l'atteggiamento spirituale di fondo per una Società che riconosce lo Spirito Santo attivamente presente in essa: la docilità alla voce dello Spirito. L'azione di Dio, evidentemente, non autorizza nessuna forma di passività; accresce anzi la nostra responsabilità, e la nostra collaborazione con Lui diventa una necessità quotidiana.

La Regola ci ricorda che la fede nella «presenza attiva» dello Spirito suscita due atteggiamenti estremamente positivi: la speranza e la fedeltà:

- La Società salesiana non vuole appoggiarsi anzitutto su se stessa, sulle sue risorse, sui suoi successi, ma su Dio che la sostiene; per questo le è consentito di nutrire ogni speranza: è la speranza che alimenta l'impegno apostolico e che il salesiano è chiamato ad irradiare sui giovani (cf. Cost 17 e 62).

- La Società salesiana sa di poter essere fedele a Don Bosco nella misura in cui sarà fedele allo Spirito che suscitò Don Bosco; per questo alimenta costantemente la sua fedeltà alle sorgenti dell'Amore.

Padre infinitamente buono,

in ogni tempo Tu hai chiamato gli uomini a collaborare all'opera della Tua salvezza. Ti diciamo il nostro grazie,

perché hai suscitato Don Bosco,

gli hai dato un cuore di padre e di apostolo,

e lo hai guidato, con la materna assistenza di Maria, nel fondare la nostra Società.

Concedi anche a noi,

chiamati a continuare la stessa missione, la forza e la gioia dello Spirito Santo, perché come Don Bosco

sappiamo donarci interamente ai giovani ed a Te. Per Cristo nostro Signore.

ART. 2 NATURA E MISSIONE DELLA NOSTRA SOCIETÀ

Noi, salesiani di Don Bosco (SDB), formiamo una comunità di battezzati che, docili alla voce dello Spirito, intendono realizzare in una specifica forma di vita religiosa il progetto apostolico del Fondatore: essere nella Chiesa segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri.

Nel compiere questa missione, troviamo la via della nostra santificazione.

A chi domanda: «Chi sono i Salesiani?», le Costituzioni danno questa risposta:

- siamo una comunità di battezzati, docili alla voce dello Spirito,

- viviamo una forma specifica di vita religiosa,

- intendiamo realizzare il progetto di Don Bosco: essere nella Chiesa segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri;

- troviamo la via della nostra santificazione nel compiere questa missione.

In un linguaggio più attuale c'è qui tutta la sostanza dell'antico primo articolo, che parlava del «fine della Società» (o «scopo della Società», secondo la dizione di Don Bosco). La Società viene definita nella sua natura di comunità che accoglie la voce dello Spirito e con riferimento alle finalità che vuole perseguire.

È infatti impossibile dire cos'è la Società senza precisare per che cosa e a chi viene mandata. Ciò è espresso con il termine «missione», che incontriamo per la seconda volta nel testo costituzionale, e che è una delle parole chiavi del vocabolario del CGS;' essa implica diversi elementi: Qualcuno che invia; qualcuno che è inviato; coloro ai quali è inviato il missionario; il servizio che è mandato a realizzare; sotto quale forma e con quali mezzi. Tutto questo è espresso e condensato nell'art. 2 e verrà ampiamente illustrato nel cap. IV.

' Cf. CGS, 23-30

Noi Salesiani di Don Bosco (SDB): chi siamo.

- Siamo una Comunità di battezzati, docili alla voce dello Spirito.

La nostra Società si definisce come «comunità»: comunità è la Congregazione, comunità è Vlspettoria (o la Visitatoria), comunità è il nucleo locale (o «casa») che opera in un determinato territorio.

La comunità riunisce ai vari livelli persone vive, sulla base della vita umana, del Battesimo, della professione salesiana.

Don Bosco esprimeva già questa realtà in un bel testo, su un foglietto in aggiunta a una lettera mandata il 12 febbraio 1864 a Pio IX, in vista dell'approvazione delle Costituzioni, intitolato: «cose da notarsi intorno alle Costituzioni della Società di San Francesco di Sales»: «Lo scopo di questa Società, se si considera ne' suoi membri, non è altro che un invito a volersi unire in ispirito tra loro per lavorare a maggior gloria di Dio e per la salute delle anime, a ciò spinti dal detto di sant'Agostino: `La più divina delle cose divine è di lavorare per guadagnare anime'».'

Ad operare tale unione è lo Spirito Santo (cf. Cost 1): Lui ha provocato il nostro incontro con una vocazione o chiamata; Lui sostiene la nostra comunione con la sua «ispirazione». Perciò noi vogliamo essere docili alla sua voce.

- Intendiamo realizzare nella Chiesa il progetto di Don Bosco.

Il progetto apostolico è il contenuto della chiamata che abbiamo ricevuta e che ci ha riuniti insieme. Viene qui riespresso con altro linguaggio ciò che Don Bosco scriveva: «ogni opera di carità spirituale e corporale verso dei giovani, specialmente poveri».3

Il nuovo testo delle Costituzioni definisce il progetto della Congregazione vista come parte della «Chiesa-Sacramento». Infatti, quando il Concilio, nella Costituzione «Lumen Gentium», ha voluto definire «la natura e la missione universale» della Chiesa, ha fatto ricorso alla nozione ampia di «sacramento», che include la duplice realtà di segno luminoso e di mezzo efficace. La Chiesa si è definita come segno visibile che testimonia Cristo vivente in mezzo al mondo e strumento nelle sue mani che realizza il disegno di salvezza: la comunione di tutti gli uomini con il Padre e tra di loro.'

MB MB VII, 622

' Costituzioni 1875, 1,1 (cf, F. MOTTO, p. 73)

In tal senso la nostra Società, in quanto parte viva della Chiesa, si definisce partecipe della sacramentalità della Chiesa per i giovani, specialmente i più poveri: i Salesiani sono chiamati ad essere segni e testimoni di Cristo risorto (il testo dice «di Dio», ma Dio si rivela nel suo Figlio Gesù Cristo), e portatori attivi del suo amore che intensamente realizza la salvezza oggi.

«Essere segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani»: è una definizione meravigliosa (che le Costituzioni più volte richiameranno); s ma è anche un impegno terribilmente esigente, perché prende tutta la persona, tutta la vita, tutta l'azione dei Salesiani, distaccandoli da loro stessi per incentrarli, nello stesso tempo, sui due poli del Cristo vivo e della gioventù, e sull'incontro dell'uno e dell'altro nell'amore. Impegna i Salesiani ad essere doppiamente servitori di Cristo che li manda e dei giovani a cui sono mandati, a rivelare l'amore-chiamata di Cristo e a suscitare l'amore-risposta dei giovani. Questo è il significato ultimo di tutte le loro «opere di carità spirituale e corporale»!

- In una forma specifica di vita religiosa.

Il progetto apostolico salesiano, quello stesso di Don Bosco, è vissuto con la totalità e radicalità propria della consacrazione religiosa. Le Costituzioni mettono in evidenza, fin dall'inizio, che la coesione della comunità salesiana a tutti i livelli dipende da questo triplice impegno: essere d'accordo sul progetto apostolico salesiano, volerlo realizzare «insieme», aderirvi pienamente con la disponibilità creata in noi dall'obbedienza, povertà e castità evangeliche. Non si può eludere nessuno di questi tre aspetti: l'art. 3 che segue, e tutta la parte seconda, spiegheranno abbondantemente questo principio.

Ci sono altri gruppi «salesiani», tra le «numerose forze apostoliche» di cui parlava t'ari. 1, che sono chiamati a realizzare il progetto di

4° C£. LG, 1. 9. 48

5 Cf. Cose 8. 14. 20. 49. 61. 81. 195

Don Bosco senza la consacrazione religiosa, per esempio i Cooperatori Salesiani: noi ci distinguiamo per il modo e il grado di impegno, anche se ci ritroviamo solidali nello scopo da raggiungere e nello spirito da testimoniare.

La via della nostra santificazione nel compimento della missione.

«Nel compiere questa missione troviamo la via della nostra santificazione». «Santificazione» (meglio che «santità») indica un cammino progressivo di crescita, che comporta tentativi e sforzo. Tale cammino di santificazione o di crescita nella carità era così enunciato nel primo articolo delle antiche Costituzioni: «mentre i Soci si sforzano di acquistare la perfezione cristiana, esercitino ogni opera... verso i giovani...» P

Il salesiano si trova sempre di fronte a questi due impegni: il servizio ai giovani e la santificazione personale. I due traguardi non sono certamente separabili. La letteratura teologica e spirituale prima del Concilio si compiaceva di analizzare, non senza sottigliezze, la diversità dei fini (primario e secondario), con il rischio di opporli tra loro e di introdurre uno stiracchiamento in direzioni diverse nell'anima del religioso.

La dottrina del Concilio, superando tali distinzioni, si presenta in modo più semplice e armonico: i due fini - - quello della «santità personale» e quello dell'impegno «missionario» - sono entrambi importanti e sono inseparabili: nessuno dei due è semplicemente «mezzo» per l'altro. Concretamente ogni apostolo opera la propria santificazione personale compiendo la sua missione; ognuno vive l'amore di Dio e degli altri sotto la forma dell'esercizio del suo dovere quotidiano.

La teologia della vita religiosa oggi insiste molto su questa tipica spiritualità degli Istituti di vita attiva, che chiama spiritualità apostolica, radicata nella «grazia di unità»,' da essa sorretta e nutrita.

Il salesiano, dunque, progredisce nella santità-carità nella misura in cui compie autentiche opere di carità (occorre evidentemente sottolineare che devono essere «autentiche»). La formula delle Costituzioni

6 Costituzioni 1966, art, 1

7 Cf. CGS, 127; PC, 8; PQ, 13-14; cf. Mt 25; 1 Gv 3,16-17

entra precisamente in questa prospettiva: il salesiano raggiunge il suo fine personale realizzando il suo fine apostolico: trova la propria santità nel compiere la sua missione nella Chiesa.

Don Bosco esprimeva così il suo pensiero nel primo progetto delle Costituzioni del 1858: «Lo scopo di questa Società si è di riunire insieme i suoi membri... a fine di perfezionare se medesimi imitando le virtù del nostro Divin Salvatore, specialmente nella carità verso i giovani poveri»." È ciò che il Santo aveva consigliato anche a Domenico Savio: «La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoprarsi per guadagnare anime a Dio».9

O Padre,

docili alla voce del Tuo Spirito, vogliamo, come il nostro Fondatore, essere, nella Chiesa,

segni e portatori del tuo amore ai giovani, specialmente ai più poveri. Donaci di trovare,

nel compimento di questa missione, la via sicura della nostra santità, a gloria del Tuo Nome.

Per Cristo nostro Signore.

8 Costituzioni 1858, 1,1 (cî. F. MOTTO, p. 72)

9 G. BOSCO, Vita del giovanetto Savio Domenico, Torino 1858, p. 53 (OE XI, 203)

ART. 3 LA NOSTRA CONSACRAZIONE APOSTOLICA

La nostra vita di discepoli del Signore è una grazia del Padre che ci consacra' col dono del suo Spirito e ci invia ad essere apostoli dei giovani.

Con la professione religiosa offriamo a Dio noi stessi per camminare al seguito di Cristo e lavorare con Lui alla costruzione del Regno. La missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra consacrazione, vissuti in un unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli.

La missione dà a tutta la nostra esistenza il suo tono concreto, specifica il compito che abbiamo nella Chiesa e determina il posto che occupiamo tra le famiglie religiose.

' Cf. LG, 44

Nel secondo articolo è stata presentata la natura e la missione della Società Salesiana nell'ampia visione della Chiesa «sacramento di saivezza»; questo terzo articolo approfondisce maggiormente la vocazione salesiana, sia personale che comunitaria, considerandola nella luce della «consacrazione religiosa».

La realtà della consacrazione religiosa, essenziale per la nostra identità di religiosi apostoli, viene qui introdotta dalla Regola con un significato preciso e globale. Sappiamo, infatti, che dal Concilio ad oggi si è fatto sempre più chiaro il concetto di consacrazione, inteso primariamente come iniziativa-atto consacrante di Dio, attraverso la mediazione della Chiesa: ad essa corrisponde l'impegno libero del religioso, che offre tutta la sua persona e la sua vita a Dio e al suo Regno. La celebrazione della professione comporta inseparabilmente questi due aspetti, che esprimono il patto d'alleanza tra il Signore e il discepolo.

Intesa in questo senso, la consacrazione mette in evidenza l'unità della nostra esistenza, tutta avvolta dal dono di Dio: essa qualifica ogni aspetto ed ogni momento della nostra vita. Ha quindi un significato totalizzante, come quello della consacrazione battesimale, di cui è radicale espressione e pienezza.

Vediamo in dettaglio i vari elementi che la Regola ci propone.

«Consacrazione», dono del Signore.

Nelle Costituzioni scritte da Don Bosco la parola «consacrazione» non era presente, anche se ne contenevano tutta la realtà; gli orientamenti del Vaticano Il e il seguente sviluppo della teologia della vita religiosa, valorizzando pienamente il concetto di consacrazione, hanno consentito che esso entrasse a far parte del testo delle Costituzioni. L'art. 3, infatti, presentando la nostra vita come «una grazia del Padre che ci consacra col dono del suo Spirito», fa esplicito riferimento al testo della Costituzione «Lumen Gentium», che parla del religioso che «è consacrato da Dia più intimamente al suo servizio».'

La scelta fatta dal CG22 risulta chiara: facendo propria la dottrina conciliare sulla consacrazione religiosa, il Capitolo vuole evidenziare primariamente l'iniziativa di Dio, che è all'origine della nostra vocazione salesiana e ci sorregge continuamente con la grazia del suo Spirito. Strettamente parlando, infatti, «consacrare» è un atto per natura sua riservato a Dio: Egli sceglie, chiama, «mette a parte» una persona o un gruppo per costituirlo in una relazione stabile con Sé, in vista dei suoi disegni. Egli ---- dice il Rettor Maggiore - «ci benedice e ci prende totalmente per Sé impegnandosi a proteggerci, a guidarci e ad aiutarci quotidianamente a progredire nella via evangelica professata. L'oggetto su cui ricadono i benefici di questa azione divina sono le nostre persone di professi: come risposta alla chiamata del Signore, noi ci offriamo totalmente a Lui, così che tutta la nostra esistenza diviene una 'vita consacrata'».2

Così intesa, la consacrazione esprime adeguatamente la dimensione teologale della nostra vita, la quale è posta tutta sotto l'azione di Dio, che ci ha chiamati e riservati per una particolare partecipazione alla missione della Chiesa.

All'iniziativa di Dio, che chiama e consacra, il salesiano risponde, attraverso la professione, offrendo tutta la sua persona e la sua vita a Dio e al suo Regno: messo in uno stato di «consacrato», egli si dedica (si vota) interamente al servizio di Colui che lo ha scelto.

1' Cf. LG, 44, A proposito della dottrina della Costituzione Lumen Ge niiunt» sulla consacrazione si teda il riferimento fatto dal Rettor Maggiore D. Egidio Viganò nel discorso conclusivo &I CG22 (Documenti CG22,n. 63)

2' E. VIGANO, Il testo rinnovato della nostra Regola di vita, ACG n- 312 (1985), p. 14

Non sarà mai sottolineato abbastanza il carattere di globalità e di totalità, che è proprio della consacrazione religiosa: essa investe tutta la vita. I testi conciliari, quando parlano dei «consacrati», dicono che la loro donazione viene fatta attraverso la professione dei consigli evangelici: è questo il denominatore comune di tutti i tipi di vita consacrata. Ma, parlando degli Istituti «dediti alle opere di apostolato» il Concilio afferma che la stessa azione apostolica e le opere di carità, compiute come missione sacra ricevuta da Dio, «fanno parte della natura stessa» della vita religiosa?

In questo modo la «consacrazione religiosa salesiana», compresa nella sua accezione propria e globale, evidenzia l'unità di tutta la nostra esistenza. Con la professione dei consigli evangelici il salesiano offre tutta la vita, progettata secondo il disegno apostolico descritto nella Regola. Così ogni elemento e ogni aspetto della vita viene posto sotto l'azione di Dio. Ciò è assai importante per la nostra prassi concreta.

E’ opportuno fare ancora due rilievi.

--- Anzitutto occorre ricordare che la consacrazione religiosa, nel suo significato profondo, richiama fortemente il fondamento dell'opzione fondamentale di fede del Battesimo. Secondo i testi del Concilio, infatti, la consacrazione religiosa opera un radicamento interiore più profondo («intimius consecratur», «intimius radicatur») e una espressione esteriore più ricca («plenius exprimit») della consacrazione battesimale.4 Riprenderemo questi concetti parlando della vita secondo i consigli (cf. Cost 60).

--- In secondo luogo si deve rilevare il carattere peculiare della consacrazione come l'incontro di due amori, di due libertà che si fondono: il «Padre che ci consacra» e noi che «ci offriamo totalmente a Lui». In questa mutua fusione di amicizia l'iniziativa dell'alleanza proviene da Dio, ma è confermata dalla nostra libera risposta: è Lui che ci ha chiamato e ci ha aiutato a rispondere, ma siamo noi che ci doniamo. È Lui che ci consacra, ci avvolge col suo Spirito, ci prende per Sé, ci fa divenire totalmente suoi, ci inonda di grazia per convogliare tutte le nostre risorse al gran disegno di salvezza del mondo; ma siamo noi che ci concentriamo in Lui, Lo ascoltiamo e Lo testimoniamo. Da ciò deriva

3 Cf. Pc, 8

4  Cf. LG, 44, PC, 5; ET, 7; RD, 7

in noi un rapporto assai stretto e caratteristico con Lui, che riempie la nostra psicologia o interiorità di «consacrati», che diviene l'oggetto della nostra contemplazione, l'orientamento dei nostri affetti e la molla che fa scattare la nostra operosità.'

I tre elementi costitutivi dell'unità della professione.

Chiamati da Dio, noi rispondiamo offrendo noi stessi e tutta la nostra vita. Facendo professione di vivere secondo i «consigli evangelici», ci impegniamo nella «missione apostolica» e nella «vita comune», Il secondo capoverso si sofferma a spiegare meglio l'unità della nostra vita sotto il segno della consacrazione religiosa.

La Società salesiana esiste in forza dell'incontro di questi tre «elementi inseparabili»: è una «comunità» -- «di consacrati» - «mandali in missione». Essa non può perdere nessuno di questi tre caratteri senza perdere insieme la sua fisionomia.

Noi viviamo queste tre realtà nell'unità concreta della nostra vita dedicata ai giovani. Esse sono correlative e si arricchiscono reciprocamente. Le nostre comunità trovano la forza di coesione nella comune consacrazione e nello zelo apostolico; la sequela di Cristo casto, povero e obbediente si realizza concretamente nella carità verso Dio e verso i fratelli e i giovani; la nostra missione ecclesiale, infine, viene potenziata dalla solidarietà comunitaria e dalla disponibilità di una vita radicalmente evangelica.,'

L'analisi separa le cose. Ma la vita le unifica: è bene affermare questa unità ed averne coscienza! Con un'unica chiamata Cristo ci invita a seguirlo nella sua opera salvifica e nel genere di vita verginale e povera che scelse per Sé;` e noi, con un'unica risposta di amore, con la grazia dello Spirito e sull'esempio degli Apostoli, accettiamo di lasciare ogni cosa (cf. Le 5,11; Mt 19,27) e ci riuniamo in comunità per meglio lavorare con Lui per il Regno. Unica quindi è la nostra consacrazione di Salesiani: inseparabilmente apostolica e religiosa.

'5 Cf- .ACG n. 312 (1985), p. 23

6' L'unità profonda degli clementi fondamentali della nostra vita e ben espressa nella formula della professione (cf. Cosr 24): si vedano anche, in particolare, gli art- 44, 50 e 61 che mettono chiaramente in evidenza la correlazione fra missione, comunità e pratica dei consigli evangelici.

7 Cf. LG, 46

Il testo della Regola esprime tutto questo dicendo che i tre elementi sopra accennati sono «vissuti in un unico movimento di carità». Spiega bene don Albera: Don Bosco voleva nei suoi un tale ardore di carità, da unire insieme la vita attiva e quella contemplativa, la vita degli Apostoli e quella degli Angeli (cf. Cost FMA), la perfezione religiosa e l'apostolato.$

Modello perfetto di questa unità di vita è il Cristo, al cui «seguito» noi ci mettiamo. Egli è stato «consacrato e mandato» dallo Spirito del Padre per annunciare il Vangelo (Cf. Le 4,18) e compiere la sua opera salvifica. Ma in pari tempo, per essere totalmente disponibile a questo servizio del Padre, Egli «ha scelto un genere di vita verginale e povera» e una comunità di apostoli.

Lo splendore della vocazione salesiana viene propriamente dalla sua ampiezza radicalmente «evangelica», «apostolica» e «comunitaria».

L'elemento che specifica la vita salesiana: la missione.

La missione esige da noi un senso profondo di Dio e del suo Regno: tutto viene da Lui che ci manda e che ci anima, e tutto va verso di Lui che vuole «ricapitolare tutte le cose in Cristo» (Ef 1,10). La nostra vita religiosa, impegnandoci ad aderire in forma radicale «a Dio sommamente amato»,4 purifica e feconda il nostro servizio apostolico. Animata da spirito religioso, la nostra vita attiva riceve uno slancio filiale e sacerdotale: diventa liturgia alla sola gloria del Padre?'

Stabilita l'unità fondamentale della nostra vita consacrata, le Costituzioni mettono in evidenza il ruolo speciale che ha la missione nella nostra vita di religiosi apostoli: la missione «specifica il compito che abbiamo nella Chiesa e determina il posto che occupiamo tra le famiglie religiose».

8 Cf. D ALBERA, Lettera 18 ottobre 1920, in Lei!. circolari, p. 365-366

9 ° Cf. LG, 44

10° Le espressioni qui riportate erano contenute nell'art. 70 delle Costituzioni del 1972.

La nostra originalità e la nostra ragion d'essere viene dalla missione che Dio ci ha affidato: andare ai giovani, specialmente ai poveri, con spirito salesiano.

Una simile originalità non ha soltanto l'effetto di identificarci agli occhi degli altri: essa investe «tutta la nostra vita», nei suoi aspetti comunitari e religiosi, per darle profonda unità e «il suo tono concreto».

Da noi l'obbedienza, la castità, la povertà, l'ascesi, la preghiera... non sono vissute in modo astratto né in modo separato; esse vengono immediatamente e sempre «colorate» dalla nostra missione presso i giovani poveri e abbandonati, sono apostoliche e sono salesiane.

In questo senso si parla giustamente di «consacrazione apostolica salesiana». «La missione appare come il punto focale di tutta la nostra vocazione. Da essa parte l'iniziativa e la creatività per una vera crescita nella fedeltà alla nostra vocazione... Qui troviamo il parametro sicuro e definitivo della nostra identità»-"

A conclusione, ci piace ascoltare le parole del nostro Padre Don Bosco, il quale ricorda il senso profondo della nostra consacrazione, sottolineando la centralità dell'amore di Dio, motivo essenziale che ispira tutta la nostra esistenza: «I membri (della Società) devono rivolgersi al loro Capo, al loro vero padrone, al remuneratore, a Dio, e per amore di lui ognuno deve farsi iscrivere nella Società; per amore di lui lavorare, ubbidire, abbandonare quanto si possedeva nel mondo per poter dire alla fine della vita al Salvatore che abbiamo scelto come modello: `Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito...'

(Mt 19,27)».12

Ti rendiamo grazie, o Padre, per averci chiamati e consacrati con il dona del Tuo Spirito, inviandoci a portare ai giovani il Vangelo di Gesù.

Noi oggi rinnoviamo,

nel ricordo della nostra professione,

11" CF. CGS, pp. XV-XVI

12  D. BOSCO, Lettera circolare 4.6.1867, Fpistotario I, p. 473-475

l'offerta totale di noi stessi a Te,

per camminare a1 seguito di Cristo

e lavorare con Lui all'avvento del Tuo Regno.

Fa che la nostra vita di ogni giorno sia un unico movimento di amore nella ricerca della Tua gloria e della salvezza dei nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.

ART. 4 LA FORMA DELLA NOSTRA SOCIETÀ

La nostra Società è composta di chierici e di laici che vivono la medesima vocazione in fraterna complementarità.

Siamo riconosciuti nella Chiesa come istituto religioso clericale, di diritto pontificio, dedito alle opere di apostolato.'

Don Bosco, ispirandosi alla bontà e allo zelo di san Francesco di Sales, ci ha dato il nome di Salesiani a e ci ha indicato un programma di vita nella massima «Da mihi animas, cetera tolle..3

I . cf. PC 8; CIC, can. 675,1

2. c€. MB V, 9

3. cf. MB XVII, 365, 366, 280

Questo articolo completa i due precedenti. Continua a «definire» la Società, ma lo fa da un punto di vista più istituzionale: quello della sua «forma» pubblica nella Chiesa. Esso risponde ancora alle domande: come e da chi è «formata» la nostra Società? su quali principi e tradizioni si fonda?

«Forma» è l'insieme di quegli elementi visibili e concreti che caratterizzano la nostra Congregazione, la configurano come tale Società, indicano le modalità di vita e di azione e le strutture che essa ha nella Chiesa. Si tratta di elementi concreti e di aspetti societari che hanno anche un risvolto giuridico, destinati soprattutto a manifestare e difendere l'originalità carismatica, cioè il tipo di Congregazione voluta dal Fondatore.

È opportuno precisare questi tratti di identità che la «formano», i quali non sono elementi arbitrari e mutevoli; essi rappresentano l'espressione istituzionale di un'esperienza originale nella Chiesa e assicurano il legame tra i valori carismatici e i corrispondenti elementi costitutivi del «diritto proprio».

Fra «carisma» e «istituzione», tra vita consacrata e stato canonico, tra realtà vissuta e realtà codificata non c'è distanza o separazione, ma un'unione vitale con interscambio di valori; il carisma si manifesta nella struttura giuridica, e la struttura è .garanzia di permanenza del carisma e, insieme, segno visibile di una originalità spirituale. L'unione dei due elementi, spirituale e giuridico, (come già vedemmo) è necessaria per dare ai testi fondamentali dell'Istituto una base stabile.' Parlare di questi elementi è appunto parlare della «forma».

Forma salesiana della Società.

L'articolo inizia con l'affermazione basilare: «La nostra Società è composta di chierici e di laici». Essa ha un volto originale nella Chiesa, un volto «religioso e secolare», come ha detto Pio IX;1 ha una sua propria modalità di vita e di azione, una sua «forma» adatta alla novità dei tempi e al tipo di missione da svolgere.

La «forma» della Società troverà nel capoverso successivo una classificazione giuridica; in questo capoverso si afferma un dato preciso e fondamentale della sua indole, così come è stata vissuta e trasmessa in Congregazione, un dato di fatto del nostro carisma comunitario: essa consta di chierici e di laici, «i quali - scriveva Don Bosco - formando un cuor solo e un'anima sola, conducono vita comune... ».3

Il nuovo testo della Regola dice: «vivono la medesima vocazione in fraterna complementarità». Non si tratta di una complementarità qualsiasi, ma di un «tipo di complementarità organica»; '1 essa esige un dosaggio di fusione tra la componente sacerdotale e quella laicale, non statica, ma aperta ad un'azione continua di riequilibrio, revisione, conversione, adattamento.

È il modo concreto con cui nel primitivo Oratorio chierici (sacerdoti e aspiranti al sacerdozio) e laici vivevano la medesima vocazione, uniti attorno a Don Bosco, in una stretta collaborazione per la salvezza della gioventù: questa «esperienza di Spirito Santo» del Fondatore, riconosciuta e accolta dalla Chiesa come dono del Signore (_ «carisma») 5 è elemento basilare della «forma» della Congregazione.

La frase dell'articolo costituzionale è densa di significato e verrà ulteriormente ripresa e precisata nelle parti successive (cf. Cost 44-45); ma occorre dire fin d'ora che «medesima vocazione» e «fraterna complementarità» esigono la piena uguaglianza di tutti i soci nella profes

1 CE FS. 11, 13

2 Cf. MB XIII, 82-83; ci'. ACS n. 300 (1981), p. 15-16 '

Costituzioni 1875, 11,1 (cf. F. MOTTO, p. 83) "

4 CG21, 196

5' Cf. MR, 11

sione religiosa, la costitutiva reciprocità fra chierici e laici, l'adeguata formazione per questa mutua correlazione di vita tra i soci preti, diaconi e coadiutori.

Tali esigenze appaiono chiare nell'insieme del testo costituzionale. Si vuole, tuttavia, qui precisare meglio due aspetti e conseguenze di questo discorso sulla «forma» della Società.

- Anzitutto occorre capire a fondo che cosa comporti una reale e sentita «complementarità», È un tratto originale della vocazione salesiana, derivante dalla stessa missione della Società, che Don Bosco ha voluto insieme 'religiosa e secolare', portatrice del «messaggio del Vangelo, intimamente unito allo sviluppo dell'ordine temporale» (Cost 31), Come diceva il Rettor Maggiore alla conclusione del CG22, l'originalità della vocazione salesiana non comporta un'addizione estrinseca di due dimensioni (clericale e laicale) affidata ognuna a confratelli in sé differenti, ma esige una strutturazione intima della personalità di ogni socio, per cui il cuore del salesiano-chierico si sente intrinsecamente legato alla tipica dimensione laicale della Congregazione, e il cuore del salesiano-laico si sente, a sua volta, intrinsecamente legato a quella sacerdotale. È tutta la comunità salesiana, in ognuno dei suoi soci, che coltiva con armonia delle sensibilità che sono simultaneamente «sacerdotali» e «laicali». Nelle comunità bisogna saper far maturare questa coscienza tipica salesiana: essa emargina in Congregazione ogni tipo di mentalità «clericale» o «laicista», fonte di amarezze, di discriminazioni e di snaturamento della specifica nostra comunione apostolica.,,

Per questo la comunità assume un ruolo di primaria importanza, come condizione indispensabile perché le due dimensioni (laicale e sacerdotale) possano interagire adeguatamente. Nasce un impegno per tutti i confratelli di essere sensibili al valore della complementarità.

- Un valore correlativo, che va considerato in questo discorso sulla «forma», è il «servizio dell'autorità» proprio della nostra Società.

La complementarità fra chierici e laici è certamente cementata e avvalorata dal servizio dell'autorità, in sintonia diretta col tipo specifico di missione che ci è affidata.

Si tratta di un servizio che - come preciserà l'art. 121 - nella comunità salesiana è affidato a un confratello sacerdote. Ciò dovrebbe assicurare l'ottica pastorale nelle nostre attività e nelle nostre opere. Ogni comunità, infatti, è chiamata ad essere una specie di «stazione missionaria» per la gioventù. Colui che guida la comunità deve possedere i criteri del «pastore», che danno alla missione comune una particolare connotazione ecclesiale.

6 n E. VIGANO, CG22 Focumenrr, p. 42-43

Ma è compito di colui che guida e anima la comunità ottenere praticamente il giusto dosaggio tra le due componenti comunitarie («sacerdotale e «laicale»), considerando le istanze delle svariate situazioni nelle quali si trovano a operare le nostre comunità ispettoriali e locali. È un dosaggio soggetto a duttilità, in vista non solo delle differenze di situazioni socioculturali, ma anche delle diversità operative che emergono, per esempio, tra una comunità responsabile di una parrocchia e un'altra responsabile di una scuola professionale.

La comunità salesiana, dunque, assume vitalmente, in un'originale e ricca coesione, i due tipi fondamentali di esistenza ecclesiale: il laicato e il ministero gerarchico. Non sarebbe la Società fondata da Don Bosco, se venisse a mancare una di queste due modalità complementari.

Forma istituzionale e giuridica della Congregazione nella Chiesa.

Il secondo capoverso aggiunge specifiche precisazioni giuridiche sulla figura pubblica della Società nella Chiesa.

-- Siamo un Istituto religioso».

Tra le forme di vita consacrata gli «Istituti religiosi» si caratterizzano per la professione sotto forma di voti pubblici ricevuti dalla Chiesa e per uno stato di vita stabile vissuto «insieme», in comunità, e secondo una Regola approvata.

Gli Istituti religiosi si distinguono dagli Istituti secolari (in cui la professione dei consigli è vissuta non in forma comunitaria e rimanendo nel secolo) e dalle Società di vita apostolica (nelle quali i soci vivono in comunità, ma senza il vincolo stabile dei voti pubblici).

- Siamo un Istituto «clericale».

Il termine è tratto direttamente dal Codice di diritto canonico e sta a indicare che il servizio di governo delle comunità, per la stabile tradizione dell'Istituto, è affidato, a tutti i livelli, a un confratello sacerdote.' Concretamente ci sono nella Chiesa diversi tipi di Istituti «clericali»; il nostro Fondatore ha dato alla sua Congregazione una connotazione di forte comunione, in «spirito di famiglia».

La tradizione specifica della nostra Società sarà più ampiamente descritta nell'art. 121, come già si accennava. Qui si fa presente che tale carattere della Società non è in contrasto con una specifica valorizzazione della componente laicale, che è impegnata in modo caratteristico nella missione, in sintonia con la complementarità sopra affermata.

-- Siamo un Istituto «di diritto pontificio».

Un Istituto di diritto pontificio, e non semplicemente diocesano: il riconoscimento ufficiale da parte della Sede Apostolica attesta il valore universale del carisma salesiano. Nei termini previsti dal diritto canonico la nostra Società, in quanto tale, non dipende da un Vescovo o da una Conferenza episcopale, ma dalla Sede Apostolica.

In questa prospettiva acquista significato la nostra «esenzione» (anche se il testo non parla espressamente di essa). Più che essere considerata un {privilegio» nella Chiesa, essa va apprezzata come disponibilità di «servizio» per la Chiesa. Da un punto di vista teologico, rilevato dal Vaticano ILI l'esenzione dalla giurisdizione del Vescovo locale risponde alle due funzioni ecclesiali che sono espresse dal nostro articolo:

·   favorisce, per l'utilità della Chiesa universale e delle Chiese particolari, l'unità del carisma e dello spirito dell'Istituto, affidandone la responsabilità ai Superiori sotto l'autorità del Successore di Pietro. Questo fa sì che le comunità locali o i singoli religiosi possano inserirsi nella pastorale della Chiesa particolare con una presenza differenziata;

·   sottolinea una particolare disponibilità dell'Istituto per il servizio alla Chiesa universale, a determinate Conferenze episcopali e alle necessità delle Chiese particolari.

7 crc, can. 589 §2

8 Cf. LO, 45: Gli istituti (sano) eretti per l'edificazione del Corpo di Cristo, perché abbiano a crescere e fiorire secondo lo spirito dei fondatori. Perché poi sia provveduto il meglio possibile alle necessità dell'intero gregge del Signore, ogni Istituto di perfezione e i singoli membri possono dal Romano Pontefice, in vista della comune utilità, essere esentati dalla giurisdizione dell'Ordinario del Luogo...'i. Si può osservare che il Codice di diritto canonico non usa più il termine ~esenzionem, ma in forma equivalente afferma il concetto (cf. can. 586 e 591).

Parlando di Istituto «di diritto pontificio, occorre anche ricordare il fatto, che ne consegue, che la Società in quanto tale è di «rito latino» (è infatti vincolata al diritto universale latino); ma questo non impedisce che possano esser incorporati nella Società singoli soci, o anche comunità e Ispettorie, di riti diversi: questi continueranno ad esercitare il proprio rito, per l'utilità dei fedeli e della stessa Congregazione.

- Siamo un Istituto «dedito alle opere di apostolato».

Il ministero ci viene affidato dalla Chiesa. La Società si trova, nella Chiesa, tra gli «Istituti di vita attiva», o, come dice il Vaticano Il e lo stesso Codice di diritto canonico, tra gli «Istituti votati all'apostolato, dediti alle varie opere di apostolato», nei quali - come già si accennava - «l'azione apostolica e caritativa rientra nella natura stessa della vita religiosa».'

Il nome e il motto.

li nome di «Salesiani» è stato voluto da Don Bosco, perché inten

deva che i suoi figli si ispirassero «alla carità e allo zelo di San Fran

cesco di Sales».

Raccontano le Memorie Biografiche: «La sera del 26 gennaio 1854 ci radunammo nella stanza di Don Bosco: esso Don Bosco, Rocchetti, Artiglia, Cagliero e Rua; e ci venne proposto di fare, coll'aiuto del Signore e di San Francesco di Sales, una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente, di farne un voto al Signore. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e si proporranno tale esercizio».'»

É da considerare il valore non solo storico, ma anche dottrinale di questo significativo brano: esprime in radice una specie di «quarto voto», che don Rinaldi chiamava «la bontà», che è un distintivo del nostro stile di santificazione.

Il Fondatore, ispirandosi all'attraente carità di san Francesco di Sales, dottore dell'amore di Dio, ha voluto che prendessimo il nome

9 Cf. PC, $; CIC, can 675

10  MB V, 9

di «Salesiani» per rivestire di bontà tutto il nostro modo di essere e di fare.

Sull'esempio e assecondando l'invito di Don Bosco, noi esprimiamo il vigore unificante del nostro amore a Dio e al prossimo con il «motto» da lui scelto per la nostra Società: «DA MIHI ANIMAS, CETERA TOLLE». Queste parole, nell'intenzione del Fondatore, rappresentano un «programma di vita» ed esprimono la «grazia di unità» dello spirito salesiano.

O Signore,

che a noi tutti, chierici e laici, chiedi di esprimere,

con forme diverse e complementari,

le ricchezze dell'unica vocazione salesiana, vivendo uniti fra noi come Tua famiglia; concedi che nella fraternità sappiamo far fruttificare il nostro carisma a servizio della Santa Chiesa.

