CALENDARIO GENERALE CG27

Febbraio 18 Martedì Arrivi
  19 Mercoledì Arrivi
  20 Giovedì Arrivi
  21 Venerdì Arrivi
  22 Sabato Pellegrinaggio ai luoghi salesiani
  23 Domenica Pellegrinaggio ai luoghi salesiani
  24 Lunedì Pellegrinaggio ai luoghi salesiani
  25 Martedì Presentazione della Relazione del RM: Settori e Regioni
  26
26
Mercoledì
Mercoledì
Presentazione della Relazione del RM: Settori e Regioni
Esercizi Spirituali - Inizio ore 16.00
  27 Giovedì Esercizi Spirituali
  28 Venerdì Esercizi Spirituali
Marzo 01 Sabato Esercizi Spirituali
  02 Domenica Esercizi spirituali - Conclusione ore 14.00
  03 Lunedì Giornata di apertura del CG27
  04 Martedì Lavoro capitolare
  05 Mercoledì Lavoro capitolare
  06 Giovedì Lavoro capitolare
  07 Venerdì Lavoro capitolare
  08 Sabato Lavoro capitolare
  09 Domenica Animazione culturale - Napoli
  10 Lunedì Lavoro capitolare
  11 Martedì Lavoro capitolare
  12 Mercoledì Lavoro capitolare
  13 Giovedì Lavoro capitolare
  14 Venerdì Lavoro capitolare
  15 Sabato Lavoro capitolare
  16 Domenica Animazione culturale - Firenze
  17 Lunedì Lavoro capitolare
  18 Martedì Lavoro capitolare
  19 Mercoledì Lavoro capitolare
Concerto nella Cappella Sistina del Coro della Sistina
  20 Giovedì Lavoro capitolare
  21 Venerdì Lavoro capitolare
  22 Sabato Lavoro capitolare
Pomeriggio: Visita all’UPS e cena
  23 Domenica  
  24 Lunedì Discernimento ed elezioni
  25 Martedì Discernimento ed elezioni
  26 Mercoledì Discernimento ed elezioni
  27 Giovedì Discernimento ed elezioni
  28 Venerdì Discernimento ed elezioni
  29 Sabato Lavoro capitolare e fotografia
  30 Domenica Animazione culturale - Assisi
  31 Lunedì Udienza con il Santo Padre in Sala Clementina ore 12.00
Aprile 01 Martedì Lavoro capitolare
  02 Mercoledì Lavoro capitolare
  03 Giovedì Lavoro capitolare
  04 Venerdì Lavoro capitolare
  05 Sabato Lavoro capitolare
  06 Domenica  
  07 Lunedì Lavoro capitolare
  08 Martedì Lavoro capitolare
  09 Mercoledì Lavoro capitolare
  10 Giovedì Lavoro per Regioni
  11 Venerdì Lavoro per Regioni
  12 Sabato Giornata di chiusura del CG27

GIORNATA DI APERTURA DEL CG XXVII
Lunedì, 3 marzo 2014

Mattino
Scaricare in formato zip 07.30 Concelebrazione Eucaristica dello Spirito Santo
Presiede il Rettor Maggiore Don Pascual Chávez
Ognuno celebra le Lodi personalmente

In Aula magna
10.30 Preghiera di Invocazione dello Spirito Santo
con il canto del Veni, Creator Spiritus
Intronizzazione del Vangelo

Discorso di apertura di Don Pascual Chávez
Rettor Maggiore dei Salesiani di Don Bosco

Intervento del Card. João Braz de Aviz
Prefetto della Congregazione per la Vita Consacrata e per le SVA

Messaggio del Card. Tarcisio Bertone
Saluto a nome dei Cardinali e Vescovi salesiani

Saluto della Madre Yvonne Reungoat
Superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice

Saluto della Signora Noemi Bertola
Coordinatrice Mondiale Associazione Salesiani Cooperatori

Saluto della Signora Olga Križová a nome della Famiglia salesiana
Responsabile centrale delle Volontarie di Don Bosco

Dichiarazione di apertura del CG27 da parte di Don Francesco Cereda
Regolatore del Capitolo Generale XXVII

Canto di conclusione
Sub tuum praesidium confugimus

Pomeriggio

In Aula magna

15.30 Scelta dei posti definitivi in Aula magna

IT: Per chi avesse difficoltà nell’uso degli strumenti informatici, si consiglia di prendere in Aula magna un posto vicino a un confratello che lo possa aiutare.

EN: If someone has some difficulty in using his computer or other electronic devices, I would like to suggest that in this hall he take a place close to a confrere who can help him.

16.00 Relazione del Rettor Maggiore al CG27
Presentazione del video del sessennio

18.00 Presentazione del sito del CG27
Presentazione delle Statistiche

19.00 Vespri

20.45 Concerto strumentale del Gruppo strumentale “Pentaphon”
Buonanotte del Vicario del Rettor Maggiore

PRESENTAZIONE DEI SETTORI E DELLE REGIONI
25 - 26 febbraio 2014

Martedì 25 febbraio                            

                                               Preghiera personale
Ore 07.00 - 08.15                Colazione

Ore 09.00 - 10.30                Aula magna Presentazione dei Segretari del CG26 - Disciplina religiosa - Formazione - Missioni
Ore 10.30 - 11.00                Intervallo
Ore 11.00                              Aula magna Pastorale giovanile - Comunicazione sociale

Ore 12.00                              Intervallo
Ore 12.15                              Celebrazione Eucaristica per gruppi linguistici
Ore 13.00                              Pranzo

Ore 15.30 - 17.00                Aula magna
Famiglia salesiana - Asia Est e Oceania - Asia Sud
Ore 17.00 - 17.30                Intervallo
Ore 17.30 - 19.00                Aula magna
Africa e Madagascar - Europa Ovest - Europa Nord
Ore 19.15                              Vespri e Buonanotte

Mercoledì 26 febbraio

Ore 06.30                              Preghiera per gruppi linguistici - Meditazione - Eucaristia con Lodi

Ore 09.00 - 10.30                Aula magna
Economia
Ore 10.30 - 11.00                Intervallo
Ore 11.00 - 12.30                Aula magna
America Cono Sud - Interamerica - Italia e Medio Oriente
Ore 13.00                              Pranzo

PELLEGRINAGGIO SUI LUOGHI SALESIANI CG27

 

Sabato 22 febbraio 2014

05.00              Partenza da Roma in pullman
                        Pranzo al sacco
14.00:             Arrivo e sistemazione a Valdocco e negli alberghi
15.00              Caffè e thè a Valdocco
15.30:             Partenza da Valdocco in pullman per Valsalice
16.00:             Tomba di Don Bosco a Valsalice
Riflessione 1: “Lavoro e temperanza nel testamento spirituale di Don Bosco
All’inizio luogo di incontro comune: Chiesa
Poi divisione in tre gruppi linguistici

  1. Italiano: Chiesa
  2. Inglese: Teatro
  3. Spagnolo: Cappella Oratorio

17.15:             Partenza in pullman per Valdocco
18.00:             Concelebr. Eucaristica in Maria Ausiliatrice - Preside don Pascual Chavez
19.30:             Cena a Valdocco
20.45:             Spettacolo dei Postnovizi di Nave - Buonanotte del Rettor Maggiore

 

Domenica 23 febbraio 2014 mattino

08.15:             Lodi a Valdocco nella Chiesa S. Francesco
09.00:             Partenza per il Colle Don Bosco
10.10:             Riflessione 2: “Lavoro e temperanza alle origini: ai Becchi, nella vita di don Bosco prete, agli inizi dell’Oratorio
All’inizio luogo comune di incontro: Teatro
Poi divisione in tre gruppi linguistici

  1. Italiano: Salone San Domenico Savio
  2. Inglese: Sala della comunità
  3. Spagnolo: Sala Brotto

Segue visita e preghiera personale ai vari luoghi
12.00:                         Concelebrazione in Basilica di Don Bosco - Presiede Card. Severino Poletto
13.30:             Pranzo al Colle
14.45              Partenza in pullman per Valdocco

Domenica 23 febbraio 2014 pomeriggio

ore 16.30:      Visita e poi preghiera personale a Valdocco: Cappella Pinardi, Camerette, San Francesco di Sales, Oratorio festivo, Tombe dei Rettori Maggiori

ore 18,00:      Riflessione 3: “Lavoro e temperanza: lo stile di vita, la radicalità e l’ardore apostolico delle prime generazioni di salesiani
All’inizio luogo comune di incontro: Chiesa di San Francesco di Sales
Poi divisione in tre gruppi linguistici

  1. Italiano: Chiesa di San Francesco di Sales
  2. Inglese: Sala Don Bosco
  3. Spagnolo: Sala Sangalli

ore 19,30:      Vespri nella Basilica di Maria Ausiliatrice
ore 20.00       Cena

 

Lunedì 24 febbraio 2014

ore 08.00:      Partenza in pullman per la Chiesa di San Giovanni Evangelista
ore 08.30:      Lodi nella Chiesa di S. Giovanni Evangelista
Breve spiegazione della chiesa con traduzione immediata

ore 10.00:      Riflessione 4: “Lavoro e temperanza: il motto della Congregazione nel pensiero dei Successori di Don Bosco”
All’inizio luogo comune di incontro: Chiesa di San Giovanni Evangelista
Poi divisione in tre gruppi linguistici

  1. Italiano: Chiesa di San Giovanni Evangelista
  2. Inglese: Sala interna delle conferenze
  3. Spagnolo: Oratorio di San Luigi

ore 11.00:      Partenza in pullman per la Chiesa della Consolata
ore 12.00:      Concelebrazione Eucaristica nella Chiesa della Consolata
Presiede l’Arcivescovo di Torino Mons. Cesare Nosiglia

ore 13.30:      Pranzo a Valdocco
ore 14.30:      Partenza in pullman per Roma

______________

GRUPPI LINGUISTICI
Don Aldo Giraudo: lingua italiana
Don Joe Boenzi: lingua inglese
Don Horacio Lopez: lingua spagnola

_____________

"PELLEGRINAGGIO SUI LUOGHI SALESIANI" Torino, 22 - 25 febbraio 2014
"LAVORO E TEMPERANZA"
Riflessioni di Don Aldo Giraudo
Il testamento spirituale di don Bosco:
"Lavoro e temperanza",
Torino-Valsalice, 22 febbraio 2014
Il 31 gennaio 1888 don Michele Rua annunciava alla Famiglia Salesiana la morte di don Bosco: "Coll'angoscia nel cuore, cogli occhi gonfi dal pianto, con mano tremante vi do l'annunzio più doloroso, che io abbia mai dato, o possa ancor dare in vita mia; vi annunzio che il nostro carissimo Padre in Gesù Cristo, il nostro fondatore, l'amico, il consigliere, la guida della nostra vita, è morto. Ahi! parola che trapassa l'anima, che trafigge il cuore da parte a parte, che apre la vena ad un profluvio di lagrime!".
Non sono espressioni retoriche. Esprimono lo stato d'animo dei Salesiani della prima ora, accolti da ragazzi a Valdocco, che avevano trovato in don Bosco un padre e un amico. Egli era sempre stato vicino ad ognuno di essi con la potenza e la sollecitudine del suo amore e della sua tenerezza paterna.
Il Bollettino Salesiano iniziava la cronaca degli eventi dopo la morte con parole che esprimono bene lo stato d'animo comune: "Noi l'amavamo come si ama il sorriso della fanciullezza, le speranze della gioventù, i sostegni, i beni dell'età matura. Era per noi quanto di più grande, di nobile, di affettuoso, di generoso potesse trovarsi sulla terra. Non vi era un istante della nostra vita che non portasse un ricordo della sua affezione per noi"2.

' Lettere circolari di don Michele Rua ai Salesiani, Torino 1910, p. 1; la circolare è riportata anche in BS 12 (1888) 28, dove leggiamo; «Gli annunzi di morte spediti dalla pia Società Salesiana agli istituti e Case di Don Bosco, agli amici e benefattori dell'opera furono 53 mila, cioè: 32 mila in italiano, 13 mila in francese e 8 mila in ispa9nuolo».
BS 12 (1888) n. 3, marzo, p. 25: l'intera cronaca, pp. 25-36; nel fasc. n. 4, aprile, pp. 38-51, Diario della malattia di D. Bosco, sono rievocate le giornate terrene di don Bosco dal 2 dicembre al 31 gennaio e La tumulazione della salma a Valsalice.

