IL PROGETTO DI VITA DEI SALESIANI DI DON BOSCO
 Indice generale
PRESENTAZIONE:
 
Parte Prima:  I SALESIANI DI DON BOSCO NELLA CHIESA (1-25)
I La Società di San Francesco di Sales 1 - 9
II - III Cap.II: Lo spirito salesiano
Cap.III: La professione del salesiano
10 - 25
 
Parte Seconda: INVIATI AI GIOVANI - IN COMUNITA' - AL SEGUITO DI CRISTO (26-95)
IV  Inviati ai giovani - Sez.I: I destinatari della nostra missione - Sez.II: Il nostro servizio educativo pastorale 26 - 39
IV  Sez.III: Criteri di azione salesiana - Sez.IV: I corresponsabili della nostra missione 40 - 48
V In comunità fraterne e apostoliche 49 - 59
VI  Al seguito di Cristo obbediente povero casto - Sez.I: La nostra obbedienza 60 - 71
VI Sez.II: La nostra povertà - Sez.III: La nostra castità 72 - 84
VII  In dialogo con il Signore 85 - 95
 
Parte Terza: FORMATI PER LA MISSIONE DI EDUCATORI PASTORI (96-119)
VIII Aspetti generali della nostra formazione - Sez.I La formazione Salesiana - Sez.II: La formazione iniziale 96 - 108
IX  Il processo formativo 109 - 119
 
Parte Quarta: IL SERVIZIO DELL'AUTORITA' NELLA NOSTRA SOCIETA' (120-190)
X - XI Cap.X: Principi e criteri generali - Cap.XI: Il servizio dell'autorità nella comunità mondiale 120 - 153
XII - XIII Cap.XII: Servizio dell'autorità nella comunità ispettoriale - Cap.XIII: Il servizio dell'autorità nella comunità locale 154 - 186
XIV Amministrazione dei beni temporali - Conclusione - Regolamenti generali - Nota bibliografica 187 - 196
 
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IL PROGETTO DI VITA DEI SALESIANI DI DON BOSCO

Guida alla lettura delle Costituzioni salesiane

Roma 1986

Editrice S.D.B.

PARTE SECONDA: INVIATI AI GIOVANI IN COMUNITÀ AL SEGUITO DI CRISTO

La seconda parte delle Costituzioni rappresenta il corpo centrale della Regola di vita salesiana: nei quattro capitoli che la compongono, comprendenti 70 articoli, sono sviluppati con ampiezza e profondità gli elementi essenziali della consacrazione apostolica salesiana.

La prima parte, come vedemmo, ha prospettato, in forma sintetica e globale, le note fondamentali della natura e missione della Società salesiana nella Chiesa e per il mondo, descrivendo lo spirito tipico che la anima; all'interno del progetto apostolico della Società veniva considerata la vocazione personale come un dono e un impegno di ciascun membro.

Ora, nella seconda parte, sono ripresi uno ad uno i vari elementi che insieme contribuiscono a formare il progetto di vita salesiano: la missione apostolica, il suo contesto comunitario, la radicalità evangelica con cui è vissuta mediante la professione dei consigli, e l'indispensabile apporto della preghiera che ne vivifica ogni aspetto. Come si può facilmente notare, si tratta dello sviluppo di quanto veniva indicato nella formula della professione (Cast 24) e, antecedentemente, nell'ari. 3 che presentava «la missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici» come «gli elementi inseparabili della nostra consacrazione, vissuti in un unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli».

Si può osservare la novità di questa parte delle Costituzioni, dal punto di vista strutturale, rispetto sia ai testi precedenti sia a quello stesso prodotto dal CGS: essa infatti raccoglie in un unico corpo (anche se articolato in capitoli) una materia che precedentemente era trattata in parti o in capitoli fra loro separati. L'intento del CG22 risulta chiaro: con questa struttura ha voluto particolarmente sottolineare l'unità e il mutuo rapporto dei vari impegni fondamentali assunti nella professione. Scrive il Rettor Maggiore: «Uno dei grandi meriti di questa parte

sta soprattutto nel proporre la permeazione mutua e l'intimo e continuato interscambio tra i vari aspetti della nostra vocazione».' Infatti nei singoli capitoli di questa parte l'impegno educativo e pastorale, la vita comunitaria e la pratica dei voti religiosi sono descritti ampiamente nelle loro dimensioni evangelica, ecclesiale e salesiana, ma sempre in mutua correlazione fra loro.' Studiando i diversi capitoli, potremo costatare che la missione giovanile è descritta in modo tale che essa non sarebbe salesiana se non fosse vissuta in un progetto comunitario e con lo stile evangelico dei consigli; così come non sarebbe salesiana una testimonianza dei consigli che non si traducesse in un «esercizio pratico di carità verso i giovani realizzato insieme dal gruppo dei seguaci di Don Bosco.

Messa in evidenza l'unità profonda che lega i vari aspetti della nostra vita, si deve tuttavia osservare che - all'interno della seconda parte - le Costituzioni hanno scelto un ordinamento dei vari capitoli che ha un suo significato preciso. Esso sviluppa ciò che è indicato dal titolo stesso della parte: «INVIATI AI GIOVANI - IN COMUNITÀ - AL SEGUITO DI CRISTO». Notiamo come in questa espressione venga messa al primo posto la missione apostolica. Come si vedrà più dettagliatamente nell'introduzione al capitolo quarto, ciò corrisponde sia alla costante tradizione dei nostri testi costituzionali (Don Bosco nel primo capitolo delle Costituzioni trattava del «fine» della Società), sia soprattutto all'indicazione dell'art. 3 che pone la missione al centro della nostra identità di Salesiani, affermando che essa dà a tutta la nostra vita il «tono concreto», cioè il tocco e il colore originale.3

Nell'ordinamento della parte, inoltre, è da rilevare fin d'ora il posto che è stato assegnato al capitolo che tratta della preghiera salesiana, intesa nel suo significato più profondo di dialogo con il Signore. Esso è collocato come sintesi conclusiva dell'intera descrizione del progetto salesiano: questo fatto evidenzia sia l'intimo legame della preghiera con ogni elemento della nostra vocazione, sia l'importanza vitale (come fonte e come vertice) della preghiera stessa quale stimolo permanente

Cf. E. VIGANO, 11 testo rinnovato della nostra Regola di vira, ACG n. 312 (1985), p. 15 Ivi.

' Cf, Introduzione al cap. IV: Inviati ai giovani, p. 25dss

a celebrare la «liturgia della vita» (Cost 95) nell'azione pastorale, nella comunione fraterna e nella pratica dei consigli evangelici .4

Sulla base di queste considerazioni possiamo meglio comprendere l'architettura della PARTE SECONDA:

cap. IV INVIATI AI GIOVANI   art. 26-48

- sezione I I destinatari della nostra missione art.26-30-

- sezione Il Il nostro servizio educativo-pastorale art. 31-39

   sezione III Criteri di azione salesiana  art.40-43

- sezione IV I corresponsabili della missione  art.44-48

cap. V IN COMUNITÀ FRATERNE E APOSTOLICHE art 49-59

cap. VI AL SEGUITO DI CRISTO OBBEDIENTE POVERO CASTO  art60-84

- sezione I La nostra obbedienza  art64-71

- sezione Il La nostra povertà  art.72-79

- sezione III La nostra castità  art.80-84

cap. VII IN DIALOGO CON IL SIGNORE  art.85-95

A conclusione della breve presentazione si può ancora osservare che ai contenuti di questa seconda parte del testo faranno riferimento - come a necessaria fonte di ispirazione - anche le successive parti: infatti sia la formazione salesiana sia il servizio reso dall'autorità si appoggiano totalmente sulle dimensioni apostolica, comunitaria ed evangelica e quindi sui valori enucleati in questa parte.

° Cf. ACG n.312 (1985), l.e.

 

CAPITOLO IV

 INVIATI AI GIOVANI

Il tema della missione apostolica comincia molto prima di questo capitolo e si prolunga dopo di esso. Infatti fin dal primo articolo delle Costituzioni la missione apostolica è presentata come finalità della Congregazione. Gli accenni si susseguono poi in ciascuna delle parti, impegnando i singoli temi e realizzando così quanto dice l'art. 3: «La missione dà a tutta la nostra vita il suo tono concreto». Per essa ci qualifichiamo come Istituto religioso dedito alle opere di apostolato (cf. Cost 4) e la nostra vita nello Spirito si esprime e si alimenta nell'azione per il Regno.

La missione è dunque elemento caratterizzante del carisma e della vita salesiana fino al punto di configurare il volto della nostra consacrazione, una consacrazione appunto «apostolica» (cf. Cost 3).

Va sottolineato sin dall'inizio il significato che le Costituzioni, seguendo i documenti del Concilio, danno alla parola «missione». Siccome le parole più ricorrenti sono: pastorale, apostolato, servizio, opera, non è infondato il timore che nella mente degli ascoltatori la missione venga immaginata come «movimento», «attività», «iniziativa di lavoro» e, nel peggiore dei casi, come uno strafare senza riposo e senza interiorità tra i giovani o tra le cose (mattoni, attrezzi, soldi). Ciò sarebbe svuotare la missione del suo vero e profondo significato.

É dunque legittima la domanda: quando le Costituzioni parlano della missione, cosa esattamente intendono?

In primo luogo le Costituzioni presentano una realtà teologale, cioè un rapporto esistenziale con Dio. Egli, «chiamandoci personalmente» (Cast 22), «ci consacra col dono del suo Spirito e ci invia» (Cost 3).

Si tratta di un «dono» che fluisce dallo Spirito che trasforma e orienta la storia. Non siamo noi a prenderci una missione. Partecipiamo all'eterno disegno divino di salvate il mondo: siamo coinvolti in questo mistero di salvezza. La prima mossa e tutte le seguenti sono di Dio: Egli muove anche la nostra risposta.

Chi vive questa realtà rinnoverà quotidianamente la «scelta» del Signore, confessandolo come la presenza rinnovatrice dell'umanità e il futuro dell'uomo. Coltiverà un atteggiamento umile di «strumento» che fu tipico di Don Bosco. Avrà fiducia nei «serri» che può gettare, perché niente di quello che fa è proporzionato alla maturazione del Regno; eppure una «briciola» di questo Regno fa lievitare il mondo, come dice Gesù nelle parabole. Si manterrà in unione costante con Colui che l'ha inviato (Cost 12).

La missione è poi una manifestazione della «sequela», dell'identificazione, dell'amore preferenziale a Cristo. È lasciarsi plasmare e portare dalla «sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l'urgenza del Regno che viene» (Cast 11) e «cooperare con Lui alla costruzione di questo Regno» (Cost 1$), attuando oggi «la sua carità salvifica» (Cost 41).

Questo rapporto a Cristo Uomo-Dio spinge a ripensare la missione sempre alla luce delle sue parole e a confidare nella forza della sua Redenzione.

La missione, inoltre, è sempre descritta come comunione ecclesiale. All'interno di essa vengono definiti i nostri compiti che «ci situano nel cuore della Chiesa e ci pongono interamente al suo servizio» (Cost 6). Di essa ci sentiamo parte viva e in essa vediamo il «centro di unità e comunione di tutte le forze che lavorano per il Regno» (Cost 13).

Da questa considerazione deriva un rapporto continuamente rinnovato di fraterna comunione col Popolo di Dio (Cast 13), una solidarietà con i suoi intenti, un inserimento attivo nella sua vita per la salvezza del mondo, un'accettazione anche della necessità di coordinamento operativo.

La missione mobilita «la carità e la fede» in tutte le direzioni e ci immerge nell'esistenza del Corpo di Cristo, come lo si può percepire oggi nel mondo.

La missione, infine, è il nostro contributo alla storia umana di sviluppo, di superamento delle forze del male, di lotta per trovare orizzonti di senso e di qualità di vita. «La nostra vocazione difatti ci chiede di essere solidali con il mondo e con la sua storia... Per questo la nostra azione pastorale mira all'avvento di un mondo più giusto e più fraterno in Cristo» (Cost 7).

Le urgenze della missione ci inducono a seguire il movimento della storia e ad assumerlo... verificando periodicamente la nostra azione (Cast 19). Lo sviluppo dell'ordine temporale ci sta a cuore: «Cooperiamo per la costruzione di una società più giusta» (Cast 33); ma siamo sicuri che nel mistero di Cristo, rivelazione di Dio e dell'uomo, e nelle ricchezze del suo Vangelo ci è dato il senso supremo dell'esistenza e la forza movente della storia.

La nostra scelta temporale è il Vangelo e l'educazione della gioventù. Così come per altri è la politica o l'arte. Noi scommettiamo sul Vangelo e sulla carità come forze vincenti e trasformanti. Con questo partecipiamo al cammino degli uomini.

Per questo quadruplice riferimento, a Dio, a Cristo, alla Chiesa e alla storia, il donarsi alla missione costituisce per il salesiano un'esperienza «mistica», e non solo un fatto attivistico esteriore. È «operando per la salvezza che il salesiano fa esperienza di Dio» (Cost 12). Quell'esperienza che altri fanno nel segreto della preghiera contemplativa, a lui viene partecipata mentre si spende nell'opera che Dio gli ha affidato. La sua contemplazione è presente nell'azione (cf. Cost 12), perché percepisce l'iniziativa dello Spirito negli avvenimenti e nelle persone, incontra Dio «attraverso quelli cui è mandato» (Cost 95). Così attingendo alla carità di Dio elabora il suo sistema educativo e pastorale (Cast 20) e costruisce come Don Bosco l'unità della sua vita fondendo ogni tensione in un progetto di servizio ai giovani (Cast 21).

In tal modo si avvera che «nel compiere la sua missione il salesiano trova la via della sua santificazione» (cf. Cost 2).

Abbiamo detto che la missione non è soltanto attività. Occorre aggiungere che non è neppure attività giustapposta ad un'interiorità comunque religiosa, ma slegata dal contenuto delle iniziative e dalle sue finalità. E invece il vivere collegato a due poli: il Signore che ci invia e i giovani a cui ci dobbiamo donare per essere «segni e testimoni dell'amore salvatore che Dio ha per loro» (cf. Cost 2). Tutto questo insieme di accenni può sviluppare una spiritualità di vita attiva tipicamente salesiana.

Conseguentemente il salesiano trova nello svolgimento della missione la sua «ascesi»: il suo cammino di purificazione e di perfezionamento, l'esercizio delle virtù.

A questo si riferisce la raccomandazione di Don Bosco: non penitenze straordinarie scelte a volontà, ma lavoro... lavoro. Infatti la missione richiede disponibilità costante, preparazione accurata, resistenza a scoraggiamenti e frustrazioni, mortificazione dei movimenti disordinati, rinuncia alla vita comoda. Lo esprime l'art. 18: «Il salesiano non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica; è pronto a sopportare il caldo e il freddo, la sete e la fame, le fatiche e il disprezzo, ogni volta che si tratta della gloria di Dio e della salvezza delle anime» (Cast 18).

La missione apostolica di cui si parla in molti articoli delle Costituzioni non è generica. Non è un'intenzione generale di fare il bene o un proposito vago di salvare le anime. Ha una fisionomia concreta. E questa concretezza apostolica è parte dell'identità della Congregazione. In questo capitolo dunque vengono precisati gli elementi caratterizzanti la missione, che diventano anche i punti di riferimento per l'unità di una prassi pastorale che non può disperdersi in una vaga molteplicità, dati i diversi contesti in cui si sviluppa.

Quali sono, dunque, gli elementi caratterizzanti la missione apostolica e l'azione pastorale dei salesiani? Il testo ne enumera quattro. A ciascuno di essi corrisponde una «sezione»:

- i DESTINATARI, cioè il campo, secondo l'espressione del primo sogno di Don Bosco, dove i Salesiani intendono giocare la proprie forze;

- il SERVIZIO 0 PROGETTO EDUCATIVO PASTORALE che i Salesiani intendono realizzare. Tra i medesimi destinatari si possono, di per sé, svolgere diversi servizi (clinico, di ricupero, educativo, catechistico...) che influiscono non solo sulle competenze, ma anche sula forma della comunità e sulla vita spirituale. 11 progetto qualifica la missione e appartiene dunque all'identità di un Istituto religioso;

- le ATTI VITA E OPERE attraverso cui i Salesiani preferiscono svolgere la loro missione, cioè gli strumenti e strutture operative in cui si è elaborata la prassi della Congregazione;

il SOGGETTO dell'attività pastorale, cioè coloro a cui essa viene affidata e che sono dunque corresponsabili del suo svolgimento.

I quattro elementi si corrispondono armonicamente. A determinati destinatari corrisponde un determinato progetto, cui sono adeguate certe attività e opere che esigono, a loro volta, un soggetto operante. Appare così una fisionomia pastorale piuttosto che scelte isolate. É il Sistema preventivo tradotto in termini operativi.

Diamo uno sguardo accurato all'insieme per cogliere la struttura del capitolo.

I° sezione: I DESTINATARI

·   I giovani: art. 26. 27. 28

·   Gli ambienti: art. 29

·   I popoli non ancora evangelizzati: art. 30

sezione. IL NOSTRO SERVIZIO EDUCATIVO PASTORALE

·   L'obiettivo globale e finale del nostro progetto: art. 31

·   Le diverse dimensioni del nostro progetto unitario: art. 32-37 - Educazione-promozione: art. 32-33

- Evangelizzazione-catechesi: art. 34. 36

- Esperienza comunitaria-associativa: art. 35 - Orientamento vocazionale: art. 37

·   Il metodo pedagogico pastorale: art. 38-39 - I principi ispiratori: art. 38

- La pratica: l'assistenza: art. 39

3° sezione. I CRITERI DI AZIONE SALESIANA

·   Il modello ideale: l'Oratorio di Valdocco: art. 40

·   Criteri per discernere attività e opere: art. 41

·   Le vie maestre della nostra azione: art. 42-43

- L'educazione e l'evangelizzazione: art. 42

- La comunicazione sociale: art. 43

4" sezione: I CORRESPONSABILI DELLA MISSIONE

·   La comunità salesiana: art. 44-46

·   La comunità educativo-pastorale: art. 47-48

La spiritualità del salesiano ha la sua fonte di energia e il suo modello in Cristo apostolo, si sviluppa e si percepisce nel suo impegno pastorale. Questo occupa tutta la sua giornata. Perciò non è possibile concepire la sua autenticità religiosa senza un riferimento concreto ai tratti che caratterizzano il suo lavoro apostolico.

I DESTINATARI DELLA NOSTRA MISSIONE

«Vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore e si mise a insegnare loro molte cose, (Mc 6,34).

La citazione è presa dal grande racconto della prima moltiplicazione dei pani (Mc 6,30-44), grande perché è rivelativo del potere messianico di Gesù e del suo stile concreto di intervento nella vita delle persone: percezione precisa del loro stato, condivisione profonda, anche emotiva, azione concreta di cambio.

Ma per affrontare più a tondo lo straordinario valore del segno di Gesù, si ricorderà la tradizione biblica cui si riconducono con tutta evidenza i tre motivi evangelici delle «pecore senza pastore», del «deserto (v. 35) e del «pane». A Marco e alla comunità cristiana, la folla attorno a Gesù nel luogo «deserto» appare come l'antico popolo, tormentato dalle insidie del cammino della vita, cui Dio intende far da pastore tramite guide storiche, Mosè anzitutto (Num 27,17), dando cibo abbondante (Es 16).

Ebbene Gesù, a seguito anche del grande annuncio messianico di raduno del popolo disperso (Ez 34), è il definitivo pastore di Dio, che interviene con totale partecipazione personale («lo conosco le mie pecore», annota Gesù, «una per una-»: Gv 10,14.3). Il suo «insegnare molte cose» non è un limitarsi a dire belle parole, quanto piuttosto comunicare alla gente la «parola di Dio», che è insieme la verità di Dio, il suo progetto del Regno e le potenti energie di vita che ne conseguono. Infatti Gesù che insegna, moltiplica in misura straordinaria il pane per ciascuno (v. 43). Anzi la sua cura pastorale emergerà in forma inaudita quando con l'Eucaristia, cui questo racconto prelude (cf. Mc 6,41), darà tutto se stesso come verità e pane.

In questa citazione risalta vigososamente la carità pastorale, che Don Bosco realizzò con esperienze concrete, nel momento primo e fondamentale dell'incontro del salesiano con i destinatari della sua missione,

pecore senza pastore», ossia «la gioventù povera, abbandonata, pericolante» (Cast 26).

ART. 26 I GIOVANI A CUI SIAMO INVIATI

Il Signore ha indicato a Don Bosco i giovani, specialmente i più poveri, come primi e principali destinatari della sua missione.

Chiamati alla medesima missione, ne avvertiamo l'estrema importanza: i giovani vivono un'età in cui fanno scelte di vita fondamentali che preparano l'avvenire della società e della Chiesa.

Con Don Bosco riaffermiamo la preferenza per la «gioventù povera, abbandonata, pericolante»,' che ha maggior bisogno di essere amata ed evangelizzata, e lavoriamo specialmente nei luoghi di più grave povertà.

ct. Ma XIV, 662

L'art. 26 introduce un blocco di cinque articoli che definiscono con chiarezza e linearità i campi dove i Salesiani intendono impegnare le proprie risorse. L'insieme della sezione ha due pregi: enuncia in maniera completa i destinatari; e, attraverso la struttura stessa della sezione e gli agganci interni degli articoli, fa emergere senza dubbi le priorità e le preferenze.

In particolare l'articolo stabilisce due elementi:

- la scelta di campo caratterizzante la missione salesiana: i giovani; - la preferenza: i giovani più poveri.

I giovani.

I primi destinatari sono i giovani. Essi da soli danno alla missione salesiana il suo volto originale, sebbene non completo. Senza di essi

tutti gli altri aspetti sono insufficienti. Don Bosco è principalmente il

«padre e maestro della gioventù». Le immagini più diffuse e più vere di lui sono quelle che lo rappresentano attorniato da ragazzi; senza i ragazzi è irriconoscibile. Con la priorità giovanile si collegano molti articoli delle Costituzioni che si riferiscono allo spirito, alla nostra consacrazione, alla nostra comunità.' Le Costituzioni stesse dovrebbero es

' C£. Cost 1. 2. 3. 14. 15. 19. 20. 21. 24. 61. S 1.

sere rifatte il giorno in cui i giovani non costituissero più la «porzione» e «l'eredità» pastorale dei Salesiani.

Il testo fa risaltare questa priorità senza pari attraverso tre elementi.

In primo luogo osserviamo la solennità della formula: «Il Signore ha indicato a Don Bosco i giovani... ». L'espressione ci riporta a precisi fatti storici, come il sogno dei nove anni e le sue ricorrenze nella vita del nostro Padre.'

In secondo luogo rileviamo l'espressione esplicita: i giovani sono i «primi e principali destinatari»; tutti gli altri destinatari hanno un riferimento ad essi e sono come colorati da questi. Si accenna infatti ai giovani quando si parla degli altri campi d'azione: presentando l'azione pastorale «verso i ceti popolari», si dice che essa «si armonizza con l'impegno prioritario verso i giovani» (Cast 29); presentando le «missioni», si rileva che «quest'opera mobilita gli impegni educativi e pastorali propri dei nostro carisma» (Cast 30); anche parlando della «comunicazione», si ricordano «le grandi possibilità che essa offre per l'educazione» dei giovani (cf. Cost 43).

In terzo luogo spicca il carattere assoluto dell'affermazione che sembra ricopiare la dichiarazione di Don Bosco: «Basta che siate giovani, perché io vi ami assai» (Cost 14). Non c'è bisogno di altre ragioni per un impegno giovanile.

Queste e altre simili indicazioni normative hanno origine e fondamento in quella convinzione espressa nell'art. 14 dove si afferma che lo speciale «dono di Dio che segna la nostra vocazione» è «la predilezione per i giovani», e che «questo amore, espressione della carità pastorale, dà significato a tutta la nostra vita». Senza i giovani, dunque, non ci sono presenze «qualitativamente» salesiane, e ciascuna nuova decisione in termini di iniziative o opere deve orientarci a diventare sempre più «specialisti dei giovani».

Essendo questo articolo fondamentale per la nostra identità, bisogna che non sfuggano le sfumature redazionali.

a Si veda il commento all'art. 14, dove sono citate molte espressioni di Don Bosco circa la sua convinzione sulla priorità della sua missione per i giovani (p. 171-176).

Si parla di «giovani», cioè di coloro che si trovano nell'età in cui ci si prepara, attraverso la maturazione bio-psicologica, l'assimiliazione della cultura e la qualificazione professionale, all'inserimento pieno nella società.

L'età giovanile si è allungata particolarmente, ma non soltanto, nelle società sviluppate. I Salesiani con le opere e le istituzioni precedentemente si sono collocati soprattutto tra i preadolescenti e gli adolescenti. Questa è una fascia da curare per quello che significa in termini di formazione umana, di evangelizzazione e di decisione vocazionale. Ma oggi, dati l'allungamento e le nuove esigenze della preparazione professionale, la giovinezza è ancora un «tempo di educazione e di preparazione alla vita». In essa si verificano fenomeni culturali e religiosi che interessano la formazione del giovane e spesso si manifestano forme di devianza da prevenire.

Toccherà a ciascuna Ispettoria il compito di determinare qual è la fascia che, secondo le condizioni sociali e culturali del proprio contesto, i Salesiani devono rafforzare: se quella adolescenziale (11-17 anni) o quella giovanile (18-25 anni).

Parliamo di «giovani». Il termine, nel suo significato collettivo di «gioventù,3 vuole esprimere che siamo attenti non soltanto a singoli individui, ma alla loro condizione collettiva. La gioventù in quanto tale è oggi campo di interventi da parte dei governi, dei mezzi di comunicazione, di istituzioni internazionali. A poco servirebbe l'azione sull'individuo se la condizione stessa della gioventù in senso sociale, culturale, educativo non venisse curata. Infatti il CG21 raccomandò insistentemente ai Salesiani che fossero «specialisti» della condizione giovanile.'

Ma con il termine «giovani» viene anche sottolineata una scelta: «Il nostro servizio pastorale si rivolge alla gioventù maschile» (Reg 3). Ciò vuol dire che le iniziative che assumiamo vogliono rispondere ai bisogni specifici che si rivelano in questo settore. Ciò vuol dire anche che se per ragioni pastorali lavoriamo in ambienti nei quali si incontrano ragazzi e ragazze, la nostra attenzione preferenziale e le proposte particolari che

a Don Bosco stesso usa il termine «giovani" in senso collettivo, per esempio nell'ari. 1 delle Costituzioni da lui scritte (Costituzioni 1875). Varie volte nei suoi scritti si trova anche il termine «gioventù».

° Cf. CG21, 'I 5alesiant evangelizzatori dei giovani; in particolare parte I: A giovani e la [oro condizione (nn. 20-30)

vanno più in là di un servizio generale, saranno pensate e programmate in vista dei ragazzi, affidando ad altre persone l'attenzione più accurata alle ragazze.

Questo vuol dire anche che ci sentiamo di gestire grossi ambienti o masse di ragazzi, mentre, riguardo alle ragazze, quando ragioni pastorali indicano come conveniente o necessaria la loro presenza, stabiliamo dei limiti: partecipazione nei gruppi, secondo interessi formativi, culturali, religiosi o sociali, in numero conforme alle urgenze.

Questa scelta è collegata sia alle nostre origini, sia al tipo di pedagogia di condivisione della vita che noi applichiamo, sia ai temi educativi in cui siamo specializzati: vocazione, lavoro, gioco, ecc.

Un elemento, infine, da non trascurare sono le motivazioni del nostro impegno a favore dei giovani, proposte dal testo della Regola.

La prima riguarda la loro vita: nell'età giovanile si fanno scelte fondamentali in base alle quali la vita prende una piega verso la pienezza o verso la frustrazione; l'amore ai giovani ci spinge ad aiutarli in questo momento delicato di crescita.

La seconda riguarda la società e la Chiesa: «I giovani preparano l'avvenire della società e della Chiesa». Questa motivazione apre un «tema» che sarà sviluppato in tutta la sezione e cioè la prospettiva sociale della nostra pastorale ed educazione.

Nella stesura dell'articolo si avverte la risonanza non solo della nostra tradizione, ma anche della parola del Concilio: «L'estrema importanza dell'educazione nella vita dell'uomo e la sua incidenza sempre più grande nel progresso sociale contemporaneo sono oggetto di attenta considerazione da parte del sacro Concilio Ecumenico».5

I giovani poveri.

Ma tra i giovani ci sono preferenze. La prima è per coloro che sono i più poveri: «Con Don Bosco affermiamo la preferenza per la 'gioventù povera, abbandonata, pericolante', che ha maggior bisogno di essere amata ed evangelizzata, e lavoriamo specialmente nei luoghi di più grande povertà».

GE, Introduzione

La povertà non ha limiti. Sempre, in qualche parte della nostra città, c'è uno più povero dell'ultimo che abbiamo conosciuto. E sempre c'è, in un ambito più grande, una situazione più miserabile di quella che nella nostra città sembra estrema. La «povertà» che si vede in certe città non sembra tale se la si paragona con gli «slums»; ma questi ancora non sono all'ultimo posto, se si considerano le tragedie della siccità, della fame, la situazione dei profughi che toccano popolazioni intere.

Inoltre quando Don Bosco formulò la sua preferenza non c'era nemmeno l'idea di quella che oggi viene chiamata la «povertà strutturale» cioè la povertà congenita ad una particolare situazione socioeconomica (provocata da essa stessa), dalla quale è possibile liberare singole persone in numero molto minore di quelle che le condizioni vanno producendo. Infatti gli scritti del tempo rivelano una speranza assoluta di porre rimedio alla povertà attraverso l'educazione.

Queste fugaci riflessioni servono per aiutarci a cogliere il senso della nostra scelta che non è di risolvere il problema della povertà, ma di rivelare, attraverso un segno «umano», il volto paterno di Dio.

Col triplice termine di gioventù «povera», «abbandonata», «pericolante» si comprendono tre forme di povertà sovente collegate fra loro.

- «Povera»- vuol dire carente di risorse materiali e di mezzi per svilupparsi.

- «Abbandonata»: esprime la mancanza di rapporti di sostegno: genitori, famiglia, istituzioni educative. Anche se questa forma di carenza è sovente collegata alla precedente, può esistere indipendentemente da essa.

- «Pericolante»: descrive la situazione di quei giovani esposti a pericoli che bloccheranno il raggiungimento di un'umanità matura e felice. Sono ragazzi «a rischio», che presentano cioè le «condizioni di debolezza» per cui soccomberebbero facilmente ai mali che li assediano quali la droga, la criminalità, il vagabondaggio, la disoccupazione.

Quali di queste tre forme di povertà preferire? Si deve giudicare in base al contesto sociale in cui si lavora ed alla concomitanza di altri criteri che le Costituzioni evidenzieranno .(cf. Cast 40-41); ma il primo articolo dei Regolamenti generali esprime questo ordine:

-- i giovani che a causa della povertà economica, sociale e cultu-

rale, a volte estrema, non hanno possibilità di riuscita: l'aspetto tipico di questa condizione è il fatto che essa spesso impedisce di vivere un'esistenza umana normale;

- i giovani poveri sul piano affettivo, morale e spirituale: è una povertà che tocca la persona nelle sue dimensioni profonde, per la mancanza di affetti fondamentali, di veri valori, di apertura a Dio;

- i giovani che vivono al margine della società o della Chiesa."

Una scelta non esclude le altre. Ci sono iniziative pastorali che sod• disfano contemporaneamente tutte tre le istanze.

Sottolineiamo la motivazione espressa dall'articolo: noi preferiamo i giovani poveri perché hanno «maggior bisogno di essere amati ed evangelizzati». Evangelizzare significa, più ancora che l'aspetto specifico dell'insegnamento catechistico, l'annuncio di una possibilità di salvezza in Gesù Cristo per i giovani, e l'esperienza dell'amore che li può aprire alla presenza di Dio nella loro vita.

Dalla preferenza per i poveri derivano due conseguenze operative: l'attenzione alle loro persone e l'insediamento geografico e sociale delle nostre attività e opere «nei luoghi di più grave povertà».

Tutto questo non è certamente facile. Ci muovono e ci sostengono due forze, una interna all'altra: anzitutto la carità di Cristo Salvatore («caritas Christi urget nos», secondo l'espressione di san Paolo), e poi la fedeltà a Don Bosco, che tante volte ha dichiarato che la Società salesiana è prima di tutto per i giovani più poveri.'

n Signore, che attraverso segni inequivoci hai indicato al nostro Padre i giovani

come primi e principali destinatari della sua missione, fa' che anche noi, chiamati all'identica opera di salvezza, riaffermiamo con il cuore e con le opere la medesima predilezione,

Cf. CGS, 39-44; 47-48; 181-182 ' Cf. CGS, 48

 

divenendo educatori attenti e disponibili dei giovani, che li aiutino a scoprire nella loro esistenza la Tua presenza salvatrice.

«I giovani poveri, abbandonati, pericolanti»

sentano nella nostra voce il Tuo annuncio di salvezza, e, accogliendolo con fiduciosa adesione, cooperino a realizzare le aspettative e le speranze

che l'umanità e la Chiesa ripongono nelle nuove generazioni.

ART. 27   I GIOVANI DEL MONDO DEL LAVORO 

I giovani degli ambienti popolari che si avviano al lavoro e i giovani lavoratori spesso incontrano difficoltà e sono facilmente esposti ad ingiustizie.

Imitando la sollecitudine di Don Bosco, ci rivolgiamo ad essi per renderli idonei ad occupare con dignità il loro posto nella società e nella Chiesa e a prendere coscienza del loro ruolo in vista della trasformazione cristiana della vita sociale.

La sollecitudine di Don Bosco.

Gli antecedenti storici di questo articolo risalgono alle prime Regole scritte da Don Bosco e si sono succeduti ininterrottamente in tutti i testi costituzionali fino al presente. I giovani artigiani e le opere in loro favore sono stati sempre elencati in seconda posizione, subito dopo i giovani bisognosi di insegnamento catechistico, a cui si provvedeva con l'oratorio festivo.

Nella memoria storica con cui introduce il primissimo testo costituzionale Don Bosco racconta: «Molti di essi trovandosi affatto poveri ed abbandonati furono accolti in una casa per essere tolti dai pericoli, istruiti nella religione e avviati a1 lavoro».'

L'espressione costituzionale nasce dai fatti della vita del nostro Padre, registrati nelle Memorie dell'Oratorio: «In generale, scrive Don Bosco, l'Oratorio era formato da scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori e di altri che venivano da lontani paesi».2 La popolazione dell'Oratorio era così caratterizzata che l'anno 1842 si celebrò in esso la festa del muratore.3 «Il ragazzo sul quale si incominciò ad edificare l'opera morale e religiosa dell'Oratorio presenta questa carta d'identità: Bartolomeo Garelli, orfano, analfabeta, emigrante, manovale» 4

' Cf. Costituzioni della Società di San Francesco di Sales 1858-1875, a cura di F. MOTTO, p. 66 z CI. MO, 129

' Ivi, 130

° E. VIGANO, Missione salesiana e mondo del lavoro, ACS n. 307 (1983), p. 10

Ebbe origine così, come da un seme, un'impresa che già durante la vita di Don Bosco percorse tappe significative: i contratti di lavoro individuale, il pensionato per i giovani lavoratori che andavano ad imparare il mestiere fuori casa, i laboratori interni, la scuola di arti e mestieri con programma organico e completo.

La sollecitudine di Don Bosco per i giovani operai, chiaroveggente nelle intuizioni e persistente nel tempo, elaborò un insieme di inizitive, che diedero alla Congregazione un tratto originale di connaturalità col mondo del lavoro.

In primo luogo vanno ricordate le scuole professionali, un'istituzione educativa che, insieme all'oratorio festivo, appare come opera caratteristica della Congregazione salesiana. La lunga prassi di queste scuole portò ad elaborare una «pedagogia del lavoro» della quale in non poche regioni i Salesiani furono pionieri. Con questo tipo di opere e di pedagogia la Congregazione si inserì decisamente negli ambienti popolari ed entrò nella dinamica sociale di promozione di persone e di ambienti. Essa apparve, perciò, con una forte tinta «secolare», con capacità di intervento culturale e tecnico nei temi sociali di carattere popolare. Nacque in essa una figura di socio fortemente caratterizzata dalla preparazione professionale nell'area del lavoro, sebbene non rinchiusa in essa: il salesiano coadiutore.

Il lavoro entrò anche come caratteristica essenziale dell'ascesi della Congregazione («lavoro e temperanza»). E se è vero che Don Bosco intendeva per lavoro ogni occupazione apostolica, è vero anche che per la presenza abbondante di artigiani nella Congregazione il termine «lavoro» si caricò di risonanze pratiche e manuali, e insieme con la linea ascetica comportò la vicinanza congenita ad un mondo e ad uno stile di vita.

L'espressione «imitando la sollecitudine di Don Bosco» è dunque pregnante: la scelta di campo pastorale comporta tratti spirituali di identità.

La nostra sollecitudine oggi.

Quello che segue: «ci rivolgiamo ad essi per renderli idonei ad occupare con dignità il loro posto nella società e nella Chiesa e a prendere

coscienza del loro ruolo in vista della trasformazione cristiana della vita sociale», ci riporta al moderno fenomeno del lavoro, alle sue implicante collettive, a quel complesso di fenomeni, norme, modelli di rapporto e di vita che va sotto l'espressione «mondo o cultura del lavoro».5

Non si tratta primariamente di dare un mezzo di sussistenza materiale ai giovani, né di preparare mano d'opera qualificata per l'industria, ma di salvare la persona aiutandola ad assumere «con dignità», cioè con maturità umana e culturale e alla luce della fede, il proprio ruolo per la «trasformazione della società». I Salesiani, per una propensione innata, scelgono il mondo del lavoro come realtà da evangelizzare 6 e in essa attuano la loro preferenza giovanile.

Nel secondo capoverso dell'articolo sono espresse la motivazione e la definizione della nostra preferenza, piena di risonanze collettive e culturali.

Ma già il paragrafo precedente esprimeva la forma con cui la Congregazione assume oggi lo stesso impegno di Don Bosco. Gli artigianelli del secolo scorso sono diventati «i giovani che si avviano al lavoro e i giovani lavoratori». Si è allargata la visuale. Difatti molti fenomeni giovanili hanno luogo oggi dopo il periodo scolastico, e la formazione della mentalità culturale e cristiana si realizza nella militanza che si stabilisce attorno all'organizazzione del lavoro, oltre che negli anni della preparazione.

«Il guadagnarsi onestamente la vita» dei primi testi si è trasformato oggi in un'altra ragione: i giovani «incontrano difficoltà e sono facilmente esposti ad ingiustizie». Dietro questa espressione appaiono i grossi fenomeni di sfruttamento del terzo mondo (lavoro minorile, illegale e sommerso, selezione «ideologica», ' emarginazione della mano d'opera superflua e sfruttamento di quella assunta...) e i fenomeni tipici della società industriale. Una cosa è certa: i Salesiani non pensano che il lavoro si possa considerare soltanto in termini individuali e di prestazione d'opera: l'articolo è pervaso di una carità pastorale cha ha preso coscienza della dimensione collettiva e culturale che avvolge il tema educativo e promozionale del «lavoro» e dell'influsso che esso ha nella salvezza globale del giovane.

' Cf. ACS n. 307 (1983), p. 7-9. Si veda anche la Lettera Enciclica Leborem exercens di Giovanni Paolo Il, Roma 1981,

6 Cf. ACS n. 307 (1983), p. 13-19  

Signore Gesù,

durante i tuoi anni di Nazareth

hai voluto esser conosciuto come «il carpentiere» e hai provato nella tua persona le durezze del lavoro dell'operaio.

Insegnaci a comprendere e ad amare

i giovani del mondo operaio,

per guidarli nella loro preparazione alla vita e perché diventino tra i loro fratelli testimoni fedeli del Tuo Vangelo.

ART. 28   I GIOVANI CHIAMATI PER UN SERVIZIO NELLA CHIESA

Rispondendo alle necessità del suo popolo, il Signore chiama continuamente e con varietà di doni a seguirlo per il servizio del Regno.

Siamo convinti che fra i giovani molti sono ricchi di risorse spirituali e presentano germi di vocazione apostolica.

Li aiutiamo a scoprire, ad accogliere e a maturare il dono della vocazione laicale, consacrata, sacerdotale, a beneficio di tutta la Chiesa e della Famiglia salesiana.

Con pani diligenza curiamo le vocazioni adulte.

Non è questo l'unico articolo delle Costituzioni in cui si parla delle vocazioni. Si possono leggere, confrontandoli, anche gli articoli 37 e 109. La particolarità di questo articolo, collocato nel capitolo sui destinatari, è che esso presenta coloro che mostrano segni di vocazione come «campo» privilegiato di lavoro della Congregazione. Si ricollega in tal senso all'affermazione dell'art. 6 che enumerava sinteticamente i nostri principali impegni nella Chiesa: «Abbiamo una cura particolare per le vocazione apostoliche».

L'espressione costituzionale affonda le sue radici agli albori medesimi del carisma. Compare infatti per la prima volta nella redazione del 1860, al numero 5 del cap. I sotto il titolo «Scopo di questa Società»: «In vista poi dei gravi peticoli che corre la gioventù desiderosa di abbracciare lo stato ecclesiastico, questa Congregazione si darà cura di coltivare nella pietà e nella vocazione coloro che mostrano speciali attitudini allo studio ed eminente disposizione alla pietà».1 1 testo del 1875 diceva che «trattandosi di ricevere giovani per gli studi, si accolgano di preferenza i più poveri... purché diano qualche speranza di vocazione allo stato ecclesiastico».2

' Costituzioni 1860, 1,5 (cf. F. MOTTO, p. 76) 2 Costituzioni 1875, 1,5 (cf. F. MOTTO, p. 76)

Da allora l'accenno a questi «destinatari» non è mancato in nessuno dei testi costituzionali che si sono succeduti. L'articolo non fa altro che esprimere una delle preoccupazioni più costanti di Don Bosco, manifestazione della sua pienezza sacerdotale e del suo concreto senso di Chiesa: assicurare la possibilità di realizzare la propria vocazione a coloro che ne mostrano i segni e la volontà di seguirli. Sono note le affermazioni del nostro Padre: «Tutte le sollecitudini dei Salesiani e delle suore di Maria Ausiliatrice siano rivolte a promuovere le vocazioni ecclesiastiche e religiose».' «Ricordiamo che noi regaliamo un gran tesoro alla Chiesa, quando procuriamo una buona vocazione» .4

Il Signore chiama.

L'articolo si apre con una dichiarazione di fede: «II Signore chiama continuamente a seguirlo». Prima che al significato ministeriale si guarda al senso radicale della vocazione, quale appare nel Vangelo: «Li chiamò perché stessero con Lui» (Mc 3,14).

Alla varietà dei bisogni del suo popolo il Signore risponde con una ricchezza di grazia e con una molteplicità di doni, che Egli sparge con abbondanza tra i fedeli, Questa molteplicità e questa ricchezza convergono su una finalità: il Regno.

L'affermazione riflette e quasi ricalca quanto dice l'Apostolo: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune... vi sono diversità di doni ma uno solo è lo Spirito» (1 Cor 12, 7.4).

Questo fenomeno si rivela abbondantemente nel campo giovanile. 1 giovani fanno «scelte fondamentali per la loro vita» (Cost 26). Noi siamo convinti che motti di essi sono ricchi di disponibilità e di risorse spirituali. La nostra convinzione sgorga dall'esperienza e si ricollega ad una valutazione sovente espressa dal nostro Padre: un'alta percentuale di giovani che il Signore indirizza verso di noi ha disposizioni favorevoli ad assumere, se convenientemente motivati e accompagnati, una vo

' MB XVII, 305 ° MB XVII, 262

cazione di particolare impegno.' La convinzione di Don Bosco è stata richiamata da Giovanni Paolo II durante la sua visita alla Basilica di Maria Ausiliatrice nel 1980.1

Noi collaboriamo con il Signore.

Questa porzione di giovani, che presentano segni e disposizioni per la vocazione, costituisce per noi un campo di interventi e di iniziative pensate per aiutare a prendere coscienza, ad accogliere e sviluppare la chiamata del Signore. Il CG21 ci ricordava questo nostro campo caratteristico di azione e proponeva di «rivitalizzare concretamente (nell'atteggiamento e nelle iniziative) una delle componenti della nostra vocazione salesiana: il servizio attivo prestato alla Chiesa nel coltivare la vocazione di quei giovani che il Signore chiama alla vita sacerdotale e religiosa, ai diversi ministeri ecclesiali e all'impegno di leaders laici».'

Per Don Bosco espressioni concrete di questo impegno sono state l'offerta fatta ai Vescovi di curare seminari, e l'assunzione della cura specifica delle vocazioni in non poche parti, particolarmente nelle Chiese povere. Egli poteva scrivere all'Arcivescovo di Torino: «farmi che questa Congregazione dal 1848 a questo tempo ha somministrato non meno di due terzi del clero diocesano»!

Osserviamo che il testo parla di diverse forme di vocazioni nella Chiesa, corrispondenti alla varietà dei doni che il Signore distribuisce con larghezza (vocazioni laicali, consacrate, sacerdotali). In tutte queste forme l'accento è posto sulla «vocazione apostolica»: ciò comporta una particolare esigenza di discernimento e di formazione. Non si tratta solo di una prima offerta catechistica, ma delle forme più impegnate di testimonianza e di apostolato.

L'articolo si chiude con un accenno alla cura delle vocazioni adulte. Ciò mette in luce che la ragione fondamentale della scelta di questo campo non è la povertà, né la giovinezza, ma proprio il fatto vo

3 CL MB XI, 266

n Cf. «Tarino vivi in pace», LDC Torino 1980, p. 113 CG21, 110

" MB XVI, 91

cazionale. $ vero che per il nostro progetto di educazione integrale, per la presenza del maggior numero dei nostri confratelli tra i giovani, noi abbiamo uno sguardo del tutto particolare al campo giovanile anche in ciò che riguarda le vocazioni, ma il fatto vocazionale allarga la nostra preoccupazione e la nostra azione più in là. Vale la spesa a questo riguardo ricordare la preoccupazione di Don Bosco per le «vocazioni adulte», come a suo tempo venivano considerate, e il contributo che queste hanno dato alla Congregazione, particolarmente nelle missioni.

Finalmente l'espressione «a beneficio di tutta la Chiesa e della Famiglia salesiana» indica una scala di motivazioni.

La prima e principale ragione della scelta di questo campo in Don Bosco e in noi è l'amore per la Chiesa e il senso delle esigenze della sua missione storica. Le tre vocazioni - laicale, sacerdotale, religiosa - formano il suo tessuto e la dispongono ad ogni opera di bene. Rappresentano la sua possibilità di testimonianza e di presenza nelle realtà secolari, di servizio alla comunità cristiana e di testimonianza evangelica. Alla Chiesa va il nostro primo sguardo e verso di essa si rivolge la nostra principale preoccupazione.

Ma la Chiesa è composta di diversi carismi. La vocazione salesiana può essere scoperta e coltivata particolarmente da noi che abbiamo ricevuto già questa grazia dello Spirito e possiamo dunque scorgere i suoi segni e avere idea del suo sviluppo. Il tutto però è messo sotto il segno della risposta personale. La nostra azione non è reclutamento a favore della nostra «potenza», ma un aiuto a coloro che hanno ricevuto da Dio la grazia dello spirito salesiano, affinché si sentano accompagnati e incoraggiati nel corrispondervi.

Non deve sfuggire il significato che questa scelta di campo ha per la pedagogia e per la pastorale salesiana. Il saper guidare fino alla sua realizzazione una vocazione di impegno nei suoi aspetti spirituali e operativi è il culmine della pedagogia religiosa. Se il tema del lavoro riassumeva i contenuti e gli orizzonti dell'aspetto umanistico (formazione dei buon cittadino), la scoperta della vocazione cristiana e la sua coltivazione fino alla realizzazione piena rappresenta la sintesi e il punto più alto dell'educazione alla fede: la formazione del buon cristiano (cf. Cost 37).

0 Signore,

Tu semini la Tua Parola nel cuore degli uomini

e distribuisci con larghezza i doni del Tuo Spirito: rendici sensibili, nello stesso Spirito,

alla presenza di questi doni nei giovani che ci affidi,

perché sappiamo discernere in essi i germi della Tua chiamata e collaboriamo con Te a formare,

per la Tua Chiesa e per la nostra Famiglia, nuovi apostoli,

che aiutino i fratelli a crescere

come membra vive del Tuo Corpo Mistico.

ART. 29 NEGLI AMBIENTI POPOLARI

L'impegno prioritario per i giovani poveri si armonizza con l'azione pasto

rale verso i ceti popolari.

Riconosciamo i valori evangelici di cui sono portatori e il bisogno che hanno

di essere accompagnati nello sforzo di promozione umana e di crescita nella fede. Li sosteniamo quindi con «tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira».'

Dedichiamo la nostra attenzione ai laici responsabili dell'evangelizzazione dell'ambiente e alla famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano 2 e costruiscono il futuro dell'uomo.

Cast 1875, 1, 7 ' cf. GS, 52

Nel testo della Regola che uscì dalla penna di Don Bosco appare la preoccupazione per «gli adulti del basso popolo e specialmente nei paesi di campagna» (testo 1858).' Verso di essi Don Bosco si rivolgeva attraverso i canali propri del tempo e con una finalità precisa: «perciò i congregati si adopreranno di dettare esercizi spirituali, diffonderebuoni libri, adoperarsi con tutti quei mezzi che suggerirà la carità indu

striosa affinché si ponga un argine all'empietà e all'eresia ... ».1

I ceti popolari.

È interessante come prima cosa capire la portata sociale, culturale e religiosa di questo campo della missione salesiana. I ceti popolari sono l'insieme delle persone che vivono la condizione comune e che per il loro stato economico, sociale e politico, senza privilegi e senza preminenza, rappresentano la gente comune. Don Bosco rivolgeva lo sguardo alle «campagne» in un'epoca prevalentemente agricola, ma si preoccupava anche dei problemi emergenti nelle nuove società urbane. Ceto popolare allora si distingueva da ceto agiato o privilegiato, che aveva maggiori opportunità di educazione e sviluppo.

' Cf. Cos1ì1uzicrai 1858, 1, 5 (cf. F. MOTTO, p. 78) Ivi.

Chiariscono bene il senso dell'espressione i testi capitolari che parlano della collocazione «popolare» delle nostre presenze. Riferendosi alle parrocchie il CG2 i dice. «La parrocchia salesiana è popolare. Lo è a motivo della sua ubicazione, perché è preferibilmente inserita in ambienti popolari e popolosi delle grandi città; ... a motivo della sua apertura alla vita del quartiere: _partecipa ai problemi della gente umile con la quale vive e di cui condivide gioie e dolori, delusioni e speranze».3 Lo stesso CG21 afferma che la scuola salesiana è una «scuola

popolare per il ceto a cui si rivolge, per il luogo in cui si colloca, per i contatti che crea col popolo, per il tono e lo stile che adotta, per le specializzazioni che prende; e specialmente perché segue con amore gli ultimi»,¢

L'azione verso i ceti popolari non si giustappone e tantomeno si stacca dall'impegno prioritario verso i giovani, anzi si armonizza con esso. Cosa comporta questa armonizzazione? Richiede che nel nostro incontro con il ceto popolare sia ancora la gioventù la nostra caratteristica e la nostra specialità. Il ceto popolare è l'ambiente dove noi esprimiamo la priorità giovanile, il luogo sociale dove preferiamo trovare la gioventù. Accompagniamo il ceto popolare nello sviluppo di uno dei suoi valori più caratteristici: la famiglia, il senso della vita, i figli.'

L'atteggiamento del salesiano.

Enunciato il campo d'azione e l'esigenza di armonizzarlo con quelli che sono considerati «i primi e principali destinatari», l'articolo rivolge uno sguardo all'atteggiamento del pastore.

Il ceto popolare è portatore di valori culturali legati alla sua condizione: il lavoro, la famiglia, la solidarietà, la speranza in un futuro migliore, la costanza nella sofferenza.

Questi sono già valori evangelici. Ad essi si aggiunge la tipica religiosità popolare in un ambiente che percepisce la presenza del Signore

' CG21, 141

4 CG21, 131

s Sì veda CGS, 54, dove si parla di unità interna» tra la nostra missione giovanile e quella popolare.

nella storia e la esprime in una pietà e in una cultura pervasa di senso di trascendenza. «La religiosità del popolo, affermano i Vescovi latinoamericani a Puebla, è un patrimonio di valori che risponde con saggezza cristiana ai grandi interrogativi dell'esistenza. La saggezza popolare cattolica ha una capacità di sintesi vitale: coglie e fonde l'elemento divino e quelli umani, spirito e corpo, comunione e istituzione, persona e comunità, fede e patria, intelligenza e sentimento: è un umanesimo cristiano che afferma in forma radicale la dignità della persona come figlio di Dio, sancisce la fraternità fondamentale... e proporziona ragioni per la gioia e l'amore anche nel contesto di una vita molto dura».''

Questa doppia considerazione sul ceto popolare, carico di valori umani e di religiosità, determina l'atteggiamento fondamentale del salesiano, proveniente egli stesso dal ceto popolare: il salesiano riconosce la ricchezza umana ed evangelica del popolo, legge alla luce della storia della salvezza la situazione della gente e i semi di cui il popolo è portatore, sostiene gli sforzi comuni «con tutti i mezzi che la carità inspira». Il salesiano non lavora dunque dal di fuori per il ceto popolare, portando ad esso modalità di vita e benefici da altri settori, ma scopre in primo luogo quello che il popolo possiede come un patrimonio da assumere, da purificare e da sviluppare.

Alcune forme di intervento.

Dopo aver sottolineato l'atteggiamento fondamentale del salesiano impegnato tra i ceti popolari, le Costituzioni accennano ad alcune forme di intervento assai significative. La frase di Don Bosco, già citata,

che parla di «rulli quei mezzi che la carità cristiana inspira», sottoli

nea insieme l'ampiezza dell'intervento, che ha i confini della carità, e l'anima profonda che lo muove, che è sempre lo zelo pastorale, caratteristico del nostro spirito.

Ma il testo suggerisce dei campi specifici di azione, cui i Salesiani sono particolarmente sensibili, tenendo conto che il ceto popolare è una realtà collettiva e che influiscono nella sua formazione il territorio e le strutture familiari, sociali e politiche.

6 Documenti conclusivi Puebla, n. 448

Il testo sottolinea due forme d'intervento di maggior influsso nella formazione religiosa e culturale dei ceti popolari, che per altro rispondono alle preoccupazioni che mostrò Don Bosco:

- la cura dei responsabili dell'educazione ed evangelizzazione dell'ambiente: se è vero che l'ambiente è di estrema importanza per la formazione della persona, si comprende l'importanza di unire le forze e di interessarsi di coloro che hanno responsabilità educative nell'ambiente: genitori, insegnanti, assistenti sociali, ecc.: essi sono legati alla nostra missione e si attendono il sostegno della nostra animazione;

- l'attenzione verso la famiglia, «dove le generazioni si incontrano e costruiscono il futuro dell'uomo». L'importanza della famiglia per la crescita delle nuove generazioni è stata affermata dal Concilio e dal Sinodo dei Vescovi del 1980.' Per noi Salesiani la famiglia è componente essenziale della comunità educativa (Cf. Cost 47) e in vista di essa deve essere pensata e progettata la nostra pastorale.$

Si aggiunge l'impegno nel campo della comunicazione sociale (cf. Cost 6): non dimentichiamo l'attenzione data da Don Bosco alla stampa e alla diffusione dei buoni libri per l'educazione e l'evangelizzazione dei ceti popolari: oggi noi possiamo utilizzare mezzi anche più efficaci, come ci diranno più avanti le Costituzioni (Cf. Cost 43).

Signore Gesù, mite e umile di cuore, rendi anche noi compassionevoli come Te di fronte alle necessità del Tuo popolo.

Perché sappiamo scorgere nei Tuoi poveri i valori evangelici di cui li fai portatori, noi Ti preghiamo, Signore.

Perché sosteniamo i più umili e diseredati nel loro sforzo di promozione umana e nel loro impegno di crescita nella fede, noi Ti preghiamo, Signore.

Cf. GS, Parte II, cap. 1, cf. anche l'Esortazione apostolica Familiaris consortio di GIOVANNI PAOLO Il, Roma 1981

e CF. E. VIGANO, Appelli del Sinodo-80. ACS n. 299 (1981), p. 8

Perché dedichiamo una speciale attenzione alla famiglia e alle diverse generazioni

che in essa s'incontrano e si formano, noi Ti preghiamo, Signore.

Perché assicuriamo il nostro generoso sostegno a tutti coloro che sono impegnati

nell'evangelizzazione e nella promozione del Tuo popolo, noi Ti preghiamo, Signore.

ART. 30   I POPOLI NON ANCORA EVANGELIZZATI

 

I popoli non ancora evangelizzati sono stati oggetto speciale della premura e dello slancio apostolico di Don Bosco. Essi continuano a sollecitare e a mantenere vivo il nostro zelo: ravvisiamo nel lavoro missionario un lineamento essenziale della nostra Congregazione.

Con l'azione missionaria compiamo un'opera di paziente evangelizzazione e fondazione della Chiesa in un gruppo umano.' Questa opera mobilita tutti gli impegni educativi e pastorali propri del nostro carisma.

Sull'esempio del Figlio di Dio che si è fatto in tutto simile ai suoi fratelli, il missionario salesiano assume i valori di questi popoli e condivide le [oro angosce e speranze.'

cF. AG, 6

' cf. AG, 3.12.26

La premura di Don Bosco.

L'articolo parte da Don Bosco come gli articoli 26 e 27. La sensibilità missionaria è radicata nelle origini.

Molti elementi e fatti della vita del nostro Fondatore uniscono, senza soluzione di continuità, questo campo missionario agli altri in cui la Congregazione colloca le sue forze. Vogliamo fermarci su tre di questi fatti.

Il primo è il desiderio costante di Don Bosco di partire per le missioni, rinviato dietro consiglio del suo confessore.'

Il secondo è il carattere interamente missionario del suo stile pastorale, anche là dove si pensava vigesse ancora la «società cristiana». Questo suo stile missionario si manifestava soprattutto nella volontà di andare verso coloro che ancora non si riconoscevano nelle istituzioni ecclesiali: voleva «essere parroco dei giovani che non hanno parrocchia».2 Questo intento emergeva anche nello sforzo di portare la luce della fede all'interno dei temi secolari: la volontà di unire l'evangelizazione ad ogni forma di promozione lo portava verso istituzioni e ambienti non sempre vicini alla sfera del religioso. Anche senza muoversi da Torino, egli era missionario di anima e di stile. Si sentiva inviato.

' Cf. MB II, 203-204; cf, anche CGS, 470 z Cf. MB III, 197

Si può a ragione unire il fatto missionario alla nostra preferenza per i poveri, considerando che chi non ha ricevuto ancora l'annuncio del Vangelo è in uno stato di carenza più grave di chi manca di pane.

Il terzo fatto è la risposta immediata di Don Bosco di fronte all'apertura delle possibilità missionarie per la sua Congregazione. Con la prima spedizione (1875) vissuta all'Oratorio da Salesiani e giovani in clima di epopea, comincia una storia straordinariamente feconda: ci sono i sogni missionari, ci sono gli sguardi verso i continenti,3 ci sono le amicizie con i grandi missionari (Lavigerie, Comboni, Allamano), ci sono le spedizioni ininterrotte, congiuntamente di Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice; e c'è poi il fatto che alla morte di Don Bosco un 20% dei confratelli era «missionario» .1

La premura del nostro Padre per i popoli non evangelizzati conta su un'abondante documentazione di lettere, progetti, investimenti, prove e sogni che sarebbe lungo enumerare.

Un lineamento essenziale della Congregazione.

Tl tratto missionario non appartiene soltanto a Don Bosco come singolo, ma al suo carisma di Fondatore. Da lui è passato alla Congregazione come lineamento del suo volto spirituale e pastorale. Al negativo possiamo dire che senza il lavoro missionario la Congregazione verrebbe «snaturata», «sfigurata» e non soltanto impoverita. In essa non si potrebbe più riconoscere la Società salesiana come l'ha vista e voluta il suo Fondatore.

Questa affermazione, frutto. di una lunga riflessione, è stata ripetuta dai Capitoli generali. Così si esprime, ad esempio, il CG XIX: «La Congregazione salesiana... rivive l'ideale di Don Bosco, il quale volle che l'opera delle missioni fosse l'ansia permanente della Congregazione, in modo tale da formare parte della sua natura e del suo scopo. Riafferma dunque la vocazione missionaria della Congregazione salesiana... e intende che come tale si presenti ufficialmente presso gli enti ecclesiastici oltre che davanti ai suoi soci e cooperatori»,5

' CF. ACS n. 297 (1980), p. 20-23

4 Cf. CGS, 471

' Atti CGXfX, Doc. XVIII, ACS n. 244 (1966), p. 178-179

Le conseguenze pratiche di questo lineamento si diramano su molteplici versanti, Ciò vuol dire che una porzione rilevante di uomini, mezzi e iniziative della Congregazione si devono rivolgere alla diffusione del Vangelo tra i popoli a cui questo non è ancora arrivato. Significa, inoltre, che la Congregazione riceve e si impegna a sviluppare la vocazione di coloro che si sentono chiamati a questo eminente servizio. Ma vuol dire anche che la vocazione salesiana, come tale, è aperta sugli orizzonti missionari. In tal senso tutti i membri della Società salesiana sono a loro modo missionari. Tutti alimentano nel loro cuore la sete dell'espansione del Regno fino all'estremità della terra. Tutti sono «missionari», nel senso specifico inteso in questo articolo,,' secondo lo stile di Don Bosco, nel posto dove svolgono la loro opera; e anche quelli che non si dedicano al lavoro diretto delle Missioni offrono la loro collaborazione secondo le proprie possibilità: preghiera, interesse, parola, azione.'

Le missioni salesiane.

La seconda parte dell'articolo (secondo e terzo capoverso) viene dedicata a collegare la realtà delle Missioni, come si presenta nei documenti del Concilio, con l'identità pastorale salesiana. Hanno le Missioni salesiane qualche ricchezza particolare proveniente dal carisma?

«Fine specifico di questa attività, dice il decreto 'Ad gentes',8 è l'evangelizzazione e l'impiantazione della Chiesa nei popoli e gruppi in cui ancora non ha messo radici. Così dal seme della Parola di Dio crescono Chiese autoctone particolari...». Questo è tipico di tutte le Missioni.

Nel caso dei Salesiani questa finalità mette in attività e fa emergere la capacità educativa e le caratteristiche giovanili del loro carisma. L'originalità carismatica non si perde nella finalità generale, ma dà a questa un colore e una peculiarità sua propria. Una Missione «sale-

«Missionario» e qui inteso nel senso specifico di apostolo dedicato all'impegno di annunzio del Vangelo nelle Missioni »ad gentes»; non nel senso pi$ ampio utilizzato quando si parla dei Salesiani «missionari dei giovani».

' Nel testo delle Cos:ifuzioni 1972 leggiamo: Tutti i Salesiani, anche quelli che non si dedicano al lavoro specifico missionario, collaborano secondo le loro possibilità alla venuta del Regno universale di Cristo» (art. 15).

e Cf. AG, 6

 

siana», cioè, nel suo sforzo di formare il nucleo primo del popolo di Dio, lascerà nella Chiesa nascente il marchio della sensibilità del carisma di Don Bosco, soprattutto per l'educazione delle nuove generazioni e per l'interesse ai problemi giovanili. Abiliterà la Chiesa che sta nascendo ad essere luogo di incontro e di dialogo sulla fede e sui valori tra le generazioni. In tal modo le Missioni non sono per noi un'«opera» tra le molte altre che realizziamo, ma sono la punta d'avanzata di tutto il carisma di Don Bosco, che offre, insieme con il messaggio evangelico, lo spirito, la missione, il metodo educativo e le opzioni preferenziali della Congregazione.

Ma la Missione salesiana ha altre due caratteristiche: lo sforzo di inculturazione e l'impegno di radicazione in mezzo al popolo. Il salesiano missionario non si presenta come uno che viene a portare dall'esterno un «messaggio» religioso, ma come colui che testimonia il Vangelo di Cristo assumendo i valori del popolo e condividendo le sue angosce e speranze." La Missione non finisce quando la Chiesa è stata piantata. La Missione salesiana è anche l'inserimento di un carisma particolare in una Chiesa per arricchirla. Quando il primo lavoro di fondazione è concluso, il carisma rimane per offrire la sua originalità nell'insieme di una comunità già formata.

L'esempio che si pone davanti è di nuovo il Figlio di Dio, che per l'Incarnazione si fa in tutto simile agli uomini. Egli è modello, criterio e ascesi per il singolo missionario chiamato a farsi «in tutto simile ai fratelli che evangelizza». Ed è un'indicazione anche per la Congregazione il cui volto missionario richiede che essa diventi veramente polinesiana, europea, americana, africana o asiatica a seconda del luogo dove il Signore la chiama a fiorire.

Perché i missionari salesiani,

inseriti con umile amore nei popoli cui sono inviati, si dedichino con fede e coraggio

all'opera di paziente evangelizzazione di questi popoli, preghiamo.

Cf. AG, 11.12; cf. anche CGS, 468

Perché diano la prova

di una carità squisitamente salesiana, prendendo cura dei poveri e dei sofferenti, dei giovani e delle vocazioni, preghiamo.

 

Perché sull'esempio del Figlio di Dio

che si è fatto in tutto simile a noi suoi fratelli, i missionari salesiani

assumano i valori dei popoli che evangelizzano e condividano le loro angosce e speranze, preghiamo.

 

Fa', o Signore,

che la nostra Congregazione non perda mai

quello slancio missionario che fu proprio dei suoi inizi,

e concedi a tutti i Salesiani,

specialmente ai missionari, il dono di farsi tutto a tutti,

perché giunga a tutti l'annunzio del tuo Regno.

IL NOSTRO SERVIZIO EDUCATIVO PASTORALE

«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19).

Il contesto della citazione evangelica è noto. In un giorno di festa, nell'ambito della liturgia, quando risuona al popolo la Parola di Dio (nel caso concreto Is 61,1-2), carica di liberazione messianica, Gesù afferma perentoriamente, e non senza suscitare scandalo (Lc 4,23), che tale promessa si realizza nella sua missione (4,21). Ogni servizio all'uomo per un cristiano ha un solco prefissato, quello dì Gesù, e non senza gli ostacoli subiti da Gesù (4,28s).

Ciò che Gesù ha detto è stato definito il suo 'manifesto', che unisce insieme la causa e la forza profonda del suo essere ed agire (lo Spirito del Signore), l'autenticità e fecondità della sua missione (consacrazione con l'unzione), i contenuti della stessa missione che sono le novità di vita portate dal Regno di Dio. Come nelle Beatitudini (cf. Mt 5, 3-12; Lc 6, 2026), cui queste sono parole equivalenti, al centro sta l'evangelo ai poveri, che porta con sé la liberazione da ogni situazione umanamente impossibile. Con Gesù, in sintesi, sì apre l'anno di grazia, il giubileo della redenzione, la riconsegna della libertà all'uomo, figlio di Dio (cf. Lev 25, 8-55).

Noi sappiamo come il 'manifesto' di Gesù si è fatto in Lui prassi costante, per cui Egli continua oggi con l'incomparabile esempio della sua vita (cf. Atti 10,38). Tutto ciò che è bene per l'uomo, dal punto di vista di Gesù Cristo, sotto il profilo della promozione integrale, si direbbe in termini moderni, è voluto da Dio e quindi dai discepoli di Cristo, con la purezza delle sue finalità, la tenerezza dei suoi interventi, la concretezza delle sue azioni. È quanto Don Bosco ha vissuto e detto, e quanto in questa sezione del cap. IV, a partire dall'art. 31, le Costituzioni riformulano come manifesto educativo pastorale per noi.

ART. 31 LA PROMOZIONE INTEGRALE

La nostra missione partecipa a quella della Chiesa che realizza il disegno salvifico di Dio, l'avvento del suo Regno, portando agli uomini il messaggio del Vangelo intimamente unito allo sviluppo dell'ordine temporale.'

Educhiamo ed evangelizziamo secondo un progetto di promozione integrale dell'uomo, orientato a Cristo, uomo perfetto.2 Fedeli alle intenzioni del nostro Fondatore, miriamo a formare «onesti cittadini e buoni cristiani».3

' cf. EN, 31

' cL GS, 41

3 Piano di Regolamento per l'Oratorio, 1854 (MS 11, 46)

La struttura di questo articolo, oltre che semplice, è molto chiara. Ci sono due «nuclei» da approfondire: la nostra missione è partecipazione alla missione della Chiesa; essa porta con sé l'originalità pastorale del nostro contributo carismatico.

Partecipazione alla missione della Chiesa.

Missione è un termine teologicamente inesauribile. Viene utilizzato per indicare il compito redentore del Figlio di Dio adempiuto in unione di amore e di ubbidienza al Padre. Così leggiamo nel decreto conciliare «Ad gentes»: «Dio, al fine di stabilire la pace, cioè la comunicazione intima tra gli uomini e di realizzare tra gli uomini stessi, che sono peccatori, un'unione fraterna, decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia, inviando il suo Figlio... Infatti Gesù fu inviato al mondo quale autentico Mediatore».'

Anche allo Spirito Santo viene applicato il termine di Inviato, e con ciò si sottolinea tanto la sua unione col Padre e col Figlio, quanto la sua natura di dono di Dio per gli uomini. «La Chiesa vive nel tempo... e dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo deriva la propria origine».2

' AG, 3

=AG, 2;ci'.LG,3e4

 

Questi riferimenti mettono in luce come la missione della Chiesa sia di origine divina. Essa si presenta chiaramente finalizzata alla salvezza dell'uomo, la quale comprende molteplici aspetti e azioni diverse. Tra le principali, che in certa maniera comprendono anche le altre, si devono enumerare: quella di suscitare la fede e di concorrere a far maturare in essa le singole persone, affinché «credendo in Gesù Cristo si salvino; quella di formare la comunità dei credenti, la Chiesa, che deve essere segno e strumento del Regno di Dio, iniziato già in questo mondo; e quella di trasformare con la forza del Vangelo l'ordine temporale, poiché la salvezza ha un carattere storico e totale: comincia in questo mondo e comprende tutto l'uomo, la natura e la storia. «La Chiesa, che è insieme `società visibile e comunità spirituale', cammina con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio».3

A questa appassionante e complessa finalità si indirizza il triplice ministero della Chiesa, che è partecipazione alla potestà redentrice di Cristo: l'annuncio della Parola (profezia), la santificazione, il servizio di governo.

A questa missione partecipano tutti i membri della Chiesa in modo differenziato, secondo i carismi con cui lo Spirito arricchisce costantemente i fedeli.

I religiosi lo fanno a titolo del tutto singolare per la natura della loro vita: c'è tra la vita religiosa e la Chiesa, mistero di comunione degli uomini con Dio e fra di loro, un rapporto eminente di segno e di testimonianza. Così lo esprime la Costituzione «Lumen gentium»: «Siccome i consigli evangelici, per mezzo della carità alla quale conducono, congiungono in modo speciale i loro seguaci alla Chiesa e al suo mistero, la loro vita spirituale deve pur essere consacrata al bene di tutta la Chiesa. Di qui ne deriva il dovere di lavorare sia con la preghiera, sia con l'opera attiva a radicare e consolidare nelle anime il Regno di Cristo e a dilatarlo in ogni parte della terra».4

GS  40

' LG, 44. Questo principio generale viene confermato in altri documenti conciliari, che presen. tano specifiche aree pastorali e che dedicano sempre ai religiosi e religiose qualche particolare accenno. Nel decreto Ud genIesu si rileva e si chiede 1' intervento e la partecipazione dei religiosi alla prima evangelizzazione e alla formazione delle giovani Chiese (cf. AG, 40). Nel decreto JInrer mirifica si donianda la loro collaborazione per lo sviluppo dell'apostolato attra

occorre rilevare che la partecipazione dei religiosi alla missione della Chiesa assume forme svariate secondo l'originalità carismatica.

La Chiesa non è un insieme di cellule perfettamente uguali con funzioni identiche, ma una comunione organica con diversità di componenti e varietà di ministeri. I limiti di novità di queste componenti sono imprevedibili. Gesù Cristo, il Salvatore di tutti i tempi e di tutti gli uomini, ha possibilità illimitate di manifestazione e lo Spirito ha capacità infinite di iniziativa salvifica e creatività.

La Chiesa ha bisogno di molteplici forme e canali per mettersi in dialogo con tutto l'uomo e con tutti gli uomini e per rivelare il disegno globale di salvezza. Il decreto «Perfectae caritatis» fa notare l'origine e la finalità di questa varietà: «Per disegno divino - dice il Concilio -- si sviluppò una meravigliosa varietà di comunità religiose che molto ha contribuito a far sì che la Chiesa non solo sia ben attrezzata per ogni opera buona e preparata al suo ministero per l'edificazione del Corpo di Cristo, ma attraverso la varietà dei doni dei suoi figli appaia altresì come una sposa adornata per iÌ suo sposo e per mezzo di essa si manifesti la multiforme sapienza di Dio».s

Tutto questo ci fa comprendere più a fondo il significato del primo capoverso dell'articolo, che esplicita quanto era già stato accennato nell'art. 6 e nella stessa formula della professione (cf. Cast 24).

Il nostro contributo carismatico.

Nell'enunciazione della missione della Chiesa, cui noi partecipiamo, è interessante rilevare che, dopo un'espressione onnicomprensiva: «realizzare il disegno salvifico di Dio, l'avvento del suo Regno», si esplicita: «portare agli uomini il messaggio del Vangelo intimamente

verso i mezzi della comunicazione sociale. Nella dichiarazione aGravissimron educationis» si evidenzia la loro opera a favore dell'educazione della gioventù. Si potrebbe accennare anche ai punti della aEvange1ii nunriandi» e della 'Catechesi tradendae», in cui si invoca la partecipazione dei religiosi e religiose all'azione della Chiesa. 'Chi non considera l'apporto che essi (i religiosi) hanno dato e continuano a dare all'evangelizzazione? Grazie alla loro consacrazione religiosa, essi sono per eccellenza volontari, liberi per lasciare tutto e per andare ad annunciare il Vangelo fino ai confini del mondo. Essi sono intraprendenti... Li si trova spesso negli avamposti della missione e assumono i più grandi rischi per Ia loro salute e per la loro vita. Sì, veramente la Chiesa deve loro molto» (EN, 69).

5PC1

unito allo sviluppo dell'ordine temporale». La forza dell'affermazione non è nei due poli ormai classici e innegabili, ma nell'espressione «intimamente unito» che servirà di aggancio alla scelta pastorale dei Salesiani.

Il testo è evidentemente ispirato ad un grappolo di affermazioni del Concilio Vaticano II, tra le quali ne citiamo una: «L'opera della redenzione di Cristo, mentre per sua natura ha come fine la salvezza degli uomini, abbraccia pure l'instaurazione di tutto l'ordine temporale. Per cui la missione della Chiesa non è soltanto quella di portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche di animare e perfezionare l'ordine temporale con lo spirito evangelico» .1 Gli ordini temporale e spirituale, «sebbene siano distinti, tuttavia nell'unico disegno divino sono così legati, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una nuova creazione, in modo iniziale sulla terra, in modo perfetto alla fine dei tempi».7

Proprio da questa affermazione prende avvio la descrizione del contributo dei Salesiani alla missione della Chiesa, che viene espresso attraverso tre binomi paralleli: noi educhiamo ed evangelizziamo, secondo un progetto di promozione integrale dell'uomo orientato a Cristo; miriamo cioè a formare «onesti cittadini e buoni cristiani.

Si tratta di un'unica finalità che ha due aspetti, costantemente ribaditi da Don Bosco e mantenuti durante la storia salesiana: l'uno diretto alla promozione dell'uomo, l'altro esplicitamente all'educazione della fede. Questi appartengono a tutta la tradizione missionaria della Chiesa e, soprattutto, alla corrente spirituale dell'umanesimo religioso di san Francesco di Sales, tradotta in termini pedagogici. Sono note le espressioni con cui Don Bosco esprimeva concretamente le finalità della sua missione: «Guadagnare anime a Gesù Salvatore, fare del bene alla pericolante gioventù, preparare buoni cristiani alla. Chiesa, onesti cittadini alla civile società, e così tutti possano divenire un giorno fortunati abitatori del cielo».8

 

Aaa5

7 Ivi; cf. anche GS, 40. 42

A Questa formula così bella e riassuntiva, nella sua semplicità, si trova alla fine della presentazione del primo Regolamento dei Cooperatori Salesiani, 12 luglio 1876 (Al Lettore). Leone XIII in una memorabile udienza del 9 maggio 1884 diceva a Don Bosco: «Voi avete la missione di far vedere al mondo che si può esser buon cattolico e nello stessa tempo buono e onesto cittadina..." (MB XVII, 100).

Bisogna far notare che tra i due aspetti c'è una vera distinzione. infatti ci sono persone che si dedicano all'educazione e promozione senza aver direttamente in vista l'annuncio di Gesù Cristo. E viceversa.

Per i Salesiani però c'è un'effettiva compenetrazione tra i due aspetti. Ciò vuol dire che noi non concepiamo che si possa annunciare il Vangelo senza che questo illumini, infonda coraggio e speranza e ispiri soluzioni adeguate ai problemi dell'esistenza dell'uomo; e nemmeno che si possa pensare a una «vera promozione dell'uomo» senza aprirlo a Dio e senza l'annuncio di Cristo.

Tuttavia tra i due aspetti esiste anche una gerarchia. L'integralità è qualitativamente cristiana. L'aspetto primo e più importante, quello che illumina tutto, è il Vangelo. La nostra è una missione religiosa. Del suo Oratorio Don Bosco diceva che il cortile e i giochi erano come «il tamburo del saltimbanco», che servivano per attirare i ragazzi. Il cuore dell'Oratorio era il catechismo.

È interessante paragonare il binomio con cui si esprime l'unico obiettivo con altri binomi dello stesso genere, riferiti ad altre realtà, che troviamo sparsi nel testo della Regola: ricordiamo, ad esempio, il doppio inserimento, che le comunità curano, nella Chiesa e nel mondo (ambienti, istituzioni, quartiere, ecc.: cf. Cast 6-7); la doppia qualifica a cui i Salesiani vengono preparati, come educatori e pastori; la duplice figura di socio presente nella comunità, il sacerdote e il laico (c€. Cast 45); la doppia tipologia delle presenze, quella cioè dove emerge il carattere «educativo» e quella formalmente e istituzionalmente «pastorale» (cf. Cost 42).