Aiutaci a dare a Te piena testimonianza con la bontà e lo zelo

di San Francesco di Sales, nostro Patrono, per diffondere efficacemente nel mondo

il programma datoci dal nostro Fondatore: «da mihi animas, cetera tolle».

ART. 5 LA NOSTRA SOCIETA NELLA FAMIGLIA SALESIANA

Da Don Bosco trae origine un vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù.

Egli stesso, oltre la Società di san Francesco di Sales, fondò l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e l'Associazione dei Cooperatori salesiani che, vivendo nel medesimo spirito e in comunione fra loro, continuano la missione da lui iniziata, con vocazioni specifiche diverse. Insieme a questi gruppi e ad altri nati in seguito formiamo la Famiglia salesiana.'

In essa, per volontà del Fondatore, abbiamo particolari responsabilità: mantenere l'unità dello spirito, stimolare il dialogo e la collaborazione fraterna per un reciproco arricchimento e una maggiore fecondità apostolica.

Gli Exallievi ne fanno parte per l'educazione ricevuta. La loro appartenenza diviene più stretta quando si impegnano a partecipare alla missione salesiana nel mondo.

' cf. ASC, Progetto CG]. ms DB; MB XVII, 25

Dopo aver descritto, nelle linee essenziali, la natura e la missione della Società di san Francesco di Sales, le Costituzioni invitano a considerare la Società collegata con quelle «varie forze apostoliche», che fin dal primo articolo sono presentate come eredi del carisma di Don Bosco.

L'articolo inizia parlando di «un vasto movimento di persone», impegnate nella missione giovanile, che trae origine da Don Bosco. P - all'interno di questo movimento che il Fondatore dà vita alla Società di san Francesco di Sales, all'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e all'Associazione dei Cooperatori salesiani, cioè ai primi gruppi fondamentali della Famiglia salesiana, a cui se ne aggiungeranno in seguito altri.

I Salesiani sono invitati a ripensare la volontà di Don Bosco circa l'unità, il dialogo, la collaborazione di tutta la Famiglia salesiana per la missione comune.

Il «movimento» salesiano.

Storicamente attorno a Don Bosco e alle sue case si sono raccolte persone o gruppi che hanno avuto con lui e con la sua opera un tipo di

rapporto assai diversificato: benefattori, collaboratori, sacerdoti e laici, allievi, exallievi, amici, genitori, frequentatori degli oratori, delle parrocchie, dei campeggi...

Si tratta di una realtà che va da coloro che assumono il progetto apostolico di Don Bosco, facendone il proprio progetto di vita, fino a coloro che sentono soltanto una certa simpatia e prestano qualche collaborazione all'opera salesiana. . una realtà che non è facile classificare senza livellare o confondere i diversi rapporti. Il CG22 con il termine «movimento» ha ammesso vari tipi di appartenenza a questa realtà salesiana.

In verità, vi sono alcuni che riconoscono di avere una chiamata divina a collaborare, in gruppo, alla medesima missione di Don Bosco, da realizzare secondo il suo spirito attraverso una varietà di forme e azioni apostoliche. E vi sono altri che, pur sentendosi in qualche modo uniti a Don Bosco e da lui attratti, non si sentono di partecipare in maniera associata e in unità di azione con i Gruppi sopra accennati. L'attenzione e la passione per i giovani, per gli ideali educativi, per il metodo usato, può esprimersi in «vocazioni specifiche diverse».

L'indicazione più esplicita del primo capoverso, con l'accenno alla forza sociale che si esprime nel movimento, riguarda l'azione pastorale: guardando a Don Bosco molte persone si fanno promotrici di attività per la salvezza della gioventù: il Santo dei giovani le ispira ad imitarlo «in vari modi», In tal senso Egli è diventato patrimonio non solo dei Salesiani, ma della Chiesa intera.

In effetti il «movimento», pur essendo in se stesso un dinamismo ecclesiale, può convogliare realtà diverse, anche poco omogenee, con differenti modalità organizzative, con diversi interessi di promozione umana, di attenzione sociale, accettando la collaborazione anche con i non cristiani e talvolta con i non credenti. Può polarizzare, insomma, attorno a Don Bosco e al suo ideale «uomini di buona volontà», anche se essi non sempre conoscono fino in fondo i cardini dell'educazione salesiana, che sono la ragione, l'amorevolezza e la religione.

La «Famiglia salesiana».

All'interno di questo «movimento» Don Bosco ha dato vita a «forze» che, partendo da una coscienza vocazionale, si sono specifica

mente impegnate nella sua missione per la salvezza della gioventù. Egli stesso - ci ricorda il testo della Regola - ha fondato i primi gruppi della Famiglia salesiana: la nostra Società di san Francesco di Sales, l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e l'Associazione dei Cooperatori Salesiani. Questi tre gruppi non devono essere concepiti come realtà parallele, ma come cerchi concentrici di una stessa realtà: nessuno di essi è mai esistito separato dagli altri.

Attorno a Don Bosco e ai suoi Successori la Famiglia è cresciuta, anche con nuovi Gruppi, ed ha continuato a vivere unita, anche se ha attraversato momenti di difficoltà con il rischio di attenuare la propria unità carismatica.

Rilanciata con un progetto nuovo durante il CGS,1 la Famiglia salesiana ha impresso una nuova spinta all'azione pastorale, ha suscitato iniziative, ha mobilitato forze, ha riscoperto tutta la ricchezza della propria identità spirituale.' Il Rettor Maggiore e il suo Consiglio hanno indicato alcuni criteri di appartenenza: la vocazione specifica, la partecipazione alla missione giovanile e popolare, la condivisione dello spirito e del progetto educativo pastorale salesiano, il riferimento al Sistema preventivo, l'attiva fraternità di Famiglia.;

La realtà carismatica della Famiglia salesiana resta evidenziata da elementi diversificatori e da elementi comuni ai vari Gruppi: ma la varietà stessa delle situazioni ecclesiali dei partecipanti, chiamati dallo Spirito (religiosi, consacrati secolari, sacerdoti, laici) obbliga a riflettere sulla corresponsabilità di tanti nel vivere genuinamente il carisma salesiano: con essi infatti «formiamo la Famiglia salesiana». A noi, in particolare, il CGS ricorda: «I Salesiani non possono ripensare integralmente la loro vocazione nella Chiesa, senza riferirsi a quelli che con loro sono i portatori della volontà del Fondatore» .4

•  L'elemento diversificatore è la modalità specifica con cui ogni Gruppo fa proprio il carisma di Don Bosco.

lr importante conoscere bene i diversi Gruppi e il loro specifico

1' Cf. CGS, doc. I, cap.VI nn. 151-177

2s ll rilancio della Famiglia salesiana ha visto anche vari gruppi del «movimento» salesiano appropriarsi del titolo di appartenenza alla stessa Famiglia, sicché talvolta il termine "Famiglia salesiana» ha indicato, al di là dei Gruppi impegnati per vocazione, certi aspetti del «movimento salesiano».

3' Cf. ACS n. 304 (1982), p. 57-58

4   CGS, 151

modo di vivere la missione salesiana. Qui si possono solo ricordare, almeno in parte, alcuni dei Gruppi che formano la Famiglia salesiana: i Salesiani (SDB) e le Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA), che sono Istituti religiosi, e i Cooperatori salesiani, Associazione che comprende soprattutto laici, sono i Gruppi fondati da Don Bosco; ad essi si sono aggiunte le Volontarie di Don Bosco (VDB), consacrate appartenenti a un Istituto secolare, e vari Gruppi di Religiose; s inoltre potranno ancora sorgere, se così il Signore vorrà, altri gruppi differenziati.

Gli elementi comuni a tutti i Gruppi' sono i seguenti:

---- la chiamata a compartecipare al 'carisma' dato a Don Bosco e alla sua Famiglia, in qualche aspetto rilevante dell'esperienza umana e soprannaturale del Santo;

- la missione apostolica giovanile e popolare;

lo stile di vita e di azione (spirito salesiano);

- il riferimento al Fondatore della Famiglia e ai suoi Successori,

come centro di unità.

Così scrive il CGS: «Nella mente e nel cuore di Don Bosco, la Famiglia salesiana è una. L'unità originale di questa Famiglia ha la sua radice ultima nella comunanza dello spirito e della missione a servizio della gioventù e del popolo. Realizza così, a livello superiore, una vera comunità nella quale tutti i membri sono integrati secondo i propri doni, le loro specifiche funzioni e le diverse forme di vita possibili nella Chiesa.' Un'approfondita riflessione sulla realtà della Famiglia salesiana, sulla sua missione e sulla sua energia unificatrice, è stata offerta dal Rettor Maggiore D. Egidio Viganò in una circolare, di utile meditazione.'

Non dimentichiamo, infine, che un «vincolo di unità» per i vari Gruppi della Famiglia salesiana» è rappresentato dal Bollettino salesiano (cf. Reg 41).

5 I Gruppi della Famiglia salesiana, che fino ad oggi sono stati ufficialmente riconosciuti dal Rettor Maggiore col suo Consiglio, sono i seguepti

Istituto «Figlie dei Sacri Cuori, di Bogotà (lettera RM 11.01.1982)

Istituto «Salesiane oblate Sacro Cuore (lettera RM 24.12.1983) Istituto ApostoIc della Sacra Famiglia (lettera RM Natale 1984) Istituto Suore della Carità di Myiazaki (lettera RM 31.01.1986)

Istituto «Suore missionarie dì Maria Ausiliatrice, (Shillong) (lettera RM 8.07.86)

6  Cf. ACS n. 304 (1982), l.c.

7   CGS, 739

8  E. VIGANO, La Famiglia salesiana, ACS n. 304 (1982), p. 3-45; si veda anche Costruire insieme la Famiglia salesiana, a cura di M. MIDALI, LAS Rama 1983

e

La Società di san Francesco di Sales nella Famiglia salesiana.

Il terzo capoverso precisa il ruolo dei Salesiani (SDB) nella Famiglia, indicando le «particolari responsabilità» che essi hanno. Già nel primo «Regolamento dei Cooperatori» del 1876 si affermava: «Questa Congregazione, essendo definitivamente approvata dalla Chiesa (1874), può servire di vincolo sicuro e stabile per i Cooperatori salesiani».9

La Famiglia salesiana non è nata nella Chiesa quasi ad insaputa del Fondatore, ma per espresso desiderio di lui. Basta ricordare come i Salesiani (SDB) e i Cooperatori siano intimamente legati nei primi manoscritti delle Costituzioni della Società; basta pensare allo stretto legame con le Figlie di Maria Ausiliatrice. Quella dell'unità era un'idea fissa nella mente di Don Bosco («l'unione dei buoni», diceva).10

Mantenere l'unità è per la Società salesiana un impegno costitutivo, dal quale è assente ogni ombra di `pretese': si tratta di un servizio dovere voluto da Don Bosco."

Ma va notato che la nostra responsabilità di animazione più che giuridica, è specificamente carismatica-spirituale-pastorale. Si tratta, secondo le Costituzioni, di:

- «mantenere l'unità dello spirito»: non si dice che i Salesiani saranno sempre quelli che praticheranno meglio lo spirito del Fondatore (ciò è auspicabile!), ma coloro che, specialmente per la presenza paterna e le direttive del Rettor Maggiore, Successore di Don Bosco, saranno garanti della fedeltà comune al medesimo spirito;

- «stimolare il dialogo e la collaborazione fraterna»: una unità viva non può esistere senza lo scambio vicendevole.

Sono segnalati qui due benefici che provengono da tale scambio: uno per i gruppi stessi: l'arricchimento reciproco della loro salesianità; l'altro per i destinatari della loro missione: una maggiore fecondità apostolica.' 2

I nostri Regolamenti generali precisano ulteriormente come la comunità salesiana è «nucleo animatore» della Famiglia: «in spirito di servizio e rispettando l'autonomia (dei Gruppi), essa offre loro l'assistenza spirituale, promuove incontri, favorisce la collaborazione educativa e pastorale e coltiva il comune impegno per le vocazioni» (Reg 36).

D. D. BOSCO, Regolamento dei Cooperatori salesiani 1876, cap. Il Cf. Bollettino Salesiana ottobre 1877

" Cf. CGS, 173. 189; CG21, 75. 79. 588

a Gli Atti del CGS sviluppano queste prospettive: cf. CGS, 174-177

Alle Figlie di Maria Ausiliatrice, inoltre, e agli altri Istituti «prestiamo, in risposta alle loro richieste e secondo le possibilità, il nostro aiuto fraterno e il servizio del ministero sacerdotale. Collaboriamo con esse per approfondire la spiritualità e la pedagogia di Don Bosco e per tenere viva in particolare la dimensione mariana del carisma salesiano» (Reg 37).

Promuoviamo anche la vocazione del Cooperatore salesiano e collaboriamo alla sua formazione (cf. Reg 38), ricordando le parole di Don Bosco: «Ai Cooperatori salesiani si propone la stessa messe della Congregazione di san Francesco di Sales, cui intendono associarsi»."

Gli Exallievi.

L'Associazione degli Exallievi (e delle Exallieve) è un altro Gruppo

che appartiene alla Famiglia salesiana per una sua ragione specifica.

Anzitutto ci domandiamo: chi costituisce il Gruppo degli Exallievi? Tutti coloro che, avendo frequentato per un tempo conveniente un'opera salesiana (comunità, scuola, pensionato, oratorio, centro giovanile...), hanno assimilato una educazione-formazione secondo i principi di Don Bosco e aderiscono alla corrispondente Associazione o si sentono rappresentati da essa.

É importante questo riferimento all'Associazione, poiché, secondo un'indicazione data dal Rettor Maggiore durante il CG21, «si appartiene alla Famiglia salesiana non individualmente, ma attraverso `gruppi': la Famiglia salesiana è costituita da gruppi, e non da gruppi qualunque, ma da gruppi `istituiti', per i quali cioè c'è stato un riconoscimento ufficiale».14

L'articolo afferma che la ragione dell'appartenenza degli Exallievi

13" D BOSCO, Regolamento dei Cooperatori salesiani, cap. [V

14 CG27, 516

(e delle Exallieve) alla Famiglia salesiana è «l'educazione ricevuta», e aggiunge che tale appartenenza diviene più stretta «quando si impegnano a partecipare alla missione salesiana». Le due espressioni vanno brevemente commentate.

- «L'educazione ricevuta» comporta un insieme di valori umani e cristiani che incidono sulla personalità dell'Exal levo e che entrano (anche solo sotto l'aspetto umano, in particolari situazioni religiose) negli obiettivi dell'azione educativa salesiana. «L'educazione ricevuta», può proiettarsi in vari impegni della vasta missione di Don Bosco: sia in impegni educativi nei multiformi campi della cultura, sia in impegni legati specificamente (anche se con differenti livelli di assimilazione) ai valori del Sistema preventivo. È importante far notare che entrambi (impegni educativi e assimilazione dei valori pedagogici del Sistema preventivo) fanno parte integrante del carisma di Don Bosco.

- L'ulteriore espressione: «quando si impegnano a partecipare alla missione salesiana nel mondo», viene ad indicare che, di per sé, gli Exallievi sono particolarmente preparati, appunto per l'educazione ricevuta, ad assumere una responsabilità di collaborazione per le finalità proprie del progetto salesiano.

Nel CG21 si è parlato di «Exallievi che hanno fatto la scelta evangelizzatrice».1 È bene sottolineare che questa scelta non è alternativa al titolo della «educazione ricevuta», ma è una sua espressione privilegiata: non costituisce, quindi, un titolo differente da applicare a una specie di nuovo gruppo. A ragione il Rettor Maggiore fece osservare che tali Exallievi non costituiscono un gruppo a sé stante. Se essi intendono venir considerati parte viva dell'Associazione degli Exallievi, la ragione della loro appartenenza non sarà formalmente la 'scelta evangelizzatrice, ma rimarrà quella della 'educazione ricevuta; la quale però non esclude l'apostolato (anzi lo esige in forza appunto dell'educazione ricevuta, quando questa è stata profondamente cristiana

ed ecclesiale)».16

In tal modo l'articolo costituzionale sottolinea che l'educazione ricevuta dovrebbe sfociare in una scelta cosciente di collaborazione alla

" CG21, 69

16 Cf. CG21, 517

comune missione giovanile. Tale impegno potrà verificarsi a vari livelli e con differenti gradi di intensità. Comprendiamo l'invito rivolto dal CGS (fatto proprio dall'art. 39 dei Regolamenti generali): «É auspicabile che all'interno del movimento Exallievi... quelli che ne abbiano il dono e la volontà si impegnino o come Cooperatori o in gruppi apostolici per una più intima partecipazione allo spirito e all'azione della Famiglia salesiana."

Viene qui spontanea una riflessione, carica di futuro, circa la natura e il ruolo della «Associazione dei Cooperatori» nella Famiglia salesiana. Osserva infatti il Rettor Maggiore: «Quella dei Cooperatori è un'Associazione privilegiata dal punto di vista della vocazione cristiana del laico nella nostra Famiglia; essa è come un centro di riferimento, perché non è alternativa alle altre Associazioni, bensì è stata pensata per esserne animatrice, infatti non è (quella dei Cooperatori) un'Associazione che organizzi, in quanto tale, opere o impegni determinati; essa si sente corresponsabile con i Salesiani nel curare, in tutti i suoi membri e nella Famiglia, la vitalità del progetto di Don Bosco. Nel fare questo, rimane aperta alla possibilità di offrire animatori per l'identità di ogni Gruppo o Associazione, di cui si interessa di conoscere l'indole propria e di rispettarne l'autonomia>.1S

Si capisce perché i nostri Exallievi cattolici, quasi naturalmente preparati ad assumere meglio di altri impegni apostolici, sono invitati a inserirsi tra i Cooperatori; 19 e, d'altra parte, si comprende quale prezioso contributo alla stessa Associazione possono dare questi Exallievi Cooperatori.

In ogni caso, è un dovere specifico dei Salesiani quello di accompagnare e animare gli Exallievi: i Regolamenti generali invitano i confratelli e le comunità a impegnarsi in questo campo (cf. Reg 39).

D Padre, che hai voluto affidare la missione salesiana a gruppi diversi di un'unica grande Famiglia, effondi su di noi il tuo Spirito,

" CGS, 157

& Cf. E. VIGANO, La promozione del laico nella Famiglia salesiana, ACG n. 317 (19M), p. 18

° Questo era il pensiero di Don Bosco, che tuttavia ha sempre distinto chiaramente Cooperatori da ExaWesi. Cf. MB XIII, 758

perché nella fraterna unione

e nella condivisione sincera

dei beni di natura e di grazia,

tutti possiamo collaborare con vera efficacia

 all'evangelizzazione dei giovani e dei poveri

. Per Cristo nostro Signore.

ART. 6 LA NOSTRA SOCIETÀ NELLA CHIESA

La vocazione salesiana ci situa nel cuore della Chiesa e ci pone interamente al servizio della sua missione.

Fedeli agli impegni che Don Bosco ci ha trasmesso, siamo evangelizzatori dei giovani, specialmente dei più poveri; abbiamo una cura particolare per le vocazioni apostoliche; siamo educatori della fede negli ambienti popolari, in particolare con la comunicazione sociale; annunciamo il Vangelo ai popoli che non lo conoscono.

Contribuiamo in tal modo a edificare la Chiesa come Corpo di Cristo affinché, anche per mezzo nostro, si manifesti al mondo come «sacramento universale di salvezza».

' LC, 48; GS, 45

É da rilevare l'insistenza con cui le Costituzioni parlano della Chiesa.

La prima parte si intitola «I Salesiani di Don Bosco nella Chiesa»; «siamo riconosciuti dalla Chiesa», dice l'art. 4; «la nostra Società nella Chiesa» è il titolo di questo art. 6 che afferma: «la vocazione salesiana ci situa nel cuore della Chiesa e ci pone interamente al servizio della sua missione»; e continua: «..,contribuiamo ad edificare la Chiesa». Più avanti le Costituzioni parleranno della nostra «volontà di agire con la Chiesa e in suo nome» (Cast 7); diranno del nostro «senso di Chiesa» (Cost 13) e della partecipazione «alla vita e alla missione della Chiesa» (Cost 24), della nostra comunità che «esprime in forma visibile il mistero della Chiesa» (Cost 85) e diventa per giovani e adulti «un'esperienza di Chiesa» (Cost 47). Tutto ciò vuoi dire che vivere da Salesiani è un modo di «essere Chiesa».

Il nostro Fondatore e la nostra Società sono doni dello Spirito fatti a tutto il Popolo di Dio per arricchire la sua santità e conferirle efficacia apostolica.' La nostra vocazione, quindi, mentre ci pone interamente a servizio della missione della Chiesa, ci chiede di vigilare perché la tipica «esperienza dello Spirito» del nostro carisma venga fedelmente custodita e «costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita».2

1  Cf. PC, 1; MR, 10 2

2  MR, 11

Le affermazioni contenute in questo articolo hanno un valore germinale di grande portata, perché sintetizzano - in riferimento alla missione ecclesiale - quelli che Don Bosco chiamava i «fini» della Congregazione.

Nel cuore e a servizio della Chiesa.

«La vocazione salesiana ci situa nel cuore della Chiesa».

Non si tratta della Chiesa vista soltanto come società che emana leggi, ma della Chiesa «mistero», Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Sacramento di salvezza. I Capitoli generali (sia il CGS che il CG22) hanno voluto presentare la Società salesiana nella Chiesa, con la Chiesa, per la Chiesa.

Nella sua semplicità l'immagine usata («nel cuore») si rifà a due affermazioni conciliari.

- Anzitutto si richiama a un testo della «Lumen Gentium», dove si dice che lo stato costituito dalla professione dei consigli evangelici appartiene fermamente alla vita e alla santità della Chiesa.3 La vita religiosa è un segno peculiare dell'amore che la Chiesa porta al suo Signore; perciò il religioso vive per la Chiesa, come ancora si esprime il Concilio: «Con i vincoli (della consacrazione) è rappresentato Cristo indissolubilmente unito alla Chiesa sua Sposa. Ma poiché i consigli evangelici... uniscono in modo speciale i suoi seguaci alla Chiesa e al suo mistero, la loro vita spirituale deve pure essere dedicata al bene di tutta la Chiesa» .4

In secondo luogo si allude a un passo del decreto «Perfectae caritatis», in cui si afferma che i religiosi di vita attiva ricevono la loro missione apostolica dalla Chiesa e l'esercitano in suo nome: «L'azione apostolica e caritativa rientra nella natura stessa della vita religiosa in quanto costituisce un ministero sacro e un'opera particolare di carità che sono stati loro affidati dalla Chiesa e devono essere esercitati in suo nome».5

3 Cf. LG, 44

4 LG, 44; cf. RD, 14

5 PC,8 La nostra collocazione «nel cuore della Chiesa» impedisce, evidentemente, ogni immagine di trionfalismo e ogni forma di parallelismo. Essere Salesiani è il nostro modo di essere intensamente Chiesa. Non è pensabile alcun dualismo tra la vita salesiana e la vita della Chiesa universale o particolare. L il medesimo Spirito che anima e unifica la Chiesa e che ha ispirato la nostra vocazione salesiana.

Ecco perché la Regola aggiunge: «La vocazione salesiana ci pone interamente al servizio della missione della Chiesa»

Abbiamo coscienza che la missione salesiana è una partecipazione alla missione della Chiesa stessa e ci deve riuscire impossibile pensare a realizzare la nostra azione in un circolo chiuso, senza rapporto con tutti gli altri membri del corpo ecclesiale. Si noti l'avverbio «interamente» che qualifica il nostro comportamento di figli di Don Bosco!

Le quattro finalità prioritarie della missione salesiana.

Don Bosco ha indicato con chiarezza le aree prioritarie e specifiche nelle quali la Congregazione svolge il suo servizio apostolico nella missione ecclesiale.

Tali aree non sono un fatto occasionale dovuto a situazioni contingenti di emergenza, proprie di un dato momento storico, ma si spiegano anzitutto con la forza dello Spirito, da cui il Fondatore è stato mosso dal di dentro a fare certe scelte destinate a durare. Esse, perciò, sono di evidente attualità e di costante interesse per la Chiesa e per la società.

La sensibilità, la flessibilità, la creatività -- come ci diranno le Costituzioni - debbono certamente caratterizzare il nostro spirito nell'alveo larghissimo di una missione che è tipica di una Chiesa in cammino. Cambiano le situazioni e quindi i modi e gli strumenti di attuazione della nostra azione.

Ma la missione nella sua sostanza rimane valida e qualificante. La Congregazione non fermerà l'attenzione solo sulle «urgenze» che sorgono, sul «pronto intervento» per rimediare a nuove situazioni, con il rischio di un genericismo che svuota e deforma l'identità. Essa terrà ben fisso lo sguardo sulle aree prioritarie del suo servizio apostolico, assegnatele da Don Bosco e approvate dalla Chiesa.

Questo articolo delle Costituzioni enumera tali aree prioritarie in maniera essenziale: esse sono per noi di enorme interesse, di vasto orizzonte, di perenne attualità. Il testo si ispira direttamente al primo capitolo delle Costituzioni scritte dal Fondatore, dove egli parla esplicitamente degli scopi della Congregazione-'

- «Siamo evangelizzatori dei giovani, specialmente dei più poveri»

È l'area sempre attuale in una Chiesa che genera e forma i figli di Dio, che oggi sentiamo quanto mai urgente: «Missionari dei giovani» ci ha chiamati Giovanni Paolo II.'

La dimensione evangelizzatrice, ci diranno le Costituzioni sviluppando il tema della missione, è criterio fondamentale per il nostro lavoro educativo pastorale.

- «Abbiamo una cura speciale per le vocazioni apostoliche».

Quello delle vocazioni è un problema di fondamentale importanza nella Chiesa di ogni tempo e in quella del nostro tempo: s Don Bosco ha voluto che i Salesiani fossero, in ogni situazione, guide, educatori, accompagnatori, animatori di vocazioni apostoliche (consacrate, religiose, sacerdotali, laicali).

- «Siamo educatori della fede negli ambienti popolari, in particolare con la comunicazione sociale».

Essere «educatori» di fede e di cultura cristiana, con linguaggio adeguato, tra i giovani e i ceti popolari, indifesi contro l'ateismo e l'irreligiosità;

essere «comunicatori della Parola» in modo facile e attraente, con tutte le forme (espressione, parola scritta, parlata, visualizzata...) e con tutti i mezzi della comunicazione sociale che i tempi offrono («mass media»):

6° Si osserva che nelle Costituzioni scritte dal Fondatore (ed. 187) si elencano esplicitamente la missione giovanile (I,3-4), l'impegno per le vocazioni (1,5) e la cura dei ceti popolari (I,6). Don Bosco non parla ancora dì «missioni» (nel testo costituzionale entreranno dopo il 1904), ma concretamente lancia la Società nell'avventura missionaria.

7  Cf. Messaggio di Giovanni Paolo II al CG22, Documenti CG22 p. 19-20

8" Nell'Omelia tenuta in occasione dell'inaugurazione del secondo Congresso internazionale sulle vocazioni (Roma, 10 maggio 1981) Giovanni Paolo II diceva: ~ll problema delle vocazioni sacerdotali - ed anche di quelle religiose maschili e femminili - t, e lo dirò apertamente, il problema fondamentale della Chiesa.

è un compito di enorme portata: Don Bosco ce l'ha profeticamente assegnato!

Siamo dunque chiamati ad essere aggiornati apostoli della comunicazione sociale in mezzo ai giovani e al popolo, adeguandoci alle forme sempre nuove di sviluppo della fede in ogni cultura.

--- «Annunciamo il Vangelo ai popoli che non lo conoscono».

Le missioni sono state per Don Bosco il cuore, il motore, il vigore tonificante della Congregazione. Egli voleva i Salesiani annunciatori del Regno tra i popoli non ancora evangelizzati. La passione del «da mihi animas» non ammette frontiere; lo slancio nell'evangelizzare le genti è motivo di crescita personale del salesiano e di apertura all'universalità per la Congregazione.

Tutte queste aree della nostra missione saranno oggetto di ampio sviluppo nelle parti successive del testo costituzionale.

La Chiesa si manifesta al mondo, anche per mezzo nostro, come «sacramento universale di salvezza».

A conclusione dell'articolo viene ulteriormente messo in evidenza quanto è importante sentirsi coinvolti nel mistero della Chiesa. Per salvare l'uomo, Cristo lo chiama a sé facendolo Chiesa, e questa diventa non solo una «comunione umano-divina», ma anche «sacramento universale di salvezza».

Dicevamo che la nostra tipica vocazione «ci pone interamente al servizio» delle varie necessità della Chiesa, con particolare attenzione alla parte più delicata del popolo di Dio che è la gioventù.

Come Chiesa ci sentiamo «salvati» per bontà di Cristo, ma anche «corresponsabili» della salvezza. degli altri, specie dei giovani; ci mettiamo in cammino per rinnovarci, ma sappiamo anche essere segno dell'amore di Dio ai giovani.

Come Salesiani ci sentiamo inseriti nel mistero della Chiesa, cooperiamo alla sua missione con tutte le nostre forze, doniamo l'originalità del nostro spirito e del nostro metodo educativo-pastorale, come doni ricevuti e da diffondere; diventiamo portatori del nostro carisma nel mondo intero.

Il nostro modo di vivere l'appartenenza alla Chiesa e di contribuire

alla sua edificazione sta nell'essere Salesiani genuini e fedeli. Il nostro contributo consiste nell'essere maggiormente noi stessi. Infatti dice il decreto «Perfectae caritatis»: «Torna a vantaggio stesso della Chiesa che gli istituti abbiano una loro propria fisionomia e una loro propria funzione».'

Così contribuiamo a edificare la Chiesa «come Corpo di Cristo»: in essa siamo un organo preciso, un membro vivo e la nostra azione apostolica è un aiuto per la sua crescita (pensiamo alla nostra azione educativa, missionaria, parrocchiale, catechistica, vocazionale...).

Ma contribuiamo anche, per un'umile parte, a manifestarla come sacramento universale di salvezza e di liberazione: sacramento dell'amore salvifico di Dio per i giovani, soprattutto i più poveri.

Dio nostro Padre,

facci comprendere

che la nostra vocazione salesiana

ci situa nel cuore della Chiesa,

a servizio della sua divina missione.

Concedi a noi piena generosità

nel darle il contributo del nostro carisma,

secondo il disegno che Tu hai ispirato a Don Bosco, rendendoci veri «missionari dei giovani»

comunicatori efficaci del Vangelo del Tuo Figlio.

Fa' che in ogni circostanza,

usando tutti i mezzi che la Tua Provvidenza ci offre, collaboriamo all'edificazione della stessa Tua Chiesa, Corpo Mistico di Cristo

sacramento universale di salvezza.

" PC, 2

ART. 7 LA NOSTRA SOCIETA’ NEL MONDO CONTEMPORANEO

La nostra vocazione ci chiede di essere solidali con il mondo e la sua storia.' Aperti alle culture dei paesi in cui lavoriamo, cerchiamo di comprenderle e ne accogliamo i valori, per incarnare in esse il messaggio evangelico.

Le necessità dei giovani e degli ambienti popolari, la volontà di agire con la Chiesa e in suo nome muovono e orientano la nostra azione pastorale per l'avvento di un mondo più giusto e più fraterno in Cristo.

' Cf. GS, 1

il titolo dell'articolo richiama la grande Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II «La Chiesa nel mondo contemporaneo», e con tale riferimento manifesta la volontà della Società salesiana di entrare nelle prospettive della Chiesa attuale. Nello stesso tempo dà una prima spiegazione del nostro rapporto con il mondo: siamo organismo vivente della Chiesa, dobbiamo contribuire a renderla presente al mondo cui è mandata «a testimoniare la verità, a salvare e non a condannare, a servire e non a essere servita».11

La presenza della Chiesa nel mondo si giustifica come un servizio all'umanità: «una Chiesa e un Concilio rivolto all'uomo, e non deviato verso l'uomo»,' diceva Paolo VI; così la Congregazione salesiana, nel suo piccolo, si sente rivolta al giovane, anche se non deviata verso di lui.

In questo articolo si afferma il rapporto tra evangelizzazione e cultura e l'atteggiamento che i Salesiani devono assumere per rispondere alle sfide del nostro tempo: «La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca».3

1   GS, 3

2   Cf. PAOLO VI, Discorso conclusivo della IV sessione del Concilio, 7 dicembre 1965

3   EN, 20

Intimamente solidali con il mondo e la sua storia.

La nostra appartenenza alla Chiesa e la nostra vocazione salesiana ci chiedono di farci amici, anzi «servi» dei giovani e degli ambienti popolari, come Cristo si è fatto servo degli ultimi.

La forma tipica del nostro rapporto con il mondo è la solidarietà con i giovani, in quanto sono inseriti nel mondo e nella sua storia. Il testo rimanda esplicitamente al primo articolo della «Gaudium et Spes» che dice: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi... sono pure (quelle) dei discepoli di Cristo... La comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano

·     la sua storia 4

Questa solidarietà per la salvezza dei giovani ci chiede di:

- nutrire simpatia per i paesi in cui lavoriamo, studiare con cura la realtà sociale dei luoghi in cui viviamo, sentirne i problemi con interesse;

- essere aperti alle culture, sforzarsi di comprenderle a fondo, accoglierne i valori, accettarne la pluriformità;

- lavorare per incarnare in queste culture il Vangelo di Cristo («inculturare» il Vangelo);

- riattualizzare in esse il metodo salesiano della bontà.

Don Bosco ha voluto fare di noi non dei monaci, né dei conventuali, ma dei religiosi di tipo nuovo, vicini a tutti gli uomini loro fratelli

• a servizio loro. Molte nostre attività (pensiamo a tanti servizi educativi o alla comunicazione sociale) hanno un carattere di per sé profano, in quanto sono inserite per loro natura nella realtà e nei problemi sociali della gente.'

Tale carattere, tuttavia, non è in contrasto con le esigenze della consacrazione religiosa, né con gli obiettivi della missione, né con la necessità di contestare le deviazioni di un mondo che non accoglie Cristo e il suo Vangelo. Possiamo anzi attestare la verità di Cristo che libera

Gs, l

s Le Costituzioni metteranno in evidenza che la nostra missione, partecipando a quella della Chiesa, unisce all'impegno di evangelizzazione quello per lo sviluppo dell'ordine temporale (cF. Cost 31). Si veda il documento «Religiosi e promozione umana» (Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari, Roma 1980), che parla dei compiti di promozione che la Chiesa affida ai Religiosi.

l'uomo vivendo i problemi del nostro tempo, partecipando al suo ritmo, alle sue imprese «umane», alle sue pene e alle sue gioie; scartando, nel contempo, tutto ciò che, nei modi di pensare, di parlare e di vivere, ci rende estranei agli altri o poco accoglienti. Ritroviamo qui un aspetto dell'umanesimo caratteristico di san Francesco di Sales e di Don Bosco.

Aperti alle culture per incarnare in esse il messaggio evangelico.

Le Costituzioni sottolineano questo aspetto: il particolare nostro impegno di evangelizzazione ci deve trovare aperti alle culture, alla loro comprensione e all'accettazione dei loro valori.

È indispensabile un atteggiamento duttile e creativo in un tempo nel quale tutte le culture sono in forte evoluzione. Siamo - dice la «Gaudium et Spes» 6 - agli albori di una nuova epoca storica, in cui sta nascendo una intensa interrelazione umana, che comporta una specie di «supercultura», che lega i rapporti umani con interscambi e crea vincoli di comunione. È una chiamata a rendersi più universali, a vivere in sintonia con l'universale crescita umana, a essere attenti al dialogo interculturale a livello mondiale che è in corso.

Il motivo che ci spinge a questo incontro con le culture è l'ansia apostolica che muoveva Paolo a percorrere la terra per portare dovunque il messaggio del Vangelo, un messaggio capace di «fecondare dall'interno, fortificare, completare e restaurare in Cristo» ogni popolo: 7 i viaggi del Papa e il suo magistero mostrano chiaramente il ruolo speciale che la Provvidenza affida agli apostoli in questo tempo con l'assistenza dello Spirito.

Anche nel nostro modesto ambito salesiano l'inculturazione del carisma di Don Bosco rende indispensabile una grande attenzione sia ai segni dei tempi che alla mediazione delle singole culture, per irrobustire l'identità e l'unità della Congregazione, accogliendo una pluriformità di modi, che escluda simultaneamente gli uniformismi e i nazionalismi.

' Cf. GS, 54ss Cf. GS. 58

La nostra ottica pastorale: dalla «missione» salesiana all'azione «pastorale».

Don Bosco ha creduto alla portata sociale della sua opera (cf. Cost 33), orientata alla promozione integrale dei giovani, al servizio dell'uomo vivente e quindi all'avvento di una società nuova, dove potessero regnare la giustizia e la fraternità in Cristo: «Dalla buona o cattiva educazione della gioventù dipende un buono o tristo avvenire ai costumi della società».$

Dopo di aver portato lo sguardo sulla vastità e complessità della missione salesiana nel suo rapporto col mondo contemporaneo, il testo concentra l'attenzione sulla indispensabile «ottica pastorale»9per tradurre la missione in interventi pastorali concreti e pluriformi.10 Tale ottica --- secondo l'espressione della Regola - è «volontà di agire con la Chiesa e in suo nome», così da dirigere ogni attività ed evitare che l'importante nostro impegno di promozione umana degeneri a livelli semplicemente temporalisti. L'ottica pastorale salesiana ci fa scrutare, con atteggiamento positivo, la realtà in cui viviamo e ci orienta nel discernere le vere «necessità dei giovani e degli ambienti popolari» per camminare verso quella che Paolo VI ha chiamato «la civiltà dell'amore».

1l Fondatore ci ha insistentemente esortati a curare l'aspetto pastorale del nostro impegno per l'uomo, con un'azione affidataci dalla Chiesa, sempre ispirata e motivata dal proposito di «conservare la fede e il buon costume in quella classe di giovani che, per essere poveri, sono esposti a maggiori pericoli di loro eterna salute»."