1. "La santità dei figli sia prova della santità del
Padre"
Si era sperato di seppellire la salma di don Bosco nella chiesa di Maria Ausiliatrice. Non fu possibile. Si ottenne di poterlo tumulare
fuori dalla cinta urbana, nella casa di Valsalice, che da qualche tempo era diventata centro di studi per i giovani salesiani. Fu un bene. Le nuove leve della Congregazione, mentre venivano formate per la missione salesiana, per quarant'anni ebbero la fortuna di poter pregare ogni giorno sulla tomba del loro Padre.
Sabato 4 febbraio 1888, alle ore 17.30, si svolgeva la funzione di sepoltura. Non c'era la folla dei funerali pubblici, celebrati il mercoledì precedente. Solo il gruppetto dei superiori, la madre generale delle FMA con 2 consorelle e 120 chierici studenti. Mons. Cagliero a nome del Consiglio superiore affidò ai Salesiani di Valsalice il prezioso deposito. Raccomandò loro di ben custodirlo, di andare spesso presso il sepolcro "ad ispirarsi e ad infervorarsi nella pratica delle virtù di colui del quale conteneva le spoglie". Come "i primi cristiani si animavano a combattere per la fede, a soffrire e a morire per Gesù Cristo e si fortificavano sulla tomba dei martiri [...], così voi, così noi, così tutti veniamo sovente ad attingere da questa tomba quella fortezza che nei più duri cimenti sostenne il nostro D. Bosco, nel lavorare per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime; e a riscaldarci di quel fuoco d'amore che sempre gli avvampò nel petto e lo rese apostolo, non solo di Torino, del Piemonte, dell'Italia, ma delle più lontane regioni della terra"3.
Anche don Rua parlò: «È la Divina Provvidenza quella che vi affida la custodia di questo sepolcro — disse rivolto ai giovani salesiani —. Pertanto mostratevi degni di tanta sorte, e colla pratica delle virtù di D. Bosco fate che egli possa allietarsi di essere col suo corpo in mezzo di voi, qual Padre presso ai suoi figli».
Alcuni giorni più tardi, il Rettor maggiore inviava una lettera circolare ai direttori: «Cari confratelli, adottando il consiglio datoci da
un pio e benevolo cooperatore, d'ora avanti sia il nostro motto d'ordine: La santità dei figli sia prova della santità del Padre; questo accrescerà il gaudio del nostro amato don Bosco, che già speriamo
3 BS 12 (1888) n. 4, aprile, p. 50
4 BS 12 (1888) 50.

accolto in seno a Dio, mentre ridonderà a grande nostro spirituale profitto».5
Il 19 marzo, dopo la conferma da parte della Santa Sede della
nomina a Rettor Maggiore, don Rua definiva le linee direttrici del suo governo:
"Noi dobbiamo stimarci ben fortunati di essere figli di un tal Padre. Perciò nostra sollecitudine dev'essere di sostenere e a suo tempo sviluppare ognora più le opere da lui iniziate, seguire fedelmente i metodi da lui praticati ed insegnati, e nel nostro modo di parlare e di operare cercare di imitare il modello che il Signore nella sua bontà ci ha in lui somministrato. Questo, o Figli carissimi, sarà il programma che io seguirò nella mia carica; questo pure sia la mira e lo studio di ciascuno dei Salesiani"6.
Non si trattava solo di un impegno necessario in quel particolare momento di transizione. Era un'indicazione di percorso destinata a segnare l'intera storia della Congregazione, a orientare l'impegno delle successive generazioni salesiane. È il programma seguito dai migliori discepoli di don Bosco, in ogni tempo e in ogni latitudine
geografica, fino ad oggi, come tratto caratterizzante di fedeltà carismatica.
2. Osservanza e fedeltà
Don Rua non faceva che riprendere il magistero di don Bosco, il quale aveva costantemente insistito sull'osservanza religiosa, sulla sobrietà di vita, sull'interiorità orante come elementi dinamici della fedeltà alla missione e all'identità salesiana.
A partire dalla fondazione della Congregazione fino agli ultimi suoi giorni di vita, don Bosco aveva indicato con chiarezza il percorso:
"La nostra Congregazione ha davanti un lieto avvenire preparato dalla divina Provvidenza e la sua gloria sarà duratura fino a tanto che si osserveranno le nostre regole — scrive nel "testamento spirituale" —. Quando cominceranno tra noi le comodità o le agiatezze, la nostra pia Società ha compiuto il suo corso. Il mondo ci riceverà sempre con piacere fino a tanto che le nostre sollecitudini saranno dirette ai selvaggi, ai fanciulli più poveri, più pericolanti della società. Questa è per noi la vera
5 Lettera dell'8 febbraio 1888 ai direttori, in Circolari, 5.
6 Lettera del 19 marzo 1888, in Circolari, 18-19; le sottolineature sono nostre.

agiatezza che niuno invidierà e niuno verrà a rapirci. [,..] Quando avverrà che un salesiano soccomba e cessi di vivere lavorando per le anime, allora direte che la nostra Congregazione ha riportato un gran trionfo e sopra di essa discenderanno copiose le benedizioni del cielo".
Tutto ciò deriva dalla sua concezione austera, radicale della vita religiosa. Il consacrato fa a Dio un'offerta totale, generosa, incondizionata di sé. Lo aveva scritto nell'introduzione delle Costituzioni: i voti sono come "funicelle spirituali, con cui ci consacriamo al Signore e mettiamo in potere del superiore la propria volontà, le sostanze, le nostre forze fisiche e morali, affinché fra tutti facciamo un cuor solo ed un'anima sola per promuovere la maggior gloria di Dio"8. Chi non si sente di osservare i voti "non deve emetterli o almeno differirne la emissione, finché in cuor suo non sentasi ferma risoluzione di mantenerli". È una consacrazione "eroica" alla quale bisogna prepararsi bene; "ma quando l'avrem fatta, procuriamo di mantenerla, anche a costo di lungo e grave sacrificio'.
In questa prospettiva si comprende la visione che don Bosco ha del Salesiano.
La sua obbedienza deve essere come quella di Gesù, "che la praticò nelle cose più difficili, fino alla morte di croce; e, qualora tanto volesse la gloria di Dio, dobbiamo noi pure obbedire fino a dare la vita". Obbedienza caratterizzata, però, dall'amorevolezza salesiana: ubbidire "volentieri e prontamente"; fare tutto "con buon animo" perché Dio ama l'allegro donatore (2Cor 9,7) —; mostrarsi "arrendevoli anche nelle cose più difficili e contrarie al nostro amor proprio", compierle "coraggiosamente ancorché ci costi pena e sacrificio", infatti "Il regno dei cieli si acquista colla forza ed è preda di coloro che usano violenza" (Mt 11,12)10.
La povertà salesiana è, "letteralmente", un possedere nulla, "essendoci fatti poveri per divenire ricchi con Gesù Cristo [...] che
nacque nella povertà, visse nella privazione di tutte le cose e morì spogliato in croce". Va vissuta nell'ottica evangelica della sequela, come un distacco radicale, ma concreto: "Tutto quello che eccede
Giovanni Bosco, Memorie dal 1841 al 1884-5-6 a' suoi figliuoli Salesiani. A cura di Francesco Motto, in Pietro BRAIDO (ed.), Don Bosco educatore. Scritti e
testimonianze. Roma, LAS 1997, p. 437.
8 Ai Soci Salesiani, in Giovanni Bosco, Regole o Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales secondo il decreto di approvazione, Torino 1877, p. 19 (cf OE
XXIX, p. 217).
Ibid., p. 20 (OE XXIX, p. 218).
10 Ibid., pp. 21-23 (OE XXIX, pp. 219-221).

alimento e vestimenti per noi è superfluo e contrario alla vocazione religiosa, È vero che talvolta dovremo tollerare qualche disagio nei viaggi, nei lavori, in tempo di sanità o di malattia; talora avremo vitto, vestito od altro che non sarà di nostro gusto; ma appunto in questi
casi dobbiamo ricordarci che abbiamo fatto professione di povertà e che se vogliamo averne merito e premio dobbiamo sopportarne le conseguenze"11.
La castità, "virtù sommamente necessaria, virtù grande, cui fanno corona tutte le altre [...], assai insidiata dal nemico delle nostre anime"12, non è solo un aspetto necessario della vita consacrata, ma una virtù indispensabile per un Salesiano che deve trattare "amorevolmente" con la gioventù abbandonata: "Chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, questa virtù nelle parole, nelle opere, nei pensieri, non si faccia scrivere a questa Congregazione, perché ad ogni passo egli sarebbe sposto a grandi pericoli"13.
La carità fraterna è la linfa vitale delle comunità salesiane: "Quando in una comunità regna questo amor fraterno e tutti i soci si amano vicendevolmente ed ognun gode del bene dell'altro, come se fosse un bene proprio, allora quella casa diventa un paradiso Li.
Ma appena vi domini l'amor proprio e vi siano rotture o dissapori tra i soci, quella casa diventa presto come l'inferno", Dunque bisogna vivere "uniti in una sola volontà di servire a Dio e di aiutarsi con carità gli uni gli altri", Fuggire la mormorazione, il pettegolezzo, le battute scherzose che possano irritare i fratelli, le discussioni e le contese, Mostrarsi sempre "affabili e mansueti con ogni tipo di persone". Frenare l'ira, evitare "parole spiacenti", "modi alteri ed aspri", Perdonare con generosità e chiedere subito perdono quando si sbagliasse. Ed oltre a questo "non contentatevi di amare i vostro compagni colle sole parole; ma aiutateli con ogni sorta di servizi quanto potete"14.
11 lbid., pp. 28-29 (OE XXIX, pp, 226-227).
12 lbid., pp. 30-31 (OE XXIX, pp. 228-229).
13 Giovanni Bosco, Regole o Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales, p. 58 (OE XXIX, p, 256).
14 Ai Soci Salesiani, pp. 33-36 (OE XXIX, pp. 231-234),