Gli articoli che seguono svilupperanno questa affermazione. Ma è qui fondamentale rilevare la figura che domina tutto il progetto umanistico-cristiano: Cristo, Uomo perfetto. È il pensiero di fondo della «Gaudium et spesa: Cristo è la rivelazione di Dio ma anche la rivelazione dell'uomo, che scopre in Lui il senso vero della propria esistenza e della propria storia. Di tutti i testi conciliari vale la spesa riportare almeno uno: «Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, si fa pure lui più uomo»?

 

9 GS, 41; Merita di esser ricordato anche il passa della dichiarazione •Gravissìmum educationis», che così riassume il compito educativo : »L'educazione cristiana non comporta solo quella maturità propria dell'umana persona, ma tende soprattutto a far sì che i battezzati_ sì preparino a vivere la propria vita secondo l'uomo nuovo nella giustizia e nella santità della verità e così raggiungano l'uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo» (GE, 2).

Il cammino di educazione e di sviluppo temporale che proponiamo è già ispirato dall'evento di Cristo, che è concepito da noi in tutta la sua forza antropologica: l'Incarnazione ci indica le strade e i contenuti della pastorale. Ma il vertice è l'annuncio di Cristo, che porta con sé tutta la carica di dignificazione e di sviluppo, che non pensiamo debba rimanere «implicito» o elemento secondario, ma intimamente unito alla crescita dell'uomo.

Ciò è vero per ogni Istituto religioso, il cui contributo pastorale vale per la qualità originale del suo intervento. In una pastorale organica si chiede ai religiosi non di fare qualunque cosa di cui ci sia bisogno, ma di essere e di fare ciò per cui lo Spirito Santo li ha suscitati.

È questo un criterio di efficacia, una norma di partecipazione e un'esigenza di fedeltà dell'Istituto o Congregazione, chiamata a contribuire alla costruzione della Chiesa secondo il proprio carisma.

Ciò vale per la nostra Società, che partecipa alla missione della Chiesa con un suo specifico compito, in fedeltà a Don Bosco. Questo conforma tutta la vita del salesiano e il suo itinerario verso la santità. Si ritrova qui ciò che dicevano l'art. 3 della Regola e il n. 8 del decreto «Perfectae caritatis».

Rivolgiamo la nostra preghiera al Padre, che nel Cristo Risorto

ha dato alla Chiesa il suo fondamento,

per edificarla come segno e strumento della Sua salvezza, e che nello Spirito Santo

l'arricchisce di sempre nuovi carismi.

Ci hai fatto depositari di una missione specifica,

che nella comunione di spirito e di azione col Tuo popolo raggiunga e vivifichi le radici stesse

della persona e delle culture:

rendici docili ai segni dei luoghi e dei tempi,

nel distacco da noi e nell'adesione incondizionata al Vangelo.

Nel Signore Gesù ci hai rivelato il Tuo volto, e l'immagine dell'uomo perfetto,

corrispondente ai Tuo disegno di amore: rendici capaci di cooperare con Te

nel promuovere le persone in conformità al Tuo progetto con la nostra opera di evangelizzatori ed educatori.

Con l'esempio di Don Bosco

ci hai insegnato a cercare il bene totale dei giovani a noi affidati: rendici fedeli ai suoi insegnamenti, nel formare in essi dei buoni cristiani e degli onesti cittadini.

ART. 32 PROMOZIONE PERSONALE

Come educatori collaboriamo con i giovani per sviluppare le loro capacità e attitudini fino alla piena maturità.

Nelle varie circostanze condividiamo con essi il pane, promuoviamo la loro competenza professionale e la formazione culturale. Sempre e in ogni caso li aiutiamo ad aprirsi alla verità e a costruirsi una libertà responsabile. Per questo ci impegniamo a suscitare in loro la convinzione e il gusto dei valori autentici che li orientano al dialogo e al servizio.

Educatori.

La prima cosa da rilevare in questo articolo è l'espressione iniziale: «Come educatori». Educatori, educazione, educativo: sono termini che ricorrono costantemente e costituiscono una vera scelta nel servizio che noi intendiamo prestare e una caratterizzazione della Congregazione: definiscono un'area di lavoro, quella della promozione umana della persona; ma anche, e specialmente, uno stile di presenza e di guida, una modalità che configura la totalità dell'azione pastorale, incluso lo stesso annuncio del Vangelo.

«Don Bosco appare in faccia al mondo e alla Chiesa come un 'Santo Educatore', ossia uno che ha impegnato la sua santità nell'educazione».' Il suo impegno pastorale «si caratterizza per la scelta dell'educazione come area e modalità della propria attività pastorale».z

Anche del salesiano oggi si deve dire che non soltanto è apostolo o pastore dei giovani, ma educatore: un educatore che è simultaneamente apostolo, profeta e testimone del Vangelo. La sua caratteristica è quella di offrire il messaggio educativo in condizioni e con esperienze di apprendimento adeguate al soggetto, accompagnare la persona nel laborioso cammino di assimilazione delle proposte e dei valori ed aiutarla a crescere liberando tutte le proprie potenzialità.

E. VIGANO, li progetto educativo salesiano, ACS n. 290 (1978), p. 27 Ivi, p. 26

Scrive il Rettor Maggiore: «La pastorale di Don Bosco non si riduce mai alla sola catechesi o alla sola liturgia, ma spazia in tutti i concreti impegni pedagogico-culturali della condizione giovanile. Si situa all'interno del processo di umanizzazione... nella convinzione che il Vangelo deve proprio essere seminato li per portare i giovani ad impegnarsi generosamente nella storia.' Niente di quello che la persona si porta dentro è indifferente all'educatore. Se l'educazione è un aiuto allo sviluppo delle risorse personali affinché la totalità di queste abbiano piena fioritura e la persona raggiunga la maturità, l'educatore non selezionerà nel soggetto, per svilupparlo o trascurarlo, solo quello che interessa alla propria causa. Educare non è né abituare, né soltanto socializzare o inculturare. Il punto centrale di interesse nel processo educativo è la persona.

L'articolo assume una definizione personalistica di educazione: «Collaborare con i giovani per sviluppare le loro capacità e attitudini fino alla piena maturità». Tale definizione si ispira al n. 1 della Dichiarazione «Gravissimum educationis», in cui si legge: «La vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana... Pertanto i fanciulli e i giovani... debbono essere aiutati a sviluppare armonicamente le loro capacità fisiche, morali e intellettuali, ad acquistare gradualmente un più maturo senso di responsabilità nell'elevazione ordinata e incessantemente attiva della propria vita e nella ricerca della libertà».4 È chiaro che una tale visione dell'educazione, che ha come soggetto principale lo stesso giovane, l'educatore come aiuto, le risorse della persona come forza impellente, si distingue dal reclutamento per un'ideologia, e anche dal proposito da parte dell'educatore di plasmare la persona secondo la propria personale visione della vita.

Un itinerario di educazione.

Per questo sviluppo della persona fino alla maturità i Salesiani seguono un itinerario. 1 primo passo è quello di aiutare i giovani a liberarsi dai condizionamenti negativi, come i bisogni impellenti di abita

' ACS n. 290 (1978), p. 27 ' GE, 1

 

zione, famiglia e vitto. Delicatamente si accenna alle condizioni di «miseria» e si definisce l'aiuto come un «condividere» il pane piuttosto che darlo. L'espressione ci riporta ai nostri destinatari preferenziali, i giovani poveri, così come al triplice aspetto dell'opera di Don Bosco: l'azione di soccorso, di educazione, di pastorale, fuse nella suprema ragione della carità che vuole salvare la persona.5

A questo primo passo si aggiunge l'intervento costruttivo della preparazione al lavoro con cui i giovani dovranno inserirsi nella società, guadagnarsi la vita onestamente e sviluppare le proprie capacità.

Il fine dell'educazione non è però soltanto quello di dare al giovane un «mezzo» per guadagnarsi la vita o quello di preparare «mano d'opera» per la società. C'è un terzo passo importante: la formazione culturale. Per essa la persona sviluppa tutte le proprie possibilità, entra in contatto e valuta liberamente i significati, i valori e le realizzazioni costituenti la ricchezza ideale e il patrimonio reale delle diverse comunità umane e dell'intera umanità. La cultura è sapere, avere rapporti, convinzioni, norme espresse ed implicite, coscienza personale, senso di appartenenza, impegno sui diversi fronti della dignità dell'uomo. A ragione dice il documento dei Vescovi latinoamericani di Puebla: «Con la parola cultura si indica il modo particolare secondo il quale in un popolo gli uomini concepiscono e sviluppano il loro rapporto con la natura, tra di loro e con Dio».6 «La cultura comprende la totalità della vita di un popolo»

II processo educativo che parte dalla liberazione dai condizionamenti, si espande nella preparazione professionale, si approfondisce nell'acquisizione di una visione culturale, approda all'«apertura alla verità e alla costruzione di una libertà responsabile». Non sono questi passi successivi, ma hanno certamente un ordine gerarchico. Nella «formazione culturale», infatti, abbiamo il culmine della personalizzazione.

' D. Bosco, nel testo delle Costituzioni, esprimeva in questa forma il triplice aspetto dell'azione svolta a favore dei giovani bisognosi: «verrà loro somministrato ricovero, vitto e vestito; e mentre si istruiranno nelle verità della cattolica Fede, saranno eziandio avviati a qualche arte o mestiere (cf_ Costituzioni 1875, 1,4; F. MOTTO, p. 75).

Documenti conclusivi Puebla, n. 386

Ivi n. 387

È chiaro che l'educazione non viene vista come un semplice acquisire nozioni, assimilare norme o abituarsi a forme convenzionali di comportamento: essa punta al nucleo principale della persona. 1 termini sono stati scelti con cura. Alla verità soltanto ci si può «aprire»: essa non si fabbrica, né la si dà fatta, ma si offre all'attenzione e alla capacità di ricerca e di accoglienza del giovane. La libertà si «costruisce»: è una conquista, che si va consolidando a poco a poco, contro numerose alienazioni, mediante il dominio del proprio operare e della propria esistenza e mediante risposte generose ai richiami della verità e dell'amore. La maturità raggiunge la pienezza quando il soggetto assume e organizza armonicamente un quadro di valori che espandono la sua vita. Il CG21 esprimeva così questo quadro di valori: «Sul piano della crescita personale vogliamo aiutare il giovane a costruire un'umanità sana ed equilibrata, favorendo e promuovendo:

- una graduale maturazione alla libertà, all'assunzione delle proprie responsabilità personali e sociali, alla retta percezione dei valori;

- un rapporto sereno e positivo con le persone e le cose che nutra e stimoli la sua creatività e riduca conflittualità e tensioni;

- la capacità di collocarsi in atteggiamento dinamico-critico di fronte agli avvenimenti, nella fedeltà ai valori della tradizione e nell'apertura alle esigenze della storia, così da diventare capaci di prendere decisioni personali e coerenti;

- una sapiente educazione sessuale e all'amore che lo aiuti a comprendere la dinamica di crescita, di donazione e di incontro, all'interno di un progetto di vita;

- la ricerca e la progettazione del proprio futuro per liberare e convogliare verso una scelta vocazionale precisa l'immenso potenziale che è nascosto nel destino di ogni giovane, anche nel meno umanamente dotato»."

La lunga citazione serve per far vedere quanto di riflessione analitica sia contenuto sotto la scelta delle poche parole del testo costituzionale.

s CG2I, 90

Appartiene al tema educativo il modo di realizzare tutto questo processo e altri che verranno descritti negli articoli seguenti. L'educazione non si caratterizza per l'enunciazione dei valori che il giovane o l'adulto devono assimilare (questo è un contributo fondamentale della fede e anche della filosofia o teologia che servono da supporto), ma per la loro traduzione in strutture di apprendimento, proporzionate alla capacità di assimilazione dei soggetti concreti. L'arte educativa comporta una pedagogia.

L'articolo sottolinea alcuni aspetti di grande importanza.

- Il giovane è il protagonista del proprio sviluppo e dei processi che lo riguardano. L'educatore «collabora», «aiuta». Questo atteggiamento è dettato non soltanto dalla convenienza educativa, ma si radica nella fede di fronte al mistero che ogni persona porta dentro di sé e nella convinzione che tra le persone e Dio si svolge un misterioso dialogo di salvezza non manipolabile dall'esterno, dialogo che comprende non solamente i temi «religiosi», ma tutte le decisioni della vita.

- Di qui l'azione dell'educatore: essa si sviluppa attraverso le motivazioni, la crescita responsabile della libertà, la presentazione attraente dei valori. Quest'ultima espressione ci ricorda la massima di Don Bosco: Far rilevare e gustare ai giovani «la bellezza, la grandezza e la santità della Religione».9 Niente si radica nell'uomo come convinzione e come valore se non è visto nella prospettiva di risposta a bisogni profondi. Suscitare il gusto comporta sollevare domande, aiutare a formularle, accompagnare la ricerca, iniziare a esperienze valide.

- Ma per l'educazione non basta l'annuncio. La corrente utopica sembra convinta che una bella proposta ripetuta con frasi accattivanti produca atteggiamenti stabili, abiliti a comportamenti e radichi convincimenti. L'educazione invece sa che deve tradurre in itinerari di apprendimento i valori che enuncia o presenta. Perciò alla mobilitazione interiore che l'annuncio suscita si aggiunge l'impegno di costruire pazientemente «convinzioni» e di orientare verso l'azione o la pratica. L'educazione dunque non è solo accompagnamento, ma proposta cui

° Cf. G. BOSCO, Il Sistema preventivo nell'educazione della gioventù, cap. Il, Appendice Cost 1984, p. 239

servono di base e fondamento l'esperienza adulta dell'educatore, l'autorevolezza del quadro di valori che propone e che lui stesso vive, la qualità della guida che offre.

Come si configura questo ministero educativo? Siamo soltanto accompagnatori dall'esterno o persone che condividono con i giovani un'esperienza di crescita? Educatori professionisti o segni della vicinanza di Dio? L'educatore è un comunicatore: condivide una propria esperienza di umanità che si sviluppa nella ricerca e nell'adesione ai valori che propone: è come un padre che comunica energie di vita.

Invochiamo l'aiuto del Signore

perché ci conceda di corrispondere in modo pieno alla nostra missione educativa.

Perché nella consapevolezza

del nostro compito educativo, sappiamo offrire ai nostri giovani con generosità e competenza il pane del corpo e dello spirito, ti preghiamo, Signore.

Perché siamo capaci di aiutare i giovani ad aprirsi alla verità tutta intera e a costruire in essa la loro vera libertà, ti preghiamo, Signore.

Perché coltivando in noi stessi

il gusto profondo dei valori autentici umani e cristiani,

diveniamo capaci di trasmetterli agli altri, ti preghiamo, Signore.

Perché con il nostro aiuto

i giovani sappiano scoprire che la libertà si realizza

nell'amore e nel servizio degli altri, ti preghiamo, Signore.

ART. PROMOZIONE SOCIALE E COLLETTIVA

 

Don Bosco ha visto con chiarezza la portata sociale della sua opera.

Lavoriamo in ambienti popolari e per i giovani poveri. Li educhiamo alle responsabilità morali, professionali e sociali, collaborando con loro, e contribuiamo alla promozione del gruppo e dell'ambiente.

Partecipiamo in qualità di religiosi alla testimonianza e all'impegno della Chiesa per la giustizia e la pace. Rimanendo indipendenti da ogni ideologia e politica di partito, rifiutiamo tutto ciò che favorisce la miseria, l'ingiustizia e la violenza, e cooperiamo con quanti costruiscono una società più degna dell'uomo.

La promozione, a cui ci dedichiamo in spirito evangelico, realizza l'amore liberatore di Cristo e costituisce un segno della presenza del Regno di Dio.

La considerazione della portata sociale del nostro servizio è immediata. Non soltanto perché ogni intervento pastorale, anche solo religioso, si riferisce alla comunità degli uomini in cui ha luogo, assumendo necessariamente un risvolto sociale, ma anche per ragioni del tutto particolari, proprie del nostro carisma. Infatti è impossibile parlare di «presenza e segno nell'area della povertà» senza considerare le implicanze sociali, collettive di questa. Non possiamo lavorare validamente «per i giovani poveri e per i ceti popolari» senza costatare che la loro promozione individuale è legata inevitabilmente alla loro promozione collettiva. Ciò che è cambiato, rispetto a certe situazioni del secolo scorso, è il fatto che noi oggi non siamo soltanto davanti a dei poveri, ma davanti alla povertà come fenomeno globale e strutturale.

La nostra collocazione nel campo dell'educazione, inoltre, non può non prendere in considerazione la funzione che questa ha nei riguardi del sistema sociale, di conservazione o di trasformazione.

L'articolo ci offre quattro punti di riflessione:

L'accenno a Don Bosco (primo capoverso).

- Gli aspetti principali della nostra partecipazione alla trasformazione della società (secondo e terzo capoverso).

- Le ispirazioni fondamentali che guidano questi interventi (secondo e terzo capoverso).

- Il senso degli interventi nell'unità della missione.

Don Bosco.

L'accenno a Don Bosco è quanto mai opportuno e ricco. Sul senso sociale di Don Bosco si è scritto molto.' Sulla sua capacità di collocare il proprio intervento nella visione più ampia della trasformazione della società leggiamo: «La società che Don Bosco prospetta e di cui i suoi ragazzi sarebbero dei cittadini attivi è un ideale di società cristiana, costruita sui nuovi ideali dell'uguaglianza relativa, della pace e della giustizia, assicurata dalla morale e dalla religione. Così come la persona doveva essere buon cristiano e onesto cittadino, la società costruita dai suoi sforzi doveva divenire spazio di pace e di benessere e contemporaneamente stimolo alla fede e alla salvezza» 2

Prova della volontà di intervento di Don Bosco nell'area del «pubblico» sono le numerose visite a ministri per appoggiare l'educazione della gioventù, le sue valutazioni, conformemente alla mentalità della propria epoca, sui fenomeni sociali del tempo. Tutta la sua opera è stata da lui voluta come un progetto di risanamento sociale attraverso l'educazione della gioventù, che riteneva essere il vero «segreto» e la chiave del miglioramento dell'intera società.

D'altra parte egli fece sempre capire che «non faceva politica» nel senso che, essendo impegnato per il bene della gente umile, non si schierava né con il potere né contro di esso. La «politica del Padre nostro», che egli propugnava, significava dare alla gente, nella parola di Dio, nell'educazione, nei luoghi di aggregazione, ragioni, mezzi e motivi per vivere e per combattere pacificamente le proprie cause.

Cf. G. SPALLA, Don Bosco e il suo ambiente socio-politico, LDC Torino 1975, F. DESRAMAUT, L'azione sociale dei cattolici nel sec. XIX e quella di Don Bosco in «L'impegna della Famiglia salesiana per la giustizia, Colloqui di vita salesiana, LDC Torino 1976, p. 21-87; P. STELLA, D. Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), LAS Roma 1980 2 Cf. Progetto educativo pastoraleu, a cura di J. VECCHI e J.M. PRELLEZO, LAS Roma 1974, p. 81; cf. anche Esperienze di pedagogia cristiana nella storia, a cura di P. BRAIDO, LAS Roma 1981, p. 344-350; P. BRAIDO, Il progetto operativo di Don Bosco e l'utopia della società cristiana, LAS Roma 1982, p. 10. 21. 22-24

Aspetti del nostro impegno sociale.

Il secondo e terzo capoverso dell'articolo mettono in luce due aspetti della nostra partecipazione alla trasformazione della società.

Il primo è legato al nostro compito di educatori: in una società disuguale ci prendiamo cura degli ambienti bisognosi di promozione superando il concetto dell'educazione come vantaggio personale e favorendo dinamismi di cambio: «educhiamo alle responsabilità morali, sociali e professionali».

L'affermazione contiene un riferimento implicito a Don Bosco, sempre così sollecito di fare dei suoi giovani «onesti cittadini».

L'espressione dell'articolo, tuttavia, non rivela immediatamente tutto il suo contenuto; e, particolarmente per quanto si riferisce agli aspetti morali e professionali, potrebbe essere interpretata secondo una mentalità individualistica. Bisogna perciò domandarsi che significa oggi essere «onesti cittadini», in società spesso soggette all'ingiustizia, o in altre travagliate da problemi morali o in quelle in cui i diritti umani sono pubblicamente e impunemente lesi. Significa schierarsi in una lotta pacifica e coraggiosa per la giustizia, per creare un reale spirito di fraternità, per portare attenzione agli ultimi, per elevare la moralità pubblica. Affiora il bisogno di discernere la prospettiva generale della nostra educazione (mai individualistica) e di rivedere l'area particolare della formazione sociale, tanto raccomandata dal Magistero della Chiesa.

Il secondo aspetto è legato alla nostra qualità di religiosi: siamo chiamati a offrire una testimonianza radicale per la giustizia e la pace. Leggiamo negli Atti del CGS: «11 nostro impegno educativo per la giustizia nel mondo diventa credibile, nella misura in cui ogni salesiano singolarmente e ogni comunità a tutti i livelli sono autentici testimoni della giustizia».3 Sottolineiamo la particolare prospettiva di questo compito: la nostra testimonianza partecipa alla missione stessa della Chiesa in favore della giustizia e della pace. A tal riguardo, ricordiamo come le Encicliche dei Sommi Pontefici e i documenti del Magistero hanno ripetutamente stimolato i cristiani a un impegno attivo e con-

3 CGS, 70

vinto nel campo sociale.4

Certo, da parte nostra, dobbiamo evitare ogni verbalismo e accettare le dure esigenze di questo compito: occorre offrire al mondo prove concrete. Alcune indicazioni verranno date per noi negli articoli che riguardano le opere, la loro collocazione, il loro servizio.

Al compito educativo pastorale e alla testimonianza si aggiunge l'azione, espressa con due verbi: «rifiutiamo» tutto ciò che favorisce la

miseria, «cooperiamo» con coloro che costruiscono una società più degna dell'uomo. È un modo di agire più diretto. Nell'art. 7 si affermava che con la nostra azione pastorale vogliamo «l'avvento di un mondo più giusto e più fraterno in Cristo. Il CGS collega il primo aspetto - l'educazione - a quest'altro: «Si educa più per quello che si è che non con quello che si dice. La nostra missione per i giovani, soprattutto i più poveri, richiede alle nostre comunità un tipo di presenza e di atteggiamento globale verso i poveri stessi e verso il movimento (più o meno organizzato) con cui essi tentano di conquistare i loro diritti ad una vita più umana».5

Principi ispiratori di questi interventi.

Da dove sgorga il nostro impegno sociale e da che cosa viene regolato?

In primo luogo, come si diceva, dalla nostra qualità di religiosiapostoli.'> Lavorando per la giustizia nel mondo non ci allontaniamo dalla nostra missione religiosa. Questa comanda lo spirito e le intenzioni con cui compiamo tale sforzo e anche i comportamenti pratici sui quali ha riflettuto il CGS. Si chiede perciò che le parole e gli interventi

Si può vedere in dettaglio la dottrina della Chiesa sugli impegni sociali del cristiano nel Magistero degli ultimi Pontefici: le Encicliche Mater et Magistra (AAS 53, 1961, 401-464) e Pacem in terris (AAS 55, 1963, 257-304) di Giovanni XXIII; l'Enciclica Populorum progressio (AAS 59, 1967, 257-299) e la Lettera Apostolica Octogesima advenìens (AAS 63, 1971, 401-404) di Paolo VI; l'Enciclica Laboren exercens (AAS 73, 1981, 577-647) di Giovanni Paolo II. Si veda anche il Sinodo dei Vescovi del 1977 sull'impegno per la giustizia e la pace e le due Istruzioni della Congregazione per la Dottrina della Fede: Istruzione su alcuni aspetti della `Teologia della liberazione' (AAS 76, 1984. 876-877) e Libertà cristiana e liberazione (1986).

s CGS, 70

Sull'impegno sociale dei religiosi si vela, in particolare, il documento «Religiosi e promozione umana», pubblicato dalla Congregazione per i Religiosi e Istituti secolari nel 1980.

abbiano come sorgente e anima viva la carità del Cristo Salvatore; come motivazione le esigenze del Vangelo e la volontà di soccorrere Cristo stesso in coloro che soffrono ingiustizia; come scopo cooperare all'affermazione del Regno, animando l'ordine temporale con lo spirito del Vangelo; come stile quello di Don Bosco: una bontà dialogante che procede per le vie dell'amore.? Il nostro testo parla di spirito evangelico: questa indicazione ci rende estremamente esigenti nel nostro amore per la giustizia e per i poveri e allo stesso tempo ci vieta ogni atteggiamento che non sia ispirato all'insegnamento del Signore. Ricordiamo le parole forti dell'Apostolo: «Se do ai poveri tutti i miei averi, se offro il mio corpo alle fiamme, ma non ho amore, non mi serve a nulla» (1 Cor 13,3).

Il nostro impegno, in secondo luogo, poggia sulla comunione ecclesiale. In questo campo, come negli altri, non possiamo agire secondo la nostra fantasia né soltanto secondo la nostra spontanea generosità: inseriti nella Chiesa locale, partecipiamo alla sua azione con una preoccupazione di coerenza e di tempestività. Derivano da ciò alcuni comportamenti pratici, che ci limitiamo ad enumerare: muoversi quando la Chiesa locale si muove e non fare da forza frenante o da «franchi tiratori»; confrontare i propri criteri di intervento con quelli che la Chiesa propone; concordare, particolarmente se si attua in circostanze straordinarie o in società ad alto indice di conflittualità, i propri interventi con chi guida la Chiesa. Questo è importante perché le situazioni socio-politiche variano secondo i luoghi e i momenti storici; spetta alla Chiesa locale e in modo particolare ai suoi Pastori, determinare i comportamenti più opportuni."

Da questi principi deriva un terzo criterio: la nostra indipendenza da partiti politici e da ideologie di moda. La Chiesa, nella sua espe-

Cf. CGS, 77

a Sull'importanza della comunione ecclesiale nell'impegno per la giustizia e la liberazione si veda quanto dice l'Istruzione Libertà cristiana e Liberazione: aL'insegnarnento sociale della Chiesa è nato dall'incontro del messaggio evangelico e delle sue esigenze, che si riassumono nel comandamento supremo dell'amore di Dio e del prossimo e nella giustizia, con i problemi derivanti dalla vita della società... Esperta in umanità, la Chiesa attraverso la sua dottrina sociale offre un insieme dì principi di riflessione e di criteri di giudizio, e quindi di direttive di azione, perché siano realizzati quei profondi cambiamenti che le situazioni di miseria e di ingiustizia esigono, e ciò sia fatto in modo che contribuisca al vero bene degli uomini» (cf. n. 72) _

rienza, è giunta a distinguere le diverse possibilità che ha un laico da quelle di un religioso o di un pastore a riguardo degli interventi nell'area politica.

Tale esperienza è stata espressa in una norma canonica: «I chierici

• i religiosi non devono partecipare attivamente nei partiti politici né nella direzione di associazioni sindacali ...».9 Una distinzione chiarificatrice tra il pre-politico, il politico in senso largo, e lo specifico politico riguardante l'area della gestione del potere può giovare a collocare meglio l'intervento specifico di ciascuno.

L'indicazione dell'art. 33 va oltre il minimo obbligatorio del Codice

• chiede a noi Salesiani di essere coscienti che i valori del Regno contengono ed esprimono in forma universale ed efficace le energie di costruzione della società più di qualunque struttura politica, e di essere quindi fedeli alla nostra professione di testimoni della carità e della potenza di Cristo.

Possiamo sintetizzare tutto questo, dicendo che ciò corrisponde a un criterio globale salesiano, espressione dell'indole propria del nostro carisma. Don Bosco avrebbe voluto esprimerlo in un articolo, che per ben tre volte cercò di inserire nelle Costituzioni, come egli stesso attesta: «Io ero persuaso dell'importanza di questo (argomento), nel 1874, in cui si trattava di approvare i singoli articoli delle Costituzioni, cioè si trattava dell'ultima approvazione definitiva; presentando le Regole alla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari ve l'introdussi ancora, e nuovamente mi fu cancellato»,"> Erano altri tempi...; oggi i consultori della Sede Apostolica hanno accolto con particolare lode l'art. 33 del nostro testo!

Il criterio globale salesiano comprende i tre aspetti sopra indicati (missione «religiosa», «comunione» ecclesiale, indipendenza politica e ideologica) e li compone armonicamente in un atteggiamento tanto intensamente «pastorale» da evitare tutto ciò che può allontanare dalla gioventù e dalla sua educazione integrale; e, allo stesso tempo, porta a un atteggiamento di costruttivo dialogo con tutte le persone responsabili del bene comune, al di là della stessa loro fede religiosa.

CIC, can. 287 §2

'0 MB XIII, 265

 

ll Rettor Maggiore D. Luigi Ricceri, nella lettera che scrisse su «I Salesiani e la responsabilità politica», ricorda che nelle nostre attività dobbiamo «partire sempre dalla prospettiva della vocazione salesiana. Noi non possiamo perdere la nostra identità per assumere un tipo di attività che, anche se è cristiana, è però caratteristica di altre vocazioni.

Ci potrà pur essere tra i confratelli una distinta mentalità, un differente modo di apprezzare gli avvenimenti; ma il criterio che guida le decisioni pastorali e le prese di posizione, soprattutto comunitarie, sarà la prospettiva pastorale del progetto apostolico di Don Bosco: 'essere, con stile salesiano, i segni e i portatori dell'amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri'»."

Il senso dei nostri interventi.

L'ultimo capoverso dell'articolo riprende il tema dell'unità della nostra missione e mostra come tutto questo compito, apparentemente profano, è intimamente legato al compito di educazione della fede. L'unità è assicurata dalla coscienza del salesiano, guidata e illuminata da un riferimento fondamentale: l'amore liberatore di Cristo che si attua attraverso diversità di azioni. Qualunque cosa il salesiano faccia, quindi anche attraverso questi contenuti umani, vuole essere «segno e portatore dell'amore di Dio ai giovani». Ci sono due precisazioni interessanti: la prima afferma con discrezione che per chi si trova in situazione di ingiusta dipendenza e di miseria, l'opera di «promozione» prende necessariamente la forma di liberazione voluta da Cristo Salvatore; la seconda dice che tale opera è, nella sua consistenza umana, «trasparente»: è un segno attraverso cui il Regno può essere detto e mostrato. Il servizio di promozione «prepara la fede» di chi non l'ha ancora, stimola e sostiene la fede di chi già la possiede: l'uno e l'altro possono riconoscere nella dedizione di cui sono oggetto un segno della verità di Cristo che viene loro annunciato attraverso le opere.

" CF. L. RICCERI. •1 Salesiani e la responsabilità politica in ACS n. 284 (1976), p. 50

Preghiamo il Signore

che dilati gli spazi della nostra intelligenza

dia apertura universale alla nostra carità. 

Perché, lavorando con dedizione totale al bene delle persone a noi affidate,

sappiamo introdurle al senso del bene comune

le formiamo alle loro responsabilità personali e sociali, ti preghiamo, Signore. 

Perché nella nostra missione di religiosi ci impegniamo con costante fedeltà a collaborare con la Chiesa nel lavorare per la giustizia e la pace, ti preghiamo, Signore. 

Perché alla base di ogni nostro progetto e sforzo poniamo sempre la fede nella risurrezione di Cristo, sorgente della vita ed energia per il suo pieno sviluppo,

non cediamo al fascino delle ideologie

alle divisioni di partito,

ti preghiamo, Signore. 

Perché nello spirito evangelico,

con la forza dell'amore liberatore di Cristo, sappiamo rifiutare ogni ingiustizia e violenza,

siamo capaci di collaborare

con tutti gli operatori di giustizia e di pace, ti preghiamo, Signore.

ART. 34   EVANGELIZZAZIONE E CATECHESI 

«Questa Società nel suo principio era un semplice catechismo».' Anche per noi l'evangelizzazione e la catechesi sono la dimensione fondamentale della nostra missione.

Come Don Bosco, siamo chiamati tutti e in ogni occasione a essere educatori alla fede. La nostra scienza più eminente è quindi conoscere Gesù Cristo e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero.'

Camminiamo con i giovani per condurli alla persona del Signore risorto affinché, scoprendo in Lui e nel suo Vangelo il senso supremo della propria esistenza, crescano come uomini nuovi.

La Vergine Maria è una presenza materna in questo cammino. La facciamo conoscere e amare come Colei che ha creduto,' aiuta e infonde speranza.

.41E IX, 61

' cf. Ef 3,8.19 ' cf. Lc 1,45

La dimensione fondamentale della missione salesiana.

Nel progetto educativo pastorale salesiano c'è un aspetto centrale, che illumina e dà il colore a tutto l'insieme; esistenzialmente esso ci sta molto a cuore: è l'annuncio di Gesù Cristo e l'iniziazione al suo mistero. Nella successione dei vari aspetti, presentati nel capitolo, c'è conseguentemente una gerarchia: la dimensione che viene definita «fondamentale» è quella dell'evangelizzazione e della catechesi.

L'evangelizzazione è intesa come annuncio di Gesù e comprende tutte le forme che vanno dalla semplice testimonianza silenziosa che provoca domande, fino all'inserimento nella comunità cristiana e al coinvolgimento attivo nella sua missione.' Emergono in essa, come la parola stessa lascia capire, l'intenzione di suscitare la fede e la forma dell'annuncio di Cristo come proposta di salvezza.

La catechesi invece è la presentazione organica del mistero cristiano fatta a coloro che, avendo risposto positivamente all'annuncio,

' Cf. EN, 41-47

sono pervenuti ad una prima scelta di fede. La catechesi introduce in forma sistematica e completa nella comunità cristiana. È un aspetto o momento particolare del processo globale di evangelizzazione.2

Che il termine «evangelizzazione» venga adoperato oggi per indicare non soltanto il primo annuncio, ma tutto il processo di assunzione vitale del messaggio di Cristo e di conversione della mente e del cuore, rivela uno spirito: quello dell'apostolo, cosciente di proclamare una novità. Indica anche una modalità e uno stile per tutte le altre fasi: l'annuncio di Cristo va fatto e rinnovato nell'iniziazione cristiana e in ogni momento della vita.

L'espressione usata nell'articolo per evidenziare la dimensione evangelizzatrice e catechistica ci colloca sia come «missionari» verso coloro che non hanno mai conosciuto Cristo, ai quali non è stato presentato in forma sufficiente, o che lo hanno dimenticato; sia come «catechisti» tra coloro che crescono nella fede.

Definendo poi tale dimensione «fondamentale», il testo non intende sottolineare soltanto l'aspetto quantitativo dell'impegno, quanto piuttosto l'ispirazione di tutto il processo di educazione: il processo educativo è positivamente orientato a Cristo, nel cui Vangelo «troverà le sue motivazioni e le sue ispirazioni».3 La stessa formazione umana, descritta nell'articolo precedente, si ispira a motivi che provengono dalla fede, per cui il senso del dovere è «religioso», la socialità affonda le sue radici nella carità che viene da Dio; la moralità si basa su di un ordine naturale che è manifestazione della legge divina, ma molto di più sugli insegnamenti della fede. La sintesi educativa di Don Bosco è caratterizzata dall'anima religiosa e cristiana. Nell'integralità c'è dunque un «primum» in importanza, una dimensione fondamentale: il cuore religioso del giovane, che aspetta l'annuncio di Gesù che l'educatore non deve ritardare.

Ciò viene confermato nell'articolo da una frase di Don Bosco, che è ricavata dal cenno storico inviato dal nostro Fondatore al Vescovo di Casale, dal quale richiedeva lettere commendatizie per la sua Congregazione. Proprio in rapporto alle finalità che avevano guidato l'idea

Cf. CT, 18

' E. VIGANO, Il progetto educativo salesiano, ACS n. 290 (1978), p. 32

della fondazione Don Bosco scrive: «Questa Società era nel suo inizio un semplice catechismo che il Sac. Giovanni Bosco... cominciava in apposito locale annesso alla Chiesa di san Francesco di Assisi» 4 L'affermazione trova larghissimo riscontro nelle Costituzioni medesime e in altri scritti e presentazioni del nostro Padre.'

Educatori alla fede.

Che cosa comporta per noi l'assumere l'evangelizzazione e la catechesi come dimensione fondamentale della nostra missione? L'espressione che ci definisce, «educatori alla fede», dà la portata giusta a quanto si afferma nel primo capoverso.

Negativamente essa vuol dire che non siamo soltanto «predicatori» e nemmeno soltanto «catechisti» in senso stretto. Positivamente sottolinea la capacità di aprire i giovani alla fede attraverso diverse vie e modalità. Educare è far affiorare dal soggetto, attraverso proposte oggettive, le sue possibilità latenti, aprirlo a un mondo di valori e agli eventi della salvezza in modo che egli scelga proprio perché si sono attivate le motivazioni e il desiderio della fede.

Mentre viene valorizzato il momento specifico della catechesi, nell'articolo si afferma che in questo compito ci ritroviamo tutti senza eccezione, qualunque sia l'attività che ci tocca svolgere.

«Tutti e in ogni occasione» è una formula espressiva. Non c'è differenza di finalità né di compito tra coloro che fanno la catechesi e coloro che si dedicano all'insegnamento o alle discipline profane. La nostra vita non si spartisce tra le occupazioni profane, senza rilevanza cristiana, e quelle pastorali. Attraverso ogni rapporto, ogni attività sia cul-

·  MB IX, 61

5 Neil'art. 3 delle Costituzioni 1875 leggiamo: all primo esercizio di carità sarà di raccogliere giovanetti poveri e abbandonati per istruirli nella santa Cattolica religione, particolarmente nei giorni festivi» (cf. F. MOTTO, p. 75). $ significativa la seguente espressione riportata dal biografo di Don Bosco: a Alla scuola dì Don Bosco la scienza della salute dell'anima teneva il primo posto (MB III, 213; cf. MB XIV, 467). La preoccupazione catechistica di Don Bosco risalta poi mirabilmente dalle opere che egli ha scritto per la catechesi dei giovani e del popolo: sono più di trenta gli opuscoli scritti da Don Bosco a carattere catcchistico (si può vedere G. C. ISOARDI, L'azione catechstica di san Giovanni Bosco nella pastorale giovanile, LDC Torino 1974; P. BRAIDO, L'inedito «Breve catechismo pei fanciulli ad uso della Diocesi di Torino" di Don Bosco, LAS Roma 1979; N. CERRATO, La catechesi di Don Bosco nella sua Storia Sacra, LAS Roma 1979).

turale o ricreativa che specificamente religiosa, noi cerchiamo di mettere la fede al centro della vita.

Educare alla fede è comunicare vitalmente. Il primo sguardo, perciò, non è rivolto né ai contenuti né alla metodologia, ma alla Persona di Gesù Cristo, il Comunicatore perfetto: lo dice il testo con una frase carica di risonanze paoline: «conoscere Gesù Cristo sia la scienza più eminente; annunciare le insondabili ricchezze del suo mistero, la gioia più profonda» (cf. Ef 3, 8-19).

Che cosa è questa conoscenza di Cristo? È il tratto e la profondità del rapporto personale e quotidiano con Cristo; è la frequentazione della sua parola e del suo mistero; è il confronto dei problemi della vita personale e sociale con la sua visione; è lo studio accurato di tutto ciò che è necessario per poterlo comunicare ai piccoli. Esperienza personale e preoccupazione pastorale! Conoscenza e scienza! Evangelizzare e fare catechesi è rivelare « insondabili ricchezze»; educare alla fede è introdurre nel mistero di Cristo, salvezza del'uomo. Più che un «mestiere», è una gioia; più che un obbligo costituzionale, è un'inclinazione incontenibile.

Si riflette nel nostro testo una bella pagina della Esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi»: «Conserviamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare anche quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi, come lo fu per Giovanni Battista, per Pietro e per Paolo, per gli altri apostoli, per una moltitudine straordinaria di evangelizzatori lungo il corso della storia della Chiesa, uno slancio interiore che nessuno né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo che cerca ora nell'angoscia, ora nella speranza, ricevere la buona novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunciato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo».6

° EN 80

Camminare con i giovani incontro al Signore, accompagnati da Maria.

Dopo lo sguardo sulla persona dell'educatore alla fede, l'articolo descrive il suo ministero in termini educativi.

«Camminare con i giovani» non significa inculcare una credenza. Comporta almeno due cose. Anzitutto esige che l'educatore stesso avanzi maturando nella fede, spinto dalle sfide e dagli stimoli che gli vengono dalla situazione del giovane di fronte all'annuncio: comunicando la fede, la sviluppa.

D'altra parte «camminare con i giovani» vuol dire accettare il loro punto di partenza, i loro ritmi ed essere disposti a percorsi diversi. P - tutt'altro che svolgere un programma. San Paolo paragonava la comunicazione della fede alla generazione .7 Chi non accetta questa logica può ripetere delle formule, ma bisogna vedere se veramente suscita la fede nel dinamismo della vita.

L'obiettivo dell'evangelizzazione è l'incontro personale col Signore. Al centro della fede si colloca il rapporto con la Persona di Gesù. Attraverso questo incontro il giovane dovrebbe trovare un senso unificante per la sua esistenza, stabilire una fusione costante tra fede e vita, costruirsi una personalità nuova modellata su Cristo.

Sono tre le espressioni da meditare: condurre al Signore risorto, scoprire il senso della propria esistenza, crescere come uomini nuovi. La Dichiarazione «Gravissimum Educationis» esprime in forma simile la finalità dell'educazione cattolica: «Aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della propria personalità crescano anche secondo quella nuova creatura che in essi ha realizzato il battesimo».e

Nella nostra presentazione della fede, accanto a Gesù e formando parte del suo mistero, c'è sempre sua Madre. La santità giovanile, fiorita nel primo Oratorio, ci ha lasciato in una formula l'unione reale di queste due figure: «I miei amici saranno Gesù e Maria».9 L'articolo costituzionale sceglie di Maria tre aspetti, tra i molti che potrebbero essere riportati, che hanno particolare riferimento alla situazione del giovane: presenza materna, modello di fede, fonte di speranza.

Cf. Gal 4,19

a GE, 8

e G. BOSCO, Vita del giovanetto Savio Domenico, p. 20, cf. OE XI, p. 170

La maternità di Maria è ricordata nel senso generale della Costituzione «Lumen gentium»: «Nella sua materna carità Ella si prende cura dei fratelli del suo Figlio ancora pellegrinanti... alla nascita e formazione dei fratelli del suo Figlio... coopera con amore di Madre».1D Per i giovani l'accenno alla maternità di Maria ha un tocco del tutto singolare. In primo luogo suggerisce accompagnamento nella loro non facile crescita nella grazia; in secondo luogo dà il senso di una presenza sentita in una fase della vita esposta alla solitudine, allo scoraggiamento e alle prove; infine accenna a un modello di vita aperta a Dio, sulla quale modellare la propria esistenza.

Così Maria si rivela l'Ausiliatrice dei giovani in cammino incontro al Signore: «Colei che ha creduto, aiuta e infonde speranza».

Il Padre ha mandato il suo Figlio

a evangelizzare i poveri. Preghiamo che faccia di noi continuatori fedeli dell'opera di Cristo.

Perché sappiamo sempre considerare l'evangelizzazione e la catechesi

come l'aspetto centrale della nostra missione, ti preghiamo, Signore.

Perché tutti noi Salesiani,

in ogni occasione e situazione,

sappiamo aprire i giovani alla fede

e condurli alla persona del Signore Risorto, ti preghiamo, Signore.

Perché la scienza più eminente

sia per noi conoscere Gesù Cristo,

e la gioia più profonda

sia comunicare a lutti le insondabili ricchezze del suo mistero, ti preghiamo, Signore.

10 LG 62{,3

Perché siamo capaci di aiutare i giovani a scoprire nel Cristo e nel Vangelo il senso pieno della loro esistenza

a crescere come uomini nuovi, ti preghiamo, Signore. 

Perché ai nostri giovani

indichiamo nella Madre del Signore, prima credente e sostegno della Chiesa, il modello di ogni fede e di ogni servizio,

siamo capaci di condurli alla sua conoscenza

al suo amore,

ti preghiamo, Signore.

ART. 35   INIZIAZIONE ALLA VITA ECCLESIALE

 

Avviamo i giovani a fare esperienza di vita ecclesiale con l'ingresso e la partecipazione a una comunità di fede.

Per questo animiamo e promuoviamo gruppi e movimenti di formazione e di azione apostolica e sociale. In essi i giovani crescono nella consapevolezza delle proprie responsabilità e imparano a dare il loro apporto insostituibile alla trasformazione del mondo e alla vita della Chiesa, diventando essi stessi «i primi

e immediati apostoli dei giovani».'

AA, 12

Avviare all'esperienza ecclesiale: gruppi e movimenti.

La vita della Chiesa è vita di comunione profonda nella fede, nella speranza e nella carità. È anche vita di comunità visibile, nell'amore e nella comunicazione fraterna, nelle celebrazioni e nell'azione, sotto la direzione di coloro che sono chiamati a presiedere. È primariamente un fatto spirituale (comunione con Dio in Cristo), personale e comunitario: partecipazione alla costruzione del Regno. Ma è anche un'esperienza, che si coglie e si impara vivendola in prima persona, mentre si va sviluppando la conoscenza e la coscienza attraverso comunicazioni e approfondimenti.

Perciò il testo della Regola sottolinea, tra gli obiettivi che i Salesiani si propongono, quello di «avviare i giovani a fare esperienza di Chiesa»: questo esige di introdurli gradualmente nella comunità cristiana, fino a coinvolgerli e renderli partecipi della sua vita, in ciò che ha di più specifico, ossia nel testimoniare il messaggio di amore del Vangelo. Già è stato detto (cf. Cost 6, 13 e 31), e più ampiamente sarà spiegato in seguito (cf. Cost 44 e 4&), che la nostra missione, e quindi il progetto educativo e pastorale che la sostiene, è una missione ecclesiale e tende a costruire un'autentica comunità cristiana.

La proposta che i Salesiani fanno ai giovani, come cammino educativo per fare un'esperienza personale di Chiesa, sono i gruppi e i movimenti. Questi vanno annoverati tra gli elementi caratterizzanti l'educazione e l'evangelizzazione salesiana, tra le esigenze indispensabili del progetta'

1 E. VIGANO, Gruppi, Movimenti e Comunica giovanili, ACS n. 294 (1979), cf. p. 9-10

A riguardo dei gruppi c'è una storia che parte da Don Bosco e dal suo Oratorio. Scrive il Rettor Maggiore, in una circolare su «Gruppi, Movimenti e Comunità giovanili»: «La tendenza associativa, la vita di gruppo, l'aspirazione comunitaria è stata un'esperienza quasi spontanea nella vita del nostro santo Fondatore Don Bosco: un'inclinazione della sua indole naturalmente portata alla socialità e all'amicizia... Le industriose iniziative tra i ragazzi dei Becchi e dei paesi vicini, la Società dell'allegria nella scuola di Chieri, l'esperienza di comunanza e di amicizia nel seminario, contengono già in forma germinale l'apprezzamento e la premura per l'associazionismo, che si concretizzerà nella formula caratteristica delle Compagnie»-1 Don Bosco educatore esprimeva chiaramente il suo pensiero in una lettera circolare ai Salesiani il 12 gennaio 1876: «In ogni casa ciascuno diasi la massima sollecitudine di promuovere le piccole associazioni... Niuno abbia timore di parlarne, di raccomandarle, di favorirle e di esporne lo scopo... Io credo che tali associazioni si possono chiamare chiave della pietà, conservatorio della

moralità, sostegno delle vocazioni ecclesiastiche e religiose.'

All'intuizione di Don Bosco ha fatto seguito una prassi della Congregazione, che ha accompagnato l'evoluzione del tema nella Chiesa e che si è espressa senza interruzione in ciascuno degli ultimi Capitoli generali.4

A livello di comunione ecclesiale, si comprende il significato dei gruppi considerando che la Chiesa universale si concretizza e si rende visibile nelle Chiese particolari e queste si fanno presenti nelle loro comunità più piccole. In tal modo la comunione di vita e di amore che sgorga dal Cristo percorre un duplice movimento guidato dallo Spirito: dalla Chiesa universale alle Chiese particolari e da queste alle comunità più piccole; e, in senso inverso, dalle comunità minori alle Chiese particolari e da queste alla Chiesa universale. La comunione, poi, oggi non si esprime soltanto nelle strutture locali, ma, superando l'aspetto territoriale, si concretizza in associazioni unite da ideali cristiani condivisi e celebrati.

= CE. ACS n. 294 (1979), p. 7

' Epistolario, III, p. 7-8

° Per un approfondimento del tema, si veda 4La proposta associativa salesiana», Dicastero Pastorale Giovanile, Roma 1985

Per i giovani l'entrata nelle comunità ecclesiali più grandi può avere il rischio dell'impersonalismo, del ritualismo, dello scontro fra gli aspetti esterni e gli elementi costitutivi. L'esperienza della vita di gruppo costituisce una mediazione importante tra il singolo (rischio dell'individualismo e della solitudine) e la grande massa (rischio dell'anonimato), facendo maturare a poco a poco il senso di appartenenza.

Per questo i recenti Capitoli generali hanno fatto la scelta del. gruppo, «affinché le comunità possano veramente diventare evangelizzatrici, e perché il singolo possa efficacemente inserirsi nella comunità cristiana».5 Scorrendo i documenti capitolari e le successive indicazioni dei Superiori salesiani, si colgono alcune insistenze significative sul ruolo del gruppo nei nostri ambienti educativi:

Il gruppo rappresenta per il giovane l'ambiente più efficace per la costruzione di sé: il luogo in cui può crescere sul piano personale, affettivo e relazionale e scorgere soluzioni per i suoi problemi.

- Il gruppo diventa lo spazio più immediato per rispondere alla domanda sul senso e sulle ragioni della vita, che nell'età giovanile costituisce la ricerca più significativa.

- il gruppo offre uno spazio di creatività, in cui è possibile l'apertura al mondo sociale e al territorio, l'iniziazione ad un impegno di servizio, di condivisione e di partecipazione.

- Il gruppo è fondamentalmente il luogo privilegiato dove è.possibile offrire al giovane un'esperienza di Chiesa e di comunità dove si possono sperimentare i valori evangelici: «vieni e vedrai» (cf. Gv 1,39).

- Per questo il gruppo diventa uno spazio privilegiato per la ricerca e lo sviluppo della vocazione (cf. Cost 37).

Un proposito generale nostro, dunque, è quello di animare e promuovere gruppi e movimenti, e offrire questa esperienza al maggior numero possibile di giovani. Lo ricordava il Rettor Maggiore, nella citata circolare: 6 la riattualizzazione del Sistema preventivo oggi è legata concretamente alla promozione di iniziative associative dei giovani. Oggi può divenire una delle migliori espressioni della nostra «novità di

5 CGS, 321

CF. ACS n. 294 (1979), p. 9ss

 

presenza», in sintonia con il concetto di Oratorio», che è appunto alle origini del nostro carisma (cf. Cost 40).

È stimolante richiamare ciò che il Santo Padre Giovanni Paolo Il disse il 5 maggio 1979, indirizzandosi a numerosi ragazzi e giovani, convenuti a Roma per celebrare il 25° della canonizzazione di S. Domenico Savio, fondatore della «Compagnia dell'Immacolata»: «Voi vi attendete dal Papa una parola di orientamento e di incoraggiamento. (Ebbene il) suggerimento del Papa per voi e per quanti curano la vostra educazione umana e cristiana riguarda l'urgente bisogno di rinascita, avvertito un po' a tutte le latitudini, di validi modelli di associazioni giovanili cattoliche.

Non si tratta di dar vita a espressioni militanti prive di slanci ideali e basate sulla forza del numero, ma di animare delle vere comunità, permeate di spirito di bontà, di reciproco rispetto e di servizio, e soprattutto rese compatte da una stessa fede e da un'unica speranza.

Nell'adesione a un gruppo, nella spontaneità e nell'omogeneità di un cerchio di amici, nel costruttivo confronto di idee e di iniziative, nel reciproco sostegno, può stabilirsi e conservarsi la vitalità di quel rinnovamento sociale a cui voi tutti aspirate.

È (questo) un invito pressante che rivolgo a tutti i responsabili dell'educazione cristiana della gioventù» .7

Quali gruppi e movimenti.

Nel testo costituzionale non vanno trascurate due risonanze: il carattere educativo dei nostri gruppi e conseguentemente la molteplicità delle espressioni, con obiettivi opportunamente scaglionati, da quelli globalmente educativi a quelli specificamente ecclesiali.

Per il loro carattere educativo i gruppi, che noi animiamo, essendo proposti ai giovani nell'età della loro maturazione, approfittano dei loro molteplici interessi. Partendo anche da un interesse settoriale cercano di giungere all'integralità della proposta, che è tipica del nostro progetto, mirando soprattutto alla formazione della persona. È questa

' Cf, ACS n. 244 (2979), p. 4-5

un'indicazione del CGS: «Il nostro servizio va offerto ai giovani nel contesto dei loro gruppi naturali di vita e di lavoro, cercando di sviluppare tutte le loro potenzialità dall'interno, partendo dai loro interessi».S

In ogni caso i gruppi salesiani assumono una logica educativa: danno il primo posto alla persona del giovane: tutto il resto (organizzazione, strutture, strumenti e processi, cause o mete che interesssano all'educatore per la scelta personale di vita) viene commisurato e orientato alla crescita della persona. I gruppi affidano al giovane la responsabilità della propria crescita, affiancando il suo sforzo e la sua ricerca. Il tutto viene espresso nella parola «animiamo», il che suppone di camminare coi giovani, suggerire, motivare, aiutare a crescere e accogliere da loro stimoli per un processo comune.

Da tutto il contesto risulta chiaramente che il perno di tutta l'esperienza sarà il gruppo, dove è possibile gestire la vita, raccogliere interrogativi e proporre degli itinerari su misura dei soggetti. Ma l'articolo costituzionale parla anche di «movimenti». Questi rappresentano una mobilitazione più larga di soggetti, l'unione di più gruppi con riferimenti comuni a valori o persone, certi collegamenti di unità e di sostegno. In un cerchio più prossimo e più caldo è più facile fare un'esperienza di Chiesa; ma questa risulterebbe ristretta e casalinga se non la si confrontasse con una più ampia ed estesa. Nei nostri ambienti in questi anni si è fatta più viva l'esigenza di un «movimento giovanile salesiano», che colleghi i molteplici gruppi, ispirati dalla medesima «spiritualità giovanile».9

Da ultimo, collegato con il precedente discorso, il testo costituzionale accenna alla molteplicità dei gruppi presenti nell'ambiente salesiano, con obiettivi graduali e crescenti. Schematicamente si individuano soprattutto tre aree: gruppi di formazione, di azione sociale, di azione apostolica.

Per noi sono certamente importanti tutti i gruppi in cui si sviluppa un interesse e si impara la socialità. Più impegnativi sono quelli in cui si prende coscienza delle proprie responsabilità e si impara a dare un apporto insostituibile alla trasformazione del mondo. Al vertice ci sono i

$ Cf. CGS, 357

e Cf. «La proposta associativa salesiana' o.c., p. 29, 38 ss

movimenti apostolici, dove i giovani diventano «i primi e immediati apostoli dei giovani»: qui ci troviamo nuovamente e direttamente collegati con l'inserimento vivo nella comunità cristiana e con lo sviluppo della vocazione di ciascun giovane.  

Supplichiamo Dio nostro Padre

di donarci nello Spirito Santo

una stima profonda della Chiesa di Cristo, colonna e fondamento della verità,

e d'infondere in noi quello stesso amore con cui Cristo l'amò, sacrificando se stesso per Lei. 

Perché possiamo iniziare i giovani

all'amore e alla conoscenza della Santa Chiesa, e a fare l'esaltante esperienza della partecipazione alla sua vita, preghiamo il Signore. 

Perché sull'esempio di Don Bosco,

nei nostri gruppi, associazioni e movimenti, sappiamo orientare i giovani

a donare alla Chiesa il loro apporto insostituibile per la trasformazione del mondo e della storia, preghiamo il Signore.

Perché, lasciandosi attirare dal Cristo, i giovani siano disposti a diventare i primi e più immediati apostoli tra gli altri giovani,

preghiamo il Signore.

ART. 36 INIZIAZIONE ALLA VITA LITURGICA

Iniziamo i giovani a partecipare in modo cosciente e attivo alla liturgia della Chiesa, culmine e fonte di tutta la vita cristiana.'

Insieme con essi celebriamo l'incontro con Cristo nell'ascolto della Parola, nella preghiera e nei sacramenti.

L'Eucaristia e la Riconciliazione, celebrate assiduamente, offrono risorse di eccezionale valore per l'educazione alla libertà cristiana, alla conversione del cuore e allo spirito di condivisione e di servizio nella comunità ecclesiale.

1 Cf. sc 10

Un altro aspetto dell'educazione alla fede è iniziare i giovani alla vita liturgica. Secondo la comune logica dottrinale e pastorale, ci si poteva aspettare l'ordine abituale dei tre compiti ecclesiali: insegnare, santificare, governare; catechesi, celebrazione, vita comunitaria. Le ragioni del cambiamento non sono esplicite nel testo, ma non è difficile scorgerle in una particolare sensibilità per il processo di maturazione nella fede, che oggi viene molto sottolineato. Esso considera l'azione liturgica come il culmine dell'attività della Chiesa e richiede che l'accesso ai Sacramenti, come segni della fede, sia preparato da un cammino di conversione e di comprensione per evitare il pericolo del formalismo: «Prima di arrivare ai Sacramenti, occorre aver raggiunto i traguardi essenziali della conversione e della fede», affermava il CGS.'

C'è nell'articolo una gradualità che va dalla vita liturgica generale al cuore della medesima: l'Eucaristia.

Iniziare alla vita liturgica.

La vita liturgica viene considerata qui in tutta la sua ampiezza: ascolto della Parola, celebrazioni, preghiera, sacramenti. La sua importanza in un'autentica esperienza cristiana è abbondantemente spiegata nella Costituzione «Sacrosanctum Concilium». La liturgia attualizza il

' Cf. CGS, 308

 

mistero di Cristo sacerdote e mediatore; «in essa per mezzo dei segni sensibili, viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale».2 Conseguentemente la liturgia continua l'opera di salvezza: «È il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa, e insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù, poiché il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore».3

La liturgia è un mondo pedagogico di realtà spirituali espresse in «segni» sacri; bisogna perciò entrare nella struttura del segno per capirne il linguaggio; soprattutto bisogna entrare in ciò che il segno significa e realizza per poter accedervi con «fede», secondo quanto dice ancora la «Sacrosanctum Concilium»: «Ad ottenere piena efficacia è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione d'animo, conformino la loro mente alle parole che pronunciano e cooperino con la grazia divina per non riceverla invano».4

La Regola ci chiede di «iniziare» i giovani a partecipare alla liturgia della Chiesa. Non dunque una pratica rituale-istituzionale per cui si adempiono degli obblighi, né la semplice assuefazione o creazione di «bisogni psicologici», ma l'introduzione cosciente nel mondo dei segni e delle realtà che le celebrazioni offrono. Iniziare vuol dire: mostrare, spiegare, introdurre come soggetti attivi, insegnare a celebrare, a partecipare inseriti in una comunità che celebra, a vivere il richiamo dei segni specialmente quello a cui essi rimandano. «I pastori d'anime debbono vigilare attentamente che nell'azione liturgica non solo siano osservate le leggi che ne assicurano la valida e lecita celebrazione, ma che i fedeli ne prendano parte consapevolmente, attivamente, fruttuosamente».5

Per questo il n. 19 della stessa Costituzione conciliare dà ai pastori delle indicazioni precise sulla maniera di assicurare una conveniente iniziazione, una «partecipazione esterna e interna, secondo la loro età,

 SC, 7 SC, 10

   sC,11 s SC, 12

 

condizione, genere di vita e grado di cultura religiosa» .1 Sarebbe davvero deleterio che dei pastori educatori banalizzassero il delicato ruolo dei segni (tra i quali non va dimenticato lo stesso abito liturgico) sostituendQ la dignità del segno con un'ordinarietà priva di richiamo trascendente.

ll CG21 indicava ai Salesiani una via pratica e giovanile per questa iniziazione: «Un valore rilevante da richiamare è il valore educativo dell'anno liturgico. La piena e cosciente partecipazione all'opera salvifica si organizza, nel pensiero di Don Bosco, attorno alla celebrazione dell'anno liturgico, che ritma la vita della comunità giovanile, indicando il cammino di crescita spirituale e l'impegno graduale che si assume per rispondere alla chiamata di Dio. È un modo concreto di strutturare il progetto educativo sul mistero di Cristo».' L'iniziazione per Don Bosco, oltre agli aspetti catechistici, comportava la complessa esperienza della «festa», vissuta nel culto, nell'espressione spontanea, nella comunità giovanile.

L'Eucaristia e la Riconciliazione.

I Sacramenti sono il cuore della vita liturgica e l'Eucaristia è il cuore della vita sacramentale. Le Costituzioni raccolgono bene non soltanto il pensiero della Chiesa, ma anche lo spirito di tutta la nostra tradizione, per la quale l'Eucaristia e la Penitenza hanno un posto «eccezionale» nell'educazione alla fede dei giovani e degli adulti: «Frequente confessione, frequente comunione... colonne dell'edificio educativo»." Nei Sacramenti si realizza in modo del tutto speciale quell'incontro con Cristo che l'art. 34 ci ha presentato come «fondamentale» nel processo educativo.

È interessante sottolineare in primo luogo la parola «assiduamente». Pur sapendo che ci vogliono disposizioni e crescita di coscienza e che Don Bosco non si mostrò mai favorevole al ritualismo o al

n SC, 19

CG21, 93

a G. BOSCO, Il sistema preventivo nell'educazione della gioventù, cap. 11, cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 239

formalismo ma vagliava personalmente gli effetti dell'accostarsi ai sacramenti sulla vita quotidiana, l'avverbio «assiduamente» invita ad essere generosi nella proposta, sempre convenientemente motivata.

In secondo luogo si deve notare come nelle espressioni dell'articolo si raccoglie la tradizione salesiana che considera questi due Sacramenti come «misteri» di salvezza, ma anche come risorse educative di primo ordine, in quanto mobilitano la parte più profonda della coscienza e mettono in contatto con la grazia, che costruisce la personalità del giovane. L'articolo esprime ciò evidenziando tre frutti o mete dei Sacramenti:

- la «costruzione della libertà cristiana»: nel cristianesimo la libertà non è altro che la capacità di amare: incontrare Cristo nell'atto supremo della sua libertà, espresso nella donazione del suo Corpo e del suo Sangue, significa veramente trovare il modello e i motivi della libertà;

- la «conversione del cuore»: essa non è un attimo di buona volontà, ma sforzo di perseveranza. L'incontro frequente con la grazia pasquale e la pazienza misericordiosa di Cristo è evidentemente garanzia di perseveranza perché cancella le debolezze passeggere e sostiene lo sforzo di ascesa;

- lo «spirito di condivisione e di servizio ecclesiale»: con ragione si sottolinea oggi la dimensione comunitaria ed ecclesiale di questi due sacramenti. Comunicare al Corpo eucaristico è comunicare anche al suo Corpo mistico, mangiare il Pane che è stato spezzato alla mensa fraterna. Si riceve il perdono di Cristo ricevendo allo stesso tempo il perdono della Chiesa, ferita dai nostri peccati; si opera così una doppia riconciliazione: con il Padre e, conseguentemente, con i fratelli.

L'intima relazione tra i due aspetti suaccennati, cioè tra i segni della salvezza e le risorse educative, mette in evidenza la continuità della celebrazione dei Sacramenti con il rapporto e l'ambiente educativo.

Riferendosi al sacramento della Riconciliazione, il CG2l si esprime in questi termini: «Per la pedagogia della Penitenza è caratteristica in Don Bosco la continuità tra lo stile di avvicinare il ragazzo all'interno del processo educativo e quello che riesce a stabilire nel momento sacramentale. Si tratta della medesima paternità, amicizia e confidenza

che risvegliano nel giovane l'attenzione ai movimenti della grazia e l'impegno a superare il peccato.

L'impegno sacramentale richiede normalmente una precedente intesa educativa. Don Bosco diceva giustamente che la confessione è `la chiave dell'educazione' perché impegnando personalmente il ragazzo, lo invitava al superamento di sé. La regolarità nell'incontro penitenziale, il dialogo franco e sereno, il proposito che suscita la costanza, offrono occasione di eccezionale valore educativo».9

Per quanto riguarda poi l'importanza che Don Bosco attribuiva all'Eucaristia nell'educazione dei giovani e nel cammino della loro santità, è noto il pensiero del Santo. Egli scrive nella biografia di Francesco Besucco: «Tl secondo sostegno della gioventù (dopo la confessione) è la santa comunione. Beati quei giovanetti che cominciano per tempo ad accostarsi con frequenza e colle debite disposizioni a questo sacramento! ».1O Don Bosco non si stanca di invitare i giovani a ricevere Gesù nella comunione ed a visitarLo nelle Chiese: la sacra mensa e il tabernacolo sono i luoghi privilegiati per un incontro reale, vivo e vitale con il Signore risorto, l'Amico e il Modello perfetto.

La liturgia della Chiesa

è la manifestazione più efficace

della potenza vivificante della grazia di Cristo. Preghiamo per esser resi capaci di farne partecipi

tutti coloro che il Signore ci affida.

Perché con gioia e riconoscenza

celebriamo insieme ai giovani

l'incontro con Gesù nell'ascolto della Parola, nell'effusione della preghiera e nella vita sacramentale,

ti preghiamo, Signore.

9 CG21, 93

iu cf. G. BOSCO, Vita di Besucco Francesco, OE XV, p. 347

Perché i giovani imparino da noi l'importanza insostituibile

della partecipazione vissuta e impegnata

ai Sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, ti preghiamo, Signore.

Perché come Don Bosco

anche noi poniamo con convinta coerenza la vita sacramentale

alla base di tutta la nostra azione educativa, ti preghiamo, Signore.

ART. 37 ORIENTAMENTO ALLE SCELTE VOCAZIONALI

Educhiamo i giovani a sviluppare la loro vocazione umana e battesimale con una vita quotidiana progressivamente ispirata e unificata dal Vangelo.

li clima di famiglia, di accoglienza e di fede, creato dalla testimonianza di una comunità che si dona con gioia, è l'ambiente più efficace per la scoperta e l'orientamento delle vocazioni.

Quest'opera di collaborazione al disegno di Dio, coronamento di tutta la nostra azione educativa pastorale, è sostenuta dalla preghiera e dal contatto personale, soprattutto nella direzione spirituale.

La successione di aspetti che costituiscono la totalità del nostro servizio di educazione dei giovani (sviluppo umano, annuncio di Cristo, inserimento nella Chiesa, esperienza associativa, vita liturgica e sacramentale) finisce e culmina con l'orientamento vocazionale.

Ci sono nell'articolo tre nuclei attorno ai quali si può raccogliere il commento: l'impegno dei Salesiani in questo aspetto, il doppio livello in cui si situa la nostra azione di orientamento, i fattori di orientamento e di maturazione vocazionale.

Il coronamento dell'azione educativa pastorale.

L'orientamento vocazionale è inseparabile dalla pastorale giovanile rettamente intesa. Lo è a tal punto che non si può concepire una pastorale per i giovani che non sviluppi progressivamente la capacità di scelte di vita conformi al Vangelo; né, d'altra parte, si può pensare una pastorale vocazionale che non si costruisca su una più generale maturazione del giovane nella fede e su una sua più intensa partecipazione nella comunità ecclesiale. Questa è un'acquisizione ormai assodata. Lo confermava il secondo Congresso internazionale per le vocazioni, tenutosi a Roma: «Pastorale giovanile e pastorale vocazionale sono complementari, La pastorale specifica delle vocazioni trova nella pastorale giovanile il suo spazio vitale. La pastorale giovanile diventa completa ed

efficace quando si apre alla dimensione vocazionale».'

La medesima conclusione era stata ribadita anche dal nostro CG21: «Nel progetto salesiano l'azione educativa e pastorale contiene come obiettivo essenziale una dimensione vocazionale. La scoperta della propria chiamata, l'opzione libera e riflessa d'un progetto di vita, costituisce anzi la meta e il coronamento di ogni processo di maturazione umana e cristiana».' La preparazione e l'accompagnamento alle scelte di vita sono interne ai processi stessi di educazione e di evangelizzazione.

Ma è interessante rilevare come ciò che si esprime in concetti così chiari nella pastorale odierna sia patrimonio lasciato in eredità da Don Bosco alla Congregazione. Di Don Bosco possiamo ricordare, rimandando per più lunghi sviluppi ad altre fonti,3 i seguenti tratti: la sua fiducia nelle risorse dei giovani per rispondere alla chiamata di Dio; il posto che il tema della vocazione occupava nel suo progetto di educazione, in cui la «scelta di stato» veniva presentata come «ruota maestra» della vita e come il compito principale nell'età giovanile; la sua capacità e arte di orientatore attraverso l'incontro personale e il coinvolgimento in una vita che attirava; la sua preoccupazione per le vocazioni sacerdotali e religiose; le sue indicazioni su atteggiamenti, fattori ed esperienze che favoriscono il nascere e il maturare delle vocazioni; i risultati con cui il Signore ne premiò la fiducia, la preghiera e la dedizione alla causa delle vocazioni.

Nell'azione dei Salesiani, dunque, oltre ai motivi inclusi nella concezione medesima dell'educazione e della pastorale, influiscono un esempio e una tradizione che fanno di questo punto non soltanto un aspetto, ma il «coronamento» di tutta la loro opera. Per cogliere meglio questo asserto è bene collegare questo articolo a quanto si diceva nell'art. 6 sugli impegni generali dei Salesiani nella Chiesa: «Abbiamo una cura particolare per le vocazioni apostoliche». Ma è ancora più interessante leggere l'articolo in connessione con l' art. 22, che parla dell'esperienza personale che il salesiano fa della chiamata del Signore

2 Congresso internazionale per le vocazioni, Documento conclusivo. Roma 1981, n. 42

 CG21, 306

' Si vedano, ad esempio: Le vocazioni nella Famiglia salesiana, VII Settimana di spiritualità

della F. S., LDC Torino 1982; La vocazione salesiana, Colloqui di vita salesiana, LDC Torino

1982; P. BRAIDO, li Sistema preventivo di Don Bosco, PAS Torino 1955, p. 371.385.

L'orientamento vocazionale.

Come mettere in pratica questa caratteristica della nostra azione educativa? Curando l'orientamento dei giovani in una duplice direzione: verso la maturazione della vocazione umana e cristiana e, più specificamente, verso la realizzazione della vocazione particolare di ciascuno. Sono due livelli che si sviluppano insieme, ma con progressività di obiettivi e di esperienze.

I] primo impegno viene espresso dall'articolo costituzionale con queste parole: «Educhiamo i giovani a sviluppare la loro vocazione umana e battesimale con una vita quotidiana progressivamente ispirata e unificata dal Vangelo». Aiutiamo, perciò, i giovani a capire che l'esistenza di ciascuno è una vocazione perché ciascuno è chiamato a vivere a immagine e somiglianza di Dio. La vita intesa come vocazione chiarisce il rapporto dell'uomo col mondo, la sua comunanza di destino con gli altri uomini e soprattutto l'invito di Dio ad un dialogo sempre più esplicito con Lui, ad una risposta consapevole e libera di collaborazione, per giungere a vivere in comunione con Lui.

L'accogliere la vita come compito, dono e missione, l'accettare in essa la presenza divina è la prima e più importante decisione della persona, punto di partenza per un'autodefinizione posteriore.

Questa vocazione umana riceve un nuovo senso quando l'uomo prende coscienza di essere stato chiamato a diventare figlio di Dio e membro del suo popolo seguendo Gesù Cristo.

All'interno della vocazione battesimale si colloca il discorso sulle vocazioni ecclesiali specifiche.

«Dio ha convocato l'assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù Cristo, autore della salvezza e principio di unità e di pace e ha costituito la Chiesa» 4 La Chiesa si presenta come popolo di Dio e come Corpo di Cristo con varietà di carismi e ministeri. Attraverso questi carismi i fedeli partecipano in diverse forme alla missione di Cristo che è anche quella della Chiesa: annunciare il Vangelo, rendere culto a Dio e trasformare l'umanità verso l'immagine vera dell'uomo.

4 LG, 9

Le vocazioni specifiche non si aggiungono, dunque, a quella battesimale, ma sono modi peculiari di viverla.

Uno dei compiti iniziali della pastorale vocazionale è quello di far prendere coscienza della sequela interiore ed esteriore di Cristo come principale tratto dell'essere cristiano, svegliare la coscienza della «ministerialità» per cui tutta la Chiesa è a servizio dell'uomo e ogni vocazione è partecipazione della missione della Chiesa.1

Notiamo come, riferendosi alla vocazione umana e battesimale, l'articolo non presenta due momenti o due realtà separate, ma seguendo il binomio caratterizzante l'azione salesiana - educazioneevangelizzazione - sottolinea riferimenti senza i quali l'azione di orientamento vocazionale è impossibile: l'intima unione tra fede e vita.

Se alla pastorale verrà data questa tonalità generale, la presentazione delle diverse vocazioni (laicale, sacerdotale, religiosa, missionaria) troverà uno spazio preparato e i giovani potranno essere «orientati» alla scoperta della propria vocazione. Gli educatori potranno aiutare i giovani a svilupparla attraverso esperienze appropriate.

È bene anche osservare che l'assunzione del termine «orientamento» come forma specifica di accompagnamento non è casuale: è questo un termine preciso nell'ambito pastorale che suppone determinati criteri e atteggiamenti nell'orientatore e una chiara conoscenza dello sviluppo vocazionale della persona.

È stata infatti questa una scelta di tipo educativo fatta dal CG21: «Tutti i giovani, che in qualsiasi modo il Signore mette sul nostro cammino, hanno diritto al nostro aiuto per orientarsi a costruire la loro personalità e la loro vita `secondo il Vangelo'. A tutte le età dobbiamo aiutarli a orientarsi nella scoperta e nello sviluppo della loro vocazione: nella fanciullezza, nella preadolescenza, nell'adolescenza, nella giovinezza e oltre, poiché ognuna di queste tappe della vita ha il suo compito di crescita, e richiede decisioni proporzionate che ogni giovane deve imparare a prendere responsabilmenten,s

L'orientamento, come criterio e metodo di aiuto alla maturazione della vocazione-progetto di vita, va inteso in due sensi:

' Cf. Elementi essenziali per un piano ispettoriale di pastorale vocazionale, Dicastero di Pastorale Giovanile, Roma 1981, p. 31-32

s CG21, 111; cf, anche 113. 117

- nel ragazzo è il processo interiore attraverso cui si autodefinisce progressivamente e si orienta. Interiorità, libertà e responsabilità della persona ne sono gli aspetti fondamentali;

- da parte dell'educatore consiste nell'assistenza-guida prestata alla persona in via di autodefinizione.

L'orientamento.

- più che un «momento», sia pur peculiare e intenso, è un «processo» che segue lo sviluppo unitario e armonico della personalità;

- si poggia sul protagonismo del ragazzo che si confronta, secondo le possibilità delle diverse età, seguendo i segni di Dio;

- aiuta il ragazzo a definire il progetto di vita e a strutturare la personalità attraverso

· un adeguato e realistico rapporto con se stesso,

· un sereno e generoso rapporto con gli altri e con la realtà,

· un intenso rapporto con Dio.

Nel processo di orientamento l'educatore o promotore vocazionale ha un ruolo facilitante, che sviluppa attraverso l'incontro personale e il dialogo formativo.

I fattori di orientamento vocazionale.

L'aiuto alla maturazione, la scoperta e l'orientamento vocazionale vengono detti «opera di collaborazione al disegno di Dio». I nostri interventi sono mediazioni relative in rapporto all'azione di Dio e alla libertà con cui la persona è capace di accogliere la sua presenza e la sua chiamata. Sono però mediazioni necessarie nella situazione concreta in cui vivono i giovani e la comunità cristiana.

Non ogni sforzo di proposta costituisce una mediazione significativa per il giovane. Il sorgere e il maturare della vocazione, nel senso più specifico cristiano, sono legati a mediazioni capaci di introdurre in esperienze umane ed ecclesiali valide, di sviluppare delle personalità con senso di generosa oblatività, di far percepire i segni provvidenzieli che rivelano i piani di Dio, di insegnare a corrispondere alle mozioni della grazia, sentita come presenza di amore nella propria vita, di trasmettere l'appello di Dio chiamando coloro che presentano disposizioni e attitudini.

Le mediazioni poi sono alcune personali, altre comunitarie. L'articolo costituzionale prende appunto in considerazione questo duplice versante e anche la natura educativo-pastorale della nostra azione.

Viene affermata, come primo elemento conglobante molti altri, l'importanza dell'ambiente propizio dato dal clima di famiglia, di accoglienza e di fede nel quale è determinante «la testimonianza di una comunità che si dona con gioia». Questo stesso clima è stato ampiamente presentato, nel testo della Regola, all'art. 16 che concludeva con queste parole: «Tale testimonianza suscita nei giovani il desiderio di conoscere e seguire la vocazione salesiana».

Tra le mediazioni più personalizzate vengono ricordate il contatto personale e la direzione spirituale.

È un elenco stringato e soltanto esemplificativo, ma indica una sintesi (educazione e pastorale, ambiente e persona, fede e intervento attivo) e delle preferenze. Se ne potrebbero aggiungere altre, collegate alla medesima sintesi e alle medesime preferenze.

Il tutto viene ispirato, sostenuto e quasi avvolto nella mediazione essenziale della preghiera secondo il precetto del Signore: «Pregate il Padrone della messe che mandi operai alla sua messe» (cf. Mt 9,38). «La preghiera della comunità conduce all'azione della comunità... La preghiera non è `un' mezzo per ricevere il dono delle chiamate divine, ma 'il' mezzo essenziale comandato dal Signore».'

Don Bosco ci ha insegnato

che Dio semina nel cuore di molti giovani

il germe della vocazione alla vita apostolica. Preghiamo di poter essere strumenti delicati ed efficaci

per la scoperta e la maturazione di questi doni dello Spirito.