L'attenzione all'aspetto pastorale («agire con la Chiesa e in suo nome») aiuta a evitare, nel campo delle risposte alle urgenze sociali, i pericoli non immaginari di deviazioni ideologiche o di mode correnti del tempo; ricorda quanto stava a cuore a Don Bosco l'evitare di assumere determinati atteggiamenti politico-partitici; aiuta a fare le scelte

e Cf. Proemio alle Costituzioni della Società di S- Francesco di .Sales 1858 (F. MOTTO, p. 58) Cf- Messaggio inviato dal Papa Giovanni Paolo II all'inizio del CG22. Documenti CG22, p. 19-20

° [1 CGS, mentre afferma l'unità della missione salesiana, indica l'in dispensabilità di tradurla in pratica attraverso una pluriforrnità di «pa storalib, legate alle diverse realtà socioculturali (cf. CGS, 30).

" Cf. Proemio alle Costituzioni della Società di 5. Francesco di Sales 1858 (F. MOTTO, p. 60)

I

preferenziali indicate dalla missione salesiana in sintonia con le Chiese locali.

Interpretiamo qui salesianamente quanto la «Gaudium et Spes» ha detto a riguardo dei «segni dei tempi»: «Per svolgere il (suo) compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi... così che in modo adatto a ciascuna generazione possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini»» «Il popolo di Dio mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza e del disegno di Dio».13

«In ogni paese in cui siamo mandati» vogliamo essere intensamente presenti alla vita culturale, sociale e politica della gente, in particolare dei giovani degli ambienti popolari: è l'unico modo per scoprire le loro «necessità», la loro fame di pane, di sapere, di dignità umana, di verità, di bellezza, e, in fondo, la loro fame di Gesù Cristo. Don Bosco non ha mai avuto altro metodo!

In tal modo, attraverso il nostro impegno educativo e apostolico, speriamo di contribuire al progresso del mondo. Ma quale progresso? Quale mondo sogniamo? E quale tipo di società e di uomo vogliamo promuovere? Con discrezione il testo insinua che noi contestiamo tutti gli elementi disumanizzanti del mondo attuale e in particolare la preminenza che è data al profitto; e vogliamo contribuire a costruire un mondo «più giusto e più fraterno», ispirato a Cristo e ai valori del suo Vangelo.

Il tema verrà ripreso e ampliato nell'articolo 33.

O Signore,

che, chiamandoci a servirli nei nostri fratelli, chiedi a noi di farci intimamente solidali con coloro ai quali ci mandi,

donaci di condividere con sincerità

le speranze e le angosce degli uomini del nostro tempo,

12  ' 2 GS, 4 ''

13   GS, i l

e di accogliere con cuore aperto

i valori delle culture in cui ci inserisci, rispondendo con sentila partecipazione alle necessità dei giovani poveri,

affinché, essendo nel mondo senza essere del mondo, collaboriamo a portarlo

alla novità della Tua giustizia e del Tuo amore.

ART. 8 LA PRESENZA DI MARIA NELLA NOSTRA SOCIETÀ

La Vergine Maria ha indicato a Don Bosco il suo campo di azione tra i giovani e l'ha costantemente guidato e sostenuto' specialmente nella fondazione della nostra Società.

Crediamo che Maria è presente tra noi e continua la sua «missione di Madre della Chiesa e Ausiliatrice dei cristiania?

Ci affidiamo a Lei, umile serva in cui il Signore ha fatto grandi cose,3 per diventare tra i giovani testimoni dell'amore inesauribile del suo Figlio.

' MB VII. 334; XVII, 258; XVIII, 439

DB, Maraviglie della Madre di Dio, Torino 1858 (OE XX, 237) > ctr Lr 1,48-49

Nella prima parte, che sta alla base delle Costituzioni, questo articolo sulla «presenza di Maria nella nostra Società» presenta la Madonna strettamente legata sia alla fondazione della Società che alla vocazione salesiana. La dimensione mariana, infatti, risulta essenziale tanto nella storia che nella vita della Società salesiana.

La Madre di Dio, cooperatrice nell'opera della redenzione, ha partecipato attivamente alla nascita e allo sviluppo dei vari Istituti religiosi nella Chiesa: «Maria SS ci può dire la fondatrice e madre di tutte le Congregazioni, dal Cenacolo fino ai giorni nostri».1

In particolare per noi Don Bosco dice: «Maria è madre e sostegno della Congregazione».2

L'articolo si propone di illustrare questa realtà che, mentre assicura lo sguardo materno che la Vergine ha per la Società salesiana, dimostra la sua presenza sempre operante nella vita e nell'attività della Chiesa. Come dice infatti il Concilio, «assunta in cielo... (Maria) continua ad ottenere le grazie della salute eterna... si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti alla patria beata».3

 MB IX, 347

 MB XVII, 258 LG, 62

Maria presente nella fondazione della Società.

L'articolo incomincia con l'affermazione solenne della presenza e del ruolo di Maria nella vocazione di Don Bosco e negli inizi della sua opera. Maria, la Madre di Dio, che è anche Madre dei giovani, ha mostrato per loro una speciale sollecitudine: nel sogno fatto da Giovannino Bosco a nove anni, e altre volte ripetuto, Lei stessa gli ha indicato i giovani come campo di azione e la bontà come metodo pastorale.

Don Bosco, pensando alla nascita e allo sviluppo della sua opera, dirà: «Non possiamo errare: è Maria che ci guida».4

Il testo delle Costituzioni allude ai molteplici modi con cui la Vergine «ha costantemente guidato e sostenuto» Don Bosco.

- -- Come «ispiratrice e guida» lo ha accompagnato, con segni visibili di benevolenza e di protezione, nella fondazione e nello sviluppo della Congregazione e di tutta la Famiglia salesiana. «Tutto è opera della Madonna», esclamava. Essa è «fondatrice e sostenitrice delle nostre opere», nostra «guida» sicura.'

- Come «madre e maestra» ha sostenuto Don Bosco con la premurosa bontà,' già manifestata a Cana (cf. Gv 2), e con la chiarezza di un progetto educativo universalmente valido per la formazione della gioventù: il Sistema preventivo (cf. Cost 20).

- Sicché si può davvero dire che «il crescere, il moltiplicarsi e l'estendersi della Famiglia salesiana può e deve dirsi Istituzione di Maria SS.».' Il nostro Fondatore ripeteva: «La Congregazione è condotta da Dio e protetta da Maria SS.».$

Parlando del futuro dell'incipiente Congregazione nel 1867 Don Bosco narrò ai suoi primi seguaci il «sogno» del pergolato di rose, premettendo queste espressioni: «Vi ho già raccontato diverse cose in forma di sogno, dalle quali possiamo argomentare quanto la Madonna SS ci ami e ci aiuti; ma perché ognuno di noi abbia la sicurezza essere Maria Vergine che vuole la nostra Congregazione e affinché ci animiamo sempre più a lavorare per la maggior gloria di Dio, vi raccon

MB MB XVIII, 439

' Cf. MB VII, 334; XVIII, 439 c

Cf. MB VII, 676

MB VI, 337
e MB XVIII, 531

terra non già la descrizione di un sogno, ma quello che la stessa Beata Vergine si compiacque di farmi vedere. Essa vuole che riponiamo in Lei tutta la nostra fiducia».9

In questa prospettiva comprendiamo le parole del Rettor Maggiore alla conclusione del CG21: «La Congregazione è nata e cresciuta per l'intervento di Maria, e si rinnoverà nella misura in cui la Madonna ritornerà ad occupare il posto che le corrisponde nel nostro carisma».10

Maria presente nella nostra vocazione.

La fiducia nella presenza attiva di Maria tra noi per continuare la sua «missione» non può venir meno. Noi crediamo con Don Bosco che Essa rimane la «madre e maestra», in certo modo la «pedagoga» per portare il Vangelo ai giovani d'oggi.

Notiamo come il secondo capoverso sottolinea in modo speciale l'apertura ecclesiale e cattolica della devozione di Don Bosco verso la Madonna. Essa «vuole - egli diceva - che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice»," titolo quanto mai opportuno, particolarmente nei tempi difficili e di grandi speranze che stiamo vivendo»

Essa «ha continuato dal cielo, e col più grande successo, la missione di Madre della Chiesa e Ausiliatrice dei cristiani che aveva cominciato sulla terra» .13

La citazione di Don Bosco, che unisce insieme i due appellativi di «Madre della Chiesa e Ausiliatrice dei cristiani» acquista ai tempi nostri un valore particolare, dopo che il Papa Paolo VI l'ha ufficialmente proclamata «Madre della Chiesa» al termine della terza sessione del Concilio Vaticano II•14

Maria è un bene della Chiesa intera. La Costituzione «Lumen Gentium» e l'Esortazione apostolica «Marialis cultus» hanno descritto il suo ruolo profetico e la sua funzione nella Chiesa; la sua figura è stata acco-

MB 111,32

CG21, 589

" MB VII, 334

x Cf. E. VIGANÙ, Maria rinnova la Famiglia salesiana, ACS n. 289 (1978)

G. Bosco, Maraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, Torino 1868, p. 45 (OF voi XX, p. 237)

" Cf. PAOLO VI, Discorso di chiusura della terza sessione del Concilio, 21 novembre 1964

stata con una riflessione più attenta al suo modo di servire Dio, i fratelli e la comunità, più sensibile alle varie esigenze ecumeniche, più intimamente legata alla cristologia e alla ecclesiologia.

Maria non è solo Madre della Chiesa; è anche immagine della Chiesa. Per riallacciare il difficile dialogo tra i giovani e la Chiesa occorre ritrovare questa Madre: «Se vogliamo tornare alla verità su Gesù Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo, bisogna tornare a Maria».15 Maria vuole una Chiesa che coraggiosamente si metta a servizio del mondo, dei giovani, dei poveri, dei ceti popolari, delle esigenze culturali, ma anche una Chiesa materna e piena di bontà.

Noi dovremmo sapere sempre abbinare il titolo di Madre della Chiesa con quello di Ausiliatrice dei cristiani, Come discepoli del Signore, siamo Chiesa: le sue difficoltà, le sue ansie, i suoi progetti sono i nostri; come seguaci di Cristo, sentiamo di essere partecipi della missione mariana di «Ausiliatrice» e «Madre della Chiesa».

Come educatori avvertiamo in particolare il ruolo di Maria nella educazione dei cristiani. «La figura di Maria - leggiamo nella «Marialis cultus» - offre agli uomini del nostro tempo il modello compiuto del discepolo del Signore: artefice della città terrena e temporale, ma pellegrino solerte verso quella celeste ed eterna; promotore della giustizia che libera l'oppresso e della carità che soccorre il bisognoso, ma soprattutto testimone operoso dell'amore che edifica Cristo nei cuori».16

Noi crediamo davvero che Maria è Ausiliatrice nel formare cristiani così; Ausiliatrice nella lotta titanica tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra la luce e il peccato; Ausiliatrice dei giovani nel superare le piccole paure personali e le grandi paure cosmiche che incombono.

Don Bosco ci ripete: «Chiamatela Ausiliatrice. Essa gode tanto nel prestarci aiuto»." È «Ausiliatrice dei genitori, Ausiliatrice dei figli, Ausiliatrice degli amici».18

'S Giovanni Paolo II, Puebla 1979

MC, 37

MB XVI, 269 e MB XVI, 212

Ci affidiamo a Maria.

Sentendosi partecipi delle vicende della Chiesa e avendo responsabilità verso i giovani, i Salesiani, nelle loro imprese apostoliche, si affidano a Maria: «Affidàti alla sua protezione, mettiamo pur mano a grandi cose».19

È l'atto solenne rinnovato dalla Congregazione il 14 gennaio 1984, all'inizio del Capitolo generale XXI; ed è il gesto che ogni giorno nella propria azione ripete ogni salesiano.

Siamo certi, infatti, che Essa «continuerà a proteggere la nostra Congregazione, se noi continueremo la nostra fiducia in Lei e continueremo a promuoverne il culto».20

Il termine «affidamento» è recente, ma assai significativo; sostituisce quello di «consacrazione», che, come vedemmo, è propriamente usato per esprimere un'azione di Dio.

Affidarsi a Maria è un gesto filiale che rivela sicura fiducia, pienezza di amore e appartenenza totale. Lo suggeriva anche Don Bosco nel 1869, proponendo un «Atto di filiazione con cui si prende per Madre Maria Vergine».21

Affidarsi a Maria è iniziare un rapporto di affetto, di donazione, di disponibilità, di appartenenza, di appoggio al patrocinio di Maria, la collaboratrice di Cristo."

Le Costituzioni dicono che noi Salesiani ci affidiamo a Maria per essere portatori di una spiritualità giovanile, per costruire pedagogicamente la testimonianza viva della santità giovanile, cioè per diventare tra i giovani «testimoni dell'amore inesauribile del suo Figlio»: è la missione che fin dall'inizio ci è stata indicata dalla nostra Regola (Cf. Cost 2).

Ci affidiamo alla Madre della Chiesa, cioè ad una Madre operosa e continuamente sollecita delle sue sorti nelle vicissitudini di ogni secolo. Maria è la Madre dei giovani e delle vocazioni.

Ci affidiamo all'Ausiliatrice del Papa, dei Vescovi, del popolo cristiano,

" D, ALBERA, Lettera del 31.3.1918, Lett. circolari, p. 286

2D D. BOSCO, Testamento spirituale, Appendice Costituzioni 1984, p. 256

z' G. BOSCO, Associazione de' Divori di Maria Ausiliatrice, Letture Cattoliche, Torino 1869,` p- 57

zz LI Papa Giovanni Paolo Il, 1'8 dicembre 1981, commemorando iI Concilio di Efeso, ha «affidato a Maria l'intera famiglia umana.

Ci affidiamo all'«umile serva in cui il Signore ha fatto grandi cose». Questo accenno al «Magnificat» apre un orizzonte vastissimo, nel quale appaiono in rapida sequenza la storia tormentata dell'uomo e l'intervento paterno di Dio, che dell'umile serva fa il punto di appoggio per iniziare a rinnovare l'umanità: è storia di salvezza ed è invito alca fiducia in Lei.

Noi Salesiani abbiamo la responsabilità di saper custodire e promuovere la pietà dei ceti popolari verso Maria e di favorire tra i giovani, una conoscenza più profonda di Lei, Madre e Ausiliatrice, che sfoci nell'amore e nell'imitazione.

Signore Gesù,

Tu hai donato a Don Bosco,

quale Madre, Maestra e Ausiliatrice, la stessa Tua Santissima Madre, e per Suo mezzo gli hai indicato il campo della missione,

ispirandolo a fondare la nostra Società.

Continua a guardare con benevolenza questa Tua Famiglia, e fa' che sentiamo sempre viva tra noi la presenza e l'opera di Maria,

«Madre della Chiesa e Ausiliatrice dei cristiani».

Affidàti a Lei e sotto la Sua guida, donaci di essere tra i giovani testimoni del Tuo inesauribile amore.

ART. 9 PATRONI E PROTETTORI DELLA NOSTRA SOCIETÀ

Come membri della Chiesa in cammino, ci sentiamo in comunione con i fratelli del regno celeste e bisognosi del loro aiuto.'

Don Bosco ha affidato la nostra Società in modo speciale, oltre che a Maria, costituita da lui patrona principale,2 a san Giuseppe e a san Francesco di Sales, pastore zelante e dottore della carità.

Veneriamo pure come protettori particolari san Domenico Savio, segno delle meraviglie della grazia negli adolescenti, e gli altri membri glorificati della nostra Famiglia.

' Cf. LG, 49

a Cf- Cost 1875, V, 6

La nostra Società vivente nella Chiesa, che è ancora in cammino, comunica con la Chiesa celeste, che già gode la visione del suo Signore. «Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui».1

In questo ultimo articolo del primo capitolo le Costituzioni ci ricordano il rapporto privilegiato che possiamo avere con quei fratelli glorificati, che invochiamo come Patroni e Protettori: l'unione non è spezzata dalla morte, ma consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali.

L'atmosfera che ci fa respirare questo articolo della Regola è quella evocata da Don Bosco in una «Buona Notte» ai suoi figli: «Ciascuno pensi al Paradiso, dove chi ha dei fratelli, chi delle sorelle, chi degli amici o dei compagni, chi dei Superiori o degli inferiori, chi il padre, la madre, i quali godono il premio delle loro virtù... Se essi si fecero santi, perché non potremo farci anche noi?... Io vi assicuro che il Signore la sua grazia ce la dà... Ci manca... un poco di buona volontà... Domandatela al Signore, domandatela con istanza ed Egli ve la metterà. E se non bastassero le preghiere vostre, rivolgetevi ai Santi, specialmente a Maria Santissima, che... sono disposti a favorirvi in tutto... Dite loro che dimandino per voi un ardente amore divino, un amore costante, e il Signore se a voi non lo concede per le vostre preghiere, a voi non potrà negarlo per le preghiere di tanti Santi (2)

LG, 49

 MB XII, 557

Siamo membri della Chiesa in cammino, in comunione con i fratelli del Regno celeste.

La Chiesa in cui operiamo non è disincarnata e fuori del tempo, ma è storica e dinamica: è una Chiesa «pellegrinante», una Chiesa in cammino.

L'immagine sottolinea la nostra volontà di rispondere alle esigenze della Chiesa attuale, con lo sguardo fisso su ciò che si profila per la Chiesa di domani.

La Costituzione «Lumen Gentium» parla di un popolo profetico, sacerdotale e regale; e il decreto «Perfectae caritatis» stimola i religiosi a partecipare alla vita della Chiesa in vari campi: «biblico, liturgico, dommatico, pastorale, ecumenico, missionario e sociale».3 Questo suppone che promuoviamo una Chiesa sempre più autentica e più evangelica, in mezzo a un mondo che sta secolarizzandosi: Chiesa serva e povera, che cerca un nuovo tipo di presenza e di azione, si fa tutta a tutti, ascolta il grido dei poveri, si inserisce nelle culture, fa vedere in se stessa Gesù Cristo vivo.

Una tale Chiesa testimonia la Città futura e indica con sicurezza la via per giungere alla perfetta unione con Cristo nella Gerusalemme del cielo.

In questa Chiesa in cammino «ci sentiamo bisognosi dell'aiuto dei fratelli del Regno celeste»; con loro, che hanno collaborato a costruire la Chiesa, noi manteniamo viva quella comunione che ci unisce alla Chiesa gloriosa del cielo: i Santi intervengono ancora nella nostra storia per aiutarci nella costruzione del Corpo di Cristo: «la nostra debolezza è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine».

Siamo membri di una Società affidata a Maria, a san Giuseppe, a san Francesco di Sales.

Tra i Santi veneriamo in modo speciale quelli che ci sono stati dati come Patroni e Protettori, che intercedono per noi e intervengono per sostenerci nella nostra missione.

3 Cf. PC, 2

4 LG, 49; cf. LG, 50

- Della Vergine Maria le Costituzioni ci hanno già parlato nel precedente articolo; ma ora ci dicono che Don Bosco ha affidato a Lei la Congregazione costituendola «Patrona principale».

Non si tratta solo di un atto ufficiale compiuto una volta tanto, ma di un atteggiamento abituale del nostro Fondatore: «Io non lascio mai di fare un'opera che so essere buona e da farsi, per quanto siano numerose e grandi le difficoltà che mi si presentano..- Ma prima di incominciare quell'impresa dico un' `Ave Maria'... Poi avvenga quel che vuole. Io pungo tutto ciò che è in me, il resto lo lascio al Signore». Così Don Bosco confidava a Don Cagliero in occasione di una difficile udienza col Ministro degli Interni Farini.5

Ai suoi giovani e ai Salesiani diceva: «Una cosa che abbiamo fra noi in modo specialissimo, e non la conosciamo abbastanza, è la protezione di Maria e quanto sia efficace il ricorrere a questa buona Madre... Ripetete sempre 'Ave Maria' e vedrete il mirabile effetto di questa invocazione».6

Don Bosco, che fin da giovane aveva riposto in Lei tutta la sua fiducia,' poteva dire con convinzione e certezza: «Maria SS- è la mia protettrice e la mia tesoriera.7

--- San Giuseppe

L'articolo non dice esplicitamente i motivi per cui Don Bosco lo ha posto tra i Patroni della Congregazione. Sappiamo che egli volle la «Compagnia di San Giuseppe»; 9 in ogni chiesa da lui costruita dedicava un altare a san Giuseppe; dopo un mese di preparazione ne celebrava all'Oratorio la festa, con perfetto riposo, il 19 marzo, quando in Piemonte essa non era annoverata tra i giorni festivi; 1O lo presentava come modello e protettore degli apprendisti e giovani operai; lo sentiva modello di fiducia nella Provvidenza, Patrono della Chiesa universale e protettore per una buona morte. Diceva ai suoi giovani e ai confratelli: «Desidero che voi tutti vi mettiate sotto la sua protezione: se voi lo

a MB VI, 670.671

MB vi, 115

Cf. MB I, 243

R Cf. MB IV, 251 v CE MB VI, 190 ° Cf. MB VI, 191

pregherete di cuore, egli vi otterrà qualunque grazia sia spirituale che

temporale». 11

- Di san Francesco di Sales, Patrono e titolare della Società, vengono esplicitate nel testo costituzionale due qualità, «pastore zelante e dottore della carità», che hanno fatto di lui il nostro modello e il nostro autore prediletto nell'approfondimento della carità pastorale.

Don Bosco lo volle suo protettore già agli esordi del suo Sacerdozio: uno dei propositi allora formulati diceva: «La carità e la dolcezza di san Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa».12 A lui intitolò il suo primo Oratorio in Valdocco e lo ebbe come guida nei sogni.13 Scrive il biografo: «Giudicava che lo spirito di san Francesco di Sales fosse il più adatto ai tempi per l'educazione e l'istruzione popolare».14 Quando iniziò le Missioni, ripeteva: «Con la dolcezza di san Francesco di Sales i Salesiani tireranno a Gesù Cristo le popolazioni dell'America».1s Le grandi Opere spirituali di san Francesco di Sales hanno guidato la formazione dei primi Salesiani.

I Patroni vegliano su di noi; noi li veneriamo e li invochiamo nelle difficoltà della nostra missione, e li facciamo conoscere alla gioventù.

Siamo Società che venera come protettori i suoi membri glorificati.

La vocazione salesiana trova qui l'espressione della sua pienezza. A intercedere per noi ed a sostenerci nella missione, oltre i Patroni, ci sono i fratelli che sentiamo nostri Protettori, quali san Domenico Savio e gli altri Santi della nostra Famiglia. Essi sono una conferma che lo Spirito del Signore è presente tra noi.

Si apre così il tema della santità nella Famiglia salesiana, che vede attorno a Don Bosco una splendida corona di figli canonizzati o beatificati.

" MB VII, 636

12 MB I, 518

" Cf. MB IX, 1,55 14 MB 11, 253.254 15 MB XVI, 394

Q

San Domenico Savio, «segno delle meraviglie della grazia negli adolescenti» viene presentato a noi educatori come motivo di speranza, come prova delle compiacenze di Dio per la gioventù, come esempio di zelo apostolico e di contemplazione, come orientamento per la nostra opera educativa che avvia a una santità semplice e gioiosa. Accanto a Domenico possiamo ricordare i suoi compagni di gloria, come Ceferino Namuncurà, Laura Vicuna, e altri.

Tra i membri glorificati ricordiamo sorelle e fratelli imitatori di Don Bosco nel loro stile di vita: santa Maria Domenica Mazzarello, preparata dallo Spirito Santo prima, e guidata poi da Don Bosco nella realizzazione del progetto di Dio per la gioventù femminile; il beato Michele Rua, primo Successore di Don Bosco e modello di fedeltà salesiana; i primi martiri, i beati Mons. Luigi Versiglia e don Callisto Caravario; e poi don Filippo Rinaldi, don Andrea Beltrami, don Augusto Czartoryski, don Vincenzo Cimatti, Simone Srugi, Artemide Zatti, e tanti altri...' 6

«Li veneriamo»: significa che li guardiamo come amici, confidiamo nella loro intercessione, li consultiamo, li invochiamo nel quotidiano cammino verso la meta che è Cristo. Don Bosco insisteva: «Vi aspetto tutti in Paradiso».''

Il patrimonio della santità salesiana diventa corrente spirituale, segno dell'amore di Dio ai giovani. Risplende nel Fondatore, ma con Lui è appena agli inizi.

I nostri Santi vivono quella alleanza con Dio che hanno incominciata quando erano tra noi con l'esercizio della carità ed hanno sviluppata con la grazia dello Spirito: la loro azione non si ferma nel tempo, ma oltrepassa le generazioni e i secoli.

I nostri giovani possono così ammirare concretamente ciò che lo Spirito ha realizzato per mostrare loro Gesù Cristo, vero Signore della storia.

16 Sulla Scuota di santità» fiorita attorno a Don Bosco si veda la Lettera del Rettor Maggiore in ACC n. 319 (1986)

" Cf. MB XVIII, 550

Nei Tuoi Santi, o Signore,

ci hai donato dei Fratelli pieni di sollecitudine per noi.

Per l'intercessione singolare

della Beata Vergine Maria,

di san Giuseppe Suo Sposo,

di san Francesco di Sales da cui prendiamo il nome, di Don Bosco nostro Fondatore e Padre,

di Domenico Savio segno mirabile della Tua grazia,

e di tutti gli altri membri glorificati della nostra Famiglia, concedici di lavorare con frutto alla nostra santità nella costruzione del Tuo Regno.

CAPITOLO II

LO SPIRITO SALESIANO

«Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, é quello che dovete fare. E il pia della pace sarà con voi» (Fil 4,9).

Paolo scrivendo ai suoi cristiani predilige il tratto autobiografico: è segno squisito di amorevole relazione interpersonale (paternità) ed insieme coscienza vigile del bisogno di modelli concreti e credibili per cristiani esposti a confusioni ed equivoci (cf. 1 Ts 4,1; 1 Cor 4,16).

Nel caso della comunità di Filippi ciò avviene perché gli avversari sconvolgono la comunità, propagandando un Vangelo ed uno spirito che non è quello di Paolo, autentico apostolo di Cristo. Di qui anzitutto la vigorosa denuncia (3,15-21) per cui una nota polemica, un serio avvertimento sta nel linguaggio in prima persona di Paolo. Detto al positivo e con termini pratici, Paolo con ben quattro verbi - che indicano da una parte l'autorevolezza della sua testimonianza e del suo magistero e dall'altra la vitale e intima esperienza fattane da parte dei discepoli - sottolinea l'indispensabilità di accogliere la «Tradizione» di cui egli è mediatore, per camminare al seguito del Dio di Gesù Cristo. Solo così la sua pace, la pienezza dei beni messianici, circonderà la comunità (cf. Rm 15,33; 1 Cor 14,33).

Ricordiamo che la lettera ai Filippesi è citata ben cinque volte nelle Costituzioni' di cui due volte dalla bocca dello stesso Don Bosco.

È evidente il richiamo, affettuoso e accorato insieme, alla fedeltà a Don Bosco, come fonte primaria e autentica dello spirito salesiano in quanto è lui stesso per primo, come Paolo, genuino imitatore del Vangelo di Cristo e perciò autorevole e per noi indispensabile modello. Per queste

' Cf. cap. VI, cap. EX e art. 17, 71, 100

in tutti gli articoli di questo capitolo (10-21) - meno uno - vediamo sempre la figura di Don Bosco in primo piano come colui che ci trasmette i diversi aspetti del suo spirito.

* * *

Proponendo i principi generali del rinnovamento della vita religiosa, il decreto «Perfectae caritatis» afferma: «Torna a vantaggio della Chiesa stessa che gli Istituti abbiano una loro propria fisionomia ed una loro propria funzione. Perciò fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei fondatori...».2

Non è facile, certamente, definire lo «spirito» di un Istituto religioso: tutti i battezzati in Cristo hanno lo stesso Vangelo e sono guidati dall'unico Spirito; tuttavia ci sono delle strade diverse per seguire il medesimo Signore e delle diverse accentuazioni negli aspetti evangelici della via della perfetta carità. Parlare di «spirito» di un Istituto religioso significa appunto riferirsi a quell'insieme di valori e di aspetti evangelici ed ecclesiali a cui i membri dell'Istituto, sull'esempio del loro Fondatore e accogliendo l'ispirazione dello Spirito Santo, sono particolarmente sensibili tanto nell'atteggiamento interiore quanto nel comportamento esteriore.

Il CGS, dalla cui riflessione fondamentale è emersa una prima descrizione costituzionale del nostro spirito, definisce lo spirito salesiano come «il nostro modo proprio di pensiero e di sentimento, di vita e di azione, nel mettere in opera la vocazione specifica e la missione che lo Spirito Santo non cessa di darci».3 Conviene ricordare che il CGS ha raccolto un'esperienza ormai consolidata: già Don Certa in sedici splendide pagine degli «Annali della Società»4 aveva condensato i tratti principali dello spirito vissuto nelle case di Don Bosco; il CGS ha potuto usufruire anche delle numerose testimonianze di confratelli di tutte le Ispettorie: il concorde sentire di tanti Salesiani di età, ambiente, nazio-

PC, 2; cf, anche MR, 11 3 crs, sb

° Cf. E. CERTA, Annali della Società .Salesiana I, p. 720-735

nalità e culture diverse è certamente assai significativo per indicare l'unità nello spirito della Società. I Capitoli generali successivi, il CG21 e specialmente il CG22, hanno apportato alla sintesi del CGS un ulteriore arricchimento ed hanno contribuito ad una più organica presentazione di questo che è certamente l'elemento più tipico della nostra «salesianità»: i Salesiani infatti si riconoscono non solo da ciò che fanno (anche altri si interessano della gioventù), ma dalla maniera con cui lo fanno!

Il CGS, introducendo il discorso sullo «spirito salesiano», precisa che ci si riferisce prima di tutto al suo fondamento e alla sua origine che è «lo spirito di Don Bosco» (la sua vocazione, vita, opera e insegnamento); ma ci si riferisce insieme allo spirito partecipato e vissuto nella sua Famiglia, cioè al modo con cui lo spirito di Don Bosco è realizzato concretamente nella storia e nella vita della Congregazione e della Famiglia salesiana (la vita e la santità dei Salesiani).5

Si osserva che le Costituzioni parlano di «spirito» piuttosto che di «spiritualità» salesiana: mentre, infatti, questa si riferisce più propriamente ad una riflessione globale che il salesiano compie sul suo rapporto con Dio, lo spirito riguarda l'insieme del suo stile di vita e di azione, come dinamismo evangelico vissuto e trasmesso quale modalità quotidiana di esistenza. Più che analizzare concettualmente i valori dell'esperienza spirituale di Don Bosco, si tratta di individuare i tratti caratteristici della sua fisionomia, che i suoi figli hanno imitato e fatto propri.', Lo «spirito» è vita, appartiene cioè all'ordine dell'esistente.

Considerato nel suo significato più ampio, lo spirito salesiano:

è anima della vita interiore ed esteriore del salesiano;

- è «forma mentis et cordis» vitale e propria che caratterizza lo stile di santificazione, di vita comune, di apostolato;

è fondamento dell'unità e del rinnovamento nostro e di tutti i gruppi della Famiglia salesiana;'

5 Cf. CGS, 87

° Nella lettera ai Cooperatori il Rettor Maggiore scrive: «Quando il Regolamento parla di spirito salesiano intende descrivere i tratti caratteristici della esperienza evangelica collaudata nella scuola di Don Bosco quale peculiare stile di vita, sintesi di criteri di giudizio e di metodologia di azione. Non è un'analisi concettuale delle relazioni con Dio e con il prossimo, e neppure la presentazione dottrinale della spiritualità di uno stato o di un ministero, ma la descrizione dei lineamenti spirituali individuanti la vocazione salesiana,,. Cf. ACC n. 318 (1986), p. 28. Cf. CGS, 86-87

- investe e anima tutta la vita del salesiano: le virtù dell'alleanza con Dio (fede, speranza, carità), la consacrazione apostolica, le attività della missione, la vita di comunione, la pratica dei consigli evangelici, la formazione, il governo;

- è, in sintesi, «un tratto fondamentale della nostra identità».8

Conviene non dimenticare che lo spirito salesiano è un tesoro di sapienza cristiana ricevuto non soltanto per i Salesiani, ma per essere diffuso a vantaggio della gioventù. Noi Salesiani di Don Bosco, come diceva l'art. 5 delle Costituzioni, abbiamo la particolare responsabilità di «mantenere l'unità dello spirito» nella Famiglia! Don Bosco affermava: «È necessario che noi abbiamo degli amici, dei benefattori, della gente che, praticando tutto lo spirito dei Salesiani, vivano in seno alle proprie famiglie, come fanno i Cooperatori salesiani».9 Gli attuali Regolamenti generali ne parlano a proposito del servizio che noi dobbiamo rendere alla Famiglia salesiana (Reg 36-40). Il Bollettino salesiano è destinato a diffondere «la conoscenza dello spirito e dell'azione salesiana» (Reg 41).

Venendo ora all'organizzazione dei contenuti del capitolo II, vediamo che essi sono raggruppati attorno ad alcune idee guida: ' °

1. Alcuni atteggiamenti di fondo che animano il Salesiano.

- Partendo dal suo livello più profondo si afferma che il «centro» e la «sintesi» dello spirito salesiano è «la carità pastorale» attinta dal Cuore di Cristo apostolo del Padre e dal suo Vangelo: qui è la fonte del nostro spirito e la sua giustificazione (ari. 10-11).

- A livello personale esperienziale il segreto di crescita nella carità pastorale e nella fedeltà allo spirito salesiano sta nella personale «unione con Dio», nel saper fare del lavoro «preghiera», con il sostegno potente dei Sacramenti.

e CG21, 97

° Progetto dì adelìberaiou per il Capitolo generale 1, 1877, manoscritto di non Bosco

0 Le idee-guida qui indicate sono desunte dalla presentazione fatta da «Sussidi alle Costituzioni e Regolamenti, a cura del CG22: cf. Sussidi p. 27-28.

L'esercizio costante di una visione di fede facilita un permanente impegno di speranza nella vita quotidiana (art. 12).

- A livello ecclesiale l'identità del nostro spirito e la carità pastorale si esprimono in un rinnovato «senso della Chiesa», di fedeltà al Papa, di comunione con i Vescovi e di impegno per l'edificazione della Chiesa là dove ci troviamo (art. 13).

2. Lo spirito salesiano impronta il nostro stile di relazioni.

Lo stile, che riveste di «salesianità» le nostre relazioni pastorali, si manifesta particolarmente:

- nell'amore di predilezione verso i giovani, espressione di un dono di Dio (art. 14);

- nell'amorevolezza, espressione della «paternità spirituale» e portatrice di un messaggio di purezza, che nasce dalla nostra «castità» consacrata, come concreta e oggettiva preoccupazione di formare i giovani all'amore (art. 15);

nell'ambiente di famiglia, di casa, che aiuta a condividere e perdonare (ari. 16);

- in un ottimismo vincente e in una gioia contagiosa (ari. 17). 3. Lo spirito salesiano permea la nostra pedagogia pastorale. Al livello del lavoro apostolico lo spirito salesiano si esprime:

- nel lavoro, cioè in un'operosità intancabile, e insieme in un realismo ascetico, proprio di educatori-apostoli, che collaborano alla costruzione del Regno di Dio: il binomio tipico di Don Bosco «lavoro e temperanza» è l'incarnazione dello spirito salesiano nella prassi quotidina, austera ed equilibrata (art. 18);

- nella prontezza creativa e flessibile a rispondere alle urgenze

locali (art. 19).

La sintesi di questo stile di impegno è il «Sistema preventivo», nel quale convergono le virtù che danno un volto proprio ed originale al sa-

lesiano che lavora tra i giovani e per il Regno: è un amore che si dona, attingendo alla carità di Dio (ari. 19-20).

4. In sintesi: Don Bosco è presentato come il modello concreto dello spirito salesiano e della carità pastorale che ci anima (art. 21).

Si osserva che altri elementi dello spirito salesiano sono disseminati qua e là nel testo delle Costituzioni, specie per ciò che riguarda la pietà sacramentale, la fiducia' in Maria ed alcuni tratti caratteristici della nostra pedagogia:. questi aspetti dovranno essere tenuti presenti per una conoscenza completa del nostro spirito.

ART. 10 LA CARITA PASTORALE AL CENTRO DEL NOSTRO SPIRITO

Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l'ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano.

Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata dal quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire Dio solo.

Dello spirito salesiano leggeremo in tutto il capitolo i tratti caratteristici, ma già in questo articolo troviamo l'elemento centrale, l'anima; poiché lo «spirito» è una realtà viva e organica, che spiega tutti gli altri elementi della vita salesiana, li anima e dà loro una coerenza profonda. Qui è indicata qual è «l'ispirazione organizzatrice»,' il nucleo animatore, cioè «la carità pastorale».

Della carità le Costituzioni parlano in molti articoli.2 La carità è il nome dell'amore di Dio (cf. I Gv 4,8) e il distintivo dei discepoli di Gesù (Gv 13,35): essa è al centro di ogni vita cristiana, e quindi di ogni vita apostolica. Questo art. 10 parla, in particolare, della «carità pastorale» salesiana, aiutando a scoprire le specificazioni della carità vissute nella vita del salesiano.

Don Bosco ci ha trasmesso uno stile originale di vita e di azione centrato sulla carità.

Come è stato già accennato, per comprendere lo spirito salesiano nella sua «originalità» e per applicarlo poi nella vita e nell'azione del salesiano è d'obbligo il riferimento a Don Bosco. Egli l'ha vissuto così intensamente da divenirne un vero modello (Cost 21). Egli stesso, inoltre, per far capire questo spirito additava i primi Salesiani, un pugno di gio-

CG.S, 88

= Cf. Cost 3. 14, 15. 20. 25. 29. 41. 50. 92. 95

vani che, trascinati dal suo zelo, operarono meraviglie tra i giovani.