3. Il primo scopo della Congregazione
Nella prima lettera circolare ai Salesiani (9 giugno 1867, solennità di Pentecoste), don Bosco sentì il bisogno di chiarire ai suoi confratelli lo "scopo generale della nostra Società". È un documento importante, che merita la pena leggere per disteso:
"Primo oggetto della nostra Società è la santificazione dei
suoi membri. Perciò ognuno nella sua entrata si spogli di ogni altro pensiero, di ogni altra sollecitudine. Chi ci entrasse per godere una vita tranquilla, avere comodità a proseguire gli studi, liberarsi dai comandi dei genitori od esimersi dall'obbedienza di qualche superiore, egli avrebbe un fine storto e non sarebbe più quel Sequere me del Salvatore; giacché seguirebbe la propria utilità temporale, non il bene dell'anima.
"Gli apostoli furono lodati dal Salvatore e venne loro promesso
un regno eterno non perché abbandonarono il mondo, ma perché abbandonandolo si professavano pronti a seguirlo nella via delle tribolazioni, come avvenne di fatto, consumando la loro vita nelle fatiche, nella penitenza e nei patimenti, sostenendo in fine il
martirio per la fede.
"Nemmeno con buon fine entra o rimane nella Società chi è
persuaso di essere necessario alla medesima. Ognuno se lo imprima bene in mente e nel cuore: cominciando dal superiore generale fino all'ultimo dei soci, niuno è necessario nella Società. Dio solo ne deve essere il capo, il padrone assolutamente necessario. Perciò i membri di essa debbono rivolgersi al loro capo, al loro vero padrone, al rimuneratore, a Dio e per amore di lui ognuno deve farsi iscrivere nella Società; per amore di lui lavorare, ubbidire, abbandonare quanto si possedeva nel mondo per poter dire in fine della vita al Salvatore che abbiamo scelto per modello: ecce nos reliquimus [omnia] et secuti sumus te, quid ergo dabis nobis? (...]
"Chi si cerca una vita comoda, una vita agiata, non entra con
buon fine nella nostra Società. Noi mettiamo per base le parole del Salvatore che dice: 'Chi vuole essere mio discepolo vada a vendere quanto possiede nel mondo, lo dia ai poveri e mi segua'. Ma dove andare, dove seguirlo, se non aveva un palmo di terra ove riporre lo stanco suo capo? 'Chi vuole farsi mio discepolo, dice il Salvatore, mi segua colla preghiera, colla penitenza e specialmente rinneghi se stesso, tolga la croce delle quotidiane tribolazioni e mi segua': Abneget semetipsum, tollat crucem suam quotidie, et sequatur me [Lc 9, 23]. Ma fino a quando seguirlo? Fino alla morte e se fosse mestieri, anche ad una morte di croce.
"Ciò è quanto nella nostra Società fa colui che logora le sue forze nel sacro ministero, nell'insegnamento od altro esercizio
sacerdotale, fino ad una morte eziandio violenta di carcere, di esilio, di ferro, di acqua, di fuoco; fino a tanto che dopo aver patito od essere morto con Gesù Cristo sopra la terra possa andare a godere con lui in cielo [...].
"Entrato un socio con queste buone disposizioni deve mostrarsi senza pretese ed accogliere con piacere qualsiasi ufficio gli possa essere affidato. Insegnamento, studio, lavoro, predicazione, confessione, in chiesa, fuori di chiesa, le più basse occupazioni devono assumersi con ilarità e prontezza d'animo perché Dio non guarda la qualità dell'impiego, ma guarda il fine di chi lo copre. Quindi tutti gli uffizi sono egualmente nobili perché egualmente meritori agli occhi di Dio"15.
È significativa questa insistenza di don Bosco sulla santità come "primo scopo della nostra Società": santità intesa come consegna totale di sé a Dio per fede e per amore, nella sequela di Cristo fino alla morte; sequela espressa nella disponibilità ad ogni servizio richiesto in Congregazione ("qualsiasi ufficio gli possa essere affidato"), nel lavoro instancabile in funzione della missione, nell'obbedienza pronta e gioiosa, nell'osservanza delle Regole.
Don Bosco raccomanda ai Salesiani nella lettera di addio: "Invece di piangere fate delle ferme ed efficaci risoluzioni di rimanere saldi nella vocazione fino alla morte. Vegliate e fate che né l'amor del mondo né l'affetto ai parenti né il desiderio di una vita più agiata vi muovano al grande sproposito di profanare i sacri voti e così tradire la professione religiosa con cui ci siamo consacrati al Signore. Niuno riprenda quello che abbiamo dato a Dio"16.
"E poi, miei cari — scrive il 6 gennaio 1884, in una circolare collettiva a Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice —, vogliamo forse andare in paradiso in carrozza? Noi appunto ci siamo fatti religiosi non per godere, ma per patire e procacciarci meriti per l'altra vita; ci siamo consacrati a Dio non per comandare, ma per ubbidire; non per attaccarci alle creature, ma per praticare la carità verso il prossimo, per amor di Dio; non per farci una vita agiata, ma per essere poveri con Gesù Cristo, patire con Gesù Cristo sopra la terra per farci degni della sua gloria in cielo.
15 E(m) Il, pp. 529-531.
16 G. Bosco, Memorie dal 1841a1 1884-5-6_, pp. 410-411.

"Animo adunque, o cari ed amati figli, abbiamo posto la mano all'aratro, stiamo fermi, niuno di noi si volti indietro a mirare il mondo fallace e traditore. Andiamo avanti. Ci costerà fatica, ci costerà stenti, fame, sete e forse anche la morte; noi risponderemo sempre: Se diletta la grandezza dei premi, non ci devono per niente sgomentare le fatiche che dobbiamo sostenere per meritarceli"17.
4. Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la
Congregazione salesiana
Nel 1876, a conclusione degli esercizi spirituali di Lanzo Torinese, don Bosco non tenne la solita predica dei "ricordi". Preferì raccontare un lungo e avventuroso sogno. Voleva che i suoi figli si imprimessero bene nella mente alcune virtù che riteneva indispensabili: l'umiltà, l'obbedienza, la pazienza, la speranza... Incluse anche la visione del futuro "trionfo" e dello sviluppo mondiale della Congregazione. Raccontò di essere stato invitato a salire su un gran macigno posto al centro di un campo sconfinato: "Uomini d'ogni colore, d'ogni vestito, d'ogni nazione vi stavano radunati. Vidi tanta gente che non so se il mondo tanti ne possegga [...]. Dappertutto vedevo Salesiani che conducevano squadre di ragazzi e di ragazze e con loro un popolo immenso".
Il personaggio che gli faceva da guida gli disse: "Guarda, don Bosco; tu ora non capirai tutto quello che ti dico, ma sta' attento: tutto questo che hai visto è tutta messe preparata ai Salesiani. Vedi quanto sia immensa la messe! Questo campo immenso in mezzo a cui ti trovi è il campo in cui i Salesiani devono lavorare. I Salesiani che vedi sono i lavoratori di questa vigna del Signore. [...]. Ma, sai a quali condizioni si potrà arrivare ad eseguire questo che vedi? Te lo dirò io: guarda, bisogna che tu faccia stampare le regole e nella prima pagina a grandi caratteri, ricordati, farai stampare queste parole che saranno come il vostro stemma, la vostra parola d'ordine,
il vostro distintivo. Notate bene: Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione salesiana. Queste parole le farai spiegare; le ripeterai, insisterai. Farai stampare il manuale che le spieghi e
faccia capire bene che il lavoro e la temperanza sono l'eredità che lasci alla Congregazione e nello stesso tempo ne saranno anche la
17 Lettere circolari di D. Bosco e di D. Rua ed altri loro scritti ai Salesiani, Torino 1896, p. 21-22.
gloria. [...] Sei dunque ben persuaso? Hai dunque ben capito? Questa è l'eredità che lascerai loro; e di' pur chiaro che fintanto che i tuoi figli corrisponderanno, avranno seguaci al mezzodì, al nord, all'oriente e all'occidente".
A quel punto comparvero dei veicoli che dovevano condurre a Torino i Salesiani dopo gli esercizi spirituali. Erano molto strani, racconta don Bosco: "Non avevano appoggio da nessuna parte ed io temevo che [i miei figli] cadessero e non volevo lasciarli partire. Ma
quel tale mi disse: — Vadano, vadano pure: essi non hanno bisogno di appoggi, solo che eseguiscano bene quelle parole: Sobrii estote et vigilate. Eseguite bene queste due cose non si cade, sebbene non vi siano appoggi e la carrozza corra".
Poi il sogno prosegue con altri particolari e don Bosco chiude il racconto insistendo: "Sarebbe degna conclusione degli esercizi se noi proponiamo di attenerci al nostro stemma: Lavoro e Temperanza; e se procureremo a tutt'uomo di evitare i quattro grandi chiodi che martoriano le congregazioni: il vizio della gola; il cercare le agiatezze; le mormorazioni e l'ozio; a cui è da aggiungere che ciascuno sia sempre aperto, schietto e confidente coi propri superiori. In questo modo faremo del bene alle anime nostre e nello stesso tempo potremo anche salvare quelle che la divina Provvidenza affiderà alle nostre cure.
E chiude puntando il dito su un punto cruciale: "Volendo venire ora a dare qualche ricordo speciale che serva per il corso di quest'anno, ecco quale sarebbe: che si cerchino tutti i mezzi per conservare la virtù regina, la virtù che custodisce tutte le altre; che se l'abbiamo, non sarà mai sola, anzi avrà per corteo tutte le altre; e se perdiamo questa, le altre o non ci sono o si perdono in breve tempo. Amatela questa virtù [la castità], amatela molto e ricordatevi che per conservarla bisogna lavorare e pregare:, Non eicitur nisi in ieiunio et oratione [Mt 17, 20]. Sì, preghiera e moraicazione"18.
Meditando questo mandato del Fondatore, ascoltato sul luogo della sua sepoltura — consapevoli della responsabilità morale e storica che deriva dalla nostra posizione e dal servizio che ci è stato affidato dal Signore — iniziamo il cammino del Capitolo Generale 27°.
ASC A0000409 Prediche D. Bosco. Esercizi Lanzo 1876, Quad. XX, ms di Giulio Barberis, pp. 39-45 (cf MB XII, 463-469).
La storia degli inizi: laboriosa povertà, fiducia in Dio e carità ardente
Colle Don Bosco, 23 febbraio 2014
Le Memorie dell'Oratorio non sono cronaca di eventi, ma un testamento spirituale e carismatico redatto in forma narrativa. Attraverso il racconto di momenti, di personaggi e di accadimenti particolari, accuratamente selezionati e collegati l'un l'altro in una trama, don Bosco ci descrive il percorso interiore che lo ha condotto a realizzare la missione oratoriana, secondo la vocazione ricevuta. Ma attraverso questa rievocazione il nostro Santo comunica ai suoi "carissimi figli salesiani" anche la sua visione dei tratti che devono caratterizzare l'identità spirituale salesiana. Lo fa sia narrando momenti e passaggi determinanti del suo percorso formativo, sia mettendo in scena personaggi importanti per la sua formazione che rappresentano al vivo atteggiamenti e virtù tipiche del modello salesiano ideale.
1. La scuola della vita e l'esempio della madre
È interessante costatare che ogni figt.tra di educatore e di pastore delineata nelle Memorie dell'Oratorio, anche solo fugacemente, viene connotata con qualche tratto tipico della visione che don Bosco ha del Salesiano. Lo vediamo fin dalle prime righe quando, a proposito dei suoi genitori, scrive: "Erano contadini, che col lavoro e colla parsimonia si guadagnavano onestamente il pane della vita". Non è difficile intuire come il binomio "lavoro e parsimonia" rispecchi il motto salesiano "Lavoro e Temperanza", che proprio a partire dagli anni della compilazione delle Memorie (1873-1875) don Bosco andava ripetendo con sempre maggior insistenza. Similmente, descrivendo la morte del padre Francesco — "animatissimo per dare educazione cristiana alla figliolanza" — ci informa che egli cessava di vivere "raccomandando a mia madre la confidenza in Dio"19. Qui troviamo in estrema sintesi gli elementi essenziali costitutivi della spiritualità
salesiana: una famiglia nella quale, col lavoro, la sobrietà di vita e la confidenza in Dio, ci si consacra fervidamente all'educazione cristiana dei giovani.
Subito dopo nel racconto delle Memorie vengono i ricordi di una quotidiana povertà, di una vita dura di lavoro e di stenti. In particolare i mesi drammatici della carestia del 1817. Don Bosco accenna a morti ritrovati nei prati, "colla bocca piena d'erba", all'esaurimento delle provviste, alla ricerca affannosa e senza esito, di qualcosa con cui nutrirsi:
"Il terrore invase la mente di tutti [...]. Mia madre senza sgomentarsi andò dai vicini per farsi imprestare qualche commestibile e non trovò chi fosse in grado di venirle in aiuto. Mio marito, prese a parlare, morendo dissemi di avere confidenza in Dio. Venite adunque, inginocchiamoci e preghiamo. Dopo breve preghiera si alzò e disse: — Nei casi estremi si devono usare mezzi estremi. Quindi coll'aiuto [del vicino di casa] andò alla stalla, uccise un vitello e facendone cuocere una parte con tutta fretta poté con quella sfamare la sfinita famiglia. Pei giorni seguenti si poté poi provvedere con cereali, che, a carissimo prezzo, poterono farsi venire di lontani paesi.
"Ognuno può immaginare quanto abbia dovuto soffrire e faticare mia madre in quella calamitosa annata. Ma con un lavoro indefesso, con una economia costante, con una speculazione nelle cose più minute, e con qualche aiuto veramente provvidenziale si poté passare quella crisi annonaria"20
.
Don Bosco dà ampio risalto a questo fatto, per sottolineare il ruolo esemplare della madre, il suo coraggio, la sua sapienza pratica, la sua intraprendenza e laboriosità. Ma soprattutto per mettere in primo piano la presenza provvidente di Dio, che la fiduciosa confidenza di Margherita gli ha insegnato a sentire come attiva, operante nel vissuto quotidiano. Dalla sua fede Giovanni fanciullo impara che esiste un nesso inscindibile tra la nostra fragile umanità e l'amore misericordioso e provvidente del Padre nostro che è nei cieli. Apprende, esistenzialmente, che la fiducia in Dio non è mai vana, anche nei momenti più disperati, se unita all'impegno responsabile, al sacrificio di sé, ad uno stile di vita laborioso e sobrio.
" G. Bosco, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855,
Roma, LAS 2011, p. 59. 20 Ibid., p. 60.