Perché, favorendo il clima di famiglia e di accoglienza, nella fede e nell'amore,

aiutiamo i giovani a scoprire in sé la divina chiamata, ed essi siano attratti a seguirla con generosità, li preghiamo, Signore.

' 2' Congresso internazionale per le vocazioni. Documento conclusivo, n. 23

Perché il Tuo disegno d'amore sui giovani chiamati trovi conferma nella testimonianza

della nostra vita personale e comunitaria, fatta di donazione gioiosa e senza riserve, ti preghiamo, Signore.

Perché sappiamo affiancare i giovani incerti nella ricerca del loro orientamento nella vita, e guidarli con delicatezza e rispetto mediante l'incontro personale

e l'impegno educativo,

ti preghiamo, Signore.

ART. 38 IL SISTEMA PREVENTIVO NELLA NOSTRA MISSIONE

Per compiere il nostro servizio educativo e pastorale, Don Bosco ci ha tramandato il Sistema Preventivo.

«Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e sopra l'amorevolezza»:' fa appello non alle costrizioni, ma alle risorse dell'intelligenza, del cuore e del desiderio di Dio, che ogni uomo porta nel profondo di se stesso.

Associa in un'unica esperienza di vita educatori e giovani in un clima di famiglia, di fiducia e di dialogo.

Imitando la pazienza di Dio, incontriamo i giovani al punto in cui si trova la loro libertà. Li accompagniamo perché maturino solide convinzioni e siano progressivamente responsabili nel delicato processo di crescita della loro umanità nella fede.

' MB XIII. 919

Per approfondire questo articolo conviene non perdere di vista due linee di pensiero presenti nelle Costituzioni. Da una parte l'articolo è in perfetta continuità con i precedenti. Infatti, dopo aver enunciato i nuclei di contenuto della nostra proposta ai giovani, viene descritto il metodo pedagogico-pastorale nei suoi principi e nelle sue ispirazioni fondanti. D'altra parte, poiché il Sistema preventivo è insieme spiritualità, criteriologia pastorale e metodologia pedagogica,' l'articolo va raccordato con quelli che descrivono lo spirito salesiano. In particolare l'art. 20 si riferiva al Sistema preventivo come ad una «esperienza spirituale ed educativa: affermava che esso permea «le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità nell'esercizio di una carità che sa farsi amare».

Supponendo la radice spirituale, il Sistema preventivo viene esposto nell'articolo 38 come metodo educativo e pastorale attraverso tre passaggi:

- l'ispirazione fondamentale;

- gli elementi caratteristici;

- il rapporto educativo che crea.

' Cf. CG71, 96; cf- anche ACS n. 290 (1978), p. 11-13 (Il sistema preventivo, elemento costitutivo del nostro 'carisma').

L'ispirazione fondamentale.

L'ispirazione fondamentale è una particolare comprensione della persona, frutto di un lungo cammino storico dell'umanesimo cristiano, tradotto da Don Bosco in termini facili e operativi.

Le tre parole che ricorrono nell'ormai famosa espressione - ragione, religione, amorevolezza - vanno approfondite singolarmente, nel loro insieme e nel loro vicendevole rapporto. Esse esprimono in sintesi i contenuti della proposta educativa. Suggeriscono per gli educatori anche gli atteggiamenti da cui deve sgorgare la pratica del metodo: la fede, la ragionevolezza, la carità pedagogica fatta di vicinanza, di interessamento reale. Ma soprattutto indicano le tre risorse interne della persona che, svegliate stimolate e sviluppate, non soltanto assicurano il buon risultato di esperienze educative particolari, ma creano una struttura personale capace di affrontare la vita.

Il metodo fa appello alle risorse dell'intelligenza, del cuore e del desiderio di Dio piuttosto che poggiare su condizionamenti esteriori.

• La «ragione», dal punto di vista metodologico, chiede di percorrere il cammino delle motivazioni, accogliere le istanze giovanili di vita e di sviluppo e aiutare a discernerle con equilibrio, valorizzare le conoscenze che riguardano l'educazione, stimolare la responsabilità, calcolare la possibilità del giovane nel proporre e nell'esigere. Sono soltanto esempi.

• La «religione» comporta di credere nella forza generativa ed educativa dell'annuncio del Vangelo e del contatto col Signore, di non trascurare il richiamo alla coscienza e alla salvezza, di far percepire «la bellezza» della fede e delle sue manifestazioni, di far emergere nella vita della comunità momenti e motivazioni religiose attraverso la festa, le celebrazioni, la stessa disposizione dei locali.

• Ragione e religione però, in chiave metodologica, devono sempre convergere nell' «amorevolezza». Questa rappresenta il principio supremo del Sistema preventivo.2 Il suo fondamento e la sua sorgente vanno ricercati nella carità che ci è stata comunicata da Dio, per cui

s Cf. ACS n. 290 (!978), p. 8-9

 

l'educatore ama i giovani con lo stesso amore con cui il Signore li ama, non solo nell'intensità della donazione, ma anche col calore umano dimostrato da Cristo nell'Incarnazione. Carità soprannaturale, dunque, ma incarnata. L'amorevolezza è carità che si manifesta sulla misura del ragazzo, soprattutto del più povero, che non sa esprimersi; è la vicinanza gradevole che fa scattare la familiarità, l'affetto dimostrato sensibilmente attraverso gesti comprensibili che favoriscono la confidenza e creano il rapporto educativo. Questo atteggiamento infonde sicurezza interiore, suggerisce ideali, sostiene lo sforzo di superamento. E una carità pedagogica che «crea la persona» e viene percepita dal ragazzo come aiuto provvidenziale alla propria crescita.

Gli elementi operativi.

Ne vengono presentati due: il primo è la creazione di un «ambiente educativo» ricco di umanità, di gioia e di impegno, che è già in se stesso veicolo ed espressione di valori e di proposte. La scoperta del valore dell'ambiente appartiene ai primi anni di apostolato di Don Bosco e diviene un'acquisizione definitiva per il resto dei suoi giorni.

Don Bosco fu l'amico e l'educatore di molti ragazzi avvicinati individualmente nei più disparati luoghi, ma fu anche l'animatore di una comunità di giovani, caratterizzata da alcuni tratti e con un programma da sviluppare. Ragioni psicologiche, sociologiche e di fede lo confermarono nella convinzione che c'era bisogno di un ambiente educativo, dove la religione e l'impegno si respirassero e dove la carità informasse i ruoli, i rapporti e l'atmosfera.

Perciò Don Bosco non soltanto fece la scelta dell'ambiente cercando stabilità per il suo Oratorio e redigendo un piccolo regolamento, ma assunse questo come principio: «L'essere molti insieme serve molto a far questo miele di allegrezza, pietà e studio. È questo il vantaggio che reca a voi il trovarvi nell'Oratorio. L'esser molti insieme accresce l'allegria delle vostre ricreazioni, toglie la malinconia quando questa brutta maga volesse entrarvi nel cuore; l'esser in molti serve d'incoraggiamento a sopportare le fatiche dello studio, serve di stimolo nel vedere il profitto degli altri; uno comunica all'altro le proprie cognizioni, le proprie idee e così uno impara dall'altro. L'essere fra molti che fanno

il bene ci anima senza avvedercene».3

L'ambiente non è generico, ma ha dei tratti caratterizzanti. Non è un luogo materiale dove si va ad intrattenersi individualmente, ma una comunità, un programma, un cammino dove ci s'inserisce per maturare.

Tra le molte caratteristiche dell'ambiente che si potrebbero enunciare in rapporto alle tre istanze fondamentali spiegate sopra, il testo dell'articolo sottolinea l'unione tra educatori e giovani, il clima di famiglia, la fiducia e il dialogo.

La preferenza non è casuale, anche se l'enunciazione non è completa. Questi aspetti sono quelli che più si riferiscono al «cuore», quelli che più da vicino hanno relazione con l'amorevolezza. Essi riecheggiano l'affermazione di Don Bosco: «l'educazione è cosa del cuore» e tutto il lavoro parte di qui: e se il cuore non c'è, il lavoro è difficile e l'esito incerto.' Tali caratteri evidenziano allo stesso tempo la concezione eminentemente affettiva dell'educazione che è propria del Sistema preventivo.

Ma l'ambiente da solo non basta. Potrebbe non raggiungere la persona. Occorre un secondo elemento: l'incontro personale. 1 grande ambiente, poiché deve rispondere a interessi e bisogni diversi, si articola in unità minori, dove sono possibili la partecipazione, il riconoscimento dell'originalità della persona e la valorizzazione dei suoi contributi.

L'amorevolezza arriva al singolo attraverso il rapporto personale, che permette di prendere visione e di illuminare il presente, il passato e il futuro di ciascuno.

Non si deve dimenticare l'importanza che l'incontro ad uno ad uno, a tu per tu con i ragazzi, anche breve, ha nell'esperienza educativa e pastorale di Don Bosco.

Alcuni degli incontri del nostro Padre coi suoi ragazzi sono passati alla storia come momenti «fondanti». L'incontro con Bartolomeo Garelli nella sacrestia della chiesa di san Francesco d'Assisi gettò le fonda

' MB VII, 602

° Cf. MB XVI, 447, cf. anche Epistolario, vol IV, p. 209

menta dell'Oratorio. Nelle biografie dei giovinetti Don Bosco rievoca con piacere i suoi incontri con loro e si sofferma a ricostruire passo per passo lo scambio di battute. Nella biografia di Domenico Savio riproduce i dialoghi-incontri che ebbero luogo nella casa parrocchiale di Murialdo e nella direzione dell'Oratorio. Nella vita di Michele Magone c'è addirittura un capitolo che porta come titolo: «Un curioso incontro».

Don Bosco non solo rivive questi incontri, ma li propone come norma educativa: sembra che voglia mostrarci la sua arte di entrare nella vita del ragazzo. L'incontro comincia sempre con un gesto di assoluta stima, di affetto, di sintonia. Don Bosco tocca subito e con semplicità i punti più importanti della vita del suo piccolo interlocutore (sanità, abbandono, vagabondaggio). Il dialogo è serio nei suoi contenuti, sebbene le singole espressioni siano cariche di allegria e di buon umore; poiché affrontano punti caldi di vita e li affrontano seriamente e con gioia, questi incontri si caratterizzano per l'intensità dei sentimenti. Michele Magone si commuove, Francesco Besucco piange di commozione, Domenico Savio «non sapeva come esprimere la sua gioia e gratitudine; mi prese la mano, la strinse, la baciò più volte».5

Se questi incontri lasciarono nella mente del Santo educatore un ricordo così vivo, se nelle biografie dei suoi giovani egli diede loro tanta rilevanza, fino a farne il perno della narrazione, vuol dire che egli era convinto che la qualità dell'educatore-pastore si mostra nell'incontro personale, e che questo è il punto a cui tendono l'ambiente e il programma.

Quando un cardinale a Roma volle sfidare la sua capacità educativa, Don Bosco gli offri lo spettacolo e la prova servendosi di un incontro personale e di un dialogo con i ragazzi in Piazza del Popolo. Rileggendo l'episodio si ritrova la struttura narrativa tipica di tutti gli altri «incontri»: la sua prima mossa d'amicizia, un momento di fuga da parte dei ragazzi, il superamento della timidezza, il dialogo serioallegro, l'intensità emotiva della conclusione.'

Forse tutto questo, e molto di più, viene evocato nell'espressione: «incontriamo i giovani al punto in cui si trova la loro libertà».

' G. BOSCO, Viia del giovanetto Savio Domenico, p. 37 (O); XI, p. 187) n CE MB V. 917-918

Il rapporto educativo.

Ma tutto ciò che abbiamo detto non dà ancora l'idea completa del metodo. Ambiente, iniziative, incontri si organizzano e si esprimono in un rapporto educativo con particolari caratteristiche. È chiaro, infatti, che gli stessi elementi potrebbero essere messi in gioco a favore di un rapporto educativo che crea dipendenza dall'educatore, che tende al plagio dei giovani, al proselitismo per le cause che interessano l'adulto.

Il punto chiave è vedere come si costruisce il rapporto tra il soggetto e l'educatore, con l'insieme degli educatori e con l'istituzione educativa. Il testo accenna alcune linee direttive.

In primo luogo si chiede che il soggetto sia considerato responsabile della sua crescita. Compito dell'educatore sarà non di sostituirsi a questa responsabilità, ma di svegliarla, illuminarla e farla funzionare, favorendo e abilitando la persona a scelte libere fondate su motivi e valori.

Il secondo principio è dato dal ruolo di accompagnamento che viene attribuito all'educatore. Si tratta più di una presenza autorevole che autoritaria o istituzionale. L'educatore vale in quanto è capace con la sua presenza adulta di offrire luce, esperienza e di essere visto dai giovani corno «modello» di riferimento.

Da queste considerazioni fondamentali (il giovane è il responsabile, l'educatore accompagna) sgorga una caratteristica essenziale di ogni rapporto educativo: l'accoglienza totale della persona così com'è, segno massimo della maturità affettiva. Ci sono ragazzi favoriti e altri sfavoriti. Ma tutti sono figli di Dio. Il punto in cui si trovano è quello che Dio ha scelto per invitarli a fare un cammino. Si potrebbero ricordare, al riguardo, alcune espressioni della Lettera del '84, in cui Don Bosco fa notare la differenza tra coloro che instaurano un rapporto personale egoistico con il giovane e coloro che accolgono la persona.

Il rapporto educativo non può non essere propositivo. Per questo la gradualità delle proposte è commisurata alla possibilità del ragazzo e ai passi cha va facendo la sua maturazione, proprio come espressione dell'accoglienza della persona e del ruolo centrale che essa ha nel processo formativo.

Non va perso l'accenno alla pazienza di Dio che noi vogliamo imitare: non è sinonimo di sopportazione, ma si riferisce a quel lavoro, lungo e costante, in dialogo con la libertà della persona, per cui il Signore, con l'offerta del proprio amore, chiama l'uomo alla sua comunione e gli apre orizzonti di felicità che la ragione non poteva nemmeno intravedere.

La pazienza di Dio è più azione progressiva che sopportazione malinconica; più apertura di nuove possibilità che conteggio di mancanze. La pazienza di Dio invita alla magnanimità nel rapporto con il giovane, sia per la libertà da ogni interesse personale in cui egli ci deve trovare, sia per la capacità di essere instancabilmente propositivi, sia nel considerare la persona capace di risposta.

Preghiamo il Dio di ogni pazienza,

perché imitando la carità di Cristo con i discepoli,

sull'esempio di Don Bosco,

sappiamo praticare la via generosa e difficile del «Sistema preventivo»,

aiutare efficacemente i nostri giovani a maturare in se stessi

i semi di bontà e di grazia

di cui il Creatore li ha dotati.

Perché possiamo penetrare

i tesori di sapienza cristiana

cui il «Sistema preventivo» è ispirato,

siamo fedeli continuatori dell'opera educativa di Don Bosco, ti preghiamo, Signore.

Perché, con vigile delicatezza, siamo capaci di risvegliare le risorse di intelligenza,

il desiderio di Dia e la generosità del cuore che i giovani portano in sé,

li aiutiamo a farli fruttificare, ti preghiamo, Signore.

Perché noi stessi,

con inesauribile pazienza e adattabilità

sappiamo generosamente entrare in collaborazione con i giovani e le loro famiglie,

in un dialogo costruttivo e aperto, ti preghiamo, Signore.

ART. 39 L'ASSISTENZA COME ATTEGGIAMENTO E METODO

 

La pratica del Sistema Preventivo esige da noi un atteggiamento di fondo: la simpatia e la volontà di contatto con i giovani. «Qui con voi mi trovo bene, è proprio la mia vita stare con voi».'

Stiamo fraternamente in mezzo ai giovani con una presenza attiva e amichevole che favorisce ogni Loro iniziativa per crescere nel bene e li incoraggia a liberarsi da ogni schiavitù, affinché il male non domini la loro fragilità.

Questa presenza ci apre alla conoscenza vitale del mondo giovanile e alla solidarietà con tutti gli aspetti autentici del suo dinamismo.

M8 IV, 654

Il Sistema preventivo, descritto nella sua ispirazione all'ari. 20 e presentato nei suoi principi educativo-pastorali nell'art. 38, viene ora ulteriormente chiarito nella sua pratica quotidiana.

L'assistenza.

Il Sistema preventivo esige come modalità fondamentale la presenza educativa e quotidiana tra i giovani: è quella che nella nostra tradizione chiamiamo «assistenza». Essa non è la carità del benefattore che da lontano fa arrivare risorse e mezzi, ma l'amore di colui che è disposto a fare la strada con i giovani, a vivere con loro, in mezzo a loro e per loro, sull'esempio di Don Bosco.' Ciò porta a dire che se un giorno i Salesiani possedessero molte opere gestite indirettamente ed essi fossero tagliati fuori dai giovani, il Sistema preventivo, che è nato nel contatto diretto con i giovani, non avrebbe da parte loro possibilità di espressione e tanto meno di nuovi sviluppi.

Ma quali sono le caratteristiche dell'assistenza che viene presentata come l'attuazione pratica del Sistema preventivo?

' Cf. CGS, 188

 

Essa è in primo luogo presenza fisica tra i giovani e dunque condivisione reale della loro vita e dei loro interessi: amare ciò che i giovani amano.

• presenza «fraterna e amichevole», non autoritaria o istituzionale. Vengono alla mente alcune espressioni di Don Bosco: «Ho bisogno del vostro aiuto. Io non voglio che mi consideriate come vostro superiore, quanto come vostro amico. Abbiate molta confidenza, che è quello che io vi domando; come mi aspetto da veri amici».2 E nella lettera da Roma: «Il Superiore sia tutto a tutti... tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati» .3 L'effetto sull'animo dei giovani dovrebbe essere il vedere naturalmente quali «padri, fratelli e amici» i loro maestri e superiori.

Essa è una presenza attiva, dunque propositiva, piena di iniziative riguardo alle persone singole e riguardo all'ambiente. Questa attività è «preventiva» nel doppio senso di proteggere da esperienze negative precoci e di sviluppare la potenzialità delle persone verso mete che attirino per la bontà e la bellezza.

• animatrice: tende a svegliare, a favorire la creatività dei giovani e consegna loro, accompagnandoli, la responsabilità della propria crescita. Sviluppa motivazioni ispirate alla ragionevolezza e alla fede mentre rafforza nei ragazzi la capacità di risposta autonoma al richiamo dei valori. Favorisce dunque, non taglia l'espressione giovanile sia nella parola sia nell'azione. Scrive Don Bosco: «Ogni superiore si adoperi per conoscerli, si mostri loro amico, li lasci parlare molto, ma egli parli poco...» 4

• testimoniante: i valori che l'educatore professa, che si fanno trasparenti nel suo comportamento e nella sua azione non possono non colpire i giovani, provocare in essi degli interrogativi e far brillare nuovi orizzonti alla loro esistenza.5

z MD VII, 503

·   Lettera da Roma, cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 249

·   Regolamento per le Case, Articoli generali n. 7 (OE XXIX, p. 112); cf. P. BRAIDO, Il sistema preventivo di Don Bosco, PAS Torino 1955, p. 230 ss.

5 In generale sul tema dell'asaeenza si veda: CGS, 188. 363; CC21, 102; ACS n. 290 (1978), p. 19-20

Gli atteggiamenti dell'educatore apostolo.

L'assistenza comporta un atteggiamento di fondo: la simpatia e la volontà di contatto con i giovani. L'espressione di Don Bosco citata per spiegare questo atteggiamento è tra le più felici. Rimanda infatti all'esempio della sua vita. Suggerisce che non si tratta di un obbligo pesante, anche se costa sacrifici, ma di un contatto voluto e ricercato. In esso troviamo la gioia e il senso della nostra vita donata a Dio: «Qui con voi mi trovo bene!».

La simpatia viene descritta nel CG2I come «un rapporto di sintonia con i giovani, l'amare ciò che essi amano pur senza rinunciare al nostro ruolo di adulti e di educatori» .6 È un «mettersi sulla lunghezza d'onda dei problemi che i giovani propongono, entrare in dialogo educativo con loro»,' solidarizzare con essi, valorizzare i loro apporti positivi e, su un piano di fede, «riconoscere in loro l'altra fonte della nostra ispirazione evangelizzatrice».$

Volontà di contatto e presenza ci introducono nel mondo giovanile reale. Per aiutare in modo efficace i giovani e i poveri bisogna conoscerli e capirli: «Il buon pastore conosce le sue pecore» (cf. Gv 10,14). Lo studio delle scienze psicologiche e sociologiche, l'informazione e la riflessione hanno sicuramente la loro importanza. Ma in fondo soltanto l'essere immerso nel loro mondo, attraverso la presenza connaturale e il contatto amichevole, apre ad una conoscenza più profonda... E soltanto una tale conoscenza permette di trovare il linguaggio adatto e i metodi validi di evangelizzazione.

La conoscenza «simpatica» porta anche ad un atteggiamento di solidarietà. Il mondo dei giovani registra la successione più rapida di cambiamenti e il dinamismo più vitale... Dinanzi a questo fatto sono possibili tre tipi di reazione:

- La reazione dell'indifferenza.

- La reazione della negatività, per la quale si sottolineano gli aspetti mancanti e i limiti o più facilmente si attribuiscono a tutta la

° CG21, 13 ' CG21, 21 $ CG21, 12

 

gioventù gli atteggiamenti e i comportamenti di alcuni giovani; spesso si unisce a ciò l'ignoranza dei fenomeni giovanili: poiché è impossibile seguire il loro ritmo, si preferisce non interessarsi e tanto meno intervenire.

- Infine la reazione positiva della comprensione educativa e dell'amore pastorale: è la reazione spontanea del salesiano: anche sotto questo aspetto egli è con i giovani, soprattutto i poveri, «simpatizza» con loro, fino a prendere il loro stile di vita semplice, sincero, dinamico...

Evidentemente tutto questo richiede senso critico. È quanto precisa la conclusione del nostro testo. Nelle idee e nel comportamento dei giovani e dei poveri non tutto può essere approvato; vi si trovano infatti errori, eccessi, talvolta disordini.

Ma il salesiano cerca di comprendere le aspirazioni profonde; anche lui contesta tutto ciò che nella società attuale non è cristiano, evangelico, e spesso neppure umano. Ritenendo «tutto ciò che è buono», secondo la consegna di san Paolo (cf. 1 Ts 5,21), aderisce al mondo giovanile e popolare «in tutti gli aspetti autentici del suo dinamismo». E sa bene che questa è una scelta che può portare talvolta a conseguenze dolorose.

Riassumendo, potremmo comporre, con la sostanza dell'art. 39, l'introduzione ad una «Gaudium et Spes» salesiana: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei giovani di questo tempo, dei poveri soprattutto, e di tutti quelli che soffrono, sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei Salesiani. E non c'è niente di veramente giovane e popolare che non trovi eco nel loro cuore».

Imploriamo il Signore

che apra i nostri cuori

alla vera comprensione e simpatia verso coloro ai quali ci ha inviati,

per essere cordialmente al loro servizio.

Perché insieme con Don Bosco

possiamo dire sinceramente ai nostri giovani: «Qui con voi mi trovo bene»,

e offriamo generosamente tutta la nostra vita per loro, ti preghiamo, Signore.

Perché la nostra presenza tra i giovani sia davvero fraterna e amichevole, aperta alla conoscenza autentica del mondo giovanile e popolare,

sia capace di sostenerli nella loro crescita verso la libertà da ogni schiavitù, ti preghiamo, Signore.

Signore, concedi a noi

di condividere con profonda verità

cordiale partecipazione la vita dei nostri giovani

tutte le loro legittime aspirazioni ed interessi, come il Tuo Figlio, facendosi uomo,

ha condiviso ogni cosa nostra, eccetto il peccato. Per Cristo nostro Signore.

CRITERI DI AZIONE SALESIANA

‘Pur essendo libero da tutti, mi son fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero... Mi son fatto debole coi deboli, per guadagnare i deboli; mi son fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,19-22)

È un altro tratto autobiografico di Paolo, appartenente a un contesto (1 Cor 8-10) che mette in luce il senso della libertà cristiana come disponibilità incondizionata alla causa del Vangelo verso tutti, a partire dai più deboli.

Per sé le due affermazioni paoline citate possiedono sufficiente chiarezza di significato, tanto più se viste alla luce dell'esempio di Gesù, amico dei piccoli e dei poveri. Però l'attenzione alla situazione concreta in cui si pone il cap. 9 della prima lettera ai Corinti aiuta ad evidenziare più intensamente l'affermato connubio tra libertà e servizio. A Corinto vi sono certuni che contestano Paolo: egli usa la libertà di non farsi mantenere dalla comunità perché in fondo, dicono, non è un apostolo vero (9,1). Paolo reagisce appassionatamente per tutto il cap. 9, chiarificando il senso della sua libertà: è quella di un apostolo, anzitutto, totalmente posseduto dal Vangelo di Cristo (9,12); che come tale ha perciò il diritto dì peculiari legami economici (9,4-12); eppure rinuncia a tali legami, perché il servizio dell'Evangelo sia ancor più trasparente, universale, comprensivo, e dunque libero (9,12-18).

Assai più che un'affermazione orgogliosa di principio, Paolo offre l'esempio di una libertà messa talmente a servizio di tutti, da diventare scelta evangelica dì «schiavo» di tutti: con i giudei, con i pagani, con quanti contano poco o sono religiosamente fragili e timorosi (deboli) (9,19-22). Qualunquismo, opportunismo? In realtà vi è un punto fermo che fa da verticale in questa dilatazione senza confini: «Tutto questo io faccio per il Vangelo- (9,23). Paolo, come Cristo, assume tutte le condizioni umane per far germogliare al loro interno genuine esperienze di fede.

Fare della libertà un servizio, rinunciando a diritti pur legittimi, e quindi operare in regime di assoluta gratuità, con una incondizionata de

dizione agli altri, per una fedeltà al Vangelo inteso come bene assoluto dell'uomo, fino ad esclamare: «guai a me se non predicassi il Vangelo!' (9,16): ecco una criteriologia apostolica che Don Bosco (riletto nella sua esperienza storica, l'»esperienza di Valdocco»: Cost 40), ha bene attuato e ci ha consegnato in eredità.

* * *

ART. 40 L'ORATORIO DI DON BOSCO CRITERIO PERMANENTE

Don Bosco visse una tipica esperienza pastorale nel suo primo oratorio, che fu per i giovani casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria.

Nel compiere oggi la nostra missione, l'esperienza di Valdocco rimane criterio permanente di discernimento e rinnovamento di ogni attività e opera.

Tutti i testi costituzionali, dai primi manoscritti di Don Bosco in poi, presentano una breve descrizione delle opere. Non lo fanno invece - almeno in dettaglio - le attuali Costituzioni. Il fatto che la prassi pastorale salesiana si sia concretizzata in determinati tipi di opere, che costituiscono ancora oggi una fondamentale presenza della Congregazione, ha portato a conservarne la descrizione nei Regolamenti generali. Ma non poteva mancare una qualche indicazione nel testo costituzionale: la diversità di contesti in cui operiamo e il sorgere continuo di nuovi bisogni hanno suggerito di offrire in questa sezione (Cost 40-43) i criteri che devono ispirare l'attuazione concreta della nostra missione nelle diverse attività e opere.

La sezione infatti è intitolata Criteri di azione salesiana».

In essa troviamo il modello di riferimento ideale, e cioè «una tipica esperienza pastorale» di Don Bosco, realizzata nell'Oratorio di Valdocco, presentato come criterio generale per il discernimento e il rinnovamento (Cost 40). Vengono poi indicati tre criteri ispiratori per la

realizzazione delle nostre opere e attività con le relative principali conseguenze (Cost 4f). Infine sono delineate le tre aree di azione o vie maestre, in cui si attua l'azione salesiana: l'educazione, l'evangelizzazione, la comunicazione (Cast 42 e 43).

Una tipica esperienza pastorale.

L'Oratorio riempie letteralmente l'esistenza di Don Bosco. Ha le sue prime espressioni nei giochi e nelle adunanze domenicali sui prati dei Becchi e nella «Società dell'allegria». Si sviluppa poi nei primi anni del suo sacerdozio, dall'incontro con Bartolomeo Garelli all'allargamento della comunità giovanile nella povera casa Pinardi e nell'organizzazione stabile della vita e delle attività. A Valdocco l'Oratorio fiorisce nella molteplicità delle proposte: fa da culla alla nascita di Congregazioni e Associazioni religiose fino a giungere alla maturità, alla morte di Don Bosco.

Quando il nostro Padre volle consegnare per iscritto le sue confidenze, intendendo lasciare appositamente «una norma per superare le difficoltà future prendendo lezioni dal passato»,' affinché i suoi fossero stimolati a continuare la sua opera in fedeltà creatrice, scrisse le «Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales».5

Rileggendo alla luce della fede il cammino pastorale di Don Bosco, si scopre che nell'incontro con i giovani dell'Oratorio sono state gettate le fondamenta di un progetto, sono cresciute le imprese, è maturato uno stile (cf. Cast 20).

Per questo le iniziative di Don Bosco ebbero all'inizio la denominazione di «Opera degli Oratori»; e la casa madre, anche dopo le successive trasformazioni, conservò il nome di «Oratorio di Valdocco».

Ma in che casa consiste la tipicità di questa esperienza pastorale?

Un'elementare conoscenza storica ci dice che gli Oratori formavano parte della tradizione e della prassi di alcune Chiese lombarde.

í MO, p. 16

3 Le Memorie dell'Oratorio di S. Francesco dì Sa1esu furono pubblicate nel 1946 (Ed. SEI Torino) e successivamente furono curate delle ristampe anastatiche da parte della Direzione Generale Salesiana. Nella Introduzione, a cura di don E. CERTA, si spiega il motivo della pubblicazione, nonostante Ia proibizione di Don Bosco (cf. MO, p. 1-12)

Erano un ambiente in cui prevaleva l'insegnamento catechistico per i ragazzi della Parrocchia, stimolato dall'offerta di giochi e trattenimenti. Don Bosco, ed è questo ciò che esprime l'articolo, lo ripensò secondo le esigenze dei suoi ragazzi poveri. L'Oratorio fu per lui «casa, chiesa, scuola, cortile»: un programma completo di soccorso materiale e di sostegno familiare, di evangelizzazione, cultura e socialità. Don Bosco lo trasformò per lo più da struttura parrocchiale in opera aperta e missionaria per poter raggiungere coloro che non venivano curati dalle normali istituzioni. L'attività domenicale si prolungò in «feriale», poiché anche durante la settimana egli continuava la sua opera di assistenza ai giovani; lo fece diventare una comunità giovanile al cui centro c'era «lui» con la sua capacità di rapporto e di animazione: una comunità «per incontrarsi da amici e vivere in allegria».

Il CG21, rifacendosi al cammino storico di Valcocco e rievocando l'intuizione originale di Don Bosco, tratteggia le caratteristiche fondamentali che delineano il volto dell'ambiente oratoriano. Sono: «il rapporto personale di `amicizia' del salesiano con il ragazzo, e la 'presenza' fraterna dell'educatore tra i ragazzi; la creazione di un ambiente che faciliti l'incontro; l'offerta di svariate attività per il tempo libero; il senso missionario delle 'porte aperte' a tutti i ragazzi che vogliono entrare; l'apertura alla massa, con attenzione alla persona e al gruppo; la formazione progressiva di tutta la comunità giovanile attraverso la pedagogia della festa, la catechesi vocazionale e sistematica, l'impegno di solidarietà, la vita di gruppo.., al fine di condurre alla formazione di una forte personalità umana e cristiana».3

In Don Bosco all'Oratorio, più che il gestore brillante di una struttura, scorgiamo la genialità creativa che sa leggere situazioni e rispondervi, mosso dalla carità pastorale. Egli è tenacemente attaccato alla sua missione tra i giovani. Per questo è fedele e dinamico, docile e creativo, fermo e flessibile ad un tempo.'

Profondamente convinto di essere chiamato da Dio al ministero di pastore dei giovani '4 si sente quindi ispirato e guidato da Lui. Al tempo stesso però egli, sensibilissimo ai richiami contingenti della storia («Bisogna che cerchiamo di conoscere i nostri tempi e di adattarvici»),5 è attento alla situazione concreta dei suoi giovani.

a CG2J, 124

" Mb, p. 22 ss. 5 MB XVI, 416

 

La graduale evoluzione storica dell'Oratorio di Valdocco nelle sue più diverse e molteplici vicende ne è una testimonianza esemplare.

Il criterio permanente.

La «tipica esperienza pastorale» di Valdocco viene proposta dal l'articolo come modello e criterio fondamentale per discernere e rinno vare, in fedeltà dinamica, tutte le attività e le opere salesiane. Il CGS lo aveva chiaramente indicato nel documento intitolato «Don Bosco nel l'Oratorio criterio permanente di rinnovamento dell'azione sale siana».6 Come ben si comprende, non si tratta qui di guardare al primo Oratorio, inteso solo opera concreta, bensì di considerarlo «come la matrice, come la sintesi, come la cifra riassuntiva delle geniali creazioni apostoliche del santo Fondatore: il frutto maturo di tutti i suoi sfarzi».7 Occorre fare riferimento all'Oratorio, dando a questa parola pie nezza di significato nel fascino dei primi tempi. L'Oratorio infatti rap presenta il paradigma di ogni nostra opera, che aspira ad essere «una casa per quelli che non l'hanno, una parrocchia per chi non conosce parrocchia, una scuola accessibile a chi altrove troverebbe difficoltà»,$ un cortile dove ci si ritrova in gioia e amicizia. Sono termini questi di grande pregnanza salesiana, sono immagini evocative che richiamano sensibilità, atteggiamenti, convincimenti, programmi, stili di presenza. È sintomatico che Don Bosco, nella circolare ai Salesiani sulla dif fusione dei buoni libri, scritta nella festa di S. Giuseppe del 1885, ri corra a queste stesse categorie pastorali, pur riferendosi ad una realtà materialmente distinta dall'Oratorio. Afferma infatti: «Colle `Letture Cattoliche' avevo di mira di entrar nelle case. Col `Giovane Provve duto' ebbi in mira di condurli in chiesa (parrocchia!). Colla `Storia d'I-

s Cf. CGS, Documento 2, nn. 192-273.

In questo documento, che può considerarsi la fonte principale del t'art. 40, il CGS insiste sulla »fedeltà dinamica» a Don Bosco, che comporta flessibilità di fronte alle esigenze sempre nuove del nostro tempo e creatività di risposte valide con »nuove presenze»; non solo con salti quantitativi", coprendo spazi vuoti, ossia ambienti giovanili non ancora raggiunti, ma anche con

salti qualitativi», quando sono in gioco «autentici valori di un mondo nuovo», rispondendo così a nuove problematiche non note ai tempi di Don Bosco, sviluppando i germi già presenti nell'opera personale del Fondatore, con l'oratorio di Valdocco come punto di riferimento costante (cf. CGS, 227 ss. 249 ss. 259 ss).

7 CGS, 195

a CGS, 216

 

talia volli assidermi al loro fianco nella scuola. Con una serie di libri ameni bramavo come una volta essere loro compagno nelle ore della ricreazione. Finalmente col `Bollettino Salesiano' volli tener vivo nei giovanetti ritornati nelle loro famiglie l'amore allo spirito di S. Francesco di Sales e alle sue massime e di loro stessi fare i salvatori di altri giovinetti».,

Il «Don Bosco dell'Oratorio» emerge come il criterio ideale dell'azione salesiana per realizzare nella concretezza del servizio la nostra missione. Quindi più che un invito a rieditare quanto Don Bosco mise in atto, questo criterio è un appello ad agire come lui nella comprensione profonda dei suoi gesti e delle sue realizzazioni a servizio della gioventù e della gente del popolo.`

Ogni casa salesiana, per essere pienamente tale, deve poter riproporre la stessa tipica esperienza pastorale che fu di Don Bosco e presentarsi come realizzazione nell'oggi di quell'originale emblema che fu l'Oratorio.

Ciò concretamente si applica in due direzioni: nel discernimento e nel rinnovamento.

Rinnovare, alla luce del criterio oratoriano, significa sottoporre a costante verifica le attività e le opere che oggi conduciamo per esaminare se e fino a che punto esse siano una fedele continuazione della missione di Don Bosco, come capacità di risposta e come stile di presenza. La disposizione al rinnovamento continuo accompagna la nostra azione e richiede un adeguamento permanente delle nostre opere e attività alla condizione giovanile e alle trasformazioni culturali. A questo ci richiama il primo articolo dei Regolamenti generali: «Ogni Ispettoria studi la condizione giovanile e popolare tenendo conto del contesto sociale in cui opera. Verifichi periodicamente se le sue attività e opere sono al servizio dei giovani poveri» (Reg 1).

Riferirsi poi al criterio indicato per discernere vuol dire porsi in prospettiva di sviluppo. Il campo d'azione è grande e immensa è la patria giovanile. Le nuove domande urgono. La risposta non può mancare. Ma più che alla quantità di opere, si richiama qui soprattutto

e Epistolario, voi [V, p. 320

Cf. CGS, 197: Nell'Oratorio Don Bosco ci offre un magnifica esempio di docilità alla volontà del Signore e dì fedeltà dinamica alla missione ricevuta per i'educazìone della gioventù.

ad uno spirito e ad uno stile da salvaguardare. L'inventiva non può certo realizzarsi a qualsiasi costo e in qualunque modo. Dobbiamo essere capaci di discernimento con l'intelligenza delle situazioni e con il coraggio del cuore. È necessario infatti ricercare quelle vie concrete e quelle attuazioni pratiche che più corrispondono alla missione salesiana e al suo progetto apostolico."

Rinnovare e discernere: sono due parole d'ordine nello spirito di Valdocco!

Anche se non esplicitata nel testo, sullo sfondo del criterio oratoriano c'è la sollecitudine di Don Bosco per i giovani, «soprattutto i poveri, abbandonati e pericolanti», quella «predilezione» di cui parlava l'art. 14.

Il fervore delle iniziative scaturisce nel salesiano dall'amore che lo spinge a ricercare le vie, anche le più innovative, per portare la salvezza ai giovani.

L'Oratorio di Valdocco è l'emblema di questa ricerca appassionata. Anzi possiamo affermare che Don Bosco ha la chiara coscienza di dare nell'Oratorio la sua piena risposta alla chiamata di Dio, realizzando in esso lo scopo della sua vita.

Ti rendiamo grazie, Signore,

perché ci hai dato Don Bosco, Padre e Maestro,

•   lo hai guidato nell'esperienza dell'Oratorio di Vaidocco perché fosse un modello concreto

della nostra vita e azione apostolica.

Fa' che, ispirandoci a lui,

•   rendendolo presente nella nostra azione, facciamo di ciascuna nostra opera un autentico «Oratorio» salesiano,

«casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi

·   vivere in allegria».

Per Cristo nostro Pastore che vive e regna

nei secoli dei secoli.

" Cf. CGS, 230

ART. 41 CRITERI ISPIRATORI PER LE NOSTRE ATTIVITÀ E OPERE

La nostra azione apostolica si realizza con pluralità di forme, determinate in primo luogo dalle esigenze di coloro a cui ci dedichiamo.

Attuiamo la carità salvifica di Cristo, organizzando attività e opere a scopo educativo pastorale, attenti ai bisogni dell'ambiente e della Chiesa. Sensibili ai segni dei tempi, con spirito di iniziativa e costante duttilità le verifichiamo e rinnoviamo e ne creiamo di nuove.

L'educazione e l'evangelizzazione di molti giovani, soprattutto fra i più poveri, ci muovono a raggiungerli nel loro ambiente e a incontrarli nel loro stile di vita con adeguate forme di servizio.

Dopo aver proposto il modello fondamentale, con questo articolo le Costituzioni intendono enumerare nel loro insieme e nella vicendevole interdipendenza i criteri che devono guidare la realizzazione nel tempo di attività e opere, che a quel modello si ispirano.

Don Bosco, vivendo in modo dinamico la fedeltà alla missione ricevuta, creò e realizzò con un continuo discernimento quelle iniziative che la carità richiedeva. Però non procedette a caso. Seguì punti di riferimento precisi che fecero da guida nella traduzione concreta della sua azione. L'elenco delle opere delle prime Costituzioni dimostra con evidenza un programma orientato di sviluppo.

A noi è affidato oggi un compito di fedeltà, nello sviluppo della missione salesiana. Interpretarlo come una ripetizione acritica delle iniziative del Fondatore sarebbe un grave errore. Piuttosto esso richiede sintonia con le sue prospettive di impegno e consonanza con gli autentici intendimenti della sua azione, svolta nello stile tipico del Sistema preventivo.

Ma noi ci chiediamo, al di là della prospettiva indicata, quali siano i criteri fondamentali che possiamo trarre dal testo della Regola? Ne facciamo una lettura analitica e ragionata.

Per dare alle nostre opere e attività la fisionomia impressa da Don Bosco, l'art. 41 segnala tre criteri di base: le nostre opere devono essere «determinate in primo luogo dalle esigenze di coloro a cui ci dedichiamo»; devono esser organizzate «a scopo educativo pastorale» nello

stile salesiano; devono rispondere «ai bisogni dell'ambiente e della Chiesa».

Attenzione alle esigenze di coloro a cui ci dedichiamo.

Con il primo criterio si intende affermare con forza la priorità delle persone sulle strutture e l'attenzione ai bisogni dell'ambiente umano.

Ciò che interessa, più che le opere, sono le persone, coloro cioè ai quali siamo inviati con le loro esigenze. A questa istanza fondamentale dobbiamo rispondere. Le attività e le opere sono da pensare e ripensare costantemente in rapporto ai destinatari e in relazione ai loro bisogni. Nessuna opera ha in se stessa un valore assoluto. E ogni opera riconosciuta adatta al perseguimento degli scopi e conforme allo spirito di Don Bosco è da ritenersi valida e adeguata per noi. La nostra azione infatti è un servizio offerto ai giovani negli ambienti popolari: i giovani sono i nostri padroni,' amava ripetere Don Bosco, sottolineando con questa frase il grande rispetto per la persona del giovane, di fronte al quale egli si poneva sempre in atteggiamento di autentico servitore. Le vicende e lo sviluppo dell'Oratorio pellegrinante sono una prova dell'attenzione ai destinatari che aveva Don Bosco.'

I Salesiani oggi si trovano nel mondo in situazioni le più disparate e sono chiamati a rispondere alle sfide che i diversi ambienti pongono e alle urgenze suscitate dalle sempre nuove situazioni sociali e culturali.

Le condizioni esistenziali di famiglia, di cultura, di lavoro, di relazioni sociali, di vita religiosa, di convivenza umana orientano pertanto il nostro concreto servizio.

Ciò richiede grande capacità di cogliere le sensibilità e le attese giovanili, abilità nell'enucleare i bisogni reali e nel dare risposta agli idoli emergenti che immiseriscono i giovani nella alienazione dello spirito, dedizione nel promuovere umanamente e cristianamente la gioventù, soprattutto quella ai margini della società e della Chiesa.

' Cf. Epistolario, vol II, 361-362 = Cf CGS 349

Questo criterio interpella i Salesiani a verificare il funzionamento delle opere e delle attività, perché siano sempre nella realtà una presenza significativa che dia risposte adeguate alle domande giovanili e crei spazio ai giovani, alla loro partecipazione nel cammino educativo e alla loro crescita.

La nostra identità pastorale.

 

Lo «scopo educativo pastorale dell'opera è il secondo criterio discriminante indicato dall'articolo costituzionale.

Come Salesiani intraprendiamo molte attività e opere diverse (scuole, parrocchie, centri giovanili e attività di tempo libero, di animazione culturale...), per rispondere alle esigenze della condizione giovanile e degli ambienti popolari. Noi diamo grande importanza a tutte queste attività in quanto contribuiscono alla promozione integrale delle persone. Dobbiamo però chiederci se sono impostate come voleva Don Bosco e se riescono a raggiungere fattivamente lo scopo desiderato.

Ogni opera e attività trova la sua giustificazione «nell'educazione e nell'evangelizzazione di molti giovani». L'educazione è il nostro campo privilegiato e il nostro modo tipico di evangelizzare. D'altro canto l'evangelizzazione è la ragion d'essere, la motivazione radicale della nostra arte educativa. Questa identità originaria rappresenta la nota più qualificante dell'azione salesiana. Senza di essa qualsiasi struttura fallisce il suo scopo! In ogni nostra opera, cioè, deve trovare senso la nostra qualificazione di «missionari dei giovani», portatori del Vangelo alla gioventù di oggi.

Questa idea si trova magnificamente riflessa nella disponibilità di Don Bosco, che si dichiarava pronto a qualsiasi cosa, persino a «levarsi il cappello davanti al diavolo», pur di salvare le anime dei suoi giovani .3

I termini «educare ed evangelizzare», il binomio «onesto cittadino e buon cristiano» contengono la ricchezza di questo criterio ispiratore, senza di cui non è neppure pensabile ipotizzare un'opera salesiana.

' Cf. MB XIII, 415

 

Il CGS esprime con forza questa esigenza di identità quando afferma che «il principale criterio perché un'opera rimanga aperta o chiusa è la possibilità o meno in essa di autentica azione pastorale» 4

Strettamente collegata con gli obiettivi educativi e pastorali della nostra azione vi è l'indispensabilità di una nostra presenza comunitaria. L'azione di una comunità educatrice ed evangelizzatrice rappresenta un requisito di base per discernere la validità di una nostra presenza tra le diverse opportunità offerte.

Sensibilità verso i bisogni della Chiesa.

Il terzo criterio chiede che le opere siano rispondenti ai bisogni dell'ambiente e della Chiesa. «Sensibili ai segni dei tempi... verifichiamo, rinnoviamo, creiamo» presenze salesiane. L'attenzione alle esigenze della Chiesa è radicata nella coscienza di Don Bosco e lo deve essere anche nella nostra.

La Chiesa è il soggetto della pastorale. Perciò un contributo particolare risulta efficace nella misura in cui si colloca nell'insieme dell'azione ecclesiale. Nella Chiesa trovano unità organica i diversi carismi e le iniziative pastorali. I bisogni specifici delle singole Chiese son differenti. E ciò dipende dalla situazione socioculturale in cui vivono, dal livello di evangelizzazione dell'ambiente e dalle stesse risorse della Chiesa. D'altra parte la ricchezza del nostro carisma offre la possibilità di originali e svariati apporti.

Vi sono Chiese che ci chiedono un servizio catechistico specializzato, altre che ci affidano l'educazione nella scuola e l'animazione giovanile, altre ancora che ci vogliono sul fronte dell'emarginazione e infine altre che ci stimolano alla cura degli ambienti popolari o sollecitano un aiuto per fondare nuove comunità.

Quanti e quali di questi servizi scegliere non deve dipendere soltanto dalle nostre competenze né dai nostri singoli gusti, ma da un esame dei bisogni della Chiesa e da un confronto con essa, nel quadro degli impegni di un'Ispettoria.

° CGS, 398

Il CGS ribadisce sovente questa attenzione alla Chiesa universale e particolare. A conferma riportiamo un testo: «Per le scelte operative di ogni Ispettoria e di ogni casa vi sia una priorità di considerazione per il nostro inserimento nella Chiesa locale in forma sempre più completa e generosa. La nostra esenzione va considerata come un servizio più che come un privilegio: così da renderci disponibili nella linea della nostra missione».5 D'altra parte non era diversa la sensibilità di Don Bosco, sempre disponibile a venire incontro alle attese e alle richieste dei Pastori. La Chiesa, infatti, ha bisogno di molteplici forme e canali per mettersi in dialogo con tutto l'uomo e con tutti gli uomini e per rivelare il disegno globale di salvezza.

Certo occorre notare che il contributo pastorale che i Salesiani sono chiamati ad offrire deve rispondere al carisma per cui lo Spirito li ha suscitati nella Chiesa: in una pastorale organica si chiede loro non di fare qualsiasi cosa, di cui ci sia bisogno, ma di portare l'originalità della propria identità (cf. Cost 48).

È questo un principio di efficacia, una norma di partecipazione e una esigenza di fedeltà della Congregazione chiamata a contribuire alla costruzione della Chiesa, manifestando «la multiforme sapienza di Dio».6 D'altra parte l'indole propria, l'originalità pastorale va interpretata secondo un criterio di adattamento ai bisogni delle singole Chiese.

Il Concilio Vaticano II esprime questi criteri secondo due linee di raccomandazione. La prima è rivolta ai religiosi, invitati a mantenere e sviluppare l'indole propria: «Vi sono nella Chiesa moltissimi istituti, clericali o laicali, dediti alle varie opere di apostolato che hanno differenti doni secondo la grazia che è stata loro data: chi ha il dono del ministero, chi insegna, chi esorta, chi dispensa con liberalità, chi fa opere di misericordia...».' «Molteplici sono le forme di vita religiosa consacrata alle opere di apostolato... È necessario che l'aggiornamento tenga conto di questa diversità».B

La seconda linea di insistenza è rivolta ai Pastori, affinché aiutino gli Istituti a conservare l'indole propria non soltanto per ciò che si rife-

5 CGS, 438 c PC, 1

PC. 8 a Ivi

risce alla vita comunitaria e al regime interno, ma anche e soprattutto in relazione alla specifica missione apostolica. «La gerarchia, il cui ufficio è pascere il popolo di Dio, viene in aiuto agli Istituti dovunque eretti per l'edificazione del Corpo di Cristo, perché abbiano a crescere e fiorire secondo lo spirito dei Fondatori».9

Se ai religiosi si domanda dunque disponibilità ai bisogni pastorali, ai Vescovi e Pastori si chiede discernimento dei carismi per fare spazio nella propria pastorale ai doni che lo Spirito Santo ha suscitato per l'edificazione della Chiesa. Il documento «Mutuae relationes» sottolinea esplicitamente questa preoccupazione: «Sia riconosciuta e conferita agli Istituti una missione tipicamente propria...; siano loro affidati secondo le circostanze compiti e mandati specifici».'°

Procedendo in questo modo si delineano spontaneamente le diverse fisionomie di ciascuna Ispettoria che, collocata in un determinato territorio, incarna creativamente il carisma salesiano nella cultura della zona e nella realtà della Chiesa.

Conseguenze.

Il testo dell'articolo presenta, oltre ai criteri ispiratori, alcune conseguenze che è bene evidenziare, anche se in breve.

L'attenzione alle persone ed al contesto socio-ambientale, la dinamica dell'azione educativa pastorale, la risposta alle esigenze ecclesiali comportano inderogabilmente la necessità di accettare come logica conseguenza un legittimo pluralismo.

L'articolo parla infatti di realizzazione «con pluralità di forme», di «adeguate forme di servizio», di rinnovare le presenze e di crearne delle «nuove».

Questa prospettiva è d'obbligo, nella molteplicità delle situazioni che ci interpellano.

Anzi Don Bosco ci insegna a scoprire attivamente e continuamente forme rinnovate o inedite pur di renderci accessibili alla gioventù.

' LG, 45 lo MR. 8

Nell'articolo viene anche richiamato un'atteggiamento di fondo che è conseguenziale alla criteriologia presentata. La casa salesiana è caratterizzata da «spirito di iniziativa e costante duttilità». Ciò è tipico dello spirito salesiano (Cost 19). Lo zelo ardente e coraggioso trova la sua espressione in questa modalità di comportamento che spinge ad intervenire attivamente sul reale e a persistervi con apertura d'animo e intelligenza per adattare la situazione alla vita e al suo ritmo.

Infine è bene sottolineare l'accenno dell'ultimo capoverso alla presenza salesiana negli ambienti naturali di vita dei giovani, specialmente i più poveri. Si tratta di un tipo di servizio, che potrebbe chiamarsi «fuori delle strutture» e che deriva dal fatto che talora le abituali strutture educative e pastorali non raggiungono un certo numero di giovani. Nel mondo d'oggi, infatti, così come al tempo di Don Bosco, ci sono giovani in situazione sociale e psicologica, che li tiene lontani dalle istituzioni ecclesiali: sappiamo bene quante persone, soprattutto negli ambienti di miseria, ignorano la Chiesa o ne conoscono solo un volto deformato!

P- naturale, perciò, che, accanto ai Salesiani che si occupano dell'educazione dei giovani negli oratori e nelle scuole, ci siano alcuni che vanno a raggiungere i più lontani «nel loro ambiente», incontrandoli «nel loro stile di vita», con «adeguate forme di servizio» per la loro «educazione ed evangelizzazione». In molti casi dovranno essere trovate forme nuove di presenza e di evangelizzazione, con quella duttilità e creatività pastorale che è caratteristica del nostro spirito (cf. Cost 19).

I Salesiani, chiamati a queste forme di servizio missionario, dovranno sempre ricordare l'esigenza della vita comunitaria, conservando una profonda comunione con i fratelli della loro comunità e dell'Ispettoria, e la necessità di far crescere sempre più un intenso spirito evangelico e salesiano, nell'unione intima con Cristo Apostolo e nello spirito del «da mihi animas» del nostro Padre Don Bosco."

" Sulle nuove presence~ salesiane si veda, in particolare, CG21, 154.161: Una nuova presenza salesiana per l'evangelizzazione.

Chiediamo a Cristo, buon Pastore,

di essere ispirati e guidati in tutto da autentica carità,

concretizzata, sopra ogni altra cosa, nell'attenzione premurosa verso le persone.

 

Perché la nostra attività

sia sempre una risposta

alle necessità dei giovani ai quali ci rivolgiamo, preghiamo.

 

Perché le nostre opere

abbiano costantemente come primo scopo il servizio dei giovani e del popolo,

ispirato agli insegnamenti di Cristo Signore, preghiamo.

 

Perché, al di sopra di ogni altro fine particolare, la nostra mèta sia sempre

l'educazione evangelizzatrice

propostaci come ideale da Don Bosco, preghiamo.

 

Concedi a noi, o Signore,

che in ogni nostro pensiero e azione siamo sempre animati dalla carità salvatrice di Gesù Cristo nostro Signore.

ART. 42 ATTIVITA E OPERE

Realizziamo la nostra missione principalmente attraverso attività e opere in cui ci è possibile promuovere l'educazione umana e cristiana dei giovani, come l'oratorio e il centro giovanile, la scuola e i centri professionali, i convitti e le case per giovani in difficoltà.

Nelle parrocchie e residenze missionarie contribuiamo alla diffusione del Vangelo e alla promozione del popolo, collaborando alla pastorale della Chiesa particolare con le ricchezze di una vocazione specifica.

Offriamo il nostro servizio pedagogico e catechistico in campo giovanile attraverso centri specializzati.

Nelle case per esercizi spirituali curiamo la formazione cristiana di gruppi, specialmente giovanili.

Ci dedichiamo inoltre ad ogni altra opera che abbia di mira la salvezza della gioventù.

Le tre aree di azione.

Negli articoli 42 e 43 si fa riferimento ad attività e opere raggruppate secondo le aree d'azione della nostra missione: l'educazione, l'evangelizzazione e la comunicazione. All'interno di queste vie maestre vengono fatte esemplificazioni di attività e opere significative che si troveranno poi descritte con le loro caratteristiche nei Regolamenti generali.

In questo modo si è voluto chiaramente evitare un'elencazione, per sé difficile, di ciò che noi realizziamo. La presentazione a gruppi delle principali strutture esistenti mette in rilievo la somiglianza di fisionomia delle diverse attività e opere, dandone una tipica caratterizzazione. La ricerca di eventuali strutture inedite o l'iniziativa per rinnovare quelle esistenti non sono precluse dal senso del testo, che deve essere letto nell'insieme della sezione.

Un'ulteriore annotazione è indispensabile per non correre il rischio di fraintendere il contenuto dei due articoli che hanno per altro un'impostazione assai diversificata. Le vie maestre dell'educazione, dell'evangelizzazione e della comunicazione, secondo cui sono raggruppate le strutture operative, non sono da intendersi come aree d'azione separate ed escludenti. Una scuola ad esempio si caratterizza come strut

tura educativa, ma non esclude l'importanza della comunicazione sociale in essa e tantomeno dell'azione pastorale. Così la parrocchia, pur essendo una tipica opera di evangelizzazione, non è realmente salesiana se non realizza la dimensione educativa e comunicativa. Del resto, se vogliamo completare l'esemplificazione, un'editrice, pur essendo una struttura di comunicazione sociale, non assolverebbe al suo scopo per noi Salesiani se non venisse orientata educativamente e pastoralmente.

Le aree di azione sono realmente distinte nella realtà dei fatti, perché ogni attività ed opera conserva una sua tipica fisionomia di base che la caratterizza. Queste però non devono esser considerate singolarmente in modo chiuso, bensì in maniera aperta, intercomunicante, come aree di azione reciprocamente complementari.

Area dell'educazione giovanile.

L'art. 42 si limita ad indicare schematicamente le prime due vie, richiamandosi assai sobriamente ad alcuni elementi descrittivi della singola area d'azione e facendo seguire l'enumerazione delle principali strutture.

Nella prima area vengono raggruppate le opere che possono essere qualificate come «educative» e «giovanili»: si parla infatti di «educazione umana e cristiana dei giovani». Questa dimensione essenziale della nostra azione trova una sua attuazione concreta in opere tipiche in cui è accentuato l'aspetto educativo-giovanile. In simili opere è possibile svolgere un programma di educazione integrale secondo il nostro progetto pastorale ed è indispensabile impostare un'azione totalmente attenta e concretamente preferenziale al mondo dei giovani.

I Regolamenti generali si diffondono nella descrizione delle singole opere e delle loro specifiche caratteristiche.

- L'Oratorio e il Centro giovanile (Reg 11-12) sono visti come «un ambiente educativo» carico di «slancio missionario». Organizzati come un servizio comunitario, hanno di mira l'evangelizzazione offerta nella pluralità di attività ricreative, educative e apostoliche.

- L'elemento caratteristico indicato per la scuola salesiana (Reg 13-14) consiste nello sviluppo integrale della persona, raggiunto nella

mediazione critica della cultura e nella proposta religiosa. Questo processo tipicamente educativo viene fondato su solidi valori culturali ed è attento alle dinamiche giovanili. La nota popolare delinea il volto sociale della scuola salesiana, ma ne tratteggia anche la prospettiva culturale e l'indirizzo professionale.

- Il convitto e il pensionato (Reg 15) sono un servizio che, tendendo a costituire un ambiente di vita originale, permette al giovane di fare una esperienza vitale. In essi si respira un'atmosfera di famiglia che facilita le relazioni, promuove la responsabilità, favorisce la vita di convivenza.

- Anche le strutture a servizio della promozione vocazionale (Reg 16-17) si rifanno alla tipica fisionomia dei nostri ambienti giovanili. Esse sono fondamentalmente centri di accoglienza dei giovani in ricerca e di accompagnamento di chi si sente chiamato ad un impegno ecclesiale.

La sequenza di queste e di altre opere, al di là di un elenco che può apparire incompleto, conferma il nostro impegno di animazione nel campo giovanile e sottolinea la fisionomia educativa della Congregazione.

Area dell'evangelizzazione popolare.

Il secondo gruppo raccoglie opere strettamente a carattere «pastorale» e «popolare».

Si dice che, attraverso queste opere, contribuiamo «alla diffusione del Vangelo e alla promozione del popolo». L'evangelizzazione degli ambienti popolari e missionari è la loro caratteristica specifica. La nota «popolare» delinea il volto di quest'area di azione e dice anche lo stile di presenza nelle relative strutture. La sollecitudine preferenziale verso la gioventù rimane sempre, anche per queste opere, l'espressione della nostra vocazione specifica e il contributo singolare alla pastorale della Chiesa particolare.

- In quest'area viene ricordato anzitutto il nostro impegno in campo missionario, che già gli art. 6 e 30 avevano indicato tra le priorità apostoliche della missione salesiana. Alla luce dell'articolo regola

mentare sulle «Missioni» (Reg 21) possiamo individuare un aspetto particolare della presenza missionaria salesiana. In un'epoca in cui si è sempre meno attenti nella concretezza esistenziale ai problemi di sviluppo globale dei paesi emergenti, è interessante che venga affermata la necessità di creare «le condizioni per un libero cammino di conversione alla fede nel rispetto dei valori culturali e religiosi propri dell'ambiente». Viene così posta in evidenza la dimensione evangelizzatrice popolare di ogni nostra opera missionaria.

- Quanto alle parrocchie l'art. 26 del Regolamenti delinea con chiarezza la loro fisionomia salesiana. Esse si dintinguono per il carattere popolare e giovanile. Il loro centro animatore è la comunità salesiana, che considera parte integrante del suo progetto pastorale l'oratorio-centro giovanile, valorizza la catechesi e l'annuncio ai lontani, cura l'integrazione tra l'evangelizzazione e la promozione umana, favorisce lo sviluppo della vocazione di ogni persona.

---- L'articolo delle Costituzioni fa cenno anche ad un compito particolare dei Salesiani: il servizio pedagogico e catechistico in centri specializzati. É un contributo qualificato che i Salesiani sono chiamati ad offrire per una più efficace e approfondita formazione e animazione dei giovani attraverso educatori preparati e competenti.

- Infine viene messo in risalto il servizio reso dalle case per incontri, rigiri, esercizi spirituali: è un prezioso contributo alla crescita della spiritualità dei gruppi, specialmente giovanili, alla scuola di Don Bosco e della sua santità. Il CG21 sottolinea esplicitamente il ruolo speciale che queste case possono svolgere come «luogo di orientamento vocazionale».1

Come si è detto, si tratta di un'esemplificazione, pur significativa. Il campo delle attività e delle opere dei Salesiani rimane sempre aperto all'inventiva, pur di raggiungere la gioventù. I Salesiani infatti «si dedicano -- conclude l'articolo - ad ogni altra opera che abbia di mira la salvezza della gioventù».2

 

 

Cf. CG21, 118

a Cf. Cosrituzioni 1875, 1,1 (F MOTTO, p. 73)

In conclusione ci si potrà forse chiedere come mai si è voluto mettere nelle Costituzioni un articolo in cui si offre semplicemente e sostanzialmente un elenco di opere. Era proprio indispensabile?

Il rilievo dato al tipo delle opere, per quanto non debba essere assolutizzato, non è secondario nella tradizione salesiana. Don Bosco infatti ha sempre annesso grande importanza all'istituzione di opere «organizzate». Erano le «case» salesiane. Esse rispondono meglio alla complessità della proposta educativa pastorale salesiana e all'esigenza di conduzione comunitaria tipica del nostro sistema educativo. L'opera organizzata del resto non è di per sé da pensare irrimediabilmente come struttura rigida. La prospettiva ideale, costantemente richiamata, della «famiglia» è un appello permanente alla flessibilità nelle strutture.

L'istituzione di un'opera rimane un'esigenza di progetto; è come mettere una casa e una comunità a disposizione dei giovani.

0 Padre, che nella molteplicità delle tue opere realizzi l'unico scopo di condurre gli uomini a Te, dona anche a noi la capacità

di perseguire sempre il fine supremo della salvezza nella molteplice varietà della nostra presenza in mezzo ai fratelli.

Il Tuo Spirito ci guidi

a vivere in ogni situazione

il carisma del nostro Fondatore,

a bene soprattutto dei giovani poveri e delle popolazioni più bisognose, nella carità di Cristo,

Tuo Figlio e nostro Signore.

ART.43 LA COMUNICAZIONE SOCIALE

Operiamo nel settore della comunicazione sociale. t, un campo di azione significativo' che rientra tra le priorità apostoliche della missione salesiana.

li nostro Fondatore intuì il valore di questa scuola di massa, che crea cultura e diffonde modelli di vita, e s'impegnò in imprese apostoliche originali per difendere e sostenere la fede del popolo.

Sul suo esempio valorizziamo come doni di Dio le grandi possibilità che la comunicazione sociale ci offre per l'educazione e l'evangelizzazione.

' CI. IM. 1

La terza via per l'attuazione della nostra azione è la comunicazione sociale, «un campo di azione significativo che rientra tra le priorità apostoliche della missione salesiana».

La comunicazione non deve essere intesa semplicemente come un «insieme di strumenti», ma come una realtà complessa e dinamica che coinvolge tutta la nostra azione. Non deve esser considerata soltanto come una particolare attività o un ambito determinato di lavoro apostolico, bensì anche come una via maestra da percorrere per realizzare con pienezza il nostro compito di educatori-pastori-comunicatori.

La comunicazione sociale, oggi.

In una società in cui la realtà della comunicazione sta investendo e coinvolgendo ambiti impensati e zone inesplgrate, il contenuto dell'articolo suona profetico. La prospettiva di sviluppo non è più ormai la società industriale o postindustriale, ma la società della comunicazione che sta avanzando a grandi passi. «La comunicazione sociale diventa sempre più una presenza educativa di massa, plasmatrice di mentalità e creatrice di cultura. Attraverso di essa vengono elaborate e diffuse le evidenze collettive che stanno alla base dei nuovi modelli di vita e dei nuovi criteri di giudizio», afferma il CG21.'

' CG21, 148

Attualmente la comunicazione sociale, a motivo dell'azione incisiva che viene prodotta dall'uso combinato di strumenti tecnici molto raffinati e dalle più sofisticate forme di linguaggio delle immagini, ha assunto ed esercita un ruolo decisivo nella dialettica culturale, nella vita sociale e nel costume.

La Chiesa ne ha colto la grande rilevanza, anzi l'indispensabilità per la comunicazione del messaggio evangelico. «Nel nostro secolo, contrassegnato dai mass-media o strumenti di comunicazione sociale, il primo annuncio, la catechesi o l'approfondimento ulteriore della fede non possono fare a meno di questi mezzi... La Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi, che l'intelligenza umana rende ogni giorno più perfezionati; servendosi di essi la Chiesa predica sui tetti il messaggio di cui è depositaria; in loro essa trova una versione moderna ed efficace del pulpito. Grazie ad essi riesce a parlare alle moltitudini».2

L'esempio del Fondatore.

Don Bosco intuì la rilevante portata di questo fenomeno per la massa dei giovani e della gente. «Al suo tempo considerò la stampa e la diffusione dei buoni libri, delle riviste, delle opere teatrali per la gioventù, della musica e del canto, non solo come strumento a servizio di specifiche opere apostoliche ed educative, ma come 'imprese apostoliche originali' in se stesse, ordinate alla realizzazione della missione giovanile a lui affidata dalla Divina Provvidenza.'

Sembra evidente che il nostro Fondatore abbia considerato in pratica la comunicazione sociale come un'autentica scuola di massa, una scuola parallela di grande efficacia e incisività. Oggi noi riascoltiamo con nuovo interesse i suoi appelli al riguardo: «Vi prego e vi scongiuro di non lcurare questa parte importantissima della nostra missione»; 4 «la stampa fu una delle principali imprese che mi affidò la Divina Provvidenza».s «Non esito a chiamare divino questo mezzo, poiché Dio

2 EN, 45

3 CG2I, 149

' Epistolario, vol N, p. 321 ' M, p. 319

stesso se ne giovò a rigenerazione dell'uomo».ó Del resto Don Bosco lasciò scritto che la buona stampa è «uno dei fini principali della Congregazione».'

Il testo più antico delle Costituzioni in lingua italiana si presenta assai interessante per l'ampiezza delle prospettive in questo campo, tenuto conto della provvisorietà dei mezzi d'allora: «... i congregati si adopreranno di dettare esercizi spirituali, diffondere buoni libri, adoperarsi con tutti quei mezzi che suggerirà la carità industriosa, affinché o con la voce o con gli scritti si ponga un argine all'empietà e all'eresia che in tante guise tenta di insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti; ciò al presente si fa con la publicazione delle letture cattoliche»8

Il nostro Padre si rendeva perfettamente conto della grande potenza diffusiva e della smisurata capacità di persuasione dei massmedia, tanto da sollecitare l'uso di «tutti quei mezzi che la carità cristiana ispira» per promuovere la fede.9

Egli guardava in avanti impegnandosi anche «in imprese apostoliche originali per difendere e sostenere la fede del popolo».

L'impegno dei Salesiani nella comunicazione.

Il richiamo che il testo costituzionale fa al «suo esempio» è per i Salesiani di oggi il motivo più forte per continuare sulla strada indicata da Don Bosco.

Il campo è vasto; la tecnica dei moltiplicatori di messaggi è sempre nuova. Non ci deve mancare il coraggio del nostro Fondatore che ha valorizzato come «doni di Dio» le grande possibilità offerte da questo fenomeno.

Oui il salesiano è invitato a pensare in termini rinnovati e ad esprimersi con creatività comunicativa. Si tratta di sviluppare il nostro impegno nell'utilizzazione matura e feconda della comunicazione sociale intesa come un «insieme di strumenti» e di introdurre nell'azione educativa e pastorale» il linguaggio totale della comunicazione».

° Ivi, p. 318

Ivi, p. 320

e Costituzioni 1858, 1,5 (cf. F. MOTTO, p. 78) ° Costituzioni 1875, 1,7 (cf. F. MOTTO, p. 79)

Il salesiano è un comunicatore che si ispira al «perfetto Comunicatore»,1D causa esemplare di ogni espressione, di ogni immagine e di ogni tecnica. Non considera la creatività espressiva e l'uso dei 'media' come occasioni educative semplicemente sussidiarie e puramente occasionali. È invece convinto che queste attività espressive sono nel loro insieme un autentico nuovo modo di comunicare, un vero linguaggio che non può essere sottovalutato soprattutto nel dialogo educativo con le nuove generazioni. Per questo egli fa uso anche di ogni strumento di comunicazione nelle situazioni in cui si trova: utilizza con intelligenza e competenza i mass-media come il cinema, la radio-TV locale, ecc. e ancor più i mezzi cosidetti leggeri, quali l'audovisivo, il teatro, la musica, l'espressione corporale, ecc."

E appunto «per sensibilizzare i diversi ambienti alla novità del linguaggio e al cambio di mentalità» il CG21 invita a programmare e realizzare addirittura «corsi sistematici di formazione» alla recezione critica dei programmi e all'uso dei mass-media come mezzi ordinari di comunicazione educativa.t2

Notiamo che l'articolo indica pure con chiarezza lo scopo cui dobbiamo mirare come qualificati comunicatori: «per l'educazione e l'evangelizzazione».

Il primo spazio d'azione è l'educazione. Il CGS parla, al riguardo, di un triplice compito: di liberazione, di corresponsabilità e di creatività.13 L'influsso della comunicazione sociale sui giovani e sulla gente comune è enorme: si legge carta stampata, si ascoltano trasmissioni, si affollano le sale di cinema-teatro. Spesso valori fondamentali vengono però misconosciuti o addirittura vilipesi nella valanga di messaggi che si ricevono ogni giorno.

Ne consegue un compito specifico che richiede di impostare un'azione liberatoria da tutti i condizionamenti e di abilitare ad una recezione critica di fronte alla violenza della persuasione occulta.

Ma non basta. Occorre educare ad un atteggiamento costruttivo di

u CP, 11

" Sul salesiano «comunicatore popo(areH si veda il discorso conclusivo del Rettor Maggiore al CG22: Documenti CG22, 73.

 CG21, 152. Nella 'Ratio' salesiana lo studio della comunicazione sociale è inserito in tutte le tappe della formazione iniziale (cf. FSDB, passim).

13 CGS, 456-458

corresponsabilità, ossia all'intervento attivo e propositivo. Si tratta allora di sviluppare nei giovani recettori il senso critico sia estetico che morale per avviarli ad una «personale e libera scelta».14

il giovane deve essere avviato alla comprensione del linguaggio, alla lettura critica del messaggio, spesso espressione di una ideologia o mentalità, al dialogo mediante le diverse forme di confronto e di discussione. L'educatore si deve proporre inoltre di stimolare la fantasia creativa in questo campo: il suo infatti è l'intervento propositivo e alternativo di chi non solo sa leggere la realtà, ma cerca di influire e di intervenire su di essa.

La seconda finalità è l'evangelizzazione.

Ogni forma di comunicazione sociale è un valore da coltivare in sé, perché espressione di una parola umana ancorata alla Parola divina, il Verbo. La comunicazione sociale però può essere messa anche a servizio specifico della diffusione del messaggio evangelico, «a servizio del Vangelo», per «estendere quasi all'infinito il campo di ascolto della Parola di Dio e per far giungere la Buona Novella a milioni di persone».15

L'esperienza del resto dimostra che l'uso dei nuovi linguaggi si rivela fecondo ed efficace non solo sul piano strettamente educativo, ma anche nell'animazione liturgica e catechistica, nella formazione alla preghiera, nel vivere l'incontro con il Signore nei Sacramenti.

A conclusione richiamiamo quanto il Rettor Maggiore affermava nella sua lettera circolare «La comunicazione sociale ci interpella». Dopo averne evidenziata la dimensione salesiana, egli scriveva: «La comunicazione sociale è novità di presenza».16 Ci sia di sprone a ciò l'atteggiamento aperto e coraggioso che Don Bosco assunse già nel secolo scorso.

«Don Bosco, portato dal suo innato fiuto del futuro, aveva intuito il peso sempre maggiore cha la comunicazione sociale stava assumendo. Si buttò a lavorare in questo campo fin dagli inizi del suo apostolato, e proprio della stampa disse: 'In queste cose Don Bosco vuole essere all'avanguardia del progresso'. Seppe essere santamente audace»."

' IM 9

" £N. 45

10 Cf. ACS n. 302 (1981), p. 6.8 ' Ivi, p. 29

 

Lodiamo il Signore,

che per salvare gli uomini di tutti i tempi fornisce ad ogni epoca mezzi provvidenziali di comunicazione del suo Vangelo, affidandoli alle mani dei suoi discepoli.

 

Per la nostra Congregazione,

perché sappia comunicare il messaggio di salvezza esprimendolo in ogni lingua

e inserendolo in ogni cultura,

ti preghiamo, Signore.

 

Perché tutti coloro che con noi e come noi

sono chiamati a diffondere nel mondo la fede sappiano ricavare dagli ambienti in cui vivono

strumenti adatti a trasmettere con efficacia il Tuo Vangelo, fondendo in armoniosa unità la fede e le varie culture, ti preghiamo, Signore.

 

Concedi, Signore, a noi figli di Don Bosco

e a tutti i nostri collaboratori nell'opera educativa l'audacia e l'inventiva del nostro Fondatore,

con la capacità di accogliere e impiegare per il Tuo Regno la ricchezza dei mezzi di comunicazione che la nostra epoca ci fornisce, per essere autentici «comunicatori popolari» a lode della Tua gloria e per la salvezza del mondo.

I CORRESPONSABILI DELLA MISSIONE

«Non c'è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo intatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di pio, edificio di Dio» (1 Cor 3,8-9),

Nella comunità di Corinto sono nati i partiti: «lo sono di Paolo, io di Apollo, io di Cefa, io di Cristo» (1 Cor 1,12). La sapienza mondana, estranea alla logica della croce, non sa riconoscere, al di dentro delle molteplici espressioni ministeriali, l'unità del dono della fede da parte di Dio in Gesù Cristo. «Siete ancora carnali... vi dimostrate semplicemente uomini» (1 Cor 3,3-4), incalza Paolo, precisando nei vv. 5-9 il senso e il ruolo dei predicatori, dei maestri, in una parola dei ministri all'interno dell'unica Chiesa.

Al centro sta Dio in Cristo, protagonista assoluto della salvezza dell'uomo o, per dirla in termini evangelici, della venuta del Regno. Nelle parabole Gesù usa l'immagine del campo per indicare l'umanità come luogo del Regno (Mt 13; ma vedi pure il collegamento tra popolo e vigna, Is 5, piantagione, Ez 17,7); i ministri sono collaboratori («synergoi») tanto indispensabili per scelta divina, quanto servitori di tale scelta. A questo livello, le diverse azioni di intervento nel campo di Dio (piantare, irrigare) sono secondarie e subalterne all'unità del progetto; semmai la differenza apparirà dal senso di responsabilità e purezza con cui ogni ministro avrà fatto ciò che gli era stato donato di fare (1 Cor 3,10-17). Con vivacità può ammonire Paolo: «Voi siete il campo di Dio, edificio di Dio», E il monito ricade sui ministri, come a dire: nel vostro diversificato servizio all'unico campo di Dio, ricordate che esso è la comunità in cui lavorate, che è la gente che evangelizzate, e soprattutto non dimenticate che Dio è la sua ragion d'essere e il suo principio di appartenenza.

Il testo paolino è assai più che una asserzione dì principio: è un monito severo che nasce dalla concretezza dei fatti, da cose che capitano e che rimanda all'esito finale dì un giusto giudizio sulla validità del proprio servizio. Ma più ancora è un invito stimolante di crescere alla statura di uomini spirituali riconoscendo la comune uguaglianza, pur nella diversità dei ruoli, nei confronti dell'unico Dio che è Padre di tutti e opera in tutti.

Le Costituzioni attualizzano questo insegnamento di Paolo all'interno della Congregazione e della Famiglia salesiana. Ritorna indimenticabile il ricordo di Don Bosco che tutto unificava nel «Da mihi animas», e insieme tanto faceva perché i suoi collaboratori percepissero l'unità nella fraternità, lavorando con compiti diversi per la salvezza dei giovani.

ART. 44 MISSIONE COMUNITARIA

 

Il mandato apostolico, che la Chiesa ci affida, viene assunto e attuato in primo luogo dalle comunità ispettoriali e locali i cui membri hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti. Essi ne prendono coscienza: la coesione e la corresponsabilità fraterna permettono di raggiungere gli obiettivi pastorali.

L'ispettore e il direttore, come animatori del dialogo e della partecipazione, guidano il discernimento pastorale della comunità, affinché essa proceda unita e fedele nell'attuazione del progetto apostolico.

La comunità soggetto della missione.

Il titolo scelto per questa sezione rivela immediatamente la prospettiva di lettura degli articoli che la compongono (Cost 44-48). Si tratta di definire chi è il soggetto della missione, ossia a chi è affidato il mandato apostolico. La risposta è chiara: alla comunità.

La comunità assume e attua il mandato apostolico ricevuto dalla Chiesa. La missione salesiana non è un fatto affidato a singole persone responsabili, ma è una realtà che coinvolge un insieme di persone «corresponsabili».

Tra i Salesiani non c'è, così, spazio e giustificazione per nessun individualismo apostolico. Ciascun salesiano porta evidentemente i suoi doni e la sua parte di responsabilità personale nel compimento della missione (cf. Cost 22). Ma questo compito personale indispensabile si

inserisce in un impegno comunitario. Qui «in primo luogo» c'è l'affermazione decisiva per noi della dimensione comunitaria, che dà l'impronta di fondo al nostro lavoro apostolico ed al nostro stile educativo. Non si tratta certo di asserire un comunitarismo generico, ma di prendere chiara coscienza che la comunità assume nel suo insieme ed attua coralmente la missione ricevuta.