Proprio guardando a Don Bosco e ai primi Salesiani le Costituzioni ci dicono che il cuore del suo spirito, e quindi dello spirito che anima i suoi figli, è la carità. L'affermò lo stesso nostro Padre quando, nella conferenza dell'l1 marzo 1869, ponendosi la domanda: «Qual è lo spirito che deve animare questo corpo?», rispondeva: «Miei cari, è la carità». È quella carità che aveva attratto già il piccolo Giovanni, il quale, di fronte all'atteggiamento riservato dei preti dell'epoca, diceva alla mamma: «Se io fossi prete, vorrei fare diversamente; mi avvicinerei ai fanciulli, li chiamerei intorno a me, vorrei amarli, farmi amare, dir loro delle buone parole... e consacrarmi tutto alla loro eterna salute».3 È la carità, che lo stesso Don Bosco nel 1877, spiegando a Nizza il suo sistema educativo, aveva evocato ricorrendo alla pagina in cui l'apostolo Paolo ne tesse le lodi: «La carità è paziente, è benigna... spera tutto...

sopporta tutt .4

Nella famosa lettera da Roma del 10 maggio 1884, vero «inno alla carità salesiana», Don Bosco faceva riferimento all'Oratorio dei primi tempi, per indicare nell'amore che vi regna l'esempio ispiratore di un sistema pedagogico e di una testimonianza spirituale, in cui risplende in tutta la sua luce lo spirito salesiano.

Questa interiore carica di amore per la gioventù si esprimerà nella intuizione pronta dei bisogni dei giovani, nella tipica esperienza che egli, illuminato da misteriosi sogni, tradurrà in norme pedagogiche di una mirabile flessibilità, nella preghiera continua per i suoi giovani, in una dedizione sempre creativa e dinamica in loro favore.

Per trasmettere il suo spirito Don Bosco sembra ripetere con semplicità ad ogni salesiano: «Guarda come faccio io: non hai che da imitarmi».

La carità pastorale, centro e sintesi dello spirito salesiano.

Centro dello spirito salesiano - precisa la Regola - è «la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società. È uno

3 MB 1, 227

° Cf. MB XIII, 114-115. La citazione di san Paolo si trova alla lettera nel trattatello di Don Bosco sul «Sistema preventivo nella educazione della gioventù: cf. Appendice Cast. 1984, p. 236.

slancio apostolico...». Queste espressioni richiamano una carità in movimento, che ha bisogno di agire e di realizzare, in forma pratica, appassionata: una «passione apostolica tutta animata da ardore giovanile», come dice il CGS.»

Tutti gli Istituti religiosi votati all'apostolato hanno come elemento base la carità apostolica. Da noi questa carità ha un tono speciale: è un ardore, un fervore, un «fuoco», uno «zelo» che non si può contenere; è una carità fervida, generosa, gioiosa, dinamica; una carità che ha tutte le caratteristiche migliori dei nostri giovani, ai quali principalmente si indirizza. Ricordiamo come ci fu chi considerò la carità di Don Bosco utopistica, sconcertante, un po' pazza! 5

La carità pastorale, partecipazione della missione di Gesù buon Pastore, è espressa nelle sue due dimensioni essenziali: amore del Padre, del quale vogliamo servire il Regno, e amore dei fratelli, cui vogliamo portare la buona notizia della salvezza. Molto bene la colletta della Messa in onore di san Giovanni Bosco riassume questa carità, definendola: slancio apostolico che ci fa «cercare le anime e servire Dio solo».

È importante percepire bene la dinamica interna di questi due poli della carità pastorale: Dio (Gesù Cristo) e il prossimo (i giovani). Si tratta di due principi che sostengono tutto il nostro spirito. Il primo è l'amore di Dio, che è sempre la causa e la fonte del nostro amore al prossimo. Il secondo metodologicamente rivela come si esercita la carità nella condotta quotidiana: la strada dell'amore di Dio è il servizio al nostro fratello. Così Gesù stesso ci ha amati!

È opportuno qui richiamarci allo stemma della Congregazione che reca il busto di san Francesco di Sales e un cuore da cui escono fiamme; l'art. 4 ricordava appunto lo «zelo» di san Francesco di Sales. La carità apostolica, che è al centro del nostro spirito, corrisponde esattamente a ciò che il nostro Patrono chiamava, secondo il linguaggio del tempo, «devozione». Leggiamo nella «Introduzione alla vita devota»: «La devozione non aggiunge alla carità altro che la fiamma, la quale rende la carità pronta, operosa e diligente non solo nell'osservanza dei

5 CGS, 89

° CF. J. AUBRY, Lo spirito salesiano, Edizione Cooperatori salesiani 1972, p. 33

comandamenti divini, ma anche nella pratica dei consigli e delle ispirazioni celesti».

Vivere lo spirito salesiano significa lasciarsi ispirare in tutto e in ogni momento dallo Spirito della Pentecoste e riceverne il vento violento e le lingue di fuoco. La mediocrità e la fiacchezza sono incompatibili con tale spirito. Si tratta di dare tutto in uno slancio gioioso, perché «Dio ama chi dona con gioia».

Dalla presenza dello Spirito noi «attingiamo l'energia e il sostegno» per fare tutto questo (cf. Cost 1).

Signore Gesù,

che ci hai amati fino a dare tutto Te stesso per noi, effondi su di noi l'abbondanza del Tuo Spirito, che animi la nostra vita

con la stessa ardente carità pastorale

di cui riempisti Don Bosco e i suoi primi discepoli;

e perché viviamo con autenticità la nostra vocazione, accresci in noi lo slancio apostolico, che ci faccia cercare le anime e servire Te solo.

ART. 11 IL CRISTO DEL VANGELO SORGENTE DEL NOSTRO SPIRITO

Lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre.'

Nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini; la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l'urgenza del Regno che viene; l'atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé; il desiderio di radunare i discepole nell'unità della comunione fraterna.

' ct. LG, 3; AG, 3

Lo spirito di Don Bosco «non senza una particolare disposizione

di Dio, attinge la sua originale natura e forza dal Vangelo».'

Per comprendere il nostro spirito nel suo elemento centrale, bisogna andare più in là della persona di Don Bosco. Bisogna andare alla Sorgente cui egli ha attinto: la persona stessa di Cristo, il suo «Cuore», vale a dire Cristo in quanto è la piena rivelazione della Carità divina.

La riflessione sulla vita di Don Bosco ci permette di verificare fino a che punto il nostro Fondatore si è ispirato in modo cosciente alla carità del Cristo. Già nel sogno dei nove anni, egli riceve l'annuncio della sua missione da Cristo buon Pastore; al termine della sua vita impiega le sue ultime forze e fatiche a costruire a Roma una basilica dedicata al «Cuore» di Gesù. Nel primo articolo delle Costituzioni del 1858 aveva scritto: «Lo scopo di questa Società è di riunire insieme i suoi membri... a fine di perfezionare se medesimi imitando le virtù del nostro Divin Salvatore, specialmente nella carità verso i giovani poveri».2 La lettera di Roma del 10 maggio 1884 rimanda con insistenza a Cristo «maestro della familiarità... vostro modello».3

Questo articolo della Regola ci aiuta a penetrare maggiormente in questa fondamentale verità.

PAOLO VI, Motu proprio ' Magisterioon vitae» del 24 maggio 1973 con cui ha elevato a Università l'Ateneo Salesiano: cf. ACS n. 272 (1973), p. 77

s MJ3 V, 933

' MB XVII, 111

Cristo, il modello e la sorgente della carità pastorale.

Volendo presentare il nostro spirito nel suo rapporto con il Salvatore, le Costituzioni parlano del Cristo sotto due aspetti complementari: come «modello» e come «sorgente».

Come «modello» noi lo cerchiamo e studiamo nella sua vita storica, quale ce lo presenta il Nuovo Testamento. Ma il mistero di Cristo è insondabile (Ef 3,18), e inesauribile è la ricchezza e la fecondità del suo Vangelo. Di conseguenza noi penetreremo soltanto qualche aspetto del suo mistero, faremo una particolare lettura della sua vita, traendo spunto per un determinato servizio nella Chiesa. Noi, tuttavia, non seguiamo una virtù (obbedienza, povertà, castità) o una attività (l'educazione, le missioni ecc.), ma seguiamo una Persona che vogliamo imitare nella sua pienezza e un Vangelo che vogliamo vivere nella sua globalità.

Guardare a Cristo modello vuol dire ricordare che il cammino di santificazione a cui siamo chiamati (cf. Cost 25) è un cammino di «cristificazione» (Ef 4,19). Paolo dice: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Come «sorgente», veniamo rinviati alla sua vita di Risuscitato, di Capo della Chiesa, che egli anima inviandole il suo Spirito di amore. Cristo è chiamato «apostolo del Padre», essendo visto qui come Maestro che insegna la carità «apostolica» (cf. Eb 3,1), in corrispondenza con la prospettiva giovannea di «Inviato» dal Padre.

Lo Spirito ci consacra in Cristo, conforma la nostra vita a quella di Cristo, ci fa penetrare nel suo mistero, ci apre a una esperienza di comunione con Lui, ci porta a immedesimarci in Lui, «buon Pastore» che

vuole la salvezza dei giovani.

Prima di esprimere i particolari tratti di Cristo, di cui parla il secondo capoverso, siamo così condotti a una esperienza globale e totale di Lui e ad una adesione piena al suo Vangelo.

Lineamenti del Signore cui il salesiano si configura.

Le intuizioni evangeliche rivissute nello spirito salesiano vengono qui elencate: rappresentano l'angolatura particolare da cui leggiamo il mistero di Cristo.

Osserviamo che il Vangelo è unico e il medesimo per tutti, ma che esiste una «lettura salesiana del Vangelo», da cui deriva una maniera salesiana di viverlo: Don Bosco ha rivolto lo sguardo a Cristo per cercare di rassomigliargli nei lineamenti del volto che più corrispondevano alla sua missione provvidenziale e allo spirito che la deve animare.

L'art. 11 propone quelle che possono essere dette le percezioni o intuizioni evangeliche, o ancora le radici o componenti evangeliche dello spirito salesiano. Gli elementi, che la Regola presenta, sono certamente vissuti anche da altri Istituti religiosi; ma noi guardiamo al modo tipico con cui noi Salesiani li incarniamo nella nostra vita: vivere lo spirito salesiano è il nostro modo di vivere il Vangelo, in conformità con la vocazione ricevuta.

La persona di Gesù è proposta in alcuni atteggiamenti cui Don Bosco è stato molto sensibile e che quindi stimolano particolarmente la nostra imitazione. Non si tratta di un elenco completo, ma di alcuni tratti della figura di Cristo profeta, sacerdote e pastore che leggiamo nella luce dell'esperienza del Fondatore. Va notato lo stretto legame che vi è tra di essi e con la persona di Cristo nella linea della «carità» del buon Pastore.

Ecco, dunque, i lineamenti della figura del Signore, che, secondo la Regola, troviamo con più evidenza nel nostro spirito.

--- La gratitudine, la fiducia, la lode alla bontà infinita del Padre il quale ci chiama a Sé, guarda ad ogni giovane come a figlio, dona una vocazione divina a tutti gli uomini: «Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli» (LA- 10, 21).

È la figura del Cristo «Sacerdote», modello della perfetta consacrazione e capace di «eucaristia», cioè di riconoscenza verso il Padre; è la

4 Cf. ('GS, 90-95

sorgente di una pietà profonda, sincera, filiale, che è piena di fiducia nella bontà misericordiosa del Padre.

Nascono da qui la gioia di sentirsi figlio di Dio e l'ottimismo che sa scoprire il bene presente nella creazione e nella storia. Anche lo zelo del salesiano e il suo modo di avvicinare i giovani si ispirano a questo senso dell'amore paterno di Dio.

- La sollecitudine nel predicare, nell'annunziare il Regno che viene, nel guarire, nel salvare: «Vedendo molta folla - dice il Vangelo - si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore» (Mt 6,34). Tale sollecitudine Don Bosco chiamava «zelo».

Scorgiamo qui la figura di Cristo «Profeta», che tanto entusiasma i giovani, di Cristo «Missionario» del Padre, che percorre le strade della Palestina predicando la buona novella del Regno, «insegnando e guarendo» (Mt 4, 23). La vita intera di Don Bosco imita e prolunga, specialmente in favore dei giovani, l'ardore apostolico esplicato da Cristo nella sua vita pubblica. Scrive il suo primo Successore: «Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù, il bene delle anime: `da mini animas'» (c€. Cost 21). Ed egli stesso affermava: «Se io mettessi tanta sollecitudine per il bene dell'anima mia come ne metto pel bene delle anime altrui, potrei essere sicuro di salvarmi».$

- «La predilezione per i piccoli e i poveri», per i giovani bisognosi e per i ceti popolari: «Chi accoglie nel mio nome uno di questi piccoli accoglie me» (Mc 9,37); «Lasciate che i fanciulli vengano a me e non li impedite» (Mc 10,14).

E la figura di Cristo «Pastore», che è mandato per tutti, ma che va in cerca specialmente degli abbandonati, degli ultimi, e che si lascia attrarre in modo privilegiato dai `piccoli' e dai `poveri'.

Come Gesù, anche Don Bosco si sente chiamato verso i piccoli e i poveri, verso la gioventù più bisognosa. «Basta che siate giovani - egli ripete perché io vi ami assai». E nei suoi ragazzi invita a vedere Gesù: «Trattiamo i giovani come tratteremmo Gesù Cristo stesso se, fanciullo, abitasse nel nostro collegio» .11 È «una carità pura e paziente, che si oppone alle due passioni più comuni e terribili, la concupiscenza

5 MI3 VI], 250

MB XIV 846.847

e l'irascibilità»:' sono i due scogli, che il Sistema preventivo aiuta a superare, ispirandosi alla carità di Cristo.

- «L'atteggiamento del Buon Pastore che conquista i cuori con la mitezza (la bontà salesiana) e il dono di sé fino alla croce (l'ascesi quotidiana): «Io sono il buon pastore: il buon pastore dà la vita per le pecore» (Gv 10,11); «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29-30).

C'è qui un richiamo alla bontà come caratteristica del nostro spirito, che giunge fino all'abnegazione di sé.

Da Cristo buon Pastore Giovanni Bosco, fin dal sogno dei nove anni, ha attinto il segreto della riuscita educativa: «Non colle percosse, ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici ...»8 Don Ceria riporta questa bella testimonianza di una persona, dopo un incontro con Don Bosco: «Io pensai: Don Bosco è il ritratto vivo del Nazareno: dolce, mite, buono, umile, modesto. Così, così doveva essere Gesù».9

L'abnegazione salesiana si esprime nel dono di sé, che comporta rinuncia e mortificazione. «Le spine (del pergolato di rose) rappresentano le affezioni sensibili, le simpatie o antipatie umane che distraggono l'educatore dal vero fine, lo feriscono, lo arrestano nella sua missione, gli impediscono di procedere».1p

- «Il desiderio di radunare i discepoli nell'unità della comunione fraterna e di raccogliere tutti gli uomini nell'unico ovile: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 13,34),

È il comandamento nuovo, che Gesù dà ai suoi, il frutto del suo sacrificio redentore: che gli uomini imparino ad amarsi, costruiscano una sola famiglia, nell'unità del Padre e del Figlio: «Padre, che essi siano uno, come Tu e lo siamo uno» (Gv 17,21-22),

Le parole di Don Bosco sono un'eco di quelle del Gesù: «Esercitiamo la carità fra noi, sopportiamp i difetti degli altri, compatiamoci a vicenda. Animiamoci ad operare il bene, ad amarci e stimarci come fratelli. Preghiamo acciocché possiamo tutti formare un sol cuore e un'anima sola, per amare e servire il Signore»." La sollecitudine per la co-

D. VESPIGNANI, Circolari, parte III, p.124

a MO, p. 23

MB XIV, 479

° MB ZII, 35

" MB IX, 356. Le parole di don Bosco riportate sono tratte da una delle istruzioni tenute da Don

munione - come vedremo - è un tratto che dovrà distinguere particolarmente il Superiore salesiano.12

Vivere il Vangelo si traduce concretamente per il salesiano nel vivere questi determinati atteggiamenti, che siamo venuti enumerando. In questo stile di vita al seguito di Gesù Cristo il confratello trova la «perla preziosa», che gli fa scoprire nei giovani Cristo stesso da servire, da assistere, da amare.

Comprendiamo, in tal modo, come la nostra vocazione è una continuazione della missione di Cristo, nel predicare, nell'educare, nel salvare. Risalendo continuamente a questa ispirazione evangelica fondamentale, cioè alla persona di Cristo, ritorniamo alla fonte della carità pastorale, arriviamo al centro dello spirito salesiano.

Osserviamo, infine, che i valori evangelici, che ispirano la nostra vita personale, comunitaria, apostolica, mentre sono un'affermazione della nostra identità, ci caratterizzano di fronte agli altri Istituti religiosi; e questo non per contrapporci ad essi, bensì per una viva correlazione, per formare insieme - con doni diversi - l'unico Corpo mistico di Cristo.

Signore Gesù Cristo,

Tu sei il modello e la sorgente

della nostra carità pastorale.

Concedici di imitare, nella nostra vita,

la Tua incondizionata dedizione alla volontà salvatrice del Padre, la premura amorosa della Tua molteplice azione di Buon Pastore a favore degli uomini,

specialmente dei piccoli e dei poveri,

il Tuo desiderio di riunire i discepoli

nell'unità della comunione fraterna.

Per la grazia del Tuo Spirito,

fa' che questi valori evangelici

vivifichino la nostra vita spirituale

e il nostro impegno apostolico. Amen.

Bosco nel corso di Esercizi a Trofarello nel 1868. Sì veda anche Ricordi ai Missionari (n.13), Appendice Costituzioni 1984, p. 254.

z Cf. Cos1121- 126. 161. 176

ART.12   UNIONE CON DIO

 

Operando per la salvezza della gioventù, il salesiano fa esperienza della paternità di Dio e ravviva continuamente la dimensione divina della sua attività: «Senza di me non potete far nulla.'

Coltiva l'unione con Dio, avvertendo l'esigenza di pregare senza sosta in dialogo semplice e cordiale con il Cristo vivo e con il Padre che sente vicino. Attento alla presenza dello Spirito e compiendo tutto per amore di Dio, diventa,

come Don Bosco, contemplativo nell'azione.

' Gv 15,5

È celebre per noi la frase di don Rinaldi che definisce il nostro spirito: «operosità instancabile santificata dalla preghiera e dall'unione con Dio» (cf. Cost 95). Ciò significa che il salesiano agisce con un vero «senso apostolico», con la consapevolezza della «dimensione divina della sua attività». Si tratta di vivere il Sacerdozio battesimale, per fare di tutta la vita un'offerta a Dio, offrirgli il culto spirituale, e celebrare, nella fatica quotidiana, la grande «liturgia della vita» (Cost 95).

Nell'articolo possiamo percepire le tre divine Persone operanti nella vita del salesiano:

il Padre, Creatore, della cui paternità e misericordia verso l'uomo il salesiano fa quotidiana esperienza;

- il Figlio, Salvatore, con il quale cordialmente dialoga per la salvezza dei giovani, ascoltandone la Parola;

- lo Spirito, Santificatore, sempre presente nella vita della Chiesa e nel divenire della storia: da Lui attinge l'energia per la sua fedeltà e il sostegno della sua speranza (cf. Cost 1) e la grazia per la sua santificazione (cf. Cost 25).

Il testo sottolinea tre aspetti della unione con Dio nel salesiano:

- il bisogno assoluto che egli ha di Cristo nel suo lavoro apostolico, - il dialogo semplice e senza soste che intrattiene con il Padre in Cristo,

-- l'importanza di vivere nella presenza dello Spirito, compiendo tutto per amore di Dio.

Si tratta della «dimensione contemplativa», che nel salesiano deve essere tanto profonda da investire e permeare in ogni sua attività.

Per capire la profondità di questa peculiare unione con Dio, occorre rifarsi a quella «grazia di unità», di cui parlammo a proposito della nostra vocazione.' Essa non è situata primariamente nelle attività e neppure nelle «pratiche di pietà», ma nell'intimo della persona e ne permea tutto l'essere: prima ancora di tradursi nel «fare» o nel «pregare», è un «modo spirituale di essere dinamico», in quanto è la cosciente partecipazione dell'amore stesso di Dio attraverso la donazione di sé, nella disponibilità pratica all'opera della salvezza. È un atteggiamento interiore di carità, che è proteso verso l'azione apostolica, nella quale si concretizza, si manifesta, cresce e si perfeziona. In tal senso l'operosità apostolica è espressione di interiorità spirituale!

C'è da ricordare quanto dice il documento su «La dimensione contemplativa della vita religiosa»: «La natura stessa dell'azione apostolica e caritativa racchiude una propria ricchezza che alimenta l'unione con Dio; bisogna curarne quotidianamente la consapevolezza e l'approfondimento. Prendendone coscienza, i religiosi santificheranno talmente le attività, da trasformarle in fonte di comunione con Dio, al cui servizio sono dedicati per nuovo e speciale titolo».2 ll medesimo documento sottolinea pure che «la comunità religiosa è in se stessa una realtà teologale, oggetto di contemplazione; per natura sua è il luogo dove l'esperienza di Dio deve potersi particolarmente raggiungere nella sua pienezza e comunicare agli altri».3

Così il salesiano, sorretto dallo spirito di Don Bosco e dalla riccezza evangelica della sua comunità, può esprimere in ogni circostanza la dimensione contemplativa della sua vita e crescere in essa. S. Francesco di Sales ha spiegato bene, nel «Teotimo», «l'estasi della vita e deil'azione» come espressione genuina della carità pastorale di chi si prodiga nell'impegno quotidiano «oltrepassando se stesso e le sue inclinazioni naturali» 4

L' art. 12 della Regola vuole spiegarci alcuni aspetti di questa importante realtà.

Si veda il commento alla struttura generale del testo» (p. 62-63) e agli art. 2 e 3 (p. 90ss); ci. CGS, 127

2 »La dimensione connemplariva della vita religiosa, Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari, 1980, n. 6

Ivi, n. 15

° Cf. S. FRANCESCO DI SA i. FS, Trattano dell'amore di Dio, libr, 7, cap. 7, Opera omnia V, 29-32

Il salesiano, mentre opera per la salvezza della gioventù, sente di aver bisogno di Dio.

Al salesiano viene indicato il modo per gustare «le profondità di Dio» (1 Cor 2,10) in tutte le situazioni della sua vita, sia nella giovinezza che nella maturità, tanto nell'azione che nella passione, all'alba come al tramonto: è la compenetrazione concreta tra azione e contemplazione, nello spirito del «da mihi animasti.

Egli è invitato a scoprire e ravvivare la «dimensione divina» della sua attività.

Notiamo che non si tratta semplicemente del lavoro materiale o professionale, sganciato dalla missione affidata alla comunità, ma del lavoro quotidiano compiuto nella volontà di Dio. Nella nostra attività educativa, caritativa, pastorale sentiamo che è Dio che ci manda, è il suo Spirito che ci guida: noi siamo suoi collaboratori (cf. 1 Cor 3,9); è Dio che noi serviamo nei piccoli e nei poveri; è per la sua gloria e il suo Regno che noi operiamo.

E mentre prendiamo coscienza di questa presenza di Dio, avvertiamo la necessità assoluta di rimanere in Lui. «Senza di me non potete far nulla!»: l'affermazione perentoria è dello stesso Signore Gesù (Gv 15,5). Lanciati come siamo nell'azione pastorale tra i giovani, con un vivo desiderio di tornare utili a loro e al mondo, non possiamo non riflettere su questa precisa affermazione, ribadita spesso nella Scrittura. «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori... Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno» (Sal 125). Ogni fatica è vana senza il Signore. «Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma è Dio che fa crescere. Noi siamo il campo di Dio, l'edificio di Dio» (cf. 1 Cor 3,7.9).

La Regola ci invita a fare «esperienza» di Dio, cioè non solo a vivere una vita interiore, spirituale, ma ad avvvertire e ad avere coscienza di essere in rapporto con Dio nel quotidiano.

I1 modo salesiano di vivere nell'intimità della presenza di Dio è quello vissuto da Don Bosco, la cui «esperienza» di Dio è stata intensa ed è anche oggi esemplare per noi. Tale esperienza evidentemente non ci obbliga ad uno stampo uniforme : essa colora diversamente la vita di ciascun salesiano, sacerdote o coadiutore o membro della Famiglia salesiana.

Tutto questo significa «ravvivare continuamente la dimensione divina della nostra attività».

Il salesiano dialoga con Dio, con semplicità e senza soste.

Il modo di dialogare con Dio da parte del salesiano è descritto dal testo con due caratteristiche tipiche: è semplice e continuo.

Egli non è un monaco, ma un apostolo dall'operosità instancabile, come si diceva, un apostolo tra i piccoli e i poveri; la sua preghiera è semplice, sobria, composta degli elementi essenziali, poggiata sulla Parola di Dio e sui Sacramenti, in modo speciale sull'Eucaristia e la Riconciliazione; la prolunga in un dinamismo generoso e gioioso, con uno stile giovanile e fiducioso, che piace a Dio e piace ai giovani (cf. Cost 86).

Il primo progetto delle Costituzioni del 1858, che è rimasto nel testo ufficiale fino al 1972, diceva: «La vita attiva a cui tende la nostra Congregazione fa che i suoi membri non possono avere la comodità di fare molte pratiche in comune; procureranno di supplire col vicendevole buon esempio e col perfetto adempimento dei doveri generali del cristiano»,5 dove è da sottolineare quel «perfetto».

Eppure la Regola, facendo eco alla parola di Gesù (cf. Le 18, t), dice che il salesiano sente l'esigenza di pregare «senza sosta». È la testimonianza riportata da don Piccollo riguardo a Don Bosco: «Egli pregava sempre. In lui l'unione con Dio era continua».5 Come è possibile in una vita così piena di attività?

Don Bosco, nel testo delle Costituzioni del 1864, diceva già che il salesiano, impedito di fare orazione mentale da un ministero urgente, «vi supplirà colla maggior frequenza di giaculatorie e indirizzando a Dio con maggior intensità di affetto quei lavori che lo impediscono dagli ordinari esercizi di pietà».'

A ben guardare, nella vita del salesiano, come in quella del Fondatore, preghiera e azione sono prese in un unico movimento del cuore; la preghiera passa naturalmente nell'azione e diventa «spirito di pre-

MB MB V, 940

 MB XII, 371

MB VII, 884

ghiera» e così l'azione si riempie di preghiera. Per il salesiano Dio Padre, il Cristo e lo Spirito sono i grandi presenti nella sua vita: superando le apparenze, li sente, li vede e li incontra dappertutto e sempre. Avviene così che, durante il lavoro stesso, una preghiera spontanea e informale invade il cuore e sale anche alle sue labbra, in particolare sotto forma di orazioni giaculatorie, esplicitamente raccomandate da Don Bosco secondo l'insegnamento di San Francesco di Sales.$ Questi umili appelli sono, si può dire, la preghiera «a fior di labbra», il «dialogo semplice e cordiale con Cristo vivo, con il Padre che sente vicino», con lo Spirito di cui avverte la presenza.

È la stessa azione apostolica, come si è detto, che provoca e alimenta questo dialogo: essa porta il salesiano a ringraziare Dio delle cose belle e buone che vede, a gridare aiuto davanti alla sofferenza, a chiedergli subito perdono per il peccato che incontra, a supplicarlo di sostenere e di fecondare il suo sforzo. Poiché la carità è l'anima di ogni apostolato, ne deriva che l'apostolato diviene l'anima della preghiera del salesiano.

Così l'unione con Dio ci fa restare uniti alla nostra Sorgente, mantiene il nostro spirito e il nostro cuore al livello dei «mistero» nel quale siamo impegnati e previene il pericolo che la nostra attività si trasformi in attivismo.

Il salesiano, compiendo tutto per amor di Dio, diventa contemplativo nell'azione.

L'espressione «contemplativi nell'azione» può far pensare a una spiritualità di origine non salesiana; l'espressione «nell'azione», poi, sembra che riduca il campo della contemplazione soltanto a coloro che lavorano, escludendo i malati, gli invalidi ecc.; ma l'aggiunta «come Don Bosco» ci aiuta a cogliere l'interpretazione giusta dell'articolo nell'ottica salesiana.

La dinamica della contemplazione in Don Bosco, tanto intensa che

Fu definito «l'unione con Dio», sta nel «da mihi animar, cetera lolle» - vissuto con coerenza assoluta: è questa la via praticabile per tutti i Salesiani e gli altri membri della Famiglia salesiana. Don Bosco era l'unione

" Cf. CGS, 550

con Dio non soltanto perché era unito a Dio nei momenti espliciti di preghiera, che erano quelli di un apostolo consacrato, ma perché impregnava abitualmente ogni momento e ogni aspetto quotidiano della vita di ringraziamento a Dio, di fiducia filiale nella Provvidenza, di colloqui con Maria Ausiliatrice, Madre della Chiesa e dei giovani.

Anche il salesiano «compie tutto per amore di Dio», adotta cioè il metodo di una vigorosa rettitudine apostolica, la quale respinge la tentazione di lavorare per se stesso, per il proprio tornaconto, per la propria stima: «tutto per amore di Dio» e «per le anime»! Allora l'azione diventa vero strumento di santificazione.

La Regola ci invita a fare della nostra esistenza un atteggiamento di fede che fissa in Dio lo sguardo e il cuore, per adorarne e parteciparne l'amore che salva. È questa l'espressione suprema della nostra vocazione: cercare costantemente di unirci a Dio, imitando Don Bosco che «non ebbe a cuore altro che le anime».9 Possiamo capire perché, rivolgendosi ai religiosi apostoli, la Chiesa nel suo magistero ricordi: «In questi tempi di apostolico rinnovamento, come sempre in qualsiasi impegno missionario, il posto di privilegio va dato alla contemplazione di Dio».1p La contemplazione, atto teologale di fede, speranza e carità, diventa per noi «l'atto più alto e più pieno dello spirito, l'atto che ancor oggi può e deve gerarchizzare l'immensa piramide dell'attività umana»."

Signore, Tu hai detto ai Tuoi Apostoli: «Senza di me non potete far nulla». Feconda ogni nostra attività

con il dono di una costante e viva unione con Te e con il Padre,

perché, divenendo come Don Bosco «contemplativi nell'azione»,

troviamo nel dialogo cordiale e confidente la forza di compiere tutto per Tuo amore e di perseverare fino alla morte

nel dono totale di noi stessi per il Tuo Regno.

» Cf. D. RUA, Lettera del 24,8 .1894, cf. Lea. Circolari, p. 130 o MR, 16

" PAOLO VI, Allocuzione per la sessione conclusiva del Concilio, 7 dicembre 1965

ART. 13 SENSO DI CHIESA

Dal nostro amore per Cristo nasce inseparabilmente l'amore per la sua Chiesa, popolo di Dio, centro di unità e comunione di tutte le forze che lavorano per il Regno.

Ci sentiamo parte viva di esse e coltiviamo in noi e nelle nostre comunità una rinnovata coscienza ecclesiale. La esprimiamo nella filiale fedeltà al Successore di Pietro e al suo magistero, e nella volontà di vivere in comunione e collaborazione con i vescovi, i religiosi e i laici.

Educhiamo i giovani cristiani a un autentico senso di Chiesa e lavoriamo assiduamente per la sua crescita. Don Bosco ci ripete: «Qualunque fatica è poca, quando si tratta della Chiesa e del Papato».'

' MB V, 577

Nel mistero della Chiesa è presente e operante lo stesso mistero di Dio Padre che ama tutti, del Figlio che redime, dello Spirito che santifica. Dal cuore della Chiesa proviene un dinamismo pastorale che la rende sacramento di unità: «Piacque a Dio di chiamare gli uomini a partecipare della sua stessa vita non tanto ad uno ad uno, ma di riunirli in un popolo nel quale i suoi figli dispersi si raccogliessero in unità»; t la rende anche «universale sacramento di salvezza, che svela e insieme realizza il mistero dell'amore di Dio verso l'uomo».z

Ciò riguarda senza dubbio la Chiesa universale, sia per la sua natura sacramentale, segno e strumento efficace di salvezza, sia per il suo ministero di comunione tra le diverse vocazioni, carismi e ministeri, sia per la sua missione operante nel mondo; ma riguarda anche le Chiese particolari, cioè in concreto le Chiese locali in cui siamo inseriti.

Una delle caratteristiche dello spirito salesiano è appunto quella della «ecclesialità», che la Madre e Ausiliatrice della Chiesa ha trasmesso a Don Bosco e al suo Istituto per un servizio qualificato.

AG, 2

GS, 45; cf. LG, 48

L'articolo, che vogliamo esaminare, dice che il salesiano ama la Chiesa, lavora per la sua crescita, educa i giovani ad amarla. Molti di questi atteggiamenti valgono per ogni battezzato; ma la Regola insiste su un orientamento particolare del salesiano nel suo amore per la Chiesa: egli è specialmente. attento alla sua unità e alla sua crescita («centro di unità», «comunione di tutte le forze», «volontà di vivere in comunione»); il problema dell'unità è ---- oggi più che mai - di grande attualità.

Questo articolo deve essere messo in relazione con l'art. 6 che parlava della «Società salesiana nella Chiesa»: là ne venivano descritti gli impegni, qui è presentato lo stile o spirito con cui il salesiano lavora nella Chiesa e per la Chiesa.

Il salesiano ama la Chiesa perché ama Cristo.

Abbiamo ricevuto dal nostro Fondatore una particolare sensibilità per quell'aspetto della Chiesa che è la sua capacità di costruire «l'unità e la comunione fra tutte le forze che lavorano per il Regno».

La Chiesa è vista come Popolo di Dio, mistero di «comunione» di tutti i suoi membri, comunione attiva, centro dinamico messo al servizio dell'unità fra tutte le forze (gli uomini di buona volontà) che nel mondo lavorano silenziosamente per il bene dei fratelli. È questa la visione di fede che sostiene il salesiano nel suo amore per la Chiesa. È la dottrina stessa del Vaticano II sulla Chiesa come sacramento di salvezza: «Il popolo messianico, pur non comprendendo di fatto tutti gli uomini..., costituisce per tutta l'umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui preso per essere strumento della redenzione di tutti... Dio ha convocato l'assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù... e ne ha costituito la Chiesa perché sia per tutti e per i singoli il sacramento visibile di questa unità salvifica».3

Ma la ragione profonda per cui amiamo la Chiesa è che essa è stata voluta e amata da Cristo Salvatore: Egli, l'Uomo-Dio, riassume in sé tutte le creature e le ricongiunge al Padre (cf. Rm 8,21). Per salvare

3LG9

l'uomo, Cristo lo incorpora a sé facendolo Chiesa, e questa diventa così una «comunione umano-divina» e insieme «sacramento di salvezza» per l'umanità.

Tutto il primo capoverso dell'articolo riecheggia l'appello che Papa Giovanni Paolo Il rivolge ai religiosi e alle religiose: «Mediante tutto ciò che fate, e soprattutto mediante tutto ciò che siete, sia proclamata e riconfermata la verità che `Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei', la verità che sta alla base dell'intera economia della redenzione. Che da Cristo, redentore del mondo, zampilli anche l'inesauribile fonte del vostro amore per la Chiesa!» .4

Il salesiano esprime l'amore alla Chiesa nella «fedeltà filiale al successore di Pietro» e nella comunione e collaborazione «con i vescovi, il clero, i religiosi e i laici».

Ci sentiamo parte viva della Chiesa: siamo, infatti, una risposta concreta alle sue necessità; è per arricchire la Chiesa che Dio, di tempo in tempo, fa sorgere uomini e donne che seguono Cristo imitandolo più da vicino.'

È stata la Chiesa a discernere e riconoscere il nostro carisma come risposta a precise urgenze del tempo, come rimedio a determinati mali o ad un vuoto che si avvertiva, come dono nuovo fatto all'intero popolo di Dio.

Per questo le Costituzioni, richiamandosi al Concilio, ci dicono che occorre coltivare «in noi e nelle nostre comunità una rinnovata coscienza ecclesiale».6

La traduzione concreta di tale coscienza ecclesiale e del nostro amore alla Chiesa (alla Chiesa universale come alla Chiesa particolare che è in Torino, o in Buenos Aires, o in Tokyo, o in Nairobi...) viene precisata da questo secondo capoverso dell'articolo costituzionale con due comportamenti pratici: la fedeltà al Papa e la collaborazione con le Chiese particolari.

RD, 15

5 ci. PC, i

6 Cf. PC, 2. 5; MR, 14b; RD, 14

a. La «filiale fedeltà al Successore di Pietro e al suo magistero».

È una caratteristica nostra. Tutta la vita di Don Bosco e la nostra tradizione lo attestano. Basta pensare ad alcune delle numerose espressioni di Don Bosco al riguardo.' «Quando il Papa ci manifesta un desiderio, questo sia per noi un comando».$ «Sono veramente indignato - ebbe a dire in una circostanza - del poco conto nel quale certi scrittori tengono il Papa... noi dobbiamo stringerci attorno a lui ... ».'1

Presentando la sua nuova Società, affermava che «scopo fondamentale della Congregazione, fin dal principio, fu costantemente sostenere e difendere l'autorità del Capo supremo della Chiesa nella classe meno agiata della Società e particolarmente della gioventù pericolante».1°

Il salesiano è convinto che il Papa e i Vescovi hanno ricevuto da Cristo il mandato di condurre la sua Chiesa e di mantenerla nella coesione di tutte le sue forze." Dell'unità del collegio episcopale e di tutta la Chiesa, il Successore di Pietro è il segno visibile e lo strumento attivo: per lui, dunque, il nostro cuore e la nostra azione nutrono una «filiale fedeltà». Don Bosco è stato, per i Papi che ha conosciuto, un servitore estremamente attento e devoto, e i Papi lo hanno ricambiato.