Chi conosce la personalità di don Bosco, coglie in questa sequenza narrativa, un modo di vedere e di sentire, un suo marchio
inconfondibile. Nel compimento della propria missione, di fronte alle sfide della vita, egli ha sempre mantenuto la calma interiore ("niente ti turbi"), che è frutto di fede e di speranza, ma si è anche ingegnato per trovare una qualche soluzione. Poi, affidandosi alla Provvidenza e col coraggio che scaturisce dalla fede, ha preso le decisioni necessarie, talvolta anche "estreme", affrontandone le conseguenze nel vissuto quotidiano con forza d'animo e spirito di sacrificio, con operatività instancabile e uno stile di vita essenziale. Il racconto, dunque, intenderebbe attribuire a Margherita l'origine di un atteggiamento spirituale e operativo che costituisce uno dei più dinamici fattori di successo storico della persona e dell'opera di don Bosco.
È vero, questa è una caratteristica che ritroviamo in tutte le personalità forti, volitive e intraprendenti per natura. La differenza è data dalla prospettiva di fede e dall'oblativa offerta di sé ispirata dalla carità:
"Passata quella terribile penuria, e ritornate le cose domestiche in migliore stato, venne fatta proposta di un convenientissimo collocamento a mia madre; ma ella rispose costantemente: — Dio mi ha dato un marito e me lo ha tolto; morendo egli mi affido tre figli, ed io sarei madre crudele, se li abbandonassi nel momento in cui hanno maggior bisogno di me —. Le fu replicato che i suoi figli sarebbero stati affidati ad un buon tutore, che ne avrebbe avuto grande cura. — Il tutore, rispose la generosa donna, è un amico, io sono la madre de' miei figli; non li abbandonerò giammai, quando anche mi si volesse dare tutto l'oro del mondo"21.
2. La dedizione dell'educatore cristiano
Ecco emergere la sua idea alta di educatore come individuo animato dall'amore, totalmente consacrato alla cura degli educandi, disposto a rinunciare generosamente a qualsiasi vantaggio personale, alieno da ogni tornaconto. Ma anche attento e operoso nella sua missione, testimone vivace dei valori che insegna. Margherita ne è l'icona:
21 Ibid., p. 61.
"Sua massima cura fu di istruire i suoi figli nella religione, avviarli all'ubbidienza ed occuparli in cose compatibili a quella età.
Finché era piccolino mi insegnò ella stessa le preghiere [...]. Ella stessa mi preparò alla prima confessione, mi accompagnò in chiesa; cominciò a confessarsi ella stessa, mi raccomandò al confessore; dopo mi aiutò a fare il ringraziamento. Ella continuò a prestarmi tale assistenza fino a tanto che mi giudicò capace di fare degnamente da solo la confessione".
Il discorso di don Bosco assume sfumature più intime nel capitolo successivo, dove racconta la sua prima comunione. Vediamo Margherita impegnarsi con particolare cura. Come sappiamo da altri suoi scritti, egli attribuiva un valore determinate a questo evento. Per lui non è soltanto un passo necessario dell'iniziazione cristiana, una circostanza favorevole per l'acquisizione delle conoscenze necessarie ad una fede illuminata, un momento privilegiato di formazione etica. La prima comunione è vista in prospettiva formativa e spirituale: esperienza religiosa privilegiata per favorire l'adesione personale del ragazzo ai valori della fede, per condurlo ad una prima cosciente conversione del cuore a Dio e introdurlo ai dinamismi della vita interiore. Don Bosco mette in risalto la sapienza educativa della madre nel guidarlo alla cognizione del mistero eucaristico, predisporlo ad una buona confessione che unisca compunzione del cuore, manifestazione sincera della coscienza e promessa di miglioramento. Soprattutto egli svela le sue strategie educative per creare il clima interiore idoneo e rivestire l'evento di una solennità inusuale. Qui cogliamo i tratti di un accompagnamento amoroso e attento, di un'intraprendenza educativa ingegnosa:
"Mia madre studiò di assistermi più giorni; mi aveva condotto tre volte a confessarmi lungo la quaresima. [...] A casa mi faceva pregare, leggere un buon libro, dandomi quei consigli che una madre industriosa sa trovare opportuni pe' suoi figliuoli. Quel mattino non mi lasciò parlare con nissuno, mi accompagnò alla sacra mensa e fece meco la preparazione ed il ringraziamento [... ].
"In quella giornata non volle che mi occupassi in alcun lavoro materiale, ma tutta l'adoperassi a leggere e a pregare.
Fra le molte cose mia madre mi ripeté più volte queste parole: O caro figlio, fu questo per te un gran giorno. Sono persuasa che Dio abbia veramente preso possesso del tuo cuore. Ora promettigli di fare quanto puoi per conservarti buono sino alla fine della vita. Per l'avvenire va sovente a comunicarti, ma guardati bene dal fare dei sacrilegi. Di' sempre tutto in confessione; sii sempre ubbidiente, va volentieri al catechismo ed alle prediche; ma per amor del Signore fuggi come la peste coloro che fanno cattivi discorsi. Ritenni e procurai di praticare gli avvisi della pia genitrice; e mi pare che da quel giorno vi sia stato qualche miglioramento nella mia vita, specialmente nella ubbidienza e nella sottomissione agli altri, al che provava prima grande ripugnanza, volendo sempre fare i miei fanciulleschi riflessi a chi mi comandava o mi dava buoni consigli"22.
L'intensità del racconto restituisce il clima di intimità spirituale tra madre e figlio, evidenzia aspetti cari alla pedagogia spirituale del Santo — tramite ripetute raccomandazioni sulla confessione sincera, sul dolore e sulla promessa — e carica l'evento di un messaggio che va oltre la semplice memoria di una vicenda personale. Troviamo testi paralleli in altri scritti di don Bosco — le vite di Domenico Savio e di Francesco Besucco —, ma in essi l'attenzione è centrata sull'esemplarità dei ragazzi. Qui si enfatizza il ruolo formativo della madre, che diventa emblema dell'accompagnamento personale e della conduzione spirituale salesiana. Si configura una relazione educativa capace di stabilire, attraverso la ragione, la religione e l'amorevolezza, un flusso comunicativo intenso che raggiunge mente, cuore e coscienza del figlio. Dall'arte pedagogica si sconfina nel terreno della mistagogia spirituale e della testimonianza personale.
3. Lavoro e temperanza in prospettiva educativa
Ho indugiato su questi eventi, non solo perché ci troviamo sul luogo dell'infanzia di don Bosco. Essi evidenziano un aspetto essenziale del motto Lavoro e Temperanza.
Pochi giorni orsono, il 13 febbraio, papa Francesco, incontrando i partecipanti alla plenaria della Congregazione per l'educazione cattolica, ha detto:
"Educare è un atto d'amore, è dare vita. E l'amore è esigente, chiede di impegnare le migliori risorse, di risvegliare la passione e mettersi in cammino con pazienza insieme ai giovani. L'educatore nelle scuole cattoliche dev'essere anzitutto molto competente, qualificato, e al tempo stesso ricco di
zz Ibid., pp. 68-69.
umanità, capace di stare in mezzo ai giovani con stile pedagogico, per promuovere la loro crescita umana e spirituale.
I giovani hanno bisogno di qualità dell'insegnamento e insieme di valori, non solo enunciati, ma testimoniati. La coerenza è un fattore indispensabile nell'educazione dei giovani. Coerenza! Non si può far crescere, non si può educare senza coerenza: coerenza, testimonianza".
È appunto questo l'orizzonte di senso, la cornice semantica in cui dobbiamo collocare ogni considerazione sullo "stemma" salesiano: II lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione salesiana. L'insistenza del nostro Santo non va interpretata unicamente nella prospettiva dell'ascesi necessaria alla vita consacrata, ma nell'ottica della missione. È questa che richiede lavoro incessante e temperanza. Noi Salesiani siamo laboriosi e temperanti, come lo fu don Bosco, nel contesto della nostra vocazione di educatori dei giovani. È per essi che noi ci consacriamo a Dio con i voti e viviamo in comunità fraterne. È lo zelo pastorale, l'amore per la "salvezza delle anime" che ci fa diventare laboriosi e temperanti...
Tale orientamento di don Bosco è presente già nel programma spirituale stilato in occasione dell'ordinazione presbiterale: "Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre, quando trattasi di salvar anime"23. Nei tre anni trascorsi al Convitto, l'affiato pastorale si consolida. Nello stesso tempo egli si apre ad una visione ampia, integrale della "salvezza". All'azione pastorale si affianca la sollecitudine assistenziale-educativa, che richiede energie e disponibilità maggiori, con inevitabili conseguenze sullo stile di vita personale e sulla gestione del tempo.
Negli anni successivi, anche quando avrà sviluppato una dimensione carismatica personale e un inconfondibile metodo
d'azione, continuerà a mantenere fermi i punti di riferimento acquisiti
al Convitto. Dal Cafasso don Bosco imparò ad essere un pastore innamorato di Dio e cordialmente dedicato al prossimo, pronto a
qualsiasi sacrificio pur di compiere l'ufficio affidatogli, lo stesso che fu del Redentore, quello di "dilatare cioè, accendere vieppiù sulla terra questo fuoco divino: ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur?". Il pastore, affermava don Cafasso, ha il compito di
23 Le risoluzioni sono state trascritte da don Bosco sul quadernetto noto come "Testamento spirituale", ora edito in F. MOTTO, Memorie dal 1841 al 1884-5-6 pel sac. Gio. Bosco a' suoi figliuoli Salesiani (Testamento spirituale), Roma, LAS 1985, 21.
«soffiare, attizzare questo fuoco, perché si sparga, s'estenda, si dilati e infiammi se fosse possibile tutta la faccia della terra»24,
Nella commemorazione funebre del maestro, don Bosco descrive la sua molteplice e instancabile azione pastorale: "L'ardente sua carità inspiravagli coraggio eroico"25. E indica nel suo impegno ascetico uno dei segreti di tanta fecondità pastorale26. "Egli stesso aveva per detto familiare e spesso lo andava ripetendo specialmente nelle conferenze morali: fortunato quel prete che consuma la sua vita pel bene delle anime, fortunatissimo colui che muore lavorando per la gloria di Dio; egli avrà certamente una grande ricompensa da quel Supremo Padrone per cui lavora"27.
Questa tensione caritativo-apostolica, tradotta in scelte di vita, in atteggiamenti di distacco da sé e disponibilità oblativa, in operosità fervida e intelligente, costituisce il principio animatore dell'Oratorio. Don Bosco ne fece il programma della propria vita: Da mihi animas, caetera Lolle. Lo insegnò a Domenico Savio come via privilegiata di perfezionamento spirituale; lo additò ai Salesiani come fine della Congregazione: «Lo scopo di questa società — scriveva intorno al 1858-59 in una delle prime stesure delle Costituzioni salesiane — è di riunire insieme i suoi membri ecclesiastici, chierici e anche laici, a fine di perfezionare se medesimi imitando le virtù del nostro Divin Salvatore, specialmente nella carità verso i giovani poveri»28.
4. Spogliamento totale e letizia salesiana
Sono ancora le Memorie dell'Oratorio ad offrirci lo spunto per comprendere il nesso inscindibile tra missione salesiana, confidenza in Dio, ascesi e laboriosità.
Messo di fronte alla necessità di scegliere tra il servizio nelle opere Barolo e l'Oratorio, don Bosco non ha dubbi: "La mia risposta è già pensata – risponde alla marchesa Barolo – La mia vita è consacrata al bene della gioventù. La ringrazio delle profferte che mi
24 G. CAFASSO, Esercizi spirituali al clero, Vol. 1: Meditazioni, Cantalupa (TO), Effatà 2003, p. 665.
25 G. Bosco, Biografia del sacerdote Giuseppe Cafasso esposta in due ragionamenti funebri, Paravia, Torino. Tip. G.B. Paravia e Comp. 1860, pp. 18-25.
26 lbid., p. 29-34. lbid., p. 35.
28 G. Bosco, Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales (1858J-1875. Testi critici a cura di Francesco Motto, Roma, LAS 1982, 72.
fa, ma non posso allontanarmi dalla via che la divina Provvidenza mi ha tracciato"29.
I confratelli la giudicano una scelta insensata: senza risorse
economiche cosa avrebbe potuto fare? "Povero D. Bosco, esclamò il Borel, gli è dato la volta al cervello"". La sua salute è gravemente compromessa per l'eccesso di lavoro. Scrive la marchesa al teologo Borel:
"Tanto la Superiora del Rifugio come io, abbiamo veduto che la sua salute non gli permetteva nessuna fatica. Si ricorderà quante volte le ho raccomandato di averne riguardo e lasciarlo riposare ecc. ecc. Non mi dava retta; diceva che i preti dovevano lavorare ecc. La salute di D. Bosco peggiorò sino alla mia partenza per Roma; intanto egli lavorava, era ammalato, sputava sangue [...1. lo era pronta a continuare a D. Bosco il suo stipendio, con patto che non facesse più nulla, e son pronta a tenere la mia parola. Ella, signor teologo, crede che non è far nulla confessare, esortare centinaia di ragazzi?"31.
Don Bosco si rende conto della situazione ed è smarrito: solo, abbandonato dai collaboratori, "sfinito di forze, di sanità male andata, senza sapere dove avrei in avvenire potuto radunare i miei „ ragazzi32 . Ma non retrocede. Poche settimane più tardi la sua salute crolla e si riduce in fin di vita.
Dopo la convalescenza decide di tornare ai suoi giovani. Propone alla madre di seguirlo: "Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a partire in sul momento" gli risponde. Col loro insediamento a Valdocco la casa dell'Oratorio, che prima era semplice sede di attività pastorali ed educative, ora si trasforma in una comunità di vita. Narrando i fatti don Bosco attira la nostra attenzione su quattro atteggiamenti spirituali.
Il primo è la disponibilità a compiere prontamente, con generosità la volontà di Dio, che li spinge ad abbandonare la tranquillità di una vita serena: "Mia madre faceva un grande sacrificio; perciocché in famiglia, sebbene non fosse agiata, era tuttavia padrona di tutto, amata da tutti, ed era considerata come la regina dei piccoli e degli adulti".
Il secondo è l'affidamento incondizionato alla Provvidenza, che li aiuta a distaccarsi dai beni materiali orientandoli in funzione della
29 G. Bosco, Memorie dell'Oratorio, p. 151. 3° lbid., p. 150.
Giulia di Barolo a Giovanni Borel (18 maggio 1846), autografo in ASC A101,
32 G. Bosco, Memorie dell'Oratorio, p. 152,