Titolari della missione sono, quindi, a livello operativo territoriale le «comunità ispettoriali e locali».

La «comunità ispettoriale» ha un particolare rilievo nella responsabilità del lavoro apostolico. Essa costituisce infatti «l'unità istituzionale salesiana che corrisponde meglio alla Chiesa locale».'

Come più esplicitamente diranno in seguito le stesse Costituzioni (cf. Cast 58 e 157), l'lspettoria non deve esser considerata come una semplice entità amministrativa, ma come «comunione di comunità locali» che avvertono con consapevolezza la responsabilità di condividere la missione salesiana in una determinata regione.

Questo consente di offrire un servizio specifico e diversificato alla Chiesa particolare, rendendo così manifesta la vita e la missione multiforme della Congregazione.

La «comunità locale» porta la responsabilità a livello più ristretto e concretamente definito nel territorio in cui si trova, attuando i suoi compiti apostolici specifici.

Ne consegue che ogni salesiano e ogni comunità locale, mentre svolge una determinata attività, agisce nella consapevolezza di essere «membro solidale» per il compimento di una missione comune più vasta.

Coesione e corresponsabilità.

Nella comunità responsabile della missione «i membri hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti», come organi viventi di un solo corpo. Questa immagine, cara a Don Bosco,2 rende as-

CGS, 84

z Si veda la conferenza di Don Bosco ai Salesiani tenuta l'11 marzo 1869: cf. MB IX, 572-576.

sai bene da una parte l'idea che la missione per essere compiuta suppone delle funzioni differenziate tra loro e, d'altra parte, che ogni funzione non si può comprendere se viene isolata dalle altre funzioni e dalla totalità dell'organismo.

Secondo la legge della diversità arricchente e della complementarità vicendevole troviamo nella comunità salesiana dei confratelli con compiti diversi, con svariate capacità, differenti doti e qualificazioni.

Tutti hanno bisogno gli uni degli altri, poiché gli apporti di tutti sono importanti, anche se di varia natura e rilievo.

Ciascuno, secondo quanto già affermava l'art. 22, deve sentirsi in definitiva correlativo agli altri membri della comunità.

Ma «per raggiungere gli obiettivi pastorali» non è sufficiente un'articolazione strutturale di compiti e di ruoli. Assai più importante è che i membri prendano coscienza della loro situazione di interdipendenza e ne accettino le leggi e le relative conseguenze. È quanto afferma il testo usando i due termini: «coesione e corresponsabilità».

La parola «coesione» esprime particolarmente la situazione oggettiva di unità operativa e il senso di vicendevole appartenenza.

«Corresponsabilità» invece esprime propriamente l'atteggiamento soggettivo della coscienza dei diversi membri, ciascuno dei quali condivide la responsabilità dei suoi confratelli ed è pronto a rispondere del proprio compito, che viene assolto con la preoccupazione di fare unità e di operare concordemente.

Le Costituzioni riprenderanno questi concetti nel capitolo della comunità fraterna (cap. V), nella trattazione sulla comunità obbediente alla volontà del Signore, come pure nel servizio dell'autorità (cf., in particolare, Cost 66 e 123).

La guida pastorale.

La seconda parte dell'articolo è strettamente legata alla prima.

La legge dell'azione di comunità è l'unità dei membri nella diversità dei compiti. Ma ciò esige una guida nel discernimento pastorale per procedere uniti e fedeli all'attuazione del progetto apostolico.

Chi è la guida prevista di questi apostoli corresponsabili, radunati in comunità? L'Ispettore nella comunità ispettoriale e il Direttore nella

comunità locale, risponde la Regola.

La corresponsabilità però richiede che i membri non solo aspettino o ricevano disposizioni, ma procedano assieme nella lettura delle situazioni e nello studio delle scelte. I Superiori sono dunque considerati «animatori del dialogo e della partecipazione».

Non dobbiamo guardare a queste figure semplicemente come a conduttori di un'opera, ma prendere atto che essi sono chiamati a guidare una comunità apostolica perché essa proceda unita e fedele nella specifica missione salesiana, senza di cui non sarebbe possibile realizzare il progetto apostolico ideato da Don Bosco.

Viene qui delineato un tratto centrale della fisionomia del Superiore salesiano, che sarà completato da altri aspetti indicati successivamente dalla Regola (cf. Cost 55. 121. 161. 176). Chi presiede, proprio in quanto Superiore salesiano e coordinatore della vita religiosa della comunità, è essenzialmente l'orientatore degli impegni educativi e pastorali. In lui l'autorità religiosa contiene ed esige il ruolo di guida pastorale e viceversa. Nel progetto di Don Bosco, la guida della comunità salesiana è l'educatore apostolico e spirituale del gruppo degli educatori-pastori, è il coordinatore dell'insieme degli sforzi di ciascuno, è colui che fa sintesi del cammino per vivere in fedeltà, è l'animatore dello spirito che orienta l'azione missionaria considerata nella sua interezza.

Il CG21, delineando il ruolo del Direttore, afferma che egli è «guida pastorale della missione salesiana, che attua il triplice ministero di maestro della Parola, di santificatore attraverso i sacramenti e di coordinatore dell'attività apostolica. E primo responsabile della missione giovanile e popolare affidata alla sua comunità, custode e rinnovatore della fedeltà dei confratelli al criterio pastorale del Sistema preventivo, collaboratore del Vescovo con il suo presbiterio per una pastorale d'insieme nella Chiesa locale».3

Si tratta di un servizio ecclesiale qualificato richiesto dalla realtà stessa della comunità salesiana, che nella missione ricevuta dalla Chiesa trova il «tono concreto» e la modalità specifica della sua stessa vita (cf. Cost 3).

3 CG21, 52

O Padre, risveglia e sviluppa in noi la coscienza della missione

che, attraverso la Chiesa e la nostra Società,

ci hai affidato da compiere nella comunità locale e ispettoriale. Il tuo Spirito ci aiuti a conoscerci, a comprenderci, ad aiutarci nella collaborazione vicendevole. Rendici felici di avere tanti fratelli accanto a noi, fa' che siamo solidali nei propositi e negli sforzi,

desiderosi di promuovere una vera unità attorno ai Superiori per la realizzazione del Tuo disegno di amore. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

ART. 45 RESPONSABLITA COMUNI E COMPLEMENTARI

Ciascuno di noi è responsabile della missione comune e vi partecipa con la ricchezza dei suoi doni e delle caratteristiche Laicale e sacerdotale dell'unica vocazione salesiana.

Il salesiano coadiutore porta in tutti i campi educativi e pastorali il valore proprio della sua laicità, che lo rende in modo specifico testimone del Regno di Dio nel mondo, vicino ai giovani e alle realtà del lavoro.

Il salesiano presbitero o diacono apporta al comune lavoro di promozione e di educazione alla fede la specificità del suo ministero, che lo rende segno di Cristo Pastore, particolarmente con la predicazione del Vangelo e l'azione sacramentale.

La presenza significativa e complementare di salesiani chierici e laici nella comunità costituisce un elemento essenziale della sua fisionomia e completezza apostolica.

L'ari. 44 diceva che l'unica missione, affidata alla comunità, è compiuta da soci che «hanno funzioni complementari con compiti tutti importanti».

Questo art. 45 vuole presentare brevemente le figure dei soci che compongono la comunità e lavorano per la medesima missione. Esso esprime in sintesi:

- l'unità vocazionale;

- la specificità delle figure del salesiano coadiutore (o «laico») e del salesiano presbitero o diacono (o «chierico»);

la loro essenziale reciprocità.

L'unità vocazionale.

Il prete o diacono e il coadiutore vengono presentati in primo luogo nella loro uguaglianza fondamentale: la vocazione salesiana, dice la Regola, è unica. Le due figure di soci vengono denominate «salesiano coadiutore» e «salesiano presbitero»: ciò che è fondamentale e comune in essi è l'essere «salesiano», termine che precede con valore di sostantivo, esprimendo così la sostanziale uguaglianza. La maniera di vivere questa comune vocazione salesiana viene precisata invece con

la specificazione che caratterizza, come prete o coadiutore, la particolare condizione e i rispettivi compiti conseguenti.

In apertura di articolo, riprendendo la tematica dell'art. 44, si afferma che ciascuno è responsabile della missione comune e vi partecipa con la ricchezza della sua tipicità. Quel «ciascuno» è qui inteso in senso collettivo: il coadiutore, il prete- t questo un altro modo di evidenziare la fondamentale responsabilità comune, cui segue l'accenno al contributo originale che ciascuna delle due figure apporta. L'unica consacrazione religiosa, l'identica missione apostolica e la partecipazione alla vita comunitaria fondano l'uguaglianza fra coadiutore e sacerdote.

Don Rinaldi si esprimeva così nel 1927: «Quando Don Bosco cominciò a pensare alla fondazione di una Società religiosa, volle che tutti i membri, sacerdoti, chierici e laici, godessero degli stessi diritti e privilegi... I coadiutori... sono... Salesiani obbligati alla medesima perfezione e ad esercitare l'identico apostolato che forma l'essenza della Società salesiana».' Le parole di don Rinaldi riflettono quelle stesse di Don Bosco che, parlando della Congregazione salesiana ai giovani artigiani, affermava: «È un'associazione di sacerdoti, chierici e laici, specialmente artigiani, che desiderano vivere uniti per procurare di volersi bene gli uni gli altri e di far del bene ad altri... Tra i soci della Congregazione non ci sono distinzioni: noi ci consideriamo tutti fratelli.-.».z

Le Costituzioni mettono dunque in rilievo l'unità della vocazione salesiana, ma anche la necessità delle due figure di soci per l'adempimento della missione originale della Congregazione.

«I figli di San Giovanni Bosco, scrive don Ricaldone, hanno bisogno di affiancarsi, di completarsi, di procedere fraternamente uniti nella attuazione delle identiche finalità della loro missione.,- Essi non sono elementi separati o divergenti, ma gli eredi, gli strumenti, gli esecutori di uno stesso divino programma», 1

Questa compresenza di laici e di chierici e la loro indispensabilità per la missione non è arbitraria, ma attinge le sue ragioni nell'identità medesima della Congregazione.

ACS n. 40, 24 luglio 1927, p. 574

' MB XII, 151

' ACS n. 93, maggio-giugno 1939, p, 180

Scrive il Rcttor Maggiore D. E. Viganà; «Troviamo nell'unità vocazionale della Congregazione le due dimensioni fondamentali: quella di tipo `sacerdotale' e quella di tipo `laicale'. Non si tratta semplicemente di questo o di quel socio che,.. abbia un gusto personale più o meno ministeriale o profano; si tratta della comunità salesiana nella sua vitalità organica, ossia della Congregazione in quanto tale, che ha come componente essenziale della sua fisionomia un peculiare e simultaneo senso della consacrazione dell'Ordine e della condizione laicale, permeantisi in una sintesi originale di vita comune».4

Specificità delle due figure.

Ma l'unità di vocazione non misconosce la specificità delle due figure: nel secondo e terzo capoverso l'articolo costituzionale si ferma a descrivere alcuni tratti caratteristici di ciascuna di esse.

1. li salesiano coadiutore.

D salesiano coadiutore è presentato in primo luogo dalla Regola nella sua vocaziona salesiana originale, quale «geniale creazione del gran cuore di Don Bosco, ispirato dall'Ausiliatrice», come si esprimeva con squisita sensibilità il Servo di Dio don Filippo Rinaldi.s

Il VII Successore di Don Bosco mette in evidenza l'alto significato ecclesiale di questa vocazione, confrontandola con quella del sacerdozio ministeriale: «Alla radice delle differenze non c'è una negazione o una carenza di qualificazione ecclesiale, bensì una scelta differente: il coadiutore ha optato per un ideale cristiano positivo che non è definito dal sacramento dell'Ordine, ma è costituito da un insieme di valori che formano in se stessi un vero obiettivo vocazionale di alta qualità. Il CG21 sottolinea l'identità di tale scelta, qualificandola come 'vocazione' che è in se stessa `concreta' (con una propria fisionomia), 'com-

E. VIGANO, La componente laicale della comunità salesiana, AC; n. 29S (1980), p. 14 s ACS n. 40, 24 luglio 1927, p. 574

pleta' (senza carenze), 'originale' (frutto della genialità del Fondatore), 'significativa' (di particolare attualità)».6

Come salesiano il coadiutore è anzitutto un «educatore», votato alla promozione integrale della gioventù e della gente del popolo. Egli assolve compiti di ordine culturale, professionale, sociale ed economico, come pure di ordine catechistico, liturgico e missionario; insomma è impegnato «in tutti i campi educativi e pastorali». Poiché come religioso non opera a nome proprio, ma riceve la sua missione dalla Chiesa, egli partecipa profondamente al ministero pastorale, dando al suo sacerdozio battesimale una particolare espressione.

Ma questi compiti il salesiano coadiutore li svolge dando alla comunità un suo tipico apporto: le Costituzioni rilevano che tale apporto deriva precisamente dalla sua condizione laicale. «Vi sono cose - affermava Don Bosco che i preti e i chierici non possono fare e le farete voi... »;' sono appunto quelle che la condizione di religioso «laico» abilita a compiere.

Dopo di avere, perciò, evidenziato l'autentica e fondamentale vocazione religiosa salesiana e la dimensione comunitaria, il testo della Regola si ferma a considerare la specifica forma «laicale» con cui il coadiutore la vive. È quanto affermava con chiarezza il CG21: «La dimensione laicale è la forma concreta con cui il salesiano coadiutore vive e agisce come religioso salesiano».5 L'articolo costituzionale dice, in modo equivalente: il coadiutore «porta il valore proprio della sua laicità». Si può osservare che proprio per questa tipica modalità di presenza, accanto al nome storico di «salesiano coadiutore», le Costituzioni e i Regolamenti utilizzano in varie circostanze la denominazione di «salesiano laico».

Possiamo chiederci: in che cosa consiste questo «valore proprio» della laicità del salesiano coadiutore, certamente distinta dalla laicità

ACS n. 298 (1980), p. 10; cf. CG21, 173ss

MB XVI, 313

a CG21, 178

9 È utile aver presente il significato di termini frequentemente usati. rcLaico,, secondo l'accezione dei documenti ecclesiali (vedi in particolare Lumen gentium cap. [V e Apostnlicarn actuoatratem), è colui che mediante il Battesimo è incorporato a Cristo e costituito membro del Popolo di Dio: secondo la propria misura è partecipe dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale

vissuta dai secolari?'

Ecco come il CGS delinea tale valore: «Egli vive con le caratteristiche proprie della vita religiosa la sua vocazione di laico che cerca il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio; esercita il sacerdozio battesimale, la sua funzione cultuale, profetica e di testimonianza e il suo servizio regale, in modo da partecipare veramente alla vita e alla missione di Cristo nella Chiesa; realizza con l'intensità che deriva dalla sua specifica consacrazione e per `mandato' della Chiesa, non in persona propria come semplice secolare, la missione di evangelizzazione e santificazione non sacramentale; svolge la sua azione di carità con maggiore dedizione all'interno di una Congregazione che si dedica all'educazione integrale dei giovani particolarmente bisognosi; infine, come religioso, anima cristianamente l'ordine temporale, avendo egli rinunciato alla secolarità, con un apostolato efficacissimo, educando i giovani all'animazione cristiana del lavoro e degli altri valori umani».1D

Il salesiano coadiutore è chiamato a vivere la sua laicità secondo il carisma salesiano e nel contesto della sua comunità." La realtà laicale non è cancellata dalla professione religiosa, anzi investe di una partico

di Cristo e, per la propria parte, compie, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano (cf. LG, 31). Nei documenti del Concilio e neI Codice di diritto canonico il Laico è considerato, dal punto di vista della vocazione, distinto dai chierici, che sono stati istituiti nell'ordine sacro (cf. LG, 31; CIC, can. 207). La stato religioso è uno stato che ha peculiari caratteristiche nella Chiesa, legate a un carisma dello Spirito; i documenti conciliare affermano esplicitamente che ad esso possono accedere fedeli sia dalla condizione clericale come da quella laicale (cf. LG, 43; CIC, can. 588).

Nei documenti del Magistero si parla frequentemente dei compiti secolari, come tipicamente propri dei laici (cf, ad es. LG, 31: l'indole secolare è propria e peculiare dei laici'). Con il termine "secolare' (e il corrispettivo «secolarità') ci si riferisce all'ambito di impegno che riguarda le realtà «secolari', cioè tutte le realtà temporali, proprie del «secolo' (in parallelismo con le realtà che concernono direttamente il fine ultimo). Ora per sé la Chiesa intera, in quanto pellegrinante, ha un suo carattere secolare, e quindi tutti i suoi membri sono in vari modi vincolati con le realtà secolari. È tuttavia specifico dei laici di essere piú direttamente inseriti in tali realtà e di infondere in esse il fermento evangelico con il contributo della loro professionalità.

È opportuno fare una distinzione-, mentre i Laici del secolo promuovono ed elevano cristianamente le realtà secolari, agendo dall'interno di esse con l'esercizio del proprio ufficio e secondo le leggi loro proprie, l Laici «religiosi' (e qui pensiamo al salesiano coadiutore) operano in determinati settori delle realtà secolari in forza della loro stessa consacrazione, secondo lo spirito del Fondatore (cf. ACS n. 298, p. 24 ss.), apportando ad esse con la propria competenza professionale la solerzia della carità della Chiesa e offrendo una viva testimonianza che «il mondo non può essere trasfigurato e offerto al Padre senza lo spirito delle Beatitudini' (cf. LG, 31).

10 CGS, 149

" Cf. ACS n. 298 (1980), p. 28-29

 

lare configurazione tutti gli aspetti della vita del confratello: la missione salesiana, la vita di comunità, l'azione apostolica, la professione dei consigli, la preghiera e la vita spirituale.

Ciò fa assumere anche alla comunità salesiana un suo aspetto tipico voluto da Don Bosco: arricchita del valore laicale, essa diventa capace di accostarsi al mondo in maniera apostolicamente più valida.

Il testo non accenna direttamente agli svariati ruoli del salesiano coadiutore, ma sottolinea come la sua condizione laicale e la sua esperienza, unita al cuore profondamente salesiano, lo rendono particolarmente «vicino ai giovani e alle realtà del lavoro». La storia attesta che negli Oratori, nelle scuole professionali o tecniche, nelle missioni, i coadiutori hanno esercitato un apostolato ricchissimo e un'influenza efficacissima!

Ed è pensabile che in un mondo sempre più secolarizzato come il

nostro la presenza del salesiano coadiutore divenga più preziosa e urgente. 12

Osserviamo, in conclusione, come tutto il testo delle Costituzioni rivela l'atteggiamento interiore che sta alla base della caratteristica vocazionale del coadiutore, per cui il suo cuore salesiano è ancorato alla trascendenza vissuta nelle realtà temporali, in cui egli immette la forza della radicalità evangelica. Questo gli consente di muoversi negli ambiti

secolari con mentalità allo stesso tempo tecnica e pastorale: è questa una grande ricchezza per la comunità!

2. Il salesiano presbitero o diacono.

Il «salesiano presbitero o diacono» è il segno di Cristo Pastore, il

sacramento del suo ministero come Capq della Chiesa.

I presbiteri, secondo la dottrina del Concilio, «esercitano la funzione di Cristo Capo e Pastore per la parte di autorità che spetta loro».' a Infatti, sono stati «segnati, in virtù dello Spirito Santo, da uno speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome e nella persona di Cristo Capou.14

 

 

'= Cf. ACS n. 298 (1980), p. 46-48: Il Rettor Maggiore presenta due autorevoli appelli rifacendosi

alle parole di don Albera e di don Rinaldi.

i3 PO, 6 P0 4           2

Tra sacerdozio «ministeriale» (derivante dal sacramento dell'Ordine) e sacerdozio «comune» (derivante dal sacramento del Battesimo) c'è mutua complementarità.'-1 Dal punto di vista della finalità della vita cristiana, in quanto liturgia alla gloria del Padre, il primato spetta al sacerdozio comune: «tutti i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio, offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio, rendano dovunque testimonianza di Cristo, e, a chi lo richieda, rendano ragione della speranza che è in loro della vita eterna».' 6

Ma dal punto di vista dell'efficacia sacramentale di inserzione nel sacrificio di Cristo, il sacerdozio ministeriale ha un ruolo essenziale per la «sacra potestà» di cui è portatore: i presbiteri, infatti, partecipando secondo il grado del loro ministero «alla funzione dell'unico mediatore Cristo, agiscono nell'assemblea eucaristica in persona di Cristo ed esercitano (per la loro parte di autorità) l'ufficio di Cristo Pastore e Capo»."

In definitiva il servizio del sacerdozio ministeriale rende efficace nella Chiesa lo stesso sacedozio comune di tutti. I presbiteri, poi, se di fatto esercitano un ruolo di presidenza, dovranno, in conformità con il monito della prima lettera di Pietro, evitare di «agire come da padroni tra i fedeli loro affidati, ma (comportarsi) come sinceri modelli del gregge» (1 Pt 5,3): e dovranno sapersi mostrare contemporaneamente come «guide e membri»; «veramente padri, ma anche fratelli; maestri nella fede, ma principalmente condiscepoli davanti a Cristo; perfezionatori sì dei fratelli, ma anche veri testimoni della loro personale santificazione».ls

Sulla base di questa dottrina conciliare, le Costituzioni chiedono, anzitutto, ai salesiani presbiteri di essere pienamente tali.

È bello e significativo ricordare quanto Don Bosco dichiarava al ministro Ricasoli che l'aveva invitato a Palazzo Pitti a Firenze il 12 dicembre 1866: «Eccellenza! Sappia che Don Bosco è prete all'altare, prete in confessionale, prete in mezzo ai suoi giovani, e come'è prete in

13 Ce. L.c, 10

16 z,i

L.G 28 d MR, 9

 

Torino, così è prete a Firenze, prete nella casa del povero, prete nel palazzo del re e dei ministri».19

È una magnifica testimonianza di identità personale e di unità di vita in Don Bosco. «Così -• afferma ancora il Concilio - rappresentando il buon Pastore, nello stesso esercizio della carità pastorale troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale che ricondurrà all'unità la loro vita e attività».20

Il salesiano prete nutre il suo cuore di carità pastorale, che non può venire se non da Cristo Pastore. Questo atteggiamento di fondo lo spinge a cercare costantemente attraverso ogni gesto, come possa essere autentico pastore con lo stesso cuore di Cristo. È questo il suo primo e principale compito!

Richiamandosi al decreto «Presbyterorum ordinis», il CGS si esprime così: «Il sacerdote è l'uomo spirituale che deve sempre avere dinanzi agli occhi l'immagine di Cristo, servo e pastore. Il suo ministero è un servizio di virtù attiva, propriamente escatologica, i cui segni visibili sono, benché a titolo diverso, la predicazione evangelica e le azioni sacramentali. Egli, per ufficio e pubblicamente, annuncia il Cristo Salvatore in questo mondo, raccoglie insieme la fraternità cristiana, la raduna nel sacrificio di Cristo e, come guida, attraverso Cristo, nello Spirito, la conduce al Padre».21

Ma le Costituzioni vogliono sottolineare che il salesiano prete è chiamato a esercitare il suo ministero secondo il carisma salesiano nel contesto della sua comunità. Il suo modello è Don Bosco, che Pio XI citava nella Enciclica sul Sacerdozio, accanto a Giovanni Maria Vianney e a Giuseppe Cottolengo, come «stella di prima grandezza» e «vero gigante della santità». Il salesiano prete è sacerdote secondo lo spirito e gli orientamenti apostolici con cui il nostro Padre è stato sacramento di Cristo per i giovani e per il popolo.

Lo stesso Concilio ha notato che nell'ambito dell'unico presbiterio si trovano mansioni differenti: «Tutti i presbiteri lavorano per la stessa causa, cioè per la edificazione del Corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi».22

19 MB VIII, 534

so PCI, 14

z' CGS, 142

Z2PO' 8

Esistono dunque differenti possibilità di esercizio dell'unico ministero presbiterale.

I compiti che attendono il salesiano prete sono molteplici: responsabile di un centro giovanile, predicatore e catechista, educatoreprofessore, parroco, cappellano, animatore di gruppi, missionario, superiore di comunità...

Il denominatore comune è di assolvere il proprio compito con cuore sacerdotale, essere annunciatore della Parola, santificatore e animatore di comunità. Il testo esprime la presenza di queste intenzioni e compiti con l'avverbio «particolarmente».

Il ministero sacerdotale salesiano non è isolato e non viene esercitato individualmente. È invece svolto in comunione di obiettivi pastorali per una educazione cristiana completa dei giovani, cui concorrono altri contributi ugualmente indispensabili.

Il testo sottolinea tuttavia un orientamento di fondo. Fra tutti questi compiti i salesiani sacerdoti privilegiano quelli tipici del loro ministero, perché «i presbiteri hanno come loro primo dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio» 23 e sono ministri dei Sacramenti, in particolare dell'Eucaristia e della Penitenza. Dunque il Vangelo, l'altare e il confessionale restano i luoghi privilegiati di ministero di ogni salesiano sacerdote.

Coessenziale reciprocità.

Nell'ultimo capoverso dell'articolo viene affermata la coessenziale reciprocità tra il salesiano laico e il salesiano presbitero nella comunità, perché questa assuma la sua completa fisionomia apostolica. Ciò vuol dire che nel prete salesiano troviamo anche alcuni aspetti che si rivelano in forma eminente nella vocazione del coadiutore e viceversa. A tal punto che il sacerdozio non è salesianamente significativo se non è visto in correlazione con il contributo e la figura dei confratelli laici.

D'altra parte il carattere religioso-laicale del coadiutore non si invera senza un riferimento interno al ministero e all'essere sacerdotale

23 PO 4

dei confratelli presbiteri: il coadiutore vive e lavora con loro in comunione spirituale e pastorale.

L'articolo conclude dicendo che «la presenza significativa e complementare di salesiani chierici e laici nella comunità costituisce un elemento essenziale della sua fisionomia e completezza apostolica».

Viene così ribadita la volontà esplicita di Don Bosco circa la «forma» della Società salesiana (cf. Cost 4): la Congregazione salesiana non sarebbe più se stessa se venisse a mancare in essa la presenza di una delle sue componenti; in ogni comunità ispettoriale e locale la presenza di chierici e laici insieme fa parte della «completezza apostolica».

Le dimensioni sacerdotale e laicale si richiamano vicendevolmente, si compenetrano in una originale spiritualià di azione apostolica. L'una è in stretto rapporto di integrazione con l'altra, tanto da divenire reciprocità coessenziale. Nella comunità salesiana preti e laici si interscambiano vitalmente la ricchezza delle loro differenze e si correlazionano in un vincolo intrinseco per svolgere la missione comune.

Diceva il Rettor Maggiore alla conclusione del CG22: «Ogni socio, chierico' o 'laico', se ha vera coscienza di essere 'membro', si sente corresponsabile del `tutto', apportando il dono di sé e della sua tipica vocazione. La componente 'sacerdotale' e quella 'laicale' non comportano un'addizione estrinseca di due dimensioni affidate ognuna a categorie di confratelli in sé differenti che comunicano parallelamente e sommano forze separate, bensì a una comunità che è il soggetto vero della missione salesiana. Ciò esige una formazione originale della personalità di ogni socio, per cui il cuore del salesiano-chierico si sente intimamente attirato e coinvolto nella dimensione laicale della comunità, e il cuore del salesiano-laico si sente, a sua volta, intimamente attirato e coinvolto in quella sacerdotale. È la comunità salesiana, in ognuno dei suoi membri, che testimonia delle sensibilità e realizza degli impegni che sono simultaneamente sacerdotali e laicali» .24

Da tutto questo si comprende perché le Costituzioni indicano la «presenza significativa e complementare» di chierici e laici come «elemento essenziale» per la «completezza apostolica» della comunità sale-

24 CG22 Documenti, 80; cf. anche CGII, 194-195

siana. E si comprende anche l'importanza di una pastorale vocazionate, che presenti adeguatamente e testimoni le due figure di soci salesiani, con le loro specifiche ricchezze per la comune missione giovanile e popolare.

O Padre, Tu distribuisci con varietà i tuoi doni,

e tutti insieme li dirigi all'unica comune salvezza; fa' che nelle nostre comunità

le ricchezze comuni e i doni diversi concessi ai fratelli chierici e laici siano da ciascuno accolti e valorizzati per l'edificazione concorde del Tuo Regno, soprattutto in mezzo ai nostri giovani. Per Cristo nostro Signore.

ART. 46   I GIOVANI SALESIANI

 

Lo spirito di famiglia e il dinamismo caratteristico della nostra missione rendono particolarmente valido il contributo apostolico dei giovani salesiani.

Essi sono più vicini alle nuove generazioni, capaci di animazione ed entusiasmo, disponibili per soluzioni nuove.

La comunità, incoraggiando e orientando questa generosità, aiuta la loro maturazione religiosa apostolica.

Questo articolo assegna una funzione particolare ai giovani salesiani, chierici e giovani coadiutori, nella realizzazione della missione salesiana. Essi sono intensamente coinvolti nella responsabilità apostolica, pur essendo ancora in periodo di formazione. Don Bosco dimostrò una grande capacità «di correspdnsabilizzare anche i più giovani dei suoi collaboratori... di trovare ad ognuno un lavoro congeniale all'indole, all'impegno, alla formazione in modo che ognuno si trovasse a suo agio».'

L'esempio di Don Bosco ci riporta ai due nuclei del presente articolo: il contributo apostolico dei giovani confratelli e l'atteggiamento della comunità nei loro confronti.

Il valido contributo dei giovani.

È innegabile la stragrande importanza che la Chiesa oggi e Don Bosco ieri attribuiscono all'età della giovinezza. Essa è rilevante nell'esistenza dei singoli e nel divenire dell'umanità, è un bene per tutti, è un bene dell'umanità stessa.

«Giovinezza» significa infatti «un patrimonio di valori e di possibilità per la persona, per la società e per la Chiesa. Essa è un tesoro in se stessa per ciò che è e per ciò che dà: per la ricchezza del suo essere e la fecondità del suo dare... La giovinezza comporta una potenza di sco-

' CGS, 498

penta, di prospettiva, di realtà, di programmazione, di assunzione in proprio di feconde decisioni. Certo tutto questo è `possibilità' che non necessariamente si realizza, ma è possibilità oggettiva, soprattutto se si tiene in conto quel sovrappiù di energia e di vita che proviene dall'Uomo nuovo risorto attraverso il Battesimo» 2

Queste considerazioni valgono ancor più per i nostri giovani confratelli e spiegano bene il significato della loro presenza nelle nostre comunità. Essi rappresentano un'offerta di fresche possibilità, una semente di futuro, una primavera di ideali, un fiorire di vita.

Non si tratta di alimentare visioni idilliache. Sappiamo che nel loro cuore si trova la vera misura di ciò che sono; ma il desiderio appassionato e la freschezza dell'inizio hanno il loro significativo peso in comunità. L'articolo delle Costituzioni lo mette in evidenza, senza peraltro lasciarsi andare a facili entusiasmi,

Il testo richiama due tipici aspetti del nostro spirito e della nostra missione per spiegare ciò che rende particolarmente valido il contributo apostolico dei giovani salesiani.

Ogni comunità è impegnata a costruire «famiglia»: tutti possono dare il proprio apporto efficace. Ma è evidente che i giovani confratelli per la loro gioia e il loro entusiasmo, per la loro espansività e spontaneità, per la loro generosità rappresentano l'elemento più vivace delle nostre comunità: sono essi che le aiutano a mantenersi in quello «spirito» che le rende attraenti e familiari.

L'altra ragione di validità del contributo dei giovani confratelli si riferisce all'azione apostolica. Il dinamismo è un tratto tipico dei Salesiani: per il fatto stesso che la nostra missione è «giovanile», deve necessariamente essere compiuta con spirito di iniziativa e con slancio rinnovato. L'art. 10 delle Costituzioni afferma del resto che il centro e la sintesi dello spirito salesiano è «la carità pastorale, caratterizzata dal dinamismo giovanile». Ora i giovani confratelli sono nella migliore condizione per mantenere e accrescere lo stile «giovane» della nostra azione apostolica.

La ricchezza del loro contributo viene espressa con tre tratti caratteristici.

2 E. VIGANO, ACG n. 314 (1985), p. 6.7

In primo luogo la Regola dice che i giovani confratelli sono «pia vicini alle nuove generazioni». Sappiamo quanto sia oggi importante, e nello stesso tempo difficile, per un educatore mantenersi sensibile alle nuove generazioni. Un atteggiamento di fondo è d'obbligo per il salesiano: «la simpatia e la volontà di contatto con i giovani», per essere in grado di comprendere e condividere (Cost 39).

I giovani confratelli, per la congenialità generazionale e per gli stessi gusti giovanili, realizzano questo spontaneamente, quasi senza difficoltà. Aiutano dunque la comunità a rimanere in contatto con la gioventù: sono quasi un ponte naturale tra gli educatori più adulti e i giovani.

Il testo aggiunge poi un secondo tratto: essi sono «capaci di animazione ed entusiamo». A questo contribuisce la novità della prima esperienza pastorale, il desiderio di rispondere con tutte le forze alla chiamata del Signore e la fresca creatività propria dell'età.

Infine, dice l'articolo, essi sono «disponibili per soluzioni nuove». La continuità è una buona cosa nel lavoro apostolico, non però l'abitudinarietà. Il dialogo tra anziani e giovani aiuta a scoprire soluzioni adeguate che sono allo stesso tempo radicate nell'esperienza, ma anche aperte a novità di gesti e di iniziative.

Non bisogna dimenticare che la nostra Congregazione è stata fondata con i giovani, e che l'audacia missionaria delle prime generazioni fu realizzata da giovani salesiani!

L'accoglienza da parte della comunità.

La comunità accoglie i giovani confratelli e li coinvolge come membri corresponsabili. Ad essa tocca non disperdere, ma potenziare queste energie date da Dio alla Congregazione. Deve quindi favorire la loro maturazione religiosa e la loro crescita apostolica, perché non sia vanificato il loro prezioso apporto.

Per raggiungere questo scopo i confratelli incoraggiano la generosità dei giovani confratelli, li aiutano cioè a superare le loro incertezze, appoggiano le loro iniziative, anche di fronte a limiti passeggeri, accolgono volentieri suggerimenti e nuove idee, e danno loro spazio anche nella progettazione e nella programmazione.

È bello e pertinente riportare qui un celebre passo della Regola Benedettina: «...Se abbiamo detto che al consiglio siamo chiamati tutti, è perché spesso ad uno più giovane il Signore rivela la decisione migliore».3

Lo stile di Don Bosco non era diverso. Afferma il suo biografo: «Don Bosco adunque, date a' suoi chierici certe norme generali, lasciandoli in libertà di cercare i mezzi per raggiungere il fine proposto, assuefacevali a fare da sé, pronto egli però sempre a porger loro efficace aiuto».¢

Oltre a stimolare l'azione, la comunità è chiamata anche ad orientare le energie giovanili. L'attività apostolica esige alcune attenzioni e comporta qualche rischio: l'individualismo che stacca dalla comunità, l'attivismo che porta alla superficialità, il frammentarismo che impedisce la crescita dell'unità interiore.

L'esperienza pastorale di cui la comunità è depositaria dovrebbe aiutare a rafforzare le condizioni favorevoli e controbilanciare i rischi con l'esempio, il consiglio, ma soprattutto con l'inserimento nel vivo di un'azione pastorale progettata e profonda.

Queste considerazioni fanno trasparire l'urgenza di un reale spirito di famiglia tra i Salesiani di diverse età. )~ il caso di ricordare una felice formula: gli anziani si ricordino che la Congregazione non finisce con loro, e i giovani non dimentichino che essa non comincia con loro!

Q Padre, che nell'età giovanile

poni un seme e un segno di speranza, benedici i nostri giovani confratelli,

guidali nelle loro scelte e sostienili nelle difficoltà, perché siano generosi nel loro dono,

e nel loro contatto più diretto con le giovani generazioni siano mediatori efficaci del Vangelo

e suscitatori tra noi di sempre nuovo entusiasmo, nello spirito e con lo stile di Don Bosco. Per Cristo nostro Signore.

' Regola di SAN BENEDETTO, tap. III, ~Ia convocazione dei Fratelli a consigIio~

4 MB V, 39

ART. 47 LA COMUNITA EDUCATIVA ED I LAICI ASSOCIATI AL NOSTRO LAVORO

Realizziamo nelle nostre opere la comunità educativa e pastorale. Essa coinvolge, in clima di famiglia, giovani e adulti, genitori ed educatori, fino a poter diventare un'esperienza di Chiesa, rivelatrice del disegno di Dio.

In questa comunità i laici, associati al nostro lavoro, portano il contributo originale della loro esperienza e dei loro modello di vita.

Accogliamo e suscitiamo la loro collaborazione e offriamo la possibilità di conoscere e approfondire lo spirito salesiano e la pratica del Sistema Preventivo.

Favoriamo la crescita spirituale di ognuno e proponiamo, a chi vi sia chiamato, di condividere più strettamente la nostra missione nella Famiglia salesiana.

La comunità educativo-pastorale.

L'articolo si apre con una dichiarazione assai semplice: «realizziamo nelle nostre opere la comunità educativa e pastorale». Questa assume un rilievo particolare nell'attuazione del progetto educativo, contribuendo a raggiungere gli obiettivi della nostra azione apostolica.

Perciò la comunità salesiana non si chiude nel gruppo religioso, anzi espande la sua comunione a cerchi concentrici sempre più ampi.

Don Bosco non ha usato la terminologia che oggi è nostra; ma ha realizzato l'idea della comunità educativa circondandosi di collaboratori e coinvolgendo i giovani in un ambiente intensamente educativo. La comunità educativa perciò è un'esigenza caratteristica del nostro Sistema, che richiede un intenso ambiente di partecipazione e di relazioni costruttive e associa tutti, educatori e giovani, in un'unica esperienza dinamica.' Ogni azione educativa pastorale invoca inevitabilmente una struttura comunitaria, non solo per la molteplicità e per la necessaria convergenza dei contributi richiesti, ma specialmente perché comporta un intreccio di rapporti e un coinvolgimento attivo da parte di tutti gli interessati.

I CF. CG21, 102

La comunità educativa è, altresì, un'istanza decisiva per l'evangelizzazione. Lo sforzo di unità, vissuto nello spirito evangelico, è già di per sé testimonianza viva oltre che forma efficace di annuncio. Una comunità evangelizzata evangelizza.2

Infine, come traguardo di un cammino, la comunità educativa è una manifestazione di Chiesa, che è realtà di comunione. Per questo nella realizzazione concreta di tale comunità si tiene davanti l'ideale, perché essa diventi una vera «esperienza di Chiesa».

Come notano le Costituzioni, la comunità educativa, più che per l'organizzazione di ruoli e di strutture (che non devono mancare), si caratterizza per lo spirito che la anima e per il clima di famiglia. La capacità di incontro, la collaborazione cordiale, lo stile di spontaneità, di semplicità... tutto deve essere posto sotto il segno della bontà familiare. Ma ciò a cui si tende soprattutto è la comunità di fede, dove Dio si fa presente e si comunica, dove c'è capacità di annuncio e forza di testimonianza, dove si fa autentica esperienza di Chiesa come luogo di comunione e partecipazione, affinché i giovani possano sperimentare i valori della comunione umana e cristiana con Dio e con i fratelli.

Per questo si deve guardare alla comunità come ad una realtà sempre in crescita, che si forma e progredisce.

Chi sono i membri di questa comunità in crescita?

Il testo costituzionale risponde: «giovani e adulti, genitori ed educatori», in una parola tutti gli interessati al fatto educativo e pastorale. Questi devono essere coinvolti e lasciarsi coinvolgere, devono partecipare e collaborare.

Ben poco servirebbe un elenco più dettagliato. I Salesiani si trovano di fronte ad un grande compito: per educare bisogna essere in molti e tutti sono chiamati a dare il proprio contributo, anche se a livelli diversi e con differenti ruoli. Si tratta di unire gli sforzi per la realizzazione del progetto comune a favore della gioventù.

Per attuare questa istanza è necessario mantenere la chiarezza dei progetto nella sua ispirazione, organicità e coerenza e il suo influsso reale sulla programmazione concreta delle diverse iniziative.3 Occorre

2 Cf. CG21, 62 3 Cf. CG21, 68

 

sviluppare la coscienza della missione comune, riconoscere la corresponsabilità di tutti coloro che partecipano al progetto dell'opera incoraggiando la collaborazione di ciascuno secondo le competenze e le possibilità di realizzazioni personali e la condivisione di esperienze.

I laici.

Una forza preziosa e indispensabile nella vita della comunità educativa pastorale sono «i laici associati al nostro lavoro». L'articolo ne parla specificamente mettendo in risalto il loro contributo originale.

Molte ragioni spingono a considerare attentamente la loro presenza: il numero notevole sia nelle strutture educative che in quelle pastorali; il contributo importante della loro professionalità; la disponibilità alla collaborazione nel trasmettere il messaggio educativo.

Emerge su tutte una ragione ecclesiale. Il Concilio Vaticano II offre un ricchissimo patrimonio dottrinale, spirituale e pastorale sul tema dei laici. Essi sono l'elemento base del popolo di Dio,' chiamati al ministero profetico, sacerdotale e regale, che esercitano animando cristianamente l'ordine temporale. Il decreto «Apostolicam actuositatem» ne indica la partecipazione attiva e responsabile alla missione della Chiesa, come ad essi propria e assolutamente necessaria; s il decreto «Ad gentes» rivela l'importanza anzi I'insostituibilità dei laici nell'attività missionaria della Chiesa; e la Costituzione «Gaudium et spes» colloca l'impegno dei laici come momento significativo e decisivo nel rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. Infatti senza la loro presenza i molteplici ambiti secolari non potrebbero godere della testimonianza e dell'azione cristiana. In particolare il Magistero della Chiesa ha chiarito abbondantemente il ruolo del laico nelle strutture educative.'

È da notare che il termine «laico» nell'uso corrente (almeno in taluni ambienti) può assumere un significato ambiguo. Noi useremo laico nell'accezione conciliare di «membro del popolo di Dio». Si veda, al riguardo, la lettera dei Rettor Maggiore, su ~La promozione del laico nella Famiglia salesiana, in ACG n. 317 (1986).

' Cf. AA, 2-3; cf. anche LG, 31

Cf. AG, 41

Vedi il documento Kl1laico tesi imone della fede nella scuola, Congregazione per l'educazione cattolica, Roma 1982

Queste autorevoli indicazioni hanno contribuito a delineare la figura del laico e a riconoscerne la funzione specifica.

L'articolo delle nostre Costituzioni non intende certo riassumere la dottrina conciliare sul laico, ma vuol porre in netta evidenza che la sua presenza nell'opera salesiana non è strumentale." Egli è presente per un'esigenza intrinseca della nostra Famiglia: Don Bosco ci ha trasmesso l'urgenza di «unire le forze dei buoni per giovarsi vicendevolmente nel fare il bene».' 1 laico, dunque, è attivamente presente nella comunità educativa e pastorale salesiana e vi occupa uno specifico ruolo per quel «contributo originate» che solo lui può portare. La sua esperienza, la professionalità e il tipico modello di vita che rappresenta sono una ricchezza insostituibile nell'opera educativa e pastorale. La sua figura mette i giovani di fronte a una gamma più completa di modelli di vita cristiana, permette un dialogo più vasto e aggiornato con i problemi della famiglia e della professione, offre maggiore opportunità ai Salesiani di dedicarsi al loro specifico campo di animazione, esercita un ruolo educativo proprio, diverso e integrabile con il nostro.

Le Costituzioni si riferiscono qui anzitutto ai laici che partecipano pienamente alla missione della Famiglia salesiana, ma si rivolgono anche a tutti quei laici che, pur non appartenendo alla Famiglia, condividono con noi la responsabilità dell'attuazione del progetto. I laici possono essere validi e necessari collaboratori che integrano efficacemente la nostra opera educativa, pastorale, evangelizzatrice. Nel lavoro comune ognuno mantiene la sua identità, proprio perché da essa scaturisce la ricchezza educativa e pastorale. Ma è pure indispensabile coltivare la mutua comunione per un arricchimento reciproco. Come scrive il Rettor Maggiore: «È necessario saper intessere tra laici e consacrati una vera comunione ecclesiale di vocazioni complementari, fondata su Cristo, mossa dal suo Spirito, alimentata da convinzioni di fede, da mutua testimonianza, da una concreta e operativa opzione di impegni; ossia si tratta di una comunione in profondità nella medesima spiritualità apostolica».10

8 Scrive il Rettor Maggiore: «II fatto che ci siano dei laici in missione con noi, e di noi con loro,

non è semplicemente una somma quantitativa di forze e tanto meno una forzata supplenza

per compensare le nostre perdite e le assenze» (ACG n. 317, 1986, p. 13; cf. anche CG21, 66). e D. BOSCO, Regolamento dei Cooperatori Salesiani 1876, 1

'' ACC n. 317 (1986), p. 13

Il ruolo animatore dei Salesiani.

La comunità salesiana ha un compito particolare nei confronti dell'insieme della comunità educativa e di ciascuno dei suoi membri.

Il progetto apostolico affidato alla comunità richiede ai Salesiani di farsi carico del ruolo animatore di tutte le forze che collaborano. Lo dice esplicitamente l'art. 5 dei Regolamenti generali, che definisce la comunità religiosa salesiana «nucleo animatore della comunità educativa.

Il testo costituzionale presenta tre impegni specifici per questo compito di animazione: il coinvolgimento di tutti i collaboratori, la loro formazione e la proposta della vocazione salesiana.

- La comunità dei Salesiani si impegna in primo luogo ad accogliere e suscitare la collaborazione. Di fronte al laico associato al lavoro della comunità, il salesiano è chiamato ad assumere un atteggiamento positivo di accoglienza, in spirito di famiglia, per il contributo che egli dà all'attuazione del progetto educativo. Ma non basta. L'autentica accoglienza e il senso di appartenenza di un gruppo umano si misurano dalla partecipazione. Questa per altro è oggi un'esigenza di tutte le associazioni e comporta uno stile di coinvolgimento nelle programmazioni e nelle verifiche. Si chiede dunque al salesiano un atteggiamento propositivo, ossia capace di sollecitare convinta adesione e di aprire spazi e possibilità di partecipazione attiva.

- Ma la partecipazione non è un puro calcolo quantitativo di convergenze. Comporta un quadro di riferimento comune, costantemente maturato ed esige mete condivise. Altrimenti può sfociare in dannosa conflittualità. Subentra allora la seconda raccomandazione: dar la possibilità di conoscere il Sistema preventivo e favorire la crescita spirituale di ciascuno.

Lo spirito salesiano e il Sistema preventivo sono i cardini della condivisione educativa e pastorale. Non si può pensare ad efficacia di intervento se non rifacendosi ad uno schema di riferimento valido per tutti e ad un comune sistema di valori da proporre ai giovani. Il Sistema preventivo invoca un'azione comune ed unità di intenti; lo spirito salesiano crea sintonia di cuori ed armonia di sentimenti.

- L'ultimo capoverso dell'articolo estende l'attenzione formativa

al campo vocazionale. I nostri laici non sono solo educatori con noi; sono dei cristiani che necessitano di continua crescita spirituale e di cura della loro maturazione vocazionale. Come Salesiani, portatori di un carisma che vuole far crescere le persone fino alla piena maturità in Cristo, sentiamo la responsabilità di partecipare le ricchezze di tale carisma prima di tutto a quelli che collaborano con noi nell'opera educativa e pastorale: i laici hanno il diritto di aspettarsi da noi l'incoraggiamento e l'esempio della santità.

In particolare il testo della Regola sottolinea la logica conseguenza del cammino che i collaboratori laici compiono insieme con i Salesiani:

la condivisione più stretta della missione e dello spirito di Don Bosco nella Famiglia salesiana. Se i laici si trovano accolti in un ambiente di famiglia, se sono formati ai valori del Sistema preventivo e dello spirito salesiano, se si sentono coinvolti nei grandi obiettivi dell'educazione ed evangelizzazione dei giovani, è naturale che accettino volentieri di far parte di quelle Associazioni laicali, che Don Bosco stesso ideò per unire quanti desiderano condividere la sua missione. Rimane la responsabilità dei Salesiani di favorire questo cammino e di proporre la vocazione salesiana,

0 Dio nostro Padre,

suscita nelle nostre comunità

cristiani laici competenti e generosi.

Il tuo Spirito li ispiri e li guidi nel compito di educare con noi i giovani

e di far avanzare il Tuo Regno nei loro cuori.

Aiuta i genitori a prendere viva coscienza della loro responsabilità di primi educatori dei loro figli.

La fede e la carità ispirino le nostre relazioni, perché insieme possiamo realizzare

una vera esperienza di Chiesa.

Per Gesù Cristo nostro Signore.

1 Circa il significato dell'Associazione dci Cooperatori salesiani per i laici che sono in missione con noi si veda ACC n. 317 (1986), p. 18-19.

ART. 48 SOLIDALI CON LA CHIESA PARTICOLARE

La Chiesa particolare è il luogo in cui la comunità vive ed esprime il suo impegno apostolico. Ci inseriamo nella sua pastorale che ha nel Vescovo il primo responsabile' e nelle direttive delle Conferenze episcopali un principio di azione a più largo raggio.

Offriamo ad essa il contributo dell'opera e della pedagogia salesiana e ne riceviamo orientamenti e sostegno.

Per un più organico collegamento condividiamo iniziative con i gruppi della Famiglia salesiana e con altri istituti religiosi.

Siamo pronti a cooperare con gli organismi civili di educazione e di promozione sociale.

' CIC, can. 678,1

Nella Chiesa.

Già negli articoli 6, 31 e 44 le Costituzioni hanno messo in luce la nostra partecipazione alla missione della Chiesa. Questo articolo evidenzia, in modo speciale, la collocazione del nostro servizio apostolico nella Chiesa particolare.

L'affermazione introduttiva sottolinea tutta la ricchezza teologica del tema. L'Esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» dichiarava con vigore: «Così il Signore ha voluto la sua Chiesa: universale, grande albero fra i cui rami si annidano gli uccelli del cielo, rete che raccoglie ogni sorta di pesci, gregge portato al pascolo da un solo pastore. Chiesa universale senza confini né frontiere...».' «Tuttavia questa Chiesa universale s'incarna di fatto nelle Chiese particolari, costituite a loro volta dall'una o dall'altra concreta porzione di umanità, che parlano una data lingua, che sono tributarie di un loro retaggio culturale, di un determinato sostrato umano».2

L appunto in questa prospettiva che l'articolo asserisce, quasi come premessa al discorso successivo, che la comunità salesiana vive

EN, 61 ' EN, 62

 

ed esprime il suo impegno apostolico nella Chiesa particolare, facendo così eco al documento «Mutuae relationes»: «La Chiesa particolare costituisce lo spazio storico, nel quale una vocazione si esprime nella realtà ed effettua il suo impegno apostolico; lì, infatti, dentro i confini di una determinata cultura, si annuncia e viene accolto il Vangelo».3

La nostra vocazione di religiosi salesiani conserva sempre un carattere universale. Del resto dice ancora l'«Evangelii nuntiandi»: «... Le Chiese particolari si conservino profondamente aperte verso la Chiesa universale. Bisogna ben rilevare che i cristiani più semplici, più fedeli al Vangelo, più aperti al senso vero della Chiesa, hanno una spontanea sensibilità circa questa dimensione universale» .4

«D'altra parte, la Chiesa `toto orbe diffusa' diventerebbe un'astrazione se non prendesse corpo e vita precisamente attraverso le Chiese particolari. Solo una permanente attenzione ai due poli della Chiesa ci consentirà di percepire la ricchezza di questo rapporto fra Chiesa universale e Chiese particolari».5

Alla luce di queste considerazioni, noi accettiamo il riferimento al Vescovo come primo responsabile e le direttive delle Conferenze episcopali come orientamento indispensabile nella nostra azione apostolica. Infatti: «I singoli Vescovi sono il visibile principio e fondamento dell'unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale» .1 Perciò il Concilio Vaticano Il raccomanda ai religiosi di «collaborare nei vari ministeri pastorali, tenute tuttavia presenti le caratteristiche di ciascun Istituto».'

Il testo costituzionale concretizza queste esortazioni conciliaci in due istanze orientative per noi Salesiani: per essere fedeli al nostro carisma «offriamo il contributo dell'opera e della pedagogia salesiana»; e per essere attenti alla Chiesa «riceviamo orientamenti e sostegni»,

La prima istanza sottolinea la ricchezza che i Salesiani sono tenuti a portare nella Chiesa particolare: l'azione pastorale tipica di Don Bosco e il suo Sistema preventivo.

3 MR, 23 4 EN, 64 s EN, 62

LC. 23 CD, 35

L'altra invece sollecita ad accogliere gli orientamenti dei Pastori per poter camminare coerentemente in una pastorale d'insieme e ricevere il sostegno di tutta la Chiesa nel nostro lavoro.

In comunione con i gruppi della Famiglia salesiana e con i diversi Istituti religiosi.

All'interno della Chiesa particolare, le Costituzioni sottolineano che la coerenza del nostro servizio pastorale richiede un organico collegamento con due realtà: la Famiglia salesiana e la vita religiosa nel suo insieme.

---- I vari gruppi della Famiglia salesiana sono al servizio delle Chiese locali come lo siamo noi. Così, ad esempio, Don Bosco si esprimeva circa i Cooperatori: «L'Associazione avrà assoluta dipendenza dal Sommo Pontefice, dai Vescovi, dai Parroci, in tutte le cose che si riferiscono alla religione».8

Il carisma di Don Bosco è una realtà unitaria e si deve presentare come tale nella Chiesa: la sua visibile manifestazione è la Famiglia salesiana, che dovrà essere sempre più presente nella Chiesa come gruppo unito. È dunque importante il collegamento e il coordinamento tra i diversi gruppi per favorire un migliore inserimento e un più efficace servizio salesiano: è questo ciò che già l'art. 5 ha suggerito.

- Quanto al collegamento con gli altri Istituti di vita religiosa, è la stessa normativa della Chiesa che ne indica la strada, che consiste nel condividere, attraverso gli organismi previsti, iniziative comuni per l'incremento della vita religiosa nella Chiesa.' Per noi questa è anche una preziosa eredità lasciataci dal Fondatore, sempre attento a tutti i carismi che lo Spirito del Signore suscita per il bene della sua Chiesa (cf. Cast 13).

Con questo testo costituzionale la Congregazione intende fare esplicitamente sua la dottrina del Vaticano II sulla grandezza mistica della Chiesa particolare e sulla sua realtà pastorale, e ne indica concretamente le conseguenze pratiche.

8 D. BOSCO, Regolamento dei Cooperatori salesiani 1876, V, 2

Si veda ciò che il Concilio dice delle «Conferenze dei Superiori maggiori in PC, 23. Si veda anche MR, 48. 61.

Ogni progettazione e organizzazione pastorale avviene a due livelli: - a livello diocesano in quanto la Chiesa trova il suo fondamento di

unità nel Vescovo;

- a livello nazionale o regionale con un gruppo di diocesi che hanno affinità socio-culturali e tradizioni comuni di ordine linguistico, teologico, spirituale: le Conferenze episcopali ne sono l'organismo più qualificato che esprime la sollecitudine pastorale comune per una popolazione nazionale (o regionale sovradiocesana).

Nel territorio.

Una legge fondamentale di azione pastorale è la collaborazione, fondata sulla saggezza e sull'umiltà.

Noi non abbiamo la pretesa di risolvere da soli i problemi della gioventù, né l'ingenuità di dissociare questi problemi dall'insieme della problematica generale. Sappiamo che esistono attorno a noi organismi, movimenti, persone che manifestano altrettanto zelo per la promozione integrale della gioventù. Nell'articolo, l'orizzonte della cooperazione si allarga perciò in un crescendo. Ogni comunità salesiana considera suo compito apostolico collaborare con tutte le forze vive, presenti nella società.

L'art. 57 dirà che la comunità salesiana è «attenta al contesto culturale in cui svolge la sua azione apostolica, solidale con il gruppo umano in mezzo a cui vive» e che essa «coltiva buone relazioni con tutti». Mettendo accanto a questa annotazione la breve indicazione operativa dell'articolo che commentiamo, di cooperare con gli organismi civili di educazione e promozione sociale, ne esce un'immagine di comunità apostolica inserita vivacemente nel territorio, in attiva interazione con le istanze dinamiche che ne curano lo sviluppo. Essa è chiamata ad essere un centro di porte aperte, pronta a cogliere le ripercussioni collettive della propria azione, impegnata non a rifugiarsi nel privato, ma a partecipare alla vita della comunità umana, dando e ricevendo.

Gli organismi civili di educazione e di promozione sociale sono la sede adatta per offrire la nostra cooperazione a servizio di una politica

giovanile e popolare. Il Rettor Maggiore affermava, nella sua Relazione al CG22 sullo stato della Congregazione: «Non è umiltà il non aver peso nazionale e internazionale nei problemi giovaniliu.to

 

 

0 Padre, che in forza della missione apostolica

inserisci ogni nostra comunità in una Chiesa particolare, concedi a noi di lavorare con dedizione e lealtà alla sua crescita, sotto la guida del Vescovo e in collaborazione con le altre forze ecclesiali. Donaci grazia di fede e ardore di carità, distacco da noi stessi e zelo per la Tua Volontà. Fa' che abbiamo il discernimento del vero e del bene, per cooperare con le diverse comunità umane all'educazione e alla promozione della gioventù. Soprattutto rendici generosi nella comunione con i gruppi della nostra Famiglia, perché in tutti i modi e in tutte le direzioni contribuiamo a costruire nell'unità la Chiesa, Corpo mistico del Tuo Figlio, che con Te vive e regna nei secoli dei secoli.

°0 CC22 RRM 1978.1983, n. 337.

Sull'inserimento della comunità salesiana nel territorio si veda l'opuscolo a Comunità salesiana nel territorio" del Dicastero della Pastorale giovanile, Roma 1986.

CAPITOLO V

IN COMUNITITÀ FRATERNE E APOSTOLICHE

«La carità non abbia finzioni.... amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda,... siate solidali coi fratelli nelle necessità, premurosi nell'ospitalità... Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri» (Rm 12,9.10.13.16)

L'estensione della citazione porta a meditare su tutto il cap. 12 della Lettera ai Romani, ricchissimo di motivi teologici e pastorali per una sana e intensa vita di comunità. In primo luogo però ricordiamo il contesto più generale dì Rm 12-15: è la grande parenesi paolina piena di imperativi che fanno seguito agli indicativi della grazia evidenziati nei capitoli precedenti della Lettera. È I'«agape» riversata dallo Spirito Santo nel cuore dei redenti (Rm 5) che fonda, ispira e legittima la vita nuova dei cristiani, fra di loro, nei diversi ambiti di vita, di fronte alle autorità politiche (cap. 13). Mai si dimenticheranno le ragioni più che naturali, radicate nella fede, per vivere degnamente le responsabilità etiche di questa fede.

Più specificamente il cap. 12 - ma anche altri passi di Rm 13-15 e, più in là ancora, altri ambiti del NT (Cost 51 cita espressamente Col 3,1213) - inizia con un «leitmotiv» di straordinario valore: vivere le relazioni di carità e di servizio reciproco, con la coscienza e la volontà di dono sacrificale vivente, santo e gradito a Dio (Rm 12,1-2). Da ciò proviene l'intenzione e la forza insieme di non contrapporre, ma mettere in comune i diversi carismi (12,3-8), di vivere in un reciproco amore, amore «senza finzioni», genuino e autentico (v. 9), carico di senso fraterno («philadelphia») che si riflette in affettuosità e stima reciproca (v. 10). II realismo delle situazioni richiede sovente solidarietà verso i fratelli (= i «santi») nel bisogno, in particolare quelli che sono in viaggio apostolico (missionario) e che richiedono quindi un'ospitalità generosa (v. 13) ; ma l'amore vuole condivisione a partire dai sentimenti profondi, con le intuizioni e le finezze dei cuore, assumendosi reciprocamente gioie e dolori e contemporaneamente mortificando impulsi egoistici e orgogliosi (vv. 15-16).

Colpisce sinceramente come i grandi assiomi dell'amore evangelico assumano concretezza e qualità in corrispondenza alle esigenze umane

di ogni convivenza. Gli articoli delle Costituzioni salesiane, al seguito di Don Bosco, esplicitano questo realismo dell'amore cristiano, dove i dettagli non sono insignificanti, dato che nell'amore tutto acquista valore.

«Vivere e lavorare insieme è per noi salesiani... una via sicura per realizzare la nostra vocazione». Il progetto apostolico salesiano è un progetto comunitario: la nostra vita evangelica si sviluppa in una comunità fraterna e la missione apostolica è affidata in primo luogo alla comunità (cf. Cost 2. 3. 24. 44). Questo capitolo V della seconda parte si ferma, in particolare, a descrivere la dimensione comunitaria della nostra vita e della nostra missione.

1. Da Don Bosco a oggi.

La trattazione sulla comunità fraterna e apostolica nelle prime Costituzioni, scritte dal nostro Fondatore, è alquanto ridotta e frammentaria, sebbene l'esperienza di vita comunitaria fosse molto intensa e arricchente.

Nel progetto del 1858 soltanto il primo articolo del cap. II sulla «forma della Congregazione» descrive la comunità fraterna con espressioni che sono scolpite profondamente nel cuore di ogni salesiano e che presentano emblematicamente lo spirito voluto dal Fondatore: «Tutti i congregati tengono vita comune stretti solamente dalla carità fraterna e dai voti semplici che li stringono a formare un cuor solo e un'anima sola per amare e servire Iddio».' Le implicanze spirituali e operative della comunione fraterna venivano poi illustrate in diverse parti delle Costituzioni (forma della Società, obbedienza, povertà, pratiche di pietà... ).

Ma che la fraternità vissuta nella comunità fosse una delle esigenze essenziali avvertite da Don Bosco nel fondare la sua Società è testimo

1 Costituzioni 1858, 11,1 (cf. F. MOTTO, p. 82)

niato in molti passi dei suoi discorsi e scritti. Si può ricordare, in particolare, la conferenza dell' 11 marzo 1869, dove Don Bosco, utilizzando l'immagine paolina del «corpo», formato di molte membra coordinate fra loro e subordinate al capo, esalta il valore della fraternità, spiegando che cosa significhi per lui «abitare in unum locum, in unum spiritum, in unum agendi finem».2

Fino al CG XIX la trattazione costituzionale sulla comunità fraterna e apostolica non subì modifiche o variazioni profonde.

Il testo delle Costituzioni rinnovato dal CGS, che coinvolse la partecipazione di tutta la Congregazione, conteneva un intero capitolo dedicato a «La comunità fraterna e apostolica» (art. 50-57). Il lavoro attento di revisione e aggiornamento voluto dal Vaticano II e, soprattutto, gli approfondimenti ecclesiali maturati nello stesso Concilio e la ricomprensione del concetto di comunità fraterna, così come la intendeva Don Bosco per i suoi Salesiani, hanno guidato la stesura di questi articoli.

Il CG22, come sappiamo, ha portato a termine la riflessione sulla comunità salesiana, alla luce dell'esperienza della Congregazione e anche delle norme del nuovo Codice di diritto canonico, arricchendo ulteriormente e ordinando la materia.

2. Le idee forza espresse nel testo costituzionale.

Per comprendere pienamente e nel suo insieme questo capitolo quinto, è utile avere presenti alcune idee portanti che hanno guidato i Capitoli generali nella sua elaborazione.

a. Rapporto «comunione-comunità»

Il testo costituzionale presenta con chiarezza la vita della comunità fraterna e apostolica nel suo profondo legame con il mistero della «comunione», che nella comunità appunto si manifesta.

Quando diciamo «comunione», pensiamo a quel dono dello Spirito per il quale l'uomo è chiamato ad essere parte della stessa comunione

2 Cf. MB IX, p. 571-576

che lega fra loro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e gode di trovare dovunque, soprattutto nei credenti in Cristo, dei fratelli con i quali condivide il mistero del suo rapporto con Dio. Per il dono della comunione il cristiano vive nella carità e costruisce quell'unità per cui Gesù ha pregato .3

La comunione, nel suo aspetto più profondo, è una specifica testimonianza che i religiosi devono offrire ai fratelli: «Esperti di comunione, i religiosi sono chiamati ad essere nella Chiesa, comunità ecclesiale, e nel mondo testimoni e artefici di quel progetto di comunione che sta al vertice della storia dell'uomo secondo Dio... Essi divengono comunitariamente segno profetico dell'intima comunione dell'uomo con Dio sommamente amato. Inoltre... si fanno segno di comunione fraterna» .4

La comunione si vive, si manifesta e si trasmette nella «comunità», forma concreta di aggregazione, costruita sulla base di rapporti visibili e stabili, con strutture di mediazione e strumenti che rendono possibile condividere il dono di Dio e parteciparlo nella carità. La vita comune, perciò, si struttura e si sviluppa a partire dal nucleo centrale che è costituito dal «mistero della comunione» e, attraverso le diverse mediazioni visibili della comunità, giunge fino alle modalità concrete di vita, quali, ad esempio, le modalità di coabitazione nella stessa casa.

Gli articoli costituzionali di questo capitolo quinto vogliono illustrare sia la comunione (aspetto trinitario, cristologico, ecclesiologico) sia la comunità formata dai gruppi di confratelli che, a livelli diversi, condividono i valori della vocazione salesiana.

b. Comunione e comunità specificamente salesiane.

Gli articoli della Regola sulla comunità fraterna e apostolica, superando ogni genericismo, vogliono descrivere la specificità salesiana rifacendosi costantemente al pensiero di Don Bosco e alla prassi salesiana e tentando di collocare questa tematica nel quadro dello spirito

a Cf. «Comunione e comunità», Conferenza Episcopale Italiana, Roma 1981, n. 14. Si veda anche la «Relazione finale del Sinodo straordinario deI Vescovi del 1985 (Il, C.1) che presenta in sintesi la dottrina del Concilio sul mistero della «comunione nella Chiesa Cf. «Religiosi e promozione umana«, Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari, Roma 1980, n. 24

di famiglia proprio della Congregazione. In questa prospettiva la comunione è presentata come un dono dello Spirito elargito ad ogni salesiano con la vocazione; tale dono deve permeare le strutture di convivenza, di informazione, i rapporti interpersonali e le attività apostoliche.

c. Rapporto «persona-comunità».

Il testo costituzionale sviluppa ampiamente il rapporto tra la singola persona e la comunità. Da una parte la comunità salesiana, depositaria del carisma di Don Bosco, è, per sua natura, il luogo dove si può fare un'autentica e profonda esperienza di Dio secondo lo spirito salesiano; d'altra parte nella comunità tale esperienza viene comunicata e condivisa da ciascun confratello.

Infatti, il desiderio di fare questa esperienza spirituale, sostenuto dal clima di gioia e di accoglienza fraterna, è un valido aiuto per «creare un ambiente atto a favorire il progresso spirituale di ciascuno»,$

Ogni religioso, accolto e inserito in una comunità, maturerà pienamente come salesiano se, sotto il dinamismo della carità pastorale, crescerà nell'amore di Dio e dei fratelli, e si impegnerà a costruire la comunità fraterna in cui vive, con un'offerta totale, coerente e fedele di sé. In quest'ottica anche i confratelli anziani e ammalati sono attori di primo piano nel mutuo scambio di beni spirituali, affettivi e materiali tra la comunità e i singoli fratelli.

d. Significato delle strutture comunitarie.

Nel quadro della vita della comunità religiosa salesiana acquistano il loro autentico significato le diverse strutture comunitarie di comunicazione, di formazione, di servizio, di governo...

Le strutture hanno fondamentalmente una duplice finalità che deve essere perseguita interamente: mirano inanzitutto alla maturazione religiosa armonica e completa dei singoli confratelli; nello stesso tempo devono animare la missione apostolica affidata alla comunità.

Vista riduttivamente soltanto sotto l'aspetto giuridico o funzionale,

' ET, 39; cf. pure «Religiosi e promozione umana», n. 15

la comunità può sembrare una struttura finalizzata ad un'opera; ma, se viene osservata nel suo aspetto misterico, supera il livello puramente funzionale o strumentale e diventa una «famiglia unita nel nome del Signore».ó Una tale famiglia, già per il fatto di esistere, è segno della presenza del Signore risorto, sorgente permanente di comunione nello Spirito per l'intero popolo di Dio.

Ogni struttura in Congregazione si giustifica nella misura in cui è portatrice. di amore salvifico. Il singolo confratello e la comunità, utilizzando tutte le strutture, divengono forze di salvezza; perciò le singole persone e la comunità in quanto tale, ricolme della carità di Cristo Pastore, da salvate diventano salvatrici, realizzando lo slogan di Don Bosco: «salve, salvando salvati!».

3. Il piano del capitolo.

Uno sguardo d'insieme alla trattazione sulla comunità fraterna permette di cogliere rapidamente le idee centrali sviluppate e il nesso che le collega tra loro.

A. Valori e vincoli della comunione:

art 49: Valore della vita in comunità

art 50: I vincoli dell'unità

B. Rapporti interpersonali tra i membri della comunità:

art 51: I rapporti di fraterna amicizia

ari 52: Il confratello nella comunità

 ari 53: I confratelli anziani e ammalati

art 54: La morte del confratello

ari 55: Il direttore nella comunità

C. Comunità solidale e aperta:

ari 56: Comunità accogliente

ari 57: Comunità aperta

6 PC, 15

art 58: Comunità ispettoriale

art 59: Comunità mondiale

Dopo aver affermato nei primi due articoli i valori e i vincoli che identificano nella sua essenza ogni comunità salesiana (cf. A), vengono ampiamente presentati in cinque articoli i fondamentali rapporti interpersonali (cf. B) che, partendo dal primato della persona, traducono in termini di esperienza, di impegno e di stile comunitario il carisma e lo spirito salesiano. Solo dopo questa trattazione sugli aspetti interpersonali nella comunità, in altri quattro articoli si precisano alcuni aspetti più direttamente strutturali in riferimento all'ospitalità, all'inserimento nell'ambiente e nella Chiesa, al collegamento tra le comunità dell'Ispettoria. Vien quindi presentata la comunità mondiale, in quanto comunità fraterna e apostolica.

Schematicamente quindi la trattazione si snoda dalla descrizione della comunità vista nel suo mistero di comunione, ai rapporti interpersonali in cui tale mistero diviene fatto vissuto e operante nella persona di ogni salesiano e, infine, alle strutture che incarnano e rendono visibile tale comunione salesiana.

ART. 49 VALORE DELLA VITA IN COMUNITÀ

Vivere e lavorare insieme è per noi salesiani una esigenza fondamentale e una via sicura per realizzare la nostra vocazione.

Per questo ci riuniamo in comunità,' nelle quali ci amiamo fino a condividere tutto in spirito di famiglia e costruiamo la comunione delle persone.

Nella comunità si riflette il mistero della Trinità; in essa troviamo una risposta alle aspirazioni profonde del cuore e diventiamo per i giovani segni di amore e di unità.

' Cf. CIC, cali. 601

Vivere e lavorare insieme, esigenza fondamentale della nostra vocazione.

Il primo capoverso dell'articolo si collega direttamente con la precedente trattazione sulla missione e con l'intero progetto apostolico salesiano. Un'affermazione fondamentale apre il testo: i Salesiani formano una Congregazione i cui membri sentono l'intima esigenza della comunione di vita e di azione: «Vivere e lavorare insieme è per noi salesiani un'esigenza fondamentale e una via sicura per realizzare la nostra vocazione». È un'opzione esplicita che qualifica la nostra professione religiosa.

Ciò significa che la vocazione salesiana non è concepibile senza la comunione concretizzata nella vita comune tra i soci. Il legame comunitario tra i soci è costitutivo del loro vivere e del loro operare da Salesiani.

Le ragioni di fondo di questa affermazione sono facilmente individuabili: in quanto battezzati l'esigenza della vita fraterna nasce dal fatto di essere membra del Corpo di Cristo, figli dello stesso Padre; come religiosi, sentiamo di dover vivere in modo significativo la fraternità nei suoi aspetti radicali; ma qui è soprattutto in quanto Salesiani che avvertiamo di essere chiamati a formare una vera famiglia, praticando la carità in modo tangibile e rendendone partecipi i giovani.

il testo dell'art. 49 riecheggia chiaramente quanto le Costituzioni hanno già precedentemente dichiarato nell'art. 2 («Noi Salesiani di Don

Bosco formiamo una comunità di battezzati che intendono realizzare il progetto apostolico del Fondatore») e, soprattutto, nell'art. 3 («La missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra conscrazione...»). La visione comunitaria dà pieno significato all'impegno personale del salesiano che «...come membro responsabile, mette se stesso e i propri doni al servizio della vita e dell'azione comune» (Cost 22; cf. pure Cost 44-45).

Se la missione è affidata inanzitutto alla comunità (cf. Cost 44), il singolo salesiano deve percepire come «esigenza fondamentale» della sua vocazione l'apertura alla comunità e la volontà costante di mettere a disposizione, per la missione comune, i suoi doni di natura e di grazia. I nostri compiti complessi, di natura educativa e pastorale, richiedono delle «équipes» molto unite, animate da una carità vissuta.

Tale dinamismo di carità, che fa gravitare l'io verso la comunità fino a superare la barriera di ogni egoismo per mettere tutto in comune, è «via sicura per realizzare la propria vocazione» e garanzia di riuscita per la santità personale e per l'efficienza apostolica.

«Costruiamo la comunione delle persone».

L'articolo prosegue, nel secondo capoverso, spiegando nel suo senso più intimo la comunione che ci lega. I nostri rapporti di lavoro apostolico non sono del tipo «professionale», puramente funzionale («Tu sei l'incaricato dello sport, io della liturgia»), e neppure di tipo esclusivamente gerarchico («Tu sei il direttore, io un confratello senza titolo; tu sei il parroco, io sono un viceparroco»). I nostri rapporti sono anzitutto «fraterni»: al di là della carica e della funzione, vedo nell'altro un fratello, quel fratello che ha la sua vocazione unica, e anch'io sono visto nella stessa maniera: «Ci amiamo fino a condividere tutto».

È questo amore fraterno che fonda la nostra vita di comunità: Don Bosco, con semplicità, parlava di «spirito di famiglia». Come in una famiglia vera, mentre condividiamo tutto, noi realizziamo l'incontro e la comunione delle persone, fondati su uno scambio di carità: è questa la «vera» comunità! L'art. 16 già indicava con chiarezza tale prospettiva, presentandola come una delle note dello spirito salesiano; l'art. 51 fornirà ulteriori precisazioni.

Sottolineiamo l'espressione: «costruiamo la comunione delle persone». Nell'introdurre il capitolo si è accennato che la comunione è la meta cui tende la vita di comunità. Qui si riprende il concetto, e, superando in certo modo l'idea della sola «vita comune» (pur indispensabile), si afferma che la comunione riguarda le persone, che si sentono accolte, valorizzate, amate. Tale comunione ha la sua radice in Dio (siamo «uno» nel Signore Gesù e nel suo Spirito), ma ha bisogno della collaborazione di ciascuno: essa non è mai realizzata automaticamente, anche nelle condizioni più favorevoli, ma è frutto di uno sforzo continuo di tutti i membri della comunità, ciascuno dei quali deve portare la sua pietra quotidiana a questa costruzione mai ultimata.

«Nella comunità si riflette il mistero della Trinità».

L'ultimo capoverso vuole esprimere in sintesi la grandezza di una comunità che tende coraggiosamente alla comunione nell'amore. Questa comunione si manifesta in una triplice direzione: in rapporto a Dio, nei riguardi dei membri della comunità e nelle relazioni con i destinatari della missione.

11 valore più alto della comunione fraterna è senza dubbio quello di fare della comunità un riflesso del mistero stessa del Dio vivente. Infatti, che cos'è la Trinità, se non una totale ed infinita comunione di amore? Essa è l'incontro perfetto di tre Persone assolutamente originali ed essenzialmente relazionate fra loro nel condividere le ricchezze dell'unica natura divina.

Frutto del disegno d'amore della-Trinità, la Chiesa è il popolo dei fedeli «adunato nell'unità dei Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».' Come la Chiesa e nella Chiesa, l'autentica comunità salesiana par tecipa del mistero trinitario, realizzando il voto supremo di Gesù: «Pa dre, siano una cosa sola, come Tu sei in me e io in Te» (Gv 17, 21-23). Tale è l'origine e il destino della nostra comunità. Specchiandosi nella Trinità, il salesiano comprende meglio perché il «vivere e lavorare in-

LO, 4; cf. anche •Relazione finale, del Sinodo straordinario dei Vescovi, Roma 1985, II.C. (La Chiesa come comunione)

sieme» è «un'esigenza fondamentale» della sua vocazione e perché la carità è il tessuto connettivo della comunità.

D'altronde sappiamo bene che l'uomo è fatto per amare e per essere amato. L'amore ricevuto e donato è il sole che fa schiudere il cuore umano. Non si entra in comunità per soffrire, ma per essere felici. Don Bosco ce l'ha detto: «Quando in una Comunità regna questo amor fraterno e tutti i soci si amano vicendevolmente, ed ognun gode del bene dell'altro, come se fosse un bene proprio, allora quella casa diventa un Paradiso, e si prova la giustezza di queste parole del profeta Davide: Oh quanto buona e dolce cosa ella è, che i fratelli siano sempre uniti! »,2

Gli ultimi Capitoli generali hanno avuto cura di sottolineare il valore umano della comunità salesiana.3 è normale che i confratelli vi cerchino e vi trovino maturazione, equilibrio e felicità.

ll testo, al termine, mette in rilievo come la comunione fraterna interessi direttamente la missione educativa e pastorale salesiana. La comunione è il segno e la prova concreta della verità che insegniamo e della carità che ci anima. L'amore di Dio-Carità, diffuso nei cuori dallo Spirito di Gesù, è l'essenza stessa del Vangelo e della salvezza cristiana. La comunità veramente unita può annunciare Gesù Cristo con frutto; la sua vita è una costante ed eloquente predicazione: «diventiamo per i giovani segno di amore e di unità». D'altra parte l'Esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» ci ammonisce che «la forza dell'evangelizzazione risulterà molto diminuita» per la mancanza di coesione di coloro che annunciano il Vangelo 4

Siamo così incoraggiati a fare di tutto per realizzare un tipo di comunità capace di arricchirci di beni tanto preziosi.

z D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Carità Fraterna, ef. Appendice Cast. 1984, p. 225 3 Cf. CGS. 483-488; cf. pure CG2I, 34-37; E. VIGANO, Il resto rinnovato della nostra regola di vita, ACG n. 312 (1985), p. 26-27

< Cf. EN, 77

Signore, unico Dio e perfetta Trinità,

sorgente e mèta di tutto il nostro essere, infondi la carità e la luce del tuo Spirito nelle nostre comunità, e rendile specchio trasparente del tuo mistero di comunione.