Il salesiano ama il Papa e non nasconde il suo amore per lui. Sa instillare nei giovani questo amore e renderli attenti al suo magistero, certo di dare così ad essi un punto sicuro di riferimento nella ricerca della verità.

L'art. 125 preciserà meglio i nostri atteggiamenti verso il Successore di Pietro dicendo che noi Salesiani gli ubbidiamo filialmente.

b. «Comunione e collaborazione con i Vescovi, il clero, i religiosi e i laici».

Della solidarietà con i Vescovi e con il clero delle Chiese locali parlerà ampiamente l'art. 48, facendo vedere come la nostra missione si inserisce nella pastorale delle Chiese particolari. Qui si sottolinea la vo-

' Vedi E. VIGANO, La nostra fedeltà al Successore di Pietro, ACG n. 315 (1985) a MB V, 573; Cf, V, 874

Cf. MB V, 577

° Riassunto della Pia Società di 5. Francesco di Sales nel 23 gennaio 1874, in OE vol XXV p. 380

" Cf. LG, 18

lontà attiva di vivere lo spirito di una reale comunione-collaborazione con il proprio Vescovo e col suo presbiterio.

L'accenno ai «religiosi» corrisponde all'atteggiamento e all'insegnamento di Don Bosco. Basti citare il decimo dei ricordi da lui dati ai primi missionari: «Amate, temete, rispettate gli altri Ordini religiosi, e parlatene sempre bene».12 La nostra solidarietà proviene anche dalla convinzione che le famiglie religiose sono delle forze vive nella Chiesa e che bisogna lavorare con loro nell'unità e nella carità, rifiutando ogni gelosia e ogni complesso di superiorità.

Quanto ai «laici» e alla nostra comunione-collaborazione con essi, osserviamo come l'attenzione nel mondo salesiano si vada dilatando in corrispondenza con la riflessione che la Chiesa è venuta facendo sul valore del «laicato».13 Molti laici sono associati al nostro lavoro (Cf. Cast. 29), ma in ogni caso il salesiano si trova immerso in una realtà nella quale occorre che la preoccupazione per il Corpo mistico cresca; egli è chiamato ad animare la comunità educativa e pastorale, fino a farla diventare «un'esperienza di Chiesa, rivelatrice del disegno di Dio» (Cost. 47). Come esperti di comunione-collaborazione (tali dovremmo essere!) il nostro contatto con i laici può avere un valore profetico, se diventiamo segni di Dio leggibili, credibili, capaci di gettare ponti di condivisione, professionalmente qualificati ma soprattutto portatori del tipico «spirito salesiano».14

Il salesiano lavora per la crescita della Chiesa ed educa a questo i giovani.

Siamo uomini della Chiesa, apostoli che nutrono un vivo «sensus Ecclesiae», gestori di opere che ci sono affidate dalla Chiesa e che animiamo in suo nome.15

La Congregazione non vive ripiegata su se stessa, ma crea legami nuovi nella Chiesa, si preoccupa di farli crescere nella carità. «Vivendo

~x MB, XI, 389

" Cf. E. VIGANO, La promozione del laico nella Famiglia salesiana, in ACG n. 317 (1986) 4 Vedi commento all'art. 47, p. 392-395

s Cf. PC, 8

secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il Capo, Cristo, dal quale tutto il corpo riceve coesione e unità,... per crescere sino al suo compimento nella carità» (Ef 4,15-16).

In particolare ci sentiamo chiamati, nella Chiesa, a costruire comunione tra quelle forze che operano per la salvezza della gioventù.

La Regola ricorda un importante impegno nel nostro compito di educatori: «educhiamo i giovani cristiani a un autentico senso di Chiesa»; educhiamo cioè a vedere nella Chiesa il «Corpo di Cristo» e il «popolo di Dio», la comunione di tutte le forze che operano per la salvezza e il loro centro di unità e di animazione. Per questo sosteniamo la vocazione battesimale dei laici e tutte le vocazioni specifiche. Per questo ci sforziamo di fare viva esperienza di Chiesa nelle comunità pastorali ed educative: l'art. 35 spiegherà meglio questa nostra responsabilità; l'art. 125, poi, metterà in risalto l'educazione dei giovani ad accogliere gli insegnamenti del Papa.

Non è un compito facile: il proposito di intensificare il dialogo tra i giovani e la Chiesa sembra, in alcuni paesi, particolarmente difficile; eppure Essa soffre molto per il fatto che numerosi tra i giovani sono indifferenti, non interessati al problema di Dio o addirittura atei, non credenti e in posizione a lei avversa. Altri vorrebbero che la Chiesa si adeguasse al loro spirito, allargasse, concedesse, senza tener conto che la Chiesa è giudicata dalla Parola di Dio. Altri ancora dicono di aderire a Cristo, ma non alla Chiesa. È in questa condizione che noi, con la testimonianza del nostro amore, dobbiamo annunciare e far amare il mistero della Chiesa.

Con i giovani non cristiani il nostro atteggiamento sarà sempre attento al rispetto delle culture e delle religioni, ma l'amore alla Chiesa di Cristo e alla verità non potrà subire compromessi; anche nei paesi non cristiani dovremo saper testimoniare che la Chiesa è Madre, piena di bontà con tutti, e che possiede il più grande tesoro e la verità suprema, Gesù il Signore.

La frase di Don Bosco, posta a conclusione di tutto l'articolo, è una bella sintesi che esprime l'intensità del nostro impegno per costruire la Chiesa e per metterci a servizio del Successore di Pietro: «Qualunque fatica è poca quando si tratta della Chiesa e del Papato».16

10 MB V. 577

O Padre,

Tu hai voluto fare della Chiesa

il Popolo dell'Alleanza nuova,

centro dell'unità e della comunione

di tutte le forze che operano per la salvezza nel Cristo.

Come il Tuo Figlio fatto uomo ha amato la Chiesa

ha dato se stesso per Lei,

fa' che anche noi l'amiamo come sue membra vive, nella leale unità con il Papa e con i Vescovi

• nella piena docilità al loro insegnamento e alle loro direttive, esprimendo la nostra fedeltà al loro magistero.

Insegnaci come educare i nostri giovani a un autentico senso di Chiesa,

• come orientare verso di Essa quelli che ancora cercano la verità. Per Cristo nostro Signore.

ART. 14 PREDILEZIONE PER I GIOVANI

La nostra vocazione è segnata da uno speciale dono di Dio, la predilezione per i giovani: «Basta che siate giovani, perché io vi ami assai».' Questo amore, espressione della carità pastorale, dà significato a tutta la nostra vita.

Per il loro bene offriamo generosamente tempo, doti e salute: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita».z

D.B., Il Giovane Provveduto, Torino 1847, p. 7 (OE 11, 187)

z DON RUFFINO, Cronaca dell'Oratorio, ASC 110, quaderno 5, p. 10

La vocazione salesiana è contrassegnata da uno speciale dono di Dio, che porta a prediligere i giovani. Questo amore di predilezione, che permea tutto il modo di pensare e di agire del salesiano, gli conferisce un'impronta cararatteristica che non è solo frutto di doti e di inclinazioni naturali, ma è espressione di carità pastorale. Preso da vivo zelo per il bene dei giovani, il salesiano in tutta la sua vita non smette di alimentare in sé un atteggiamento di simpatia, una volontà di incontro e di presenza, un interesse continuo di conoscere i giovani, di aiutarli a raggiungere uno sviluppo personale pieno.

Il salesiano attinge tale predilezione per i giovani dall'amore stesso che Cristo dimostra per i fanciulli e i giovani:

«Lasciate che i fanciulli vengano a me» (Mt 19, 14), dice Gesù agli Apostoli, che in modo un po' sbrigativo volevano difenderlo dal disturbo che essi recavano;

- e nel colloquio con il giovane che chiede cosa deve fare per avere la vita eterna l'evangelista nota: «Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse...» (Mc 10,20);

- suggestive sono anche le risurrezioni di tre giovani: quella della figlia di Giairo (Le 8, 49-56), quella del figlio della vedova di Naim (Lc 7, 11-17) e quella di Lazzaro (Gv 11): la commozione di Gesù e il suo intervento miracoloso ne dimostrano l'amore.

Parlando della giovinezza, Papa Giovanni Paolo Il parla di un periodo di singolare ricchezza che l'uomo sperimenta: ricchezza di scoprire ed insieme di programmare, di scegliere, di prevedere e di assu

mere le prime decisioni in proprio, che avranno in seguito grande importanza personale e sociale. La giovinezza è un'età intensa e delicata «da cui dipende il termine di questo millennio e l'inizio del nuovo».'

Della gioventù si interessa il maligno e tutti i suoi adepti per guastarne la vita. Ma essa sta a cuore alla Chiesa come sta a cuore a Cristo. Sta a cuore a Maria, Lei che è stata giovane, è vissuta tra i giovani, ha operato per i giovani, e ora, in cielo, continua a capire le loro urgenze e a rispondere alle loro invocazioni. Nel sogno dei nove anni la guida (Gesù Buon Pastore) dice a Giovanni: «Ti darò la maestra ... ».z

Per accostare i giovani bisogna amarli. Ricordiamo nuovamente ciò che Giovanni, ancor fanciullo, diceva a sua madre: «se io fossi prete..., mi avvicinerei ai fanciulli, li chiamerei intorno a me, vorrei amarli, farmi amare da essi, dir loro delle buone parole, dare loro dei buoni consigli e tutto consacrarmi per la loro salute eterna».3

Questa «predilezione» gli dilatò il cuore e lo rese «tutto per i giovani», come troviamo ben espresso nel Prologo che Don Bosco aveva scritto per le Costituzioni della Società di San Francesco di Sales.4

 

Il salesiano riceve da Dio il dono di prediligere i giovani.

 

Il giovane ha bisogno di «qualcuno a cui rivolgersi con fiducia; qualcuno a cui affidare i suoi interrogativi essenziali; qualcuno da cui attendere una risposta vera».5

Gesù Cristo, il modello perfetto, indica come essere disponibili, aperti, benevoli, accessibili.

Egli è la radice e la fonte della carità pastorale che si esprime per il salesiano nell'amore di «predilezione» per i giovani. «Non si spiega la predilezione radicale di Don Bosco per i giovani senza Gesù Cristo... È, questo, un dono iniziale dall'Alto. E il carisma primo del salesiano, la sua 'super-vocazione>»."

GIOVANNI PAOLO Il, Lettera «Ai giovani e alle giovani del mondo 1985, cf, n. 3 e 16 a Cf. MB I, 124

' MB 1, 227

Cf. Costituzioni della Società di San Francesco di Sales» 1858-1875, a cura di F. MOTTO, p. 58-61

GIOVANNI PAOLO Il, Lettera nA tutti i sacerdoti della Chiesa», Giovedì Santo 1985, n. 4 Cf. E. VIGANO, Il progetto educativo salesiano, ACS n. 290 (1978), p. 16-17

Parlando della «predilezione per i giovani», don Albera afferma: «Non basta sentire per essi una certa qual naturale attrazione, ma bisogna veramente prediligerli. Questa predilezione, al suo stato iniziale, è

un dono di Dio»... «Questa predilezione è la stessa vocazione sale

siana».'

E il Rettor Maggiore D. E. Viganò aggiunge: «La Famiglia salesiana è nata dall'amore di Don Bosco per la gioventù. Un amore di predilezione che ha permeato e sviluppato le sue doti naturali, ma che era radicalmente uno speciale dono di Dio per un disegno di salvezza nei tempi moderni».a

Dopo aver fissato lo sguardo in Gesù, possiamo capire Don Bosco, nel quale la predilezione pastorale verso i ragazzi e i giovani appariva come una specie di passione. Egli sentiva di dover essere segno dell'amore: «Il Signore mi ha mandato per i giovani»; 9 «la mia vita è consacrata al bene della gioventù»; 10 «io non ho altra mira che di procurare il vostro vantaggio morale intellettuale e fisico»; 11 «voi siete l'unico ed il continuo pensiero della mia mente»; " «voi siete l'oggetto de' miei pensieri e delle mie sollecitudini»; 12 «è proprio la mia vita stare con voi»; 13 «miei cari giovani, io vi amo di tutto cuore, e basta che siate giovani perché io vi ami assai... difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo, e che più desideri la vostra vera felicità};14 «voi... siete i padroni del mio cuore», 15 «lasciate che ve lo dica e niuno si offenda, voi siete tutti ladri; lo dico e lo ripeto, voi mi avete preso tutto... Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime ha preso possesso di tutto questo cuore, cui nulla è più rimasto, se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene, salvare l'anima di tutti»; 1,1 «miei carissimi figlioli in Gesù Cristo, vicino o lontano io penso sempre a voi. Uno solo è il mio desiderio, quello di vedervi felici

D. ALBERA, Lettera del 18.10.1920, Lett. Circolari, p. 372 s ACS n. 290 (1978), p. 15

e MB VII, 291

° MO, p. 163 (D. Bosco alla Marchesa Barolo)

1 4B VII, 503

12 Epistolario, voi Il, p. 361

 a MB IV, 654

" G. BOSCO, «11 Giovane Provveduto», Prologo (OE II, 187)

' Epistolario, vol II, p. 361 ' Epistolario, voi III, p. 5

tempo e nell'eternità».17 «Sono parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo».'$

Queste e tante altre espressioni rivelano l'amore che muoveva Don Bosco nel donarsi ai giovani, un amore che trova la sua sorgente nell'i mitazione del gesto del Signore: «Gesù, fissatolo, lo amò» (Mc 10,20). Si può dire che all'inizio di tutto il movimento salesiano c'è un «cuore oratoriano», ossia, un prete della Chiesa di Torino posseduto da un'incontenibile passione apostolica per i ragazzi poveri e abbandonati. «L'energia unificatrice della nostra Famiglia bisogna cercarla in quel tipo di amore sacerdotale che ha caratterizzato Don Bosco-con una

passione travolgente di apostolato tra i giovani ...».19

Questo amore di predilezione, «espressione di carità pastorale», di cui ci parlano le Costituzioni, non è qualcosa di superficiale, ma una realtà che caratterizza tutto l'essere e l'agire del salesiano, lo qualifica con un sigillo che è come un «nuovo carattere», che lo rende amico «accessibile» ai giovani.

Giovanni Paolo II, scrivendo ai sacerdoti, parla così di tale qualità: «L'accessibilità nei riguardi dei giovani significa non solo facilità di contatto con loro, nel tempio e al di fuori di esso, dovunque i giovani si sentano attratti conformemente alle sane caratteristiche della loro età (penso qui, ad esempio, al turismo, allo sport, come pure in generale alla sfera degli interessi culturali). L'accessibilità della quale ci dà esempio il Cristo, consiste in qualcosa di più. Il sacerdote, non solo per la sua preparazione ministeriale, ma anche per le competenze acquisite nelle scienze dell'educazione, deve destare fiducia nei giovani come confidente dei loro problemi di carattere fondamentale, delle questioni riguardanti la loro vita spirituale, degli interrogativi di coscienza».20

Questo vale per ogni salesiano.

Bisogna intensificare questo amore di predilezione per i giovani, che non vuole essere «esclusione» degli altri, perché la carità non ha confini: «Questo amore scaturisce da un particolare prendersi a cuore ciò che è la giovinezza nella vita dell'uomo... Da come è la giovinezza dipende in grande misura il futuro».21

` Lettera da Roma 10 maggio 1884: cf. Appendice Costituzioni 1984 p. 243

° Cf. E. VIGANO, La Famiglia salesiana ACS n. 304 (1982), pp. 12. 21-22 1Q GIOVANNI PAOLO II, Lettera ai Sacerdoti cit. n. 4 " Ivi n. 6

Il salesiano offre, per il bene dei giovani, tempo, doti, salute.

Il secondo capoverso dell'articolo ci dice come si manifesta concretamente la predilezione per la gioventù. Il salesiano, preso dalla profonda passione per il bene dei giovani, offre generosamente per loro tempo, doti e salute, e conserva sempre un atteggiamento di simpatia, una costante presenza (assistenza) e un continuo interesse per conoscerli e farsi amare.

Anche qui l'esempio viene da Don Bosco, secondo quelle parole, che le Costituzioni ci hanno ricordato fin dal primo articolo: «Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani».zz

Don Bosco aveva formulato questa promessa da tempo e l'aveva ribadita nella speciale occasione della guarigione prodigiosa da grave malattia: «Dio concesse la mia vita alle vostre preghiere; e perciò la gratitudine vuole che io la spenda tutta a vostro vantaggio spirituale e temporale. Così prometto di fare finché il Signore mi lascerà su questa

terra» .23

Lo ripeteva spesso: «Fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento» .24

Già avanti negli anni parlerà di «questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita».25

Partendo da tale paterno esempio, l'articolo della Regola accenna agli atteggiamenti interni ed esterni che deve assumere il salesiano.

«Il Signore mi ha mandato per i giovani, perciò bisogna che mi risparmi nelle altre cose estranee e conservi la mia salute per loro... Noi dobbiamo avere per iscopo primario la cura della gioventù, e non è buona occupazione ogni occupazione che da questa ci distragga».24 Come scrive D. L. Ricceri, Don Bosco realizzò la sua vocazione giovanile «evitando ogni ostacolo e lasciando ogni cosa, anche buona, che ne intralciasse in qualche modo la realizzazione»,'", E D. E. Viganò af

22 MB XVIII, 258

23 MB II, 498 14 MB VII, 503

z' Lettera da Roma 10 maggio 1884; cL Appendice Costituzioni 1984, p. 252 26 MB XIV, 284

2 Cf. ACS n. 2114 (1976), p. 31

ferma: «Stiamo tra i giovani perché vi ci ha inviati Dio... La patria della nostra missione è la gioventù bisognosa».2

Questo amore di predilezione, infine, porta a un continuo e approfondito interesse di conoscenza sia dei singoli giovani sia di quel fenomeno culturale che oggi si chiama «condizione giovanile». «Per noi è necessario ascoltare con interesse questa voce del mondo giovanile e tenerne conto nel dialogo educativo e pastorale della evangelizzazione»."

Ti ringraziamo, o Padre,

per aver colmato il cuore di Don Bosco della predilezione per i giovani:

«Basta che siate giovani -- egli dice loro - perché io vi ami assai».

Arricchisci dello stesso dono di bontà il cuore di ogni salesiano,

e facci scoprire in tutti i giovani la presenza di Gesù perché siamo sempre pronti, come il nostro Fondatore, a offrire per essi tempo, doti e salute, fino alla donazione totale della nostra vita. «Io per voi studio, per voi lavoro,

per voi sono disposto anche a dare la vita».

28 Cf. ACS n. 293 (1980), p. 26 29 CF. ACS n. 290 (1978), p. 21

ART. 15   AMOREVOLEZZA SALESIANA

 

Mandato ai giovani da Dio che è «tutto carità,' il salesiano è aperto e cordiale, pronto a fare il primo passo e ad accogliere sempre con bontà, rispetto e pazienza.

Il suo affetto è quello di un padre, fratello e amico, capace di creare corrispondenza di amicizia: è l'amorevolezza tanto raccomandata da Don Bosco.

La sua castità e il suo equilibrio gli aprono il cuore alla paternità spirituale e lasciano trasparire in lui l'amore preveniente di Dio.

 

' G. BOSCO, Esercizio di divozione alla misericordia di Dio. Torino 1847, p. 81; (OF 11, 151)

L'art. 15 si integra con il precedente («Predilezione per i giovani») e con il successivo («Spirito di famiglia») ed è una esplicitazione di come essere «segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani» (Cost 2).

Esso presenta l'«amorevolezza salesiana» che nasce dalla «paternità

spirituale» e dal caratteristico messaggio di purezza e di castità, ed è tutta orientata a formare i giovani nell'amore.

Introducendo questo tema, gli Atti del CGS dicono: «Il salesiano chiede allo Spirito Santo il `dono della simpatia', modellata sulla mitezza del cuore di Cristo».'

L'articolo ribadisce che l'iniziativa di mandare il salesiano ai giovani è di Dio, «tutto carità».

La ragione profonda è che, se il ragazzo non sperimenta l'amore nella sua età, se non vive in un ambiente in cui ci si ama, la sua crescita è compromessa.2 La forza trasformante dell'amore passa attraverso l'amorevolezza degli educatori, e i Salesiani la manifestano con la purezza che Don Bosco raccomandava, cioè come amore limpido, profondo, equilibrato e forte.

Essere segni dell'amore di Dio ai giovani richiede questa trasparenza (ascesi) e la presenza di Dio in noi (mistica).

CGS, 100

' Sulla necessità di fare esperienza dell'amore per la stessa crescita nella fede si riporta la testimonianza di Agostino, un ra-azzo che dopo esperienze negative incontrò i Salesiani ad Are-5e (Milano) e morì a soli 16 anni. Egli scriveva, in forma dì preghiera: Dicono che anche l'amore è una prova della tua esistenza: forse è per quello che io non ti ho incontrato: non sono mai stato amato in modo da sentire la tua presenza. Signore, fammi incontrare un amore che mi porti a te, un amore sincero, disinteressato, fedele e generoso, che sia un poco l'immagine tua»

(Da »Il Vangelo secondo Barabba, Arese 1974, p. 79).

Il salesiano è accogliente.

Dopo aver sottolineato la sorgente divina di ogni bontà, il testo incomincia col presentare alcuni atteggiamenti del salesiano «mandato ai giovani»

II salesiano è «aperto..., pronto ad accogliere»: non è chiuso in se stesso, ma «uomo di relazioni»; poiché non si può immaginare un apostolo che abbia propositi da eremita, egli assume gli atteggiamenti che favoriscono il contatto: apertura e cordialità, rispetto e pazienza, volontà di fare il primo passo, accoglienza; insomma, è capace di creare simpatia e amicizia.

Don Bosco raccomandava ai suoi: «Studia di farti amare».3 «Fa' in modo che tutti quelli cui parli diventino tuoi amici», diceva a don Bonetti 4 E scrivendo a don Cagliero, affermava: «Lo spirito salesiano che vogliamo introdurre nelle case di America è... carità, pazienza, dolcezza, non mai rimproveri umilianti, non mai castighi, fare del bene a chi si può, del male a nessuno. Ciò valga per i Salesiani tra loro, fra gli allievi, e gli altri, esterni ed interni».'

«Aperto e cordiale», il salesiano è «pronto a fare il primo passo» verso chi è timido e timoroso, verso colui che un esagerato senso di rispetto tiene muto o lontano; è pronto a sopprimere le distanze, ad avvicinarsi con simpatia, a «scendere dalla cattedra», a farsi piccolo con i piccoli. Don Bosco non cessava di raccomandare queste qualità. Quando poi è l'altro che si avvicina, occorre accoglierlo «sempre», aprirgli la propria porta e il proprio cuore, ascoltarlo, entrare nei suoi interessi: «Tl superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio o lamentanza dei giovani... tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli affida}.ó

E tutto questo mettendo specialmente in gioco tre atteggiamenti di fondo: la «bontà» che vuole il bene dell'altro, il «rispetto» che rifiuta di accapparrarlo e riconosce la sua dignità personale unica anche dietro i

MB X, 1047

° E'pisiolario II, 434

' Cf. Lettera di Dori Bosco a don Caglicro, 6.05.1885, Epistolario IV, 328 MB XVII, 112

difetti, e la «pazienza» che non è altro che la forza di amare costante e perseverante: «La carità è paziente e benigna», dice san Paolo.'

Questo insieme di qualità esteriori, che compongono l'accoglienza salesiana e qualificano i rapporti del salesiano con tutti e specialmente coi giovani, corrisponde a ciò che Don Bosco chiamava «familiarità». Non è ancora l'amorevolezza, che indica piuttosto un atteggiamento interiore, un comportamento del cuore. Ma è chiaro che le due realtà sono strettamente collegate e si corrispondono. Don Bosco stesso scrive: «Senza famigliarità non si dimostra affetto».s

Il salesiano è amorevole, come padre, fratello, amico.

L'amorevolezza del salesiano è specificata in questo capoverso, tutto ispirato alla straordinaria Lettera da Roma del IO maggio 1884. «Amorevolezza» è una parola caratteristica del linguaggio di Don Bosco, con la quale egli esprime l'affetto pieno di bontà paterna e fraterna, che nutre verso i giovani. Il testo indica tre sfumature di questa bontà.

- «Affetto» vero e personale. sostanziato di calore umano e di de

licatezza soprannaturale. Come Don Bosco, ogni salesiano è un «uomo di cuore». Basta leggere la citata Lettera da Roma: «Miei carissimi figlioli in Gesù Cristo... Il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena, quale voi non potete immaginare... Sono (queste) le parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo...».9 Colpisce il vocabolario usato dal Santo: affetto, cordialità, familiarità, carità, cuore, amore, ecc. E verso la fine il segretario nota: «A questo punto Don Bosco sospese di dettare; gli occhi suoi si empirono di lagrime... per ineffabile tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal suono della sua voce».'»

Un grande salesiano, don Berruti, ha scritto: «Amare di cuore è una caratteristica della carità salesiana. Don Bosco non si contenta di

Cf. 1 Cor 13,4; cf, G. BOSCO, «Il sistema preventivo nella educazione della gioventù», cap. 2: cf. Appendice Cost 1984, p. 238

A Cf. Lettera da Roma del 10 maggio 1884: cf. MB XVII, 107. La Lettera è riportata nell'Appendice 111 delle Costituzioni 1984, p. 243-252

° Ivi

10 Ivi

quella carità austera, figlia della volontà e della grazia, che accompagna il sistema educativo degli altri Ordini».11 È la carità «alla San Francesco di Sales», meglio ancora, secondo il cuore di Cristo che ha pianto .all'arnica Lazzaro e sul dolore delle sue sorelle Marta e Maria.

--- Affetto come «quello di un padre, di un fratello e di un amico»: l'espressione è ricavata letteralmente dalla Lettera del maggio 1884.

L'affetto salesiano si avvicina a quello che lega i membri di una famiglia o di un gruppo di amici. Ciò significa che il «superiore», il «maestro», il «sacerdote» stesso, predicatore o celebrante, senza nulla perdere della sua autorità, non si chiude nella propria «funzione»: la sua autorità non genera timore perché si pone all'interno di un rapporto più fondamentale che unisce un uomo a un altro uomo, un padre al figlio, un fratello al fratello, un amico all'amico.

- «Capace di creare corrispondenza di amicizia».

È ancora la dottrina esplicita di Don Bosco. Il salesiano «parla col linguaggio del cuore», linguaggio di parole e di azioni certamente: egli mostra che ama, e cerca esplicitamente di farsi amare, di «guadagnare, conquistare il cuore» dell'altro, perché desidera creare una «comunione», dove si stabilirà il dialogo del cuore. «L'educatore cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere», dice il trattatello sul Sistema preventivo a proposito dei castighi.` Ed ancora la Lettera da Roma: «Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati... Chi sa di essere amato ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani».' 3 Questo, Giovanni Bosco l'aveva appreso già nel sogno dei nove anni: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici».14

Evidentemente, questo è l'atteggiamento del salesiano anche verso i suoi confratelli.

" Sulla carità salesiana splendente in don Berruti si veda Don Pietro Berruti, luminosa figura

di sale-siano. Testimonianze raccolte da P. ZERBINO, SEI 1964, cap. XXVI, p. 564 ss.

12 «l2 sistema preventivo nella educazione della giovenrùu è riportato nell'Appendice II delle

Costituzioni 1984, p, 236-242

" Cf. Lettera da Roma 10 maggio 1884; cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 246

14 MB I, 124; cI. Ma, 23

II salesiano, per il dono della castità e dell'equilibrio, è segno dell'amore preveniente di Dio.

Ci voleva tutta l'audacia di un Santo per lanciare un esercito di educatori sulle strade di un tale metodo di educazione e di santità. Sono note le obiezioni degli avversari: amare così «di cuore» non significa esporre al pericolo educatore ed educando? No, risponde il testo della Regola, perché Don Bosco sa di poter contare sul salesiano casto nei suoi affetti.

Le Costituzioni collocano nel posto giusto il discorso insistente di Don Bosco sulla castità: essa si pone in rapporto immediato con l'amorevolezza. Se Don Bosco esige dal salesiano purezza chiara e vigorosa, coscientemente assunta e vissuta, è precisamente perché esige da lui un affetto intenso e vero: la purezza mantiene l'amore nella sua autenticità. Non dunque una castità semplicemente austera è caratteristica dello spirito salesiano, ma la castità che garantisce l'affetto vero e allontana ogni deviazione.

Don Bosco, come abbiamo visto, esorta ad amare «in modo che i giovani conoscano di essere amati»; ma insieme esige dai suoi un grande distacco da se stessi nel manifestare l'affetto, il rifiuto di ogni sentimentalismo, di qualunque gesto o parola che possa essere male interpretato o possa turbare, di qualsiasi intimità che accapparri il cuore e gli impedisca di restare aperto a tutti.

Così la castità rende possibile l'amore nella sue espressioni valide e nei suoi frutti positivi. Come si vedrà parlando della castità consacrata, questa è un modo evangelico di amare: il salesiano rinuncia alla paternità fisica, ma proprio per rendersi più atto alla paternità spirituale: la castità dispone il cuore a questo grande compito.

I1 salesiano, dunque, ha un cuore spontaneo, ma delicato, un cuore tenero e tuttavia non debole né effemminato; una sensibilità reale e tuttavia padrona di sé. É un dono di «equilibrio» reso possibile dalla grazia di Dio, attraverso lo Spirito di carità. Grazie a questa presenza l'amorevolezza del salesiano ha la disinvoltura gioiosa propria dei figli di Dio e rivela l'amore del Padre.

0 Padre, sorgente di ogni carità,

Tu che nel Tuo Spirito `ai nascere in noi

la forza viva dell'amicizia vera,

rendici aperti e cordiali nell'accogliere i fratelli, specialmente i giovani,

generosi e imparziali nell'amare tutti e ciascuno con affetto sincero e casto,

che sia per quelli che ci fai incontrare

specchio e pregustazione

della Tua paterna preveniente carità. Per Cristo nostro Signore.

ART. 16 LO SPIRITO DI FAMIGLIA

Don Bosco voleva che nei suoi ambienti ciascuno si sentisse «a casa sua». La casa salesiana diventa una famiglia quando l'affetto è ricambiato e tutti, confratelli e giovani, si sentono accolti e responsabili del bene comune.

In clima di mutua confidenza e di quotidiano perdono si prova la gioia di condividere tutto e i rapporti vengono regolati non tanto dal ricorso alle leggi, quanto dal movimento del cuore e dalla fede.'

Tale testimonianza suscita nei giovani il desiderio di conoscere e seguire la vocazione salesiana.

' Cf, MB XVII, 11o

Ogni comunità religiosa trova alla sua sorgente Dio che chiama i fratelli a vivere insieme «uniti dal vincolo della carità» (Cost. 50). Essa è chiamata ad essere nella Chiesa «una famiglia che gode della presenza del Signore»; 1 vedremo come i voti religiosi aiutino tale progetto di comunione (cf. Casi 61): la castità rende più disponibili ad amare come fratelli nello Spirito, la povertà facilita il dare e il ricevere, l'obbedienza anima a ricercare insieme la volontà di Dio.

La Regola dice che noi Salesiani, quando siamo fedeli allo spirito di Don Bosco, instauriamo all'interno delle nostre comunità (che in termine familiare chiamiamo «case») quell'inconfondibile stile di rapporti che, nella nostra tradizione di vita, siamo soliti chiamare «spirito di famiglia». Dalla descrizione che fa l'art. 16 della «casa salesiana» ci si può rendere conto di quanto lo spirito di Don Bosco penetri le nostre comunità ai vari livelli: locale, ispettoriale, mondiale, e l'intera Famiglia salesiana, dove il termine stesso «Famiglia» significa lo spirito che unisce i membri.

Ma non si tratta di uno stile che è presente soltanto all'interno della «casa»: i Salesiani, dovunque vivano, nelle comunità educativepastorali o in contatto con altri gruppi e in tutti i loro rapporti, tendono spontaneamente a instaurare una specie di «famiglia», ad animare uno

PC, 15

«spirito di famiglia», il quale fa sì che ciascuno si senta «a casa sua», «a proprio agio», il che vuol dire anche responsabile del bene comune.

L'articolo, in tal modo, si collega ai due precedenti e completa la descrizione dello stile di relazioni del salesiano, ispirato alla carità.

Il clima di famiglia ci fa sentire accolti e insieme responsabili.

Il modello a cui si ispira lo «spirito di famiglia» salesiano è anzitutto la vita dell'Oratorio di Valdocco, dove Don Bosco era in mezzo ai suoi ragazzi e ai suoi collaboratori come un padre. È interessante leggere la descrizione che ne fa l'autore delle Memorie Biografiche: «L'Oratorio allora era una vera famiglia».2 «Don Bosco governò e diresse l'Oratorio come un padre regola la propria famiglia, e i giovani non sentivano che vi fosse differenza tra l'Oratorio e la loro casa paterna».3 «Senza alcun timore, anzi con gran pace e gioia si viveva nell'Oratorio. Quivi respiravasi aria di famiglia che rallegrava. Don Bosco concedeva ai giovani tutta quella libertà che non era pericolosa per la disciplina e per la morale» .4 È su questo stile di famiglia che Don Bosco costruisce tutte le sue case e la stessa comunità religiosa.

Vedremo come il tema ritornerà in diversi punti del testo costituzionale.' Questo articolo vuole sottolinearne alcuni aspetti tipici.

Il primo capoverso parla di «affetto ricambiato», di «accoglienza}, di «responsabilità del bene comune», cioè di una intercomunicazione intensa, che rappresenta il fondamento dell'autentico «spirito di famiglia»,

«Si prova il bisogno e la gioia di condividere tutto», come in una vera famiglia. Ogni cosa buona che si possiede la si mette a disposi-

2 ASB III, 353 ' MB IV, 679

MB VI, 592

Lo spirito di famiglia interessa tutti gli aspetti della vita e missione salesiana:

spinto di famiglia nella comunità educativa: cf. Cost 37. 38. 47:

- spirito di famiglia nella comunità religiosa: cf. Cast 49. 51. 53. 56

- i consigli evangelici favoriscono lo spinto di famiglia:ef. Cost 61

spirito di famiglia nell'autorità e nell'obbedienza: J. Cost 65

spirito di famiglia e castità: cf. Cost 83;

spirito di famiglia nella comunità formatrice: cf. Con 103

zione degli altri; ogni membro arricchisce gli altri ed è egli stesso arricchito. Questo movimento di dono e di accettazione fa crescere le persone nella gioia e le unisce in vincoli rassodati profondamente. Notiamo che lo scambio più importante non è quello dei beni materiali, bensì quello della vita stessa e dei beni più intimamente personali: sentimenti, pensieri, interessi, progetti, gioie e pene...: è «l'apertura del cuore» secondo Don Bosco.

Questo vale per la comunità educativa; ma l'articolo lo riferisce anche alla comunità religiosa; non basta che i rapporti tra i membri della stessa casa siano corretti, burocratici e formali: devono diventare «personali». Le Costituzioni ci ripeteranno che «i rapporti di amicizia investono la vita intera» e in essa «ci comunichiamo gioie e pene, esperienze e progetti» (cf. Cost 51-52)

Questo vale anche per i rapporti autorità-obbedienza, di cui parlerà più avanti la Regola. «Nella tradizione salesiana esse vengono esercitate in quello spirito di famiglia e di carità che ispira le relazioni a stima e fiducia reciproca» (Cost 65); ad un esercizio dell'autorità discreto e rispettoso corrisponderà una pratica dell'obbedienza spontanea, generosa, «filiale». Chi sente vivo il «senso di famiglia» non ha bisogno di ordini per fare ciò che torna di vantaggio alla comunità. Per noi che «viviamo e lavoriamo insieme» (cf. Cost 49), per noi che crediamo che «il mandato apostolico viene assunto e attuato in primo luogo dalle comunità ispettoriali e locali i cui membri hanno funzioni complementari» (Cost 44), lo «spirito di famiglia» risulta il grande segreto per rafforzare la coesione e la responsabilità.

Il clima di famiglia è regolato dal cuore e dalla fede più che dal ricorso alle leggi.

Il testo qualifica questo «clima» dicendo che esso è fatto di «mutua confidenza» e di «quotidiano perdono». Basta leggere la Lettera da Roma per averne la conferma. L'Oratorio primitivo di Valdocco si caratterizzava così: «Fra i giovani e i superiori regnava la più grande cordialità e confidenza... La famigliarità porta l'affetto e l'affetto porta confidenza. Ciò è che apre i cuori e i giovani palesano tutto senza timore ai superiori». Poi le cose nell'Oratorio erano cambiate: «La causa del presente cambiamento è che un numero di giovani non ha confi

denza nei superiori... (che) sono considerati come superiori e non più come padri, fratelli e amici... Se si vuol fare un cuor solo e un'anima sola, per amore di Gesù bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri a questa la confidenza cordiale».'

Le relazioni fraterne e la reciproca confidenza, dice l'articolo, rendono meno necessario il ricorso alla legge, ai regolamenti, alle norme, all'autorità; fanno invece appello alle potenze interiori di ciascuno e al libero «movimento del cuore e della fede».

Anche qui il principio è esteso a tutti i tipi di comunità in cui vivono i Salesiani, perché è un tratto dello spirito che essi praticano in permanenza e dappertutto. La fonte di tale principio è sempre la Lettera da Roma, dove Don Bosco esce in una specie di grido doloroso estremamente significativo: «Negli antichi tempi dell'Oratorio... l'affetto era quello che ci serviva di regola e noi per lei - è Valfré che parla a Don Bosco - non avevamo segreti... Perché si vuol sostituire alla carità la freddezza di un regolamento?».7 Nelle case salesiane più che agire «perché si deve», lo si fa perché si comprende, perché si ama, perché si vuole, e tutto questo alla luce della fede.