missione: "Ma come vivere, che mangiare, come pagare i fitti e provvedere a molti fanciulli che ad ogni momento dimandavano pane, calzamenta, abiti o camicie, senza cui non potevano recarsi al lavoro? Avevamo fatto venire da casa un po' di vino, di meliga, fagiuoli, grano e simili. Per fare fronte alle prime spese avevo venduto qualche pezzo di campo ed una vigna".
Il terzo atteggiamento consiste nel distacco dagli affetti umani, anche dai più sacri, simbolicamente raffigurato nella scelta di Margherita di sacrificare il corredo da sposa: "che fino allora aveva gelosamente conservato intero. Alcune sue vesti servirono a formare pianete, colla biancheria si fecero degli amitti, dei purificatori, rocchetti, camici e delle tovaglie [...]. La stessa mia madre aveva qualche anello, una piccola collana d'oro, che tosto vendette per comperare galloni e guarniture pei sacri paramentali". Questa separazione da oggetti cari, memoria di una felice intimità sponsale, finalizzata alle esigenze dell'Oratorio, acquista il significato di una consacrazione incondizionata alla missione con cuore libero.
Il quarto atteggiamento è quello della povertà di spirito che trasforma fatiche e privazioni in beatitudine e letizia: "Una sera mia madre, che era sempre di buon umore, mi cantava ridendo: Guai al mondo se ci sente / Forestieri senza niente»33.
33 Ibid., pp. 168-169.
Lo stile di vita della comunità dell'Oratorio e delle prime generazioni salesiane
Torino-Valdocco, 23 febbraio 2014
H 7 aprile 1849, Il Conciliatore Torinese, giornale dei cattolici
liberai moderati, pubblicava un documentato articolo sull'oratorio di don Bosco, "umile prete fornito di nessun'altra ricchezza che d'una immensa carità", che "da più anni raccoglie ogni dì festivo da cinque a seicento giovinetti per ammaestrarli nelle virtù cristiane, e renderli a un tempo figliuoli di Dio, e ottimi cittadini". Metteva in risalto lo zelo di don Bosco, il suo metodo e i risultati ottenuti. In particolare l'articolista si diceva impressionato del fervore operoso e gioioso che caratterizzava l'opera:
"Un alveare intorno a cui s'aggiri ronzando uno sciame di api, mentre una gran parte di questo vi sta lavorando tranquillamente il miele, ti presenta una vera immagine di quel sacro recinto ne' dì festivi. Per le vie, che vi conducono, tu incontri ad ogni passo frotte di giovinetti, i quali cantarellando vi si portano con più allegrezza, che non andrebbero a un festino: dentro per ogni parte tu vedi fanciulli a trastullarsi divisi in piccole brigate, ed altri saltellare, altri giuocare alla palla, altri alle bocce, chi fare all'altalena, chi dei capitomboli, e chi la quercia: mentre nella chiesetta altri imparano il catechismo, altri si preparano ai sacramenti, e nelle attigue stanze ad altri s'insegna il leggere e lo scrivere, ad altri l'aritmetica e la calligrafia, ad altri il canto"34.
Immagine significativa quella dell'alveare, che dà l'idea di una comunità operosa ma anche ordinata e produttiva, organizzata ed efficiente.
34 ll Conciliatore Torinese. Giornale religioso, politico, letterario, sabato 7 aprile 1849, p. 4.
1. L'Oratorio di Valdocco: un alveare laborioso e
vitalissimo
Il fervore operativo dell'Oratorio rispecchiava la personalità di don Bosco, la cultura nella quale egli era cresciuto ed il fuoco di carità
che infiammava il suo cuore. I documenti di quei tempi ce lo presentano così: attivo e nella sua carità impaziente", come scrive un funzionario del governo nel 185135. Ne era convinto anche il prof. Casimiro Danna, acuto osservatore del metodo pedagogico attuato nell'Oratorio di San Francesco di Sales, titolo scelto — egli scrive non a caso e non invano. Perché più che il titolo, lo spirito di quell'apostolo ardente del diritto zelo che smisuratamente in cuore avvampa36, trasfonde nel suo istituto quest'ottimo prete, il quale ha consacrato se stesso ad alleggerire i dolori del popolo misero, nobilitandolo ne' pensieri"37. L'ardente carità apostolica di don Bosco, dunque, era all'origine della sua laboriosità instancabile e generava il suo inconfondibile stile di vita.
Da buon formatore, egli aveva una visione positiva e funzionale del tempo come opportunità offerta all'uomo dall'amore di Dio. In camera, come racconta nella vita di Francesco Besucco, teneva un cartello con questa scritta: "Ogni momento di tempo è un tesoro", che spiegava ai suoi ragazzi: "In ogni momento di tempo noi possiamo acquistarci qualche cognizione scientifica o religiosa, possiamo praticare qualche virtù, fare un atto di amor di Dio, le quali cose avanti al Signore sono altrettanti tesori, che ci gioveranno per il tempo e per l'eternità"38.
Nel 1862 don Bosco scriveva ad un giovane: "Il paradiso non è fatto per i poltroni, perché scialacqui tanto tempo?" (MB VII. 7). Michele Magone "andava spesso ripetendo: — Chi perde un momento di tempo, perde un tesoro. Mosso da questo pensiero non si lasciava sfuggire un istante senza fare quel tanto che le sue forze comportavano. lo — scrive don Bosco — ho qui presenti i voti di diligenza e di condotta di ciascuna settimana per tutto il tempo che fu
35 Relazione dell'Economo generale Ottavio Moreno al Ministro di Grazia e Giustizia, 24 settembre 1851, in Archivio di Stato Torino, Grande Cancelleria, m. 287/2, n, 1142.
36 DANTE ALIGHIERI, Divina Commedia. Purgatorio, c. VIII, vv. 83-84.
r C. DANNA, Cronichetta, in Giornale della Società d'istruzione e d'educazione, I (1849) l, pp. 459-460.
38 G. Bosco, Il pastorello delle Alpi ovvero vita del giovane Besucco Francesco d'Argentera, in Io., Vite di giovani, Roma, LAS 2012, p. 197.

tra noi. Nelle prime settimane la condotta fu mediocre, di poi buona, quindi quasi ottima. Dopo tre mesi cominciò ad avere ottimamente; e così fu in ogni cosa per tutto il tempo che visse in questa casa"39.
È un'operosità fervida e intelligente che tende a ricavare frutti sostanziosi valorizzando ogni istante in tensione perfettiva: perfezione nella pratica delle virtù, perfezione nel compimento del dovere e dello studio, perfezione nella carità, perfezione nella cura dei talenti ricevuti.
Che cosa don Bosco intendesse per lavoro lo leggiamo in un capitolo del Regolamento per le case: "Per lavoro s'intende l'adempimento dei doveri del proprio stato, sia di studio, sia di arte o mestiere". E aggiungeva: "Mediante il lavoro potete rendervi benemeriti della società, della religione e far bene all'anima vostra, specialmente se offrite a Dio le quotidiane vostre occupazioni. [...] Cominciate sempre il lavoro, lo studio e la scuola con l'Actiones, e coll'Ave Maria, finite con l'Agimus. Ditele bene queste piccole preghiere, affinché il Signore voglia esso guidare i vostri lavori ed i vostri studi49.
Per don Bosco era un vanto affermare che i giovani formati nell'Oratorio avevano acquisito l'abito dell'onestà, della moralità e della laboriosità. Le autorità civili riconoscevano questo merito all'Oratorio, come leggiamo in una lettera del sindaco di Torino al ministro della pubblica istruzione: "Il bene che fece in questi 25 anni che corsero dalla sua creazione a questa parte è notorio, è immenso: migliaia e migliaia di giovanetti miseri, abbandonati, costituenti un pericolo per la società, rigenerati, istruiti, fatti laboriosi cittadini chi nelle arti, chi nell'istruzione, chi nel sacerdozio, chi in vari altri rami, fanno chiara testimonianza a favore di quel benemerito stabilimento"41.
Da quei ragazzi educati a mettere a frutto ogni minuto di tempo e formati all'operosità sono scaturite le prime generazioni salesiane. Tullo Goffi, studioso della spiritualità dell'Ottocento italiano, scrive:
"Don Bosco educato al Convitto ecclesiastico ad una ascesi apostolica incessante, ha ritenuto opportuno offrire i suoi chierici
cooperatori una formazione spirituale differente da quella praticata nei seminari e nei noviziati. Questi formavano chierici e novizi
" G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele allievo dell'Oratorio
di S. Francesco di Sales, in lo., Vite di giovani, p. 131,
40 G. Bosco, Regolamento per le case della Società di S. Francesco di Sales,
Torino, Tipografia Salesiana 1877, pp. 68-69.
" Filippo Galvagno al ministro Domenico Berti, 26 febbraio 1866, in MB VIII, 311.

mediante totale segregazione dal mondo, al fine di creare in essi mentalità e costumi opposti a quelli dei laici. Al contrario, don Bosco
immerge i suoi chierici tra i giovani affinché con questi condividano pietà e doveri. Ritiene che la dedizione apostolica è, non solo un baluardo inespugnabile della moralità, ma sicuramente un'ascesi altamente formativa di spiritò caritativo"42.
I profili biografici ci presentano lo stile di vita di questi giovani confratelli osservanti e laboriosissimi: assistevano i ragazzi nello
studio e nelle camerate, insegnavano nelle scuole e nei laboratori, animavano le ricreazioni negli oratori, facevano il catechismo e la scuola di musica, guidavano i gruppi teatrali... E nel frattempo studiavano filosofia e teologia, preparavano esami universitari, coltivavano studi personali utili alla missione.
Non tutti erano d'accordo su quel metodo formativo, per i rischi che comportava. Ma don Bosco ha fatto di tutto per difendere il suo
sistema e quando venne costretto a strutturare noviziati e studentati,
inventò il tirocinio pratico. Si appellava alla facoltà concessagli "viva vocis oraculo" da Pio IX, "d'affidare ai chierici, anche durante l'anno
di noviziato, le stesse occupazioni accennate dalla Costituzioni per il
tempo della prima prova, qualora lo ritenesse a maggior gloria di Dio". E gli piaceva ripetere alcune raccomandazioni del papa: "Anzi,
non metteteli in sagrestia, perché diventano oziosi; ma occupateli a lavorare, a lavorare!" (MB X, 799). "lo stimo che sia in condizione migliore una casa religiosa dove si prega poco, ma si lavora molto, di un'altra nella quale si facciano molte preghiere e si lavori niente o poco" (MB IX, 566).
Nel 1879 scrisse una relazione alla Santa Sede sullo stato morale e materiale della Congregazione: "ll lavoro supera le forze e il numero degli individui; ma niuno si sgomenta, e pare che la fatica sia un secondo nutrimento dopo l'alimento materiale. È vero che alcuni rimasero vittima del loro zelo tanto in Europa quanto nelle Missioni estere; ma questo non fece altro che accrescere l'ardore di lavorare negli altri religiosi Salesiani. Si è però provveduto che niuno lavori oltre le sue forze con nocumento della sanità"43.
42 T. GOFFI, La spiritualità dell'Ottocento, Bologna, EDB 1989, pp. 69-70.
43 G. Bosco, Esposizione alla S. Sede dello stato morale e materiale della Pia Società di S. Francesco di Sales nel marzo 1879, S. Pier d'Arena, Tipografia Salesiana 1879, p. 17.