Fa' che, amandoci tra noi in spirito di famiglia, nella totale condivisione d'ogni bene, costruiamo una vera comunione di persone, per manifestare agli occhi degli uomini la presenza e la forza del tuo eterno Amore e orientarli a Te, unico vero bene. Per Cristo nostro Signore.

ART. 50 1 VINCOLI DELL'UNITÀ

Dio ci chiama a vivere in comunità, affidandoci dei fratelli da amare.

La carità fraterna, la missione apostolica e la pratica dei consigli evangelici sono i vincoli che plasmano la nostra unità e rinsaldano continuamente la nostra comunione.

Formiamo così un cuor solo e un'anima sola per amare e servire Dio' e per

aiutarci gli uni gli altri.

 cf. Cose 1875, 11,1

Di fronte agli innumerevoli e risorgenti ostacoli che la nostra fragilità pone alla vita di comunione (egoismo, diffidenza, diversità di cultura, mentalità distanti, temperamento scostante, visioni differenti sui progetti apostolici...), ci chiediamo se la comunione fraterna possa realmente animare la nostra comunità' e renderla quel segno dell'amore trinitario di cui parlava il precedente articolo.

In una prospettiva di fede e in sintonia con l'insegnamento di Don Bosco il presente articolo afferma che la carità comunitaria sgorga dallo stesso dono della vocazione salesiana; perciò i vincoli dell'unità e della comunione scaturiscono dagli stessi elementi strutturali e dinamici della vocazione salesiana, che sono: la carità verso ogni confratello, la missione apostolica comune e la pratica dei consigli evangelici condivisa insieme.

Vocazione salesiana e comunione fraterna.

Il primo capoverso collega la carità verso i fratelli allo stesso intervento di Dio che ci ha chiamati a condividere la vocazione cristiana e salesiana.

Il testo ci riconduce, anzitutto, alla realtà del nostro Battesimo, per il quale siamo stati introdotti nella grande famiglia di Dio e abbiamo ac-

' Cf. CGS, 493; CG21, 34

quistato molti fratelli in Cristo; poi specificamente richiama il legame che ci ha stretti alla famiglia religiosa, dove il carisma di Don Bosco ci ha uniti in una vera consanguineità spirituale per essere «segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani» (Cost 2).z

In tal modo la Regola sottolinea l'origine soprannaturale della comunità, che nasce dalla grazia di Dio.

La vita in comunità, elemento inseparabile della nostra vocazione (cf. Cost 3), è, dunque, un dono di Dio ricevuto nel momento in cui Egli ci ha chiamati; ma è un dono che deve diventare esplicito e ininterrotto impegno personale. Alla luce della fede riconosciamo che non siamo noi a scegliere i nostri confratelli, ma li riceviamo da Dio nostro Padre comune. Egli ce li «affida» come altrettanti «fratelli da amare».

In questo contesto insistiamo sul valore peculiare della parola «fratelli»: essa ricorda che, al di là delle differenze di origine, di età, di cultura, di funzioni, ogni salesiano è sensibile di preferenza a tutto ciò che unisce nell'uguaglianza fraterna: tutti siamo ugualmente Salesiani; la medesima chiamata del Padre ci ha impegnati in una missione comune da realizzare insieme; gli stessi Superiori sono inanzitutto dei fratelli che hanno ricevuto particolari incarichi e responsabilità per il bene di tutti.

I vincoli dell'unità e della comunione fraterna.

Il secondo capoverso afferma che la nostra comunione fraterna si rinsalda e si sviluppa continuamente quando viene alimentata dai tre cardini della nostra vocazione salesiana: l'esercizio della carità fraterna, l'attuazione della missione apostolica, la pratica dei consigli evangelici. Sono questi i «vincoli dell'unità» indicati anche dal nostro Fondatore nella Regola da lui scritta.;

z Una delle fonti, cui il testo si ispira, è anche un passo della Costituzione Gaudium «1 spes: dIddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero come fratelli (GS, 24)

' Cf. Costituzioni 1875, 11, 1 (ci. F. MOTTO, p. 83); cf. inoltre l'intero cap. I dello stesso testo, che tratta del fine della Società

a. La carità fraterna.

Il decreto conciliare «Perfectae caritatis afferma che i gesti quotidiani della carità fraterna diventano fonte di unità e di comunione alla luce della Pasqua del Signore: «I religiosi, come membri di Cristo, in fraterna comunanza di vita si prevengano gli uni gli altri nel rispetto vicendevole (cf. Rm 12,10), portando gli uni i pesi degli altri (cf. Gal 6,12). Infatti con l'amore di Dio diffuso nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cf. Rm 5,5), la comunità come una famiglia unita nel nome del Signore gode della Sua presenza (c£. Mt 18,20)».'

La comunione fraterna non è qualcosa di automatico; essa esige il superamento quotidiano delle barriere create dall'egoismo personale, dai temperamenti diversi, dalle gelosie e dalle discordie...; tale superamento è possibile se nel cuore di ogni religioso vengono coltivati con molta cura gli atteggiamenti del perdono e della riconciliazione. Come scrive un autore: «La compartecipazione e la generosità materiale concretizzano una comunione degli spiriti e dei cuori che ha la sua origine nella presenza, in tutti i credenti, di un unico Spirito che li rende partecipi dell' agàpe di Dio; tale comunione interiore è essa stessa segnata dalla Pasqua, è per sua natura riconciliazione... Ciò spiega perché spesso il primo posto sarà occupato dall'esigenza della riconciliazione e non dalla gioia dell'unità scoperta tra persone spontaneamente concordi l'una con l'altra: il mio fratello sarà anzitutto colui che Dio mi darà da amare incorporandomi a Cristo». 1

Nell'Introduzione alle Costituzioni Don Bosco, dopo aver affermato che «la casa diventa un Paradiso» se nella comunità regna l'amor fraterno, aggiunge che essa si trasforma in un inferno «appena vi domini l'amor proprio e vi siano rotture e dissapori tra i soci». Il nostro Santo Fondatore, ricco di esperienza umana e religiosa, prosegue le sue riflessioni sulla carità fraterna mettendo a confronto la gioia di un rapporto comunitario vissuto da «riconciliati» con la lacerazione causata dalla mormorazione, dalle contese, dall'ira, dal rifiuto di perdonare. Per Don Bosco il buon religioso diventa testimone autentico quando «dice bene del suo prossimo e a suo tempo sa scusarne i difetti».6

PC, 15

' J.M.R. TJLLARD, Davanti a Dio e per il mondo, Alba 1975, p. 229.230

D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Carità Fraterna; cF. Appendice Cast 1984, p. 226

b. La missione salesiana.

La missione affidata alla comunità è un mezzo potente per creare una profonda comunione: non possiamo dimenticare che la prima comunità di Salesiani fu costruita attorno a Don Bosco per compiere un «esercizio pratico di carità».'

Lo sguardo alla missione apostolica ci stimola costantemente a superare ogni forma di egoismo e di individualismo. Noi ci accorgiamo che, in quanto comunità, non possiamo limitarci ad essere un «convento» ricco di raccoglimento e di pace, o semplicemente una «équipe» di lavoro organizzata ed efficace, con compiti definiti e complementari; dobbiamo, con la forza e la luce della fede, varcare la soglia del mistero e riconoscerci membra vive del Corpo di Cristo con una funzione e una missione ben definite nel piano di Dio.

Il posto che Dio, nel suo piano di salvezza, assegna alla Congregazione, alle singole comunità e ad ogni confratello è totalmente dipendente dall'unità e dalla forza di coesione volute dallo stesso piano salvifico di Dio. Per vivere integralmente la missione salesiana occorre, quindi, vivere in perfetta «koinonía» la propria appartenenza a una comunità apostolica.

I singoli gesti apostolici compiuti dai confratelli ritrovano il loro significato unitario e di comunione, a vari livelli, nel piano eterno del Padre, nella missione salvifica della Chiesa, nella missione educativapastorale della Congregazione, nel progetto concreto della singola comunità e, infine, nella carità che ispira e unifica la vita e l'esistenza del singolo confratello (Cf. Cast 14). Nel momento stesso in cui il salesiano espande al massimo le sue potenze di amore salvifico per raggiungere il giovane più lontano e più povero, ha bisogno di attingere nel più intimo di sé la salesianità più genuina: ciò è possibile solo se egli è in comunione con la ricchezza salesiana che da Don Bosco è giunta fino a noi e in stretta unità con la comunità dove egli deve saper rigenerare ogni giorno tale carisma dello spirito salesiano.

Don Bosco, comunicando l' 11 marzo 1869 ai Salesiani e ai giovani di Valdocco l'approvazione della Pia Società Salesiana, diceva che la carità è forza di coesione e di unità di spirito e di azione e che la mis-

' Cf. Verbale della riunione del 26-1-1854, MB V, 9

sione realizzata insieme è fonte di unità e di comunione: «Se noi, considerandoci come membri di questo corpo, che è la nostra Società, ci acconceremo a qualunque funzione ci tocchi fare, se questo corpo sarà animato dallo spirito di carità e guidato dall'ubbidienza, avrà in sé il principio della propria sussistenza e l'energia a operare grandi cose a gloria di Dio, al bene del prossimo, ed a salute dei suoi membri... Dobbiamo eziandio avere sempre di mira lo scopo della Società, che è l'educazione morale e scientifica dei poveri giovani abbandonati, con quei mezzi che la Divina Provvidenza ci manda».'

e. La pratica dei voti.

Trattando dei consigli evangelici nella vita del salesiano, si vedrà più ampiamente come essi sono vissuti nella comunità fraterna (cf. cap. VI); ma fin d'ora il testo della Regola mette in rilievo come la vita evangelica dei consigli abbia un ruolo speciale nel costruire l'amore.

L'obbedienza è forza di unione, di carità e di convergenza, disponibilità alla comune missione. È infatti obbedienza al medesimo Signore per il suo servizio. Essa si esprime nella fedeltà di tutti alla stessa Regola e nell'accettare le decisioni della comunità e del Superiore. Obbedire è «convergere» nelle due tappe della ricerca e del compimento della volontà di Dio.

La povertà, a sua volta, contribuisce potentemente a unirci con i destinatari della nostra missione, mentre ci rende interdipendenti gli uni dagli altri. Ciascuno porta i propri beni e le proprie risorse ed aiuta così la comunità a guadagnarsi la vita. Ma correlativamente ciascuno riceve secondo le proprie concrete necessità. La solidarietà opera nei due sensi: ciascuno è utile a tutti e dona; ciascuno ha bisogno di tutti e riceve. Un continuo movimento di dare e ricevere circola tra i membri e rende più profonda la loro comunione.

La vera caslità è forte espressione di amore: essa non ha mai inaridito le sorgenti dell'affetto; al contrario, le orienta evangelicamente, le purifica e le intensifica. Rinunciando con voto ad amare attraverso il linguaggio della carne, siamo più liberi per amare tutti i nostri fratelli

, M8 IX, 575

nella forza dello Spirito. L'art. 83, più avanti, dirà che la castità «favorisce vere amicizie e contribuisce a fare della comunità una famiglia».

Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che i voti sono al servizio dell'amore e della comunione. Nello spirito salesiano l'obbedienza, la povertà e la castità non possono essere se non fraterne; la loro genuinità viene giudicata dalla fecondità e dalla serenità che portano alla vita di comunità.

«Un cuor solo e un'anima sola».

L'articolo si conclude con un capoverso che riprende il pensiero espresso fin dal primo testo delle Costituzioni: «Tutti i congregati tengono vita comune stretti solamente dalla fraterna carità e dai voti semplici che li stringono a formare un cuor solo ed un'anima sola per amare e servire Iddio».' È un chiaro riferimento alla vita della primitiva comunità cristiana, descritta in At 4,32, cui il nostro Fondatore si ispira, così come esplicitamente si ispira il Concilio."

In un passo della Introduzione alle Costituzioni, relativo alla carità fraterna, Don Bosco scriveva così: «Molto si compiace il Signore di veder abitare nella sua casa i fratelli in unum, cioè uniti in una sola volontà di servire Dio e di aiutarsi con carità gli uni gli altri. Questa è la lode che dà san Luca agli antichi cristiani, cioè che tutti s'amavano così da sembrare che avessero un sol cuore e un'anima sola».11 Comprendiamo meglio queste parole di Don Bosco alla luce della citata conferenza dell'I1 marzo 1869: «Oh, come è bella e dolce cosa il vivere come fratelli in società. È bello il vivere uniti col vincolo di un'amore fratellevole, confortandosi a vicenda nella prosperità e nelle strettezze, nel contento e nelle afflizioni, prestandosi mutuo soccorso di opere e di

consiglio ...».12

Dopo una simile insistenza del nostro Fondatore sarebbe davvero anormale non trovare nelle nostre Costituzioni l'appello al «cor unum

° Costituzioni 1858, 11,1 (cf. F. MOTTO, p. 83)

10 cf. PC, 15

" D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Carità fraterna; cf. Appendice Cost. 1984, p. 225.226

'z MB IX. 572

et anima una». È il caso di dire che in questo tempo di facili divergenze e tensioni l'insegnamento di Don Bosco mantiene tutta la sua attualità.

Non c'è vera comunità salesiana senza una propensione dei cuori alla mutua benevolenza, senza una ricerca di unanimità degli spiriti, senza uno sforzo di convergenza delle volontà nella duplice preoccupazione di aiutarsi e di servire il Signore con un medesimo slancio. Questo capoverso deve essere considerato come uno dei più ricchi di risonanze evangeliche e salesiane.

0 Padre, che chiamandoci a vivere in comunità ci affidi dei fratelli da amare,

rendi efficaci tra noi

i vincoli santi che ci legano tutti insieme a Te, e accresci ogni giorno

il nostro impegno di vivere in comunione, perché formiamo un cuor solo e un'anima sola per amare e servire Te,

per aiutarci e sostenerci a vicenda

e per portare il Tuo Vangelo ai nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.

ART. 51 RAPPORTI DI FRATERNA AMICIZIA

San Paolo ci esorta: «Rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente».'

La comunità salesiana si caratterizza per lo spirito di famiglia che anima tutti i momenti della sua vita: il lavoro e la preghiera, le refezioni e i tempi di distensione, gli incontri e le riunioni.

In clima di fraterna amicizia ci comunichiamo gioie e dolori e condividiamo corresponsabilmente esperienze e progetti apostolici.

Cal 3,12-13

Gli articoli 51-55 descrivono concretamente come opera la fraternità nella comunità salesiana: essi tratteggiano, infatti, i principali rapporti interpersonali che si devono instaurare tra i membri della comunità. Questa descrizione si apre con un articolo che presenta alcuni atteggiamenti fondamentali in cui si incarnano le varie sfaccettature della fraternità, investendo i diversi momenti della giornata, fino a creare quel caratteristico «spirito di famiglia», che deve distinguere la comunità di Don Bosco; viene inoltre sottolineato come il clima di fraterna amicizia diviene condivisione e corresponsabilità.

Gli atteggiamenti virtuosi comunitari.

La citazione di San Paolo (Col 3,12-13) è un'esortazione a praticare le virtù comunitarie che rendono possibile ed arricchente l'amicizia fraterna nella comunità cristiana. Si tratta di virtù eminentemente umane, che tuttavia, per il cristiano, trovano la loro ragione profonda nel fatto che egli è stato eletto da Dio, è stato collocato nell'orizzonte della salvezza del Cristo ed è per definizione un «amato da Dio». La vita nuova del battezzato (eletto, santo e ricolmo di amore divino) deve lasciar trasparire l'amore di Dio versato nel suo cuore di credente; tale epifania della carità nella vita di ogni figlio di Dio diventa, a seconda del tipo di rapporto interpersonale, «misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, pazienza, sopportazione vicendevole e mutuo perdono».

Tutto questo le Costituzioni applicano alla comunità salesiana e,

superando ogni contrapposizione tra natura e soprannatura, pongono l'amicizia fraterna, che deve svilupparsi nella comunità, nel contesto della nostra esperienza di «chiamati, santi e amati»; infatti ogni salesiano (come ogni battezzato) concretizza l'amore verso i fratelli in autentica amicizia fraterna. Allorché Cristo ci raduna in comunità - «piccola Chiesa» -, ci invita ad amarci fra noi a sua imitazione: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13,34).

La nostra tradizione più genuina, da san Francesco di Sales a Don Bosco a Domenico Savio, ci mostra che un'amicizia ispirata da Dio sa integrare perfettamente gli aspetti «umani»; essa vi aggiunge la propria «grazia» e ne rifiuta le contraffazioni egoistiche. lJ ciò che indica il primo capoverso dell'articolo che ci invita con la voce di San Paolo, quali «eletti di Dio, santi e amati», ad avere un cuore generoso e ad impegnarci negli atteggiamenti tipici dell'amicizia evangelica: misericordia, bontà, umiltà, pazienza, mutua sopportazione e perdono: virtù esigenti che furono sempre quelle della vera amicizia!

Lo spirito di famiglia nella comunità.

Gli atteggiamenti umani, corroborati dalla grazia, di cui ci ha parlato l'Apostolo, conducono, dunque, all'amicizia fraterna, quell'amicizia profonda che Gesù ha dimostrato ai suoi («Vi ho chiamati amici»: Gv 15,15) e che è la meta ideale di ogni vera fraternità evangelica. L'articolo in esame fin dal titolo («Rapporti di fraterna amicizia») propone questa meta alla comunità salesiana.

È utile ricordare qui il cammino che ciascuno è chiamato a compiere. L'incorporazione alla comunità porta con sé il dono della fraternità: è questo un dato oggettivo, percepibile alla luce della fede, per cui Dio affida l'uno all'altro come un «fratello da amare» (cf. Cost 50). Si tratta di far in modo che la fraternità fiorisca nell'amicizia, tenda cioè ad aprirsi a una intercomunicazione profonda, a un rapporto reciproco in cui si sperimenta l'affetto dato e ricambiato, a una partecipazione dell'uno alla vita dell'altro. Evidentemente qui non è in gioco un'amicizia esclusivamente umana, ma un'amicizia che nasce dal dono del Signore (si veda anche Cast 83).

Il testo costituzionale ricorda che questo ideale si realizza, fra noi,

in quello «spirito di famiglia» che è caratteristico della nostra comunità. Già l'art. 16 aveva affermato che lo spirito di famiglia è una delle componenti dello spirito salesiano: è la comunità salesiana l'ambiente primario dove riceviamo e condividiamo tale spirito: «la casa salesiana diventa una famiglia quando l'affetto è ricambiato e tutti, confratelli e giovani, si sentono accolti e responsabili del bene comune».

Lo spirito di famiglia, secondo la tradizione salesiana, integra e completa i rapporti di amicizia fraterna con i rapporti di paternità e di figliolanza che si vengono a creare tra i Superiori e i confratelli e tra i confratelli e i giovani. Illuminante al riguardo è una pagina dello storico che ha respirato vivissimo il clima di Valdocco ai tempi del nostro Fondatore: «Scrivendo il 9 giugno 1867 ai Salesiani dell'Oratorio, Don Bosco esprimeva loro il suo ideale che essi formassero 'una famiglia di fratelli intorno al loro padre'. Parlando più generalmente, diceva nel 1873 che ogni direttore 'è un padre, il quale non può che amare i suoi figli'... La vita di una famiglia tra i soci è la migliore disposizione per saperla mantenere con i giovani... Dov'essa regna, è la vera panacea che mette in bando nostalgie, musi lunghi, complotti e altri malanni, esiziali crittogame dei collegi, in cui l'autorità è subita come un castigo o sofferta come un freno da rodere, come un giogo da scuotere. Dove si respira l'aria di famiglia, come vuole Don Bosco, basta guardare negli occhi i giovani per comprendere che l'armonia e la pace rendono bella ivi la vita.'

L'amicizia salesiana, condivisa in spirito di famiglia, è uno stile di convivenza che impregna tutti i rapporti interpersonali e si manifesta in ogni situazione di vita della comunità: il lavoro, la preghiera, le ore dei pasti o della distensione ecc. sono momenti diversi in cui la comunità salesiana manifesta la ricchezza interiore dell'amore. Lo spirito della famiglia comunica ad ogni confratello la gioia di vivere ogni momento della giornata, condividendo i valori collegati col lavoro, colla preghiera e colle altre manifestazioni comunitarie, come gli incontri e le riunioni della comunità.

1 E. CERTA, Annali della Società Salesiana, voi- I, p. 730-731

Comunicazione e condivisione.

L'ultimo capoverso dell'art. 51 indica due espressioni tipiche dell'amicizia fraterna, vissuta nello spirito di famiglia, due aspetti che investono la vita salesiana nei suoi rapporti affettivi e nel lavoro apostolico: la comunicazione reciproca e la condivisione corresponsabile.

La comunicazione interpersonale è un valore grandissimo per la crescita della persona e della comunità. Essa investe i problemi più profondi, a livello personale e comunitario, ecclesiale o civile, e conduce alla comunione e alla gioia più alta, nella ricerca del vero bene delle persone e dell'avvento del Regno di Cristo. Se però essa rimane a livello superficiale, non crea comunione e rischia di lasciare le persone nel loro isolamento più o meno triste e colmo di problemi.

Il secondo valore che viene evidenziato è quello della condivisione fraterna. L'art. 49 aveva già affermato il principio comunitario secondo il quale «ci amiamo fino a condividere tutto in spirito di famiglia e costruiamo così la comunione delle persone». La vita religiosa non annulla la nostra vita affettiva, ma la colloca nel contesto esistenziale della vocazione salesiana. Dolori e gioie non perdono nulla del loro peso di lacerazione intima o di esaltazione gratificante; noi viviamo queste situazioni secondo la condivisione insegnata da San Paolo: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri» (Rm 12,15-16).

La condivisione investe anche il nostro lavoro apostolico. In altre parti delle Costituzioni si parlerà più specificamente della corresponsabilità che si attua nella comunità salesiana (cf. in particolare, Cost 66 e 123); qui si afferma che fa parte dello spirito di famiglia salesiano, ed è segno di autentica amicizia fraterna, condividere con i confratelli le esperienze e i progetti del nostro lavoro educativo pastorale, con cui estendiamo il regno di Dio.

Se la comunità è la prima depositaria del mandato apostolico ricevuto dalla Chiesa (cf. Cost 44), ad essa ogni confratello deve riferirsi non soltanto per un riconoscimento ufficiale del suo lavoro, ma per ritrovare la condivisione fraterna, il sostegno salesiano e il momento ideale per lodare Dio del bene che si realizza ogni giorno.

Un segno del come Don Bosco vivesse intensamente i valori della

comunicazione e della condivisione fraterna si può trovare nel suo Epistolario. Ascoltiamo quanto il nostro Padre scriveva a don Lasagna, missionario nell'America Latina, il 30 settembre 1885: è una stupenda pagina che ci mostra lo «spirito di famiglia» in azione:

«... Ora parmi che il mio sole volga all'occaso, quindi giudico di lasciarti alcuni pensieri scritti come testamento di colui che ti ha sempre amato e ti ama... Noi vogliamo anime e non altro. Ciò procura di far risuonare all'orecchio dei nostri confratelli. D Signore, dateci croci e spine e persecuzioni di ogni genere, purché possiamo salvare anime e fra le altre salvare la nostra... Studia, fa progetti, non badare a spese, purché ottenga qualche prete alla Chiesa, specialmente per le Missioni. Quando avrai l'occasione di parlare o colle nostre Suore o coi nostri Confratelli, dirai loro da parte mia che con piacere ho ricevuto le loro lettere, i loro saluti, e provai un piacere, anzi un efficace conforto al mio cuore all'udire che tutti hanno pregato e continuano a pregare per me... Sono qui a Valsalice per gli esercizi spirituali; tutti godono sanità e ti salutano. La mia sanità stenta un poco, ma la tiro avanti. Dio ci conservi tutti nella sua santa grazia.

Aff.mo amico Sac. Gio. Bosco» I

O Signore, che ispirasti Don Bosco

a fondare la vita delle nostre comunità sullo spirito di famiglia,

manda il tuo Spirito di amore,

perché regni fra noi quell'amicizia fraterna

fatta di calore umano e di delicatezza soprannaturale che favorisce la comunione delle gioie e delle pene, e sostiene nelle ore della difficoltà.

a Epistolario, voi IV, p. 340-341

Donaci carità, fede e semplicità,

perché sappiamo ascoltare insieme la tua Parola, parlare di Te insieme,

condividere esperienze e progetti apostolici in una reale corresponsabilità,

guidati unicamente dalla ricerca della Tua gloria.

Per Cristo nostro Signore.

ART. 52   IL CONFRATELLO NELLA COMUNITA’

La comunità accoglie il confratello con cuore aperto, lo accetta com'è e ne favorisce la maturazione. Gli offre la possibilità di esplicare le sue doti di natura e di grazia. Provvede a ciò che gli occorre e lo sostiene nei momenti di difficoltà, di dubbio, di fatica, di malattia.

Don Bosco a chi gli chiedeva di rimanere con lui era solito dire: «Pane, lavoro e paradiso: ecco tre cose che ti posso offrire io in nome del Signore.'

Il confratello s'impegna a costruire la comunità in cui vive e la ama, anche se imperfetta: sa di trovare in essa la presenza di Cristo.

Accetta la correzione fraterna, combatte quanto scopre in sé di anticomunitario e partecipa generosamente alla vita e al lavoro comune. Ringrazia Dio di essere tra fratelli che lo incoraggiano e lo aiutano.

MB Xvtti, 420

Dopo l'art. 51 che ha descritto i rapporti di fraterna amicizia che sono a fondamento della comunione e della vita comunitaria tra noi, l'art. 52 presenta analiticamente l'azione della comunità nei confronti di ogni confratello e il contributo che ciascun salesiano deve dare per la propria comunità affinché si realizzi quel clima di famiglia che deve distinguere la nostra vita.

Infatti l'unità nella comunità non mira all'uniformità o, peggio ancora, all'anonimato, ma tende ad esprimere insieme la molteplicità dei doni che lo Spirito elargisce ad ogni membro della comunità. Con un'immagine tratta dal mondo della musica si potrebbe dire che la comunità è come una grande orchestra: mentre i singoli strumenti suonano con esattezza la loro parte, l'insieme dell'orchestra fa rivivere un capolavoro sinfonico; più esattamente fa rivivere quel capolavoro che lo stesso Dio ha composto da sempre per questa particolare comunità. E mentre continua a chiamare altri suonatori a far parte di questa orchestra viva, il Signore rinnova il repertorio delle composizioni adattandole, di volta in volta, alle possibilità e alle caratteristiche dei maestri d'orchestra.

La comunità accoglie ciascun confratello.

L'arrivo di un confratello in una comunità pone sempre dei problemi delicati di integrazione e di riequilibrio. Impone nuovi doveri a ciascuno dei suoi membri. La comunità, dice il testo costituzionale, «accoglie» e «accetta» il confratello: due verbi precisi che segnano le tappe dell'integrazione nella comunità.

Nel Corpo di Cristo ciascuno ha da Dio il suo dono «per l'utilità comune» (1 Cor 12,7; cf. Cost 22). D'altra parte ciascuno è bisognoso di arricchirsi del dono posseduto da altri. Di qui l'esigenza dell'accoglienza e dell'accettazione reciproca, che non sopprime la diversità (è un «dono dello Spirito»), ma la valorizza per il bene di tutti.

«Accogliere il confratello con cuore aperto» significa: interiormente, dargli subito la propria stima; esteriormente, fargli comprendere che è un fratello e non un estraneo, e permettergli di trovarsi a suo agio.

«Accettare il confratello com'è» significa: riconoscere la sua personalità originale, rallegrarsi dei valori che apporterà alla comunità, non trarre motivo dai suoi limiti o dalle sue debolezze passate per giustificare un atteggiamento di emarginazione: è «un fratello che Dio ci affida da amare», dice l'art. 50.

La comunità è chiamata a «favorire la maturazione» di ciascuno dei suoi membri, compito questo che non è mai terminato. Il seguito del testo spiega come essa lo assolve: «gli offre la possibilità di esplicare le sue doti di natura e di grazia»: il che non vuol dire coltivare degli «hobbies», ma dare a ciascuno la possibilità di un buon impiego delle sue doti, in un lavoro comune, stimolando lo spirito di iniziativa e il senso di responsabilità personale.

Ma soprattutto la comunità aiuta ogni fratello a realizzare pienamente la sua vocazione: per questo non solo provvede a quanto gli occorre per la salute, gli studi, il lavoro, ma lo sostiene specialmente nei momenti della difficoltà, del dubbio, della malattia.

Per provvedere a tutto questo, è certo utile una buona organizzazione della comunità, ma occorre più ancora una carità viva e sempre attenta.

«Pane, lavoro e paradiso»

Tra la descrizione di ciò che la comunità fa per il confratello (primo capoverso) e ciò che ogni membro fa per la sua comunità (terzo capoverso) è stata collocata una frase emblematica di Don Bosco. Essa esprime tutta la gioia che Don Bosco prova nella sua famiglia e che vuole comunicare ai suoi: egli si sente veramente nella Casa che il Signore ha voluta, dove appunto c'è «pane lavoro e paradiso». È la promessa che anche oggi, come cent'anni fa, il salesiano può riproporre ad ogni giovane che accoglie la chiamata a stare con Don Bosco: «Pane, lavoro e paradiso. ecco tre cose che ti posso offrire io in nome del Signore».'

Il confratello costruisce la comunità.

La costruzione della comunità è una responsabilità condivisa: la comunione delle persone si edifica con la carità paziente di tutti, l'impegno comunitario nasce dallo sforzo personale di ciascuno. Perciò il primo atteggiamento che il salesiana coltiva in sé è la coscienza di essere nella comunità membro responsabile: egli sente che la costruzione di un'autentica fraternità salesiana dipende in parte da lui e, perciò, è contento di dare il suo apporto. Se è vero che la comunità è al suo servizio, è altrettanto vero che egli è al servizio della comunità.

Il senso di responsabilità personale proviene da un sentimento profondo: dall'amore che il confratello nutre per la sua comunità. Questo amore non è frutto di idealizzazioni o di formalismi giuridici; esso possiede la concretezza dell'amore genuino, che, pur conoscendo le imperfezioni e i limiti della comunità, vuole il suo bene e, illuminato dalla fede, «sa trovare in essa la presenza di Cristo». I gesti concreti di amore e di servizio comunitario saranno tanto più generosi e continui, quanto più il salesiano si nutrirà della convinzione di fede che il Cristo è vivo e presente nei fratelli che gli stanno accanto.

Nella linea di questo amore concreto le Costituzioni sottolineano l'importanza della «correzione fraterna»: per diventare costruttore di

' MB XVIII, 420; cf. anche XVII, 251; XII, 598

comunità il salesiano accetta con riconoscenza l'aiuto che gli viene dai fratelli e cerca di correggere ciò che «scopre in sé di anticomunitario», ricordando che l'egoismo e l'individualismo hanno radici profonde e misteriose nel cuore di ogni uomo; egli stesso si fa ministro di fraterna correzione verso il proprio fratello con quello spirito evangelico che è raccomandato dal Signore (cf. Mt 18, 15-17).

La Regola mette poi in rilievo un segno assai pratico, che dimostra l'impegno di ciascuno nel costruire la comunità fraterna e apostolica: è la partecipazione attiva e generosa «alla vita e al lavoro comune». Tutti abbiamo appreso durante il Noviziato che «non tocca a me!» è una «bestemmia salesiana» e che la giaculatoria corrispondente è: «vado io! ».z È meraviglioso vedere tanti confratelli che, mentre si spendono per il bene dei giovani, godono di vivere nella propria comunità e si sacrificano quotidianamente, con umiltà e generosità, per fare di essa una «casa» accogliente per tutti. E commovente pure vedere tanti confratelli anziani e ammalati che rimangono attaccati al loro lavoro, desiderosi di essere utili alla comunità, anche quando le loro forze vengono meno.

Il salesiano infine costruisce la comunità con l'atteggiamento di riconoscenza verso i fratelli stessi, in risposta alla loro carità.

Duplice compito, quindi, della comunità verso il confratello e di ciascun confratello verso la comunità: questa reciprocità è necessaria per costruire una vera comunione. Essa sola è capace di formare una comunità-famiglia, evitando, nello stesso tempo, ogni massificazione e ogni individualismo, e tenendo lontano ogni urto o frustrazione.

Padre, che accogli tutti quelli che vengono a Te,

infondi in ciascuno di noi lo stesso spirito di accoglienza. Donaci la capacità di accogliere

e di aprirci con fiducia ai nostri confratelli, perché nella sincerità di un reciproco amore, formiamo una vera famiglia

unita nel servizio Tuo e dei nostri giovani.

2 Cf. A. CAVIGLIA, Conferenze sullo spirito salesiano, Torino 1985, p. 57

Concedici la forza di agire nella comunità con uno spirito di «costruttori», per contribuire

a edificare la tua Chiesa nella carità.

Per Cristo nostro Signore.

ART. 53   I CONFRATELLI ANZIANI E AMMALATI

La comunità circonda di cure e di affetto i confratelli anziani e ammalati.

Essi, prestando il servizio di cui sono capaci e accettando la propria condizione, sono fonte di benedizione per la comunità, ne arricchiscono lo spirito di famiglia e rendono più profonda la sua unità.

La loro vita assume un nuovo significato apostolico: offrendo con fede le limitazioni e le sofferenze per i fratelli e i giovani, si uniscono alla passione redentrice del Signore e continuano a partecipare alla missione salesiana.

Nel trattare dei rapporti interpersonali, che si sviluppano in seno alla comunità salesiana, le Costituzioni dedicano una particolare attenzione alla cura e all'affetto che circonda i confratelli anziani e ammalati. L'art. 53 tratteggia i doveri che la comunità ha verso questi confratelli, il significato comunitario della loro presenza in mezzo ai fratelli, e il nuovo significato apostolico che assume un'esistenza marcata dal dolore.

L'impegno della comunità per i fratelli anziani e ammalati.

I rapporti di amicizia fraterna, che devono regnare nella comunità, si concretizzano, in un modo tutto speciale, nell'amore e nella cura premurosa verso gli anziani e gli ammalati. Lo spirito di famiglia diventa tangibile quando tutta la comunità confluisce con le sue ricchezze di affetto e di servizio verso i membri più deboli e sofferenti della comunità stessa.

È evidente che tali manifestazioni premurose di affetto e di servizio sono tanto più stabili e fraterne quanto più ogni confratello è convinto che Cristo è presente, in maniera diversa e con diverse esigenze, in ciascuno dei confratelli che vivono nella casa.

Attraverso i gesti dei singoli confratelli è allora la comunità salesiana che serve il Signore nei fratelli più bisognosi. E la comunità diventa segno chiarissimo dell'agape del Padre che, attraverso la comunità cristiana, Corpo del Cristo, si estende fino a sostenere, salvare e curare i fratelli più deboli.

Nella tradizione salesiana, risalente ai tempi di Don Bosco, gli ammalati sono circondati da attenzioni particolari. Dello stesso Don Bosco si legge nelle «Memorie Biografiche»: «Appena metteva piede in una casa - deponeva D. Luigi Piscetta - la sua prima domanda era se vi fossero ammalati, e recavasi subito a visitarli. Per essi nutriva una carità veramente materna, ed osservava che fossero provvisti di ogni cosa necessaria».1 La raccomandazione di aver cura degli ammalati si trova, poi, in varie lettere di Don Bosco; così, ad esempio, scriveva a D. Allavena, in Uruguay, il 24 settembre 1885: «abbi una cura speciale dei fanciulli, degli ammalati, dei vecchi».2

L'impegno degli anziani e degli ammalati per la comunità fraterna.

Le Costituzioni mettono in risalto il significato profondo della presenza degli anziani e degli ammalati nella comunità salesiana. Essi recano alla comunità un contributo originale e prezioso, con i servizi che ancora possono rendere, ma soprattutto con il loro esempio e con la loro sofferenza. E se essi non possono più occupare posti di diretta responsabilità che un tempo occupavano, tuttavia, «accettando la loro condizione», e rimanendo liberi da ogni amarezza, sereni, fiduciosi e aperti alla comunità, mettono al servizio dei fratelli la loro esperienza, il loro spirito di famiglia, la testimonianza del loro abbandono in Dio.

La Regola ci dice che gli ammalati e gli anziani non sono per la comunità un peso, ma una «fonte di benedizione»; essi, infatti, sono segnati in maniera speciale dalla passione di Cristo, e perciò vivono, per se stessi e per gli altri, più intimamente il mistero del dolore che redime e salva. Come scrive Giovanni Paolo Il: «Coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo hanno davanti agli occhi il mistero pasquale della croce e della risurrezione, nel quale Cristo discende, in una prima fase, sino agli ultimi confini della debolezza e dell'impotenza umana: egli, infatti, muore inchiodato sulla croce. Ma al tempo stesso in questa debolezza si compie la sua elevazione, confermata con la forza della risurrezione; ciò significa che le debolezze di tutte le soffe-

MB X, 1017

x MB XVII, 616; cf, anche M8 XII, 200 (Lettera a Don Perino); MB XIII, 858 (Lettera a un par

roco di F(:>rlì]

renze umane possono essere permeate dalla stessa potenza di Dio, quale si è manifestata nella croce di Cristo. In questa concezione soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti all'opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all'umanità in

Cristo»,3

L'articolo aggiunge che i fratelli anziani e ammalati «arricchiscono lo spirito di famiglia»; infatti il dolore non solo purifica chi lo subisce e la comunità che lo condivide, ma ridesta nei confratelli tante energie di condivisione, di sopportazione, di servizio, caratteristiche appunto del più autentico spirito di famiglia. Perciò il testo può affermare con sicurezza che questi confratelli «rendono più profonda l'unità» della comunità: accanto al fratello che soffre la comunità si ritrova unita nell'offrire il sacrificio redentore del Cristo. Non dimentichiamo mai che la sofferenza cristiana è creatrice di bene: la redenzione, infatti viene dalla croce!

Significato apostolico della malattia e dell'anzianità dei confratelli.

Per un salesiano, abituato a un'attività esuberante, la malattia grave e le infermità della vecchiaia sono prove particolarmente penose, che costituiscono un appello a una fede più viva e a una forma nuova di fedeltà ed esigono un approfondimento della stessa vocazione. Il confratello deve infatti convincersi che ala sua vita rimane ancora pienamente apostolica». In che modo? Grazie allo slancio della sua anima salesiana, che non muta, e all'utilizzazione `salesiana' delle sue possibiltà concrete, egli accetta l'attività ridotta (e talvolta l'assoluta passività), offre la sua sofferenza e la sua preghiera in unione con i fratelli e in favore dei giovani, con i quali in molti casi ama conservare contatti vivi: continua così a vivere in sé il «da mihi animas».

Rinnovando quotidianamente l'offerta della propria esistenza segnata dal dolore, il confratello ammalato o anziano «si unisce alla passione redentrice del Signore»: in ogni momento della giornata, la sua vita sofferente o indebolita, unita al Crocifisso, acquista un valore

' GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Salvifici doloris, Roma 1983, n. 23

redentore unico ed è quindi eminentemente «apostolica». Da questo atteggiamento intimo di offerta di sé in Cristo al Padre per la salvezza del mondo, sgorga quasi spontaneamente la preghiera esplicita, che occupa un posto privilegiato nelle lunghe ore di pazienza del confratello sofferente; così egli rimane vivo nel cuore della comunità e «continua a partecipare alla missione salesiana».

In ogni Ispettoria è facile trovare esempi illustri di confratelli che hanno vissuto e vivono pienamente i valori cristiani e salesiani descritti nella Regola. Ricordiamo, tra i moltissimi, il ven. don Andrea Beltrami che ha realizzato la piena fedeltà alla sua vocazione salesiana in una lunga sofferenza, lasciandoci un esempio da imitare. Ricordiamo anche la testimonianza di don Giuseppe Quadrio che, accettando dalle mani del Signore la sua malattia, riorganizzava la sua vita formulando i seguenti propositi:

«Nel nome SS. di Gesù e con la sua grazia, mi riprometto durante la degenza:

1) di convivere con Lui in comunione di pensieri, di sentimenti, di offerta continua;

2) di sorridere e diffondere serenità a tutti i medici, infermieri, ammalati, suore. Ognuno deve vedere in me la «benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei»;

3) di curare con amore la preghiera: Messa (quando potrò), Comunione, Breviario, Rosario, Via Crucis, ecc. Riempirò la giornata di preghiera;

4) di occupare il tempo con tutta la possibile scrupolosità in letture utili;

5) di dare ad ogni mia conversazione con chiunque un tono sacerdotale semplice e discreto» 4

E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio, modello di spirito sacerdotale, LAS Roma 1980, p. 164

Dio nostro Padre,

concedi alla nostra comunità

di saper accogliere, comprendere e sostenere in spirito di famiglia i nostri fratelli malati e anziani.

Ad ognuno di loro concedi la grazia di una fede viva,

affinché, unendosi alla passione di Cristo, tuo Figlio, realizzino, secondo la tua volontà,

la vocazione salesiana

portando a compimento la loro offerta di amore per i giovani e per i fratelli.

ART. 54 LA MORTE DEL CONFRATELLO

La comunità sostiene con più intensa carità e preghiera il confratello gravemente infermo. Quando giunge l'ora di dare alla sua vita consacrata il compimento supremo, i fratelli lo aiutano a partecipare con pienezza alla Pasqua di Cristo.

Per il salesiano la morte è illuminata dalla speranza di entrare nella gioia del suo Signore.' E quando avviene che un salesiano muore lavorando per le anime, la Congregazione ha riportato un grande trionfo?

Il ricordo dei confratelli defunti unisce nella «carità che non passai coloro che sono ancora pellegrini con quelli che già riposano in Cristo.

cf. Me 25,21

z cf. MB XVII, 273 ' 1 Cor 13,8

In tre capoversi l'art. 54 svolge questi pensieri:

- la comunità sostiene il confratello nei suoi ultimi giorni di vita; - la speranza illumina la morte del salesiano;

- dopo la morte il confratello rimane unito con i viventi nella «carità che non passa».

La comunità attorno al confratello gravemente infermo.

L'approssimarsi della morte di un confratello è per tutti i membri della comunità un appello a una carità più viva. È importante che il confratello sia aiutato a dare ai momenti supremi della sua vita tutto il loro valore.

La Regola stimola la comunità a stringersi attorno al fratello gravemente infermo per aiutarlo a cogliere il senso profondo del mistero della sua morte di consacrato. L'articolo sottolinea particolarmente due aspetti di questo mistero.

La morte di un religioso è direttamente legata alla sua consacrazione religiosa. Sulla base della consacrazione battesimale egli infatti nel giorno della professione si è «offerto totalmente» a Dio e al suo servizio, impegnandosi ad essere fedele fino alla fine. Ora, all'ultima tappa della sua fedeltà, egli è invitato a dare ancora a Dio la prova estrema di

amore e di abbandono filiale: è il «compimento supremo», l'ultimo «Sì, Padre!», il «consummatum est!».

Ma c'è un altro mistero che si compie in lui. Essere battezzato, e impegnarsi con professione, vuol dire entrare nella Pasqua del Signore, accettare di morire a se stesso per rinascere alla vita nuova del Risorto. All'approssimarsi della morte questa partecipazione raggiunge la sua pienezza: si tratta di morire interamente, unendo il proprio sacrificio a quello del Crocifisso, per rivivere interamente nella vita di Cristo Signore.

Perché il salesiano abbia la grazia di conservarsi in queste prospettive della fede, le Costituzioni invitano tutti i membri della comunità ad aiutarlo con più intensa carità in quei momenti decisivi della sua esistenza.

Il senso della morte del salesiano.

Don Bosco ha parlato molto della morte ai suoi confratelli e ai suoi giovani. Realisticamente egli li «esercitava» ogni mese alla «buona morte», insegnando loro a morire al peccato per essere pronti un giorno ad accogliere la morte nella gioia dell'amicizia divina. Il salesiano ha dunque un titolo speciale per guardare alla morte con serenità.

Ma ora il capoverso dell'articolo orienta decisamente il salesiano a guardare alla morte nella luce della realtà apostolica della sua vita. Egli, infatti, ha vissuto «servendo» Dio nei suoi giovani fratelli: spera quindi di sentirsi dire: «Servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore» (Mt, 25,23). È questa l'assicurazione stessa di Don Bosco, che parla ai suoi confratelli del premio che è loro riservato e indica il Paradiso come il luogo di appuntamento per i suoi Figli, la meta a cui tende tutto il lavoro, il momento del riposo.' Ai primi missionari egli lascia questo ricordo: «Nelle fatiche e nei patimenti nòn si dimentichi che abbiamo un gran premio preparato nel cielo».2

A riguardo dei richiami di Don Bosco al Paradiso si veda, come esempio: MB III, 67; VI, 442: VII, 728; VIII, 444; X, 367; XVIII, 533. 550 («Dite ai giovani che io li attendo tutti in Paradiso»).

D. BOSCO, Ricordi ai nsissionari, MB XI, 389; cf. Appendice alle Cost. 1984, p. 254

Il testo riporta un'altra celebre frase di Don Bosco, quella in cui il nostro Padre fa coincidere la riuscita dell'esistenza di un salesiano, fedele alla sua missione, con il successo della Congregazione stessa. «Quando avverrà che un salesiano soccomba e cessi di vivere lavorando per le anime, allora direte che la nostra Congregazione ha riportato un gran trionfo e sopra di essa discenderanno copiose le benedizioni del Cielo».3 Il salesiano non va mai in pensione, anche se qualche assicurazione sociale gliene offre la possibilità. Egli lavora «per le anime» fino a che ne ha le forze, disposto a soccombere a questo compito.

È l'applicazione suprema del «da mihi animas, cetera tolle»: Signore, toglimi anche questo riposo finale cui ogni uomo aspira, se con il mio lavoro posso ancora far del bene a qualche anima! L'art, 54 si collega, in tal modo, con il primo articolo della Regola, dove veniva citata quell'altra frase di Don Bosco: «Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe staio per i miei poveri giovani». Il salesiano è apostolo fino alla fine, e muore da apostolo, coerente con l'esortazione del nostro Padre: «Ci riposeremo in Paradiso» .4

La «comunione dei santi» salesiana.

L'art. 9 ricordava i nostri patroni e protettori celesti. Il presente articolo si chiude ricordando la nostra «comunione» con i fratelli defunti, che si effettua non soltanto con la preghiera, come dirà l'art. 94, ma con il vincolo permanente della carità. Il testo si ispira al n. 49 della Costituzione «Lumen Gentium», ove si dice: «Tutti comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui (cf. Ef 4,16). L'unione di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace del Cristo non è minimamente spezzata. Anzi è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali». La lettura quotidiana del necrologio (cf. Reg 47) non deve portarci soltanto verso il passato dei confratelli che abbiamo conosciuto; essa deve ravvivare la nostra comunione pre

' D. BOSCO, «Tesramenro spiriruale~, cf. Appendice Cost. 1984, p. 258 ° MB XIV, 421

sente con loro nel Cristo risorto. Le nostre relazioni con la Gerusalemme celeste risultano così assai feconde per la nostra vocazione e per la stessa vita di comunità.

Dio nostro Padre,

noi ti raccomandiamo i nostri confratelli che sono in punto di morte.

Sostienili nell'ora estrema del loro sacrificio, perché possano portare a compimento nella fedeltà e nell'amore

ciò che hanno promesso nel giorno della loro professione,

·   siano uniti nella Pasqua eterna

insieme con tutti i Tuoi Santi.

Ravviva in noi tutti la speranza davanti alla morte,

•  aiutaci a lavorare per Te fino alla fine. Nella carità che non passa,

tieni uniti

coloro che ancora camminano su questa terra

•  coloro che già hanno raggiunto il riposo del cielo nel Cristo tuo Figlio e nostro Signore.

ART. 55 IL DIRETTORE NELLA COMUNITÀ

Il Direttore rappresenta Cristo che unisce i suoi nel servizio del Padre. E al centro della comunità, fratello tra fratelli, che riconoscono la sua responsabilità e autorità.

Suo primo compito è animare la comunità perché viva nella fedeltà alle Costituzioni e cresca nell'unità. Coordina gli sforzi di tutti tenendo conto dei diritti, doveri e capacità di ciascuno.

Ha responsabilità diretta verso ogni confratello: lo aiuta a realizzare la sua

personale vocazione e lo sostiene nel lavoro che gli è affidato.

Estende la sua sollecitudine ai giovani e ai collaboratori, perché crescano

nella corresponsabilità della missione comune.

Nelle parole, nei contatti frequenti, nelle decisioni opportune è padre, maestro e guida spirituale.

L'art. 55, che descrive «Il Direttore nella comunità», è l'ultimo degli articoli che delineano i rapporti interpersonali che si devono creare tra i confratelli; questi, vivendo nella stessa comunità locale, condividono il mistero della comunione con il medesimo stile salesiano e con una fraternità interamente orientata alla missione pastorale. In questo contesto la figura del Direttore assume una fisionomia originale, quella appunto derivante dalla comunione vissuta nella comunità fraterna e apostolica. Infatti nella Chiesa ogni comunità esige un ruolo di animazione che renda possibile cd efficiente la coesione tra i membri di essa; il carisma particolare del Direttore è primariamente quello di rendere alla comunità il servizio fraterno e apostolico della «koinonía». Anche se egli svolge l'incarico di «direttore di un'opera», deve rimanere sempre «fratello», e la sua prima attenzione deve andare alle persone da unire insieme per il compimento della missione (cf. Reg 72. 176).

La complessa e ricca figura del Direttore salesiano fu oggetto di ampia e profonda riflessione specialmente nel CG2 1: gli orientamenti di tale Capitolo sono stati pienamente assunti nella revisione del testo costituzionale e nella redazione del prezioso «Manuale» del Direttore.'

Cf. CG21, 4661. In seguito alle decisioni di questo Capitolo fu elaborato un nAfanuale~ nel cui titolo è condensata l'originalità di questa figura: 'J/ Direttore. Un ministero per l'animazione e il governo della comunitàà locale.

Si noti che l'art. 55 non è l'unico articolo delle Costituzioni che parla del Direttore; infatti i diversi aspetti della sua figura vengono descritti, a seconda dell'argomento, in varie parti della Regola; in particolare:

- nell'art. 4 si ricorda, in forma generale, il suo ruolo circa la «forma» stessa della comunità;

- nell'art. 44 il Direttore è presentato come l'animatore e la guida dei corresponsabili della missione salesiana;

- in questo art. 55 appare principalmente come l'animatore e la guida della comunità fraterna e apostolica;

- gli art. 65 e 66, trattando dell'obbedienza, sottolineeranno il suo

ruolo nel discernimento comunitario della volontà del Signore; - infine gli aspetti strutturali del suo ministero di governo troveranno

posto nel capitolo sul «servizio dell'autorità locale» (art. 176-186); - l'art. 121, in particolare, afferma che «le comunità sono guidate da

un socio sacerdote».

Il testo dell'ars. 55, che ora esaminiamo, svolge cinque idee: la collocazione del direttore nella comunità; i suoi compiti verso la comunità; i compiti verso i singoli confratelli; i rapporti con la comunità educativa; le modalità salesiane secondo le quali egli esercita la sua autorità.

Il Direttore, centro visibile della comunione fraterna.

Il decreto conciliare «Perfectae caritatis» ricorda che i Superiori religiosi sono i rappresentanti di Dio.2 Le Costituzioni salesiane precisano questa affermazione dicendo che il Direttore «rappresenta Cristo» in una delle sue funzioni capitali: quella di riunire i discepoli per farli comunicare insieme alla volontà del Padre, rendendoli disponibili al servizio di Lui e dei fratelli. Cristo è stato e rimane il perfetto Servo del Padre, «obbediente fino alla morte». Ma egli ha voluto anche raccogliere attorno a sé i discepoli per associarli al suo proprio servizio del Padre

2 Cf. PC, 14

per la salvezza del mondo. A questa immagine ed a questa funzione di Cristo è rinviato il Superiore, «in spirito di umiltà evangelica».3

Osserviamo come l'autorità del Superiore religioso non si collochi nella comunità allo stesso livello dell'autorità gerarchica. Mentre infatti quest'ultima si pone alla sorgente della comunione ecclesiale e genera la comunità, in quanto è «visibile principio e fondamento dell'unità»4 (il Romano Pontefice lo è per la Chiesa universale, ogni singolo Vescovo per una Chiesa particolare), l'autorità religiosa, suscitata dallo Spirito all'interno della comunità, si pone al punto di convergenza delle chiamate dei singoli per indirizzarle alla realizzazione del progetto comune determinato dalla Regola.

I1 titolo di «superiore» dato al Direttore non deve creare illusioni: egli non è «al di sopra» dei suoi fratelli, ma resta sullo stesso piano, «fratello tra fratelli»; tuttavia in mezzo a loro occupa il posto «centrale», in virtù del suo ruolo unificatore e di animazione. L'uguaglianza di livello non sopprime affatto l'autorità, di cui il Superiore è portatore: egli è stato scelto per essere in mezzo ai suoi fratelli il segno di Cristo Centro e Capo, e i suoi fratelli «riconoscono, nella fede, la sua responsabilità e autorità».

Questa prospettiva getta una luce stupenda sul compito del Superiore: ciò che l'Eucaristia realizza sotto forma sacramentale quando costruisce la comunità in Cristo come comunione fraterna (cf. Cost 88), ciò che realizza in modo invisibile lo Spirito quando stimola i diversi membri a riunirsi nella carità fraterna, il Superiore, da parte sua, lo esercita visibilmente, in nome di Cristo, sostenuto dallo sforzo fiducioso e coerente di tutti i suoi fratelli.

Compito del Direttore verso la comunità.

Il GG21, nel definire il ruolo del Direttore, usa il termine di «animalore»; l'art. 176 unirà concretamente questo aspetto con l'altro compito caratteristico del Direttore: quello di governare.

CF. CGS, 644; CG2I, 52.53 ° CF. LG, 23

fl presente art. 55 afferma che il principale compito del Direttore, come animatore, riguarda la comunità in tutti gli aspetti della sua vita salesiana: la comunione fraterna, la missione apostolica, la pratica dei consigli evangelici, la vita di preghiera.

Tale animazione, come si accennava, ha un obiettivo fondamentale da promuovere continuamente: l'unità della comunità nella carità; ma riguarda anche il progetto che tutti i membri della comunità sono chiamati a realizzare in ogni circostanza, secondo l'ideale espresso nelle Costituzioni. Così il Direttore salesiano è, da una parte, l'uomo del dinamismo, del futuro e della speranza e, dall'altra, è l'uomo della fedeltà alla genuina tradizione salesiana. Egli è, nella nostra comunità di consacrati apostoli, colui che «presiede nella carità», colui che costruisce e mantiene l'unione degli ideali e dei cuori nella carità.'

«Coordina gli sforzi di tutti» nel compimento della missione, poiché il lavoro apostolico per essere efficace ha bisogno di convergenza, e l'unità di azione è uno dei fattori più potenti della stessa unità fraterna. Ma il Direttore anima e coordina gli sforzi dei fratelli con attenzione ad ognuno per ridestare le migliori energie, «tenendo conto dei diritti doveri e capacità di ciascuno».

Pertanto il ruolo di animazione richiede che il Direttore, tenendo presenti gli ideali perenni della salesianità espressi nelle Costituzioni, sappia valorizzare e fondere in unità le doti di ogni confratello per la vita e la maturazione salesiana della comunità.ó

In altre parole, il Direttore guida la comunità nella ricerca e nell'attuazione della volontà del Padre: «Signore, che cosa ti aspetti da noi, qui, adesso?» Egli è il primo responsabile, non soltanto dal punto di vista giuridico (cf. Cost 176); ma esercita tale impegno in una reale corresponsabilità coi suoi fratelli.

' CF. CGS, 502. 644. 646b; CG21, 46

n Don Rua, rivolgendosi agli Ispettori e Direttori, esprime così il loro compito di animazione: «Il Direttore deve essere il centro di tutto, il motore da cui parte ogni forza; ma con gli allievi la vostra azione deve essere mediare: tutto procederà bene in casa se ciascun salesiano farà bene il suo dovere, e voi dovete vigilare e incoraggiare e ammaestrare appunto affinché ognuno compia bene il suo dovere, (cf. Lettera del 25.04.1901 in Lett, circolari. p. 309-310).

Compito del Direttore verso ciascun confratello.

Il Direttore deve, inoltre, aiutare ciascun confratello a rispondere alla stessa domanda nella sua storia personale: «Signore, che cosa ti aspetti da me, qui, adesso?». L'art. 52 affidava alla comunità l'impegno di offrire a ciascun confratello «la possibilità di esplicare le sue doti di natura e di grazia»; ora le Costituzioni affermano che il Superiore locale ha una particolare responsabilità in questo impegno: egli ha ricevuto il compito di accompagnare e guidare i suoi fratelli nella realizzazione della loro vita salesiana.' Perciò il Direttore è disponibile all'incontro con i confratelli e procura di rendersi sempre più idoneo per essere una valida guida spirituale. Da parte sua il confratello ricorre al suo Direttore con fiducia sia per i problemi del lavoro apostolico sia per la sua maturazione vocazionale.

Gli articoli 67-70 sull'obbedienza salesiana preciseranno ulteriormente gli aspetti di questo vicendevole rapporto, mettendo in risalto come l'incontro con i singoli confratelli sia di grande aiuto al Direttore nel suo stesso compito di guida della comunità.

Compito del Direttore verso i giovani e i collaboratori.

Il quarto capoverso dell'articolo ricorda che nella tradizione salesiana il Direttore non è solo direttore e padre dei confratelli, ma anche dei giovani affidati alla cura pastorale della comunità. Il modello ideale cui ispirarsi rimane sempre Don Bosco a Valdocco: la sua paternità si estendeva, con modalità ed espressioni diverse, ai confratelli e ai giovani dell'Oratorio. Un Direttore di un'Opera educativa che non venisse a contatto con i giovani mutilerebbe gravemente la sua paternità salesiana?

Lo stesso va affermato, analogamente, nei riguardi dei collaboratori delle nostre opere e attività. Se il Direttore è il centro di animazione della comunità fraterna e apostolica dei confratelli, anche i laici coinvolti nel lavoro educativo e pastorale devono fare riferimento a tale

Don Bosco non esita ad affermare: ~Ognì direttore deve rendere conto a Dio dell'anima di ciascuno dei suoi confratelli che dallo stesso Iddio furono collocati sotto la sua speciale direzione» (durante gli esercizi a Lanzo 1871, MB X, 1078)

centro propulsore, nel rispetto, evidentemente, dei ruoli intermedi affidati ad altri confratelli. È quanto sottolinea il CG21 quando afferma che il Direttore è «la guida pastorale della missione salesiana», «l'orientatore degli impegni di educazione e di promozione umana affidati alla comunità».a Il testo delle Costituzioni giustamente mette in rilievo che il riferimento al Direttore ha come scopo la crescita, sia nei giovani che nei collaboratori non salesiani, di una reale «corresponsabilità nella missione comune».

«Padre, maestro, guida spirituale».

L'ultimo capoverso si sofferma in particolare sulle modalità salesiane con cui il Direttore, sull'esempio di Don Bosco, svolge il suo compito. Viene ricordato come mediante le parole, i contatti e le decisioni, egli è chiamato ad essere «padre, maestro, guida spirituale». Se si volesse stabilire una corrispondenza, si potrebbe dire che il Direttore con la parola adempie il compito di maestro; con i contatti frequenti e con l'azione santificatrice, quello di padre; con le decisioni opportune, quello di guida.

Il titolo di «padre» è legato a una lunga tradizione salesiana che vede nel Direttore il rappresentante e l'incarnazione della paternità di Don Bosco. Nel primo capoverso si affermava che il Direttore è «fratello tra fratelli»; qui vien specificato che egli è un fratello che agisce come un «padre». Un fratello non può forse assumere compiti di tipo paterno? È ciò che ha detto il Concilio a proposito dei Vescovi e dei Presbiteri.9 È ciò che ha realizzato in sommo grado il Cristo, 1 CGS lo ha rilevato ripetutamente: «Il Superiore deve essere un fratello che, a imitazione di Gesù, si pone tra i fratelli come rivelatore e segno della paternità di Dio»; 10 «il modello è Cristo, che riflette l'amore del Padreper gli uomini».11

Una ragione non meno valida, che giustifica questa caratteristica

Cf. CG21, 52

° Cf. LG, 28. 32; P0, 9 u CGS 502

" CGS, 644

del Direttore salesiano, è, come si accennava, lo spirito di famiglia e la lunga tradizione di paternità del Superiore, in particolare l'esempio di Don Bosco. Ricordiamo la significativa testimonianza di don Rinaldi: «II nostro Fondatore non è mai stato altro che padre, nel senso più nobile della parola; e la santa Chiesa l'invoca ora nella sua liturgia come Padre e Maestro della gioventù. Tutta la sua vita è un trattato completo della paternità che viene dal Padre celeste, che il Beato ha praticato quaggiù in grado sommo, quasi unico, verso la gioventù e verso tutti... E come la sua vita non è stata altro che paternità, così la sua opera e i suoi figli non possono sussistere senza di essa... In questo senso spetta a tutti la paternità e tutti siamo tenuti a conservarla viva nei nostri cuori e nelle nostre opere» Ma, continua don Rinaldi, «l'esercizio esteriore di questa paternità viene nominativamente trasmesso al Direttore della Casa, non solo perché la conservi, ma perché l'eserciti secondo gli ammaestramenti e gli esempi del Beato».12 È normale che in ogni comunità la presenza di Don Bosco, padre, sia significata dalla figura amabile del Direttore. Una presenza, come quella di Don Bosco, ricca di bontà, di disponibilità, aliena da ogni paternalismo, diventa capace di stimolare nei suoi figli una larga corresponsabilità di apostoli.13 La paternità spirituale, di stile salesiano, è il compito più bello del Direttore; e la tradizione salesiana ci dice quanto influisca sul cuore del Direttoresacerdote, per crescere nella paternità, l'esercizio del ministero della Riconciliazione. 14

I termini di «maestro» e «guida» acquistano significato alla luce di quello di «padre»: il Direttore è il padre della sua famiglia, che «insegna» e «guida». Il CGS ha precisato questi compiti di insegnamento e di guida autorevole, che il Superiore esercita in vista di un impegno costante a rinnovare la vocazione comune, approfondirne lo spirito e riattualizzarne la missione secondo le esigenze dei tempi e le necessità dei giovani." Già l'art. 44 delle Costituzioni aveva evidenziato il ruolo di «guida» del Direttore, mentre l'art. 175 dei Regolamenti generali preciserà alcuni aspetti del suo compito di «maestro».

12 ACS n. 56, 26 aprile 1931, p. 939-940

13 Cf. CGS, 496-499. 502. 647

14 Cf. ACS n. 56, 26 aprile 1931, loc. cit.; cf. anche E. VIGANO, L'animazione del direttore salesiano, ACS n. 306 (1982), p. 24-25

14 Cf. CGS, 646

Si nota che l'articolo non si riferisce direttamente alla direzione spirituale individuale e di coscienza, che è tuttavia tra i compiti del Direttore (cf. Cost 70), ma a quella vera e propria direzione spirituale «comunitaria», che si traduce in insegnamento, impulso, incoraggiamento e anche nell'invito alla verifica per la vita spirituale ed apostolica della comunità.

Preghiamo il Padre celeste

che, riunendoci in Cristo,

per l'opera dello Spirito Santo,

ha moltiplicato nella nostra Società il dono della paternità spirituale.

Perché nelle nostre comunità

i Superiori siano immagine viva di Cristo Buon Pastore, che offre la sua vita per i suoi

e li unisce nel servizio del Padre, preghiamo.

Perché sappiamo vedere nel nostro Direttore la presenza del Padre celeste,

amandolo, onorandolo e collaborando con lui alla comune opera a noi tutti affidata, preghiamo.

Perché al nostro Direttore sia dato lo spirito della vera paternità

che lo illumini ad essere per ogni confratello guida sapiente sulla via del Signore, preghiamo.

ART. 56   COMUNITA’ ACCOGLIENTE

 confratelli vivono con semplicità il dono di sé e il senso della condivisione nell'accoglienza degli altri e nell'ospitalità. Con le loro attenzioni e con la loro allegria sanno rendere tutti partecipi dello spirito di famiglia salesiano.

Tuttavia, per favorire il rispetto vicendevole e le espressioni della comunione fraterna, la comunità riserva ai soli confratelli alcuni ambienti della casa religiosa.

' cF. CIC, can. 667,1

La comunità salesiana è una comunità apostolica, che la missione inserisce nella realtà sociale ed ecclesiale, determinando una serie di rapporti «ad extra», particolarmente verso la gioventù: essa è una comunità eminentemente «aperta».

Dopo aver considerato più direttamente gli aspetti fraterni, le Costituzioni vogliono ora soffermarsi sui rapporti della comunità sia con le altre comunità che con le persone coinvolte nella sua missione: è questo il tema degli articoli 56-59.

L'art. 56, in particolare, affronta in due capoversi i temi dell'accoglienza e dell'ospitalità, e degli ambienti riservati ai confratelli.

Accoglienza e ospitalità.

Sono due valori evangelici, fondati sull'insegnamento e sull'esempio del Signore. Basta ricordare la parola di Gesù che mette questi atteggiamenti tra quelli che saranno oggetto del giudizio finale: «Ero forestiero e mi avete ospitato... Quando ti abbiamo vistd forestiero e ti abbiamo ospitato?... Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 35-40). Sappiamo che la comunità cristiana delle origini riconosceva nell'ospitalità una manifestazione privilegiata della carità fraterna.'

' Sul senso dell'ospitalità cristiana si veda, oltre a Mt 25 citato: Mt 10,40; Mc 9,41; Le 7,44ss;

Lc 14,13-14; Rm 12,13; 1 Tim 3,2; TU 1,8; Eh 13,2; 1 PI 4,9

Le Costituzioni salesiane dicono che questi valori evangelici sono elementi molti rilevanti del nostro spirito di famiglia. Ogni salesiano, avendo fondato la sua esistenza sul dono totale di sé e sulla condivisione, ha già superato radicalmente la chiusura egoistica di sé ed è pronto a concretizzare la sua carità «nell'accoglienza degli altri e nell'ospitalità». Ciò deve essere realizzato particolarmente nella comunità che, proprio per la sua dimensione di fraternità, è chiamata a testimoniare l'amore che lega i fratelli in modo molto concreto verso coloro che si rivolgono ad essa nel nome del Signore.

Fedele, dunque, alla tradizione salesiana, la comunità accoglie i suoi ospiti, circondandoli di delicate attenzioni e di fraterna «allegria» salesiana.

Più avanti la Regola parlerà della speciale solidarietà con i più piccoli e i più poveri (cf. Cost 79). Don Bosco ci ha insegnato ad avere un'attenzione privilegiata ai poveri: quell'amore ospitale verso il povero, che egli aveva appreso da Mamma Margherita, lo trasmise ai suoi figli. Nella sua casa i poveri devono sempre avere un posto d'onore.

Ambienti riservati ai confratelli.

Il secondo capoverso indica un impegno che, a prima vista, può sembrare un limite al senso di accoglienza e di ospitalità sopra evidenziato; in verità si tratta di una salvaguardia di valori fondamentali della convivenza, che, aiutando la comunità nel raggiungere gli obiettivi di un'autentica fraternità, risulta di grande vantaggio anche per i rapporti della comunità con le persone che vengono in contatto con essa. I valori che sono sottolineati dalla Regola sono, in particolare, la necessità di un «vicendevole rispetto» tra i confratelli e la possibilità di avere spazi in cui esprimere speciali momenti di comunione fraterna.

Per questi motivi «la comunità riserva ai soli confratelli alcuni ambienti della casa religiosa»: si tratta di una norma tradizionale nella vita religiosa ed anche salesiana, ribadita pure dal Codice di diritto canonico.2

 

 

Si osserva che il CGS e lo stesso CG22 avevano lasciato questa norma nei Regolamenti generali. La Sede Apostolica, tuttavia, in sintonia col Codice di diritto canonico, ha chiesto di trasferirne i contenuti nello stesso testo costituzionale.

Le modalità di attuazione di questo articolo delle Costituzioni vengono presentate nell’art.45 dei Regolamenti generali.

Signore Gesù,

che hai detto: «Ero forestiero e mi avete ospitato», insegnaci a vedere in ogni fratello che a noi si rivolge Te, ospite misterioso che bussi alla nostra porta, perché coloro che Tu mandi a noi

trovino nella nostra accoglienza e nella nostra disponibilità la via per arrivare più sicuramente a Te nella comune Casa del Padre.

ART. 57 COMUNITÀ APERTA

La comunità salesiana opera in comunione con la Chiesa particolare.

È aperta ai valori del mondo e attenta al contesto cuIturale in cui svolge la sua azione apostolica. Solidale con il gruppo umano in mezzo a cui vive, coltiva buone relazioni con tutti.

È così segno rivelatore di Cristo e della sua salvezza presente fra gli uomini e diviene fermento di nuove vocazioni sul modello della prima comunità di Valdocco.

L'articolo prosegue la trattazione sulle relazioni della comunità locale con la comunità ecclesiale e con l'ambiente socio-culturale che la circonda; l'apertura della comunità salesiana, che è condizione «sine qua non» del suo inserimento nel gruppo umano vicino, è premessa per la fecondità del suo apostolato fino alla comunicazione della stessa vocazione salesiana.

Il fondamento di ciò che è espresso in questo articolo costituzionale, oltre che nella tradizione della nostra Famiglia (amore alla Chiesa e vivace inserimento nel territorio) (cf. Cost 48), si trova nell'ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Secondo il Concilio, infatti, ogni comunità o gruppo ecclesiale, senza perdere la propria identità, deve aprirsi all'intercomunione, armonizzandosi con la vita e collaborando con l'azione della Chiesa;' nell'ambiente in cui opera deve, inoltre, essere «realmente e intimamente solidale col gruppo umano in cui vive e con la sua storia».z

Comunione con la Chiesa particolare.

Nell'art. 48 le Costituzioni hanno già affermato il principio dell'inserimento e della disponibilità alla collaborazione da parte della comunità verso la Chiesa particolare in vista del compimento della missione

Cf. MR. 1 a. Il- 14 z Gs, i

apostolica. Ora tale principio viene ribadito-' dal punto di vista della comunione: l'apertura e l'unione della comunità con la Chiesa particolare è una testimonianza che si fonda sulla natura stessa della vita religiosa. Il testo si ispira chiaramente alla dottrina del Vaticano II, che viene così riassunta nel documento «Mutuae relations»: «Il religioso si dona totalmente a Dio sommamente amato, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all'amore di Dio; ciò lo congiunge in modo speciale alla Chiesa e al suo mistero e lo sospinge ad operare con indivisa dedizione per il bene di tutto il Corpo (cf. LG 44). Di qui chiaramente appare che la vita religiosa è un modo particolare di partecipare alla natura sacramentale del Popolo di Dio... (1 religiosi) offrono al mondo una visibile testimonianza dell'insondabile mistero del Cristo in quanto in se stessi lo rappresentano o contemplante sul monte o annunziante il Regno di Dio alle turbe o mentre risana i malati e i feriti e converte i peccatori a bene operare oppure mentre benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, ma sempre in obbedienza alla volontà del Padre che lo ha mandato (LG 46)».4

Inserimento nell'ambiente socio-culturale.

La comunità salesiana non vive estraniata dal mondo circostante, cerca anzi di incarnarsi in esso e di comprenderne i valori, i bisogni, i problemi e le energie di bene; solo così le è possibile instaurare quel dialogo che rende efficace l'annuncio del Regno e la comunicazione del carisma salesiano,

La comunità salesiana, inserita nella vita e nella cultura del proprio ambiente, si sentirà un elemento vivo della regione, della città, del quartiere in cui è situata ed agisce. I problemi dell'inculturazione e dell'acculturazione del Cristianesimo saranno vissuti dalla comunità in stretta sintonia con la pastorale delle Chiese particolari in cui essa opera.

E se nell'ars. 56 veniva affermata la necessità di un minimo di strutture ambientali che possano salvaguardare l'intimità della vita fra-

 

 Si può osservare che il CG22, mediante un voto esplicito, ha voluto che qui venisse ribadito

1' impegno di comunione con la Chiesa locale, espresso già nell'art. 48, per mettere in evidenza che si tratta non solo di un impegno legato al servizio apostolico, ma di un aspetto che caratterizza la fisionomia della comunità salesiana e la testimonianza clic essa è chiamata a dare.

4 MR, 10

terna, qui viene parimenti affermato che la comunità vive per gli altri.

A livello di coscienza, la comunità salesiana nutre ed esprime solidarietà con il gruppo umano in cui è inserita; e questo può avere conseguenze non secondarie se si pensa, per esempio, alle comunità in ambienti popolari o di miseria. A livello di relazioni la comunità si fa accogliente verso tutti i «vicini», anche verso coloro che non costituiscono i destinatari diretti del suo apostolato.

Gli Atti del CGS commentano succintamente, ma chiaramente, questo articolo: «Partecipe del dinamismo della Chiesa, la comunità è inviata e aperta al servizio dei fratelli ed offre a tutti le grazie di cui il Signore l'ha colmata. Essa coltiva con gioia e vivifica con la fede le relazioni che ha con altre persone e ambienti per vincoli di parentela, di ispirazione, di lavoro, di ideali o per dovere di giustizia, di convenienza, di amicizia, di carità. In questi contatti esterni la comunità, oltre che dare senso pieno ai rapporti con il mondo, viene arricchita di nuovi valori da integrare nei doni spirituali della sua missione ed è aiutata a realizzare più adeguatamente la sua azione apostolica».5

Lo stesso CGS, poi, fa vedere che l'impegno qui espresso trova un'applicazione particolarmente intensa nel caso di quelle «piccole comunità» che hanno la «vocazione ad inserirsi in speciali ambienti di vita e di lavoro per attuare una testimonianza di carità e di animazione cristiana, specie tra gli emarginati sociali».ó In questi casi non deve essere dimenticato il richiamo che, dopo la verifica compiuta,' ha fatto il CG21, perché tali esperienze siano compiute nello spirito apostolico salesiano: «non si realizza una nuova presenza per sperimentare nuove forme di comunità religiosa, ma per offrire un servizio che altrimenti non potrebbe essere dato».`

Testimonianza feconda della comunità.

Il terzo capoverso dell'articolo mette in luce un effetto logico e importante dell'inserimento della comunità nel mondo che la circonda:

° CGS, 507

6 CGS, 515; cf- anche CGS, 510

Cf. CG21, 159-161, con la nota 27 del n. 161. 9 CG21, 161

una comunità salesiana, cellula viva della Chiesa particolare, profondamente inserita nell'ambiente socio-culturale, diventa un segno visibile ed efficace di Cristo incarnato e Salvatore.

Nella comunità e attraverso la comunità Cristo si rende presente in mezzo agli uomini ed offre a tutti, ma specialmente ai giovani poveri ed abbandonati, la sua salvezza, la sua pace, la sua gioia.

Come ogni comunità viva è portatrice di vita, di carismi e di ministeri, così anche la comunità salesiana, portatrice del carisma di Don Bosco attinto per mezzo di una intima comunione con il modello primigenio di Valdocco, «diviene fermento di nuove vocazioni», sia di vocazioni salesiane, sia di ogni vocazione al servizio della Chiesa (cf. Cast 6. 37).

È la dinamica del grano di frumento. La comunità si inserisce totalmente nella Chiesa e nel gruppo umano e dona fino all'ultima goccia la ricchezza della sua salesianità; da tale offerta, che rassomiglia ad una morte per amore, nasce la nuova vita salesiana nel cuore di quelle persone che ne hanno condiviso il dono nello Spirito.

La comunità salesiana, «casa dei giovani».

A considerare l'insieme degli articoli del capo V delle Costituzioni sulle «comunità fraterne e apostoliche», si può avere l'impressione che non sia sufficientemente messa in risalto l'apertura della comunità verso quelli che sono i suoi «primi e principali destinatari» (Cost 26). In verità, nel corso del capitolo, si accenna ai giovani parlando del Direttore, che deve estendere ad essi la sua sollecitudine paterna (cf. Cost 55), e parlando dei confratelli ammalati, che offrono per i giovani le proprie sofferenze (cf. Cost 53).

Ma questo capitolo, evidentemente, deve essere integrato con il resto del testo costituzionale, dal quale risulta chiaro il rapporto privilegiato della comunità salesiana con i giovani. Possiamo qui ricordare alcuni elementi essenziali.

- La «casa salesiana» non è solo «parrocchia» che evangelizza i giovani e «scuola» che li avvia alla vita: è anche «casa che li accoglie» e «cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria» (Cost 40).

- Lo «spirito di famiglia» non è riservato ai rapporti tra i confratelli: «la casa salesiana - dice la Regola - diventa una famiglia, quando

l'affetto è ricambiato e tutti, confratelli e giovani, si sentono accolti e responsabili del bene comune» (Cost 26).

- Il «Sistema preventivo», il nostro modo tipico di educare ed evangelizzare, «associa in un'unica esperienza di vita educatori e giovani in un clima di famiglia, di fiducia e di dialogo» (Cost 38). La comunità educativa, di cui la comunità salesiana è animatrice, «coinvolge, in un clima di famiglia, giovani e adulti, genitori ed educatori...» (Cast 47),

- L'«assistenza salesiana», elemento importante del «Sistema preventivo», se da un lato suppone da parte del salesiano «volontà di contatto», esige pure da lui di «stare fraternamente in mezzo ai giovani» e di sforzarsi di manifestare loro una presenza amichevole (cf. Cost 39).

- La stessa preghiera salesiana esige che i Salesiani non solo preghino «per i giovani» ma «con i giovani». Per questa aderenza ai giovani e per lo stile giovanile che la connota, la preghiera salesiana è «gioiosa e creativa, semplice e profonda» (cf. Cast 86).

Da tutto questo si vede con chiarezza che una comunità salesiana senza un contatto permanente con i giovani non sarebbe più se stessa. Davvero si può dire che la casa salesiana è «casa dei giovani»I

Dio vuole che tutti gli uomini si salvino

e giungano alla conoscenza della verità.