Uno dei segni più sicuri dello spirito salesiano è quell'aria di disinvoltura, di libertà, di fantasia, di gioia, che circola tra i figli di Don Bosco. Non si è costretti, non si ha paura, si dice ciò che si pensa, si porta il proprio contributo personale, generoso, si inventa..- Don Bosco stesso diceva: «A Dio non piacciono le cose fatte per forza. Essendo Egli Dio d'amore, vuole che tutto si faccia per angore».9 Nuovamente ci accorgiamo che lo spirito salesiano ci fa entrare nel movimento più profondo del Vangelo. Ne vedremo più avanti certe applicazioni alla vita della comunità e alla pratica dell'obbedienza.

Lettera da Roma, 10 maggio 1884, cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 244 e 247

ivi; cF, Appendice Costituzioni 1984, p. 247-248

R Si veda la descrizione che fa n. Caviglia dell'autorità patema di Don Bosco: A. CAVIGLIA, Don Bosco - Profilo storico, SEI Torino 1934 (2' ed.), p. 168.169

MB V7, 15

Il clima di famiglia suscita vocazioni.

Uno dei frutti più belli dello «spirito di famiglia» sono le vocazioni. La storia della Congregazione lo dimostra ampiamente sia con Don Bosco sia con i primi Salesiani: inseriti nel vivo della comunità salesiana riscaldata dall'affetto familiare, molti hanno imparato a modellare la propria vita sui loro educatori; prendendo progressivamente coscienza del germe della vocazione salesiana posta nel cuore da Dio, grazie al senso di famiglia si sono via via identificati con gli ideali e lo stile di vita degli educatori, hanno maturato il senso di appartenenza alla Congregazione e l'inserimento nella sua azione pastorale.

È questa la dinamica di crescita che caratterizza il cammino salesiano; è questo il clima naturale che fa sbocciare e crescere le vocazioni; nello spirito di famiglia matura la vocazione e avviene il graduale inserimento nel lavoro apostolico.

È un impegno preciso delle nostre comunità: coinvolgere i giovani nella vita della famiglia, perché sperimentando la bellezza della missione salesiana, siano attratti a seguire il Signore Gesù ed a lavorare per il suo Regno: «Venite e vedrete» (cf. Gv 1,39).

Ma non si dimentichi che ciò è possibile solo se lo spirito di famiglia brilla nelle comunità, e particolarmente nelle comunità formative; è possibile solo se «tutti i membri formano insieme una famiglia fondata sulla fede e sull'entusiasmo per Cristo, unita nella mutua stima e nella convergenza degli sforzi» (Cost 103).

Concedi, Signore, alle nostre comunità il vero spirito di famiglia,

nella mutua confidenza, nel perdono reciproco e nella gioiosa condivisione di ogni cosa, sotto l'unica legge dell'amore,

e fa' che molti giovani, trovandosi bene con noi, siano incoraggiati a conoscere e seguire la stessa nostra vocazione.

ART. 17 OTTIMISMO E GIOIA

 

ll salesiano non si lascia scoraggiare dalle difficoltà, perché ha piena fiducia nel Padre: «Niente ti turbi»,' diceva Don Bosco

Ispirandosi all'umanesimo ottimista di san Francesco di Sales, crede nelle risorse naturali e soprannaturali dell'uomo, pur non ignorandone la debolezza.

Coglie i valori del mondo e rifiuta di gemere sul proprio tempo: ritiene tutto ciò che è buono, specie se gradito ai giovani.

Poiché annuncia la Buona Novella, è sempre lieto.' Diffonde questa gioia e sa educare alla letizia della vita cristiana e al senso della festa: «Serviamo il Signore in santa allegria».'

M11 VII, 524 z c£. I Ts 5,21

cf- Fil 3.1

° D- BOSCO, Il giova»e Provveduto, Torino 1847, p. 6 (OE 11. 186)

L'articolo esprime le componenti di un tipico umanesimo cristiano e salesiano. Il nostro stile di relazioni pastorali, che è stato presentato nei precedenti articoli (Cast 14-1ó), viene completato parlando della gioia e dell'ottimismo salesiano, i cui principi ispiratori sono «la piena fiducia nel Padre» e la fiducia «nelle risorse naturali e soprannaturali dell'uomo». Questa duplice fiducia apre il salesiano agli altri, sicché «coglie i valori del mondo», «rifiuta di gemere sul proprio tempo», «ritiene tutto ciò che è buono, specie se gradito ai giovani».

In tal modo l'amorevolezza e lo spirito di famiglia sono vissute in un clima di serena letizia. L'ottimismo, la gioia, l'allegria sono realtà necessarie nel mondo giovanile e quindi esse devono concretamente sperimentarsi nell'ambiente salesiano.

Si noti che il testo parla di «gioia» e di «allegria». L'una non è estranea all'altra: non ci può essere allegria autentica che non nasca da una gioia profonda, da un cuore in pace con Dio e con gli uomini; tuttavia non sempre la gioia si esprime nell'allegria; da noi quest'ultima fa parte del nostro spirito giovanile. Don Bosco sa che la forma di vita del ragazzo è la libertà, il gioco, l'allegria; sa che per un'azione educativa normale e profonda il ragazzo va rispettato e amato nella sua naturalità, che non consente oppressioni, forzature, violenze; e per questo egli vuole che la gioia e l'allegria pervadano l'ambiente oratoriano, dove il ragazzo vive; per questo nel suo sistema educativo i rapporti tra i gio-

vani e gli educatori e degli educatori tra loro sono improntati a quello spirito di famiglia e di amicizia che aiuta il giovane a crescere nella gioia.'

Occorre ricordare che tutto l'articolo si ispira al testo di san Paolo che la liturgia propone per la festa di san Giovanni Bosco e che fu posto all'inizio di questo capitolo: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. Il Signore è vicino... In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,4-9).

Il salesiano ha fiducia e coraggio.

I1 primo capoverso dell'articolo sottolinea l'atteggiamento di coraggiosa fiducia del salesiano nelle prove legate al suo lavoro apostolico, come anche nei tempi dell'inazione per la malattia o la vecchiaia.

Tale atteggiamento è inculcato dalla parola e dall'esempio di Don Bosco, che i biografi descrivono sempre calmo anche nei momenti difficili; il consiglio, che diede a don Rua nominato primo direttore di Mirabello nel 1863, è noto: «Niente ti turbi!»; tale consiglio, insieme con vari altri preziosi insegnamenti, venne più tardi inserito nei «Ricordi confidenziali ai direttori»,2 ma esso fa parte dello spirito che anima ogni salesiano.

La sorgente della fiducia e del coraggio apostolico del salesiano si trova in Alto. Se egli conserva la sua pace profonda e non cede allo scoraggiamento di fronte alle prove, è perché crede alla paternità di Dio: l'opera di Dio non può fallire, la prova è un cammino «provvidenziale» verso una migliore riuscita. C'è qui un appello discreto allo spirito soprannaturale del salesiano: egli ha diritto di contare su Dio nella misura in cui egli stesso rimane suo servo, di null'altro sollecito che della sua gloria e del suo Regno.

Cf. P.BRAIDO, Il sistema preventivo di Don Bosco, Torino 1955, p. 214 ss. 2 Cf. MB X, 1043

Il salesiano è ottimista e crede nelle risorse di ciascun giovane.

L'ottimismo nasce dalla speranza, dal senso profondo della Provvidenza del Padre e dalla certezza che il Cristo è risorto; ma esso si appoggia anche sulla fiducia nell'uomo. Le Costituzioni ricordano che esso, per noi, si ispira all'umanesimo ottimista di san Francesco di Sales», fondato su una duplice convinzione: la bontà di Dio («Io non sono un Dio che condanna: il mio nome è Gesù, il Salvatore») e le possibilità affidate all'uomo («Il nostro cuore umano può produrre naturalmente gli inizi dell'amore di Dio»).3 Dio è tanto buono che ha deposto nel cuore dell'uomo delle «risorse naturali e soprannaturali» sulle quali l'educatore o l'uomo di azione può sempre trovare ragioni di sperare. «La pratica del Sistema preventivo - scrive Don Bosco - è tutta appoggiata sopra le parole di san Paolo: 'La carità è benigna e paziente, soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo 1».4 Nelle Memorie Biografiche leggiamo queste affermazioni del nostro Padre: «Siccome non vi è terreno ingrato e sterile che per mezzo di lunga pazienza non si possa finalmente ridurre a frutto, così è dell'uomo; vera terra morale la quale, per quanto sia sterile e restia, produce nondimeno presto o tardi pensieri onesti e poi atti virtuosi, quando un direttore con ardenti preghiere aggiunge i suoi sforzi alla mano di Dio nel coltivarla e nel renderla feconda e bella. In un giovane anche il più disgraziato avvi un punto accessibile al bene, e dovere primo dell'educatore è di cercar questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto».5

Tutto il Sistema preventivo consiste nello sviluppare progressivamente queste «sorgenti vive che ogni uomo porta nel profondo di se stesso»; e poiché i Salesiani non ignorano la debolezza dei giovani, perciò si rendono fraternamente presenti «affinché il male non domini la loro fragilità» (Cast 39), e li aiutano a liberarsi a poco a poco da questa debolezza. Tutta l'arte dell'educatore sta nel saper scoprire in fondo all'anima, anche la più povera, la corda capace di vibrare e trarne dei suoni. Don Bosco era convinto che di ogni adolescente, la grazia di Dio e lo sforzo umano possono formare un santo autentico.

3 Cf. S, FRANCESCO DI SALES, Trattato dell'amore di Dio, libr. 1, cap. 7

4 Cf. G. BOSCO, Il sistema preventivo nell'educazione della gioventù, Appendice alle Costituzioni 1984, p. 238

s MB V, 367

L'ottimismo è, dunque, una caratteristica del salesiano, sempre, a qualunque età e in qualsiasi situazione di vita.

Il salesiano coglie i valori del mondo, specie se graditi ai giovani, e ritiene ciò che è buono.

Lo spirito salesiano ci fa rifiutare di giudicare il mondo in maniera unilaterale. Certo vi è un mondo che «giace in potere del maligno», secondo la parola di san Giovanni (1 Gv 5,19); ma si tratta di ciò che nel mondo si oppone al disegno di Dio. 11 mondo, nel senso in cui l'intende la Costituzione conciliare «Gaudium et Spes», è oggetto dell'amore del Padre anche se è una realtà complessa dove peccato e redenzione sono mescolati.6 1 salesiano, senza per nulla chiudere gli occhi davanti al male e al peccato, insiste spontaneamente sull'aspetto redentivo. Egli sa essere «intimamente solidale con il mondo e la sua storia»; rifiuta di cedere alla tendenza naturale di molti adulti di lodare il passato e di «gemere sul proprio tempo», perché sa cercare, sa discernere ed accettare «i valori» del mondo presente, e combattere il male con vigore, ma senza acidità. Come Gesù vuole «salvare e non condannare» (Gv 12,47). Don Bosco stesso non prendeva posizioni di urto di fronte ai suoi avversari: prudente, paziente, sperava di farli cambiare.

In quello che il mondo ha di buono, il salesiano ritiene soprattutto ciò che è «gradito ai giovani» ed anche ciò di cui i giovani stessi sono portatori e promotori. Chi rifiuta il presente e non tende all'avvenire afferma con ciò stesso la sua inettitudine ad essere educatore di giovani.

II salesiano è allegro, comunica gioia, vive la festa.

L'ultimo capoverso concentra la riflessione sulla gioia e l'allegria che si vivono nello spirito salesiano.

La radice profonda di questa gioia è il Vangelo del Signore, la «Buona Novella» di Gesù di cui il salesiano è annunciatore: «In voi di-

° Cf. GS, 2

mori la mia gioia (Gv 15,11); si tratta di una gioia piena e duratura: «La gioia vostra sia piena... Nessuno ve la potrà togliere» (Gv 16,22).

La gioia è frutto dello Spirito e nasce dalla convinzione che Dio ci vuole bene.'

Da questa radice profonda e solida nasce un cristianesimo sereno ed entusiasmante, che si colora di «allegria», quale appariva in Domenico Savio: «Noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri» (definizione piuttosto nuova nella storia della santità e tuttavia profondamente evangelica), e quale Don Bosco presentava come programma di vita ai suoi ragazzi con lo «slogan». «Allegria, studio, pietà». Don Caviglia giunge a parlare dell'allegria come dell'undicesimo comandamento per il salesiano! Tutti, d'altra parte, conoscono il famoso detto, attribuito a san Francesco di Sales: «Un santo triste è un tristo santo!».

Non si tratta di una forma alienante che fa vivere in una beata incoscienza, ma di una vera santificazione della gioia di vivere. L'ambiente salesiano deve far percepire e sperimentare quel clima di gioia che apre i cuori all'ottimismo e alla fiducia, fa accettare con serenità le stesse dure esigenze della vita e illumina persino di santa allegrezza il momento difficile della morte.

La Regola sottolinea che il salesiano non solo vive allegro, ma è comunicatore di gioia e di festa: «noi siamo gente di festa, siamo gente di gioia», dice un canto moderno composto da giovani salesiani.

La gioia è diffusiva, è contagiosa, ha bisogno di espandersi, di esplodere in allegria, in festa; ha bisogno quindi del cortile, che si può definire «Don Bosco tra i giovani»; s ha bisogno della musica e del canto perché «un Oratorio senza musica è un corpo senz'anima»; 9 ha bisogno del teatro, delle passeggiate; ha bisogno delle feste che scandiscono il ritmo della vita dei giovani facendoli spettatori e protagonisti.

Il salesiano sa che l'allegria genuina, autentica, non è possibile a chi non ha il cuore in pace, mentre diviene un efficace richiamo per chi ne fosse privo. «Il demonio - diceva Don Bosco - ha paura della gente allegra».1a L'educatore salesiano sa che questo è il modo per far

Sulla gioia cristiana si veda l'Enciclica dì Paolo VI, Gaudere in Domino (1975). a Opere e scritti di Don Bosco a cura di A. CAVIGLIA, V, 173 a MB V, 347

10 MB X. 648

sperimentare ai giovani l'efficacia liberatrice della grazia di Cristo. Sa però che racchiude un suo prezzo da pagare: nel sogno-visione del pergolato di rose 11 chi osserva il salesiano sempre lieto, entusiasta, ottimista, ha l'impressione di vedere uno che cammina sulle rose; ma le trafitture provocate dalle spine fanno capire che lo spirito salesiano trova in questo atteggiamento di «allegria» uno dei punti più impegnativi di ascesi: è una gioia che si alimenta al sacrificio, talvolta arduo, accolto col sorriso sulle labbra, con semplicità e disinvoltura, come cosa del tutto normale, senza atteggiamenti di vittima o di eroe. Nelle immancabili prove il salesiano ripete con Don Bosco: «Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto».12

Questa riflessione si conclude con l'invito rivolto da Don Bosco ai suoi ragazzi, che è un progamma di santità: «Serviamo il Signore in

santa allegria»! 1-1

Perché, sull'esempio di san Francesco di Sales e seguendo l'insegnamento di Don Bosco, crediamo sempre

nelle risorse naturali e soprannaturali dell'uomo, e, pur non ignorandone la debolezza, sappiamo scoprire i germi di bontà che Tu poni nel cuore di ciascun giovane, Ti preghiamo, o Signore.

Perché, in mezzo alle spine disseminate sul nostro cammino, non perdiamo di vista il traguardo che ci attende, e ci conserviamo ottimisti,

pieni di fiducia nel nostro Padre,

Ti preghiamo, Signore.

" Cf. MB 111, 32-35. Questo sogno si è ripetuto tre volte nella vita di Don Bosco: neI 1847, neI 1848 e nel 1856.

12 MB VIII, 444

" G. BOSCO, Il Giovane Provveduto, Torino 1847, OFF vol II, p. 186

Perché sappiamo discernere i valori della creazione, e siamo capaci di cogliere ciò che è buono, specie se gradito ai giovani,

Ti preghiamo, Signore.

 

Perché, annunciando la buona novella di Gesù, siamo portatori di gioia,

e sappiamo educare i nostri giovani

ad una santità fatta di allegria cristiana, Ti preghiamo, Signore.

ART. 18 LAVORO E TEMPERANZA

«Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione»;' la ricerca

delle comodità e delle agiatezze ne sarà invece la Morte .2

Il salesiano si dà alla sua missione con operosità instancabile, curando di far bene ogni cosa con semplicità e misura. Con il suo lavoro sa di partecipare all'azione creativa di Dio e di cooperare con Cristo alla costruzione del Regno.

La temperanza rafforza in lui la custodia del cuore e il dominio di sé e lo aiuta a mantenersi sereno.

Non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica: è pronto a sopportare il caldo e il freddo, le fati. che e il disprezzo, ogni volta che si tratti della gloria di Dio e della salvezza

delle anime .3

' MB XII, 466

z cF. MB XVII, 272

j cF. Cgstiturioni 1875, XIII, 13

In questo articolo e nel successivo fermiamo l'attenzione su alcune caratteristiche che la carità pastorale imprime all'azione apostolica del salesiano. Secondo il testo delle Costituzioni, il salesiano apostolo si distingue per l'operosità instancabile accompagnata da equilibrio (l'inscindibile binomio «lavoro e temperanza»), da quotidiane rinunce, da creatività e flessibilità di fronte alle urgenze e da spirito di iniziativa in risposta alle esigenze della storia.

Il prezioso capitolo di don Ceria negli Annali della Congregazione, già citato,' presenta i tre elementi che danno allo spirito religioso l'inconfondibile impronta di «spirito salesiano»: essi sono la «pietà», cioè saper trasformare il lavoro in preghiera, con il sostegno dei Sacramenti; la «vita di famiglia»; ma in primo luogo vi è «una prodigiosa attività» sia collettiva che individuale.

L'articolo, che ora esaminiamo, vuole presentarci - come dice il titolo - il binomio «lavoro e temperanza», che è «la parola d'ordine e il distintivo del salesiano».2

' Cf. E. CERIA, Annali della Società salesiana, I, p. 722 ss. 2 MB XII, 466

«Lavoro e temperanza», un binomio salesiano inscindibile.

Il testo della Regola mette anzitutto in risalto il ruolo che «lavoro e temperanza» hanno nella vita e nella missione della Congregazione. Per Don Bosco essi sono un programma di vita (un «motto» che si collega con il «da mihi animas, cetera tolle») e una garanzia di futuro: «Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione».3

«La vita salesiana, considerata nella sua attività, è lavoro e temperanza, vivificati dalla carità del cuore», dice don Rinaldi a

Nella nostra tradizione i due elementi sono inscindibilmente collegati. Nel sogno dei dieci diamanti, i due diamanti del lavoro e della temperanza, collocati sulle due spalle, appaiono sorreggere il manto del Personaggio.' Nella fisionomia del salesiano e nella sua vita apostolica lavoro e temperanza non possono essere disgiunti: essi hanno una funzione complementare di spinta e di sostegno. È la stessa realtà della vita che esige da una parte entusiasmo e dall'altra rinuncia, da una parte impegno e dall'altra mortificazione.

Si osservi che nella visione salesiana «lavoro e temperanza» appaiono come realtà di senso positivo. Il lavoro lancia la persona nell'azione, la stimola all'inventiva, la spinge a una certa affermazione di sé e la invia al mondo; qualità del lavoro salesiano sono, per esempio, l'alacrità, la spontaneità, la generosità, l'iniziativa, l'aggiornamento costante, e, naturalmente, l'unione con i fratelli e con Dio. La temperanza, come virtù che conduce al dominio di sé, è «cardine» intorno a cui ruotano varie virtù moderatrici: continenza, umiltà, mansuetudine, clemenza, modestia, sobrietà e astinenza, economia e semplicità, austerità; questo insieme costituisce un atteggiamento globale di dominio su noi stessi. In tal modo la temperanza diventa un allenamento ad accettare tante esigenze non facili né gradevoli del lavoro quotidiano... Per noi Salesiani, scrive il Rettor Maggiore, «la temperanza non è la somma delle rinunce, ma la crescita della prassi della carità pastorale e pedagogica».»

' MB XII, 466

' ACS n. 56, 26 aprile 1931, p. 934

s MB XV, 183

F Cf. E. VIGANO, Un progetto evangelico di vita, LDC Tarino 1982, p. 118 ss.

Si può dire che il lavoro e la temperanza, «parola d'ordine e distintivo del salesiano, sono per noi testimonianza di una carità che «non ama a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1 Gv 3,18).

Il lavoro del salesiano.

II testo della Regola qualifica il salesiano dicendo che egli «si dà alla sua missione con operosità instancabile»: si tratta di un lavoro assiduo e qualificato, che diventa mezzo di santificazione.

Notiamo l'accento posto sulla «professionalità» del lavoro del salesiano:' si tratta infatti del lavoro che è legato al compimento della missione, quindi un lavoro pedagogico, educativo, pastorale, preparato con le indispensabili qualifiche nelle scienze umane e nelle discipline teologiche; un lavoro vissuto secondo il tipico stile salesiano espresso nelle parole: «curando di fare bene ogni cosa con semplicità e misura», cui fa eco il detto di Don Bosco: «Fa molto chi fa poco, ma fa quel che deve fare; fa poco chi fa molto, ma non fa quel che deve fare».8

La fonte della dottrina qui esposta è chiaramente Don Bosco stesso, il suo esempio di formidabile lavoratore e il suo incitamento a impegnarsi nel lavoro per le anime. È significativo ciò che scriveva don Caviglia introducendo una conversazione sul lavoro salesiano: «Ecco lo scandalo di un santo: dice molte più volte `lavoriamo' che non `preghiamo'» 9

Parlando al Consiglio superiore, la sera del 10 dicembre 1875, Don Bosco affermava: «Per riguardo aUa Congregazione, io vedo che, benché si vada ripetendo essere necessario che ci consolidiamo, se si lavora molto, le cose vanno meglio: ...finché c'è questo gran moto, questo gran lavoro, si va avanti a gonfie vele e nei membri della Congregazione c'è proprio una gran voglia di lavorare».10

Un'altra volta, in una conferenza diceva: «Chi vuole entrare in Congregazione, bisogna che ami il lavoro... Non si lascia mancare nulla

Cf. CG22 RRM, n. 293

e MB 1, 401

A. CAVIGLIA, Conferenze sullo spirino salesiano, Torino 1985, p. 99

10 MB XI, 409

del necessario, ma bisogna lavorare... Niuno vi entri con la speranza di starvi con le mani sui fianchi...».11 I fannulloni non sono per i nostri Noviziati. E il motto: «pane, lavoro, paradiso» è uno `slogan' paradigmatico!

Era un'insistenza costante del nostro Padre: «Non state mai inoperosi; se non lavorate voi, lavora il demonio»." Pio XI, che aveva conosciuto e ammirato il nostro Fondatore, condensava il pensiero del Santo in poche parole: «Uno che non sa lavorare è fuori posto nella Società salesiana».

Un tale appello è oggi più che mai attuale. Scrive il VII Successore di Don Bosco: «Siamo all'aurora di una nuova cultura che è stimolata dalla civiltà del lavoro: è l'ora della tecnica e dell'industria, dove il lavoro occupa un posto centrale. Ebbene, nel nostro lavoro vorremmo sentirci `profeti' e non semplici 'asceti'».13 Ogni lavoro produce, socializza, fa crescere culturalmente; ma esige professionalità, competenza, organizzazione, formazione, aggiornamento, studio.

Le Costituzioni sottolineano la «grandezza divina» del lavoro, che ci fa «co-operatori» con Dio per l'avvento del suo Regno.

Il salesiano ha coscienza di partecipare, col suo lavoro, alla permanente azione creatrice di Dio nel mondo: Il la creazione vista come atto fondamentale nella storia della salvezza, diretta «non a fabbricare galassie, ma a rendere il mondo umano, a trasformare il mondo in storia, a crescere e dominare la terra».13 C'è qui anche la radice di una `laicità' fondamentale o creaturale, da cui può sgorgare una vera «mistica» del lavoro umano, una sana «secolarità», il giusto valore della «professionalità».

Il salesiano, con il suo lavoro, sente soprattutto la gioia di collaborare con Cristo all'opera della «Redenzione»; nell'attività dell'uomo, ferito dal peccato e immerso in strutture che portano le conseguenze del peccato, si inserisce il mistero del Cristo Salvatore: il suo esempio a Nazareth è determinante. Sentirsi «co-redentori» dà un valore più elo-

u MB XIII, 424

12 MB XIII, 433

11 E. VIGANO, o.c. p. 107

1i CF. Enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo Ti, Roma 1981 is E. VIGANO, o.c, p. 112

quente al lavoro: fatica, pazienza, dedizione, impegno... «assumono significato redentivo che riveste di nobiltà divina il cuore del lavoratore».'ó

Il lavoratore salesiano non si identifica solo con la sua «professione» (educatore, insegnante, ingegnere, comunicatore, agricoltore, cuciniere, ecc.), ma soprattutto con la sua «vocazione», la quale trasforma l'attività in testimonianza, fa del lavoro un messaggio di attualità, nutrito alle sorgenti della fede, della speranza e della carità, che sono i dinamismi storici che cambiano l'esistenza umana e la società.

Da tutto questo si capisce come l'«operosità instancabile» non significhi né agitazione né attivismo, ma l'attività stessa del salesiano, tutta permeata di carità concreta e di senso apostolico: si tratta di «lavorare per le anime» con il Signore.

La temperanza del salesiano.

La temperanza, «virtù cardinale», è presentata dalle Costituzioni come «custodia del cuore e dominio di sé»: cioè come una moderazione delle inclinazioni, degli istinti, delle passioni, una cura del ragionevole, una rottura con le mondanità non fuggendo nel deserto, ma restando tra gli uomini, padroni del proprio cuore. «Più che una virtù a sé stante e unica, la temperanza è un atteggiamento esistenziale di fondo che comporta parecchie virtù che conducono al dominio su noi stessi, alla signoria sul nostro cuore... Ci familiarizza con la noncomodità, con la razionalizzazione dei desideri e dei sentimenti, con la signoria sulle passioni, con l'equilibrio nella convivenza, con la giusta riservatezza, con una sana furbizia (come espressione di intelligente

buon senso); il tutto alla luce e sotto la guida della ragione. Sì: la

temperanza modera le cose secondo ragione»."

«È una simile temperanza che fa da aureola al sorriso salesiano; ed è con una simile temperanza, unita al lavoro, che si tratteggiano i lineamenti portanti della fisionomia salesiana".' 1

=0 E. VIGANO, o.c. p. 113

" E. VIGANO, o.c. p. 119-120

8 Ih

La temperanza porta ad un sano equilibrio in tutte le cose, non solo nel dominio della concupiscenza. Don Bosco vuole che ci sia buon senso e temperanza perfino nel lavoro. Il 3 gennaio 1879 diceva alle Figlie di Maria Ausiliatrice: «In quanto al lavoro, lavorate, lavorate pur molto; ma fate anche in maniera di poter lavorare a lungo. Non accorciatevi la vita con privazioni e fatiche soverchie o con malinconie o al

tre cose che siano fuor di proposito».19 A noi Salesiani dice lo stesso:

«Lavorate quanto comporta la sanità e non di più, ma ognuno si guardi dall'ozio».20 E ai missionari: «Abbiatevi cura della sanità. Lavorate, ma solo quanto le proprie forze consentono».21

In definitiva si può dire che la misura della nostra temperanza è l'impegno di amare facendoci amare! E l'esperienza insegna che tale misura non è né piccola né facile. Essere «temperante» per noi significa essere controllato, equilibrato, di buon senso, al grado giusto, non eccessivo, conforme a ragione, signore di sé, amabile; ma anche sensibile a tante necessità attuali, a ciò che piace o dispiace alla gioventù, ai segni dei tempi, a tutti i vasti settori del rinnovamento della Chiesa, non pronto solo a frenare i cambiamenti in corso, ma certamente vigilante contro gli squilibri e le deviazioni.

Una temperanza che «aiuta a mantenersi sereni» non è una somma di rinunce, ma la crescita nella fede, nella speranza, nella carità, nell'adesione alle Costituzioni, nell'amore alla comunità, nell'allegria, nell'eroicità del quotidiano.

La penitenza del salesiano.

L'ascetica del salesiano si poggia sul lavoro, nelle sue dure esigenze (il sacrificio del dovere quotidiano), e sulla temperanza, che certamente richiede delle rinunce per conseguire il necessario dominio di

sé: emerge qui il tema della croce, che si coniuga bene con il compi

mento fedele e sacrificato del proprio dovere e con le fatiche che l'accompagnano.

19 MB XIV, 254 1D MB XIV, 634

-' MB XI, 390

L'ultimo capoverso dell'articolo riproduce, pressoché alla lettera, un testo che risale a Don Bosco stesso: «Ciascuno sia preparato, quando la necessità lo richieda, a soffrire caldo, freddo, sete, fame, fatiche, disprezzi, qualora questo ridondi alla maggior gloria di Dio, ad utilità spirituale altrui e alla salvezza dell'anima propria».22

Viene evidenziato il mistero della croce nella vita dell'apostolo salesiano, come tratto caratteristico ereditato dal Fondatore: c'è uno stile salesiano di mortificazione, che anticipa o rafforza una prassi penitenziale adatta ai nostri tempi e oggi tanto raccomandata: «una gioiosa, ben equilibrata austerità».23 «Gran parte dell'odierna penitenza -- dice un documento della Congregazione per i Religiosi e Istituti secolari - si patisce nelle circostanze della vita e li deve essere accettata».24

In un'epoca di forti cambiamenti culturali, lontani dall'esempio vivo del Fondatore, è opportuno riaffermare esplicitamente - con le Costituzioni - che la rinuncia di sé e l'assunzione della propria croce sono elemento integrante dello stile di vita e di azione di Don Bosco, che, proprio «per rivestire la sua santità con attraenti caratteristiche pedagogico-pastorali, ha fatto enormi e ininterrotti sforzi ascetici»,"

Il nostro realismo ascetico, di apostoli-educatori, si fonda sulla affermazione di San Paolo: «Per me vivere è Cristo e morire un guadagno» (Fil 1,21). Chi entra nella nostra Società lo fa per seguire il Salvatore, partecipando consapevolmente alla sua Croce nelle rinunce, nelle difficoltà e tribolazioni, nella passione e anche nella morte.

Questo aspetto ascetico del salesiano è ben espresso dalla Regola che parla non di penitenze straordinarie, ma dell'accettazione del «quotidiano» con tutti gli imprevisti della vita apostolica: «caldo, freddo, fame, sete, fatica, disprezzo...», che costituiscono un «martirio di carità e di sacrificio per il bene altrui».2»

Don Bosco però ci ripete con san Paolo: «Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura» (Rm 8,18).

 

x~ Costituzioni 1875, XIII, 13 (cf. F. MOTTO, p. 191)

_3 ET, 30

2a Elementi essenziali della vita consacrata, CRIS 1983, n. 31 _' E. VIGANO, ACS n. 310 (1983), p. 12

z6 Cf. MB XIII, 316

Perché, rispondendo generosamente alla tua chiamata, ci doniamo alla missione che ci affidi

con operosità instancabile,

ad imitazione di Don Bosco

che non ha avuto di mira altro che la salvezza dei giovani, Ti preghiamo, Signore.

 

Perché comprendiamo la grandezza e bellezza del nostro lavoro apostolico, che ci fa partecipi della tua azione creatrice

collaboratori del tuo Figlio nella costruzione del Regno, Ti preghiamo, o Signore.

 

Affinché sappiamo sempre unire al lavoro la temperanza salesiana,

siamo convinti che in questo binomio «lavoro e temperanza»

sta il segreto della riuscita apostolica

della fecondità della Congregazione, Ti preghiamo, o Signore.

 

Perché, senza cercare penitenze straordinarie, sappiamo accettare le esigenze quotidiane

le rinunce della vita apostolica,

ne facciamo strumento

per la tua maggior gloria

per la salvezza dei giovani. Ti preghiamo, o Signore.

ART. 19 CREATIVITÀ E FLESSIBILITÀ

Il salesiano è chiamato ad avere il senso del concreto ed è attento ai segni dei tempi, convinto che il Signore si manifesta anche attraverso le urgenze del momento e dei luoghi.

Di qui il suo spirito di iniziativa: «Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerità,'.'

La risposta tempestiva a queste necessità lo induce a seguire il movimento della storia e ad assumerla con la creatività e l'equilibrio del Fondatore, verif. cando periodicamente la propria azione.

MB XW, 662

Il nostro stile di lavoro, generoso e sacrificato, perché possa raggiungere l'efficacia pastorale che esige il Regno di Dio, deve assumere un insieme di modalità, che sono altrettanti atteggiamenti della persona del salesiano: la concretezza di risposta alle esigenze dei destinatari, lo spirito di inziativa creatrice, la flessibilità equilibrata nel seguire il movimento della storia.

I cambiamenti del nostro tempo ci sommergono con novità e tensioni, per cui è più facile per noi cedere a forme di squilibrio tra progressismo e conservatorismo, tra efficientismo e spiritualismo, tra evangelizzazione e promozione umana, tra pastoralità e docenza...

Essere attenti ai segni dei tempi, avere il senso del concreto, avere spirito di iniziativa, e fare queste scelte con creatività ed equilibrio, tutto questo richiede di essere ubicati nell'attualità, di sentirci in un divenire continuo, ma anche di non dista'ècarci dalla tradizione, di agire con moderazione («temperanza), di vigilare contro le deviazioni «verificando periodicamente la propria azione».

Il salesiano risponde con concretezza ai segni dei tempi.

Il salesiano vuole vivere nell'oggi, prendendo atto di tutte le esigenze delle realtà culturali e delle situazioni storiche, in vitale ricerca di ciò che occorre al giovane d'oggi in una società fortemente socializ-

f

tata, pluralista, frammentata, tecnicizzata, in una Chiesa che attraverso il Vaticano II ha rinnovato il suo volto pastorale.

In una situazione diversa dalla nostra, ma pure piena di incognite e di novità, Don Bosco affermava: «In questo tempo in cui tutti gli Ordini vengono dalle leggi civili soppressi, neppur le monache possono più essere tranquille nei loro chiostri, più non si possono veder frati, noi ci raduniamo, e sulla barba di tutti i nostri nemici aumentiamo, fondiamo case, facciamo quel bene che si può... Le leggi più non tollerano i frati; ebbene, noi cambiamo abito, e vestiti da preti facciamo lo stesso. Non tollereranno più l'abito del prete? Ebbene, che importa? Vestiremo come gli altri, non cesseremo di far del bene lo stesso: porteremo la barba, se è necessario, ché questo non è ciò che impedisca di far del bene».'

Per seguire il progresso della scienza e della verità, per dare risposte valide nel cambiamento di cultura in cui i nostri giovani e noi siamo immersi, il salesiano sarà attento non solo allo sviluppo delle idee, ma alla realtà concreta che è fatta di persone e di avvenimenti.

Realtà da vedere con occhio perspicace per leggervi «i segni dei tempi»,z cogliere «le urgenze del momento e dei luoghi» e, attraverso di esse, ascoltare la voce discreta del Signore che chiama all'impegno per il Regno. È stato questo l'atteggiamento di Don Bosco: le sue opere furono realizzate in applicazione di un proprio piano prestabilito, ma tutte sono nate per rispondere a dei bisogni percepiti sul momento e sul posto: «Sono sempre andato avanti come il Signore mi ispirava e le circostanze esigevano».' La risposta adeguata e generosa alle necessità delle persone e dei luoghi è uno dei criteri che le Costituzioni stabiliranno, molto concretamente, per discernere la validità delle attività e delle opere delle nostre comunità (cf. Cost 41). È questo anche l'atteggiamento della Chiesa del Concilio: nella «Gaudium et Spese essa dichiara di voler «conoscere, comprendere, ... scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo... per poter rispondere in modo adatto a ciascuna generazione» 4

MB X, 1058

z «I segni dei tempi sono fatti ed eventi che hanno un senso storico-sociologico e un senso teologico:... caratterizzano un'epoca, esprimendo i bisogni e le aspirazioni dell'umanità presente.._ e rivelando le strade che Dio apre al cammino della Chiesa» (Linee di rinnovamento. LDC Tonno 1971, p. 15-17),

' MB XVIII, 127

4 GS, 4; c£- anche GS, 11

Il salesiano conserva lo spirito di iniziativa.

In un mondo in trasformazione continua e rapida, nessuna età è più sensibile ai mutamenti che la gioventù. Gli educatori, perciò, dovranno essere particolarmente attenti e disponibili a tale esigenza.

La volontà di rispondere tempestivamente ai bisogni individuati ha come conseguenza ineluttabile i due atteggiamenti della «creatività» e della «flessibilità», come dice lo stesso titolo dell'articolo.

Il nostro testo utilizza dei termini tipici per precisare il senso della «creatività» che si richiede nel salesiano:

• «Spirito di iniziativa» significa che il salesiano comincia appena può a realizzare ciò che sembra opportuno, senza attendere condizioni ideali, e comincia «lui stesso», senza aspettare di esservi spinto o trasci

nato da altri. È un atteggiamento che richiede coraggio. A don Achille

Ratti, futuro Papa Pio XI, Don Bosco confidava: «In fatto di progresso voglio essere all'avanguardia».5 Lo zelo gli suggeriva sempre qualche nuovo progetto e qualche mezzo nuovo per far del bene ai giovani.