2. Le caratteristiche del lavoro salesiano
Don Bosco raccomanda e loda l'operosità, ma ad alcune condizioni, prima fra tutte che sia ordinata e dipendente, adatta e utile — come raccomandava il Cafasso ai suoi giovani preti —: cioè attuata in funzione della missione ricevuta, del ruolo che si ha nella comunità, a vantaggio della cristiana educazione dei giovani, sotto la guida e alle dipendenze del superiore. Una laboriosità frutto di disponibilità vocazionale e di dono di sé. Era un atteggiamento che don Bosco andava curando nei discepoli ancor prima dell'atto ufficiale di fondazione della Congregazione: "Sovente, e ciò per molti anni, trovandosi in mezzo ad un crocchio dei suoi giovani o dei chierici, scherzando al solito, finiva con sedersi in terra colle gambe incrociate e cogli alunni intorno. Egli teneva allora in mano il suo bianco fazzoletto e formatane una palla la faceva saltare da una mano all'altra. I giovani silenziosi osservavano quel giuoco, ed: — Oh! esclamava ad un tratto; se potessi avere con me dodici giovani dei quali io fossi padrone di disporre come dispongo di questo fazzoletto, vorrei spargere il nome di N. S. Gesù Cristo non solo in tutta Europa, ma al di là, fuori de' suoi confini, nelle terre lontane lontane. E non aggiungeva altra spiegazione" (MB IV, 424).
Lavoro apostolico, dunque: questa era la principale prospettiva di don Bosco. Nella conferenza tenuta il 19 marzo 1876 a commento delle parole di Gesù, "La messe è molta, ma gli operai sono pochi", diceva a Salesiani e ragazzi: "Operai son tutti quelli che in qualche modo possono concorrere alla salvezza delle anime". Nel campo del Signore "c'è bisogno d'ogni sorta d'operai, ma proprio di tutti i generi; non c'è uno il quale possa dire: — lo benché tenga condotta irreprensibile, sarò buono a niente nel lavorare a maggior gloria di Dio. No, non si dica così da nessuno; tutti possono in qualche modo far qualche cosa. [...]
"Adesso qualcuno domanderà: — Ma, Signor don Bosco, ed a
che cosa vuol ella alludere con questo? [...]. Oh, miei cari! quel grido di Gesù «operarii autem pauci» non si faceva solo sentire nei tempi antichi, nei secoli scorsi; ma a noi, a noi in questi nostri tempi si fa sentire imperioso più che mai. Alla Congregazione salesiana cresce di giorno in giorno così smisuratamente la messe che quasi direi non si sa più da che parte cominciare o come nel lavoro regolarci. Egli è per questo che io vorrei vedervi tutti e presto buoni operai nella vigna del Signore! Le domande di collegi, di case, di missioni vengono in numero straordinario sia
dai nostri paesi qui d'Italia, sia dalla Francia, sia dalle estere regioni. Dall'Algeria, dall'Egitto, dalla Nigrizia in Africa, dall'Arabia, dall'India, dalla Cina e dal Giappone in Asia; dall'Australia, dalla repubblica Argentina, dal Paraguay e si può dire da tutta l'America si fanno domande di aprire nuove case poiché dappertutto vi è una scarsità tale di operai evangelici che spaventa chi osserva il tanto bene che si potrebbe fare e che si deve lasciar indietro per mancanza di missionari [...].
"In vista di tanti bisogni, di tanta mancanza di operai evangelici, notando che tutti voi chi in un modo chi in un altro potete lavorare nella vigna del Signore, potrei io stare quieto e non manifestarvi il secreto desiderio del mio cuore? Oh sì che desidererei di vedervi tutti slanciati a lavorare come altrettanti apostoli! A questo tendono tutti i miei pensieri, tutte le mie cure, tutte le mie fatiche. [...] E potrei io in vista di tanti e sì pressanti bisogni tacere? E potrei io, mentre da ogni parte ci chiamano e par proprio la voce di Dio che si manifesti per le bocche di tanti, ritirarmi? E, dopo i manifesti segni della divina Provvidenza che tanto grandi cose vuol operare per mezzo dei Salesiani, [potrei io] stare muto e non cercare di aumentare il numero degli apostoli evangelici?"44.
In quest'ottica apostolica quello del salesiano non può che essere lavoro santificato. "Il lavoro salesiano, dice don Alberto Caviglia, è lavoro di anima, la nostra anima, è la spiritualità che ci mettiamo nel lavoro. Insomma, noi siamo santi dalle maniche rimboccate: questo è il tipo del Salesiano. Se io dovessi dipingere don Bosco tra noi salesiani, li farei tutti con le maniche tirate su. [...] Pio XI ha detto: «Il Salesiano vero non misura il lavoro»: che belle parole! Per carità, non ascoltate mai i sonniferi, che ci sono in ogni casa: «Non si stanchi troppo, mangi di più, lavori di meno, ecc.». Ma piantatela lì, che bisogna lavorate. Non lavorare per far carriera, ma per piacere a Dio"".
Poi don Caviglia elenca altre caratteristiche del lavoro salesiano:
II salesiano lavora con coscienza collettiva, cioè con senso di appartenenza a una missione condivisa.
" ASC A0000408 Conferenze e prediche di D. Bosco 1875/1876, Quad. XIX, ms di Giulio Barberis, pp. 65, 70-72.
45 A. CAVIGLIA, Conferenze sullo spirito salesiano, Torino, Centro Mariano Salesiano 1985, pp. 99-100.

Il salesiano lavora con coscienza interna, che lo porta a far bene il suo servizio, di qualsiasi tipo esso sia, con senso di precisione e con la perizia di un artigiano qualificato.
Il salesiano lavora con amore: "Lavorare con amore è il segreto della nostra riuscita pedagogica e professionale".
Il salesiano lavora con coraggio e ardimento: "È una qualità che non dobbiamo dimenticare. Così si sono formati i vecchi Salesiani. La scuola non insegna tutto ciò che bisogna sapere. Se non sai, aggiustati, cerca, ardisci. Ti danno una scuola. 'Ma io non so...'. Ardisci, fai quel che puoi, studia. Non fate caso ai disfattisti: ma la salute? Iddio aiuta".
Infine, il salesiano sa fare più di un mestiere: "La preziosità di un coadiutore è che non sa fare una sola cosa. Nelle nostre case siamo
fortunati quando abbiamo dei coadiutori che sano fare di tutto. [...]
Per il sacerdote la scienza è dovere di coscienza: nella vita moderna non basta più quel poco di teologia studiata, bisogna formarsi nella
cultura. I primi collaboratori di don Bosco, nei momenti liberi, avevano sempre un libro in mano, per perfezionarsi nel proprio mestiere. Ci sono state delle rivelazioni, nessuno si sarebbe aspettata tanta scienza da quel salesiano"".
Siamo nell'ambito dell'ascesi. Come altri maestri spirituali formatisi nella prima parte dell'Ottocento — convinti che l'azione della
grazia spinge verso un personale vissuto fecondo di virtù morali e di
operosità santa —, anche don Bosco, per quanto impregnato di sentimento romantico e di devozione affettiva, diffida dell'esperienza
mistica, poiché gli pare estraniante nei confronti del dovere
quotidiano e del servizio dei fratelli, una malintesa fuga mundi. Preferisce l'impegno volitivo nel bene, l'immersione nella vita
quotidiana, l'operosità virtuosa e allegra, la relazione amichevole e
servizievole e, soprattutto, la carità apostolica: "la sollecitudine per il bene delle anime" e lo zelo per "istruire i fanciulli nelle verità della
fede", per "guadagnare a Dio" tutta l'umanità. Ma va notato che questa tensione ascetico operativa, questa propensione alla carità materiale e spirituale in don Bosco non si oppone all'interiore comunione con Dio; egli non trascura l'orazione d'unione, anzi si protende docile alle attrattive dello Spirito Santo.
46 Ibid., p. 100.
3. L'ascesi del dovere compiuto per amore
Nella pratica di don Bosco, infatti la lezione della spiritualità classica viene riformulata in una prospettiva antropologica aderente alle condizioni di vita dei suoi giovani e dei suoi salesiani. Come vediamo nelle tre vite (Savio, Magone e Besucco) o nel sogno del pergolato di rose, egli è continuamente attento a correggere le possibili derive di uno spiritualismo malinteso, richiamando alla concretezza del vissuto quotidiano, il quale non solo va accettato, ma abbracciato con gioia. Si ispira all'insegnamento di san Francesco di Sales e suggerisce un tipo di mortificazione "positiva", da cui sono bandite intemperanze e rigidezze, pur rimanendo esigente poiché tutta incentrata sulle situazioni di vita, sui doveri di stato.
"L'esatto adempimento dei propri doveri": siamo di fronte ad uno dei cardini della sua proposta formativa. Parlando ai giovani egli considera un ventaglio molto vasto di doveri, quelli derivanti dalla propria condizione: "doveri di pietà, di rispetto e di ubbidienza verso i genitori e di carità verso tutti"47. Dunque, non digiuni e rigidezze di propria scelta. La mortificazione dei sensi si attua attraverso "la diligenza nello studio, l'attenzione nella scuola, l'ubbidire ai superiori, il sopportare gli incomodi della vita quali sono caldo, freddo, vento, fame, sete", accogliendoli serenamente "per amor di Dio"48. Altre mortificazioni derivano dall'attuazione del precetto evangelico dell'amore: usare "molta bontà e carità" verso il prossimo, sopportarne i difetti, "dare buoni avvisi e consigli"; "fare commissioni ai compagni, portare loro acqua, nettare le scarpe, servire anche a tavola [...], scopare in refettorio, nel dormitorio, trasportare la spazzatura, portare fagotti, bauli". Tutte queste cose, secondo don Bosco, si devono attuare "con gioia" e con "soddisfazione". Infatti, "la vera penitenza non consiste nel fare quello che piace a noi, ma nel fare quello che piace al Signore, e che serve a promuovere la sua gloria"49.
Un discorso analogo lo fa ai Salesiani. Don Bosco concorda con santa Teresa di Lisieux nel prospettare la perfezione come un vivere la carità, ma in quanto ci si mostra in concreto servizievoli verso il prossimo; alieni da interessi egoistici; amabilmente sereni e fedeli
47 Giovanni Bosco, II pastorello delle Alpi ovvero vita del giovane Besucco Francesco d'Argentera. Edizione seconda, Torino, Tip. Dell'Oratorio di S. Franc. di Sales 21878, pp. 102-103,
9" lbid., p. 101.
49 lbid., p. 102-103.