Preghiamo che le nostre persone e le nostre comunità siano testimonianza costante

della divina volontà di salvezza.

Perché non ci chiudiamo mai

sui nostri particolari interessi, ma teniamo la mente e il cuore

aperti al bene della Chiesa e del mondo, Ti preghiamo, Signore.

Perché sappiamo unire in armonia la fedeltà al nostro carisma

e la collaborazione con la Chiesa in cui siamo inseriti Ti preghiamo, Signore.

Perché abbiamo l'animo pronto

ad accogliere i valori del mondo che ci circonda e a svilupparli per l'avvento del Regno di Dio, Ti preghiamo, Signore.

Perché abbandonando generosamente i nostri gusti, sappiamo farci tutto a tutti,

seguendo l'esempio di Cristo e di Don Bosco, Ti preghiamo, Signore.

0 Padre, fa' di ciascuno di noi e delle nostre comunità una manifestazione della carità del tuo Cristo, perché tutti gli uomini riconoscano Te, unico Dio, e Colui che hai mandato,

Gesù Cristo nostro Signore.

ART. 58   COMUNITA’ ISPETORIALE

Le comunità locali sono parte viva della comunità ispettoriale. Essa le promuove nella comunione fraterna e le sostiene nella missione.

Segue con amore i nuovi confratelli; è sollecita per la formazione di tutti, gode per la loro riuscita e per le loro liete ricorrenze, ne soffre la perdita, ne tiene vivo il ricordo.

Attenta alle situazioni giovanili, coordina e verifica il lavoro apostolico attraverso i suoi organismi, favorisce la collaborazione, anima la pastorale vocazionale, provvede alla continuità delle opere e si apre a nuove attività.

Coltiva la fraternità e la esprime in concreta solidarietà verso le altre ispettorie, la Congregazione e la Famiglia salesiana.

La comunione fraterna, che opera nella comunità locale (cui in modo speciale sono riferiti gli articoli dal 49 al 57), si espande e si realizza nella comunità salesiana più ampia: nell'Ispettoria, di cui parla questo articolo, e nell'intera Congregazione, famiglia unita in Don Bosco, cui sarà dedicato l'art. 59.

L'articolo in esame vuole presentare l'Ispettoria non da un angolatura giuridica o amministrativa (questo discorso sarà toccato nella parte quarta), ma come fonte e luogo di manifestazione della comunione fraterna e apostolica per un certo gruppo di confratelli e di comunità locali.

Va detto, infatti, che la comunione non si identifica con la coabitazione nella stessa casa; e se è vero che la coabitazione; con le sue concrete esigenze, offre continue e numerose occasioni per far maturare nella comunione, nella carità, nel perdono, i Salesiani vivono un'autentica «koinonia» con i fratelli che compongono la stessa «Ispettoria», sì da poter parlare di una vera «comunità ispettoriaIe». L'art. 58 si propone di descrivere alcuni aspetti di tale comunità nelle sue dimensioni di fraternità e di servizio apostolico.

Comunità locale e ispettoriale.

Il primo capoverso, dopo aver affermato che le comunità locali non sono isole chiuse, ma «parte viva», cioè cellule viventi di quell'or-

ganismo che è la comunità ispettoriale, ravvisa precisamente nella comunione fraterna e nella missione comune i due valori che cementano le diverse case nella Ispettoria.

I1 CGS ha molto insistito sulla Ispettoria come struttura di comunione, fino a ritenere «elemento fondamentale del rinnovamento della vita religiosa salesiana la riscoperta e la rivalutazione della comunità ispettoriale, come mediatrice di unione delle comunità locali tra loro, con le altre Ispettorie e con la comunità mondiale». «Tale coscienza - continua il CGS - permette al salesiano di realizzare in modo concreto e convincente la solidarietà con tutti i confratelli dell'Ispettoria e di inserire il suo apostolato nella Chiesa locale».' L'Ispettoria ha un ruolo

essenziale per l'attuazione del progetto apostolico della Società, ed in

sieme per la crescita della vocazione di ciascun confratello. Si può dire che nell'Ispettoria il salesiano trova la realtà della Congregazione intera incarnata in un determinato territorio. È senz'altro vero che il salesiano vive la sua appartenenza all'intera Società proprio mediante l'incorporazione alla comunità ispettoriale, che avviene nel giorno della sua professione (cf. Cost 160).

Le Costituzioni additano con chiarezza i due obiettivi principali che la comunità ispettoriale si prefigge nei confronti delle comunità locali. Essi sono: la promozione della comunione fraterna («ad intra» e «ad extra») delle singole comunità e il sostegno, nei suoi vari aspetti - spirituale, pastorale, economico - per la realizzazione della missione affidata ad ogni casa. Tali obiettivi vengono spiegati nel resto dell'articolo.

Comunità ispettoriate e confratelli.

Attraverso l'azione dell'Ispettore e del suo Consiglio, del Capitolo ispettoriale, delle équipes e delle strutture di servizio, dei vari strumenti di informazione e di comunicazione, si stabilisce e si sviluppa un intenso rapporto dei confratelli con la comunità ispettoriale.

I1 secondo capoverso mette in risalto come l'Ispettoria segua il cammino della vocazione salesiana di ogni confratello, accompagnandone il sorgere e il maturarsi:

' CGS, 512; cL Cost 157

- «segue con amore i nuovi confratelli»: la vocazione, che il Signore ha deposto nel cuore del giovane salesiano, ha bisogno di essere sorretta e sviluppata: essa trova nei confratelli della comunità ispettoriale, specialmente nell'Ispettore e nei formatori, un prezioso aiuto. Nella terza parte le Costituzioni metteranno in evidenza che all'Ispettoria compete una responsabilità specifica nella cura delle varie fasi della formazione iniziale e nell'ammissione alle tappe della vita salesiana (cf. Cost 101. 108);

- «è sollecita per la formazione permanente di tutti»: la comu

nità ispettoriale è una comunità formatrice che garantisce, per mezzo delle sue strutture ma soprattutto mediante l'esempio vivo delle persone, la crescita permanente di ciascun fratello nel suo progetto di vita salesiano;

«gode per la riuscita e le liete ricorrenze dei confratelli»: nell'Ispettoria, oltre che nella comunità locale, i confratelli sentono tutto l'affetto della famiglia, che gode per la riuscita dei fratelli e loda con essi il Signore;

- «ne piange le perdite, ne tiene vivo il ricordo»: si parla di «perdite» determinate dalla morte dei confratelli o dall'uscita di qualcuno dalla Società: come una famiglia, l'Ispettoria sente umanamente il dolore e conserva il ricordo fraterno soprattutto nella preghiera. Dei confratelli chiamati alla Casa del Padre sente profonda la comunione e la riconoscenza (cf. Cost 94).

Comunità ispettoriale e lavoro apostolico.

Si è detto sopra del ruolo che l'Ispettoria svolge per l'attuazione del progetto apostolico salesiano. Il testo vuole ora precisarne alcuni aspetti. Il quadro di riferimento rimane sempre quello della «condizione giovanile» dell'ambiente, che deve essere studiata e tenuta presente come punto fondamentale che può dare pieno significato alla nostra missione.

L'articolo presenta sinteticamente i cinque compiti principali della comunità ispettoriale, che costituiscono gli obiettivi concreti dell'animazione che essa deve svolgere, secondo un'opportuna programmazione:

a) inanzitutto l'Ispettoria «coordina e verifica il lavoro apostolico attraverso i suoi organismi»: a questo riguardo i Regolamenti generali ricordano che è della massima importanza l'elaborazione del progetto ispettoriale educativo-pastorale (cf. Reg 4);

b) «favorisce la collaborazione» tra le comunità, tra i confratelli incaricati di ruoli di animazione, tra i singoli confratelli, i gruppi della Famiglia salesiana, i laici impegnati nelle comunità: è un compito importante dell'Ispettoria per tendere a quell'unità del progetto salesiano richiesta dalla nostra identità vocazionale all'interno della Chiesa particolare;

c) «anima la pastorale vocazionale»: questo viene realizzato per mezzo degli incaricati e delle strutture di orientamento e di proposta vocazionale, ma soprattutto attraverso lo stimolo e la verifica dei progetti educativi delle singole comunità e la promozione di iniziative e scambi. In tal modo la comunità ispettoriale tiene viva questa dimensione essenziale della missione salesiana e si preoccupa della sua crescita;

d) «provvede alla continuità delle opere»: sia preoccupandosi della preparazione del personale necessario per raggiungere le finalità specifiche delle singole opere, sia rivedendone e ridimensionandone - ove occorra -- le attività, e sostenendole economicamente;

e) infine «si apre a nuove attività»: spetta infatti alla comunità ispettoriale, specialmente attraverso il Capitolo e il Consiglio ispettoriale, fare quell'opera di discernimento che permetta di dilatare e riesprimere la presenza del carisma di Don Bosco in un determinato territorio.

Comunità ispettoriale e sua apertura «ad extra».

L'ultimo capoverso afferma che il valore della fraternità che si esprime «ad intra» in ogni comunità ispettoriale si espande e diventa «concreta solidarietà (di ideali, di personale, di beni) verso le altre Ispettorie, la Congregazione e la Famiglia salesiana».

In modo discreto ma chiaro il testo accenna a varie possibilità di

collaborazione interispettoriale e regionale da promuovere: ciò potrà essere realizzato attraverso le Conferenze ispettoriali, che esprimono una forma intensa di solidarietà e di condivisione pastorale in un territorio con affinità sociali e legami ecclesiali (cf. Cast 155), o con altre iniziative che vanno al di là delle singole Ispettorie e che favoriscono la crescita della comunione e della fedeltà.

L'articolo seguente tratterà più compiutamente dell'unità dell'Ispettoria con la comunità mondiale; qui si sottolinea che il legame con le altre Ispettorie e l'apertura alla Famiglia salesiana fanno sì che la fraternità salesiana possa svilupparsi in solidarietà reale e in concreti progetti comuni di presenza e di attività salesiane, che permettono al carisma di Don Bosco di esprimersi in tutta la sua vitalità pastorale, educativa e missionaria.

Dio non ci ha chiamati come unità disperse, ma ha voluto che formassimo

un organismo vivo nella Chiesa.

Preghiamo che ci sia data una coscienza chiara della nostra appartenenza alla comunità ispettoriale, per essere in essa, singolarmente e in gruppo, fattori di coesione e di efficacia apostolica.

Perché nessuno di noi e nessuna nostra comunità cada nell'errore di chiudersi su di sé, ma tutti insieme nella comunità ispettoriale impariamo a conoscerci, comprenderci e aiutarci nello svolgimento della missione comune, preghiamo.

Perché facciamo nostro

l'impegno per le vocazioni nell'Ispettoria,

•  siamo attenti a discernere in ciascun giovane i germi della divina chiamata, preghiamo.

Perché, condividendo con tutti i confratelli

·  con tutte le comunità dell'Ispettoria

i momenti di gioia e di dolore, di successo e di sventura, sappiamo approfondire il senso della nostra appartenenza

·  rafforzare lo spirito di famiglia, preghiamo.

0 Signore, fa' che nelle nostre Ispettorie

regni la carità fraterna e la cooperazione di tutti all'opera apostolica che ci hai affidata, perché la Chiesa nella quale lavoriamo possa godere i frutti del nostro carisma, specialmente per il bene della gioventù povera e dei ceti popolari.

ART. 59 COMUNITÀ MONDIALE

La professione religiosa incorpora il salesiano nella Società, facendolo partecipe della comunione di spirito, di testimonianza e di servizio che essa vive nella Chiesa universale.

L'unione con il Rettor Maggiore e il suo Consiglio, la solidarietà nelle iniziative apostoliche, la comunicazione e informazione sul lavoro dei confratelli, incrementando la comunione, approfondiscono il senso di appartenenza e aprono al servizio della comunità mondiale.

Anche a livello mondiale, oltre che a livello locale e ispettoriale, la comunione fra tutti i confratelli della Congregazione dà origine a una serie di rapporti che, ben a ragione, configurano una vera comunità mondiale salesiana.

L'art. 59 tratta, in due capoversi, della comunità mondiale alla quale ogni salesiano partecipa dal momento della sua professione, e dei principali mezzi che incrementano questa particolare comunione.

11 salesiano fa parte di una «comunità mondiale».

Il testo della Regola inizia richiamando il significato della professione religiosa, specialmente della professione perpetua, che conclude il processo di discernimento vocazionale con una duplice presa di coscienza:

- il professo sente di essere ormai pronto per dire il suo «sì» al Signore, che lo ha chiamato a «stare con Don Bosco» e gli fa dono di tanti fratelli in Cristo (i suoi «confratelli» salesiani);

- la Società salesiana, attraverso il Rettor Maggiore, in nome del quale è ricevuta la professione, lo riconosce come socio, e lo accoglie con gioia (cf. Cost 24).

Al di là del fatto giuridico della «ascrizione» (o «incardinazione») a una determinata «circoscrizione» (cf. Cost l6O), il testo costituzionale sottolinea che il professo entra a far parte di una famiglia religiosa che ha una dimensione universale: diventare salesiano è entrare in una

grande comunità che il Fondatore stesso ha previsto e voluto senza frontiere. Quest'apertura, questo respiro a raggio mondiale è uno dei tratti più belli del nostro spirito salesiano.

L'articolo mette in evidenza che questo fatto ci pone direttamente al servizio della Chiesa universale: la Congregazione come tale vive nella Chiesa una «comunione» originale «di spirito, di testimonianza e di servizio»; il che evidentemente suppone che di fatto tutti i Salesiani vivano uno stesso spirito e convergano in una medesima azione, da cui promana un'identica testimonianza. Ciascuno quindi deve sentirsi partecipe di questa ricchezza spirituale e di questo lavoro apostolico considerati nella loro dimensione mondiale,

In breve, come si esprime il CG21, la Congregazione, in quanto comunità mondiale, «rende presente la nostra fraternità come comunità specifica nella Chiesa universale».'

I mezzi che promuovono la comunità mondiale.

Il secondo capoverso dell'articolo descrive i valori e gli elementi che incrementano la comunione tra i Salesiani a livello mondiale:

-- Il primo fattore è «l'unione con il Rettor Maggiore e il suo Consiglio». Qui non si tratta semplicemente del] 'unione come fatto giuridico, ma dell'unione in quanto legame spirituale ed affettivo con il Successore di Don Bosco e i suoi più diretti collaboratori nell'animazione di tutta la Congregazione. Accoglierne le direttive e meditarne gli orientamenti costituisce uno dei mezzi più pratici per coltivare la fedeltà al Fondatore e rafforzare l'unità della Congregazione stessa.

- Anche «la solidarietà nelle iniziative apostoliche» che la Congregazione intraprende a raggio mondiale è strumento forte di coesione. Basti pensare, per esempio, ai frutti di coesione e di spinta missionaria apportati all'intera Congregazione dal «Progetto-Africa», Evidentemente il termine solidarietà non è circoscritto solo agli aspetti economici (di ciò parla direttamente l'art. 76 delle Costituzioni), né ad un semplice sentimento individuale. Solidarietà vuol dire impegno at

' CG21, 34

tino, aiuto vicendevole multiforme tra le Ispettorie del mondo, che coinvolge i progetti apostolici, i confratelli disponibili, l'eventuale partecipazione e condivisione della stessa Famiglia salesiana.-

- L'articolo indica ancora come strumento efficace di comunione mondiale «la comunicazione e l'informazione sul lavoro dei confratelli». Già il CGS affermava che «ogni confratello è conscio che la comunicazione entro e fuori la Congregazione è a servizio della comunione e non la deve mai ledere».' Ricordiamo qui di passaggio l'importanza che il CG22 ha attribuito alla comunicazione sociale, nel cui contesto si colloca la comunicazione salesiana, affidata espressamente a un Consigliere generale .3

L'articolo termina rilevando i risultati positivi che scaturiranno da un approfondimento e dall'incremento della comunione mondiale: nei confratelli e nelle comunità locali crescerà il senso di appartenenza alla Congregazione e si svilupperà sempre più l'impegno di apertura e disponibilità «per il servizio della comunità mondiale».

Signore,

chiamandoci nella Società salesiana di Don Bosco, che hai voluto diffusa in tutto il mondo, ci fai partecipare alle ricchezze del suo spirito, alla vita di comunione,

e all'azione che essa svolge nella tua Chiesa.

Dilata gli spazi della nostra carità,

conferisci dimensioni ecumeniche alle nostre intenzioni e apertura universale ai nostri progetti.

Rendici felici di avere tanti fratelli

di razze e lingue diverse,

solidali coi loro sforzi per l'avvento del Tuo Regno, desiderosi di promuovere e condividere una vera unità attorno ai nostri Superiori

testimoni della presenza del nostro Padre e Fondatore. Per Cristo nostro Signore.

 CGS, 516

' Cf. Cosi 137; CC22 Documenti, 73.75

LA NOSTRA POVERTÀ

«Disse a lui Gesù: Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19,21).

Altre citazioni bibliche sono menzionate nel testo costituzionale: l'esempio prioritario di Gesù (2 Cor 8,9: Cost 72), la fiducia in Dio e non nelle cose (Mt 6,25ss: Cost 72), la beatitudine della povertà (Mt 5,3: Cost 75). Ma è in particolare il racconto cosidetto del «giovane ricco» che fa da motivo ispiratore, se non altro come ossequio alla bimillenaria tradizione cristiana che sempre vi ha letto il consiglio evangelico della povertà.

Del resto si tratta di un testo veramente trasparente nel dire in sintesi tutti gli elementi essenziali circa il genuino significato evangelico di povertà: la realizzazione piena della vita («se vuoi essere perfetto»); la rinuncia radicale alle cose («va, vendi quello che possiedi»); la destinazione di carità dei beni («dallo ai poveri»); la rilevanza escatologica quanto mai felice di tale rinuncia («avrai un tesoro nel cielo»); la totale subordinazione della rinuncia alla sequela (imitazione, condivisione del destino) di Cristo («vieni e seguimi»). Non ultimo, trattandosi della versione matteana, ricorderemo che è un giovane l'interlocutore di Cristo (19,20). Ancora una volta la scelta di povertà va interpretata e vissuta in rapporto alla causa di Cristo, il Regno messianico. Ma è anche vero che tale scelta si fa criterio di valutazione della veracità della medesima sequela.

Non dimenticheremo, sempre all'interno del racconto (Mt 19, 16-29), come emergano dubbi, perplessità, anzi rifiuti (così reagisce il giovane ricco: 19,22), insomma come non sia ovvia la scelta di povertà (cf. la domanda dei discepoli: chi si potrà dunque salvare? 19,25). Gesù non addolcisce per nulla la radicalità del suo Vangelo, ma indica come essa sia sostenuta dalla grazia «cui tutto è possibile» (19,26). Una grazia del resto già all'opera nella decisione di Pietro e degli altri che hanno «lasciato tutto» e hanno «seguito» Gesù. Gesù li elogia e ti benedice (19,27-29). E così facendo non solo ci consegna un'ardua teoria, ma l'esempio coraggioso e fattibile di una pratica.

Il richiamo sollecito a Don Bosco, che la povertà visse con uno sguardo a Cristo e uno ai giovani poveri (Cast 72. 73. 79), sigilla felicemente l'eredità biblica giunta ora nelle nostre mani.

* * *

CAPITOLO VI

AL SEGUITO DI CRISTO OBBEDIENTE POVERO E CASTO

«Ho lasciato perdere tutte queste cose.._ al fine di guadagnare Cristo..o perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3,8.12).

La vivace asserzione paolina di totale donazione a Cristo è stata scelta per esprimere quella radicalità della sequela già ricordata a proposito della professione religiosa (Me 1,17-18). In effetti sono le conseguenze di essa che vengono qui riprese (cf. Cost 60). Si tratta di assumere per sé la «forma vitae» di Gesù, di cui i tre consigli evangelici sono classica espressione.

Paolo è nel NT colui che meglio ci ha fatto intravvedere la straordinaria relazione sua con Cristo (1 Cor 4; 2 Cor 10-13; Gal 1-2). Ed ora lo fa, non senza punta polemica, scrivendo ai Filippesi. Infatti al gruppo di giudaizzanti che gli contestano il tradimento dell'eredità ebraica proponendosi essi stessi cristiani perfetti, Paolo risponde mostrando anzitutto che la rottura avvenuta in lui con un passato giudaico del tutto glorioso (3,4-6) è stata provocata dal fatto che Cristo lo ha afferrato (la conversione di Damasco, Atti 9,5-6), per cui Egli ha un primato su di lui tale che tutto il resto che appaia anche soltanto come alternativo vale, deve valere come 'sterco' (3,8). Ma se Cristo ha afferrato Paolo in un caldo abbraccio, Paolo ha coscienza di dover continuamente guadagnare Cristo. Non è così perfetto, come i suoi denigratori ritengono di se stessi. La vita di Cristo si snoda come una via che da Betlemme si conclude a Pasqua, ed «io - dice con umiltà l'Apostolo, sigillando ancora meglio la sincerità del suo donarsi a Cristo - non ritengo ancora dì esservi giunto. Questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù» (3,13-14)

Non si potrà facilmente dimenticare ciò che per Paolo significa seguire Gesù: il riconoscimento che Gesù ha l'iniziativa di averlo afferrato, il coraggio di una rottura dolorosa verso valori anche buoni ma esaltati indebitamente al di sopra di Gesù stesso, la pazienza di accettarne le con

seguente persecutorie, l'umile ammissione di essere sempre in cammino, ed infine la tensione escatologica generatrice di speranza.

È in fondo quanto le Costituzioni vanno proponendo a proposito dei consigli evangelici: non semplicemente pratica di virtù, ma soprattutto sequela radicale del Maestro, con la grazia, traducendo le parole di Paolo, di «acquistare il senso supremo della vita in Cristo Salvatore» (Cost 62).

* * *

Dopo aver presentato gli impegni della missione apostolica e dopo aver approfondito il carattere comunitario di questa missione e di tutta la vita del salesiano, le Costituzioni descrivono nel capitolo VI il terzo elemento fondamentale che, insieme con i due precedenti, concorre a dare il volto completo della nostra consacrazione apostolica: la sequela

di Cristo nella pratica dei consigli evangelici della obbedienza, povertà e castità.

Come è noto, la professione dei consigli evangelici è - fin dalla prima tradizione cristiana - una caratteristica della vita consacrata nelle sue diverse forme: t è la risposta alla chiamata gratuita di Dio da parte dell'uomo che vuole conformarsi a Gesù fino ad assumere la sua stessa forma di vita verginale povera e obbediente, impegnandosi totalmente per Dio e per il suo Regno. Questo tipo di esistenza è riconosciuto pubblicamente dalla Chiesa come appartenente alla sua vita e

Guardando alla tradizione cristiana più antica, vediamo iI particolare onore che viene dato alla verginità o celibato per il Regno: i Padri della Chiesa sono concordi nell'esaltarla come un modo eccellente di seguire Cristo. Via via che nascono nuove forme di vita religiosa, prima eremitica e poi cenobitica, altri impegni si aggiungono a caratterizzare il tipo dì vita che è condotta da questi uomini e donne che vogliono dedicarsi al servizio di Dio; spesso si tende a portare a tre il numero degli impegni assunti nel momento della professione, ma non sempre - negli scritti dei Padri - questi corrispondono alla triade *povertà castità obbedienza (nel monachesimo latino, ad esempio, si cominciò a promettere obbedienza, ma non si prometteva esplicitamente celibato o povertà). II triplice impegno è chiaramente indicato da san Giovanni Climaco nel secolo VII (egli parla di rinuncia alle cose, alle persone e alla propria volontà). Solo nell'ambiente dei canonici regolari, cioè nella tradizione delle comunità sacerdotali, si giunge a legare strettamente il celibato con la comunione dei beni e con iI voto di obbedienza. San Tommaso parlerà espressamente dello stato religioso caratterizzato dalla professione dei tre consigli di povertà, continenza perpetua e obbedienza.

C£. LG, 44

santità: 2 essa non solo accoglie i voti, o altri vincoli sacri, con cui i singoli fedeli professano di voler seguire Cristo nella via dei consigli, ma si rende garante dell'autenticità della vita evangelica ispirata da Dio ai Fondatori dei diversi Istituti; 3 ogni Istituto, infatti, porta nel suo modo di vivere secondo il Vangelo tutta la ricchezza del suo carisma.

Don Bosco, chiamato da Dio per svolgere nella Chiesa una missione in favore della gioventù povera ed abbandonata, fu ispirato a fondare una Società - la Società di san Francesco di Sales - nella quale il servizio apostolico è vissuto nella donazione completa a Dio espressa nella professione pubblica dei consigli evangelici. Il Capitolo generale speciale, riflettendo appunto sul fatto che Don Bosco volle che i suoi più intimi collaboratori si impegnassero con voto in una vita evangelica di obbedienza povertà e castità (rivediamo il momento solenne della prima professione il 18 dicembre l859),4 spiega le ragioni per cui il Fondatore ha legato il servizio dei giovani alla pratica dei consigli evangelici.

Premesso che di per sé non c'è un legame assoluto (ci si può dedicare alla gioventù, anche ispirandosi allo stile salesiano, senza necessariamente essere religiosi), il CGS individua in un fatto vocazionale la ragione principale del legame, per noi essenziale, tra il servizio apostolico e la professione dei consigli. È l'iniziativa gratuita dello Spirito Santo che ha spinto Don Bosco a fondare una Società di educatori «evangelici», in cui gli impegni della vita attiva sono animati dalla piena conformazione a Cristo vissuta mediante i voti religiosi. Don Bosco ricevette indubbiamente dei segni dall'alto (basta pensare ai sogni del nastro che cinge la fronte dei collaboratori, del pergolato di rose, in particolare al sogno della ruota e a quello dei dieci diamanti),' ma si affidò anche al consiglio di persone illuminate (D. Cafasso) e dello stesso Pontefice Pio IX.6

Possiamo comprendere ancor più a fondo il significato dei consigli evangelici nella vita salesiana. L'amore verso il prossimo è frutto di un'autentica carità verso Dio. Don Bosco, nel suo zelo, voleva che i

' Cf. PC, 2; CIC can. 573. 576

4 Cf. MB VI, 335

5 Cf. MB II, 299; III, 32; V, 457; VI, 898-916; VII, 336; XV, 183.186

6 Circa il consiglio dato da don Cafasso cf. MB V, 685; riguardo al parere di Pio IX cf. MB IX, 345 e la stessa Introduzione alle Costituzioni scritta da Don Bosco.

suoi figli fossero pronti a impegnarsi a tempo pieno e a piena esistenza per la salvezza della gioventù in un'opera stabile e destinata a durare. Ora lo Spirito gli fece percepire, anche attraverso l'esperienza, tutte le risorse obiettive e le promesse di fecondità che derivano per la missione apostolica dalla vita vissuta nella perfetta imitazione di Cristo obbediente povero e casto. La pratica generosa e fedele dei consigli evangelici nel suo dinamismo interiore, mentre orienta verso Dio, tende a rafforzare la qualità e l'efficacia dell'azione apostolica e dello spirito che la caratterizza.'

Partendo da queste considerazioni, che stanno alla base della nostra vocazione, il capitolo VI delle Costituzioni si propone di approfondire il significato dei consigli evangelici per la nostra vita e missione di apostoli dei giovani.

Il piano del capitolo è semplice: dopo una breve introduzione, che considera globalmente la «sequela Christi» nella via dei consigli, tre sezioni presentano successivamente e in modo articolato i singoli voti di obbedienza povertà e castità.

Lo schema è il seguente: Art. 60-63. Articoli introduttivi

- Significato globale dei consigli evangelici nella nostra vita (art. 60)

- Fecondità di questa via evangelica per la vita di comunione fraterna e per il servizio apostolico (art- 61)

- Particolare valore di testimonianza

·     nell'annunciare il Vangelo ai giovani (art. 62)

·     della speranza portata dalla Pasqua di Cristo (art. 63)

Sez. I Art. 64-71: La nostra obbedienza

- Fondamento evangelico della nostra obbedienza (art. 64)

- Obbedienza e missione salesiana:

stile proprio dell'obbedienza e dell'autorità salesiana (art. 65)

' Cf. CG8, 117-120

 

- Obbedienza nella comunità salesiana: uniti nella ricerca della volontà di Dio (art. 66)

- Obbedienza personale:

•  atteggiamenti di fede e responsabilità (art. 67)

·  esigenze del voto (art. 68)

·  doni personali e obbedienza (ari. 69)

•  colloquio con il Superiore (art. 70)

--- Obbedienza e mistero della croce (art. 71)

Sez. II Art. 72-79: La nostra povertà

- Fondamento evangelico della nostra povertà (art. 72) - Povertà e missione salesiana:

testimonianza e servizio sull'esempio di D. Bosco (art. 73) - Impegno personale di povertà:

·  esigenze del voto (ari. 74)

·  atteggiamenti di vita povera (art. 75)

Povertà comunitaria

·  comunione dei beni materiali e spirituali (art. 76)

·  testimonianza nella vita della comunità e nelle opere (art. 77)

- Tratti caratteristici del nostro spirito di povertà:

·  il lavoro (art. 78)

·  l'amore ai poveri (art. 79)

Sez. III Art. 80-84: La nostra castità

- Fondamento evangelico della nostra castità (art. 80)

- Castità e missione salesiana (art. 81-82)

- La castità consacrata nella vita di comunità (art.    83)

- Mezzi per conservare e crescere nella castità (art.  84)

Aggiungiamo ancora tre osservazioni relativamente ai criteri che hanno guidato l'ordinamento dei contenuti del capitolo.

a) Osserviamo in primo luogo che la trattazione dei tre consigli evangelici è stata raccolta in un solo capitolo, sia pure suddiviso in tre «sezioni». Si è voluto, in tal modo, mettere in rilievo l'unità della vita evangelica secondo i consigli. Se è vero che i singoli consigli hanno un significato e un contenuto proprio (ciascuno di essi evidenzia la rela

zione a un aspetto del mistero di Cristo, consacrato e inviato dal Padre), occorre tuttavia tener presente che è nel loro insieme che essi definiscono la vita consacrata nella sua essenza di «sequela Christi» e di assunzione radicale delle esigenze del Vangelo. In Cristo il mistero dell'obbedienza alla volontà del Padre («obbediente fino alla morte») è strettamente unito alla povertà assunta per amor nostro («annientò se stesso») e alla verginità per cui amò con cuore indiviso tutti fino a dare la propria vita (fino alla fine»). Così anche nel discepolo, che segue il suo Signore, obbedienza povertà e castità sono tre facce di un medesimo impegno a vivere come ha vissuto Gesù: i tre voti, quindi, si integrano e si illuminano a vicenda.

b) In secondo luogo occorre tener presente che le Costituzioni descrivono la vita di obbedienza povertà e castità non astrattamente, ma secondo le caratteristiche proprie del progetto apostolico salesiano. Ciò corrisponde alle indicazioni dello stesso Codice di diritto canonico, che dice: «Ogni Istituto, attesa l'indole e le finalità proprie , deve stabilire nelle Costituzioni il modo in cui, secondo il proprio programma di vita, sono da osservarsi i consigli evangelici di castità povertà e obbedienza».a

Rispettando tale principio, il testo, dopo aver evidenziato il fondamento evangelico di ognuno dei consigli, li considera nella luce dell' esperienza di Don Bosco e della vita e azione del salesiano; mette quindi sempre in risalto i legami fra i consigli, la missione apostolica e la comunità fraterna, e sottolinea le modalità caratteristiche, suggerite dallo ,Spirito del Signore, per praticare i voti salesianamente, cioè secondo l'insegnamento e l'esempio di Don Bosco. È questo lo schema che si trova chiaramente in ognuna delle tre sezioni.

c) Un ultimo rilievo riguarda l'ordine di successione dei tre consigli: come si può notare, esso non corrisponde né all'ordine adottato dai documenti del Concilio Vaticano II (castità povertà obbedienza: ordine che era stato scelto dal CGS), né a quello tradizionale (povertà castità obbedienza) che era stato inserito nelle nostre Costituzioni dopo la promulgazione del Codice del 1917.

8 crc, can. 595

Il CG22 ha voluto riprendere l'ordinamento che era proprio delle Costituzioni scritte dallo stesso Don Bosco: obbedienza povertà castità. Tale ordinamento è stato approvato dalla Sede Apostolica e costituisce quindi un tratto che ci deve caratterizzare.

Il primo motivo che ha spinto il CG22 a porre l'obbedienza al primo posto è quello storico-tradizionale già accennato: Don Bosco, infatti, pur facendo riferimento, secondo quanto ci risulta,9 a fonti che usavano l'ordine tradizionale dei voti (povertà castità obbedienza), ha scelto per la sua Società un ordine proprio, che sottolineava la centralità dell'obbedienza nella esperienza spirituale e apostolica che il Signore gli ispirava. D'altra parte sappiamo il valore che Don Bosco assegnava all'obbedienza in relazione alla missione della Società: basta pensare al rilievo dato all'obbedienza nel sogno dei dieci diamanti.1° Vedremo come le stesse Costituzioni evidenzieranno con chiarezza lo stretto vincolo tra obbedienza e missione salesiana (cf. Cast 64. 65. 66).

e Cf. F. MOTTO Constitutiones Soc. S. Francisci Salesii, Fonti letterarie, RSS 1ugiiv-dic. 3983,

p, 348.356.

° Cf. E. VIGANÒ, Il profilo del salesiano nel sogno del personaggio dai dieci diamanti, in ACS n. 300 (1981)

ART. 60 AL SEGUITO DI CRISTO

Con la professione religiosa intendiamo vivere la grazia battesimale con maggior pienezza e radicalità.

Seguiamo Gesù Cristo il quale, «casto e povero, redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza» 1 e partecipiamo più strettamente al mistero della sua Pasqua, al suo annientamento e alla sua vita nello Spirito.

Aderendo in modo totale a Dio, amato sopra ogni cosa, ci impegniamo in una forma di vita che si fonda interamente sui valori del Vangelo.

' PC, i

Volendo presentare nelle linee essenziali il significato della professione dei consigli evangelici nella nostra vita di religiosi apostoli, le Costituzioni si ispirano da vicino alla dottrina del Concilio Vaticano II, che ha descritto in modo vivo l'esperienza spirituale vissuta da una schiera innumerevole di discepoli e testimoni di Cristo.

In tre successivi capoversi l'art. 60, dopo aver collegato la professione religiosa all'universale vocazione alla santità da parte di tutti i battezzati, mette in evidenza le dimensioni cristologica e teologale della vita secondo i consigli.

La via evangelica dei consigli sviluppo della grazia battesimale.

L'affermazione con cui si apre il capitolo VI delle Costituzioni si ricollega direttamente all'art. 3 che, fin dall'inizio, ha presentato la nostra vita di discepoli del Signore come un dono gratuito del Padre, che ci consacra mediante il suo Spirito, e come la libera risposta del nostro amore, che si offre «per camminare con Cristo nella costruzione del Regno» (Cost 3).

Ora questo duplice movimento di amore - l'iniziativa di Dio e la nostra umile risposta - è profondamente radicato nella grazia del Battesimo, mediante il quale il Padre ci ha chiamati ad essere figli nel Figlio e, segnandoci con il sigillo dello Spirito, ci ha fatti membra vive del popolo nuovo, che è la Chiesa, partecipi della sua missione di salvezza. Leggiamo negli Atti del CGS: «Ogni cristiano è chiamato a realizzare la

vocazione battesimale con la carità evangelica ispirata alle beatitudini: un unico comandamento, l'amore filiate per il Padre e l'amore fraterno per il prossimo, sull'esempio di Cristo, è per tutti i battezzati l'unica strada verso la stessa santità».1

È significativo questo collegamento del dono della professione religiosa con l'unica vocazione di tutti i battezzati alla santità: come si è accennato nel commento dell'art. 23, ciò corrisponde chiaramente all'intenzione del Concilio che, nella Costituzione «Lumen Gentium», ha collocato i religiosi all'interno dell'unico popolo di Dio, chiamati -- - con vocazione specifica -- a percorrere il cammino della santità cristiana.

Il testo dell'art. 60 richiama esplicitamente il n. 5 del decreto conciliare «Perfectae caritatis».2 Così commenta il CGS: «I1 Concilio caratterizza la consacrazione religiosa dicendo che essa opera un radicamento interiore più profondo («intimius consecratur», «intime radicatur») e un'espressione esterna più ricca («plenius exprimit») della consacrazione battesimale. Il religioso è colui che, spinto dallo Spirito Santo, vuole intensificare al massimo la sequela del Cristo secondo il Vangelo nella ricerca dell'amore».3

Notiamo la duplice espressione di intensità con cui viene qualificato l'impegno del salesiano nel realizzare - attraverso la professione dei consigli - la grazia del suo Battesimo: «pienezza» e «radicalità». Si tratta, secondo la formula meravigliosamente sintetica del decreto «Perfectae caritatis», di «tendere mediante i consigli evangelici alla perfetta carità»4 con un'intenzione profonda e rinnovata di adesione a Cristo e al suo Vangelo: vivere il Vangelo con radicalità, seguire Cristo il più da vicino possibile e questo per amore e con lo scopo di amare sempre meglio. Spiega molto bene Giovanni Paolo II: «La professione religiosa, sulla base sacramentale del Battesimo in cui si radica, è 'una nuova sepoltura nella morte di Cristo': nuova mediante la consapevolezza della scelta; nuova mediante l'amore e la vocazione; nuova mediante l'incessante conversione. Tale 'sepoltura nella morte' fa sì che

' CGS, 109

= Ci. anche ET, 7; RD, 7 ' CGS, 110

4 PC.f

l'uomo `sepolto insieme a Cristo' `cammini con Cristo in una vita nuova' ».5

 

Dimensione cristologica della professione dei consigli.

Dopo la riflessione di fondo sul radicamento battesimale della professione religiosa, il secondo capoverso si concentra sull'elemento più caratteristico - proprio di tutta la tradizione cristiana - della pratica dei consigli: la «sequela Christi», l'impegno cioè a seguire Cristo nella sua stessa forma di vita per dedicarsi totalmente al servizio del Regno.,,

Le Costituzioni citano letteralmente il testo del decreto «Perfectae caritatis», che si collega con quello della Costituzione «Lumen gentium»: «i consigli, volontariamente abbracciati secondo la vocazione personale di ciascuno, sono capaci di assicurare una più grande conformità col genere di vita verginale e povera che Cristo Signore scelse per sé e che la Vergine sua Madre abbracciò».' Possiamo cogliere qual è l'intenzionalità profonda di colui che accoglie la divina chiamata: egli vuole seguire Gesù, modellare la propria esistenza sulla Sua, riprodurre in sé, anche se in forma imperfetta e limitata, il modo di vivere di Cristo e il suo orientamento di fondo nel servizio del Padre.

In verità l'obbedienza, la povertà e la verginità non hanno senso se non a partire da Gesù Cristo, dalla sua vita e dalla sua parola. Egli, venendo in questo mondo per portare la salvezza, scelse per sé un tipo di vita, un modo concreto di realizzarsi anche umanamente; inaugurò uno stile proprio, originale di vivere, che è l'affermazione più piena e totale dei valori del Regno. Obbedienza, povertà e verginità in Cristo

s RD, 7. Si trova qui il nucleo essenziale della risposta all'obiezione avanzata da alcuni circa l'uso dei comparativi nei riguardi della -Ma religiosa fatto dallo stesso Concilio e ripreso dalle Costituzioni salesiane («maggior» pienezza e radicalità). Fondata nella consacrazione battesimale e quindi nella vocazione universale alla santità, la vita consacrata eccelle per il proposito di una sequela Christi» radicalmente evangelica: la consacrazione religiosa non aggiunge un carattere nuovo e diverso alla grazia del Battesimo, ma imprime una spinta nuova di amore, che fa camminare con una volontà più determinata nella via della santità: si tratta di un vero dono dello Spirito, che giustifica l'espressione «speciale consacrazione» usata dal Concilio (Cf, PC, 5).

o Che questo sia l'elemento centrale dell'articolo è evidenziato anche dal titolo (»AI seguito di Cristo») e dalla citazione biblica posta in capo all'intero capitolo.

7 LG 46

non furono soltanto degli esempi edificanti, ma tre dimensioni fondamentali della sua esistenza terrena, l'espressione della sua autodonazione al Padre e agli uomini.

La vita religiosa si propone di rivivere e ripresentare, in forma perennemente nuova nella Chiesa, questo modo di vivere di Cristo, questi suoi atteggiamenti fondamentali.

Tutto questo assume un particolare significato per il salesiano, che, accogliendo la divina chiamata, ha seguito Cristo «Apostolo del Padre» (Cast 11) e si è impegnato a «lavorare con Lui alla costruzione del Regno» (Cost 3). Come Cristo Apostolo, il salesiano vuole vivere nella verginità, nella povertà e nell'obbedienza con amore e piena disponibilità per farsi strumento di salvezza per i suoi fratelli.

Ma è nella partecipazione al mistero della Pasqua che la «sequela Christi» raggiunge la sua pienezza: se per ogni cristiano il Battesimo è «immersione nella morte e risurrezione del Signore» (Rm 6, 4-5), per il religioso la conformità a Cristo crocifisso e risorto è la norma costante e suprema della sua vita di discepolo. La Croce rivela la totalità dell'amore di Dio: rivela l'amore del Padre che dona al mondo il suo Figlio, e nello stesso tempo rivela la risposta d'amore del Figlio. Sulla Croce il Figlio è il vero «religioso del Padre», totalmente obbediente alla sua volontà, che non ha più nulla di suo per aver amato «con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze».

Il testo delle Costituzioni mette bene in evidenza questa intima partecipazione al mistero pasquale di Cristo, che si attua nella professione dei consigli. É nella Croce che il salesiano trova la ragione profonda della sua vita: rinunciando all'uomo vecchio, egli realizza la sua unione con Cristo crocifisso, giungendo alla totalità dell'amore; dalla Croce promana la vita nuova del Cristo risorto, la vita secondo lo Spirito con i suoi frutti di grazia e di salvezza.'

A conclusione di queste riflessioni, non si può non accennare al riferimento che il nostro Fondatore faceva al Divin Salvatore come modello supremo della nostra vita secondo i consigli. Lo vedremo dettagliatamente trattando dei singoli voti. Basti ricordare qui alcune delle

s La partecipazione all'annientamento di Cristo e alla sua vita nello Spirito è chiaramente indicata da PC, 5; si veda anche RI). 7.

espressioni scritte da Don Bosco in una circolare del 1867 circa le disposizioni per entrare nella Società: «Chi entrasse (nella Società) per godere una vita tranquilla, aver comodità e proseguir gli studi, liberarsi dai comandi dei genitori, od esimersi dall'obbedienza di qualche superiore, egli avrebbe un fine storto e non sarebbe più quel Sequere me del Salvatore, giacché seguirebbe la propria utilità temporale e non il bene dell'anima. Gli Apostoli furono lodati dal Salvatore e venne loro promesso un regno eterno, non perché abbandonarono il mondo, ma perché abbandonandolo si professavano pronti a seguirlo nelle tribolazioni, come avvenne di fatto, consumando la loro vita nelle fatiche, nella penitenza e nei patimenti, sostenendo in fine il martirio per la fede»."

Dimensione teologale della professione dei consigli.

Il terzo capoverso dell'articolo sottolinea in modo esplicito la dimensione teologale della professione dei consigli evangelici: per Cristo e in Cristo noi siamo condotti al Padre, che vogliamo amare sopra ogni cosa. Viene qui richiamata esplicitamente l'affermazione della Costituzione «Lumen gentium» che dice: «Con i voti o con altri impegni sacri simili ai voti il fedele... si dona totalmente a Dio amato sopra ogni cosa, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all'onore di Dio». f° La vita di coloro che abbracciano i consigli evangelici vuole essere una particolare «confessione» dell'esistenza di Dio, della sua presenza salvatrice, del suo amore ricco di misericordia. È stato detto che i religiosi sono «i professionisti di Dio», nel senso che si dedicano a tempo pieno e con piena disponibilità agli interessi di Dio e del suo Regno; conquistati dall'amore di Dio, con la propria vita essi rivelano l'essenzialità della comunione con Dio come relazione costitutiva della verità ultima di ogni uomo; essi sono, in una parola, «gli uomini dell'Assoluto».

Questo è vero non solo per quei consacrati, cui lo Spirito ha fatto il dono sublime di dedicarsi totalmente alla contemplazione di Dio, ma

MB VIII, 828-830 ° LG, 44

anche per i religiosi più direttamente impegnati nelle opere di carità e di apostolato. Come scrive Paolo VI: «Quando poi la vostra vocazione vi destina ad altre funzioni in servizio degli uomini - vita pastorale, missione, insegnamento, opere di carità ecc. non sarà anzitutto l'intensità della vostra adesione al Signore che le renderà feconde?».11

Tutto ciò noi cogliamo nell'invito delle Costituzioni ad aderire a Dio amato sopra ogni cosa. E sentiamo qui riecheggiare le parole semplici del nostro Padre Don Bosco che inculcava ai suoi giovani la via della santità nell'amare e servire Dio sopra ogni cosa: 12 il salesiano con la testimonianza della sua vita consacrata educherà i giovani a scoprire Dio, amarlo e servirlo (questo concetto verrà ripreso e approfondito dall'art. 62).

L'articolo conclude riassumendo con un'espressione sintetica la dottrina sviluppata: la vita secondo i consigli è una «vita interamente fondata sui valori del Vangelo», è cioè una via evangelica di santità che la Chiesa ha riconosciuto approvando le Costituzioni e proclamando la santità del Fondatore (cf. Cast 1 e 192). Al termine di tutta la descrizione del progetto salesiano si potrà affermare che «il Vangelo è la nostra Regola suprema» (cf. Cost 191),

0 Padre, noi Ti ringraziamo

per averci chiamati fin dal giorno del nostro Battesimo ad essere Tuoi figli

e collaboratori della Tua opera di salvezza.

Mediante la professione religiosa

Tu hai voluto accrescere in noi la grazia del Battesimo, chiamandoci a seguire da vicino il tuo Figlio nella via dei consigli evangelici.

 

 

" ET, 10; ct PC, 5

'x Si vedano le espressioni di Don Bosco sull'amare e servire il Signore nel «Giovane Provveduto» (OE II, p. 185ss). Si può ricordare anche ciò che Don Bosco scrive nella prefazione alla vita di Domenico Savio: Dio doni a voi e a tutti i lettori di questo libretto sanità e grazia per trar profitto dì quanto ivi leggeranno; e la Vergine Santissima, dì cui il giovane Savio era fervoroso divoto, ci ottenga di poter fare un cuor solo cd un'anima sola per amare il nostro Creatore, che è il solo degno di essere amato sopra ogni cosa, e fedelmente servito in tutti i giorni della nostra vita (OE X1, p. 160).

Noi Ti preghiamo, o -Padre:

donaci con abbondanza il Tuo Spirito,

che ci conformi pienamente a Cristo Gesù

nella partecipazione incessante alla Sua Pasqua come oblazione pura a Te gradita.

Fa' che aderiamo totalmente a Te,

amandoti e servendoti sopra ogni cosa,

così da diventare una profezia vivente

della Tua presenza salvatrice in mezzo agli uomini, specialmente in mezzo ai giovani.

Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore.

ART. 61 AMORE FRATERNO E APOSTOLICO

Don Bosco fa spesso notare quanto la pratica sincera dei voti rinsaldi i vincoli dell'amore fraterno e la coesione nell'azione apostolica.

La professione dei consigli ci aiuta a vivere la comunione con i fratelli della comunità religiosa, come in una famiglia che gode della presenza del Signore.'

I consigli evangelici, favorendo la purificazione del cuore e la libertà spirituale,2 rendono sollecita e feconda la nostra carità pastorale: il salesiano obbe. diente, povero e casto è pronto ad amare e servire quelli a cui il Signore lo manda, soprattutto i giovani poveri.

cf. PC, 15 z cf. f.G, 46

Come è indicato dal titolo, questo articolo vuole particolarmente sottolineare il legame che esiste - nella nostra vita -- fra la pratica dei consigli evangelici e la missione apostolica vissuta nella comunità fraterna: il salesiano, che segue fedelmente Cristo obbediente povero e casto, è capace di vivere nella sua comunità come in una vera famiglia e di donarsi con entusiasmo sempre nuovo alla sua missione.

Un'indicazione chiara di Don Bosco.

L'articolo si apre con un richiamo a Don Bosco e al suo insegnamento, che è garanzia di fedeltà al progetto di vita evangelica che Dio ha suscitato per la salvezza della gioventù.

Già si è accennato, introducendo il capitolo VI, al significato dei voti religiosi nel disegno apostolico della Società salesiana: essi sono un vincolo che unisce saldamente i soci nell'amore per Cristo e nell'amore fraterno e li rende totalmente disponibili per il compimento della missione.

Don Bosco è particolarmente sensibile al valore della comunione, che viene rinsaldato dalla pratica dei voti religiosi. Basta richiamare il primo articolo del cap. II delle Costituzioni del 1875, ripreso dall'art. 50 del presente testo costituzionale, che mette in risalto il ruolo fondamentale dei voti per la crescita della carità fraterna che giunge al punto di «formare un cuor solo e un'anima sola per amare e servire Iddio».

Più ampiamente Don Bosco scrive nella Introduzione alle Costituzioni: «Molto si compiace il Signore di vedere abitare i fratelli nella sua Casa 'in unum', cioè uniti in una sola volontà di servire Dio e di aiutarsi gli uni gli altri. Questa è la lode che dà San Luca agli antichi cristiani, che cioè tutti si amavano così da sembrare che avessero un sol cuore ed un'anima sola".'

Quanto al legame dei consigli evangelici con la missione apostolica, abbiamo presente l'insistenza di Don Bosco nel promuovere la gloria di Dio e la salvezza delle anime. È interessante rileggere ciò che il nostro Padre scrive ancora nella Introduzione alle Costituzioni: «I nostri voti si possono chiamare altrettante funicelle spirituali, con cui ci consacriamo al Signore e mettiamo in potere del Superiore la propria volontà, le sostanze, le nostre forze fisiche e morali, affinché fra tutti facciamo un cuor solo ed un'anima sola, per promuovere la maggior gloria di Dio, secondo le nostre Costituzioni, come appunto c'invita a fare la Chiesa, quando dice nelle sue preghiere: Affinché una sia la fede delle menti e la pietà delle azioni».z

I consigli evangelici rinsaldano la comunione fraterna.

Nella Chiesa e per la Chiesa la professione religiosa è stata sempre un grande segno di amore, segno dell'amore di Dio che riserva qualcuno per Sé e lo destina ad una missione, e segno dell'amore del discepolo che rispdnde generosamente alla chiamata divina.

Ora questo segno di amore si riversa con tutta la sua ricchezza sulla Chiesa stessa e, come un lievito, contribuisce a costruirla come comunità di amore. In questo senso è da intendersi l'espressione del Vaticano II: «i consigli evangelici congiungono in modo speciale alla Chiesa e al suo mistero»: 3 essi nascono all'interno del disegno di amore che Dio ha per la sua Chiesa e l'aiutano a crescere nella carità e nella missione.

D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni. Carità fraterna; cf. Appendice Costituzioni 1984, p- 225.226

' D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, I voti; cf. Appendice alle Costituzioni 1984, p. 218 a Cf LG 44

Ma l'articolo, citando il decreto «Perfectae caritatis», vuole soprattutto mettere in evidenza ciò che la pratica dei consigli apporta alla vita della comunità religiosa, costituendo una base sicura per una convivenza serena e per una comunione fraterna «come in una famiglia che gode della presenza del Signore» 4 La pratica fedele dei consigli evangelici non solo rimuove gli ostacoli che si oppongono alla convivenza cristiana (l'egoismo, lo smodato attaccamento ai beni terreni, l'amore esclusivoo della creatura), ma soprattutto positivamente libera energie per una vita di comunione più ricca e completa: il celibato consacrato consente di donarsi con maggiore libertà e sollecitudine ai fratelli nel Signore; la povertà conduce a condividere tutto, i beni materiali e le ricchezze spirituali, in clima di famiglia; l'obbedienza alla comune volontà del Padre aiuta ad assumere un atteggiamento di attenzione e di sottomissione fraterna, secondo le parole dell'Apostolo: «siate sotto

messi gli uni agli altri» (Ef 5,21).

Riferendosi specificamente alle nostre comunità salesiane, il CGS esprime così questa realtà: «Il nostro compito richiede 'équipes' ben amalgamate, coerenti nel metodo e nell'azione; richiede anche uno spirito di famiglia particolarmente cordiale: tutto ciò viene sostenuto dai valori evangelici della vita religiosa...».5

I consigli evangelici rendono più solleciti nell'azione apostolica.

L'ultimo capoverso dell'articolo descrive sinteticamente l'influsso che la pratica dei consigli evangelici ha nei riguardi della missione: i voti, vissuti con amore, non solo possono unire i fratelli fra di loro, ma sono il presupposto per un servizio apostolicamente efficace.

Anche qui viene anzitutto ricordato l'effetto liberante della vita evangelica secondo i consigli: è citato, nella sostanza, il testo della Costituzione «Lumen gentium», dove si afferma che «i consigli, volontariamente abbracciati secondo la vocazione personale di ciascuno, contribuiscono considerevolmente alla purificazione del cuore e alla libertà

4 PC, 15

5 CC; 5, 123

spirituale»: per questo «essi stimolano in permanenza il fervore della carità».ó La liberazione esteriore, che i consigli favoriscono, ci rende maggiormente disponibili a tempo pieno, con tutte le nostre risorse, per servire effettivamente i giovani; la liberazione interiore, poi, orienta verso di essi tutta la nostra potenza affettiva, rendendoci capaci di amarli con lo stile di affetto e di dedizione voluti da Don Bosco e secondo le esigenze di un'educazione veramente completa.

Gli Atti del CGS spiegano autorevolmente questa dimensione apostolica dei nostri voti: «I valori evangelici della vita religiosa favoriscono il nostro servizio di salvezza integrale dei giovani e del ceto popolare e lo spirito di zelo e di bontà affettuosa con cui dobbiamo compierlo. Ci permettono di realizzare il «cetera tolle» che condiziona la pienezza del 'da mihi animas': difatti ci rendono disponibili nella nostra vita esteriore come nel profondo del cuore. Il salesiano rinuncia ad avere figli attraverso il matrimonio, per amare come suoi i giovani tra i quali vive e lavora. Rinuncia a possedere beni di fortuna per mettere se stesso e i beni che riceve al servizio dei poveri. Rinuncia a disporre della vita a suo piacere per essere mandato là dove il servizio è più necessario».'

La storia della nostra Società dimostra ampiamente quanto la vita frugale e austera, la dedizione casta e generosa e la convinta compattezza di famiglia di generazioni di Salesiani alla scuola di Don Bosco, hanno permesso di dar avvio a iniziative ed opere e di svolgere compiti in condizioni che sembrerebbero proibitive. Ancor oggi certamente la dedizione incondizionata che proviene dallo spirito dei consigli evangelici è indiscutibilmente il segreto di un alto `rendimento' apostolico.

Signore Gesù, Tu ci hai riuniti

in una famiglia stretta dal vincolo della carità e sostenuta dalla vita evangelica

di obbedienza povertà e castità,

sull'esempio Tuo e del nostro Fondatore Don Bosco.

6 LG, 46

7 CGS, 123

Accresci la generosità della nostra donazione quotidiana e aiutaci a vivere i santi voti

come un cammino di puro amore

nella fraternità della nostra famiglia religiosa.

Fa' che, percorrendo con slancio

la via evangelica dei consigli,

liberi da tutto ciò che impedisce la carità, siamo pronti ad amare quelli a cui ci mandi, specialmente i giovani poveri.

ART. 62 SEGNO PARTICOLARE DELLA PRESENZA DI DIO

La pratica dei consigli, vissuta nello spirito delle beatitudini, rende più convincente il nostro annuncio del Vangelo.

In un mondo tentato dall'ateismo e dall'idolatria deI piacere, del possesso e deI potere, il nostro modo di vivere testimonia, specialmente ai giovani, che Dio esiste e il suo amore può colmare una vita; e che il bisogno di amare, la spinta a possedere e la libertà di decidere della propria esistenza acquistano il loro senso supremo in Cristo salvatore.

Il nostro modo di vivere tiene conto anche dell'abito: quello che i chierici portano, conforme alle disposizioni delle Chiese particolari dei paesi in cui dimorano, e il vestire semplice che Don Bosco consigliava ai soci laici,' vogliono

essere un segno esterno di questa testimonianza e di questo servizio.'

' et. Cost 1875, XV, 1-3 ' ct. C1C, can. 669

Dopo aver presentato i consigli evangelici nel loro fondamentale rapporto a Cristo (Cast 60) e dopo averne evidenziato il valore in vista della carità fraterna e pastorale (Cast 61), le Costituzioni in due successivi articoli parlano della testimonianza che rendono coloro che percorrono questa strada di santità.'

La testimonianza evangelica dei consigli nellà missione salesiana.

Ogni missione apostolica, e particolarmente l'annuncio della Parola, ha bisogno, per essere efficace, di essere «confermata da segni che l'accompagnano» (Cf. Mt 16, 17-20). Il segno più eloquente è la testimonianza stessa della vita del messaggero: fu così per i profeti, fu così

per Gesù e per i suoi Apostoli.

Ora la pratica dei consigli, conformandoci alla vita stessa di Gesù, apporta a questa testimonianza un particolare vigore, perché ci impegna a vivere quei valori evangelici che insegniamo ai nostri giovani.'

` Il titolo dell'articolo si ispira alla Lettera apostolica «Redemptìonis donumq di Giovanni Paolo

li, nn. 14 e 16. 2 Cf. CGS, 125

È questo il tema di fondo sviluppato dall'art. 62: chi testimonia il Vangelo con la propria vita lo può annunciare in modo più convincente. I voti religiosi, facendoci assumere con radicalità lo spirito delle beatitudini, accordano la nostra esistenza al compito e alle esigenze della evangelizzazione.

Ciò è tanto più importante in un'epoca in cui i giovani sono estremamente sensibili a qualsiasi disaccordo tra le -parole e la vita dell'educatore. Lo asseriva Paolo VI: «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni».3 E riferendosi specificamente ai religiosi, lo stesso Papa scriveva: «I religiosi rivestono un'importanza speciale nel contesto di una testimonianza che è primordiale all'evangelizzazione. Questa silenziosa testimonianza di povertà e di distacco, di purezza e di trasparenza, di abbandono nell'obbedienza, può diventare, oltre che una provocazione al mondo e alla Chiesa stessa, anche una predicazione eloquente, capace di impressionare anche i non cristiani di buona volontà sensibili a certi valori».4

Questa, d'altra parte, era la convinzione di Don Bosco che proponeva spesso il «buon esempio» come mezzo efficace per trascinare gli altri al Signore. «Nessuna predica è più efficace del buon esempio», scrisse nel «Primo piano di Regolamento».5 E ricordava ai suoi Salesiani educatori: «Non avvenga mai che si inculchi negli altri la pratica di una virtù, l'adempimento di un dovere, senza che siate i primi a praticarlo».6

Testimonianza per i giovani in un mondo tentato dall'ateismo e dal materialismo.

La Regola orienta la testimonianza del salesiano in funzione di due situazioni principali in cui si trovano soprattutto i giovani.

Da una parte essi soffrono la condizione di un mondo che è tentato dall'ateismo: un ateismo pratico, che spesso è indifferenza di fronte ai

' Paolo VI, Discorso ai membri del 'Consilium de Laicis', 2 ott. 1974; ripreso in EN, 41. ° EN, 69

' MB IV, 753

b MB X, 1037

valori religiosi, dimenticanza di Dio più che una sua esplicita negazione. La nostra vita secondo il Vangelo rende testimonianza di Lui, della sua presenza e del suo Amore, in quanto il nostro vivere e il nostro stare con i giovani più bisognosi non hanno senso se non per Lui, liberamente scelto come Amore supremo, sommo Bene, Maestro perfetto.

D'altra parte in un mondo, che sotto tante forme esalta il materialismo, i giovani sono tentati di trovare soluzioni fuori di Dio (e talvolta in sostituzione a Dio) per tre problemi fondamentali che incontrano nella loro crescita: il bisogno di amare e l'esercizio della sessualità, la spinta a possedere e a procurarsi i beni necessari per l'esistenza, e infine la libertà di regolare la propria vita con le esigenze dell'autonomia personale e dell'affermazione di sé e con i limiti imposti dalla convivenza sociale. Si tratta di problemi difficili, dalla cui soluzione dipende la relizzazione della persona o il suo smarrimento.

L'educatore salesiano con la stessa sua vita casta, povera e obbediente attesta il senso cristiano dei suddetti valori: la sessualità è ordinata ai rapporti personali ispirati da un amore vero; il danaro ha una destinazione e una funzione di servizio; la libertà non viene data per dominare o per opporsi ma per costruire insieme con gli altri. Scrive il CGS: «L'apostolo religioso stima molto questi valori, ma la sua vita consacrata ne contesta le deviazioni (erotismo, ricchezza ingiusta, potere oppressivo), ne manifesta i limiti, ne annuncia il superamento nella Pasqua di Cristo Liberatore».' Vi è dunque una relazione profonda tra il compito educativo e la vita secondo i consigli evangelici: è importante per noi esserne coscienti.

La testimonianza dell'abito.

L'ultimo capoverso si sofferma su di un particolare segno esteriore nella nostra vita di religiosi apostoli: l'abito che portiamo.

Il testo si propone soprattutto di mettere in rilievo il significato che ha l'abito del religioso di fronte alla gente: è un segno esterno, ma un

CGS, 125

segno che visibilmente collega una persona al disegno di Dio, che l'ha scelta e l'ha riservata per Sé.' Pur essendo attenti a non assolutizzare l'importanza dell'abito, va ricordato che anche con il nostro esteriore noi possiamo proclamare l'amore di Dio e far riconoscere la sua opera in mezzo al mondo. Ciò acquista un maggior rilievo in un mondo in cui i segni di Dio sono sempre più nascosti.

Riferendosi specificamente al salesiano, il testo riporta il dato costante della nostra tradizione: Don Bosco non ha voluto che i suoi avessero una speciale divisa, un'uniforme propria della Congregazione, ma parlò di un vestito semplice, tuttavia serio e decoroso, tipico di religiosi dedicati a un lavoro di educazione della gioventù.9 Non è certamente da sottovalutare ciò che la responsabilità di educatori richiede anche per il nostro vestire.

Il testo specifica, poi, che l'abito dei chierici,10 seguendo l'esempio e l'insegnamento di Don Bosco, si adeguerà alle disposizioni riguardanti il clero secolare. Tali disposizioni (concernenti sia l'abito stesso sia le circostanze e i tempi in cui viene indossato) non sono oggi identiche in tutti i paesi, ma dipendono dalle Chiese particolari: il salesiano chierico vi aderisce con fedeltà, dimostrando anche in questo il suo amore per la Chiesa.

8 Il testo riprende sostanzialmente un articolo che il CG22 aveva collocato nei Regolamenti generali, La Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari ha chiesto che, in armonia con le disposizioni del Codice di diritto canonico, il tema venisse trattato nello stesso codice fondamentale. Il can. 669 del CIC, citato in nota alle Costituzioni, si fonda sul pensiero del Vaticano II che dice: «L'abito religioso, segno della consacrazione, sia semplice e modesto, povero e nello stesso tempo decoroso, come pure rispondente alle esigenze della salute e adatto sia ai tempi e ai luoghi, sia alle necessità dell'apostolato, (PC, 17).

9 Nelle Costituzioni del 1875 Don Bosco tratta dell'abito in un capitoletto (XV), comprendente tre articoli: nel primo dice che la Società non ha un abito uniforme, ma l'abito dei soci si adatterà all'uso dei diversi paesi; gli altri due articoli si riferiscono specificamente all'abito dei chierici e a quello dei soci coadiutori. Si noti Ia conclusione: «Ma ciascheduno procurerà di fuggire tutte le novità dei secolari, (cf. F. MOTTO, p. 199).

10 La parola «chierici, è qui assunta nel senso generale attribuito, all'interno della nostra Società, dall'ars. 4 delle Costituzioni.

Il tuo Cristo, o Padre,

ci ha costituiti suoi segni

in un mondo che vuole adorare le creature invece di Te, unico Dio vivo e vero.

Fa' che, vivendo con fedeltà totale la nostra vocazione,

diventiamo testimoni viventi

delle Beatitudini del Vangelo tra i giovani, e tutto nella nostra condotta manifesti loro il Tuo amore

e il senso supremo dell'esistenza in Gesù Cristo. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

ART. 63   TESTIMINIANZA DEL MONDO FUTURO

L'offerta della propria libertà nell'obbedienza, lo spirito di povertà evangelica e l'amore fatto dono nella castità fanno del salesiano un segno della forza della risurrezione.

I consigli evangelici, configurando il suo cuore tutto per il Regno, lo aiutano a discernere e ad accogliere l'azione di Dio nella storia; e, nella semplicità e laboriosità della vita quotidiana, lo trasformano in un educatore che annuncia ai giovani «cieli nuovi e terra nuova», 1 stimolando in loro gli impegni e la gioia della speranza.2

' ef. Ap 21,1

z cf. Rm 12,12

Il tema della testimonianza che il salesiano dà vivendo lo spirito delle Beatitudini nella pratica dei consigli viene considerato nella sua dimensione pasquale ed escatologica: è la testimonianza del Regno di Dio, già operante per la Pasqua di Cristo, che cresce fino al suo compimento definitivo nella Gerusalemme celeste.

Il testo dell'art. 63 raccoglie in unità ed evidenzia quegli aspetti di segno e di anticipo del Regno dei cieli che sono presenti nella professione dei consigli.

L'articolo si ispira alla dottrina del Vaticano II, il quale, parlando del carattere di segno proprio della professione religiosa, soggiunge: «Poiché il popolo di Dio non ha qui città permanente, ma va in cerca della futura, lo stato religioso, il quale rende più liberi i suoi seguaci dalle cure terrene, meglio anche manifesta a tutti i credenti i beni celesti già presenti in questo tempo, meglio testimonia l'esistenza di una vita nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo, e meglio preannuncia la futura risurrezione a la gloria del regno celeste».1

Per noi Salesiani l'articolo si collega all'insistenza pedagogica con cui Don Bosco parlava del Paradiso ai suoi giovani e ai Salesiani: «Badate bene, o miei figlioli, che voi siete tutti creati per il Paradiso», scriveva per i suoi ragazzi; s «Pane, lavoro, paradiso», egli prometteva ai

LG, 44

2 D. BOSCO, Giovane Provveduto, Parte I, (GE II, p. 190)

Salesiani;' «Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto!», ripeteva nelle difficoltà.¢ Nel sogno dei diamanti il «Premio», sul tergo del manto del personaggio che rappresenta la fisionomia del salesiano, è collegato con i diamanti dei tre voti e con quello del digiuno. Sui raggi si legge: «Se vi attrae la grandezza dei Premi, non vi spaventi la quantità delle fatiche. Chi soffre con Me, con Me godrà. È momentaneo ciò che soffriamo sulla terra, eterno è ciò che farà gioire i miei amici nel Cielo»,s Si può ben affermare che la coscienza del Paradiso è una delle idee sovrane e dei valori di spinta della tipica spiritualità e anche della pedagogia di Don Bosco.'

Questa premessa ci aiuta a comprendere meglio le idee espresse dall'articolo costituzionale.

Il salesiano è per i giovani segno della forza della risurrezione di Cristo.

Il testo si apre con l'affermazione del valore pasquale della vita consacrata nella professione dei consigli. L'offerta del salesiano, che dedica al Padre la propria libertà, i suoi beni e tutto il suo amore, si congiunge con l'offerta del Cristo, con il mistero della sua morte e risurrezione, e testimonia al mondo che l'opera della salvezza del Cristo è viva e operante in mezzo agli uomini. I1 salesiano diventa così testimone della forza redentrice della Pasqua del Signore, segno della potenza («dynamis») della risurrezione, che è capace di trasformare il

cuore dell'uomo. Scrive Paolo VI ai religiosi e religiose: «Questo mondo

oggi più che mai ha bisogno di vedere in voi uomini e donne che hanno creduto alla parola del Signore, alla sua risurrezione e alla vita eterna, fino al punto di impegnare la loro vita terrena per testimoniare la realtà di questo amore che si offre a tutti gli uomini».7

Cf. MB VII, 544; XII, 598; XVII, 251; XVIII, 41

° MB VIII, 444

s MB XV 184

a Cf. E. VIGANO, Profilo del salesiano nel sogno del personaggio dai dieci diamanti, ACS n. 300 (1981), p. 27

ET, 53

Il salesiano con la sua vita annuncia ai giovani «cieli nuovi e terra nuova».

Il secondo capoverso approfondisce queste verità. Sono ben evidenziati i due atteggiamenti caratteristici del cristiano, che nel religioso devono splendere di più viva luce.

Da una parte egli attesta la realtà di un fatto che è già compiuto: il Signore è venuto! Il Signore è presente! La Pasqua di Cristo ha inaugurato i tempi nuovi ed ultimi ed i beni messianici già sono dati agli uomini.

Dall'altra parte la vita del cristiano è un atto di speranza nella prossima venuta del Signore, speranza del definitivo compimento del Regno di Cristo nei «nuovi cieli e nuova terra», che Dio prepara per i suoi figli. Ciò si esprime nell'incessante preghiera dello Spirito e della Sposa: «Maranathà! Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

I1 salesiano, come ben esprime il nostro testo, vuole testimoniare questa duplice realtà. Egli attesta anzitutto che il Signore è vivo ed è presente nella storia e che, come afferma il Concilio, «i beni celesti sono già dati», sia pure in misura iniziale, su questa terra." Diceva S. Teresa di Lisieux: «In cielo certo vedrò Dio. Ma quanto ad essere con Lui, lo sono già su questa terra». La vita secondo i consigli, conforme alla stessa forma di vita che il Figlio di Dio volle abbracciare per compiere la volontà del Padre, va via via configurando il cuore del salesiano a quello del Cristo, che palpita solo per il Regno: così egli impara a «discernere ed accogliere l'azione di Dio nella storia» e diventa capace di additarla ai giovani.

Con questo impegno storico si congiunge il compito profetico di annunciare il Signore che viene, il Regno che si compie, «i nuovi cieli e la nuova terra» che costituiranno la condizione definitiva dell'umanità. Qui i consigli evangelici hanno una funzione evidente. La verginità è la vita eterna iniziata: «In cielo, si sarà come gli angeli, non si prenderà né

moglie né marito» (Mc 12,25). Così la povertà: «Per seguire me, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo» (Mc

e Cf. LG, 44 per Ia testimonianza dei religiosi; LG, 48 sull'indole escatologica della Chiesa.

10,21). E così l'obbedienza: «Padre, sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo» (Mt 6,10).

Il testo della Regola sottolinea il messaggio di speranza che il salesiano, profeticamente, deve portare con la sua vita: ciò ha un rilievo particolare se collegato con la sua missione di educatore della gioventù, capace perciò di radicare il futuro delle giovani generazioni sui sicuri orizzonti della speranza. Questa speranza non è attesa passiva, ma è carica di impegno ed è fonte permanente di gioia vera. Ci sono di guida le parole dell'Apostolo, che la liturgia utilizza nella festa del nostro Padre Don Bosco: «Siate sempre lieti, il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5).

 

 

O Padre, che nel giorno della professione

hai gradito l'umile offerta della mia libertà e del mio amore, unendola al sacrificio redentore del Tuo Figlia, trasforma la mia povertà con la potenza del Tuo Spirito, e fa' della mia vita un segno vivo della risurrezione.

Configura il mio cuore a quello del Tuo Figlio,

sì che, d'ora in poi, esso palpiti solo per il Regno.

Aiutami a discernere i segni della tua presenza e della tua azione tra gli uomini, per essere, come Don Bosco,

portatore di gioiosa e attiva speranza, capace di attestare in ogni momento

che, oltre le sofferenze della vita presente, ci attendono «nuovi cieli e nuova terra» in cui abita la giustizia.

Per Cristo nostro Signore.

LA NOSTRA OBBEDIENZA

«Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che pali e, reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9).

Altri testi biblici sono ricordati nelle Costituzioni a proposito dell'obbedienza, e tutti lo sono in rapporto all'atteggiamento obbediente di Cristo: Fil 2,8; Mt 26,42, Gv 12,24 (Cost 71). È Lui, le ragioni e lo stile della sua sottomissione al Padre che stanno al centro. Eb 5,8-9 rafforza potentemente questa dimensione cristologica dell'obbedienza religiosa, apportando il prezioso motivo del nChristus oboediens» in quanto «Christus patiens».

Eb 4,14-5,10 (che fa da contesto alla citazione) intende mostrare Gesù Cristo come sommo sacerdote misericordioso, profondamente solidale con quanti sono provati. Ebbene Egli ha compiuto ciò attraverso un processo drammatico: accolse con totale disponibilità il piano di salvezza del Padre, in fedeltà al quale, pur essendone Figlio, non esitò ad andare incontro alle estreme conseguenze: alla morte in croce. Ma Dio lo fece risorgere proponendolo come causa di salvezza eterna per tutti coloro che seguono coraggiosamente il suo itinerario obbedienziale.

Ma Gesù non è solo modello. Secondo il principio di saggezza popolare che chi soffre impara («epathen - emathen»), Egli che per obbedire al Padre soffrì per noi, ha imparato nella sua carne il prezzo duro richiesto alla nostra obbedienza. Imparò li senso dell'obbedienza, soffrendone coraggiosamente le pene.

Obbediamo dunque a Dio in Cristo per l'esito felice del suo obbedire, ma anche nella consapevolezza che Egli è solidale con noi. Non solo ci aspetta al traguardo, ma cammina con noi verso di esso. Non solo ci fa da modello, ma è nostro sacerdote intercessore perché sappiamo obbedire. Questa comunione con l'obbedienza di Cristo e i significati salvifici che Egli vi ha inteso diventano la ragione dominante dell'obbedienza salesiana, che le Costituzioni ci presentano (Cost 64-71).

ART. 64 SIGNIFICATO EVANGELICO DELLA NOSTRA OBBEDIENZA

Il nostro Salvatore ci assicurò di essere venuto sulla terra non per fare la propria volontà, ma la volontà del Padre suo che è nei cieli.'

Con la professione di obbedienza offriamo a Dio la nostra volontà e riviviamo nella Chiesa e nella Congregazione l'obbedienza di Cristo, compiendo la missione che ci è affidata.

Docili allo Spirito e attenti ai segni che Egli ci dà attraverso gli eventi, prendiamo il Vangelo come regola suprema2 di vita, le Costituzioni come via sicura, i superiori e la comunità come quotidiani interpreti della volontà di Dio.

' ci. Cost 1875, 111,1 ci. PC, 2

Lo scopo di questo articolo, che introduce la sezione dedicata all'obbedienza del salesiano, è quello di fondare evangelicamente l'obbedienza e rivelarne quindi il senso più profondo. Il testo si appoggia totalmente sul pensiero del nostro Fondatore e sulla dottrina del Concilio, approfondita nella riflessione del CGS.' Possiamo sottolineare soprattutto tre linee di pensiero che sono sviluppate nell'articolo.

Gesù Cristo obbediente al Padre.

L'obbedienza del religioso si radica profondamente nell'obbedienza di Gesù Cristo e rappresenta un aspetto della sua sequela. I1 Concilio, volendo presentare all'interno del popolo di Dio la via di coloro che abbracciano i consigli evangelici, li definisce «gli uomini e le donne che seguono più da vicino l'annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano... al fine di conformarsi più pienamente al Cristo obbediente».2 Il decreto «Perfectae caritatis», a sua volta, sottolinea che l'obbedienza del religioso è «ad imitazione di Gesù Cristo, che venne per fare la volontà del Padre (cf. Gv 4,34; 5,30; Eb 10,7; Sal

' Cf. L'obbedienza salesiana oggi, CGS, 624 ss

2 LG, 42

39,9) e, `prendendo la forma di servo' (Fil 2,7), dai patimenti sofferti conobbe l'obbedienza (Eb 5,8)».'

Non possiamo comprendere quindi l'obbedienza del salesiano, se non prendiamo coscienza della profondità del mistero di Cristo obbediente. Leggiamo negli Atti del CGS: «In Gesù l'obbedienza al Padre è la sintesi della sua vita e del suo mistero di morte e risurrezione. Essa rivela la sua identità di Figlio e insieme di servo, mostrandolo unito in modo indicibile e assolutamente unico al Padre e, perciò, totalmente docile a Lui» ,1 È facile concludere: «Dalla nostra inserzione battesimale nel Cristo e nell'amore che lo unisce al Padre trae la sua vera origine la nostra obbedienza».5 Non si sottolineerà mai abbastanza questa visuale fondamentale: Gesù obbediente è la sorgente viva e il modello del nostro obbedire; al di fuori della fede in Cristo l'obbedienza religiosa non ha senso!

L'articolo costituzionale, oltre che attraverso il testo scritturistico posto in testa alla sezione (Eb 5,8-9), afferma questo fondamento eristica dell'obbedienza salesiana citando la frase che Don Bosco aveva collocato nel primo articolo delle Costituzioni sul voto di obbedienza: «Il Divin Redentore ci assicurò ch'Egli non è venuto sulla terra per fare la volontà propria, ma quella del suo celeste Padre».6 Questa espressione del nostro Fondatore evoca le affermazioni evangeliche dove Gesù riassume il proprio atteggiamento di Figlio e di perfetto servitore del Padre: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e portare a compimento la sua opera» (Gv 4,34).

Si può accennare fin d'ora che questo riferimento al Cristo obbediente sarà ripreso nell'ultimo articolo della sezione, dove l'obbedienza è considerata nel suo momento culminante cioè nella partecipazione al mistero pasquale del Signore.

3 PC, 14

" CGS, 627

s IVi

° Costituzioni 1875, 111,1 (Lf. F. MOTTO, p. 93)

Riviviamo l'obbedienza di Cristo nel compimento della missione.

Il secondo capoverso cerca di approfondire il significato della nostra obbedienza: «con la professione di obbedienza offriamo a Dio la nostra volontà». II testo si richiama ancora esplicitamente al decreto «Perfectae caritatis»,' per affermare che si tratta di un uso intensamente evangelico della libertà. Rinunciare, in clima di fede, a condurre da solo la propria vita e accettare fil.ialmente di sottomettersi alla volontà di Dio Padre, è l'obbedienza di ogni cristiano. La nostra obbedienza di religiosi consiste nel vivere questo mistero con un carattere di totalità («offriamo a Dio la nostra volontà») all'interno di un progetto comunitario («riviviamo nella Chiesa e nella Congregazione l'obbedienza di Cristo»).