• «Creatività apostolica» significa che il salesiano mette in atto la propria immaginazione pastorale per utilizzare tutto ciò che di buono esiste, ma anche per creare del nuovo là dove se ne fa sentire la necessità: novità dell'opera stessa o novità del metodo. La straordinaria parola di Don Bosco che viene citata: «Corro avanti fino alla temerità», insegna che in certe circostanze il salesiano dovrà rischiare e spingersi fino all'audacia apostolica, ispirata dal suo amore per i giovani da salvare e dalla certezza che Dio lo domanda; è una parola alla san Paolo: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma uno spirito di fortezza» (2 Tm 1,7).

Il salesiano è flessibile ed equilibrato nel seguire il movimento della storia.

Fedeltà alla vita e al suo movimento, più che alle leggi e alle strutture: ecco l'ultimo tratto caratteristico di questo comportamento, realista e flessibile, come risposta alle urgenze della gioventù. L'attenzione '

MB XVI, 323

í

al reale porta a costatare che le persone e gli ambienti evolvono, soprattutto oggi e soprattutto tra i giovani, che sono le forze più sensibili all'avvenire.

Di qui l'impegno a «verificare periodicamente la propria azione» per giudicarne la reale efficacia e mantenerla tale secondo il ritmo della vita. Su questo punto abbiamo una dichiarazione preziosa di don Rinaldi: «Don Bosco credeva di poter benissimo piegarsi alle esigenze dei tempi. Questa elasticità di adattamento a tutte le forme di bene che vanno di continuo sorgendo... è lo spirito proprio delle nostre Costituzioni; e il giorno in cui si introducesse una variazione contraria a questo spirito, per la nostra Pia Società sarebbe finita».6

Il Vaticano Il nota che il compito dell'educatore esige, tra le altre qualità umane, «una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento».7

Tutto questo suppone anche una certa flessibilità di strumenti e di strutture nell'azione pastorale: il loro peso o la loro grandezza potrebbero impedire le necessarie trasformazioni.

Perciò non ci si deve meraviglire che presso i Salesiani certe cose evolvano e cambino. Ci si dovrebbe piuttosto meravigliare se nulla si muovesse: sarebbe una maniera antisalesiana di ricorrere alle tradizioni, contraria alla tradizione autentica e al nostro spirito. È la confidenza fatta un giorno da Don Bosco a don Barberis: «Io vedo che dal momento che noi ci fermassimo, la Congregazione comincerebbe a deperire».$

Dona a noi, o Signore, come al nostro Fondatore e Padre, «un cuore grande come la sabbia del mare», capace dei leggere i segni della Tua presenza

·     i disegni della Tua volontà,

coraggioso nell'iniziativa,

pronto a rispondere alle necessità delle persone e degli ambienti, dimentico di sé, dei propri gusti e interessi,

·     mosso unicamente dalla ricerca della Tua gloria

·     della salvezza dei fratelli.

° ACS n. 17, 6 gennaio 1923, p. 41; cf. CGS, 135 GE, 5

a Dalla Cronaca di Don Barberis

ART. 20 SISTEMA PREVENTIVO E SPIRITO SALESIANO

Guidato da Maria, che gli fu Maestra, Don Bosco visse nell'incontro con i giovani del primo oratorio un'esperienza spirituale ed educativa che chiamò "Sistema Preventivo. Era per lui un amore che si dona gratuitamente, attingendo alla carità di Dio che previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l'accompa. gna con la sua presenza e la salva donando la vita.

Don Bosco ce lo trasmette come modo di vivere e di lavorare per comunicare il Vangelo e salvare i giovani con loro e per mezzo di loro. Esso permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell'esercizio di una carità che sa farsi amare.

C'è uno stretto legame tra lo spirito salesiano e il Sistema preventivo: si può dire che lo spirito salesiano si esprime e si incarna in modo privilegiato nel «Sistema preventivo»: esso è la creazione più ori

ginale di Don Bosco in campo pedagogico, ma è anche un caratteristico modo generale di essere e di agire personale e comunitario, che risplende nella vita dei Salesiani. Il Sistema preventivo è la nostra 'profezia', il nostro modo pratico di vivere secondo il Vangelo come educatori e di tendere alla pienezza della carità: coinvolge la persona del salesiano con una modalità di pensiero e di sentimento, di vita e di azione, che ispira e caratterizza tutta la sua esistenza.'

Il Sistema preventivo racchiude un insieme di valori, che le Costituzioni nel loro insieme mettono in evidenza.

- è guida alla nostra azione educativa e pastorale ed insieme è stile di santificazione che trae origine da un cuore immerso nel mistero di Cristo Salvatore;

CF, E. VIGANO, Il progetto educativo salesiano ACS n. 290 (1978), p. 12.

Può essere interessante notare che, pur non essendo il Sistema preventivo citato esplicitamente nelle Costituzioni scritte da Don Bosco, è presente in esse tutta l'anima del metodo educativo salesiano: vi troviamo la carità, centro del Sistema preventivo, che è l'ispiratrice della missione stessa della Società di San Francesco di Sales (ogni opera di carità spirituale e corporale: cap. I, art. 1); vi troviamo »i giovani, specialmente poveri», protagonisti dell'azione educativa (cap. I, art. 1-5); vi troviamo la figura del salesiano-religioso-educatore, «tutto consacrato» a Dio e ai giovani (chiamato a »fare e a insegnare) e la comunità-famiglia; vi troviamo il Superiore descritto come padre e amico dei giovani... Si veda al riguardo: P_ BRAIDO, »Il Sistema preventivo nelle Costituzioni salesiane di Don Bosco» in »Fedeltàà e rinnovamento», LAS Roma 1974,

p. 103-118.

- è il progetto che caratterizza la genialità pastorale di Don Bosco, ca

pace di tradurre in modo giusto e pratico lo spirito nella vita;

- è misura della nostra autenticità e della nostra vocazione di evange-

lizzatori-educatori dei giovani;

- è per noi sintesi vitale di pedagogia, pastorale e spiritualità; per esso «professiamo pubblicamente l'amore del Padre che ci chiama e ci riunisce in comunità, per farci evangelizzatori dei giovani, nella responsabilità condivisa di un progetto educativo che si ispira al carisma di Don Bosco»; z

- infine, per la Famiglia salesiana, il Sistema preventivo è uno dei cardini di unità di fronte al pluralismo delle idee e nel decentramento: quando la diversificazione culturale potrebbe sviarci, esso aiuta a «conservare il legame vitale con il Fondatore e l'unità dello spirito».3

Una comunità salesiana, perciò, verifica la sua vita e la sua crescita vocazionale confrontandosi quotidianamente con la pratica del Sistema preventivo.

La riflessione su questo articolo risulta quanto mai importante ed impegnativa, se ascoltiamo il monito del CG21: «Nelle situazioni dei giovani d'oggi il Sistema preventivo esige che si cerchi una presenza nuova» .1 Don Rinaldi affermava: «Il salesiano o è salesiano o è niente, o è di Don Bosco o di nessuno. Se studieremo Don Bosco, se seguiremo il suo Sistema, saremo davvero suoi figli, altrimenti non saremo niente e lavoreremo in aria e fuori strada».5

Il Sistema preventivo, vera esperienza spirituale ed educativa, è un amore gratuito che previene, accompagna e salva.

Questo elemento fondamentale del nostro spirito s è maturato nella vita di Don Bosco come «un'esperienza spirituale ed educativa», «un'esperienza di Spirito Santo»,' che fin dal primo affacciarsi ha visto la presenza materna di Maria «maestra e guida». Tale esperienza, vissuta

2 CG21, 31

3 CG21, 80

CG21, 155

 ' E. VALENTINI. D. Rinaldi maestro di pedagogia e spiritualità salesiana, Torino 1965, p. 32 CF. CG21, 97

Cf. MR, 11

tra «i giovani del primo Oratorio», in semplicità, gioia, stile di famiglia e concretezza educativa, è stata trasmessa a noi come preziosa eredità personale e comunitaria, e noi la riceviamo come metodo di azione pastorale e come cammino di santità.

II testo delle Costituzioni sottolinea che questa sintesi creativa di Don Bosco trova il suo elemento catalizzatore in quella «carità pastorale», che è il centro stesso dello spirito salesiano (cf. Cost 10): don Rinaldi e don Caviglia, parlando della «bontà» (il nostro «quarto voto», legato al nome stesso di «salesiano»!) dicono che essa non è altro che la pratica del Sistema preventivo, vissuto tra i giovani: esso è non solo «il sistema della bontà», ma «la bontà eretta a sistema».8

Vedremo in seguito il Sistema preventivo come metodo di azione educativa e pastorale che, attraverso la presenza educativa e con la forza della persuasione e dell'amore, fa crescere i giovani come «onesti cittadini e buoni cristiani» (cf. Cost cap. IV, in particolare Cost 38 e 39).

Qui la Regola vuole soprattutto mettere in risalto che il Sistema preventivo, come esperienza di Spirito, è per noi via di santificazione: è «un amore che si dona gratuitamente ispirandosi alla carità di Dio che previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l'accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita».9 Si traduce quindi in un esercizio costante di carità che non ha limiti e che rende il salesiano segno e testimone di amore (cf. Cost 2).

Il Sistema preventivo è un modo di vivere e di lavorare per offrire Vangelo e salvezza ai giovani.

Scrive il Rettor Maggiore: «ll CGS ci ha ricordato che tra 'missione' salesiana (unica e identica per tutti e dovunque) e `pastorale concreta (pluriforme e svariata secondo le situazioni) c'è un'importante differenza di livello da saper armonizzare; il Sistema preventivo è da situarsi tra questi due momenti come una criteriologia pedagogico-pastorale che illumina e guida i progetti da elaborare e da applicare metodologicamente nelle varie situazioni».10

° A. CAVIGLIA, La pedagogia di Don Bosco, Roma 1935, p. 14-15; cf. ACS n. 290 (1978), p. 9 9 Cf. CG21, 17

10 ACS n. 290 (1978), p. 12-13; cf. CGS, 30

La prima e più urgente esigenza del Sistema preventivo è per noi quella di «non disertare il campo difficile del nostro impegno giovanile»."

Il salesiano, secondo l'espressione delle Costituzioni, riceve dal Sistema preventivo l'invito a vivere tra i giovani; è una prassi, guidata dal cuore più che dalle scienze pedagogiche, che stimola il salesiano a imparare l'arte e il sacrificio di stare con i giovani, i più bisognosi in particolare, amarli, conoscere i singoli e i problemi della loro condizione nel territorio.' 2

Ricordiamo la testimonianza riferita nella Lettera da Roma: «Negli antichi tempi dell'Oratorio Lei non stava sempre in mezzo ai giovani e specialmente in tempo di ricreazione?». Don Bosco stesso diceva: «Quicon voi mi trovo bene: è proprio la mia vita stare con voi».13 Il Rettor Maggiore commenta così questa frase: «Il salesiano non solo lavora per i giovani, ma vive tra di essi e con essi; il Sistema preventivo è per lui una prassi guidata dal cuore... Ha bisogno quindi di imparare l'arte e-il sacrificio di essere fisicamente presente».14

Il salesiano riceve ancora dal Sistema preventivo lo stimolo a lavorare per.i giovani e con i giovani, coinvolgendoli nella realizzazione del loro progetto di vita. Le Costituzioni indicano espressamente la finalità ultima di questo impegno con e per i giovani: comunicare loro il Vangelo di Gesù, portar loro la Sua salvezza. Il Sistema preventivo unisce intimamente l'evangelizzazione all'educazione (Cf. Cost 31); non riduce la pastorale a sola catechesi o a sola liturgia, ma spazia in tutti gli impegni della condizione giovanile legando il Vangelo con la cultura e con la vita.

Il testo conclude con un'affermazione di fondo: il Sistema preventivo «permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità», imprimendo a tutta la nostra attività l'orientamento, verso il suo fine supremo, che è quello che voleva Don Bosco: «l'unico scopo dell'Oratorio è di salvare le anime». Esso anima, in tal modo, un processo educativo orientato a Cristo, con privilegiata attenzione alla

" Cf. ACS n. 290 (1978), p. 19; cL CG22 Documenti, n. 6 Cf. CG2f, 13

" MB IV, 654

14 Cf. ACS n.290 (1978), p. 20

vita sacramentale e mariana; propone con audacia e originalità la santità giovanile, con modalità piacevoli ai giovani, perché passa attraverso una carità «che sa farsi amare».

Quanto al modo concreto con cui questo Sistema preventivo si realizza, se ne parlerà trattando della missione apostolica (cf. Cost 38-39). Basti qui ricordare una lettera di Don Bosco all'Ispettore dell'Argentina don G. Costamagna, scritta il 10 agosto 1885: «Vorrei poter aver meco tutti i miei figli e le nostre consorelle d'America... Vorrei a tutti fare... una conferenza sullo spirito salesiano che deve animare e guidare le nostre azioni e ogni nostro discorso. Il sistema preventivo sia proprio di noi: ... nelle classi suoni la parola dolcezza, carità e pazienza... Ogni salesiano si faccia amico di tutti, non cerchi mai di far vendetta; sia facile a perdonare, ma non richiamar mai le cose già una volta perdonate... La dolcezza nel parlare, nell'operare, nell'avvisare guadagna tutto e tutti».' S Noi sappiamo che «a questa lettera si attribuì poi la prosperità spirituale e temporale dell'Ispettoria Argentina. Non solo l'Ispettore, ma anche altri, dopo averla copiata, ne ringraziarono il Santo. Certuni, sentendosi più in difetto o provando maggior difficoltà a essere caritatevoli e pazienti, vi si obbligarono con voto che rinnovavano ogni mese nell'Esercizio della buona morte».''

P. Duvallet, per vent'anni collaboratore dell'Abbé Pierre nell'apostolato di rieducazione dei giovani, ci rivolge una specie di significativo appello: «Voi avete opere, collegi, oratori per giovani, ma non avete che un solo tesoro: la pedagogia di Don Bosco. In un mondo in cui i ragazzi sono traditi, disseccati, triturati, strumentalizzati, il Signore vi ha affidato una pedagogia in cui trionfa il rispetto del ragazzo, della sua grandezza e della sua fragilità, della sua dignità di figlio di Dio.

Conservatela, rinnovatela, ringiovanitela, arricchitela di tutte le scoperte moderne, adattatela a queste creature del ventesimo secolo e ai loro drammi che Don Bosco non potè conoscere. Ma per carità conservatela! Cambiate tutto, perdete, se è il caso, le vostre case, ma conservate questo tesoro, costruendo in migliaia di cuori la maniera di amare e di salvare i ragazzi che è l'eredità di Don Bosco»."

" Epistolario, voi IV, Torino 1959, p. 332

'6 Ivi, p. 333 nota

" AA.VV, 611 sistema educativo di Don Bosco tra pedagogia antica e nuova», Atti del Convegno Europeo Salesiano sul sistema educativo di Don Bosco, LDC Torino 1974, p. 314.

0 Signore, sotto la materna guida di Maria,

Don Bosco trovò nel «Sistema preventivo»

un modo sicuro per diffondere tra i giovani la Tua carità. Concedi anche a noi di assimilare e di vivere, come preziosa eredità lasciataci dal nostro Padre,

questa forma di dedizione totale all'educazione dei giovani e di trasmetterla con intatta fedeltà

a coloro che verranno dopo di noi.

ART. 21 DON BOSCO NOSTRO MODELLO

Il Signore ci ha donato Don Bosco come padre e maestro.

Lo studiamo e lo imitiamo, ammirando in lui uno splendido accordo di natura e di grazia. Profondamente uomo, ricco delle virtù della sua gente, egli era aperto alle realtà terrestri; profondamente uomo di Dio, ricolmo dei doni dello Spirito Santo, viveva «come se vedesse l'invisibile».'

Questi due aspetti si sono fusi in un progetto di vita fortemente unitario: il servizio dei giovani. Lo realizzò con fermezza e costanza, fra ostacoli e fatiche, con la sensibilità di un cuore generoso. «Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù... Realmente non ebbe a cuore altro che le anime».'

F.b 11,27

a Don Rua, Lettere, 24.8.1844

L'articolo conclusivo di questo capitolo ne esprime il vertice e la sintesi: esso afferma che lo spirito salesiano è incarnato nel Fondatore, e che per vivere questo spirito bisogna fare riferimento al suo esempio: Don Bosco è il «padre» e il «maestro» che il Signore ci ha donato; egli è nostro «modello».

Ogni Fondatore è frutto della vita e della santità della Chiesa' ed è modellato dallo Spirito come esempio per altri fratelli ai quali ripete con l'Apostolo: «Siate mici imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 11,1). Don Bosco è nostro modello in quanto riproduce, come un'immagine vivente, Cristo stesso.

L'uso dei modelli nella cultura contemporanea, come sempre d'altro canto nella tradizione ecclesiale, è un'esigenza sentita. Sempre più gli ideali sono comunicati non per mezzo di concetti, ma di esempi.

Don Bosco come modello di «spirito salesiano» viene dal mistero di Dio e a Lui si riferisce: funziona quindi in modo vivo, articolato, misteriosi, ed ha un valore pedagogico grande; la sua vita vissuta, più che le nostre parole, può esprimere l'inesprimibile. Una nostra descrizione dello «spirito salesiano» fa appello alla comprensione, mentre la sua vita esemplare fa appello alla imitazione; il suo esempio si fa continua

' Cf. LG, 4546

mente presente all'anima del salesiano o alla comunità, così da farne assimilare poco a poco i tratti, la fisionomia, lo stile di vita: diventiamo suoi imitatori. Don Bosco continua ad esercitare su di noi questa attrazione, la quale sviluppandosi con lo studio e la ricerca diventa amore, trasformazione, rinnovamento.

In tal modo Don Bosco «ritorna» tra noi: la sua vita è ancora un appello; se la prospettiva storica del suo tempo è cambiata e quindi non si identifica con la nostra, egli però resta sempre per noi un profeta, un ispiratore, un segno indicatore del cammino.

Sappiamo infine che, per la comunione dei Santi, egli è ancora presente nella Chiesa e nella Congregazione, e la sua santità e la sua intercessione si proiettano feconde nel tempo.

Il Signore ci ha donato Don Bosco come padre e maestro.

Collocata a conclusione del capitolo, questa affermazione ci aiuta a vedere in Don Bosco la sintesi vitale dello spirito salesiano. Osserviamo, con il CGS, che non si tratta di un Don Bosco astratto, avulso dalla realtà, ma di un «Don Bosco vivo, operante in mezzo ai suoi ragazzi, lungo l'arco della sua vita apostolica» .2 Questo Don Bosco diventa il «criterio permanente» della «fedeltà dinamica» del salesiano, fonte perenne di ispirazione e di riflessione?

Fermiamoci un momento su tale figura di Padre e Maestro, che diventa sempre più grande quanto più ci si allontana nel tempo.

- L'immagine di «Padre» fa riferimento alla misteriosa paternità divina, che si svela nel dono della vita e della divina Figliolanza nel Battesimo, ma è modellata anche su quella semplice e umana del padre di famiglia: entrambe richiamano al salesiano e alla comunità benevolenza, attenzione, disponibilità, perdono.

Durante tutta la sua vita Don Bosco ha manifestato sempre un cuore di padre. Diceva ai suoi Salesiani: «In qualunque remota parte del globo vi troviate, non dimenticate che qui in Italia avete un padre

2 CGS, 195

Si veda il documento II del CGS: Don Bosco nell'Oratorio, criterio permanente di rinnovamento dell'azione salesiana, CGS, 192ss

che vi ama nel Signore».4 Ricordiamo l'appello accorato della Lettera da Roma del 1884: «Sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita?..- che ritornino i giorni dell'affetto e della confidenza cristiana, dello spirito di accondiscendenza e di sopportazione per amore di Gesù Cristo, i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti»-5

Il salesiano non può dimenticare che quella particolare «esperienza di Spirito Santo»,ó che rappresenta il dono della vocazione salesiana, gli è stata trasmessa, per disposizione provvidenziale di Dio, proprio attraverso il suo Fondatore, come una nuova comunicazione di Vangelo, una fisionomia propria di impegno ecclesiale- II Fondatore lo ha introdotto e come generato a questo modo nuovo di seguire Cristo, ed ha accompagnato con sacrifici immensi la nascente Congregazione nei suoi inizi. Don Bosco è davvero il Padre della nostra vocazione!

- L'immagine di «Maestra» richiama la sua capacità di riprodurre alcuni tratti del «divino Maestro» Gesù, sua guida fin dal primo sogno dei nove anni, e alcune caratteristiche della Vergine Maria, che gli fu data come «Maestra»:' da essi Don Bosco ha imparato la bontà e l'arte di insegnare ai giovani la strada della salvezza, facendo loro comprendere quanto Dio li ama.

Non si può dimenticare la capacità di comunicazione che ebbe Don Bosco «maestro», la sua facoltà di parlare in modo semplice, di farsi capire, di farsi ascoltare, di trasmettere con incisività la Parola del Signore, ma specialmente di farsi amare, che vuol dire saper parlare e insegnare con il linguaggio del cuore.

Noi lo invochiamo «Padre e Maestro» insieme con tutti i giovani, in particolare insieme ai ragazzi della strada, agli apprendisti e ai giovani operai, agli allievi delle scuole professionali, ai prestigiatori e ai saltimbanchi, ai giovani chiamati a seguirlo per salvare altri giovani; ma anche insieme ai genitori, ai docenti e agli educatori, ai pastori.

MB XI, 387

' Cf. MB XVII, 107.114; Appendice Costituzioni 1984, p. 252 6 MR, 11

Cf. MB 1, 123

Ma non dimentichiamo che Don Bosco nel suo testamento ci ripete che il nostro vero Superiore è Cristo Gesù: «Egli sarà sempre nostro Maestro, nostra guida, nostro modello».a

Lo «studiamo» ammirando in lui uno splendido accordo di natura e di grazia.

É stato affermato che Don Bosco è uno dei Santi più «completi» nella storia cristiana, nel senso che si sono accumulati in lui doni di natura e di grazia in grado mirabile. 1 nostro testo sottolinea bene questo fatto, mettendo in evidenza soprattutto lo «splendido accordo di natura e di grazia».

In Don Bosco l'umano non è stato cancellato, ma è stato permeato dal divino: ha conservato tutta la sua forza: egli era «profondamente uomo, ricco delle virtù della sua gente», «aperto alle realtà terrestri»; capace di ispirare stima confidenza e affetto, perché capace di amare; educatore e formatore, «idealista e realista, che sa osare tutto ma anche usare prudenza» (Daniel-Rops); un «gigante dalle lunghe braccia che è riuscito a stringere a sé l'universo» (Card. Nina a Leone XIII); sognatore (quanti «sogni» nella sua vita...) e realizzatore concreto.

D'altra parte egli si rivelava «profondamente uomo di Dio, ricolmo dei doni dello Spirito»; «viveva, infatti, come se vedesse l',invisibile»: cioè sapeva leggere la storia in cui era immerso con uno sguardo di straordinaria fede.

L'impressione che dava Don Bosco era questa: uomo della terra e del cielo, aperto agli uomini suoi fratelli e immerso in Dio. Ciò lo rendeva simpatico, e costituisce per noi un invito a sviluppare tutte le nostre risorse per un compimento migliore della nostra vocazione.9

Dobbiamo usare questa chiave interpretativa della singolare figura spirituale di Don Bosco per scorgere la struttura portante e unificante della spiritualità salesiana, profondamente incarnata nella storia e profondamente immersa in Dio.

CF. MB XVII, 257-273

y Sugli aspetti umano e divino nella santità di Don Bosco si può vedere il libro dì P. BROCARDO, -Don Boscn, profondamente uomo, profondamente .santo-, LAS Roma, 1985

La Regola ricorda al salesiano l'importanza di «studiare» Don Bosco, di sentirlo vicino, di confrontarsi con lui: solo con un confronto costante, giornaliero con il Fondatore egli potrà mantenere e rinnovare il fuoco del suo amore e l'ardente zelo per il bene dei giovani.

Lo «imitiamo» come modello nel servizio ai giovani.

Tutta la ricchezza di natura e di grazia Don Bosco l'ha messa al servizio di un'unica missione «in un progetto di vita fortemente unitario». I due aspetti, l'umano e il divino, in Don Bosco sono intimamente uniti nell'unica missione di salvare i giovani.

Questo è un altro tratto sorprendente della sua personalità sia come Fondatore che come educatore: egli è l'uomo di «una» idea, sempre presente, che si dilata sempre più, ma che rimane «una» dal sogno dei nove anni fino all'ultimo respiro: salvare i giovani specialmente i più poveri.

Questo servizio ai giovani gli ha fatto porre mano a imprese coraggiose. Egli le realizzò «con fermezza e costanza, fra ostacoli e fatiche, con la sensibilità di un cuore generoso»: come attesta il suo primo Successore, «non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù. Veramente non ebbe a cuore altro che le anime».10

Il suo esempio è per noi un invito alla fermezza nel nostro impegno, all'unificazione dei nostri pensieri, delle nostre forze, di tutta la persona in una medesima direzione; un incitamento alla fedeltà fino alla morte.

Il testo, infine, precisa che Don Bosco si è dato al suo lavoro con passione, impegnando tutte le sue risorse, con forza e tenerezza di cuore. Forza e costanza per realizzare una vocazione e un'opera ostacolate da tante difficoltà; forza per lanciare delle iniziative che richiedevano una grande audacia, sovvertendo talvolta i modi di pensare e di agire tradizionali; forza per accettare le fatiche del suo ministero fino a morire di spossatezza.

' ° D. RUA, Lettera deI 24-8.1894, Lett. circo tari, p. 130

Dell'uomo santamente appassionato egli ha avuto anche tutta la tenerezza: tenerezza di un cuore toccato dalla miseria dei giovani e dall'ingiustizia subita dagli umili; tenerezza di un cuore di padre che lo rendeva attento a ciascuno dei suoi «cari figli», desideroso del loro bene, triste quando doveva vivere lontano da loro; tenerezza infine di un cuore di fanciullo che gli procurava confidenza e gioia davanti a Dio infinitamente buono e davanti alla Vergine Maria, Madre della sua famiglia.

Così Don Bosco resta tuttora la guida che può illuminare le nostre scelte di oggi, il modello con cui confrontare la nostra fedeltà, l'animatore dei nostri progetti educativi e pastorali, l'intercessore presso Dio per le grazie che ci sono necessarie.

Sii benedetto, Signore,

per averci dato Don Bosco come padre e maestro,

e per averlo ricolmato di straordinari doni di natura e di grazia: egli si mostrò perfettamente umano ira i suoi contemporanei e interamente donato a Te nella docilità allo Spirito Santo.

Concedi a noi, ti preghiamo,

di realizzarne gli insegnamenti e seguirne gli esempi, per essere prolungamento della sua presenza nella dedizione agli uomini e a Te, in un servizio fedele offerto ai giovani con fortezza, coraggio e perseveranza e con il calore di un cuore sensibile e generoso. Amen.

CAPITOLO III

LA PROFESSIONE DEL SALESIANO

nGesù disse loro: Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini. E subito, lasciate le reti, lo seguirono» (MC 1, 17-13).

Nell'attuale racconto di Mc 1,16-20, che riunisce due scene di vocazione parallele, si incontrano due linee di pensiero: il ricordo essenziale di chiamate da parte di Gesù, con l'esigenza dell'imperativo («Seguitemi»), la solennità della promessa («Vi farò pescatori di uomini») e la prontezza di risposta senza ripensamenti; insieme si intravvede l'uso catechistico fatto dalla comunità cristiana, che vede in ogni vocazione il prolungamento di quel primo comando (di qui lo schematismo e l'essenzialità della scena).

È stato notato un certo richiamo con le scene bibliche di vocazione, in particolare con quella di Elia che invita Eliseo (1 Re 19,19-21). Ma nelle parole di Gesù emerge un doppio tratto, del resto ben sottolineato nel seguito del Vangelo (cf. 3,13-19): il legame totale con la persona del Maestro, come Messia (un seguire Gesù che sarà sempre un andargli dietro in obbediente fedeltà); di conseguenza la partecipazione attiva alla sua missione, quella del Regno di Dio, in rapporto al quale avvengono le chiamate. Il diventare «pescatori di uomini», alla luce della parabola dei pesci buoni e cattivi (Mt 13, 47-50), assume il denso significato dì disporre gli uomini per il Regno messianico, aiutarli a realizzare pienamente la salvezza, far loro sperimentare la gioia del mondo nuovo.

Se si osserva bene, questa citazione evoca quella consacrazione apostolica che il salesiano afferma, come preghiera, nella formula di professione (Cost 24). In questo modo viene conferita al salesiano la grazia di partecipare di quelle prime scene di vocazione presso il lago, da cui partì l'evangelo del Regno di Dio (Mc 1,14-15).

* * *

Il terzo capitolo, che ha per titolo «la professione del salesiano», presenta importanti novità rispetto alla tradizione nel proporre i tratti fondamentali dell'atto della nostra professione religiosa.

Un primo elemento di novità è la stessa collocazione di questo tema nella prima parte delle Costituzioni. Mentre nei testi precedenti al CGS la professione veniva inserita nella descrizione delle tappe di incorporazione alla Società, ora essa viene presentata all'interno della parte iniziale delle Costituzioni, insieme con gli altri elementi «fondanti» della vocazione salesiana: si vuole, in tal modo, mettere in risalto come la professione investa e illumini tutti gli aspetti della vita del salesiano. Risulta con chiarezza il significato globale della professione salesiana, che fa di noi dei «consacrati» da Dio per i giovani, legando «al servizio dei giovani la vita evangelica religiosa».1

Si deve pure osservare che la professione è presentata con un esplicito riferimento all'identità della Congregazione: si tratta infatti di una professione apostolico-religiosa che qualifica il salesiano.

La novità del capitolo emerge anche dalla sua impostazione: esso prende l'avvio dalla vocazione personale del salesiano e dalla sua donazione a Dio, coinvolgendo interamente l'impegno apostolico, la vita di comunione e la scelta di una forma di esistenza conforme ai consigli evangelici,

Nella professione si incontrano l'amore di Dio e la risposta dell'uomo. Il termine «consacra» ha per soggetto Dio, perché sua è l'iniziativa e l'azione consacrante; ma implica anche la donazione della persona del salesiano, il quale risponde alla chiamata emettendo la professione ed entrando così nella Società. Dio consacra per una missione apostolica realizzata in comunità e con radicalità evangelica; e il salesiano si offre totalmente a Lui per vivere tale impegno apostolico, insieme ai fratelli, e secondo il Vangelo.

Il capitolo è nuovo, infine, per l'ésplicito messaggio di santità salesiana legato alla professione nello spirito delle Beatitudini, che costituisce il dono più urgente e più bello che possiamo offrire ai nostri giovani (cf. Cost 25).

CGS, 118

Le successive parti delle Costituzioni andranno lette come lo sviluppo logico e coerente dell'impegno che il salesiano assume nel momento della professione.

Considerando la struttura del capitolo, si osserva che esso fa perno sull'atto personale della professione, che forma come il nucleo centrale di tutti gli articoli.

1) Art. 22: Vocazione personale del salesiano.

La premessa fondamentale è la vocazione personale, che comporta doni speciali da parte di Dio. Ad essi ogni salesiano risponde con la donazione di se stesso, con un cammino di santificazione e di realizzazione cristiana. Mentre il capitolo I ha definito l'identità della Società e il capitolo II ha descritto lo spirito peculiare che la anima, il capitolo III concentra l'attenzione sull'identità di ogni socio attraverso il suo impegno personale.

2) Art. 23: Significato della nostra professione.

Il significato della professione è visto in riferimento a ciascun socio e all'intera Società. La professione è:

- segno di un incontro di amore-alleanza;

- dono di sé a Cristo e ai fratelli;

- impegno reciproco del professo e della Società;

- partecipazione più profonda alla grazia del Battesimo; - radicale atto di libertà;

- inizio di una vita nuova;

- specifico servizio alla Chiesa.

3) Art. 24: Formula della professione.

Il nucleo centrale è costituito, come dicevamo, dall'atto della professione: la formula esprime in forma di preghiera l'impegno di assumere liberamente la vita secondo i consigli evangelici, insieme con la globalità dei compiti della missione salesiana, secondo l'ordinamento delle Costituzioni.

4) Art. 25: La professione fonte di santificazione.

Conseguenze dell'incontro tra Dio e il confratello, che si realizza nella professione, sono:

- l'azione consacrante dello Spirito, che diventa fonte permanente di

grazia, di sostegno per la perseveranza e per la crescita nella carità pastorale;

- lo stimolo e l'aiuto dei Salesiani glorificati, e di quelli che vivono ac

canto a noi, per realizzare in pienezza questo ideale di vita;

- una testimonianza di santità salesiana specifica, che è il dono più

valido che possiamo dare ai giovani.

È bene ricordare ancora il significato fondamentale di questo breve capitolo. Ad esso potrà certamente rifarsi il salesiano, sia nella pratica quotidiana, sia nell'ora della prova, per rinnovare un atto di impegno personale, che è anzitutto la promessa di «un amore incondizionato a Dio».

ART. 22   VOCAZIONE PERSONALE DEL SALESIANO

 

 

Ciascuno di noi è chiamato da Dio a far parte della Società salesiana. Per questo riceve da Dio doni personali e, rispondendo fedelmente, trova la via della sua piena realizzazione in Cristo.

La Società lo riconosce nella sua vocazione e lo aiuta a svilupparla. Egli, come membro responsabile, mette se stesso e i propri doni al servizio della vita e dell'azione comune.

Ogni chiamata manifesta che il Signore ama la Congregazione, la vuole viva per il bene della sua Chiesa e non cessa di arricchirla di nuove energie apostoliche.

II primo articolo delle Costituzioni ci ha parlato della chiamata che Dio ha rivolto al Fondatore; questo art. 22 parla della chiamata che Dio rivolge a ciascuno dei membri della Società.

Don Bosco ha ricevuto doni speciali per diventare Fondatore di un vasto movimento spirituale per la salvezza dei giovani; ciascuno di noi riceve doni personali per essere continuatore della stessa missione giovanile.

Tale continuità, che è poggiata sull'iniziativa e sulla fedeltà di Dio, si manifesta nell'incessante dono di vocazioni apostoliche che la Congregazione riceve. Per questo, mentre sottolinea la dimensione soprannaturale della vocazione, l'articolo mette in rilievo la ricchezza che essa rappresenta per la Chiesa e per la Congregazione.

Ne deriva anche un invito a considerare l'importanza del lavoro per le vocazioni, da cui dipende l'avvenire, lo sviluppo e la missione della Chiesa. Don Bosco ci ripete: «Noi regaliamo un gran tesoro alla Chiesa quando procuriamo una buona vocazione».1 Ed ancora: «Pensiamo ad accrescere il nostro personale: ma per averlo bisogna che tutti ci facciamo un impegno di guadagnare .qualche nuovo confratello».z

MB XVII, 262

 MB IX, 69

Il salesiano è chiamato in Congregazione da Dio.

Il primo capoverso esprime bene l'aspetto personale e divino della vocazione. Siamo «chiamati per nome» (Gv 10,3; cf. Cost 196): l'affermazione ha l'efficacia della fede. È segno di un amore che viene da lontano: viene dal mistero di Dio Trinità.

Il Padre chiama ogni uomo a santificare il suo nome, a realizzare il suo Regno, a compiere la sua volontà. Egli è il padrone della messe e delle vocazioni (cf. Mt 9,38), e ognuno di noi sa che la sua vocazione viene dal Padre, obbedisce al Padre, vive in rapporto singolare di amore col Padre.

Nel Figlio, il «chiamato» per eccellenza dal Padre, tutti noi siamo chiamati (cf. 2 Tim 1,9); ma è Cristo stesso, il Maestro, che chiama (cf. Rm 1,6; Gv 11,28) e dice: «Vieni e vedi» (Gv 1,46), «Vieni e seguimi» (cf. Mc 2,13), anche se spesso si serve della mediazione di altri.

È lo Spirito che consacra per la missione quelli che il Padre chiama mediante il Figlio suo Gesù Cristo. Ogni vocazione è dono dello Spirito, e soltanto nello Spirito essa può esser percepita, maturata e fatta fruttificare.

I doni personali di vario ordine (intellettuali, pratici e soprattutto spirituali) sono dati perché il chiamato possa conoscere e vivere i valori della vocazione salesiana, specialmente l'urgenza per il servizio dei giovani poveri, e possa inserirsi nel progetto di una comunità, che è incontro di persone, è «Congregazione» (il vocabolo stesso esprime con dinamismo vocazionale la «chiamata»); sono dati perché egli possa realizzarsi pienamente in Cristo, l'Uomo perfetto.

Si esprime qui la certezza che il Signore accompagna ciascun chiamato con la ricchezza della sua grazia: come potrebbe, infatti, lo Spirito indirizzare uno su una strada e non fornirgli forze e capacità per percorrerla? Ma, d'altra parte, si sottolinea anche l'importanza del discernimento che ognuno deve compiere per conoscere la propria vocazione e accertare l'idoneità di fronte alla scelta della vita salesiana: -1 se uno è chiamato, che cosa dovrà fare per rispondere al dono di Dio?

Osserviamo che l'aspetto personale del dono non è mai isgiunto

Circa iI discernimento vocazionale si veda il documento «Criteri e nonne di discernimento vocazionale salesiano. Le ammissioni.», Rama 1985; in particolare nn. 2-6: Costituzioni e discer. nimento vocazionale.

dall'impegno comunitario. Don Bosco raccomandava: «Rinunziamo all'egoismo individuale; non cerchiamo mai il vantaggio privato di noi stessi, ma adoperiamoci, con grande zelo, pel bene comune della Congregazione» 4

Come si accennava, tutto questo dinamismo porta alla realizzazione piena di noi stessi, e diventa insieme testimonianza per i giovani cui siamo inviati.

Se «realizzarsi» significasse per noi soltanto soddisfare i propri gusti o gli ideali umani, perfezionare le capacità fisiche e intellettuali, noi assomiglieremmo a tanti giovani che non sanno riflettere sul senso profondo della vita e non trovano la strada della loro vera felicità.