agli impegni presi, anche fra contrarietà e sofferenze. È quanto suggerisce ai collaboratori mostrando l'esempio della propria vita, tutta consacrata al bene dei giovani. Nel 1864 racconta ai Salesiani il sogno del pergolato di rose e conclude riportando il commento del personaggio che gli ha fatto da guida: "Sappi dunque, che questa strada [di rose e di spine] significa la cura che ti devi prendere della gioventù. Tu devi camminare su questa strada colle scarpe, ossia con la mortificazione. Le rose bellissime sono simbolo della carità ardente che deve distinguere te e tutti i tuoi coadiutori nell'educazione della gioventù. Le spine significano tutti gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che avrai da sostenere in questo impiego. Ma non perderti di coraggio con la carità, con la mortificazione tutto supererete. E alla fine giungerete ad aver rose senza spine come hai veduto in quella ricca sala a cui siete arrivati"5°.
Ecco, tutto si radica qui, nella carità, nell'amore oblativo, nel dono incondizionato di sé a Dio, amato sopra ogni cosa, e nella dedizione ai giovani. È un movimento interiore di offerta amorosa attuata nel quotidiano, dalla quale scaturisce un vissuto di carità gioioso e ardente, un intenso e sereno fervore operativo, insieme a uno stile relazionale inconfondibile, a un modello di comunità religiosa ed educativa peculiare e a un metodo d'azione tipicamente salesiano.
" ASC A0040605 Cronaca dell'anno 1864, ms di Giovanni Bonetti, pp. 17-18.
Lavoro e temperanza nel pensiero dei primi
due successori di don Bosco
Torino-San Giovanni Evangelista, 24 febbraio 2014
Nella presentazione del volume contenente le lettere circolari di don Michele Rua, il successore le descrive come "quintessenza dello spirito religioso", "compendio dei trattati di ascetica", "capolavori di pedagogia salesiana", auspicando che vengano "sovente rilette nelle conferenze, negli esercizi annuali e nel giorno fissato per l'esercizio della buona morte", come "pascolo spirituale dei confratelli, tutti desiderosi di fare ogni giorno qualche passo nella perfezione"51. Così don Paolo Albera offre la cifra interpretativa del magistero e del governo di don Rua. Il fine principale della sua animazione, infatti, è stato quello di indicare ai Salesiani un orientamento ascetico robLìsto, che riprende la concezione della vita religiosa e spirituale di don Bosco e la applica alle condizioni di una Congregazione in pieno sviluppo, in un periodo di rapide mutazioni ed trasformazioni culturali, come quello del suo rettorato.
1. Il "buon spirito" salesiano negli insegnamenti
di don Rua
L'8 febbraio 1888, nella lettera inviata ai direttori con indicazioni sui suffragi per don Bosco, don Rua lancia la parola d'ordine che caratterizzerà tutta la sua linea di governo: La santità dei figli sia la prova della santità del Padre52. Un indirizzo che si concretizzerà nello sforzo di promuovere una "sempre più fedele osservanza dello spirito di D. Bosco", anche e soprattutto nelle difficoltà, come scrive dopo i "casi di Varazze" in occasione della dichiarazione di venerabilità del Fondatore:
"Sia quindi nostro impegno di mostrarci non indegni figli di un Padre che; la Chiesa chiamò Venerabile, Ciascuno osservi
51 Lettere circolari di don Michele Rua ai Salesiani, Torino, Tip. S.A.I.D. «Buona Stampa» 1910, pp. V-VII. s
Ibid., p. 5.

scrupolosamente quelle Costituzioni che D. Bosco ci ha dato e si sforzi di copiare in se stesso le preclare virtù che il nostro Venerabile Fondatore ha praticato. Oh! Se mi venisse dato di constatare da questo punto un vero accrescimento nello spirito di pietà, di ubbidienza e di sacrifizio in tutti i membri della nostra Pia Società!"
Questo programma definisce lo stile di animazione di don Rua. Egli sente il suo ruolo di successore di don Bosco semplicemente in ordine alla continuazione e incremento dell'opera e alla fedeltà carismatica. Tende a tirarsi in disparte per far emergere unicamente la figura e il messaggio del Fondatore. Ma è proprio questo proposito, vissuto con tanta aderenza alle vicende in cui si trova implicata la Congregazione nei ventidue anni del suò governo, che rende importante il suo magistero.
Le circolari di don Rua sono percorse da una marcata insistenza sull'ascesi e la sobrietà, sulla pietà, sulla regolarità religiosa, sullo zelo pastorale e sul primato della religione nella formazione dei giovani. È consapevole che con l'incremento della Congregazione si corre il rischio che venga a diminuire quello slancio spirituale, quella carica motivazionale radicata nell'interiorità, quell'ideale di offerta incondizionata di sé al Signore e ai fratelli che distingueva il "Padre e Maestro" e il gruppo cresciuto accanto a lui. Don Rua lo definisce "buon spirito" o più specificamente spirito di don Bosco: "Vi è in ogni Congregazione un insieme d'idee e di tendenze, una maniera di pensare e di fare, che forma lo spirito proprio della medesima cioè la S. Regola"54. Don Rua stesso è rappresentante tipico di tale fervore delle origini, del primato della dimensione spirituale che sfocia e sostiene un concetto di vita salesiana asceticamente esigente e tenacemente osservante, ma genera anche la capacità di lucide analisi delle mutazioni in atto e alimenta un inesauribile azione educativa e pastorale.

Il riferimento alla sostanza del motto di don Bosco "Lavoro e Temperanza" è costante, anche se nelle circolari appare, nella sua formulazione materiale, una sola volta, all'inizio dell'anno scolastico 1892-1893: "Faccia il Signore che possiam passare santamente questo nuovo anno scolastico, sempre nella sua grazia e lavorando ognora alla sua maggior gloria come degni figli di Don Bosco, che così bene seppe impiegare tutto il tempo della sua vita e che ci lasciò
53 lbid., p. 519-520 (6 agosto 1907, lettera edificante n. 10: D. Bosco Venerabile!).
54 lbid., p. 400 (1 dicembre 1909, Osservanza delle Costituzioni e dei Regolamenti).

scritto sulla sua e nostra bandiera: Temperanza, Preghiera e La voro"55.
Egli insiste particolarmente su tre punti dello spirito di don Bosco.
Il primo è l'osservanza della Regola, sentita come "midollo" dell'identità salesiana: "Per arrivare ad essere ben imbevuti dello spirito del Ven. D. Bosco noi dobbiamo leggere e meditare le nostre Costituzioni"56. Esse sono via di santificazione, "il più bel ricordo e la più preziosa reliquia del nostro amatissimo Don Bosco"57, "il cardine di tutto l'avvenire della nostra cara Società»58. La meditazione delle Costituzioni deve portare alla verifica operativa della propria vita: "Dovremmo stabilire un coscienzioso confronto fra i nostri doveri e la nostra vita; la nostra Regola dovrebbe essere, per così dire, posta sulla nostra persona come misura per conoscere il grado di virtù a cui siamo arrivati. Più noi saremo costanti nell'esaminarci su questo punto, e maggiore sarà il bene che faremo all'anima nostra e a coloro che siamo chiamati a dirigere"59.
ll secondo punto è la tensione alla santità, connaturata con la vocazione salesiana. La santità va desiderata come il bene più grande. "Se questa brama è ardente nei nostri cuori, saremo presto adorni di ogni 'virtù, e cammineremo a gran passi sulla via della perfezione"8'. "Attendere a santificare se stesso" è un "obbligo comune a tutti i membri della Congregazione"81, di fronte al quale il lavoro, anche quello apostolico, passa in secondo piano. "Questa tendenza verso la perfezione diviene pel Salesiano come un debito che egli paga ogni giorno, ma che sulla terra non finisce mai di saldare [...]. L'arrestarsi è indietreggiare; non guadagnare è perdere; deporre le armi è dichiararsi vinto; lavorare senza energia è disfare il già fatto82. Ricorda don Rua che è indispensabile "occuparsi
55 Ibid., p. 91 (11 novembre 1892, Relazione del sesto Capitolo Generale e delle nuove lspettorie).
Ibid., p. 410 (1 dicembre 1909, Osservanza delle Costituzioni e dei
Regolamenti).
5'
Ibid., p. 123 (1 gennaio 1895, Ringraziamenti — Vicariato di Mendez — Profitto
nostro e delle anime).
58 Ibid., p. 279 (19 marzo 1902: Resoconto del IX Capitolo Generale.
Raccomandazioni agl'Ispettori e ai Direttori).
pp. 410-411 (1 dicembre 1909: Osservanza delle Costituzioni e dei
Regolamenti).
" Ibid., 120 (1 gennaio 1895: Ringraziamenti — Vicariato di Mendez — Profitto
nostro e delle anime).
Ibid., p. 113 (24 agosto 1894, Santificazione nostra e delle anime a noi affidate).
62 Ibid., pp. 195-196 (29 novembre 1899: II Sacramento della Penitenza. Norme e consigli).

dapprima della correzione dei propri difetti, attendere al proprio avanzamento nella perfezione, e così renderci atti a lavorare con profitto per gli altri", come ci ha insegnato don Bosco. "Persuadiamoci bene che più un direttore si studia di progredire egli stesso nella virtù, più sarà fecondo il suo ministero sacerdotale, e più saranno abbondanti i frutti spirituali della sua saggia direzione"63.
Il terzo punto caratterizzante dello spirito di don Bosco è, secondo don Rua, l'ardore apostolico. Ma solo da un cuore sinceramente proteso a Dio e preoccupato di perfezionare se stesso scaturisce il vero zelo per la salvezza dei giovani. Se don Bosco dispiegò uno "zelo infaticabile" e adoperò "innumerevoli industrie [.„] per attirare anime a Dio", e in questa missione "non diede un passo, non pronunziò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù", dicendo "col fatto, non solo colla parola: Da mihi animas caetera tolle", anche i suoi figli devono "sforzarsi di camminare sulle tracce del suo zelo e della sua attività"64.
Sui superiori, in particolare sui direttori delle case, grava la responsabilità di garantire la vitalità spirituale, la tensione alla perfezione e l'azione apostolica delle comunità. Nella mente di don Rua e dei salesiani cresciuti alla scuola di don Bosco la centralità della figura del direttore nelle singole opere è indiscussa. La prassi formativa e religiosa di Valdocco, il modo di essere e fare il "superiore" di don Bosco, avevano contribuito a definirne il ruolo prioritario di padre spirituale e di confessore, di ispiratore della pietà, di guida, di esempio nella santità e nel metodo educativo, di stimolo e traino nello zelo pastorale. Il 1° dicembre 1909, al termine della visita straordinaria alle Case salesiane, don Rua constata, dalle relazioni dei visitatori rivela "che ove trovasi un superiore fornito delle necessarie qualità, guidato da vero e ardente zelo, fedele imitatore del nostro Venerabile Padre e Fondatore D. Bosco, in quella casa fiorisce la pietà, regna una grande illibatezza di costumi, si ammira un continuo progresso negli studi, si respira un'atmosfera profumata dalla fragranza d'ogni più eletta virtù"65.
63 lbid., pp. 110-111 (24 agosto 1894, Santificazione nostra e delle anime a noi affidate).
64 Ibid., p. 109
65 Ibid., p. 408 (1 dicembre 1909: Osservanza delle Costituzioni e dei Regolamenti).