Il testo afferma il carattere ecclesiale e comunitario della nostra obbedienza: Cristo sempre vivo, continua a obbedire al Padre attraverso la Chiesa e i suoi membri battezzati; per questo è stato detto che «un figlio della Chiesa è figlio dell'obbedienza».a All'interno della Chiesa l'obbedienza di Cristo rivive nell'umile servizio che la nostra Congregazione rende al disegno della salvezza.

In modo speciale deve esser sottolineato lo stretto legame tra l'obbedienza e la missione che il Signore ci affida. Il testo della Regola ha cura di segnalare che noi «riviviamo... l'obbedienza di Cristo compiendo la missione che ci è affidata». Per Gesù l'obbedienza «fino alla morte e alla morte di croce» è stata in funzione della missione redentrice per cui venne in questo mondo («per noi e per la nostra salvezza è disceso dal cielo», diciamo nel Credo). Anche per noi la professione di obbedienza, facendoci aderire interamente alla volontà del Padre, ci inserisce nel suo disegno di salvezza e ci permette di lavorare efficacemente in un progetto apostolico specifico: obbedire a Dio porta ad essere pienamente disponibili per il servizio dei fratelli in Cristo. Si vede così come l'obbedienza sta al centro della nostra vocazione di apostoli: è ordinata alla nostra missione per la salvezza della gioventù.

Cf. PC, 14

s Card. H. De Lubac

Don Bosco dava un grande valore all'obbedienza proprio in prospettiva della missione della Società. Basta ricordare i sogni del nastro 9 e quello dei diamanti.10 In molte occasioni il nostro Fondatore ha evidenziato la centralità dell'obbedienza: «L'obbedienza è l'anima delle Congregazioni religiose, è quella che le tiene unite», egli diceva." Merita, in particolare, di essere citata la conferenza che fece ai Salesiani la sera dell'11 marzo 1869, subito dopo l'approvazione della Congregazione da parte della Sede Apostolica. Dopo di aver rilevato che fino allora «non essendoci ancora l'approvazione da parte della Chiesa, la Società era come in aria...», tosto soggiunge: «Miei cari, in questo momento la cosa non è più così. La nostra Congregazione è approvata: siamo vincolati gli uni gli altri. Io sono legato a voi, voi siete legati a me, e tutti insieme siamo legati a Dio... Non siamo più persone private, ma formiamo una Società, un corpo visibile...». Sviluppando poi l'immagine paolina del corpo, Don Bosco mette in risalto l'importanza dell'obbedienza per la vita della Società: «Questa è come il perno su cui si regge tutta la nostra Società, perché se manca l'obbedienza tutto sarà disordine. Se invece regna l'obbedienza, allora si farà un corpo solo e un'anima sola per amare il Signore». 12

Le mediazioni attraverso cui si manifesta la volontà del Padre.

L'ultimo capoverso dell'art. 64 spiega più ampiamente il modo con cui l'obbedienza viene esercitata «nella Chiesa e nella Congregazione salesiana». Il problema difficile, infatti, non è sempre quello di aderire di cuore alla volontà di Dio Padre; sovente è quello di conoscere tale volontà, di sapere attraverso quali segni scoprirla e attraverso quali strumenti interpretarla. Don Bosco ci dice: «Noi facciamo voto di ubbidienza appunto per assicurarci di fare in ogni cosa la santa volontà

di Dio»,F3

 

' MB 11, 298-299

10 MB XV, 183; cf. Profilo del salesiano nel sogno del personaggio dai dieci diamanti, ACS n. 300 (1981).

" Cf. MB XII, 459

12 MB IX, 572.573

Il Costituzioni 1875, III,1 (cf. F. MOTTO, p. 93)

Quali sono, dunque, per noi i segni e gli strumenti per una sicura adesione alla volontà di Dio? L'articolo costituzionale si propone di rispondere, indicando le «mediazioni» attraverso cui si manifesta la volontà del Padre. Ci può essere di guida, per una comprensione più profonda, il CGS, sulla cui riflessione è appunto fondato il testo. 14

Tra i molteplici segni che manifestano la volontà di Dio dicono gli Atti del CGS - sono di grande importanza gli avvenimenti e le situazioni concrete della vita («Dio parla attraverso la storia»), sia quelli di portata generale come i «segni dei tempi», sia quelli particolari come le necessità, le urgenze, le esigenze e i problemi dei giovani che interessano i singoli tempi, luoghi, comunità e individui.

Ma questi segni non sempre si possono interpretare con chiarezza e con facilità. Per scoprirne il significato profondo ci rivolgiamo, in primo luogo, al VANGELO, dove troviamo esposta l'obbedienza perfetta di Gesù. Certamente esso è valido per tutti i cristiani, ma il Concilio ha creduto bene di ricordare che esso rimane «a fortiori» la «regola suprema» di tutti i religiosi."

Le COSTITUZIONI sono un altro strumento specifico per noi: costituiscono il nostro punto di vista evangelico per approfondire la realtà; la loro approvazione da parte della Sede Apostolica ci garantisce che esse tracciano una via pratica e sicura di santità (Cf. Cast 192) e nello stesso tempo ci uniscono allo spirito di obbedienza della Chiesa.

Il Vangelo e le Costituzioni sono strumenti oggettivamente sicuri e assicurano la fedeltà allo spirito e alla missione della Congregazione. Per confrontarli con la storia e applicarli alla realtà concreta I SUPERIORI E LA COMUNITÀ hanno un ruolo proprio come «quotidiani interpreti della volontà di Dio». L'obbedienza a Dio mediante la sottomissione a un uomo, che rappresenta Dio, è partecipazione della radicalità dell'obbedienza di Cristo, che ha voluto essere sottomesso a degli uomini nell'incarnazione e nella sua missione redentrice. Questo aspetto dell'obbedienza al Superiore sarà più ampiamente ripreso negli articoli seguenti. Qui basta ricordare che l'aspetto che distingue l'obbedienza

1a Cf. CGS, 630 5 Cf. PC, 2

 

«religiosa» dalla comune virtù cristiana dell'obbedienza sta precisamente nella sottomissione della volontà al proprio legittimo Superiore: è l'impegno che abbiamo preso con la formula della professione (cf. Cost 24).

Merita un cenno particolare la menzione della comunità come luogo in cui si manifesta la volontà di Dio. È chiaro che si tratta della comunità che include il Superiore come padre e guida; ma si vuole evidenziare che nella comunità sia locale che ispettoriale o mondiale, a conclusione della comune ricerca, c'è per ciascun membro una indicazione provvidenziale della volontà del Padre. Anche questo aspetto sarà ripreso quando si parlerà dell'obbedienza comunitaria (Cost 66).

 

 

O Padre, Ti ringraziamo

per averci chiamati a rivivere

nella Chiesa e nella Società salesiana il mistero del Tuo Figlio

fattosi per noi servo «obbediente fino alla morte di croce».

Noi Ti offriamo la nostra libertà di figli,

unendola totalmente al tuo disegno di amore,

nel compiere la missione di salvezza che Tu ci hai affidata, con lo spirito e la dedizione di Don Bosco.

Manda a noi, o Padre, il Tuo Spirito di verità,

e rendici capaci di leggere i segni della Tua santa volontà, che continuamente ci manifesti nel Vangelo di Gesù, nelle nostre Costituzioni,

nelle disposizioni dei Superiori

e in ogni circostanza della nostra vita.

Fa' che siamo pronti a risponderTi con amore generoso e fedele. Per Cristo nostro Signore.

ART. 65 STILE SALESIANO DELL'OBBEDIENZA E DELL'AUTORITÀ

Nella tradizione salesiana obbedienza e autorità vengono esercitate in quello spirito di famiglia e di carità, che ispira le relazioni a stima e a fiducia reciproca.

Il superiore orienta, guida e incoraggia, facendo un uso discreto della sua autorità. Tutti i confratelli collaborano con un'obbedienza schietta, pronta e fatta «con animo ilare e con umiltà.'

Il servizio dell'autorità e la disponibilità nell'obbedienza sono principio di coesione e garanzia di continuità della Congregazione; per il salesiano sono via di santità, fonte di energia nel lavoro, di gioia e di pace.

' Cesr 1 87.5, 111,2

Dopo aver descritto l'obbedienza nella sua sorgente evangelica e in relazione al modello divino, Gesù Cristo, venuto per compiere la volontà del Padre, le Costituzioni presentano il modo proprio con cui obbedisce il salesiano: l'art. 65 propone infatti «lo stile salesiano dell'obbedienza e dell'autorità».

Notiamo subito che, in questo come in altri articoli della sezione, obbedienza e autorità sono strettamente unite fra loro. Ciò vuol mettere in evidenza non soltanto che il modo di obbedire è legato al modo di comandare, ma soprattutto che sia colui che esercita l'autorità come il fratello che liberamente ha accolto di sottomettergli la propria volontà sono servitori di un unico progetto apostolico, vincolati da una stessa Regola e. uniti nell'autentica ricerca della volontà di Dio.'

La fonte degli orientamenti esposti in questo articolo è direttamente l'esempio e l'insegnamento di don Bosco, che è stato trasmesso ai suoi figli ed è diventato patrimonio di famiglia, elemento fondante della nostra tradizione (si noti appunto il riferimento alla tradizione che viene fatto nell'introdurre l'articolo).

Si veda quanto Don Bosco diceva nella conferenza del 3 Febbraio 1876 a proposito del legame del Superiore con la Regola (MB XII, 81), Ciò sarà richiamato più ampiamente nell'articolo seguente, parlando dell'obbedienza comunitaria.

Già illustrando il precedente art. 64 è stato messo in risalto il valore centrale che Don Bosco attribuiva all'obbedienza nel progetto apostolico della sua Società: l'obbedienza del salesiano è orientata al compimento della missione, è cioè l'obbedienza di un apostolo che si realizza nella consegna incondizionata che egli fa di sé al servizio di coloro per cui il Signore lo manda. Parallelamente il compito dell'autorità salesiana è inanzitutto quello di animare la comunità guidandola nello svolgimento di questo servizio.

Ma, affermato il carattere apostolico fondamentale dell'obbedienza e dell'autorità salesiana, l'articolo vuole descrivere il modo con cui queste vengono esercitate.

Che cosa insegna Don Bosco al riguardo?

Tutti conosciamo il principio della totale disponibilità che Don Bosco vuole realizzato nell'obbedienza: egli desidera che i suoi figli si abituino a «vedere nella volontà del Superiore la volontà di Dio» 2 e «abbiano sempre presente che il Superiore è il rappresentante di Dio e chi ubbidisce a lui ubbidisce a Dio medesimon.3 Egli vuole che i suoi Salesiani siano «come un fazzoletto» nelle mani del Superiore ,4 vuole cioè gente totalmente disponibile e anche disposta a far di tutto quando occorra.

Ma questa esigenza di totale disponibilità si congiunge con un altro principio, su cui Don Bosco fonda la sua comunità, che è il valore della fraternità cristiana: secondo il pensiero di Don Bosco, l'anima che deve guidare questo corpo gerarchicamente strutturato deve essere la carità.' Ciò è doveroso per tutti, nei rapporti che vincolano i membri gli uni con gli altri; ma è ancor più doveroso per colui che deve essere padre per i suoi sudditi:> il suo comando deve essere la carità;' egli deve farsi amare prima di farsi temere."

Mentre perciò Don Bosco esige la piena e totale disponibilità dell'obbedienza, nell'esercizio dell'autorità è profondamente umano, poi

' Cf. MB IX, 574 ' Cf. MB IX, 575

· Cf. MB III, 550; cf, anche MB IV, 424; VI, 11-12; XIII, 210.

s Cf. MB IX, 574

· Costituzioni 1875, 111,2 (cf. F. MOTTO, p. 93)

7 Cf. MB XIII, 723

· Cf. MB VII, 524

 

ché vuole che l'obbedienza sia compiuta per amore e non per forza, con gioia e non malvolentieri.9 Egli sa valorizzare le doti dei singoli, vuole che «ciascuno si occupi e lavori quanto lo permette la sanità propria e capacità»,10 chiede un'obbedienza di uomini adulti e responsabili.

In sintesi, Don Bosco esercita la sua autorità e chiede ai suoi figli l'obbedienza come in una famiglia.

Questo riferimento alla prassi di Don Bosco aiuta a comprendere meglio il testo dell'articolo, che in tre capoversi presenta alcuni tratti dello stile salesiano di comandare e obbedire con i frutti che ne derivano.

Obbedienza e autorità vissute in spirito di famiglia e con carità.

Lo spirito di famiglia e di carità è l'atmosfera che avvolge, presso di noi, sia l'obbedienza sia l'autorità.

Già trattando dello spirito salesiano (cf. Cost 16) e della comunità fraterna (cf. Cost 49. 51) si è detto che lo spirito di famiglia è un'idea centrale e orientatrice di Don Bosco. Ad essa egli si riferisce spesso nel parlare e nello scrivere, si ispira nel dar vita alla sua opera e nel reg gerla. Vuole la comunità come una sana, ordinata e concorde famiglia; l'amore vi deve regnare e deve ispirare la vita, il lavoro i rapporti reci proci; in essa il Superiore è come amico, fratello, padre (cf. Cost 55). Come si accennava, è significativo quanto don Rinaldi scrisse in occasione del 50° dell'approvazione delle Costituzioni: «Don Bosco, più che una Società, intendeva formare una famiglia, fondata quasi esclu sivamente sulla paternità soave, amabile, vigilante del Superiore e sul l'affetto filiale, fraterno dei sudditi».11 Comprendiamo ciò che Don Bosco stesso scriveva ad un salesiano, cui aveva affidato la direzione di una Casa: «Va' in nome del Signore, va' non come Superiore, ma

 

9 Cf. MB XII, S 1

1O MB IX, 574

" D. RINALDI, Lettera per il 50' dell'approvazione delle Costituzioni, ACS n. 23, 24 gennaio

1924, p. 179

come amico, fratello e padre. II tuo comando sia la carità, che si adopera di fare del bene a tutti, del male a nessuno».12 A don Rua, Direttore a Mirabello, aveva dato la norma: «Studia di farti amare prima di farti temere; nel comandare e correggere fa sempre conoscere che tu desideri il bene e non il tuo capriccio» .13

L'articolo costituzionale, mettendo in evidenza questo stile di famiglia e di carità, come caratteristico dello spirito salesiano, dice che esso «ispira le relazioni a stima e a fiducia reciproca»: è cioè uno spirito che unisce i confratelli fra loro e con i Superiori in un clima il più intenso possibile di confidenza vicendevole, di simpatia, di fiducia, di dialogo sereno e costruttivo, appunto come avviene in una famiglia dove i membri si stimano e si amano.

Si noti l'esplicito richiamo alla «reciprocità» nei rapporti: confidenza del salesiano nel suo Superiore e fiducia del Superiore nei suoi confratelli: «mutua confidenza» secondo l'espressione dell'art. 16. Non bastano la stima e l'affetto da una parte sola. Non c'è riuscita e felicità se non nell'incontro di due sforzi positivi: ognuno deve sforzarsi di dare pienamente la propria fiducia e meritare quella del confratello.

Non dimentichiamo che la soluzione pratica di molti problemi riguardanti l'autorità e l'obbedienza si trova nell'impegno di sviluppare questo clima, così caratteristico della nostra famiglia.

Il modo salesiano di comandare e di obbedire.

Può sorprendere, a prima vista, l'espressione che leggiamo nel testo della Regola per tratteggiare il Superiore salesiano: egli - è detto - fa un uso «discreto» della sua autorità.

Non si vuole certamente ridurre il compito preciso del Superiore di guidare la comunità e i confratelli con un'autentica capacità di governo; ma si vuole piuttosto sottolineare che tra noi l'uso di ordini formali è sobrio e che il governo si suole esercitare nella linea della animazione. Già l'art. 55 aveva descritto il Superiore salesiano come un «fratello tra fratelli», che agisce come «padre, maestro e guida spirituale».

 

12 Lettera a D_ Pietro Pcrrot, Epistolario, vol III, p. 360; cf. anche Lettera a D. Domenico Tornatis, Epistolario, vol IV, p- 337

13 MB VII, 524

Qui si ribadisce che la sua azione si svolge su questa linea: egli «orienta» come maestro portatore di dottrina spirituale, «guida» come primo responsabile pieno di zelo e di prudenza pastorale, «incoraggia» come padre e fratello ricco di affetto. É chiaro che, in queste condizioni, il ricorso frequente a interventi di autorità diventa superfluo: illuminati e guidati, i confratelli camminano con responsabilità e spirito di iniziativa nel realizzare il progetto comune.

L'articolo, evidentemente, non esaurisce la presentazione delle caratteristiche dell'autorità salesiana: esso va completato con quanto è detto in altri punti del testo costituzionale e regolamentare.''

Le caratteristiche salesiane dell'obbedienza sono descritte con espressioni care a Don Bosco, prese in parte da uno degli articoli delle Costituzioni scritte dal nostro Padre: «Ognuno obbedisca al proprio Superiore, e lo consideri in tutto qua] padre amoroso, ubbidendolo senza riserva alcuna, con animo ilare e con umiltà».' 5

Vale la pena sottolineare le tre qualità dell'obbedienza salesiana:

- Un'obbedienza schietta: l'aggettivo «schietta» traduce l'espressione «senza riserva alcuna» e richiama la disponibilità generosa e incondizionata e insieme la sincerità e profondità della risposta del salesiano a Dio che lo chiama attraverso la mediazione del Superiore.

- Un'obbedienza pronta: è facile pensare non solo alla prontezza materiale della risposta, ma a quello spirito di collaborazione pieno di iniziativa che è ben riassunto da don Caviglia in una delle sue Conferenze sullo spirito salesiano: «Noi abbiamo uno spirito che si riassume nel motto salesiano `vado io'. Non so quanti giorni di indulgenza abbia, ma è certo il maggior trionfo per la Congregazione che è cresciuta tutta col 'vado io', così, in forza di sacrifici».16

- Un'obbedienza gioiosa: l'espressione «con animo ilare» non vuol dire necessariamente che si debba obbedire, in ogni occasione, con un largo sorriso (tanto meglio se ciò accade!); essa equivale a «con buon animo» e richiama l'espressione paolina citata da Don Bosco

" Cf., in particolare, Cast 55, Reg 121.124, 173-176

15 Costituzione 1875. 111,2 (cf. F. MOTTO, p. 93)

's A. CAVIGLIA, Conferenze sullo spirito salesiano, Torino 1985, p, 57

nella sua Introduzione alle Costituzioni: «Ubbidite volentieri e prontamente... La vera ubbidienza... consiste nel fare con buon animo qualunque cosa ci sia comandata... imperocché, scrive san Paolo, Dio ama l'allegro donatore: `Hilarern enim datorem diligit Deus'». In un discorso tenuto ai confratelli a Varazze sulla Strenna del 1872 Don Bosco parlava della «vera ubbidienza», cioè - diceva -- «di quella che ci fa abbracciare con volto ilare le cose che ci sono comandate e le abbracciamo come buone perché ci vengono imposte dal Signore»."

I frutti di questa obbedienza.

L'ultimo capoverso dell'articolo è un incoraggiamento a mantenere lo spirito salesiano nel servizio dell'autorità e nell'obbedienza, considerando i frutti che ne derivano. Tali frutti si riferiscono sia all'intera Società che a ciascuno dei suoi membri.

- - Coesione della Congregazione e garanzia di continuità: questi due frutti dell'obbedienza salesiana sono stati messi in rilievo da Don Bosco stesso nella citata conferenza tenuta ai confratelli l'11 marzo 1869. Come già si ricordava, Don Bosco applica alla Congregazione l'immagine del corpo, che ha un solo capo con membra aventi funzioni complementari: «Se questo corpo, che è la nostra Società, sarà animato dallo spirito di carità e guidato dall'ubbidienza, avrà in sé il principio della propria sussistenza e l'energia a operare grandi cose a gloria di Dio, al bene del prossimo ed a salute dei suoi membri».'"

- Per ciascun membro della Società, l'obbedienza è «via di santità»: lo fa aderire al volere di Dio e lo pone al posto giusto per la realizzazione della missione che il Signore gli affida nella famiglia di Don Bosco: in questo, diceva l'art. 2, «troviamo la via della nostra santificazione». L'obbedienza è anche «fonte di energia nel lavoro», perché dà libero accesso in noi alla grazia di Dio e perché ci dà la sicurezza di essere là dove Dio ci vuole. Infine essa è «fonte di gioia e di pace»: Don Bosco l'ha promesso quasi in forma solenne: «Se voi eseguirete I'ubbi-

' MB X, 1037

'" M13 IX, 573-575

 

dienza nel modo suindicato, io vi posso accertare in nome del Signore che passerete in Congregazione una vita veramente tranquilla (pace) e

felice (gioia)».79

 

 

0 Signore, Ti ringraziamo

per averci chiamati a lavorare al tuo servizio e per la salvezza della gioventù

in una famiglia

che Don Bosco ha voluto guidata dallo spirito di carità, in un clima di stima reciproca, di confidenza e serenità.

Concedici di vivere insieme, superiori e fratelli,

animati dal Tuo Santo Spirito, in servizio reciproco di amore.

Fa' che il servizio di guida e di animazione dei Superiori e l'obbedienza schietta, pronta e gioiosa di tutti noi siano per la Congregazione garanzia di continuità e per ogni salesiano via di santità,

fonte di energia nel lavoro, di gioia e di pace. Così sia!

 

 

 

 

 

" D. BOSCO, fniroduzlone alle Costituzioni, Ubbidienza; cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 220

ART. 66 CORRESPONSABILITA NELL'OBBEDIENZA

Nella comunità e in vista della missione tutti obbediamo, pur con compiti diversi.

Nell'ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione dell'Eucaristia esprimiamo e rinnoviamo la nostra comune dedizione al divino volere.

Nelle cose di rilievo cerchiamo insieme la volontà del Signore in fraterno e paziente dialogo e con vivo senso di corresponsabilità.

Il Superiore esercita la sua autorità ascoltando i confratelli, stimolando la partecipazione di tutti e promuovendo l'unione delle volontà nella fede e nella carità. Egli conclude il momento delIa ricerca comune prendendo le opportune decisioni, che normalmente emergeranno dalla convergenza delle vedute.

Tutti quindi ci impegniamo nell'esecuzione collaborando sinceramente, anche quando i propri punti di vista non sono stati accolti.

L'obbedienza, fondata sul Vangelo e vissuta con stile salesiano, è appello rivolto sia al singolo confrateIlo sia alla comunità: il presente art. 66 delle Costituzioni tratta appunto della dimensione comunitaria dell'obbedienza, sviluppando alcuni aspetti più importanti che la caratterizzano. Si può notare che questo punto è stato oggetto di particolare studio sia da parte del CGS che da parta del CG21.'

La comunità obbediente.

Una prima affermazione fondamentale è contenuta nel capoverso iniziale: la comunità in quanto tale è soggetto di obbedienza, cioè è una comunità obbediente. Su di essa Dio ha il suo disegno; ad essa primariamente è affidata la missione (cf. Cost 44); la comunità, perciò, ha un preciso impegno di ricercare e compiere la divina volontà, e ciò sia in rapporto all'intera Congregazione per la totalità della missione sia con riferimento alle comunità ispettoriali e locali per i livelli loro propri.

' Cf. CGS, 632.637; CG21, 391-392

 

Il testo della Regola mette in evidenza un aspetto particolare: la comunità è obbediente perché in essa tutti obbediamo, anche se con compiti specifici diversi. Non solo i confratelli, che non esercitano l'autorità, ma anche i Superiori (in una forma, anzi, più delicata ed esigente) sono in atteggiamento costante di obbedienza: tutti insieme, ciascuno secondo il proprio ruolo, siamo corresponsabili dell'attuazione del progetto che Dio ha pensato per noi e ci ha affidato per la salvezza della gioventù. A proposito dell'obbedienza da parte dei Superiori, basterebbe ricordare ie parole di Don Bosco il quale, dopo aver affermato: «Tra noi il Superiore sia tutto», tosto soggiunge: «ll Rettor Maggiore poi ha le Regole: da esse non si diparta mai, altrimenti il centro non resta più unico ma- duplice, cioè quello delle Regole e quello della sua volontà. Bisogna invece che nel Rettor Maggiore quasi si incarnino le Regole: che le Regole e il Rettor Maggiore siano come la stessa cosa». 2

Fonti soprannaturali dell'obbedienza corresponsabile.

Dopo l'affermazione di fondo del primo capoverso, l'articolo si ferma a presentare il contesto tipicamente religioso in cui si muove la corresponsabilità comunitaria nel ricercare la volontà di Dio.

Si vuole evidenziare che il nostro modo di cercare insieme le strade per compiere il disegno del Padre (come verrà spiegato nel terzo capoverso) differisce dal processo puramente razionale delle assemblee umane e affonda le sue radici nell'ascolto della Parola di Dio e nella partecipazione alla mensa del Signore.

Richiamandosi esplicitamente a due articoli, che sono sviluppati nel capitolo della preghiera (cf. Cost 87 e 88), viene indicata la maniera con cui la comunità esprime visibilmente e nutre la sua realtà quotidiana di «comunità obbediente».

Ascoltare insieme, nella fede, la Parola di Dio significa accettare di essere insieme «informati» da essa per divenire suoi servitori: «La Parola di Dio... è per noi... luce per conoscere la volontà di Dio e forza

s MB XII, 81. Un commento a questo tema dell'obbedienza «in spirito di comunione» si trova negli Atti del CGS, n. 632.

per vivere in fedeltà la nostra vocazione» (Cost 87). Si potrebbe dire, sotto questo punto di vista, che la comunità è chiamata a imitare l'obbedienza di Maria, prolungandola nella propria vita e azione: «Si compia in me la tua Parola».

Ma l'atto per eccellenza di sottomissione a Dio, la proclamazione più viva della «comune dedizione al divino volere» è la celebrazione dell'Eucaristia. «La comunità vi celebra in pienezza il mistero pasquale» (Cast 88): in spirito di offerta sacerdotale si unisce all'obbedienza perfetta di Cristo «fino alla morte di croce». È il punto d'appoggio vitale per rivivere quest'obbedienza nel concreto dell'esistenza quotidiana ed accettarne le esigenze talvolta crocifiggenti.

Le tre tappe dell'obbedienza comunitaria.

I capoversi terzo, quarto e quinto dell'articolo descrivono le tappe del cammino comunitario per ricercare insieme e compiere corresponsabilmente la volontà del Padre.

Si noti anzitutto l'inciso iniziale: «nelle cose di rilievo». Questa formula suppone che nella vita quotidiana i membri della comunità, ciascuno al proprio posto, eseguiscano il loro compito con competenza e amore, sapendo che ciò corrisponde al volere del Padre. La ricerca comunitaria della volontà del Signore diventa importante sia quando occorre stabilire le grandi direttrici di marcia del cammino della comunità (progetto comunitario), sia quando, in presenza di circostanze nuove, di problemi seri che interessano la comunità in quanto tale o qualcuno dei suoi membri o il lavoro che essa compie, la volontà di Dio non appare subito ed ha bisogno di essere chiarita. È allora che i suoi membri devono, insieme, mostrarsi «docili allo Spirito e attenti ai segni che Egli ci dà» (Cost 64).

E cammino dell'obbedienza comunitaria comprende tre tappe o momenti fra loro strettamente legati.

- La prima tappa è quella della RICERCA, un momento importante in cui si cerca insieme di scoprire i segni della volontà di Dio, che parla alla comunità. Lo strumento privilegiato di tale ricerca è il dialogo comunitario nel quale tutti, animati da spirito costruttivo e in un

clima fraterno, franco e paziente, danno il contributo della propria capacità e competenza, per il bene della comunità e delle persone. È importante che ciascuno sia davvero alla ricerca di ciò che Dio vuole, in atteggiamento interiore di distacco, senza volere ad ogni costo «imporre» la propria idea.

In questa fase il Superiore ha come propria responsabilità l'animazione. Egli, dice il testo della Regola, «ascolta i confratelli, stimola la partecipazione di tutti e promuove l'unione delle volontà nella fede e nella carità». Egli deve servire la comunità, aiutandola ad esprimersi in un dialogo reale, ma nello stesso tempo orientandola perché anche nella ricerca mantenga la comunione e l'unità, che sono essenziali alla sua vita.

--- La seconda tappa è quella della DECISIONE. «Normalmente essa emergerà dalla convergenza delle vedute», dicono le Costituzioni. «Normalmente»: infatti, se tutti gli elementi della comunione fraterna entrano in gioco (medesimo spirito, medesima sollecitudine del bene comune, medesimo zelo pastorale diretto a raggiungere una reale efficacia apostolica), è normale che le eventuali divergenze di partenza a poco a poco si riducano. In questo movimento verso l'unità, come già sopra si accennava, il Superiore ha la sua parte da compiere: guidare i suoi confratelli, educarli a uno sguardo di fede;' orientare e far convergere al massimo la diversità dei pareri: in questo caso la sua ultima parola sarà il naturale suggello della convergenza delle idee .4

Tuttavia, quando sarà necessario, egli interverrà in virtù della sua autorità a prendere le opportune decisioni per il bene della comunità e della sua missione, tenendo conto il più possibile del parere di tutti, ma senza essere legato da una maggioranza. Su questo punto il testo si ispira chiaramente al decreto «Perfectae caritatis»: «I Superiori ascoltino volentieri i religiosi e promuovano l'unione delle loro forze per il bene dell'Istituto e della Chiesa, pur rimanendo ferma la loro autorità di decidere e di comandare ciò che si deve fare»,5

Scrive Paolo VI nella Esortazione apostolica Evangelica testificatio: «É dovere di ciascuno, ma particolarmente dei Superiori e di quanti esercitano una responsabilità tra i loro fratelli o le loro sorelle, risvegliare nelle comunità le certezze della fede che devono guidarli» (ET, 25). Cf. CGS, 635

' PC, 14; cf. anche ET, 25

- Viene allora la terza tappa, quella della ESECUZIONE. Qui in modo del tutto speciale entra in gioco la leale corresponsabilità nell'obbedienza. Scrivono gli Atti del CGS: «Nel momento dell'esecuzione l'obbedienza si impegna concretamente, suscitando la ricchezza delle iniziative personali e la generosità del sacrificio, Liberamente, responsabilmente, attivamente la comunità tutta, o il singolo interessato, entrano nell'adesione al Padre con i fatti, ossia con il compimento di ciò che è stato deciso. Lo fanno nel nome della fede sempre, ma soprattutto nei casi in cui la decisione diverge dai pareri personali. Lo fanno con l'intelligenza e con il cuore, lo fanno con lealtà e con responsabilità, prendendo le iniziative convenienti nell'ambito delle direttive date, in una collaborazione piena e cordiale, in un clima di famiglia unita nell'amore, anche nel lavoro molteplice. Mentre i casi di decisione comunitaria si presentano in alcune particolari situazioni, la fase dell'esecuzione sarà il campo quotidiano della virtù dell'obbedienza».'

L'art. 123 delle Costituzioni , tra i principi e criteri che devono guidare la vita e l'azione della comunità, ricorderà esplicitamente la «partecipazione corresponsabile di tutti», applicata concretamente alle fasi di elaborazione delle decisioni, di esecuzione e di verifica: è il modo con cui la comunità obbediente è attenta a compiere la volontà del Signore per la realizzazione della missione.

O Dio nostro Padre,

che nell'ascolto della Tua Parola

• nella comunione all'unico Pane eucaristico

ci doni le sorgenti della vera coesione tra noi.

fa' che impariamo a cercare insieme ciò che Tu vuoi da noi.

Concedici di accogliere con fede le decisioni dei nostri Superiori,

•  di realizzarle con amore,

perché la nostra vita d'obbedienza sia strumento della salvezza nostra

•   di coloro che Tu ci hai affidato. Per Cristo nostro Signore.

6 CGS, 637

ART. 67   OBBEDIENZA PERSONALE E LIBERTA’

 

 

Il salesiano è chiamato ad obbedire con spirito libero e responsabile, impegnando le sue «forze di intelligenza e di volontà, i doni di natura e di grazia».'

Obbedisce con fede e riconosce nel superiore un aiuto e un segno che Dio gli offre per manifestare la sua volontà.

Questa obbedienza «conduce alla maturità facendo crescere la libertà dei figli di Dio?

' PC, 14

2 PC, 14

Tre articoli (67. 68. 69) sono dedicati a descrivere gli impegni e le caratteristiche dell'obbedienza personale: essi vanno letti e meditati alla luce degli orientamenti già indicati trattando del significato evangelico e dello stile salesiano dell'obbedienza.

In questo art. 67 sono proposti alcuni atteggiamenti fondamentali, che permettono di obbedire con quella disponibilità e prontezza che si addicono al salesiano. Si riconoscono facilmente due linee di esigenze: il salesiano obbedisce con la responsabilità di un uomo adulto e con la fede di un credente convinto.

Obbedienza di uomini liberi e responsabili.

La prima parte dell'articolo si ispira, anche letteralmente, al decreto «Perfectae caritatis», che esorta in questo modo i religiosi e i loro Superiori: «I religiosi, in spirito di fede e di amore verso la volontà di Dio, secondo quanto prescrivono la Regola e le Costituzioni, prestino umile ossequio ai loro Superiori col mettere a disposizione tanto le energie della mente e della volontà quanto i doni di grazia e di natura... I Superiori poi governino come figli quelli che sono loro sottomessi, con rispetto della persona umana e facendo sì che la loro sottomissione sia volontaria... (Li) guidino in maniera tale che questi, nell'assolvere i propri compiti e nell'intraprendere iniziative, cooperino con un'obbedienza fattiva e responsabile»,'

PC, 14

II testo del Concilio fa vedere che nella vera obbedienza entrano in gioco grandi valori e virtù umane, che vengono da essa sviluppate.

Il primo valore è la libertà. Contrariamente a una certa opinione corrente, che vede nell'obbedienza una virtù da bambini, si deve affermare che l'obbedienza religiosa in realtà è una virtù da adulti, incompatibile con una psicologia da minorenni. Obbedire è un atto di autonomia personale che consiste nel dire interiormente sì a una determinazione, accettata per realizzare la propria vita in Cristo.2 Il salesiano obbedisce dunque «con spirito libero», cioè da uomo libero, che conosce le ragioni della sua obbedienza. Così scrive Giovanni Paolo II: «Ricordate, cari fratelli e sorelle, che l'obbedienza a cui vi siete impegnati... è una particolare espressione della libertà interiore, così come definitiva espressione della libertà di Cristo fu la sua obbedienza `fino alla morte': `Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso' (Gv 10,17-I8)».3

La seconda qualità umana è il senso di responsabilità ricco di iniziativa. Effettivamente si tratta di una ulteriore forma di esercizio della libertà, che accetta il mandato ricevuto condividendone la responsabilità insieme con i fratelli e lo trasforma in compito personale, dedicandovisi con tutte le energie e rifiutando ogni atteggiamento passivo o meccanico.

Se è vero che nell'iniziativa occorre l'obbedienza, è altrettanto vero che l'obbedienza è avvalorata dallo spirito di iniziativa. , questo un aspetto dello spirito salesiano, secondo quanto è stato espresso nell'art. 19. Don Albera osservava: «(Bisogna) congiungere lo spirito di personale iniziativa con la debita sottomissione al Superiore: da questo spirito appunto la nostra Società ritrae quella geniale modernità che le rende possibile di fare il bene richiesto dalle necessità dei tempi e dei luoghi» .4 Anche don Caviglia, parlando dello stile di obbedienza a cui Don Bosco ha voluto educare i suoi figli, acutamente osserva che egli «concepì sì una Congregazione religiosa coi tre voti semplici, ma la

x Scrive il CGS: «L'obbedienza non sarà un atto infantile, ma un atteggiamento da adulti; non una rinuncia alla volontà e alla personalità, ma il volere fortemente il compiersi della volontà divina, preferendola ai propri desideri. È questa la via della vera liberazione dell'uomo (cf. CGS, 639).

' RD, 13

° D. ALBERA, Circolare sulle vocazioni 15         ACS n. 4 p, 201 (LetI, circolari, p. 499)

volle composta e, per così dire, materiata di uomini vivi e pensanti, e capaci di movimento spontaneo. Il lavoro compiuto e da compiersi nella sua istituzione è tale per quantità e per indole, che non può concepirsi senza libero moto individuale, ed è inconciliabile con una forma di vivere che, se in altre condizioni è meritoria al cospetto di Dio, in questa diventerebbe una soggezione e un inceppamento nell'operare».s

Obbedienza radicata nella fede.

La qualità soprannaturale dell'obbedienza che include le altre e che avvalora le stesse qualità umane, rendendole maggiormente dinamiche, è evidentemente la fede. Tutti gli articoli della sezione lo affermano o implicitamente lo suppongono. Chi volesse regolare la propria obbedienza soltanto in base a ragionamenti umani non riuscirà a obbedire liberamente e con convinzione per lungo tempo. Infatti l'amore che spinge a cercare appassionatamente la volontà di Dio ed a compierla con tutto il cuore, seguendo la via tracciata da Gesù, nasce dalla fede, che fa scoprire e gustare la presenza dello Spirito e la gioia di affidare completamente al Padre la propria vita.

In concreto - ci dice la Regola - la fede fa riconoscere nel Superiore, al di là dei suoi limiti e difetti umani, «un aiuto e un segno che Dio ci offre per manifestare la sua volontà».

Questa fede, che anima l'obbedienza, è ricca di umiltà, sull'esempio di Gesù Cristo, servo obbediente, mite e umile di cuore, e di Maria, l'umile ancella del Signore. Non è fuori luogo ricordare che umiltà e obbedienza vanno sempre insieme 6

Così il salesiano cresce nella santità.

Il capoverso che chiude l'articolo riprende il testo dei decreto «Perfectae caritatis», già citato all'inizio, sottolineando la capacità propria dell'obbedienza di far maturare la persona, sia umanamente che cri-

A. CAVIGLIA, Don Bosco - Profilo storico, SEI Torino 1934 (2a, ed.), p. 168-169

° Leggiamo nelle Memorie Biografiche: 'L'edificio della santificazione dovrà avere per fondamento l'umiltà, per fabbrica l'ubbidienza, per tetto 1'orazionen (MB X, 1286).

stianamente. Scrive il Concilio: «Così l'obbedienza religiosa, lungi dal diminuire la dignità della persona umana, la conduce alla maturità, facendo crescere la libertà dei figli di Dio» .7 Anche la Costituzione «Lumen Gentium» parla di una «libertà corroborata dall'obbedienza».$

L'obbedienza apre la strada a una libertà sempre più piena, perché schiude le vie dello Spirito, che è perfetta libertà. E così, guidato dallo Spirito, il salesiano matura nella sua umanità e nella statura di figlio di Dio, conformandosi sempre più a Cristo Signore. Possiamo ricordare le parole scritte sui raggi del diamante dell'obbedienza: «È la base e il coronamento dell'edificio della santità».9 Guidandoci verso la santità, l'obbedienza ci conduce alla realizzazione più completa della nostra personalità e alla felicità vera e duratura.

0 Signore, concedi a noi

che la nostra obbedienza

sia sempre un atto di intelligenza, di libertà e di responsabilità, e insieme un atto di fede viva,

che ci permette di riconoscere nel Superiore un segno e un aiuto che Tu ci offri per conoscere la Tua volontà.

Attraverso l'umile omaggio del nostro cuore obbediente fa' che percorriamo le Tue vie per giungere alla perfetta libertà dei figli, conformi all'immagine del tuo Figlio, Uomo perfetto e nostro Salvatore, che vive e regna nei secoli dei secoli.

PC, 14

 " LG, 43; cf. ET, 27 MB XV, 184

 

ART. 68 ESIGENZE DEL VOTO DI OBBEDIENZA

Con il voto di obbedienza il salesiano si impegna ad obbedire ai legittimi superiori nelle cose riguardanti l'osservanza delle Costituzioni.'

Quando un precetto è dato espressamente in forza dei voto di obbedienza, l'obbligo di obbedire è grave. Soltanto i superiori maggiori e i direttori possono dare tale precetto; ma lo facciano raramente, per iscritto o davanti a due testi  moni, e solo quando lo richiede qualche grave ragione2

cf. CI[:, can. 601 ' cf. CIC, can. 4955

Questo articolo esprime, anche da un punto di vista giuridico, gli impegni di obbedienza che il salesiano assume con voto davanti a Dio nel giorno della sua professione: la materia esposta viene desunta dalla nostra tradizione costituzionale antecedente e dalle indicazioni del Codice di diritto canonico.'

Si può osservare che l'articolo parla sia degli impegni del religioso chiamato ad obbedire, sia dei doveri del Superiore incaricato di comandare (sottomesso però anche lui ad un Superiore ed alla Regola).

La vita del salesiano nel segno dell'obbedienza.

Il capoverso iniziale presenta lo specifico dell'obbedienza, cui il salesiano si obbliga con voto: se infatti è vero che tutta la sua vita di consacrato-apostolo si svolge sotto il segno dell'obbedienza, ad imitazione di Gesù Cristo (cf. Cost 64), il voto che egli fa a Dio riguarda espressamente la sottomissione della sua volontà «ai legittimi superiori nelle cose riguardanti l'osservanza delle Costituzioni».2

' Nei testi delle Costituzioni scritte dal nostro Fondatore le precisazioni canoniche sul precetto di obbedienza sì trovano dalla prima bozza del 1858 fino al secondo testo a stampa del 1873; non sono presentì, invece, nell'edizione approvata nel 1874 (cf. F. MOTPO, p. 92.95). Le prescrizioni canoniche furono riprese nelle edizioni seguenti; in particolare si possono confrontare gli articoli 41 e 42 delle Costituzioni del 1966, i cui contenuti sostanziali sono riassunti in questo articolo del testo del 1984.

2 Il can. 601 del CIC esprime in questo modo l'oggetto del voto di obbedienza: «Il consiglio evangelico dell'obbedienza, accolto con spirito di fede e di amare per seguire Cristo obbediente fino

L'obbedienza a Dio da parte del religioso, come già è stato accennato nei precedenti articoli, passa attraverso la mediazione di un fratello, che nella comunità è scelto per esercitare il ministero dell'autorità; essa inoltre vincola strettamente al progetto apostolico dell'Istituto, espresso nelle Costituzioni, approvate dalla Chiesa come una via evangelica e come un mezzo per realizzare la missione voluta dallo Spirito. Facendo voto di obbedienza, il salesiano si impegna a cercare nel progetto apostolico della Società la volontà di Dio, sottomettendosi liberamente alla guida di un Superiore, che riconosce come «rappresentante di Dio» (Cast 66).3

Come si vede, l'ambito del voto è assai ampio: esso abbraccia tutta la vita consacrata del salesiano per il compimento della missione affidata dal Signore e descritta nella Regola. È precisamente quello che ciascuno ha promesso a Dio nella sua professione: «faccio voto di vivere obbediente, povero e casto, secondo la via evangelica tracciata nelle Costituzioni salesiane» (Cast 24).

Momenti nei quali il salesiano è chiamato più esplicitamente ad assumere l'obbedienza di Gesù.

Dopo aver proposto la visione globale dell'impegno assunto con la professione, il secondo capoverso dell'articolo intende precisare i momenti nei quali il voto di obbedienza vincola gravemente davanti a Dio, davanti alla Chiesa e alla Congregazione. Occorre, dice il testo, che il precetto sia dato formalmente, cioè «espressamente in forza del voto»: le condizioni esterne, che vengono indicate («per iscritto o davanti a due testimoni») manifestano più chiaramente l'intenzione del Superiore di comandare. Si avverte, in questa materia, una giusta preoccupazione di chiarezza giuridica, per la tranquillità delle coscienze: ciò è ispirato dal Codice di diritto canonico,4 ma anche da quanto già Don Bosco aveva scritto in una delle prime edizioni delle Costituzioni: «L'os-

alla morte, obbliga a sottomettere la volontà ai Superiori legittimi, guadi rappresernanri di Dio, quando comandano secondo le proprie Cosiituzioni~.

3 Cf. PC, 14

° Cf. CIC, can. 49 e seguenti: sono espresse alcune condizioni per la validità di un «decreto» o precetto» dato ad una singola persona.

servanza di questo voto non s'intende obbligare sotto pena di colpa se non in quelle cose che sono contrarie ai comandamenti di Dio e di santa Madre Chiesa od alle disposizioni dei Superiori con obbligo speciale di obbedienza».5

Riferendosi ai Superiori, il testo dice chi sono i «Superiori legittimi», cioè quelli che possono vincolare «in forza del voto». Essi sono «i Superiori maggiori», cioè il Rettor Maggiore e il suo Vicario, gli Ispettori e i loro Vicari, e i «Direttori» nelle singole comunità.

Ritorna in questo punto delicato il discorso - già accennato nell'art. 65 -- della discrezione e prudenza dei Superiori nel ricorrere al precetto formale di obbedienza: «lo facciano raramente, e solo quando lo richiede qualche grave ragione». Il testo vuol sottolineare che il salesiano, avendo offerto a Dio la sua volontà per «rivivere l'obbedienza di Cristo», ordinariamente non ha bisogno di comandi formali: il suo dinamismo interiore lo porta a cercare dappertutto e sempre ciò che piace a Dio.

La perfezione dell'obbedienza salesiana, secondo don Rinaldi, è che «il Superiore non abbia neppure bisogno di comandare»,6 ma che ognuno generosamente si presti per il bene della comunità e dei giovani.

Al di sopra di tutte le precisazioni canoniche, proposte dall'articolo, rimane il fatto fondamentale, ben espresso anche negli articoli precedenti: con la professione di obbedienza il salesiano «si impegna» liberamente e con gioia (cf. Cost 65. 67) e si rende disponibile a cercare e compiere in tutto la volontà di Dio, ad imitazione di Gesù e per la salvezza dei giovani.

s Costi(uzioni 1860, cap III, 3 (cf. F. MOTTO p. 94)

D. RINALDI, Lettera per il 50' dell'approvazione delle Costituzìpni, ACS n. 23, 24 gennaio 1924, p. 179.

O Padre, che ci hai condotti nel Tuo Spirito a offrire per il Tuo servizio la nostra libertà nel voto della santa obbedienza,

aiutaci a viverlo come sacrificio a Te gradito nell'umile sottomissione ai fratelli che Ti rappresentano in mezzo a noi,

e nella fedele osservanza delle nostre Costituzioni, per il bene della comunità e dei nostri giovani. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

ART. 69   DONI PERSONALI E OBBEDIENZA

 

Ognuno mette capacità e doni al servizio della missione comune.

Il superiore, aiutato dalla comunità, ha una speciale responsabilità nel discernere questi doni, nel favorirne lo sviluppo e il retto esercizio.

Se le necessità concrete della carità e dell'apostolato esigono il sacrificio di desideri e progetti in sé legittimi, il confratello accetta con fede ciò che l'obbedienza gli chiede, pur potendo sempre ricorrere all'autorità superiore.

Per assumere incarichi o uffici, oltre quelli che gli sono assegnati nella comunità, domanda l'autorizzazione del legittimo superiore.'

' cf. CIC, can. 671

Questo terzo articolo sul comportamento della persona che obbedisce tocca il problema dell'accordo tra l'esercizio dei doni personali e gli impegni propri dell'obbedienza.

Si può facilmente scoprire, nello svolgimento del tema, una duplice linea della riflessione di fede: i doni e carismi personali sono una grande ricchezza per il servizio della missione; ci sono tuttavia necessità o circostanze che possono richiederne il sacrificio per il bene della comunità e dei giovani.

L'obbedienza nell'esercizio dei doni personali.

I primi due capoversi vogliono mettere in rilievo che l'obbedienza salesiana, inserita nell'obbedienza redentrice di Cristo, pur comportando un'effettiva rinuncia, non deve essere identificata con il sacrificio delle capacità personali.

«Ognuno mette capacità e doni al servizio della missione comune», dice la Regola. Nello sviluppo ordinario della vocazione, l'obbedienza non si oppone ai talenti che Dio ha dato a ciascuno, anzi li assume, li valorizza e li santifica «per i.l servizio della missione comune». Non va dimenticato ciò che asseriva l'art. 22, che cioè ognuno riceve da Dio doni personali per rispondere alla vocazione, si che questi doni (di natura e di grazia) rappresentano uno dei segni della chiamata del Signore a servirLo nella Società salesiana.

Per quanto riguarda poi la nostra storia, pensiamo a come Don Bosco seppe valorizzare i doni di ogni confratello per costruire un corpo unito e per dar vita - con l'aiuto di Dio - a imprese che oggi ci appaiono gigantesche. Riferendosi, in particolare, alla cura che i Superiori devono avere nei confronti dei confratelli, egli scriveva nella Introduzione alle Costituzioni, parlando del rendiconto: «I sudditi aprono il loro cuore... e i Superiori possono conoscere le (loro) forze fisiche e morali e in conseguenza dare loro gli incarichi più adatti». 1

Il testo della Regola si ferma appunto a precisare la responsabilità cha ha il Superiore, «aiutato dalla comunità», {nel discernere questi doni, nel favorirne lo sviluppo e il loro retto esercizio».

Occorre, anzitutto, precisare che i «doni» di cui si parla non sono solo le attitudini, doti e capacità naturali, ma anche i «doni particolari» dello Spirito che Egli distribuisce in vista del bene comune e di un servizio apostolico più ricco e fecondo: si tratta cioè anche dei veri e propri «carismi» di cui parla l'Apostolo Paolo, dati per l'utilità di tutti.

Ciò premesso, la responsabilità del Superiore e della stessa comunità si basa su un principio di natura ecclesiale, ma anche su considerazioni di ordine psicologico. Da un punto di vista umano, in primo luogo, non va dimenticato che il salesiano è un educatore che deve trovarsi a suo agio tra i giovani e portare un contributo competente all'insieme del compito apostolico. L chiaro che l'efficacia del suo influsso e del suo lavoro esige che siano sfruttate le sue risorse migliori.

Ma è soprattutto alla luce della Scrittura e del Magistero ecclesiale a che si comprende il dovere dei Superiori di «scoprire» i carismi, riconoscerli con gratitudine, favorirne lo sviluppo, regolandone il buon uso. Il testo della Regola deve essere interpretato nel suo significato più genuino: esso esprime la preoccupazione di regolare i carismi per il bene comune, valorizzandoli nel senso autentico di un servizio alla comunità.

In questo contesto si colloca bene l'art. 173 dei Regolamenti generali che, parlando dei compiti del Direttore, traduce in direttive prati

' O. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Dei rendiconti e della loro importanza; cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 231

2 Sui doni deI1(3 S13irito o carismi si veda, in particolare, Rio 12,6ss e il cap. 12 di i Co r. Nei documenti dei V;iei, ano 11 si veda, LG, 4. 7. 12. 30; AG, 4. Si veda anche ET, 28; MR, 12

che i principi del testo costituzionale: «Renda effettiva la corresponsabilità e la collaborazione dei confratelli secondo lo spirito di famiglia voluto da Don Bosco. Rispetti le competenze favorendo, in un clima di sana libertà, l'esplicazione delle attitudini e doti personali, per il raggiungimento del fine comune».

Un'ultima osservazione: come già si è accennato, la Regola mette in evidenza anche la responsabilità che spetta all'intera comunità nel discernere e valorizzare i carismi: essa deve aiutare il Superiore nel ruolo che gli è proprio: tale compito rientra in quel processo di ricerca comunitaria della volontà di Dio, che si manifesta anche attraverso i doni particolari fatti ai confratelli. Rileggiamo, sotto la specifica angolatura dell'obbedienza, l'esigenza di condivisione fraterna e di partecipazione responsabile che caratterizza la comunità apostolica, cui in primo luogo viene affidata l'attuazione della missione (cf. Cost 44. 51. 66. 123).

L'obbedienza può richiedere il sacrificio di progetti personali.

Dopo aver considerato l'obbedienza del religioso nella condizione più usuale, il testo presenta la dottrina dell'obbedienza cristiana nel suo aspetto più sconvolgente. La medesima parola della Scrittura (e, per noi, la parola e l'esempio di Don Bosco) che giustifica la valorizzazione dei doni personali, e cioè il servizio apostolico compiuto a una comunità, ne giustifica talvolta il sacrificio. Doni e progetti personali non sono un assoluto. Per il cristiano, e tanto più per il religioso, assoluto è solo il disegno di Dio, la sua volontà: per noi tale volontà è letta, dice la Regola, attraverso «le necessità concrete della carità e dell'apostolato».

È facile capire quanto sia delicato il compito di un Superiore quando deve imporre una rinuncia per il bene e la missione della comunità. Gli Atti del CGS parlano di un «dialogo aperto e paziente», che deve accompagnare il discernimento del Superiore.'

Da parte sua anche il confratello deve compiere un cammino sincero di discernimento per scoprire il disegno di Dio nei suoi riguardi.

' CF. CGS, 640-641; c€L anche la riflessione di Paolo VI su Coscienza e obbedienza» in ET, 28.

Se l'ordine del Superiore non gli sembrasse conforme alla volontà del Signore, la Regola - in sintonia con le disposizioni della Chiesa - gli riconosce «la possibilità di ricorrere all'autorità superiore».

Ma il testo vuole soprattutto mettere in risalto che al fondo della sua obbedienza (se è autentica) deve sempre rimanere nel religioso la disponibilità alla rinuncia, Un religioso, sia o no salesiano, non deve meravigliarsi che, almeno in certe circostanze, l'obbedienza gli riesca dolorosa. Egli, infatti, ha offerto a Dio la sua volontà, rivivendo l'obbedienza del Cristo. Il suo riferimento va quindi a Gesù, che rinuncia a cercare «la propria gloria», cioè la strada di una sua personale realizzazione e si inserisce totalmente nella volontà del Padre: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato... Non sono io che cerco la mia gloria, ma la attendo dal Padre. Sono certo che Egli me la darà» (cf. Gv 4,34; 8,54). Ai suoi discepoli non nasconde che questa è la strada che dovranno percorrere: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24),

L'obbedienza al disegno di Dio può attraversare i propri piani, impedire la realizzazione di alcune aspirazioni o progetti personali, anche legittimi, in qualche circostanza può sembrare che contrasti con quelli che si possono chiamare «diritti» umani. Per realizzare il piano di Dio l'obbedienza può sembrare talvolta una sconfitta, come fu quella della croce! L'ora della rinuncia (e dell'apparente sconfitta) è l'ora della verità per chi obbedisce. Lo stesso nostro Padre Don Bosco ci ripete: «Ciascheduno sia disposto a fare grandi sacrifici di volontà» .4

L'ultimo capoverso dell'articolo, rifacendosi direttamente al Codice di diritto canonico,' riporta una norma pratica di applicazione dei principi esposti: l'accettazione di eventuali incarichi o uffici, che nascono da progetti al di fuori del piano comunitario, deve essere sottoposta al legittimo Superiore, che dovrà appunto discernere (aiutato dalla comunità) il servizio reso da tali impegni nella luce della missione educativa e apostolica della comunità.

Molto concretamente viene ricordato ancora che l'obbedienza ci inserisce in un progetto comunitario e che tutti i doni che il Signore ci

4 MB VII, 47

' Il can. 671 del CIC dice: SII rei igioso non si assuma incarichi o uffici fuori del proprio Istituto senza la licenza del Legittimo Superiore

ha dato per realizzare la nostra vocazione sono al servizio della missione comune (cf. Cost 44).

 

 

Donaci, o Padre santo, uno sguardo limpido,

capace di vedere nei nostri Superiori e nelle loro direttive un segno del Tuo disegno di amore; e aiutaci a crescere nella disponibilità a sacrificare, secondo la Tua volontà, desideri e interessi personali, per divenire più simili al Tuo Figlio nel dono totale di noi stessi

per la salvezza dei nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.

ART. 70 COLLOQUIO CON IL SUPERIORE

Fedele alla raccomandazione di Don Bosco, ogni confratello s'incontra fre. quentemente con il proprio superiore in un colloquio fraterno.

fE un momento privilegiato di dialogo per il bene proprio e per il buon andamento della comunità.

In esso parla con confidenza della sua vita e attività e, se lo desidera, anche della sua situazione di coscienza.

Questo articolo tratta di un argomento di grande importanza nella vita salesiana, che riguarda i rapporti personali del confratello con il suo Superiore e nello stesso tempo è di grande aiuto per la crescita della comunità. Si può osservare che il tema del colloquio fraterno fu oggetto di riflessione e di approfondimento in tutti gli ultimi Capitoli generali;' in particolare la sua collocazione nel contesto dell'obbedienza salesiana fu opportunamente motivata: pur essendo un mezzo che favorisce grandemente la vita comunitaria, si è preferito conservare la trattazione del colloquio in questa sezione sia per rispettare una tradizione che risale a Don Bosco,' sia perché il colloquio è uno strumento che contribuisce efficacemente a discernere la volontà di Dio.

La brevità dell'articolo, che riassume due lunghi articoli delle Costituzione anteriori al 1972,3 contiene una grande ricchezza, di cui vogliamo cogliere gli aspetti più significativi.

' Si ricorda, in particolare, che il CGS, raccogliendo le riflessioni pervenute dall'intera Congregazione, ha provveduto ad una prima stesura rinnovata dell'articolo costituzionale. Il CG2I, attraverso un successivo approfondimento del tema, ha introdotto un nuovo articolo regolamentare sull'argomento, riprendendo i contenuti fondamentali della Introduzione alle Costituzioni di Don Bosco (cf. CG2I, 435-436). 1 CG22 ha portato a conclusione la revisione del testo delle

Costituzioni e dei Regolamenti definendo in modo più completo le finalità e i contenuti del colloquia.

z In tutti i manoscritti delle successive stesure del testo delle Costituzioni di Don Bosco c pre. sente un articolo sul colloquio con il Superiore nei capitolo che tratta dell'obbedienza: cf. P.

MOTTO, CosutuZioni della Società di san Francesco di Sales 1858-1875, p. 96. Cf. Costituzioni 1966, art. 47-48

Un aiuto spirituale tipicamente salesiano.

L'articolo delle Costituzioni incomincia con un'affermazione importante - «Fedele alla raccomandazione di Don Bosco» - che fonda la pratica del colloquio fraterno sull'insegnamento e sulla prassi del Fondatore. Sappiamo infatti che si tratta di un impegno sul quale il nostro Padre insisteva frequentemente, al punto che possiamo asserire che esso è uno degli elementi caratteristici dello spirito salesiano. Per Don Bosco il colloquio appartiene alle «norme fondamentali delle Case salesiane»; 4 è «la chiave di ogni ordine e di ogni moralità»; s è perciò un dovere che i Direttori devono assolvere con la massima diligenza.°

Già nel primo schema delle Costituzioni Don Bosco aveva previsto un articolo sulla totale confidenza col Superiore, cui si deve aprire il cuore senza nulla nascondergli; 7 lo si ritrova nel testo approvato dalla Sede Apostolica nel 1874, con importanti ritocchi che concentrano il contenuto soprattutto sulla «vita esterna». Ma per avere il pensiero genuino di Don Bosco su questo punto della vita salesiana, è utile rileggere ciò che egli ha scritto nel 1877 per la seconda edizione della Introduzione alle Costituzioni, nel capitoletto su «I rendiconti e la loro importanza»- Al di là delle precisazioni concrete, che vi sono riportate, quelle pagine sono un meraviglioso inno alla totale confidenza verso il Superiore, descrivendo la natura vera del colloquio e il clima in cui deve svolgersi.

La «confidenza» è appunto il clima salesiano in cui unicamente può svolgersi il colloquio, e che viene sottolineata dal testo attuale delle Costituzioni; tale confidenza è messa in rilievo dallo stesso nome che il CGS ha voluto dare a questo incontro tra il confratello c il suo Superiore: «colloquio fraterno». Non si tratta certamente della semplice

4 MB X, 1052

5 MB XI, 354

6 Cf. MB XI, 346 e 354-355; cf, anche X, 1048 e 1118; XII, 60-61

7 L'art. 7 dei cap. III delle Costituzioni del 1858 suona così: Ognuno abbia grande confidenza nel superiore, nìun segreto del cuore si conservi verso di lui. Gli tenga sempre la sua coscienza aperta ogni qualvolta ne sia richiesto od egli stesso ne conosca iI bisogno». Nelle Costituzioni del 1875 l'articolo (III, 4) è così modificato: Ognuno abbia somma confidenza nel suo superiore; sarà perciò di grande giovamento ai soci il rendere di tratto in tratto conta della vita esteriore ai primari superiori della Congregazione. Ciascheduna loro manifesti con semplicità e prontezza le mancanze esteriori commesse contro le regole, ed anche il suo profitto nelle virtù, affinchè possa riceverne consigli e conforti, e, se farà d'uopo, anche le convenienti ammonizioni (cf. F, MOTTO, p. 96-97).

conversazione tra amici, perché il suo contenuto interessa la vita stessa e la missione della comunità; è l'incontro di un fratello con colui che rappresenta Don Bosco e al quale egli offre la sua confidenza per il bene proprio c della comunità. Da parte sua il Superiore, che riceve la confidenza del confratello, in questo momento più che in ogni altro è «l'amico, il fratello e il padre», come già si è osservato (Cf. Cost 55 e 65).

In questo clima si comprende la bella definizione del colloquio data dal testo costituzionale: «un momento privilegiato di dialogo».

Finalità e vantaggi del colloquio fraterno.

Don Bosco ha sempre assegnato al colloquio, che allora si chiamava «rendiconto», un duplice scopo, in riferimento a due principali vantaggi che si ricavano dalla sua pratica regolare. Le Costituzioni riassumono il pensiero del nostro Padre con una breve ricchissima espressione: il salesiano ama incontrarsi col suo Superiore «per il bene proprio e per il buon andamento della comunità».

Anzitutto il colloquio ha di mira il «bene proprio» del singolo confratello. Nella sua Introduzione alle Costituzioni Don Bosco, dopo aver affermato in generale che il «rendiconto» giova alla «pace e felicità dei singoli soci», ne elenca i numerosi vantaggi: «...si trovano alleggerite le pene interne; cessano le ansietà, che si avrebbero nel compiere i propri doveri; ed i Superiori possono prendere i provvedimenti necessari, affinché si eviti ogni disgusto, ogni malcontento; possono altresì conoscere le forze fisiche e morali dei loro soggetti ed in conseguenza dare loro gli incarichi più adatti... Ogni confratello sappia che, se li farà bene (i «rendiconti») con tutta schiettezza e umiltà, ne troverà un grande sollievo pel suo cuore, un aiuto potente per progredire nella virtù ... ».11

Il secondo scopo e conseguente vantaggio del colloquio è «il buon andamento della comunità». «Ragione della importanza della schiettezza e confidenza verso i Superiori - scrive ancora Don Bosco - si è perché questi possano meglio ordinare e provvedere quel che conviene

s D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Dei rendiconti e della loro importanza; Cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 230-233

al corpo universale della Congregazione, del cui bene ed onore, insieme con quello di ognuno, essi sono obbligati ad aver cura».9

Il Superiore è potentemente aiutato, nel suo compito di primo responsabile, dalla miglior conoscenza che viene ad avere dai suoi confratelli. Il confratello comprenderà perciò che il suo «rendiconto» è un reale servizio che egli rende al Superiore e all'intera comunità.

Contenuti del colloquio.

Sono espressi dal terzo capoverso dell'articolo: «in esso parla con confidenza della sua vita e attività e, se lo desidera, anche della sua situazione di coscienza».

Vi è, dunque, un contenuto del colloquio stabilito dalla Regola e che, secondo la nostra tradizione, riguarda la vita e l'attività del confratello. Il suo significato è ampiamente spiegato da un articolo dei Regolamenti generali, che riprende in sintesi gli argomenti indicati da Don Bosco nella Introduzione alle Costituzioni: «In un clima di fiducia ogni confratello si incontri frequentemente con il Direttore e gli manifesti lo stato della propria salute, l'andamento del lavoro apostolico, le difficoltà che incontra nella vita religiosa e nella carità fraterna, e tutto ciò che può contribuire al bene dei singoli e della comunità» (Reg 49). Come si nota, rientra nei contenuti del colloquio tutto ciò che riguarda la vita concreta del confratello: vita personale, vita comunitaria, vita apostolica. È chiaro che il senso di responsabilità e l'iniziativa personale sono chiamate in causa per arricchire il dialogo e farne un vero strumento di crescita.

La Regola propone poi un contenuto, che è lasciato alla libertà del singolo confratello: è «la situazione di coscienza», espressione che si riferisce alla interiorità della vita nello Spirito e che l'art. 47 delle Costituzioni del 1966 spiegava così: «il profitto nelle virtù, i dubbi e le ansietà di coscienza». Il Superiore non è ordinariamente il confessore, ma secondo l'art. 55 rientra pefettamente nei suoi compiti quello di essere «guida spirituale» : egli deve aiutare ciascuno a «realizzare la propria vocazione personale». Tuttavia, soprattutto in questo campo, le Costituzioni vogliono che sia salvaguardata la libertà di ciascuno.

' D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni. Le,

Frequenza del colloquio.

Circa la frequenza del colloquio, le Costituzioni anteriori al CGS dicevano che il salesiano incontra il Superiore «almeno una volta al mese», norma che troviamo già raccomandata da Don Bosco nella Introduzione alle Costituzioni.` I Capitoli generali XX, XXI e XXII hanno voluto fare appello a una maggiore libertà interiore dei confratelli. Essi non hanno fissato una scadenza precisa per la frequenza del colloquio: hanno utilizzato solo l'avverbio «frequentemente» sia nell'articolo delle Costituzioni che in quello corrispondente dei Regolamenti già citato. 1~ chiaro, tuttavia, che il testo dell'articolo non vuole sminuire l'importanza di un incontro sufficientemente regolare del confratello con il suo Superiore: spetta alla responsabilità degli stessi confratelli e dei Superiori stabilire i ritmi opportuni perché questa regolarità si realizzi efficacemente.

Osserviamo come, in questa materia, i Capitoli generali hanno creduto bene di sottolineare la speciale importanza che riveste il colloquio per i giovani confratelli nel periodo della loro formazione iniziale: per essi infatti hanno stabilito una norma più precisa nell'art, 70 dei Regolamenti generali, ove si dice che essi lo faranno «una volta al mese».

Concludiamo con due ulteriori brevi riflessioni.

In primo luogo, poiché il colloquio è un «dialogo», è chiaro che la sua riuscita non dipende solo dal confratello, ma molto anche dal Superiore, dalla sua personalità umana e spirituale, dalla sua disponibilità e bontà, dalla sua competenza: l'ars. 49 dei Regolamenti, già citato, ricorda questo come uno dei «principali doveri» del Direttore.

In secondo luogo, si deve tener presente che il colloquio si realizza all'interno di una comunità fraterna, dove esistono forme di dialogo comunitario, dalle quali è fortemente avvantaggiata anche la vita dei singoli confratelli. Se da una parte ciò porta a considerare che il colloquio con il Superiore è integrato con altri strumenti di dialogo, non deve però essere sminuita la sua importanza. Occorre che questo grande mezzo sia considerato nei suoi aspetti più autentici sia per lo sviluppo

° Nelle Costituzioni la specificazione almeno una volta al me e~ è posteriore (testo del 1923), ma essa era un uso già consolidalo e fondato appunto sulla indicazione dello stesso Don Bosco nella Introduzione alle Costituzioni.

della persona, sia per la creazione di quella comunità fraterna e apostolica tanto necessaria per l'efficacia della missione salesiana.

 

Donaci, Padre, lo spirito di confidenza filiale,

e fa' che l'esprimiamo e lo sviluppiamo

nel colloquio frequente e cordiale con i nostri Superiori, come voleva Don Bosco,

per dare il nostro contributo costante all'edificazione della comunità,

sul modello della Tua divina famiglia, e per diventare segni efficaci

della Tua salvezza tra i giovani.

Per Cristo nostro Signore.

ART. 71 OBBEDIENZA E MISTERO DELLA CROCE

«Invece di fare opere di penitenza, ci dice Don Bosco, fate quelle dell'obbedienza».'

A volte l'obbedienza contrasta con la nostra inclinazione all'indipendenza e all'egoismo o può esigere difficili prove di amore. È il momento di guardare a Cristo obbediente fino alla morte:' «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».3

Il mistero della sua morte e risurrezione c'insegna come sia fecondo per noi obbedire: il grano che muore nell'oscurità della terra porta molto frutto .4

MB XIII, 89

z cf. Fil 2,8; cf. MB IV, 233 ' Mt 26,42

' cf. Cv 12,24

Quest'ultimo articolo della sezione si ricollega con quello introduttivo, ponendo nuovamente l'obbedienza sotto la luce di Gesù Cristo: l'obbedienza del salesiano viene così presentata a partire dal mistero del Figlio di Dio che «è venuto sulla terra non per fare la propria volontà, ma la volontà del Padre suo che è nei cieli» (Cost 64) e culmina con lo sguardo rivolto alla fecondità del mistero pasquale, che si prolunga in noi.

Con ciò le Costituzioni offrono al salesiano la ragione suprema della sua obbedienza, anche nei momenti in cui essa esige «difficili prove di amore».

Obbedienza e penitenza.

Una frase di Don Bosco introduce il testo, proponendoci l'aspetto ascetico dell'obbedienza: «Invece di fare opere di penitenza, fate quelle dell'obbedienza».' Il nostro Fondatore invita a vedere nell'obbedienza una forma di autentica «penitenza», molto adatta alla nostra condizione di apostoli. Già nell'art. 18 le Costituzioni avevano presentato, fra

1 MB XIII, 89

i tratti caratteristici del nostro spirito, quello di saper accettare «le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica», piuttosto che cercare «penitenze straordinarie»; ora questo si concretizza in modo speciale nella pratica dell'obbedienza, che suppone un atteggiamento di ascolto e di disponibilità alla voce di Dio ed esige un'attitudine costante di purezza di cuore, di distacco interiore, di superamento di noi stessi secondo lo spirito delle Beatitudini.2

Si tratta di un cammino di ascesi profonda, perché chiede di rinunciare all'«indipendenza» e all'«egoismo», cui siamo naturalmente inclinati e che incentrano tutto in sé, per decentrarsi su Dio, accettando di essere vinti da Lui in un misterioso combattimento. La nostra vera ascesi sta nell'accettare di vivere grazie a quest'Altro, di modo che i nostri progetti, le nostre azioni non siano più soltanto nostri, ma anche e prima di tutto di Lui, che riconosciamo Signore della nostra vita. Come Gesù, ciascuno di noi diventa allora vero «Servo» del Padre, pronto a compiere la sua opera di salvezza.

Don Bosco non teme di rinviarci all'obbedienza della croce mediante il suo esempio di obbedienza ecclesiale eseguita in circostanze difficili, ed anche mediante il suo insegnamento. Nella Introduzione alle Costituzioni ci dice: «L'ubbidienza deve essere secondo l'esempio del Salvatore che la praticò anche nelle cose più difficili, fino alla morte di croce; e qualora tanto volesse la gloria di Dio, dobbiamo noi pure obbedire fino a dare la vita».3

«Padre, sia fatta la tua volontà».

Nel suo nucleo centrale l'art. 71, che stiamo meditando, concentra il nostro sguardo precisamente su Cristo Crocifisso. t sulla Croce, infatti, che si svela pienamente il mistero dell'obbedienza di Cristo: «quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che lo sono e non faccio nulla da me, ma come mi ha insegnato il Padre, così Io parlo» (Gv 8,28). La Croce rivela perfettamente chi è Gesù, il Figlio obbediente che ama «fino alla fine» (Gv 13,1); nello stesso tempo essa ri-

Cf. CGS, 642

D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Ubbidienza; cf. Appendice Cost 1984, p. 219

vela l'amore sconfinato del Padre, che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16).

La nostra obbedienza si deve modellare su questa sottomissione di Gesù alla volontà del Padre, fino ad arrivare al sacrificio della vita per la salvezza dei fratelli. Paolo VI esorta così i religiosi e le religiose: «La Croce sia per voi, come è stata per il Cristo, la prova dell'amore più

grande».4

Il testo delle Costituzioni cita esplicitamente le parole pronunciate da Gesù nel Getsemani: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (Mt 26,42). Il Vangelo non ha paura di attestare che Gesù sente una naturale ripugnanza davanti alla prova che lo attende, ma nella preghiera egli si affida totalmente alla volontà del Padre. L'esempio del Salvatore ricorda anche a noi che, di fronte alle difficoltà e alla ripugnanza di alcune prove, l'intensa preghiera ci potrà aiutare ad inserirci perfettamente nel mistero della divina volontà, dimostrando così il nostro vero amore.

Obbedienza vittoriosa.

Ma la Regola vuole soprattutto mettere in risalto che questo mistero dell'obbedienza cristiana è sommamente fecondo, anche se i suoi frutti sono spesso nascosti: il grano caduto nella terra diventa spiga carica di frutti, l'apparente sconfitta della croce sfocia nella gloria della risurrezione. Scrive ancora Paolo VI: «Non esiste forse un rapporto misterioso tra la rinuncia e la gioia, tra il sacrificio e la dilatazione del cuore, tra la disciplina e la libertà spirituale?».' L'obbedienza, in unione con quella di Gesù, ci fa sperimentare la vittoria della fede sulle potenze del male, e ci associa all'opera della redenzione, facendoci strumenti dell'amore di Cristo per gli uomini."

L questa una bella testimonianza che possiamo dare ai nostri giovani. In un mondo tentato dal rifiuto del divino, dalla volontà di potenza e dalla sola fiducia nei risultati tangibili (cf. Cost 64), il dono ge-

ET, 29

Per un più ampio sviluppo del valore salvifico dell'obbedienza di Cristo nel mistero della nostra Redenzione si veda il n. 13 della Lettera apostolica «Redemptionis donum, di Giovanni Paolo II.

neroso di sé del salesiano obbediente riveste un particolare rilievo; per i giovani è un invito a scoprire nella fede il senso vero della libertà ed a comprendere che non c'è realizzazione più grande della propria persona che donarsi per amore.

Concludiamo guardando a Maria. Ai piedi della Croce stava Maria: Ella si univa silenziosamente al sacrificio del suo Figlio, portando a compimento quel mistero di totale disponibilità al disegno di Dio, da Lei espresso fin dal momento dell'Annunciazione: «Eccomi, sono la serva del Signore: si compia in me la tua Parola» (Le 1,38). Come per Don Bosco, così per il salesiano Maria è guida e modello nella fedeltà alla missione ricevuta dal Padre.

0 Dio nostro Padre,

manda a noi il Tuo Spirito

perché possiamo sempre credere, con fede viva, che la nostra obbedienza salesiana

è partecipazione vera alla morte e risurrezione del Tuo Figlio.

Fà che nei momenti della difficoltà

sappiamo alzare il nostro sguardo

al Cristo inchiodato sulla Croce per nostro amore: Egli ci insegni quanto è fecondo per noi obbedire e ci aiuti a testimoniare ai nostri giovani che il grano che muore nell'oscurità della terra porta molto frutto.

ART. 72 SIGNIFICATO EVANGELICO DELLA NOSTRA POVERTÀ

Conosciamo la generosità del Signore nostro Gesù Cristo. da ricco che era, egli si fece povero, affinché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà.

Chiamati ad una vita intensamente evangelica, scegliamo di seguire «il Salvatore che nacque nella povertà, visse nella privazione di tutte le cose e morì nudo in croce?

Come gli Apostoli all'invito del Signore, ci liberiamo dalla preoccupazione e dall'affanno dei beni terreni 3 e, ponendo la nostra fiducia nella Provvidenza del Padre, ci doniamo al servizio del Vangelo.

1 cF. 2 Cor 8,9

2 Cosi 1875 (Introduzione), p. XXIV cf. Mi F,25ss

Come parlando del salesiano obbediente, si è anzitutto mostrato che egli è partecipe del mistero di Cristo che «redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza»,1 così anche la povertà volontaria del salesiano è immediatamente collegata alla sua sorgente evangelica e cioè all'esempio e all'insegnamento del nostro Salvatore e Maestro.

In verità, alla domanda: «perché il salesiano sceglie una vita di povertà?», la prima e fondamentale risposta non può che essere questa: perché Gesù ha voluto essere povero, ha preso la povertà come compagna della sua esistenza, ha scelto dei mezzi poveri per compiere la sua missione. La contemplazione della povertà del Cristo, in particolare del

PC, i

Cristo a Betlemme e sulla Croce, è l'unico vero motivo che spiega il mistero di salvezza nascosto nella povertà cristiana e che porta ad abbracciarla con amore: la povertà per il Regno è possibile ed amabile perché Gesù l'ha assunta e l'ha fatta strumento per rivelare l'amore di Dio per gli uomini.

L'art. 72 delle Costituzioni sviluppa questo pensiero, associando all'esempio di Gesù anche quello dei suoi Apostoli.

Seguire Cristo perfettamente povero.

Il decreto «Perfectae caritatis, volendo descrivere la povertà del religioso, incomincia con la semplice e profonda espressione. «la povertà volontariamente abbracciata per mettersi alla sequela di Cristo» 2 sottolinea così la risposta di fede data liberamente nel nome di Gesù. Per molta gente, infatti, la povertà non è che una situazione economica e sociale: essa viene subita, non scelta. La povertà del religioso, invece, è una scelta volontaria: essa non è fatta per motivi umani, ma solo per amore e imitazione del Cristo. Commentando la parola di san Pietro a Gesù: «Noi abbiamo lasciato tutto per seguire te» (Mc 10,28), san Girolamo spiega: «L'importante non è 'abbiamo lasciato tutto', perché questo l'ha fatto anche il filosofo Cratete, e molti altri hanno saputo manifestare il disprezzo per le ricchezze. L'importante è 'per seguire Te', il che è proprio degli Apostoli e dei credenti».

Le Costituzioni, per meglio spiegare questo significato cristiano della povertà nella vita e missione del salesiano, riportano rispettivamente nel primo e nel secondo capoverso dell'articolo che esaminiamo - due citazioni: una di san Paolo e l'altra del nostro Fondatore Don Bosco.