Noi tendiamo a «realizzarci in Cristo»: partecipiamo così della grandezza di Dio, dei progetti del Regno e svolgiamo un compito di mediazione per i nostri giovani, che cercano la pienezza della propria umanità.

La Società riconosce ed accoglie il confratello ed egli dona se stesso.

L'aspetto comunitario della vocazione salesiana ha qui un'altra conferma.

Da una parte la Società si impegna pubblicamente, di fronte a ciascuno dei suoi membri:

- a «riconoscerlo» nella sua vocazione: questo termine, più che un atto giuridico superficiale, significa un comportamento attivo in cui entrano fiducia, stima, rispetto della persona del confratello al di là della sua funzione e del suo «rendimento», attenzione all'opera dello Spirito Santo nella sua anima;

- ad «aiutarlo» a sviluppare la propria vocazione, a crescere, a valorizzare i doni, che sono l'espressione più ricca di una personalità spirituale e apostolica e una risorsa per la comunità tutta intera.

D'altra parte il confratello è cosciente di quanto riceve dalla Società e non può dimenticare che la sua vocazione è quella di un mem

a D. 130SCO, Introduzione afide Costituzioni, Cinque difetti da evitare. cf. Appendice alce Costituzioni 1984, p. 234

bro collegato a tutti gli altri membri e che lo Spirito distribuisce i suoi doni non per una soddisfazione individuale, ma «per l'utilità comune» (1 Cor 12,7). Ha il diritto di ricevere, perché ha il dovere di dare. Realizzerà la sua vocazione personale nella misura in cui svilupperà in sé. l'amore disinteressato, il senso di corresponsabilità, lo spirito di famiglia e di gruppo.

Questo «reciproco riconoscimento» rispetta le diversità personali e permette di esprimere la verità del rapporto tra la Società e ciascun socio: crea così quel giusto «senso di appartenenza» per cui uno «mette se stesso e i propri doni a servizio della vita e dell'azione comune».

Con parole più semplici Don Bosco diceva. «Ninno trascuri la parte sua. Ciascuno compia l'uffizio che gli è affidato, ma lo compia con zelo, con umiltà e confidenza in Dio, e non si sgomenti se dovrà fare qualche sacrifizio a lui gravoso. Si consoli anzi che la sua fatica torna utile a quella Congregazione, al cui vantaggio ci siamo tutti consacrati».'

In Don Bosco si avvertiva l'intimo compiacimento di essere «salesiano»: nelle sue parole, nelle rassegne di case aperte o da aprire, nella descrizione di opere intraprese fuori d'Italia. Scrive il suo biografo: «Il suo linguaggio colorito aveva lo scopo in tali circostanze di legare più strettamente la stima e l'affetto degli uditori alla Congregazione, sicché i Soci amassero la vita salesiana e gli altri se ne invaghissero... Simili parlate infiammavano d'entusiasmo gli animi e facevano voler bene non solo a Don Bosco, ma anche al suo Oratorio e al nome salesiano e a tutto ciò che i Salesiani operavano di bello e di buono nel mondo; i quali sentimenti s'irradiavano fuori per molte vie, creando in lungo e in largo attorno alla pia Società un'atmosfera propizia al moltiplicarsi degli amici e dei benefattori».6

Ogni chiamata manifesta che Dio ama la Congregazione.

il dinamismo vocazionale che la Congregazione porta in sé appartiene al suo «essere Chiesa», cioè al suo essere immersa in Dio e a servizio del suo disegno di salvezza.

' D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, l.c. ° MB XIII, 806

Inviando nuove vocazioni, il Signore manifesta che ama la Congregazione, la vuole viva, la vuote arricchire di nuove energie, desidera mantenere vivo il carisma che Egli ha donato alla Chiesa.

In tal modo il Signore esprime il suo amore di predilezione per ciascuno dei chiamati e insieme per la Congregazione che Egli ha suscitato.

La risposta a questo amore non deve essere soltanto personale. La Congregazione, che si sente amata, sa di dover compiere un ruolo di mediazione per altre vocazioni, di dover essere «segno» di vitalità per il bene della Chiesa e centro di «nuove energie apostoliche».

«Noi dobbiamo ricevere (in Congregazione) chi si trova in grado di slanciarsi in mezzo al mondo per lavorare alla salute delle anime, non per venire a piangere i suoi peccati», diceva Don Cagliero.'

D'altra parte preoccuperebbe una comunità religiosa, la quale, chiamata nel Battesimo e nella consacrazione religiosa alla costruzione del Regno e alla santità, non sapesse generare nuovi figli. Essa non la

scerebbe trasparire quella forza di Dio che riesce a «far fiorire il deserto» (Is 35, 1).

0 Padre, che nella vocazione personale di ciascuno di noi manifesti il Tuo amore per la Congregazione salesiana, che vuoi viva per il bene della Tua Chiesa, concedi, Ti preghiamo, alle nostre comunità la capacità di accogliere come Tuo dono ogni confratello,

e moltiplica in noi tutti la riconoscenza per la Tua chiamata e la generosità nel dare ad essa risposta. Per Cristo nostro Signore.

' MB XIII, 808

ART. 23 SIGNIFICATO DELLA NOSTRA PROFESSIONE

La professione religiosa è un segno dell'incontro di amore tra il Signore che chiama e il discepolo che risponde donandosi totalmente a Lui e ai fratelli.

t una scelta tra le più alte per la coscienza di un credente, un atto che riprende e riconferma il mistero dell'alleanza battesimale per una sua espressione più intima e piena.

Obbligandosi pubblicamente di fronte alla Chiesa, mediante il cui ministero viene consacrato più intimamente al servizio di Dio,' il salesiano inizia una vita nuova che si realizza in un servizio di dedizione permanente ai giovani.2

Nella professione si esprime anche l'impegno reciproco del professo che entra nella Società e di questa che lo accoglie con gioia.

' ci- MR, 8; LG, 44

' cf. LC, 44: PC, 5; CJC, can. 654

L'atto della professione è «il patto della nostra alleanza con Dio»,' è l'incontro d'amore tra il Signore che chiama e consacra e il discepolo che risponde, donandosi totalmente al Padre nella sequela di Cristo Redentore.2

La risposta del salesiano, che si offre al suo Signore in piena libertà, gioiosamente consapevole della scelta che fa, coinvolge tutta la sua persona e ne orienta apostolicamente la vita, perché anima e guida tutte le iniziative del suo amore.

Con l'impegno della professione il salesiano ratifica pubblicamente nella Chiesa il proposito di vivere quale appassionato discepolo di Cristo, portatore delle ricchezze di una nuova santità che proclama il messaggio delle Beatitudini ai giovani.

Con l'offerta di se stesso a Dio sommamente amato il professo con solenne giuramento si incorpora nella Società salesiana e si impegna ad assumerne lo stile di santificazione nella missione giovanile e nella vita comunitaria, percorrendo la via evangelica tracciata da Don Bosco.

È questo il significato integrale della professione salesiana che questo articolo della Regola vuole mettere in luce. Come vedremo ora, l'atto della professione è per noi segno, scelta, inizio, impegno.

D. RU A, Lettera del 1.12.1969, Lete- circolari, p. 499

Sì veda l'Esortazione apostolica Rede,nptiortis donurn di Giovanni Paolo 11, che sviluppa il tema della vita religiosa in rapporto al dono della Redenzione.

La professione è «segno».

L'atto della professione è il punto di arrivo di una lunga storia segreta, quella di due amori che si cercano: il Signore Gesù ha avuto l'iniziativa della chiamata e quindi dell'amore, perché cercare e chiamare significa amare; 3 il discepolo si è lasciato attrarre, ha risposto con generosità ed ora dice il suo sì deciso.

L'atto della professione è dunque segno «visibile» di un incontro di amore-alleanza: segno dell'amore di Cristo, ma anche segno della risposta d'amore dell'uomo.

Il discepolo, dice il testo della Regola, risponde «donandosi totalmente a Dio e ai fratelli»: esprime così la radicalità evangelica della professione. L'avverbio «totalmente» sta a significare una generosità incondizionata, una scelta generosa e severa, cosciente e continuata, una vita che si raccoglie su Dio per rivelare la fecondità divina nel servizio dei fratelli e perché il Cristo, come Verbo di vita, incontrato in un'intimità speciale, sia riconosciuto dai giovani.`

Con questo gesto radicale di libertà, con cui si impegna senza riserve, il credente testimonia la sua fede e il suo amore.

La professione è «scelta» che riconferma l'alleanza battesimale.

La radice più profonda della professione è il Battesimo, Sacramento della fede, che dà inizio alla vita nuova in Cristo.

Immerso nell'acqua battesimale -- - l'acqua è segno di lavacro, purificazione, morte e insieme elemento primordiale da cui procede la vita -- il cristiano è morto al peccato e, purificato e rinnovato, è entrato nella vita del Cristo risorto; è morto l'uomo vecchio, è nato l'uomo nuovo, redento; l'uomo è fatto figlio di Dio, cittadino del nuovo popolo dei Santi, partecipe della santità stessa di Dio, segnato in modo incancellabile, in tensione continua verso la piena maturità in Cristo.

' «La chiamata alla via dei consigli evangelici nasce dall'incontro interiore con l'amore di Cristo... Quando Cristo «dopo avervi fissati vi anò~, chiamando ognuno e ognuna di voi, cari religiosi e religiose, queI suo amore redentivo venne rivolto a una determinata persona-.- Voi avete risposto a questo sguardo, scegliendo colui che per primo ha scelto ciascuno e ciascuna di voi... (cf. RD, 3).

° cf. CGS, 122

Nel giorno del Battesimo ogni cristiano viene abilitato a partecipare del triplice ministero del Cristo: profetico, sacerdotale, regale (cf. 1 Pt 2,9-10).

Don Bosco manifestava una grande gioia «per essere stato fatto cristiano e divenuto figlio di Dio per mezzo del Battesimo».5

Quello stesso Spirito che nel Battesimo, e successivamente nella Confermazione, cambia la vita di una persona e la fa crescere, nell'atto della professione religiosa investe di nuovo con la sua potenza coloro che, accogliendo la divina chiamata e offrendosi totalmente a Lui, si impegnano pubblicamente a vivere secondo il Vangelo e si rendono disponibili per la missione che il Signore loro affida.

Tl testo della Regola sottolinea in questo punto (riprendendo quanto era stato accennato parlando della natura e missione della Società: cf. Cast 2 e 3) la dimensione fondamentale della professione, che è l'azione consacrante di Dio, che riserva per sé e destina ad una missione colui che egli ha chiamato: mediante il ministero della Chiesa il salesiano «viene consacrato più intimamente al servizio di Dio», La professione diviene così «un'espressione più perfetta della consacrazione battesimale»,'> «una ripresa e una riconferma» di quell'alleanza, che è rivestita di un nuovo dono d'amore da parte del Padre e viene rivissuta con un nuovo impegno di fedeltà da parte del discepolo.

L'articolo mette anche in evidenza, da parte del professo, l'eccezionale qualità di questa che viene definita una delle scelte più alte e significative per un cristiano: in piena libertà egli offre se stesso, tutta la sua vita, la sua storia, il suo futuro, per mettersi al servizio di Dio. Può forse un credente fare qualcosa di più grande che «donarsi totalmente» e impegnare tutta la propria vita solo per amore?

É chiaro che un simile atto sarebbe troppo grande per le sole forze umane, se non venisse compiuto nella potenza dello Spirito Santo.

Tutto questo verrà ripreso e approfondito parlando degli impegni specifici della professione salesiana (cf., in particolare, Cost 60).

5 MB Il, 25

° RD, 7; si vedano i testi conciliare, su cui tale dottrina è fondata: LO, 44 e PC, 5; si veda anche ET, 7; MR, 8.

La Professione è «inizio» di una nuova vita.

La professione, atto di grande valore spirituale e allo stesso tempo ecclesiale, apre una strada particolare nella vita del salesiano: essa, come si diceva nel precedente capoverso, si radica nella vita nuova battesimale, ma comporta una sua peculiare novità: «Dio riveste la nostra filiazione battesimale con una fisionomia specifica».7 Questa fisionomia è quella descritta nel progetto evangelico delle Costituzioni e che verrà espressa nella formula della professione (cf. Cost 24); qui la Regola mette in rilievo che si tratta di un «servizio di Dio» e che tale servizio si realizza - in modo specifico - in una «dedizione permanente ai giovani». La vita nuova, che la professione inaugura, impegna il salesiano ad essere totalmente di Dio e ad aprire mente e cuore alle necessità e alle speranze dei giovani.

Questa novità è anche esternamente visibile, cioè investe determinate strutture di vita. L'impegno della professione, infatti, mentre è interamente fondato sullo spirito evangelico, si esprime in nuove condizioni di esistenza, nelle quali può liberamente manifestarsi e svilupparsi. Per noi questo fa sì che, se è vero che la missione salesiana ci mette in stretto e frequente contatto col mondo, il nostro modo di vivere non è in nessun modo «mondano», ma «religioso», costruito sulla Regola del Vangelo, vissuto secondo le Costituzioni della Società. La Regola ci libera dalle responsabilità «mondane» per mettere le nostre persone e le nostre vite a completa disposizione di Dio per sempre, organizza i nostri rapporti e le nostre attività direttamente in funzione del Signore e dei nostri destinatari, ci stabilisce in una comunità di persone tutte consacrate per il Regno.

Su questa via nuova noi siamo spinti da quella carità che lo Spirito Santo diffonde nei nostri cuori. Ma poiché portiamo questo tesoro in vasi fragili, ci manteniamo umili, coscienti della nostra debolezza, fiduciosi nella fedeltà di Dio.

' CG22, Discorso conclusivo del Rettor Maggiore, cf. CG22 Documenti, n. 63

La professione è «impegno» pubblico.

Il testo delle Costituzioni sottolinea, da ultimo, il carattere pubblico della professione di fronte alla Chiesa e alla Congregazione. Ciò significa che essa è compiuta pubblicamente, ha un valore ufficiale e reciproco: inaugura ufficialmente una dedizione e una funzione.

Entrato nella Società salesiana, il professo partecipa alla responsabilità e al compito della Chiesa; ma d'ora in poi egli servirà la Chiesa sotto la forma del suo «servizio specifico» di salesiano, cioè con un servizio a diretto vantaggio dei giovani. La Chiesa, accogliendo la professione mediante il Superiore, riconosce tale impegno. In realtà, per il salesiano, fare la professione significa compiere un atto pubblico di «più grande amore» per i giovani, al di là delle parole e dei sentimenti, perché è impegnarsi in una dedizione permanente ed effettiva verso di loro: «Non c'è amore più grande che dare la propria vita per coloro che si amano» (Gv 15,13; cf. Gv 3,16).

La professione è anche l'incontro impegnativo del salesiano con la Congregazione, incontro che ha certamente un aspetto e delle conseguenze giuridiche, ma più ancora un valore «umano» e spirituale. Si tratta di un uomo e di un credente che entra in una comunità fraterna per viverne lo spirito, arricchirne la comunione e partecipare al suo lavoro. Egli vi è «accolto con gioia», come membro di pieno diritto: ha soprattutto diritto di trovarvi comprensione, affetto, sostegno, perché l'impegno è «reciproco».

Non va dimenticato l'aspetto canonico della professione: il suo valore pubblico implica un riconoscimento di fatto da parte della Chiesa ma anche un impegno personale del professo a riguardo della testimonianza dei consigli, della missione e della vita comune: professare significa impegnarsi a praticare! La coscienza si obbliga liberamente a praticare in maniera stabile" questi impegni (cf. Cast 193).

Signore Gesù,

nel giorno della professione

8 Cf. LG, 44

Tu hai interpellato il nostro amore con il Tuo infinito Amore,

chiamandoci ad una donazione piena e generosa. Fa' che il patto d'Alleanza,

che, per Tua grazia, abbiamo stretto con Te,

sia costantemente l'espressione di una vita nuova nel servizio della Tua Chiesa

e nella dedizione permanente ai giovani.

ART. 24 FORMULA DELLA PROFESSIONE

La formula della professione ha un significato profondo nella vita del salesiano: essa rappresenta visibilmente il segno del «sì» detto con gioia a seguire il Signore e ad impegnarsi in una vita donata con Don Bosco per i giovani. Nelle parole della formula si esprime l'atteggiamento di un cuore che vuole essere tutto di Dio e dei giovani: è l'oblazione totale a Dio sommamente amato,' l'assunzione piena e personale dell'alleanza mediante il giuramento personale di fedeltà.

In questa prospettiva la formula della professione deve contenere come in sintesi tutto il progetto delle Costituzioni, che rappresentano il modo concreto con cui il salesiano vive la propria donazione evangelica. È ciò che possiamo costatare nel testo rinnovato dal CGS e dal CG22.2 Questo testo esprime la totalità e l'unità della vocazione salesiana, il dono di sé a Dio da parte del «salesiano» in una consacrazione apostolica vissuta in comunità per la salvezza della gioventù.

Si può notare che il CG22, collocando la formula della professione nella prima parte delle Costituzioni, ha voluto dire che tutta la vita del salesiano è sotto il segno di questo atto che suggella la sua risposta di amore all'amore del Signore.

Non va dimenticato, infine, che per capire bene il significato ecclesiale e globale della formula, essa deve essere considerata nel contesto della celebrazione stessa della professione, secondo il «Rito della Professione Religiosa», rinnovato a norma dei decreti del Vaticano Il e promulgato da Paolo VI.

Distinguiamo nella formula cinque parti.

' Cf. LG, 44

 Per la storia della formula della Professione si può vedere F. DESRAMAUT, Les Costitutions sa2ésiennes de 1966, Commentaire Historique, PAS 1969, II, p. 395-397.

1. L'invocazione trinitaria.

Nel momento solenne della professione il salesiano invoca le tre divine Persone, perché riconosce che Esse, ciascuna a titolo proprio, sono all'origine dell'«incontro» della professione. Anche la formula nelle Costituzioni primitive iniziava così: «Nel nome della SS. Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo».3

«Dio Padre, Tu mi hai consacrato a Te nel giorno del Battesimo».

L'offerta della professione è fatta a Dio Padre, per mezzo del Figlio Gesù, nello Spirito Santo. Essa si ricollega alla consacrazione battesimale, che dobbiamo guardare come iniziativa dell'Amore di Dio per noi e fondamento della nostra donazione (Cost 23).1

«In risposta all'amore del Signore Gesù, tuo Figlio, che mi chiama a seguirlo più da vicino»

All'interno della vocazione cristiana, la professione si presenta come la risposta a una libera chiamata particolare e come segno di un amore speciale; è Gesù che ha chiamato il suo discepolo a «seguirlo più da vicino».5

«e condotto dallo Spirito Santo che è luce e forza»

Le sole forze umane sono incapaci di esprimere l'impegnò della professione; oltre che totalmente libero, l'atto che si compie è pure «carismatico», nel senso che è compiuto nella luce e nella forza dello Spirito Santo che, lungi dal distruggere la libertà, la fortifica. Le due «epiclesi» o «benedizioni», riportate nel «Rito della Professione Religiosa», che il celebrante pronuncia con le braccia distese, invocano l'effusione dello Spirito Santo sui profitenti «perché possano adempiere con il Tuo aiuto ciò che per Tuo dono hanno promesso con gioia».°

' Cf. Costituzioni 1875, Formola dei voti (F. MOTTO, p. 205)

·    Ct, anche Cast art 3 e art. 60

5 LG, 42

n CI. «Rito della Professione Religìosab

2. L'impegno di una vita consacrata apostolica e fraterna. «io, N.N., in piena libertà mi offro totalmente a Te»

Si esprime in questo modo il proprio «Eccomi, Signore»: è il «dono totale di sé» che include il triplice impegno che verrà immediatamente specificato e che rappresenta il progetto di vita nella comunità di Don Bosco. Non ci può essere tale risposta di amore senza una piena e responsabile libertà.

«impegnandomi a donare tutte le mie forze a quelli a cui mi manderai, specialmente ai giovani più poveri»

La risposta al Signore che ha chiamato, consacrato e inviato il suo discepolo, comporta l'assunzione personale della missione apostolica la quale, secondo l'espressione dell'art. 3, dà il «tono concreto» a tutta la vita del salesiano. È significativo il riferimento ai primi e principali destinatari, cioè ai giovani poveri, nella formula della professione: con Don Bosco il salesiano ripete: «per voi sono disposto a dare la vita» (cf. Cost 14).

«a vivere nella Società salesiana in fraterna comunione di spirito e di azione»

L'impegno della missione è vissuto all'interno di una comunità. Il salesiano accetta di essere membro della Società nella quale entra, e quindi di vivere in «comunione» di spirito e di azione con i fratelli.

«e a partecipare in questo modo alla vita e alla missione della tua Chiesa»

La vita evangelica che il professo fa propria appartiene alla «vita e santità della Chiesa»;' il suo servizio apostolico è impegno di Chiesa, che egli svolge per la Chiesa e in nome della Chiesa.

3. La professione dei consigli fatta con voto a Dio.

«Per questo, alla presenza dei miei fratelli, davanti a N.N., Rettor Maggiore della Società di san Francesco di Sales, (oppure: davanti a

LG, 44

... che fa le veci del Rettor Maggiore della Società di san Francesco di Sales), faccio voto per sempre di vivere obbediente, povero e casto secondo la via evangelica tracciata nelle Costituzioni salesiane»

(oppure, per i professi temporanei: ... pur avendo l'intenzione di offrirmi a Te per tutta la vita, secondo le disposizioni della Chiesa, faccio voto per ... anni di vivere...)

Osserviamo la solennità di questo punto della formula: ci obblighiamo con giuramento (= voto) davanti a Dio di seguire la forma di vita obbediente povera e casta che Gesù scelse per sé per compiere la missione ricevuta dal Padre. La Chiesa riconosce in questo un elemento comune a tutte le forme di vita consacrata. Il Superiore, davanti al quale formuliamo la nostra promessa, rappresenta la Chiesa e la Società che sanciscono l'impegno assunto: così noi continuiamo la stessa missione di Don Bosco nella Chiesa.

Si deve notare che il professo si impegna a vivere la vita evangelica «secondo le Costituzioni salesiane»: egli fa proprio, cioè, l'intero progetto di vita salesiano, come Don Bosco lo ha vissuto e ce lo ha proposto.

Nella formula vi è una specificazione riguardante la professione temporanea. Questa è vista come una tappa, voluta dalla Chiesa, in vista dell'impegno che durerà tutta la vita. Fin dall'inizio, però, la volontà si impegna senza riserve: è questa una condizione di validità. Di fatto, a parte la distinzione suddetta, la formula è uguale sia per la professione temporanea che per quella perpetua: «mi offro totalmente a Te... impegnandomi a donare tutte le mie forze».

4. L'invocazione dell'aiuto.

«La tua grazia, Padre, l'intercessione di Maria SS. Ausiliatrice, di san Giuseppe, di san Francesco di Sales, di san Giovanni Bosco, e i miei fratelli Salesiani mi assistano ogni giorno e mi aiutino ad essere fedele»

L'insieme degli impegni assunti può sembrare schiacciante per la debolezza umana. Già è stata ricordata la «luce e forza» dello Spirito del Signore come sigillo di perseveranza. Ora vengono invocati i nostri

celesti Protettori perché siano al nostro fianco per aiutarci nel realizzare quel progetto di santità che anche a loro sta a cuore: Maria Ausiliatrice, la «madre e maestra» della nostra vocazione, san Giuseppe, suo santo Sposo e Patrono della Chiesa universale, san Francesco di Sates, ispiratore della nostra carità pastorale, e il nostro Fondatore Don Bosco.

Viene anche chiesto l'aiuto dei fratelli della grande famiglia in cui il professo sta per entrare.

La fedeltà alla professione suppone così il duplice appoggio della grazia e della comunità, da cui, si precisa, il professo avrà bisogno di essere assistito «ogni giorno».

5. L'accoglienza.

Il Superiore risponde:

«A nome della Chiesa e della Società salesiana, ti accolgo come confratello impegnato con voti perpetui (o temporanei) tra i salesiani di Don Bosco».

L'oblazione di sé, che si esprime nella professione, è «pubblica»: è riconosciuta e accettata dalla Chiesa, nella persona del Superiore, nel momento stesso in cui la persona del professo è riconosciuta e accettata nella Società.

In senso più profondo, la persona e la sua offerta sono accettate da Dio, nell'offerta di Cristo, Vittima perfetta; per questo la professione è inserita nella celebrazione eucaristica. «La Chiesa, con l'autorità affidatale da Dio, riceve i voti di quelli che fanno la professione, per loro impetra da Dio con la sua preghiera pubblica i soccorsi della grazia divina, li raccomanda a Dio e impartisce loro la benedizione spirituale, associando la loro oblazione al sacrificio eucaristico»,1

Con la sua professione il salesiano è dunque impegnato con uguale forza nella missione apostolica, nella vita fraterna e nella fedeltà ai voti religiosi.

" LG, 45

Rinnoviamo gli impegni della nostra professione:

Dio Padre,

Tu mi hai consacrato a Te nel giorno del Battesimo. In risposta all'amore del Signore Gesù tuo Figlio, che mi chiama a seguirlo più da vicino,

• condotto dallo Spirito Santo, che è luce e forza, io, in piena libertà,

mi offro totalmente a Te,

 

impegnandomi

a donare tutte le mie forze a quelli a cui mi manderai, specialmente ai giovani più poveri,

a vivere nella Società salesiana

in fraterna comunione di spirito e di azione,

a partecipare in questo modo alla vita

alla missione della tua Chiesa.

 

Per questo,

alla presenza dei miei fratelli,

….

faccio voto per sempre

di vivere obbediente, povero e casto secondo la via evangelica

tracciata nelle Costituzioni salesiane.

 

La tua grazia, Padre,

l'intercessione di Maria SS. Ausiliatrice,

di san Giuseppe, di san Francesco di Sales, di san Giovanni Bosco

i miei fratelli salesiani

mi assistano ogni giorno

mi aiutino ad essere fedele.

ART. 25   LA PROFESSIONE FONTE DI SANTIFICAZIONE

L'azione dello Spirito è per il professo fonte permanente di grazia e sostegno nello sforzo quotidiano per crescere nell'amore perfetto di Dio e degli uomini.'

I confratelli che hanno vissuto o vivono in pienezza il progetto evangelico delle Costituzioni sono per noi stimolo e aiuto nel cammino di santificazione.

La testimonianza di questa santità, che si attua nella missione salesiana, rivela il valore unico delle beatitudini, ed è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani.

' ck. PC, t

L'azione dello Spirito, artefice di santità, che si esplica nella consacrazione religiosa, schiude al professo ampi spazi di esperienza spirituale.

La professione perpetua (o temporanea), che il salesiano fa in un preciso momento, ma che è chiamato a rinnovare ogni giorno, è per lui fonte di santificazione. La chiamata alla santità, che è comune a tutti i cristiania per il salesiano si realizza percorrendo il cammino evangelico delle Costituzioni. In tal modo, la professione è per lui un esplicito impegno di tendere alla santità nella maniera vissuta da Don Bosco. Le Costituzioni sono paragonabili alla strada da percorrere; la consacrazione è come l'energia fornita dallo Spirito che aiuta a percorrerla.

Tutto il testo della Regola è una via di santità, perché è una «via evangelica» (cf. Cost 24. 192). Le caratteristiche originali e significative dello stile salesiano di santità sono perciò disseminate in tutto il testo costituzionale. Questo articolo, considerando la santità salesiana nella sua sorgente, mette in luce la sua manifestazione nella testimonianza dei confratelli cha hanno vissuto e vivono in pienezza il progetto della Regola.

L'azione dello Spirito aiuta il professo a crescere nella santità.

Fin dal primo articolo, le Costituzioni hanno presentato lo Spirito Santo all'opera nella nostra Società: è Lui che suscita Don Bosco e lo

' CF. LG, cap. V

forma per la sua missione, è Lui che lo guida nel dar vita a diverse forze apostoliche, prima fra tutte la nostra Congregazione: la «presenza attiva dello Spirito» è fonte di «energia per la nostra fedeltà e sostegno della nostra speranza». Si può dire che le Costituzioni guardino alla realtà salesiana in una visione pneumatoiogica: la docilità alla voce dello Spirito è uno dei tratti che caratterizzano la nostra comunità (cf. Cost 2).z

Questo articolo considera specificamente la presenza e l'azione dello Spirito nella vita di ciascun salesiano: lo Spirito Santo è per il professo «fonte di grazia e sostegno» nello sforzo di crescere nell'amore perfetto.

Come fonte di grazia, nel momento della professione lo Spirito del Signore ha permeato con la potenza della sua «benedizione» il cuore del salesiano, arricchendolo con speciali doni di alleanza e di indefettibile assistenza e protezione, che lo accompagneranno per tutto il tempo dell'esistenza. Così l'atto della professione segna l'inizio di una sorgente di grazia, di un permanente flusso di energia spirituale, di una forza vitale che aiuta la crescita e favorisce la santificazione.

Come sostegno nel crescere verso l'amore perfetto, la consacrazione dello Spirito alimenta con vigore e stimola incessantemente la carità pastorale del professo nella quotidiana abnegazione di sé, nelle rinunce inerenti ai voti, nelle dure esigenze del lavoro e della temperanza, nelle contrarietà e nelle tentazioni che insidiano la fedeltà del professo; sorregge e guida la volontà nel superamento delle molteplici difficoltà della vita; è un costante richiamo alla conversione. Crescere nell'amore perfetto di Dio e degli uomini è il grande comandamento di Gesù: «Ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze, e il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39). È la meta di ogni vita consacrata, secondo l'insegnamento perenne della Chiesa confermato dal Concilio.3 Per noi lo stile di amare Dio e i giovani sarà quello del Sistema preventivo: una carità che, essendo radicata in Dio, ama e sa farsi amare.

a Si vedano anche gli art. 12. 21. 64. 99. 146 sulla presenza e l'azione dello Spirito Santo in Don Bosco e nella Società.

Il decreto conciliare sulla vita consacrata si apre precisamente con la bella definizione: ~perfecrae carlraris prosecurio»: ila ricerca della carità perfetta" (PC, 1).

Il progetto delle Costituzioni vissuto dai confratelli aiuta nel cammino di santificazione.

È la forza dell'esempio che trascina.

Lo vediamo nel nostro Fondatore, vero «gigante dello Spirito»4, la cui santità genera una posterità spirituale. Lo scorgiamo nei confratelli che «hanno vissuto» il progetto della Regola salesiana e che sono già arrivati alla Patria, la celeste Gerusalemme, uniti a Maria e a Don Bosco.

Lo costatiamo nei confratelli che tuttora «vivono» questo progetto «in pienezza», cioè con radicalità, senza mezzi termini, senza compromessi, inseriti nel mondo d'oggi.

Proprio dalla testimonianza viva dei confratelli emergono le caratteristiche della santità salesiana, quale ci è proposta dalla Regola.

Essa:

- è una santità che urge dentro: «Sento un desiderio, un bisogno di farmi santo... ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegri, voglio assolutamente farmi santo»; 5

- è una santità possibile a tutti, e non soltanto a persone «straordinarie», offerta anche ai ragazzi. «È volontà di Dio che ci facciamo santi, è assai facile riuscirvi», diceva Don Bosco rivolto ai suoi

giovani; 6

- è una santità collocata nel quotidiano: si diventa santi compiendo bene i propri doveri, vivendo nel proprio ambiente, senza cercare situazioni estranee o straordinarie;

- è semplice, normale, senza artificiosità, senza atteggiamenti strani, senza rigide discipline: basta far bene ciò che si deve fare ordinariamente;

- è apostolica: «santificarsi educando» ed «educare santificando».

Don Bosco è il Santo dei giovani non solo perché ha lavorato tra i

giovani, ma perché è diventato santo occupandosi di loro;

- è simpatica, amabile, attraente, allegra e insieme robusta ed esi-

gente: «Il Paradiso non è fatto per i poltroni!»;'

° Pio XI

' Domenico Savio: cF. MB V, 209 n Cf. MB V, 209

Cf. MB VII, 7

è una santità contagiosa! Don Bosco diceva: «Mi ricordo di alcuni giovani, come Savio Domenico, Magone, Besucco ed altri, che questa novena dei Santi la facevano con un impegno, con un fervore straordinario. Non si poteva desiderare di più... Avete mai visto le fascine messe l'una sopra l'altra? Se una viene ad accendersi, si scaldano e si accendono tutte a vicenda. Così potete fare voi... L'uno serva di incitamento all'altro per fare il bene. All'accendersi di uno zolfanello può prendere fiamma un pagliaio e fare un gran falò. Così basterebbe uno che avesse buona volontà di farsi santo, per infiammare gli altri col buon esempio e coi santi consigli. E se vi metteste tutti in questo impegno? Oh quale fortuna!».8

La Regola ci ricorda il ruolo essenziale dei confratelli che con la loro vita semplice e meravigliosa ci rendono familiari i vertici della perfezione. Essi sono indispensabili: senza di loro la Congregazione non raggiunge il suo fine. Sono presenze amiche, modelli, punti di riferimento, sono frutti e fonti della nostra spiritualità, sono la Congregazione pellegrinante verso il cielo.

La santità salesiana testimoniata è dono per i giovani.

Meditando la vocazione di Don Bosco e il suo messaggio, un gruppo di giovani ha definito il Colle dei Becchi «la montagna delle beatitudini giovanili». È una intuizione che ha aperto stimolanti riflessioni sulla santità salesiana, facendo riscoprire in profondità il Sistema preventivo collegato con lo spirito delle beatitudini.

Il mondo non può essere trasformato senza lo spirito delle beatitudini del Vangelo .9 Esse sono state proclamate per tutti e rappresentano il modo più concreto di vivere il progetto rinnovatore di Gesù. Noi Salesiani siamo invitati a «riascoltarle con i giovani per suscitare nel mondo una rinnovata speranza».1Q Si tratta di vivere tra i giovani e con loro la carità proclamata dal Vangelo, praticandola nella povertà, nella mi

a MB XII, 557

° CF. LG, 31

10 E. VIGANO, Strenna 1985, nell'anno internazionale della gioventù.

tezza, nella purezza del cuore, nella ricerca della giustizia e della pace: la bontà, la ragionevolezza, lo spirito di famiglia dell'ambiente salesiano ne sono una valida testimonianza.

Ovunque nel mondo vediamo oggi i Salesiani impegnati a progettare un 'movimento giovanile salesiano' che sia come una spiritualità appropriata da iniettare nei molteplici gruppi dei nostri ragazzi e ragazze; ma per non battere l'aria e per fare sul serio è indispensabile inserire in quel Movimento il fermento delle beatitudini. «La spiritualità giovanile, infatti, non si fabbrica con parole, ma si genera con la testimonianza della vita»."

Le beatitudini, incarnate nella nostra missione giovanile, ci portano veramente ad essere «segni e portatori» del valore supremo testimoniato da Gesù: l'amore! Esse, lo sappiamo, non sopprimono i comandamenti, non emarginano la morale, non svalutano l'etica, né prescindono dalle virtù; ma portano più in là di qualsiasi legge, pur necessaria e santa. «A livello dello spirito delle beatitudini non ci si domanda se ciò che si fa è «bene» o «male», ma ci si chiede se ciò che facciamo manifesta e comunica il cuore di Cristo, se cioè siamo testimoni, si o no, del suo Amore».12

Le Costituzioni ci dicono che il salesiano, che vive in pienezza la propria vocazione, è un testimone delle beatitudini del Vangelo, ne rivela concretamente «il valore unico», cioè il valore sommo per il rinnovamento e la salvezza dell'umanità.

Il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani è precisa

mente questa scuola di santità evangelica e salesiana.13 Inaugurata da Don Bosco, arricchita da una tradizione di Santi, convalidata dalla testimonianza quotidiana di innumerevoli confratelli, questa corrente di santità si rivela come la forza più grande delle nostre comunità.

Forgiata a Valdocco, essa muove il salesiano a immergersi tra i giovani e tra la gente, per portare la bontà e la salvezza di Gesù. Fondata sulla semplicità generosa del dono quotidiano di sé, riveste di gioia

" E. VIGANO, Commento alla Strenna 1985

" Cf. E. VIGANO, Riprogettiame insieme la santità, ACS n. 303 (1982), p.12. Si veda anche la Lettera dei Rettor Maggiore in ACG n. 319 (1986), che congiunge esplicitamente la nostra santità salesiana alla professione.

tutte le esigenze dell'intenso lavoro; concentra umilmente l'esercizio della fede, della speranza e dell'amore nella carità pastorale.

Ogni comunità salesiana, ove i confratelli vivono fino in fondo il dono della loro professione, diventa una scuola familiare di santità salesiana.14 E si costata che man mano che progredisce la testimonianza della nostra santità, si trasforma il cuore dei giovani e fioriscono in essi la speranza e l'amore: la trasformazione del cuore dei giovani va di pari passo con la nostra santificazione!

Donaci, o Signore,

nella forza dello Spirito che ci ha consacrati a Te,

la grazia di perseverare nella fedeltà

e di progredire ogni giorno nell'amore, sull'esempio dei nostri Fratelli

che hanno percorso la stessa strada di santità. Fa' che, come loro, siamo testimoni

tra gli uomini e specialmente in mezzo ai giovani

del valore divino delle Beatitudini. Amen.

Scrive il Rettor Maggiore: «Don Bosco, sorto nella fioritura dei Santi che ornò il Piemonte nel secolo scorso, ebbe il merito di iniziare un'autentica 'Scuola di Santità'. Se hanno valore, per il suo tempo, le varie opere apostoliche a cui ha posto mano, l'aver promosso con successo un tipo peculiare di santità gli fa riconoscere una genialità spirituale che lo colloca tra i grandi della Chiesa con una fecondità capace di incamarsi ulteriormente lungo i secoli (Cf. ACG n. 319 (1986), p. 9).