2. Gli indirizzi spirituali suggeriti da don Albera
Nella prima circolare, il 25 gennal 1911, don Paolo Albera enunciava sinteticamente il programma del suo rettorato: "Promisi a D. Bosco e a D. Rua che nulla avrei risparmiato per conservare nella nostra umile Congregazione lo spirito e le tradizioni che da loro abbiamo imparato"66. "Ricordate ai vostri dipendenti — gli aveva raccomandato Pio X — che Colui a cui servono, Dominus est. Stia loro fisso nella mente il pensiero della presenza di Dio, siano in tutto guidati dallo spirito di fede, con fervore compiano le loro pratiche di pietà e a Dio offrano i loro lavori e sacrifici. Dio sia sempre nella loro mente e nel loro cuore"".
Questo mandato coglieva un aspetto al quale don Albera era particolarmente sensibile, per indole e per formazione. Così il suo magistero spirituale evidenziò particolarmente il legame tra spirito di pietà e disciplina di vita e offrì un'interpretazione globale dello "spirito
di don Bosco".
2.1. Fervente pietà e vita disciplinata
Il ruolo di Catechista generale e l'esperienza concreta della realtà salesiana accumulata come Visitatore, lo indussero a scegliere come tema inaugurale del suo magistero "edificante" lo Spirito di pietà. Gli pareva che l'entusiasmo dei Salesiani, le loro ferventi iniziative, tanto apprezzate dall'opinione pubblica, non fossero prive di ombre: "Parlandovi con il cuore alla mano, vi confesso che non posso difendermi dal doloroso pensiero e dal timore che questa ventata di attività dei Salesiani, questo zelo che sembrò finora inaccessibile ad ogni scoraggiamento, questo caldo entusiasmo che fu fin qui sostenuto da continui felici successi, abbiano a venir meno un giorno ove non siano fecondati, purificati e santificati da una vera e soda
p ietà"68.
Con molta chiarezza afferma: se, "per grazia di Dio noi possiamo contare molti confratelli" esemplari, esistono purtroppo salesiani trascurati, che offrono "ovunque il triste spettacolo della loro rilassatezza e indifferenza [,..], vegetano sventuratamente in una
66 Lettere circolari di D. Paolo Albera ai Salesiani, Società Editrice Internazionale,
Torino 1922, p. 13.
67 Ibid., p. 15.
66 lbid., p. 26.

deplorevolissima mediocrità e non daranno mai frutti"69. Egli è convinto che "tutto il sistema d'educazione insegnato da D. Bosco si
poggia sulla pietà", e che se il salesiano "non è sodamente pio, non sarà mai atto all'ufficio di educatore"". Basta pensare a don Bosco,
al "sacro fuoco della pietà" che lo pervadeva, alla sua "ininterrotta unione con Dio", che era "la nota caratteristica di D. Bosco": "Ne era indizio quella inalterabile egualianza di umore che traspariva dal suo volto invariabilmente sorridente. In qualunque momento ricorressimo a Lui per consiglio, sembrava interrompesse i suoi colloqui con Dio per darci udienza, e che da Dio gli fossero ispirati i pensieri e gl'incoraggiamenti che ci regalava"71.
Dalla contemplazione di questo ideale, don Albera passa al suggerimento di risoluzioni operative: essere esatti nelle pratiche di pietà stabilite dalle Costituzioni; santificare le azioni quotidiane vivendole alla presenza di Dio, "con grande purità d'intenzione", con "generosità di spirito", con "santa indifferenza per tutto ciò che Iddio, per mezzo dei Superiori, dispone". È questo il modo per "mettere in
esecuzione il precetto della preghiera continua" e praticare "la pietà attiva di cui tratta sovente S. Francesco di Sales, e che fu il segreto della santità di D. Bosco"72.
Come antidoto al rilassamento, alla pigrizia spirituale, egli suggerisce la pratica sacramentale, l'esame di coscienza, le frequenti elevazioni della mente a Dio con slanci d'affetto, l'affidamento a Maria Ausiliatrice: iniziative utili per mantenere quel fervore di pietà che impregnava il vissuto del Fondatore. "E chiamasi fervore un desiderio ardente, una generosa volontà di piacere a Dio in ogni
cosa. Esso deve manifestarsi in modo speciale quando noi compiamo atti di devozione; ma come già si è accennato, deve accompagnare pure tutte le nostre azioni e trasformarle, per così dire, in altrettante pratiche religiose"".
Ci troviamo, per linguaggio e concetti, nell'alveo della spiritualità moderna, quella che aveva alimentato la letteratura ascetica tra Seicento e Ottocento. Ma il diverso scenario storico, in cui Albera prospetta le sue argomentazioni, e le condizioni di vita e di lavoro dell'uditorio a cui si rivolge, danno concretezza alle sue esortazioni.
Don Albera ha presente una patologia spirituale molto diffusa nella
p. 30.
70 lbid., p. 32.
71 Ibid., p. 34.
72 lbid., pp. 36-37.
73 Ibid,, p. 38.

Congregazione salesiana: "La grande malattia di molti addetti al servizio di Dio è l'agitazione e il troppo ardore con cui si occupano
delle cose esteriori. Quanto è difficile trattenere nei giusti limiti la
nostra attività!". Egli cita la "evisceratio mentis" di san Bernardo, ma ha di fronte il salesiano immerso nel vortice della contemporaneità
che, per un malinteso culto del lavoro e della tensione operativa, non sa trovare "mai un momento per raccogliersi, per rientrare in se stesso, per sapere dove vada"74.
Nel corso del suo rettorato, don Albera ricollega le principali tematiche trattate nelle sue lettere circolari a questo nucleo. Sia che richiami il salesiano alla disciplina religiosa, 6 sia che lo esorti a vivere di fede" o che illustri le modalità operative dell'ubbidienza,77 della castità" e dello spirito salesiano nei nuovi scenari storici," oppure tratti dell'Oratorio, delle Missioni e delle Vocazioni,86 sempre si muove nell'ambito della pietà e del fervore e ad esso tutto riconduce, con finezza e cura dei particolari. Il modello di salesiano emergente dai suoi interventi è ardente nella fede e delicato nei modi, forte di spirito e umile nel cuore, zelante nelle opere e pacato
nelle parole, industrioso nel portare avanti la sua missione e
continuamente immerso in Dio.
Il desiderio "di lavorare con Iena alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime", imparato alla scuola di don Bosco, alimenta un atteggiamento interiore ed esteriore disciplinato, cioè "un modo di vivere conforme alle regole e costumanze" della Pia Società Salesiana, che permette di attuarne lo scopo". Non basta evitare il male, è necessario operare il bene in modo irreprensibile. In una casa salesiana disciplinata "regna l'ordine più perfetto". In ogni cosa risplende "nettezza e proprietà". "L'orario è scrupolosamente osservato". Tutto è quiete e laboriosità: "e chi non sa quanto questa regolarità contribuisca a tener raccolto lo spirito e a render fecondo il lavoro?".
74 lbid, pp. 37-38.
n Lettera circolare n. 3: Sulla disciplina religiosa (25 dicembre 1911), ibid., pp. 53
70.
76 Lettera circolare n. 4: Sulla vita di fede (21 novembre 1912), ibid., pp. 82-100.
77 Lettera circolare n. 5: Sull'ubbidienza (31 gennaio 1914), ibid., pp. 134-153.
78 Lettera circolare n. 8: Sulla castità (14 aprile 1916), ivi, pp. 194-210.
79 Lettera circolare n. 9: Consigli ed avvisi per conservare lo spirito di D. Bosco in
tutte le Case (23 aprile 1917), ibid., pp. 214-230.
" Lettera edificante n. 1: Gli Oratori festivi. Le Missioni. Le vocazioni (31 maggio
1913), ivi, pp. 110-133.
o Ibid., pp. 55-56.

"Infatti vedrete trasparire dal volto dei felici abitatori di quella casa un amabile candore, un'innocente semplicità, una spontanea e santa letizia, che riflette la pace del loro cuore, la serenità della loro coscienza. Non s'incontra alcuno che compia i suoi doveri ex tristitia aut ex necessitate [...]. Ogni religioso si mostra pienamente felice nella sua vocazione, e [...] preferisce mille volte la sua umile condizione agli onori del mondo, la sua povertà e le sue mortificazioni alle ricchezze e ai godimenti del secolo"82.
2.2. "Rivestiamoci dello spirito di don Bosco"
Nella circolare del 23 aprile 1917 agli ispettori e direttori sui i mezzi per conservare nelle case lo spirito di don Bosco, don Albera fornisce un elenco dei tratti fisionomici dello "spirito di don Bosco" di cui il Salesiano deve rivestirsi: sincera pietà; osservanza delle Costituzioni; povertà reale; culto della castità come stile di vita e clima educativo; ubbidienza generosa; correzione caritatevole; paternità benevola e paziente; umiltà; zelo per la salvezza delle anime che si concretizza nella cura dei confratelli, dei giovani, degli ex-allievi e delle vocazioni83.
L'immagine che ne emerge è vigorosa. Non si è veri figli di don Bosco se non si cammina "a gran passi nella via della perfezione", combattendo la "mediocrità", che frena lo slancio spirituale, e la "legalità", che indebolisce la generosità dell'amore verso Dio:
"Spingete la barca in alto mare, non limitate le vostre fatiche a ciò ch'è strettamente necessario, siate grandiosi nelle vostre aspirazioni, quando si tratta della gloria di Dio e della salvezza delle anime; allontanatevi dalla spiaggia che tanto restringe i vostri orizzonti, e vedrete quanto abbondante sarà la pesca delle anime [...]. In questo il motto dell'apostolo zelante sarà quello stesso del valoroso soldato: coraggio! avanti! [..,]. Il buon Salesiano, accasciato sotto il peso delle croci, delle tribolazioni e dei sacrifici, dirà pieno di gioia con S. Francesco Saverio: amplis, mandatemene ancor di più, ovvero con S. Francesco d'Assisi: Tanto è il bene che m'aspetto, che ogni pena m'è diletto"84.
Noi Salesiani dobbiamo essere come don Bosco: "lavoratori instancabili", "iniziatori fecondi delle opere più adatte e opportune al
82 lbid., pp. 57-58. lbid., pp. 214-230.
84 Lettera circolare n. 10: Contro una riprovevole "legalità" (25 giugno 1917), ibid., p. 239.

maggior bene della gioventù d'ogni paese, per conservare alla Congregazione quel primato di modernità che le è proprio". Ma non abbiamo ancora il diritto di proclamarci suoi veri figli, se non quando ci spingiamo come lui a "crescere ogni giorno nella perfezione propria della nostra vocazione salesiana, sforzandoci con ogni cura di ricopiare lo spirito di vita interiore del nostro Venerabile".85
Al cuore di questo spirito, secondo don Albera, due movimenti vanno rimarcati come costitutivi: "il concetto animatore", che era quello "di lavorare per le anime fino alla totale immolazione di se medesimo", e "l'atto più perfetto", che era il suo donarsi totalmente a Dio. Siamo dunque riportati alla sostanza di quell'atteggiamento spirituale fondante, prospettato da don Bosco ai giovani in alcune delle sue opere più personali, che consiste non solo nel "darsi per tempo", ma nel "darsi totalmente a Dio". È quanto ha fatto il nostro Fondatore, come ricorda don Albera: "Gettarsi in braccio a Dio e non allontanarsene mai più fu l'atto suo più perfetto. Egli lo compì quotidianamente, e noi dobbiamo imitarlo nel miglior modo possibile, per santificare il nostro lavoro e l'anima nostra"86.
Tale movimento dello spirito fonda le virtù apostoliche ed educative, purifica le intenzioni e alimenta quel peculiare amore di "predilezione" verso i giovani che è in grado di trasformare l'azione educativa del Salesiano in una "pedagogia celeste". L'espressione può sembrarci retorica, ma va capita nell'idea che don Albera ha di questa "pedagogia":
"Essa pensa alla grandezza del ministero d'istruire la gioventù e di formarla alla virtù vera e soda: di cavare cioè dal bambino l'uomo intiero, come l'artista cava dal marmo la statua: di far passare i giovani da uno stato d'inferiorità intellettuale e morale a uno stato superiore: di formarne lo spirito, il cuore, la volontà e la coscienza per mezzo della pietà, dell'umiltà, della dolcezza, della forza, della giustizia, dell'abnegazione, dello zelo e dell'edificazione, innestate coll'esempio insensibilmente anche in loro [...] e ne infiamma il cuore, perché la pratichi amando, attirando, conquistando e trasformando"87.
" Don Bosco nostro modello nell'acquisto della perfezione religiosa, nell'educare e santificare la gioventù, nel trattare con il prossimo e nel far del bene a tutti (19 ottobre 1920),
ibid., pp. 334-335. 8 Ibid., p. 335. 87 Ibid., p. 340.
Dunque, nella sensibilità e nella prospettiva dei primi due successori di don Bosco, il lemma della Congregazione, Lavoro e Temperanza, si arricchiva di un terzo elemento, la Preghiera o Pietà. È un aspetto certamente non assente nell'insegnamento e nella pratica di vita di don Bosco, che tuttavia diventava urgente evidenziare nei nuovi contesti storici per correggere quello che si stava rivelando il "difetto dominante" dei Salesiani: l'operosità indisciplinata, l'agitazione eccessiva, la superficialità educativa. Così si veniva chiarendo anche lo "Spirito di don Bosco" nella sua ricchezza di sfumature spirituali e di ricadute ascetiche sul vissuto quotidiano delle comunità salesiane.