La citazione di san Paolo è la stessa proposta dal decreto «Perfectae caritatis»: «Conoscete la generosità del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, egli si fece povero, affinché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Paolo mette in luce il mistero dell'annientamento del Cristo che, essendo Dio, assume fino in fondo la

2 PC, 13

condizione di povertà dell'uomo (con altre parole viene espresso qui l'abisso di umiliazione di cui parla la lettera ai Filippesi); ma proprio da questo vertiginoso abbassamento, da questo totale impoverimento del Figlio di Dio nasce la possibilità per l'uomo di essere salvato, di essere cioè ammesso alla comunione con Dio, arricchito della stessa divinità. Alla luce di questo mistero possiamo scorgere che la povertà, abbracciata in compagnia di Gesù, non è solo uno spogliarsi di beni, ma è veramente arricchirsi della potenza salvifica del Cristo; per noi Salesiani essa diventa capacità, spendendo totalmente noi stessi, di arricchire i giovani della vita abbondante che Cristo ha portato.

Il motivo della «sequela Christi» come fondamento della povertà evangelica è ulteriormente ribadito dalla citazione della semplice espressione che Don Bosco poneva nella Introduzione alle Costituzioni: scegliamo di seguire «il Salvatore che nacque nella povertà, visse nella privazione di tutte le cose e morì nudo ìni croce». Tutta la vita di Cristo e i suoi misteri salvifici, soprattutto il mistero della Croce, sono presentati sotto il segno della privazione di ogni cosa; la stessa scelta proposta al discepolo è quella di rinunciare a tutto. Nella medesima Introduzione alle Costituzioni Don Bosco aggiungeva un'altra significativa citazione: «Chi non rinuncia a tutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33).

Il quadro evangelico della nostra scelta di povertà, descritto nella Regola, ci riporta alla vita di Don Bosco. In particolare ci sembra di sentir riecheggiare quelle parole dette da mamma Margherita a Giovanni, che furono per lui un programma: «...segui la tua vocazione, senza guardare ad alcuno... Dio è prima di tutto. Non prenderti fastidi per me. Ritieni bene: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà».3

Imitare gli Apostoli che hanno lasciato ogni cosa per il servizio del Vangelo.

Modelli concreti di povertà evangelica per i religiosi a servizio del Regno sono gli Apostoli, che dalla bocca stessa di Gesù hanno ricevuto

' MB 1, 296

l'invito al distacco dai beni terreni e dalla stessa famiglia per seguirlo nella missione di annunciare la Buona Novella del Regno. «Seguitemi, e vi farò pescatori di uomini. Ed essi, subite, lasciate le reti, lo seguirono (Mt 4,19-20). Il riferimento alla risposta dei dodici che «hanno lasciato ogni cosa» (cf. Mt 19,27) per Gesù è tanto più importante per noi perché esso rimanda direttamente alla missione apostolica e quindi al ruolo che ha la povertà volontaria per l'efficacia dell'apostolato.

Partendo appunto dalla testimonianza resa dagli Apostoli, il testo delle Costituzioni sottolinea tre atteggiamenti che sono propri di tutti i discepoli che vogliono percorrere la strada del Maestro, vivendo nello spirito della beatitudine della povertà da Lui proclamata. Tali atteggiamenti sono stati incarnati, sia pure con tonalità diverse, dai Santi; essi fanno parte (come si vedrà meglio nell'articolo seguente) anche dell'esperienza spirituale del nostro Fondatore.

-- Anzitutto viene ricordato l'atteggiamento di libertà interiore di fronte ai beni terreni che è proprio di chi vive la povertà evangelica: lungi dal disprezzare i doni di Dio, il religioso accoglie la parola di Gesù che lo invita a non affannarsi per accumulare beni sulla terra (cf. Mt 6,25) e, con il suo distacco, testimonia agli uomini la preminenza del Regno di Dio: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato in aggiunta» (Mt 6,33).

- Questo atteggiamento di libertà e di distacco si fonda interamente sulla fiducia nella Provvidenza del Padre. la povertà religiosa è un atto esplicito di fede e una proclamazione vivente che Dio è l'unico e sommo Bene, il Creatore e Padre che ci ama infinitamente, la nostra più grande Ricchezza. Prendendo coscienza della condizione di innata povertà e quindi della totale dipendenza da Dio, il povero si affida totalmente all'Amore: la povertà evangelica diventa così espressione di amore. Vale la pena di ricordare come questo atteggiamento era profondamente radicato in Don Bosco. Santo intraprendente e attivo, egli aveva un'illimitata fiducia nella Provvidenza e invitava i suoi a tale fiducia, convinto che «l'assistenza anche miracolosa di Dio non manca rnai» 4

4 MB XV, 502

-- Gli atteggiamenti del distacco e del fiducioso abbandono alla Provvidenza del Padre portano a quella totale dedizione al servizio del Vangelo che fu al centro della vita missionaria di Gesù e degli Apostoli e che deve essere anche la nostra caratteristica. Al seguito di Gesù, che ha condiviso la sorte dei poveri e che ha predicato loro la buona novella della liberazione (cf. Le 17-21), impariamo ad amare e servire i poveri, portando ad essi il lieto messaggio dell'amore di Dio,'

Anche Maria è per noi un modello: come per Lei, il riconoscimento della nostra povertà ci rende capaci di dare la nostra piena collaborazione al disegno della salvezza e di essere servitoti e strumenti dell'Amore.

Questi atteggiamenti evangelici, che stanno alla base della nostra scelta di povertà evangelica, verranno ripresi e più ampiamente sviluppati negli articoli seguenti.

Signore Gesù,

Tu, da ricco che eri, hai scelto di farti povero,

per arricchirci con la Tua immensa generosità. Intercedi presso il Padre per noi, che ti abbiamo seguito sulla via della povertà, perché come i Tuoi Apostoli e il nostro Fondatore, vivendo la nostra scelta con gioia, ci affidiamo in tutto alla Tua Provvidenza,

per essere liberi di dedicarci unicamente al Vangelo.

s Sulla povertà di Gesù, che vogliamo imitare, si veda CGS, 586-588.

ART. 73   POVERTA’ E MISSIONE SALESIANA

 

Don Bosco visse la povertà come distacco del cuore e generoso servizio ai fratelli, con uno stile austero, industrioso e ricco di iniziative.

Sul suo esempio anche noi viviamo nel distacco da ogni bene terreno' e partecipiaruo con intraprendenza alla missione della Chiesa, al suo sforzo per la giustizia e la pace, specialmente con l'educazione dei bisognosi.

L a testimonianza della nostra povertà, vissuta nella comunione dei beni, aiuta i giovani a superare l'istinto del possesso egoistico e li apre al senso cristiano del condividere.

' cf. casi 1875, IV, 7

Dopo aver fondato solidamente la nostra povertà religiosa su Gesù Cristo e sul suo Vangelo, le Costituzioni presentano al salesiano un'altra fonte ispiratrice per la sua vita intessuta di spirito di povertà: questa fonte è l'esempio e l'insegnamento del Fondatore, che Dio stesso ha suscitato perché incarnasse e trasmettesse ai suoi figli un modo originale di seguire Cristo povero. L'esperienza di Don Bosco, che accetta per sé una vita realmente povera per impegnarsi interamente al servizio dei giovani, si inserisce nella testimonianza della Chiesa che, fedele al suo Signore, proclama il valore supremo dei beni acquistati con la morte e la risurrezione di Cristo e nel medesimo tempo accompagna con il suo servizio il cammino di progresso della comunità degli uomini.

L'art. 73 della Regola, sviluppando ciò che era stato accennato nell'articolo precedente, descrive in maniera più completa il legame della vita di povertà evangelica con la missione che il salesiano compie nella Chiesa per i giovani: il titolo stesso dell'articolo («povertà e missione salesiana») indica tale prospettiva.

Per spiegare il suddetto legame il testo costituzionale concentra la riflessione attorno a due «forme di incarnazione della povertà»,' che furono caratteristiche in don Bosco e che devono distinguere il salesiano:

la testimonianza di vita povera e l'impegno nel servizio dei fratelli. Te-

' CL CGS, 600

stimonianza e servizio, qui introdotti, saranno ampiamente ripresi negli articoli seguenti della Regola e sviluppati nei loro diversi aspetti.

Don Bosco: testimone della povertà evangelica per il servizio dei giovani poveri.

Guardando a Don Bosco, modello del salesiano (cf. Cost 21), e volendo scoprire in lui il modo di vivere la povertà, Part. 73 mette in luce, in modo sintetico e preciso, due atteggiamenti che si colgono con evidenza: da una parte egli visse veramente da povero, distaccato dai beni terreni e con una grande Fiducia nella Provvidenza; dall'altra amò concretamente i poveri, specialmente i giovani, spendendo la vita per il loro servizio, la loro elevazione materiale e morale.

Riguardo alla povertà praticata personalmente dal Fondatore, la Regola parla di una testimonianza di distacco che è segnata da «austerità». In verità, dalle parole che Giovanni dice agli eredi di Don Calosso: «Io amo meglio essere povero... Ho più caro il Paradiso che tutte le ricchezze e i danari del mondo» z fino alle parole rivolte a don Viglietti sul letto di morte: «Fammi il piacere di osservare nelle tasche dei miei abiti... Voglio morire in modo che si dica: Don Bosco è morto senza un soldo in tasca»,3 la vita di Don Bosco è segnata da una povertà di fatto, che lascia stupito chiunque guardi a ciò che con l'aiuto di Dio e di Maria egli realizzò. Leggiamo negli Atti del CGS: «Noi cogliamo i tratti caratteristici di questa povertà in un'incrollabile fiducia nella Divina Provvidenza, nella semplicità austera, nell'esemplare sobrietà, in un senso quasi sacro del risparmio e dell'economia, per cui considerava il danaro come dono e strumento di bene» .1

Lo stile di vita che Don Bosco ha vissuto e che ha dato in consegna alla sua Congregazione per essere strumento delle meraviglie di Dio per i giovani, è ben riassunto nel motto: «Lavoro e temperanza». Don Bosco potrà con ragione, guardando all'esperienza vissuta, assicurare alla Congregazione un lieto avvenire legato alla pratica della povertà:

2 MB 1, 217-218 ' MB XVIII, 493 CGS, 596

«Amate la povertà... La nostra Congregazione ha davanti un lieto avvenire preparato dalla Divina Provvidenza... Quando cominceranno fra noi le comodità e le agiatezze, la nostra Congregazione ha finito il suo corso».$ «Finché ci »manterremo poveri, egli ripete, la Provvidenza non ci verrà meno».ó

Ma la testimonianza di vita povera in Don Bosco è strettamente

congiunta con l'eccezionale impegno di servizio per la gioventù: le Costituzioni qualificano tale impegno «industrioso e ricco di iniziative». È fin troppo facile, leggendo la vita del Santo, scoprire questa ricchezza di iniziative nell'intraprendere e portare avanti le più svariate e imponenti opere per la gioventù. Uomo di Dio, distaccato dal denaro, Don Bosco era però un industrioso operaio del Regno, che sapeva procurarsi e utilizzare i beni terreni per il servizio dei suoi giovani più poveri. Ma soprattutto egli sapeva mettere se stesso, le proprie doti ed energie, il proprio tempo e la sua stessa salute, al servizio dei giovani. Possiamo leggere anche in questa prospettiva l'espressione rivolta a chi gli diceva di risparmiarsi un po': «Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani».'

Il salesiano: un povero che partecipa alla missione di testimonianza

e di servizio della Chiesa.

L'esempio del Fondatore diventa regola di vita per ciascuno dei suoi figli: come Don Bosco ogni salesiano è chiamato a vivere nel distacco dai beni terreni per essere più disponibile al servizio dei giovani poveri. Le Costituzioni prendono spunto dal testo della Regola scritto dallo stesso Fondatore, che diceva: «Ciascuno abbia il cuore staccato da ogni cosa terrena»; s ma proprio partendo da tale atteggiamento spirituale il testo fa vedere che lo stile salesiano di vita povera si accorda con la missione della Chiesa e permette di inserirci in essa quasi naturalmente per recarvi il nostro contributo.

5 MB XVII, 271.272

F MB V, 671; cf. XII, 79

' MB XVIII, 258; cI. Cost 1

e Costituzioni 1875, IV, 7 (cf. F. MOTTO, p. 105)

Nella missione della Chiesa, infatti, troviamo i due aspetti della testimonianza e del servizio precedentemente indicati. Da una parte la Chiesa, che è nel mondo, non è del mondo: essa annuncia la superiorità della risurrezione e della vita futura e si adopera affinché i valori terreni non siano assolutizzati. Leggiamo nella «Gaudium et spes»: «I cristiani, mentre svolgono le attività terrestri, conservino il retto ordine, rimanendo fedeli a Cristo e al suo Vangelo, cosicché tutta la loro vita, individuale e sociale, sia compenetrata dallo spirito delle beatitudini, specialmente dallo spirito di povertà».9

Ma, d'altra parte, la Chiesa è nel mondo e solidale col mondo. Messaggera di Colui che è venuto a salvare tutto l'uomo, animata dalla sua carità, essa partecipa allo sforzo degli uomini di buona volontà per lo sviluppo e il progresso della giustizia e della pace: il lieto annuncio di Cristo Salvatore è strettamente congiunto con l'impegno di realizzare un'umanità più fraterna e quindi più conforme al disegno di Dio.10

Noi Salesiani, mentre con il nostro spirito di distacco testimoniamo i valori della risurrezione, ci inseriamo decisamente e «con intraprendenza» in questa missione ecclesiale, specialmente attraverso la nostra competenza di educatori della gioventù più bisognosa. Viene qui messa in evidenza quella che si potrebbe chiamare la «dimensione sociale» della nostra povertà, direttamente legata al servizio della missione descritto nel cap. quarto delle Costituzioni (vedi, in particolare, gli articoli 26-30 e 31-33). Fatti poveri con Cristo nella sua Chiesa, vogliamo arricchire i nostri fratelli con il dono che noi stessi abbiamo ricevuto: I'amore inesauribile e salvatore dello stesso Cristo.

e GS, 72

° Nell'Esortazione apostolica Evwngelii nuntiandi leggiamo queste illuminanti espressioni sul legame tra annuncio del Vangelo e promozione dell'uomo: «Tra evangelizzazione e promozione umana - sviluppo, liberazione - ci sono dei legami profondi. Legarvi dì ordine antropologico, perché l'uomo da evangelizzare non è un essere astratto, ma è condizionato dalle questioni sociali ed economiche. Legami di ordine teologico, poiché non sì può dissociare il piano della creazione da quello della Redenzione che arriva fino alle situazioni molto concrete dell'ingiustizia da combattere e della giustizia da restaurare. Legami di ordine eminentemente evangelico, qual è quello della carità: come infatti proclamare il comandamento nuovo senza promuovere nella giustizia e nella pace la vera, l'autentica crescita dell'uomo?» (EN, 31).

Valore della testimonianza di povertà evangelica nel lavoro educativo.

L'ultimo capoverso, continuando a riflettere sui legami tra spirito di povertà e missione salesiana, approfondisce la speciale relazione che esiste tra la nostra condizione di poveri secondo il Vangelo e il nostro compito di educatori. La prospettiva è quella già accennata nell'art. 62, che parlava dei giovani del nostro tempo tentati dall'«idolatria del possesso»: essi vivono in un mondo che, sotto forme diverse, esalta I'«avere» più che l'«essere, il corpo a scapito dello spirito, i beni materiali escludendo ogni valore che va oltre la terra.

La nostra Regola, fondandosi sulla Parola di Dio, vuole mettere in risalto che la testimonianza della povertà nello spirito delle Beatitudini è molto efficace e può aiutare i giovani a maturare nella comprensione dei valori della vita: essa li può aiutare a capire il senso autentico dei beni terreni come mezzi per la crescita della persona e, facendo «superare l'istinto del possesso egoistico», li può condurre a comprendere la destinazione fraterna dei beni per la costruzione di una comunità fondata sulla giustizia e sull'amore. È una grande responsabilità che abbiamo di educare i giovani - col nostro esempio - a liberarsi dalla schiavitù delle cose, a riconoscere il valore dei beni spirituali e la preminenza dell'essere sull'avere, a formarsi alla capacità di condividere. Si osservi l'espressione che viene usata «senso cristiano del condividere», che si ispira alla parola di Gesù riportata negli Atti degli Apostoli: «C'è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35).

Q Signore, Ti ringraziamo

per averci dato in Don Bosco

un modello di povertà evangelica, distaccato dai beni terreni

generoso e ricco di iniziative nel servizio dei giovani più poveri.

Concedi a noi di imitarlo

nel distacco del cuore

e nell'impegno del servizio,

partecipando così alla missione della tua Chiesa

per l'avvento di un mondo

in cui dimorino la giustizia e la pace.

Sostienici con la tua grazia

affinché, con l'esempio di una vita povera e vissuta in comunione,

educhiamo i giovani

al vero senso cristiano dei beni.

ART. 74 ESIGENZE DEL VOTO DI POVERTÀ

Con il voto di povertà ci impegniamo a non usare e a non disporre dei beni materiali senza il consenso del legittimo superiore.

Ogni confratello conserva la proprietà del suo patrimonio e la capacità di ac. quistare altri beni; ma prima della sua professione dispone liberamente dell'uso e usufrutto di essi e cede ad altri la loro amministrazione.

Prima della professione perpetua redige il suo testamento conforme alle leggi del codice civile. Dopo seria riflessione, per esprimere il suo totale abbandono alla divina Provvidenza, può anche rinunciare definitivamente ai beni di cui ha conservato la proprietà, a norma del diritto universale e proprio.

Dopo aver proposto le motivazioni evangeliche e salesiane della nostra povertà, il testo della Regola passa a trattare della sua realizzazione pratica, incominciando dagli impegni personali che ciascuno assume liberamente, facendone voto davanti a Dio e alla Chiesa.

L'art. 74 presenta alcune norme concrete, che si ricollegano alle esigenze radicali del Vangelo, cui il Signore ci ha invitati a rispondere con generosità: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mi 19,21).

Ci impegniamo a non usare e disporre dei beni in modo autonomo.

Il primo capoverso sintetizza in una breve formula la materia del nostro «voto» di povertà. La formulazione è chiaramente ispirata al Codice di diritto canonico„ che dice. «Il consiglio evangelico della povertà... comporta la limitazione e la dipendenza nell'usare e disporre dei, beni, secondo il diritto proprio dei singoli Istituti».' Per noi Salesiani tale norma fa parte della nostra tradizione e risale allo stesso testo scritto dal Fondatore. Leggiamo, infatti, nel cap. IV delle Costituzioni del 1875: «11 voto di povertà, di cui qui si parla, riguarda soltanto l'am

CIC, can. 600

ministrazione di qual si voglia cosa, non già il possesso; perciò quelli che hanno fatto i voti in questa Società, riterranno il dominio dei loro beni; ma ne è loro intieramente proibita l'amministrazione, come pure la distribuzione, e l'uso delle rendite».z

Si possono fare due osservazioni sul modo con cui il testo propone la materia del voto:

a) «Ci impegniamo...»: l'uso del verbo in forma attiva vuole sottolineare l'assunzione volontaria delle limitazioni imposte dalla povertà evangelica, come sacrificio offerto personalmente a Dio. Noi ci obblighiamo a praticare il voto di povertà solo perché l'abbiamo voluto gioiosamente in piena libertà (cf. anche Cost 72).

b) «... a non usare e a non disporre dei beni materiali senza il consenso del legittimo Superiore»: la formula evoca, come precedentemente si accennava, la radicalità delle parole evangeliche. Se di fatto usiamo o disponiamo di qualche bene, è con il consenso del Superiore e, come preciserà l'articolo seguente, nell'ambito della vita comunitaria e per il compimento della missione. Accettiamo la mediazione di «un altro» (il Superiore) per esprimere la nostra totale dipendenza da Dio, di cui proclamiamo, in una forma esplicita e pratica, l'assoluta Signoria e la provvida Paternità sull'intera nostra vita. Il problema, come si vedrà nell'ari. 75, sta nel non cedere alla tentazione di manipolare questa mediazione per sfuggire a Dio.

Amministrazione e uso dei beni.

Il secondo capoverso dell'articolo completa la descrizione delle esi genze imposte dal voto di povertà con alcune precisazioni canoniche. Secondo una consuetudine stabilitasi negli Istituti religiosi durante il secolo XIX e fatta propria dal nostro Fondatore (vedi l'articolo delle Costituzioni del 1875 già citato), la Regola afferma che il voto di po vertà non impedisce di conservare - davanti alla legge e nella società civile - la proprietà del proprio patrimonio 3 e la capacità di acquistare

2 Costituzioni 1875, IV, 1 (cfr F. MOTTO, p. 101)

' La questione del voto di povertà dei religiosi di «voti semplici» in relazione coi «dominio radicale» dei beni era stata posta fin dal secolo XVIII. Essa aveva trovato una via di soluzione nel

nuovi beni; indica però gli adempimenti cui il religioso deve sottoporsi per una reale rinuncia all'amministrazione e all'uso dei beni stessi. Viene qui introdotta una distinzione fra il possesso radicale dei beni (capacità di acquisire e di possedere un patrimonio) e l'uso e disposizione di essi: il voto si riferisce direttamente e specificamente a questo secondo aspetto.

Le prescrizioni canoniche indicate in questo articolo delle Costituzioni (in particolare l'impegno di cedere l'uso e l'usufrutto nonché di disporre dell'amministrazione dei propri beni prima della professione, l'obbligo di fare testamento) sono ulteriormente precisate dagli art. 51-52 dei Regolamenti generali.

Possiamo rinunciare alla proprietà dei nostri beni.

L'elemento di maggiore novità, rispetto alla nostra tradizione, è portato dal terzo capoverso, il quale introduce - sotto certe condizioni -- la possibilità di rinunciare anche alla proprietà radicale dei propri beni. La norma è suggerita dallo stesso Concilio Vaticano 11, che nel decreto «Perfectae caritatis» dice: «Le Congregazioni religiose nelle loro Costituzioni possono permettere che i loro membri rinuncino ai beni patrimoniali acquistati o da acquistare» 4 Si tratta di una risposta più radicale all'invito di Gesù di lasciare tutto, che il CGS ha ritenuto di accogliere e di inserire nella nostra Regola di vita.

L'affermazione di principio è accompagnata da tre precisazioni proprie del nostro diritto particolare. Anzitutto la rinuncia definitiva ai beni patrimoniali è assolutamente libera e suppone nel professo una ispirazione della grazia, ma anche una «seria riflessione» (per questo

1839 ncile «Lettere apostoliche" con cui la Santa Sede aveva approvato la Regola dell'Istituto della Carità fondato dal Rosmini. Le ~Declara(iones' pontificie del 1858, che fecero seguito al decreto a Super viola regularium» dell'anno precedente, resero praticamente normativo il principio che il voto dì povertà non toglieva la capacità di ritenere il dominio radicale dei beni. Don Bosco, fin dalla prima redazione dei testo costituzionale, si era inserito in questa linea. Tuttavia la formula, che Don Bosco aveva pensato: Ognuna nell'entrare in Congregazione non perderà il diritto civile ...~ (Costituzioni 1858, 11,2), dovette sopprimerla nonostante la sua supplica. Si veda, su questo argomento, F. MOTTO, «Constitutiortes Societatis S. Francisci Sakesii, Fonti Leuerarieu, in RSS n. 3, 1983, p. 367-369.

4PC,13

l'art. 53 dei Regolamenti dirà che può essere fatta solo dopo almeno dieci anni dalla professione perpetua). In secondo luogo da parte della Società richiede il consenso del Rettor Maggiore (cf. Reg 53). Ma soprattutto deve essere chiaro il suo significato: essa è compiuta nello spirito del distacco evangelico e vuole esprimere meglio la dipendenza di fronte a Dio e il totale abbandono alla sua Paternità. È una specie di spogliamento, che non avrebbe senso al di fuori di una povertà già profondamente vissuta in tutti i suoi aspetti.

Infondi in noi il Tuo Spirito, o Padre,

donaci un cuore generoso nel distacco

ardente nell'amore,

perché la pratica della nostra povertà

non si riduca mai a un'osservanza solo esteriore, ma, animata dalla ricerca di Te, unico Bene, divenga un abbandono fiducioso alla Tua Paternità,

ci renda liberi da ogni legame creato nel servizio dei fratelli.

Per Cristo nostro Signore.

ART. 75 IMPEGNO PERSONALE DI POVERTÀ

Ciascuno di noi è il primo responsabile della sua povertà, per cui quotidia

namente vive il distacco promesso con un tenore di vita povera.

Accetta di dipendere dal superiore e dalla comunità nell'uso dei beni tempo

rali, ma sa che il permesso ricevuto non lo dispensa dall'essere povero in realtà e nello spirito.'

Vigila per non cedere poco a poco al desiderio del benessere e alle comodità, che sono una minaccia diretta alla fedeltà e alla generosità apostolica.

E quando il suo stato di povertà gli è causa di qualche incomodo e cofferenza,2 si rallegra di poter partecipare alla beatitudine promessa dal Signore ai poveri in spirito.'

c[. PC, 13

' Cosr 1875 (Introduzione), p. XXVI ' ef. Me 5,3

Questo articolo completa e approfondisce il precedente: le determinazioni canoniche concernenti il «voto» devono infatti essere viste nel contesto più ampio della «virtù» e dello spirito della povertà evangelica.

I quattro brevi capoversi indicano quattro atteggiamenti di colui che ha risolto di seguire Cristo partecipando alla sua povertà. Li raggruppiamo in due gruppi di riflessioni.

Assumere personalmente la povertà.

Il primo e il secondo capoverso mettono l'accento sulla responsabilità personale nell'assumere e vivere effettivamente una vita da poveri. La povertà evangelica, come diceva l'art. 72, è un cammino di progressiva assimilazione a Cristo che ha scelto la povertà e ne ha accettate le estreme conseguenze («annientò se stesso, assumendo la condizione di servo»): essa non può essere acquisita semplicemente facendone voto, ma è necessario accettare concretamente e quotidianamente le sue conseguenze o, come diceva Don Bosco, «i compagni» della povertà.'

1 Scrive Don Bosco nell'Introduzione alle Costituzioni, citando san Bernardo: ~Vi sono di quelli che si gloriano d'esser chiamati poveri, ma non vogliono i compagni della povertà (Appedice alle Costituzioni 1984, p. 222).

Facendo la sua professione nella Congregazione, il salesiano (come, del resto, ogni religioso) entra in una struttura che gli garantisce una casa, il vitto, il vestito, una certa sicurezza economica... Ci può essere il rischio di vivere la povertà in una maniera quasi automatica, affidandosi in modo pacifico alla sicurezza della istituzione. Senza per nulla sminuire la vita comune come mezzo fondamentale per vivere la povertà (di cui si parlerà negli articoli seguenti), il salesiano viene qui avvertito che la povertà (come d'altronde tutte le altre virtù) non sarà vera se egli non l'assumerà personalmente come «sua». Le condizioni di vita, che gli vengono offerte dalla sua casa, sono spesso esigenti, stimolanti, ma sappiamo purtroppo che talora potrebbero non impedire un certo «imborghesimento». In ogni caso il religioso è chiamato a pensare personalmente alla sua povertà davanti a Gesù povero, a verificarla, a «vivere quotidianamente il distacco promesso» secondo le circostanze, le urgenze, gli appelli che il momento e il luogo possono lanciargli per un dono più totale e generoso di sé. La povertà evangelica non è un'abitudine, ma un amore vivo, incarnato nella esistenza di ciascuno di noi.

Viene esplicitamente richiamato quell'atteggiamento di fondo che Don Bosco additava nel testo delle Costituzioni: «L'osservanza del voto di povertà nella nostra Congregazione consiste essenzialmente nel distacco da ogni bene terreno... ».z

Nella stessa linea di pensiero le Costituzioni mettono in guardia il salesiano dal legalismo dei «permessi». L'art. 74 diceva che, col consenso del Superiore, egli può «usare» e «disporre» di certi beni, acquistare, vendere, amministrare. L'art. 75 sottolinea un ulteriore elemento importante, dicendo che egli accetta di dipendere, oltre che dal Superiore, anche dalla comunità: vivendo come in una famiglia, realmente egli è soggetto alle norme comunitarie e volentieri confronta la sua vita con quella della comunità. Questa duplice dipendenza nell'uso dei beni, dal Superiore e dalla comunità (sia pure con differenti modalità), mentre appartiene alla nostra tradizione di famiglia, mette in evidenza quel «carattere di dipendenza che è inerente o ogni forma di povertà».3

2 Costituzioni 1867, VI,I; cf. Costituzioni 1875, 1V,7 (cf. F. MOTTO, p. 100 e p. 105) 3 Er, 21

Ma il testo della Regola va oltre e afferma che tale dipendenza non è materialmente sufficiente: il Concilio stesso, citato dal nostro articolo, ce ne rende avvertiti, invitandoci ed essere «poveri in realtà e nello spirito».4Paolo VI, riferendosi a questo argomento, scriveva: «I religiosi devono distinguersi per l'esempio di una vera povertà evangelica. Perciò è necessario che essi amino la povertà, che liberamente hanno abbracciato; e non è sufficiente che, circa l'uso dei beni, dipendano dai Superiori, ma gli stessi religiosi devono essere contenti delle cose necessarie per provvedere alla vita e devono fuggire le comodità e le agiatezze». s

Se Don Bosco invita a rivolgersi al Superiore con piena fiducia in ogni necessità,' rimane vero che il religioso non può lasciare unicamente al Superiore la responsabilità di una decisione; egli stesso deve giudicare la necessità o la convenienza di ciò che chiede. Si domanda fiducia e insieme lealtà per una povertà di nome e di fatto! Il nostro Fondatore ci ripete: «La povertà bisogna averla nel cuore per praticarla».

Accettare coraggiosamente le durezze della povertà.

Professare di vivere in povertà secondo il Vangelo è accettare una vita dura, in cui non mancheranno rinunce e sacrifici: così fu per la vita di Gesù, che «non aveva dove posare il capo» (Lc 9,58); così è spesso anche per la vita del discepolo.

Don Bosco su questo punto è stato chiaro ed energico, «radicale», potremmo dire, come è stato Gesù. Basta che ricordiamo le parole che egli scrive nella Introduzione alle Costituzioni: «Tutto quello che eccede alimento e vestimenta per noi è superfluo, e contrario alla vocazione religiosa. È vero che talvolta dovremo tollerare qualche disagio nei viaggi, nei lavori, in tempo di sanità o di malattia; talora avremo vitto,

' PC, 13

S Cf. Paolo VI, Discorso ai Superiori generali, 23 maggio 1964, AAS 96 (1964), p. 567

n Nel'ari 3 del cap. Lu delle Costituzioni 1875 leggiamo: aNiuno diari sollecitudine di domandare cosa alcune ne di ricusarla. Qualora conoscesse che una cosa gli è nocevole o necessaria, la esponga rispettosamente al Superiore, che si darà massima cura di provvedere a' suoi bisogni» (cf. F. MOTTO, p. 97). Anche nella povertà come nell'ubbidienza la confidenza nel Superiore era una caratteristica della Casa di Don Bosco.

MB V, 670

vestito od altro che non sarà di nostro gusto; ma appunto in questi casi dobbiamo ricordarci che abbiamo fatto professione di povertà, e che se vogliamo averne merito e premio dobbiamo sopportarne le conse

guenze».a

L'articolo ricorda il dovere della vigilanza, a questo riguardo: il nostro egoismo, sempre in agguato, e il mondo in cui viviamo, dominato dal desiderio del possedere (la «concupiscenza degli occhi» di cui parla San Giovanni: 1 Gv 2,16) possono farci perdere di vista dov'è il vero nostro tesoro e insensibilmente inclinarci al benessere e alle comodità. Al di là dei motivi di fedeltà alla promessa fatta a Dio, il testo mette in risalto una ragione che ci riguarda direttamente come religiosi-apostoli: il cedimento sul fronte della povertà è «una minaccia diretta alla fedeltà e generosità apostolica». Infatti, il salesiano, che cerca una vita comoda, attaccandosi alle cose, sarà ancora disponibile per i giovani? Come sarà «pronto a sopportare il caldo e il freddo, le fatiche e il disprezzo...» (cf. Cost 18) per loro? Come testimonierà con la sua vita di «cercare prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia»?

Viene qui ripreso un tema già toccato precedentemente. L'art. 18 infatti parlava delle rinunce legate alla vita apostolica, come una caratteristica dello spirito salesiano: «la ricerca delle comodità e delle agiatezze, si diceva, saranno la morte della Congregazione». L'art. 61 poi descriveva in generale il legame della vita vissuta secondo i consigli con la missione apostolica con queste parole: «il salesiano veramente obbediente povero e casto è pronto ad amare e servire quelli a cui il Signore lo manda, soprattutto i giovani poveri».

L'articolo conclude indicando un ultimo atteggiamento che deve distinguere il salesiano nella sua vita di povero, anche nei momenti in cui questa «gli è causa di qualche incomodo o sofferenza»: è la gioia propria di chi ha scelto di essere amico di Gesù e servitore del suo Vangelo e di accettare la povertà come una condizione a cui Dio guarda con predilezione. Il testo si rifà chiaramente, anche qui, alle parole di Don Bosco nella sua Introduzione alle Costituzioni: «Se pertanto il nostro stato di povertà ci è cagione di qualche incomodo o sofferenza, rallegriamoci con San Paolo, che si dichiara nel colmo di allegrezza in

" D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Povertà; ef. Appendice Costituzioni 19S4, p. 222

ogni sua tribolazione. Oppure facciamo come gli Apostoli, che erano pieni di contentezza, quando ritornavano dal Sinedrio, perché colà erano stati fatti degni di patire disprezzi pel nome di Gesù. Egli è appunto a questo genere di povertà, cui il divin Redentore non solo promette, ma assicura il Paradiso, dicendo: «Beati i poveri di spirito, perché di questi è il Regno dei cieli».9 Molto bello questo richiamo di Don Bosco alla beatitudine della povertà, che è stato fatto proprio dalle Costituzioni: sta qui la spiegazione della letizia che Don Bosco dimostrava nelle privazioni e nelle sofferenze; deve essere questa la sorgente perenne della gioia del vero salesiano.10

Preghiamo con fiducia il Padre,

per il cui amore abbiamo professalo la santa povertà, perché ci doni di praticare il nostro voto con adesione spirituale

a tutto ciò che la sua osservanza richiede da noi come religiosi e come Salesiani.

Perché ciascuno di noi si senta personalmente responsabile nella pratica della povertà,

vivendo quotidianamente e generosamente

nel distacco da tutto ciò che è materiale,

con un tenore di vita veramente povero, preghiamo.

Perché la forza dell'amore di Dio e del prossimo ci faccia vedere nella dipendenza leale dal nostro Superiore e dalla comunità l'espressione e il mezzo per vivere integralmente

 

 

9 D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, l.c.

°° fl biografo di Don Bosco parla della fede che il nostro Fondatore dimostrava nelle strettezze e prove e aggiunge: aDì qui proveniva non solo la sua inalterabile tranquillità e la fiducia nell'avvenire, ma di più l'amore eroico per la povertà volontaria e l'allegrezza che provava toccandogli soffrire penuria di cose anche necessarie (MB V, 669; cf. V, 673). Don Caviglia, dopo aver fatto osservare che molti discorsi di Don Bosco ai confratelli sono sul lavoro, sulla temperanza e sulla povertà, soggiunge: austerità di vita, adunque, che parrebbe opposta alla letizia». Risponde a questo interrogativo, dando la spiegazione del salesiano aservirc Domino in laetitia», che non sì oppone ad una vita di sacrificio: nella casa di Don Bosco niente è fatto per forza, ma tutto per amore, spontaneamente, volentieri (`amorevolezza'); niente è subito come imposizione autoritaria, ma tutto è fatto per convinzione, per coscienza (`ragione', 'religione'). (cf. A. CAVIGLIA, Don Bosco - Profilo storico, SEI Torino 1934, 2a- ed., p. 93).

la nostra dipendenza filiale

da Dio unico nostro vero Bene, preghiamo.

Perché sappiamo accettare insieme alla povertà le rinunce e i sacrifici che essa ci domanda, e aderiamo così alla beatitudine

di essere poveri per il Regno di Dio, preghiamo.

i

ART. 76 LA COMUNIONE DEI BENI

Sull'esempio dei primi cristiani mettiamo in comune i beni materiali:' i frutti del nostro lavoro, i doni che riceviamo e quanto percepiamo da pensioni, sussidi e assicurazioni. Offriamo anche i nostri talenti e le nostre energie ed esperienze.

Nella comunità il bene di ciascuno diventa il bene di tutti.

Condividiamo fraternamente ciò che abbiamo con le comunità dell'ispettoria e siamo solidali con le necessità dell'intera Congregazione, della Chiesa e del mondo.

1 cf. Al 4,32

Con questo articolo le Costituzioni passano a descrivere la povertà nel suo aspetto comunitario; passano cioè dalla povertà intesa nella sua dimensione di «dipendenza» alla povertà vista come via alla comunione fraterna.

t un aspetto al quale Don Bosco è stato molto sensibile. Nei primi schemi delle Costituzioni egli aveva messo all'inizio del capitolo della povertà questa definizione: «L'osservanza del voto di povertà nella nostra Congregazione consiste essenzialmente nel distacco da ogni bene terreno, il che noi praticheremo colla vita comune riguardo al vitto e al vestito, non riserbando nulla a proprio uso senza speciale permesso del Superiore»; 1 tale articolo per esigenze canoniche passò alla fine del capitolo nel testo del 1875, approvato dalla Sede Apostolica, ma rimane una delle caratteristiche della povertà salesiana. Noi accettiamo di essere personalmente poveri per imitare Gesù Cristo nella sua povertà feconda, ma anche per formare comunità e amare neglio i nostri fratelli. P- anche il pensiero del nostro Patrono san Francesco di Sales: «Essere povero significa vivere in comunità».2

L'art. 76 sviluppa sostanzialmente due linee di pensiero, che approfondiremo successivamente: la comunione dei beni all'interno della comunità e la condivisione fraterna all'esterno di essa.

' Costituzioni 1864, VI, i (cf. F. MOTTO, p. 100)

z Oeuvres de S1. FranFois de Sales, Ed. Annecy, voi IX, p. 229; cf- anche CGS, 606

Comunione di beni all'interno della comunità.

I primi due capoversi si riferiscono direttamente alla comunione dei beni all'interno della comunità locale, anche se non è esclusa l'applicazione dei principi enunciati alla comunità ispettoriale e mondiale.

Il punto di riferimento su cui viene fondata la riflessione è quello della prima comunità cristiana nata dalla Pasqua del Signore. Già nel capitolo della comunità fraterna e apostolica era stato citato il sommario degli Atti, che descrive la comunità dei discepoli con l'espressione cara a Don Bosco: «formavano un cuor solo e un'anima sola» (cf. Cost 50). Nel presente contesto viene ricordata una delle traduzioni concrete di questo «cor unum et anima una», che gli Atti descrivono così: «Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa fra loro era comune» (At 4,32). La comunione dei beni diventa un segno e un mezzo per realizzare una comunità di amore sull'esempio di Gesù.

In tal modo viene messo in risalto il fondamento evangelico della compartecipazione fraterna, facendo vedere che essa è un aspetto di una più profonda comunione delle persone. Paolo VI, nella Esortazione apostolica «Evangelica testificatio», esprime bene questo pensiero, richiamandosi alla tradizione cristiana: «Secondo l'espressione della Didaké, 'se condividete tra voi i beni eterni, a più forte ragione dovete tra voi condividere i beni che periscono', la povertà effettivamente vissuta mettendo in comune i beni, compreso il salario, attesterà la spirituale comunione che vi unisce».3

Fondandosi, dunque, sull'esempio dei primi cristiani, le Costituzioni affermano che «anche noi mettiamo in comune i beni materiali»; e perché risulti che si tratta di una compartecipazione reale, il testo enumera alcuni di questi beni che portiamo nella comunità: «i frutti del nostro lavoro», senza evidentemente far paragoni tra la maggiore o minore retribuzione delle diverse attività (capita talvolta che i compiti più duri non sono affatto retribuiti!); «i doni che riceviamo», che sentiamo dati a noi per il bene e la gioia anche dei nostri fratelli; «quanto percepiamo da pensioni, sussidi e assicurazioni», che sono un contributo per la vita della nostra famiglia.

' ET, 21

Il bene di ciascuno diventa il bene di tutti.

Ma la condivisione dei beni va oltre e supera il dominio puramente temporale. Già a proposito dello spirito di famiglia, l'art. 16 diceva: «Nel clima di mutua confidenza e di quotidiano perdono si prova la gioia di condividere tutto». E l'art. 51 sui «rapporti di amicizia fraterna» precisava: «Ci comunichiamo gioie e dolori e condividiamo corresponsabilmente esperienze e progetti apostolici». Proprio in quest'ampia prospettiva di uno scambio e di una condivisione al livello più profondo il nostro articolo aggiunge: «Offriamo anche i nostri talenti e le nostre energie ed esperienze». Con felice espressione il CG21 commenta questo comportamento: «La povertà è piena comunicazione di tutto quello che si ha, di tutto quello che si è, di tutto quello che si fa» 4 La condivisione dei beni diventa espressione di un'esistenza condivisa.

La Regola, dunque, seguendo lo spirito del Vangelo, ci conduce dalla condivisione dei beni materiali alla compartecipazione dei beni personali più profondi e quindi al vertice della carità: come già si accennava la povertà evangelica diventa via alla carità.

Ciò è quanto viene detto nella breve e densa frase del secondo capoverso: «Nella comunità il bene di ciascuno diventa il bene di tutti».S Si può leggere qui una motivazione anche umana della povertà-comunione: essa è un arricchimento reciproco: ciascuno apporta i suoi beni, le sue risorse personali, il suo lavoro, facendoli servire al bene dei fratelli e arricchendo la comunità; d'altro canto ciascuno riceve secondo i suoi bisogni concreti ed è arricchito dalla comunità.

Ma è soprattutto nella luce della Pasqua che «il bene di ciascuno diventa il bene di tutti», perché ognuno, sentendosi riscattato da Cristo e membro della famiglia di Dio, diventa capace di comunicare pienamente con i fratelli le ricchezze che ha ricevute.

Nella nostra tradizione salesiana una povertà vissuta in questa forma si qualifica come una povertà vissuta «in spirito di famiglia» o, come sinteticamente scrive il CGS, una «povertà di famiglia».ó In essa la vita comune con le sue austerità (nel senso esigente inteso da Don

CG21, 40

· La frase si ispira a una espressione di Don Bosco: 41 bene di uno sia il bene di tutti» (cf.

MB XII, 630).

· CGS, 606

Bosco) fiorisce in fraternità, vissuta in letizia per il servizio dei giovani: vi contribuisce la paternità del Superiore, che è attento alle necessità di ciascuno, e la piena confidenza del confratello, che non teme di far presente ogni sua necessità.

È significativo ciò che scrive don Caviglia a proposito dell'austerità vissuta con letizia nella casa di Don Bosco: «l'austerità è nel costume, nella volontà di sacrificio, nel distacco, non nel tono della vita: si lavora, si tollera, si stenta allegramente, perché in tutto c'entra il cuore, e l'anima è così temprata ad alti ideali, è così disposta al superamento del non necessario che permette la massima disinvoltura di movimento e di spirito».7

Solidarietà fraterna con le altre comunità.

Un tratto dello spirito di famiglia, trasmessoci da Don Bosco, è la condivisione dei beni, oltre che nella comunità locale, nella comunità ispettoriale e nell'intera Congregazione. È ciò che viene indicato dal terzo capoverso dell'articolo, che si richiama palesemente anche ad un brano del Concilio: «Le Province e le Case si scambino tra di loro i beni temporali, in modo che le più fornite di mezzi aiutino le altre che soffrono la povertà» .$ Ma l'espressione del testo sembra avere una visuale più ampia: «Condividiamo fraternamente ciò che abbiamo con le comunità dell'Ispettoria e siamo solidali con le necessità dell'intera Congregazione»: è una condivisione che non riguarda solo i beni materiali (di cui parla esplicitamente l'art. 197 dei Regolamenti generali), ma anche i beni spirituali e le capacità apostoliche proprie di ciascuno. Non va dimenticata l'insistenza di Don Bosco sul fatto che la Congregazione forma un corpo solo, è una sola famiglia, stretta attorno al Rettor Maggiore, che ne è il padre e la guida: già l'art. 59 ne anticipava il concetto.

Si deve osservare, tuttavia, che l'art. 76 evidenzia in modo particolare la comunione all'interno della Ispettoria: richiamandosi all'art. 58, esso vuole sottolineare come l'aspetto comunitario della nostra povertà è importante per la promozione di una vera comunità ispettoriale.

A. CAVIGLIA, bon Bosco - Profilo storico, SEI Torino 1934, (2a. ed.), p. 93 9 PC, 13

A conclusione l'articolo costituzionale accenna anche a una solidarietà a livello più ampio: «con le necessità della Chiesa e del mondo». Anche qui siamo rinviati agli orientamenti conciliari; dice infatti il decreto «Perfectae caritatis»: «Gli istituti stessi... volentieri destinino qualche parte dei loro beni alle altre necessità della Chiesa e al sostentamento dei poveri ... ».9 Anche se direttamente il testo del Vaticano Il parla di testimonianza e di servizio dei più poveri, le Costituzioni hanno voluto inserire questo appello nel contesto della condivisione fraterna, sia per ricordare che facciamo parte di una famiglia più grande, sia per sottolineare un'importante finalità dei nostri beni messi in comune. È ciò che anche Paolo VI ricordava ai Superiori religiosi: «Coi beni temporali, che la divina Provvidenza vi ha elargito, soccorrete le vere necessità dei fratelli bisognosi, sia quelli a voi più vicini sia quelli sparsi nelle altre parti della terra».1°

In sintesi, l'articolo fa sentire chiaramente che i beni che possiamo avere non sono destinati né all'accumulo né a garantire una sicurezza economica: essi sono a disposizione dei fratelli, poiché la nostra povertà è a servizio della carità, tutto ciò che abbiamo è al servizio dei giovani poveri (cf. Cost 73. 79).

Dona a noi tuoi servi, o Dio nostro Padre,

di saper condividere con generosità nelle nostre comunità,

con la Chiesa e con i fratelli più poveri, i doni di natura e di grazia e tutti i beni spirituali e materiali che la Tua Provvidenza ci offre. Fa' che la nostra povertà evangelica sia un mezzo efficace per formare tra noi una vera famiglia

e per essere nel mondo un segno anticipatore dell'avvento del Tuo Regno. Per Cristo nostro Signore.

PC, 13

10 PAOLO VI, Discorso ai Superiori generati, 23 maggio 1964

ART. 77 TESTIMONIANZA DI POVERTA NELLA COMUNITA E NELLE OPERE

Ogni comunità e attenta alle condizioni dell'ambiente in cui vive e testimo• nia la sua povertà con una vita semplice e frugale in abitazioni modeste.

Sull'esempio e nello spirito del Fondatore, accettiamo il possesso dei mezzi richiesti dal nostro lavoro e li amministriamo in modo che a tutti sia evidente la loro finalità di servizio.

La scelta delle attività e l'ubicazione delle opere rispondano alle necessità dei bisognosi; le strutture materiali si ispirino a criteri di semplicità e funzionalità.

Questo articolo continua il tema della povertà comunitaria, sviluppandone in particolare il valore di testimonianza di fronte ai giovani e al mondo. Come si accennava nel precedente articolo, il Concilio chiede ai religiosi «una testimonianza collettiva» di povertà:' tale testimonianza è importante non soltanto in se stessa, ma per la missione apostolica, poiché - secondo quanto diceva l'art. 62 - la nostra vita più che le parole rende convincente l'annuncio del Vangelo. Rivolgendosi ai religiosi e religiose, Paolo VI ricordava questo compito loro proprio: «Mentre per molti è aumentato il pericolo di essere invischiati nella seducente sicurezza del possedere, del sapere e del potere, l'appello di Dio vi colloca al vertice della coscienza cristiana: ricordare cioè agli uomini che il loro progresso vero e totale consiste nel rispondere alla loro vocazione di partecipare come figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini».2 Il nostro CGS aggiunge che questa testimonianza di povertà è particolarmente leggibile quando è vissuta in comunità.3

Riferendosi alla dottrina del Concilio e alla tradizione salesiana, l'art. 77 tocca tre principali aree della testimonianza collettiva di povertà: lo stile di vita semplice e frugale, il modo di usare i mezzi necessari per il lavoro apostolico, la povertà nelle opere e nelle strutture. Vediamo singolarmente questi punti.

' PC, 13

2 ET, 19

' Cf. CGS, 606

Testimoniare con uno stile di vita semplice e frugale.

Nell'art. 76 è stato detto che un tratto caratteristico della povertà dei figli di Don Bosco è il vivere in una perfetta comunione dei beni materiali e spirituali. Ma occorre avvertire che, se è vero che il singolo religioso col mettere in comune i propri beni realizza una forma eminente di distacco personale e di generoso dono di sé, ciò può non essere sufficiente per una reale testimonianza collettiva di povertà. La storia, purtroppo, ci attesta che ci sono stati Istituti religiosi nei quali un leale distacco personale ha portato ad un accumulo e ad una ricchezza comunitaria. D'altra parte lo stesso Don Bosco ha messo in guardia la sua Congregazione dal rischio della ricerca delle agiatezze e comodità 4

Il primo capoverso dell'articolo vuole sottolineare appunto che la testimonianza del Regno di Dio e della sua trascendenza non è impegno soltanto del singolo; la professione di povertà chiama in causa anche la comunità, che deve dare una testimonianza credibile proprio in quanto comunità. D'altronde, non dimentichiamo, è difficile che possa dirsi povero un membro di una comunità ricca!

Come giungere a questa testimonianza comunitaria? «Con una vita semplice e frugale in abitazioni modeste», risponde la Regola. Gli Atti del CGS illustrano chiaramente tale impegno: «Austerità della vita in comune: nella frugalità del vitto, nel rifiuto del superfluo, nella funzionale semplicità degli edifici dobbiamo sentirci più vicini ai poveri».5 Un po' più sopra lo stesso Capitolo aveva detto: «livello di vita semplice e austero, che rifiuta comforts e comodità di tipo borghese».b Le espressioni richiamano ciò che Don Bosco scriveva tra i ricordi ai primi missionari: «Fate che il mondo conosca che siete poveri negli abiti, nel vitto, nelle abitazioni e voi sarete ricchi in faccia a Dio e diverrete padroni del cuore degli uomini».' E ancora: «11 mio ideale era una Con-

Cf, MB XVII, 271-272

' CGS, 606

a CGS, 605

Ricordi ai missionari (n. 12), cf. Appendice Cost 1984, p. 254. Don Bosco ci ricorda: L'abitare volentieri in una camera incomoda o fornita di suppeliettiIi di poco rilievo, il portare abiti dimessi, l'usare cibi dozzinali onora grandemente chi ha fatto voto di povertà, perché lo rende simile a Gesù Criston (Introduzione alle Costituzioni' cf. Appendice Con 1984, p. 222).

gregazione modello di frugalità e che tale avrei lasciato alla mia morte 8

E testo aggiunge una sfumatura che ha la sua importanza pratica: «Ogni comunità è attenta alle condizioni dell'ambiente in cui vive». L'idea e la formulazione derivano dal decreto conciliare «Pcrfectae caritatis»° già citato nell'articolo precedente. Esse vengono così spiegate negli Atti del CGS: «Si deve tener presente che l'immagine concreta dell'aspetto socio-economico della povertà del religioso e quindi la sua realtà di segno... varia secondo i diversi ambienti e paesi, le differenti culture e civiltà e le particolari situazioni. Per questo la pratica della povertà è soggetta al principio del pluralismo».` ° Praticamente, ogni comunità deve trovare il suo stile di semplicità e di austerità in funzione della sua precisa missione in un determinato territorio; in ogni caso, però, la norma suprema rimane la stessa: far vivere il Cristo e farlo «vedere» a coloro ai quali siamo mandati!

Testimoniare nell'uso dei mezzi necessari per la missione.

Il secondo capoverso dell'articolo affronta un problema strettamente legato allo svolgimento della nostra missione: quello dei mezzi necessari per il lavoro della comunità."

La Società che Don Bosco ha fondato è indirizzata all'educazione ed evangelizzazione della gioventù, specialmente la più povera, e all'elevazione delle classi popolari; ha una finalità educativa e promozionale, che necessita di mezzi adeguati e spesso costosi.

Don Bosco non ha avuto paura di cercare e di usare i mezzi più idonei per dare ai suoi giovani, insieme con il pane, l'istruzione di cui avevano bisogno. Può sembrare strano, per esempio, trovare in Don Bosco, che ha amato profondamente la povertà, un'espressione come

" MB IV, 192

PC, 13

° CGS, 609

" tl CGS esprime questo problema ponendo un interrogativo: come è compatibile una testimonianza che deve giungere fino alla piena solidarietà con il mondo dei poveri, con le necessità del servizio di educatori, che richiede mezzi funzionali e strutture adeguate? A possibile essere poveri in una istituzione che assume talvolta apparenze dì grandiosità?~ (CGS, 610).

questa: «La Congregazione fiorirà finché i salesiani sapranno apprezzare il danaro».12 Egli, pur così distaccato, non maledice il danaro: sa quanta fatica costa guadagnarlo alla povera gente e sa che per i suoi ragazzi è un mezzo per aiutarli a costruirsi un avvenire meno triste, è una possibilità per la loro formazione. Don Bosco, perciò, usa il danaro e tutti i mezzi, che con ogni industria riesce a procurarsi, per il servizio dei suoi ragazzi. Circa l'uso dei mezzi per l'educazione e la promozione è noto quanto egli ebbe a dire, riferendosi esplicitamente alla stampa: «In queste cose Don Bosco vuol essere all'avanguardia del progresso».13

È in questa prospettiva che si deve leggere il testo costituzionale: «Sull'esempio e nello spirito del Fondatore accettiamo il possesso dei mezzi richiesti dal nostro lavoro». Siamo consapevoli che la nostra missione richiede dei mezzi e quindi li usiamo. Ma sempre dobbiamo essere guidati unicamente dallo spirito di servizio disinteressato e visibile: «li amministriamo in modo che a tutti sia evidente la loro finalità di servizio». I nostri destinatari e la gente che ci osserva devono vedere chiaramente che i nostri beni comunitari sono effettivamente destinati agli scopi della missione (evangelizzazione, educazione e servizio dei giovani) e che i Salesiani vivono, individualmente e collettivamente, come semplici amministratori di questi beni.

Testimoniare nelle opere e nelle strutture.

Il discorso sui mezzi necessari alla missione sfocia in quello delle opere e attività e delle strutture necessarie per compierle. Anche queste debbono essere considerate nel contesto della testimonianza della povertà evangelica, che è indispensabile.

Il criterio generale, che deve guidare la comunità nella scelta delle attività e opere è simile a quello enunciato a riguardo dei mezzi e strumenti per il lavoro apostolico: esse sono anzitutto per il servizio dei giovani più bisognosi, e quindi devono nascere dalle loro urgenti necessità. Tale criterio era già stato indicato dagli art. 7 e 41, nel contesto delle

12 MB XVII, 486 13 MB XVI, 323

priorità apostoliche della nostra missione. L'art. 26, poi, parlando dei nostri «primi e principali destinatari», concludeva con una chiara scelta di campo: «lavoriamo quindi specialmente nei luoghi di più grande povertà». Tutto questo viene ora ripreso, indicando nella fedeltà al servizio richiesto dalla missione una via per una reale testimonianza di povertà evangelica.

Nel tema specifico delle strutture il testo delle Costituzioni aggiunge al criterio generale sopra enunciato un'ulteriore indicazione: «le strutture materiali si ispirino a criteri di semplicità e funzionalità». Se è necessario che le strutture siano funzionali per poter rendere un servizio davvero efficace, si richiama la cura di evitare tutto ciò che può essere sovrastruttura inutile o eccessiva e quindi occasione di controtestimonianza. L'art 59 dei Regolamenti generali precisa meglio questo aspetto: «In ogni caso si eviti qualsiasi controtestimonianza di povertà, tenendo presente che un servizio efficiente può spesso essere realizzato con strutture materiali molto semplici o in opere di cui non siamo proprietari».

Notiamo la profondità del discorso qui affrontato. Esso vuole portarci a comprendere il significato reale delle strutture, che sono solo un mezzo per realizzare il servizio ai giovani e per testimoniare il Vangelo: non soltanto non dobbiamo assolutizzarle, ma dobbiamo sempre essere disposti a modificarle, adattandole alle reali necessità dei destinatari. Saperci servire di strutture semplici e saperci facilmente adattare a nuove situazioni è un segno della nostra piena disponibilità e fiducia in Colui che ci manda e che solo salva. La vita di Don Bosco e le origini della nostra Società sono un modello che non dovremmo dimenticare!

In questo contesto rientra anche l'invito alla verifica periodica («scrutinium paupertatis») che i Regolamenti generali rivolgono alle comunità locali e ispettoriali (cf. Reg 65).

O Signore, Tu vuoi che ogni nostra comunità testimoni concretamente per i giovani la beatitudine della povertà:

- aiutaci a dare un segno credibile mediante la nostra vita frugale e sobria

e con la semplicità delle nostre abitazioni.

O Signore, nella tua bontà

e col generoso aiuto di tanti fratelli

ci hai dato case e mezzi per le necessità del nostro lavoro:

- fa' che ci sentiamo amministratori di questi tuoi doni

e li usiamo come strumenti per il servizio dei nostri giovani.

O Signore, le attivitàà e le opere che intraprendiamo sono segni del Tuo amore per noi e per i giovani. - fa' che non attacchiamo ad esse il nostro cuore,

ma le sappiamo sempre considerare nella loro finalità

al servizio delle persone dei nostri destinatari.

ART. 78 IL LAVORO

II lavoro assiduo e sacrificato è una caratteristica lasciataci da Don Bosco ed è espressione concreta della nostra povertà.

Nell'operosità di ogni giorno ci associamo ai poveri che vivono della propria fatica e testimoniamo il valore umano e cristiano del lavoro.'

cf. ET, 20

Gli ultimi due articoli della sezione si fermano a considerare due tratti caratteristici della maniera salesiana di praticare la povertà: la vita di lavoro e l'amore ai poveri. Sono comportamenti che si riferiscono sia alla testimonianza che al servizio e riguardano tanto l'impegno del singolo come quello della comunità.

Il lavoro apostolico espressione della nostra povertà.

Riguardo al lavoro nella vita dei figli di Don Bosco, l'art. 18 ne ha già parlato come di uno degli elementi che, insieme con la temperanza, fa parte dello spirito salesiano: «Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione». L'operosità instancabile è espressione della carità pastorale, frutto della mistica del «da mini animas, cetera tolte».

L'art. 78 riprende il tema del lavoro e lo presenta nel suo rapporto con la nostra povertà di religiosi-apostoli: avendo seguito Gesù come operai del Vangelo, lo imitiamo nel lavoro instancabile per il Regno di Dio, dedicandoci con tutte le forze alla salvezza dei nostri fratelli.

Per spiegare il nesso tra il lavoro del salesiano e la sua scelta di povertà, l'articolo sviluppa essenzialmente tre linee di pensiero: si richiama all'esempio di Don Bosco lavoratore, asserisce che il lavoro ci associa ai nostri fratelli che vivono di lavoro, e parla di una testimonianza efficace che possiamo dare agli uomini d'oggi, specialmente ai giovani.

Per capire fino a che punto Don Bosco ha speso la vita lavorando non c'è che da leggerne la biografia: le pagine delle «Memorie Biografi-

che» sono una testimonianza continua del lavoro «assiduo e sacrificato» (i due aggettivi sono stati scelti intenzionalmente) che il Santo ha svolto per i suoi poveri ragazzi. Sono note le parole del Prof. Fissore dell'Università di Torino: «Si è consumato per troppo lavoro! Non muore per malattia, ma è un lucignolo che si spegne per mancanza d'olio».' Don Ceria, a sua volta, scrive: «Sarebbe difficile trovare un altro Santo che nella misura di Don Bosco abbia coniugato e fatto coniugare il verbo lavorare».2

Don Bosco ha lasciato ai suoi questo stile di lavoro come «preziosa eredità». Così scrivono gli Atti del CGS: «Sensibile al suo tempo che molto valorizzava la laboriosità e spinto dall'interiore zelo, Don Bosco volle una Congregazione fondata sul lavoro instancabile».' Voleva i suoi Salesiani lieti, poveri, frugali, ma soprattutto laboriosi: «Lavoro, lavoro, lavoro! - ripeteva - Ecco quale dovrebbe essere l'obiettivo e la gloria dei preti. Non stancarsi mai di lavorare. Quante anime si salverebbero!».' «Miei cari - diceva in altra occasione - non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro, lavoro?».5

Il lavoro apostolico (non un lavoro qualunque!) è dunque per noi Salesiani un prezioso patrimonio di famiglia, fa parte della nostra identità e quindi è un modo concreto di seguire Cristo, mettendoci totalmente a servizio della missione che Egli ci affida:. in tal senso il lavoro diventa espressione di povertà, perché segno del dono generoso di noi stessi a Dio e ai fratelli.

Il lavoro compiuto con amore ci accomuna ai poveri e diventa testimonianza.

Alla motivazione salesiana se ne aggiunge un'altra di ordine sociologico: il lavoro, dice la Regola, ci accomuna a tanti nostri fratelli che si guadagnano il pane con il sudore della fronte, giorno per giorno, nella fatica e nella speranza: giustamente questi sono chiamati poveri da

MB XVIII, 500

' E. CERTA, Don Bosco con Dio, p. 262-263

a CGS, 597

a Cf. MB XVII. 383 s MB IV, 216

vanti a Dio. Questa motivazione che sostiene il nostro impegno di umile lavoro è tratta dallo stesso decreto conciliare «Perfectae caritatis», che dice: «I religiosi, ognuno nel proprio ufficio, sentano di obbedire alla comune legge del lavoro».6 A ragione si potrebbe affermare che questo è un modo attuale di praticare la povertà secondo il Vangelo.

C'è finalmente un terzo motivo che spiega la dédizione quotidiana del salesiano al lavoro, in uno stile di generosità e di gioia, pur nella immancabile fatica. Tale motivo, indicato nella frase finale dell'articolo, è ricavato dal bel testo della Esortazione apostolica «Evangelica testificatio», rivolto ai religiosi e religiose di questo nostro tempo: «Voi saprete capire il lamento di tante vite trascinate nel vortice implacabile del lavoro per il rendimento, del profitto per il godimento, del consumo che a sua volta costringe a una fatica a volte inumana. Un aspetto essenziale della vostra povertà sarà quello di attestare il senso umano del lavoro, svolto in libertà di spirito e restituito alla sua natura di mezzo di sostentamento e di servizio».' II nostro lavoro, compiuto con amore e per amore, diventa testimonianza per gli uomini che incontriamo: si tratta di un aspetto «educativo» della nostra vita povera, che acquista un'importanza particolare per noi che siamo educatori della gioventù e dobbiamo saper formare le giovani generazioni al vero senso del lavoro nella costruzione della propria vita. A questo riguardo è significativa l'affermazione di don Caviglia: «La più vera benemerenza sociale di Don Bosco sta nella scoperta della legge dell'educare col lavoro e al lavoro».a )~ un impegno anche per noi!

Signore Gesù,

il tempo è un grande dono del tuo Amore: concedici di impiegarlo sempre bene, come operai del Vangelo,

con un lavoro assiduo e sacrificato, facendo nostro l'esempio di Don Bosco, infaticabile apostolo della gioventù.

 

° PC, 13

' ET, 20

$ A. CAVIGLIA Vita dì San Domenica Savio, SEI 1943, p. 75.

In tal moda condivideremo la sorte dei poveri che vivono della loro quotidiana fatica, e testimonieremo agli uomini d'oggi, specialmente ai nostri giovani, il senso umano e cristiano del lavoro. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

ART. 79 SOLIDARIETÀ CON I POVERI

Lo spirito di povertà ci porta ad essere solidali con i poveri e ad amarli in Cristo.'

Per questo ci sforziamo di essere vicini a loro, di sollevarne l'indigenza, facendo nostre le loro legittime aspirazioni ad una società più umana.

Nel chiedere e accettare aiuti per il servizio dei bisognosi imitiamo Don Bosco nello zelo e nella gratitudine e ci manteniamo, come lui, evangelicamente liberi. «Ricordatevi bene, egli ci dice, che quello che abbiamo non è nostro, madei poveri; guai a noi se non ne faremo buon uso».2

cF. PC, 13 ' MB V. 682

L'articolo con cui si conclude la descrizione della nostra povertà alla scuola del Vangelo e sull'esempio di Don Bosco è molto significativo e si collega, in certo senso, alla fonte evangelica del primo articolo della sezione: esso presenta un'altra nota distintiva della povertà del salesiano, che dall'amore del Cristo povero (c£. Cost 72) deriva il suo amore per i poveri, nei quali si manifesta Cristo stesso.

Il testo delle Costituzioni si ispira con evidenza all'esperienza e all'insegnamento del nostro Fondatore, ma insieme si fonda su tutta la tradizione cristiana, che fin dalla prima comunità apostolica (cf. Atti degli Apostoli) ha sempre tenuto in grande onore i poveri come segno della presenza del Signore: tale impegno è stato confermato per i religiosi dal Concilio Vaticano Il e da successivi documenti del Magistero.'

Essere solidali con i poveri.

L'esempio di Don Bosco, come già si è accennato all'art. 73, traspare da tutta la sua vita e la sua opera. Nato da una famiglia povera e fattosi povero per amore, egli non solo stimò questa sua condizione (si

' Cf. PC, 13; ET, 17ss.; cf. anche iI documento «Religiosi e promozione umana" pubblicato dalla

Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari nel 1980.

definiva «un povero figlio di contadini»),2 ma dimostrò concretamente di amare i poveri: l'intera sua opera è consacrata all'elevazione umana e cristiana della gioventù povera; 3 egli si preoccupò pure della gente del popolo (nel manoscritto delle Costituzioni del 1864 parla del «basso popolo») che sentiva più bisognoso di essere aiutato. L'animo di Don Bosco verso i poveri si può capire bene in questa sua espressione: «Nelle persone dei poveri, dei più abbandonati, è presente il Salvatore» .4 Ci piace anche ricordare la consegna lasciata ai suoi figli nel testamento spirituale: «Il mondo ci riceverà sempre con piacere fino a tanto che le nostre sollecitudini saranno dirette ai selvaggi, ai fanciulli più poveri, più pericolanti della società. Questa è per noi la vera agiatezza che niuno invidierà e niuno verrà a rapirci».'

Fedele a Don Bosco, il salesiano, che ha fatto la scelta di esser povero con Cristo, si impegna ad amare e servire i poveri. Le Costituzioni lo hanno già detto nel capitolo della missione dove è indicata la scelta preferenziale della Società per la «gioventù povera, abbandonata, pericolante» (cf. Cost 26) e la sua attenzione ai ceti popolari (cf. Cost 29). Anche nell'art. 73, nel contesto stesso della povertà, come vedemmo, è stato sottolineato l'impegno di servizio per i più bisognosi, mediante il quale il salesiano partecipa alla missione della Chiesa. Questo art. 79 riprende ora il tema sotto l'angolatura più stretta delle persone dei poveri e propone un insieme di atteggiamenti di fondo che il salesiano nutre per loro a motivo della sua vocazione.

L'articolo parla di «solidarietà con i poveri» (il titolo stesso lo dice). Già il CG XIX aveva tracciato questo importante compito: «Oggi più che mai Don Bosco e la Chiesa ci mandano di preferenza in mezzo ai poveri; noi dobbiamo essere poveri in solidarietà concreta con loro, per meglio amarli, meglio servire in essi il Cristo povero, e meglio condurli alle ricchezze di Cristo Signore».` Le Costituzioni fanno proprio questo appello alla solidarietà coi poveri. Ora noi sappiamo che essere solidali con una persona significa condividerne i sentimenti profondi, gli interessi e i problemi, come pure la vita e il destino. Ciò non è facile: occorre una virtù provata e un impegno costante.

2 Cf. MB X, 266

3 Castituzioni 1875, cap. I, art. 1. 3. 4 (ef. F. MOTTO, p. 73 e 75)

° MB XIII, 109

3 MB XVII, 272

6 CGXIX ACS n. 244, gennaio 1966, p. 81-82

Perciò la Regola segnala espressamente alcune manifestazioni della nostra solidarietà con i poveri, che dobbiamo sforzarci di coltivare:

amarli in Cristo»: l'amore è ciò che rende possibile la solidarietà e la solidarietà si traduce necessariamente in amore: Gesù Cristo è stato solidale con noi perché ci ha amati e la sua solidarietà ci ha salvati! Il testo cita esplicitamente, al riguardo, il decreto «Perfectae caritatis» (che letteralmente dice: «amarli nelle viscere di Cristo») e si fonda sulla persuasione di fede che fa scoprire nel fratello bisognoso il volto stesso del Signore: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare... Tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!» (Mt 25, 35.40)

Colui che si è fatto povero per amore del suo Signore è in grado di amare il Signore nei poveri, perché sa che essi ne sono l'abitazione privilegiata e certissima. Ciò significa, secondo la celebre espressione di san Giacomo, rendere concreto il nostro amore ai fratelli (cf. Gc 2, 15-16).

- «essere vicini a loro»: si tratta non solo di un'indispensabile vicinanza di pensiero e di cuore, ma anche di una vicinanza materiale nel servizio che prestiamo loro: come già più volte si è detto, è questa l'indicazione di priorità per la nostra missione dettata dalla Regola.

- «sollevarne l'indigenza»: l'espressione è ricavata da un commovente testo della Costituzione «Lumen gentium»: «la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dall'umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo Fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l'indigenza e in loro intende servire Cristo».7 L'amore di colui che ha seguito Cristo povero rende limpido il suo occhio così che può vedere prontamente le miserie dei poveri, lasciarsi coinvolgere nelle loro difficoltà, piangere con loro nelle sofferenze, condividerne più facilmente le vicende. Egli è in grado di aiutare questi suoi fratelli, mettendosi al loro fianco. Ma soprattutto diviene capace di dire la Parola dell'Amore di Dio e portare la buona notizia di Gesù Salvatore: «Pauperes evangelizantur» (Le 7,22).

7 LG, 8

- «facendo nostre le loro legittime aspirazioni per una società più umana». viene qui ripreso, sotto una diversa angolatura, quanto è già stato affermato negli art. 7 e 33: si tratta di partecipare col cuore e con l'azione al grande compito di liberazione dei poveri. Don Luigi Rieceri, VI Successore di Don Bosco, parlava, a questo riguardo, di partecipazione all'impegno per lo sviluppo, che «appartiene all'essenza della Congregazione».e Le nostre Costituzioni vogliono evidenziare questo risvolto sociale della nostra opera e della nostra testimonianza.

Chiedere aiuti per i poveri con spirito di libertà evangelica.

Il terzo capoverso tratta di un problema che si ricollega, in certo modo, a quanto è stato già accennato all'art. 77: la ricerca di aiuti e di mezzi per sostenere le opere e venire in soccorso ai poveri.

Anche qui abbiamo davanti a noi l'esempio del Fondatore. Sommamente fiducioso nella Provvidenza («con l'abbandono nella Provvidenza Divina la Società prospererà», diceva),9 egli non esitava a farsi strumento della Provvidenza, domandando aiuti per la sua opera a chi ne aveva delle possibilità. Era suo convincimento che «la Provvidenza Divina vuol essere aiutata da immensi sforzi nostri»)° Quante fatiche (pensiamo, ad esempio, ai viaggi stressanti compiuti in Francia e in Spagna), quante umiliazioni gli costò lo stendere la mano per i suoi poveri ragazzi! II

Don Bosco non ha detto male dei ricchi, presi in blocco; ha avuto certamente parole forti contro quei ricchi che vivevano egoisticamente, attaccati ai loro beni, spesso alle spalle dei poveri; ma ha avuto parole di sincera riconoscenza per quelli che si dimostravano generosi nell'aiutare i bisognosi: scorrendo l'Epistolario, possiamo restare colpiti dalle numerose delicate espressioni di gratidudine del nostro Padre ai tanti benefattori di ogni ceto sociale!

Le Costituzioni ci dicono: «imitiamo Don Bosco nello zelo e nella gratitudine». Anche per noi rimane dunque valido l'impegno di far ri-

e Cf. ACS n. 261 (1970), p. 22-23 ' Cf. MB X, 99

MB XI 55

" Cf. MB II, 259

corso all'aiuto dei benefattori per venire incontro alle necessità dei giovani poveri. Sentiamo gli amici e i benefattori (che spesso non sono affatto dei potenti di questo mondo, ma persone di condizione modesta) partecipi di un movimento di carità e quindi siamo loro sinceramente riconoscenti nel nome del Signore.

Il testo della Regola precisa però opportunamente che noi, pur stendendo la mano a tutti, restiamo «evangelicamente liberi»; restiamo cioè servitori del Vangelo, amici dei poveri, «liberi» di fronte a quelli che tentassero di strumentalizzarci con le loro elargizioni per coprire le loro ingiustizie.

Conclusione.

A conclusione dell'articolo e dell'intera sezione della povertà, il testo riporta una frase di Don Bosco sommamente espressiva: «Ricorda

tevi bene che quello che abbiamo non è nostro, ma dei poveri; guai a noi se non ne faremo buon uso».12

C'è qui la sintesi di tutto ciò che è stato detto sulla nostra povertà vissuta come testimonianza e servizio. Abbiamo rinunciato a tutto per imitare Gesù e servire i fratelli: per questo ciò che abbiamo (i beni della nostra comunità) è un dono di Dio, che ci viene dato perché lo mettiamo a disposizione dei fratelli bisognosi. Siamo chiamati a testimoniare il distacco, ma anche a impegnarci a «far buon uso» di ciò che la Provvidenza ci manda per il servizio dei più poveri. Ci è di stimolo a questo impegno anche l'accorato appello che Paolo VI rivolgeva a tutti i religiosi: «Più incalzante che mai, voi sentite levarsi 'il grido dei poveri' dalla loro indigenza personale e dalla loro miseria collettiva. Non è forse per rispondere al loro appello di creature privilegiate di Dio che è venuto il Cristo, giungendo addirittura a identificarsi con loro?»,"

z ME V, 682 ET, 17

O Padre,

che chiedendo di farci solidali con i più poveri,

ci hai aperto la via regale dell'imitazione di Cristo, anima la pratica della nostra povertà con la convinzione che quello che abbiamo non è nostro, ma dei poveri,

e rendici in mezzo a loro

segno della Tua Provvidenza amorosa. Per Cristo nostro Signore.

LA NOSTRA CASTITÀ

«lo sono persuaso che né morte né vita..- né presente né avvenire... né alcun'altra creatura potré mai separarci dall'amore di Dio in Gesù Cristo, nostro Signore» (Rm 8,38-39).

 

Al seguito degli orientamenti conciliari espressamente citati (Cost 80), la castità evangelicamente intesa viene risolutamente letta in chiave cristologica. Castità nel suo senso positivo è quell'aspetto dell'unica sequela di Gesù che riguarda la religione del cuore (Cast 86). Questa prospettiva fondamentale, a cui Don Bosco ha dato umana concretezza e saggezza operativa (Cast 81), trova legittimamente nella citazione dì Rm 8, 38-39 una delle ispirazioni tra le più alte di tutto il Nuovo Testamento.

Il cap. 8 della lettera ai Romani rappresenta il «Te Deum» della storia della salvezza. Superato il peso tragico del peccato, sovente espresso nella sfrenatezza della lussuria egoistica (Rom 1-3), l'uomo è «liberato in Cristo» dal peccato originale (cap 5), personale (cap 6), dall'impossibilità di osservare la legge (cap 7). Egli si trova in una fitta trama di amore e di servizio: con lo Spirito di Gesù anzitutto e perciò con Dio come Padre e quindi in una indissolubile fraternità con il Risorto (8,1-18); si trova collegato con la creazione chiamata essa pure a rivestire la gloria dei figli di Dio (8, 19-25). Sì trova, in sintesi, nell'inviolabile progetto salvifico eterno di Dio (8, 28-30).

«Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» (8,31). Qui Paolo innesca un'appassionata cascata dì interrogativi, la cui risposta vince ogni timore. Nessuna creatura può "separarci dall'amore di Dio in Gesù Cristo»: amore che è un tutt'uno, quello che anzitutto Dio ha verso Paolo, ma anche quello che Paolo ha verso Dio. Con ciò non vengono spente le creature, non viene smorzata la capacità umana del cuore di amare. Castità non è solitudine, tanto meno odio e aggressività, ma poter e saper amare stando sempre al centro dell'Amore, con la gioia, la libertà, quindi anche con l'attenzione, la generosità, la tenerezza, la delicatezza con cui ha amato il cuore umano di Cristo «nostro Signore».

La santa memoria di Don Bosco, casto e sorridente, capace di far reali sacrifici, ma insieme di spargere letizia nel cuore dei suoi ragazzi, diventa per noi testimonianza felice della castità evangelicamente vissuta.

·         * *

·       

ART. 80 SIGNIFICATO EVANGELICO DELLA NOSTRA

CASTITA

La castità consacrata per il Regno è un «dono prezioso della grazia divina dato dal Padre ad alcuni».' In risposta di fede, noi Io accogliamo con gratitudine e ci impegniamo con voto, a vivere la continenza perfetta nel ce] ibato.2

Seguiamo da vicino Gesù Cristo, scegliendo un modo intensamente evangelico di amare Dio e i fratelli senza divisione del cuore .3

Ci inseriamo così con una vocazione specifica nel mistero della Chiesa, totalmente unita a Cristo e, partecipando alla sua fecondità, ci doniamo alla nostra missione.'

LG, 42

' Cf- CIC, can- 599 ' Cf. LG, 42

Cf- FT, 13-14; RD, 11

Questo articolo, con cui si apre la sezione riguardante la castità consacrata, è denso di dottrina. presenta infatti gli aspetti principali del «mistero» del celibato per il Regno, insieme con gli impegni che assumiamo con voto davanti a Dio. Si tratta di una presentazione che fin dall'inizio fa apparire questo aspetto della «sequela Christi» in tutta la sua luce sommamente positiva. Se è vero infatti che la castità comporta delle rinunce (un tempo vi si insisteva forse eccessivamente, ma sarebbe ingenuo dimenticarlo oggi), essa è anzitutto una realtà positiva, entro la quale la rinuncia è vissuta come inseparabile conseguenza di un dono più grande. La castità è «un modo intensamente evangelico di amare», mette cioè il religioso in una profonda e vitale relazione di

amore con Dio e con i fratelli i.1 L'orizzonte in cui va collocata la via del celibato evangelico è solo quello dell'Amore: si accetta la castità non per rinunciare ad amare, ma per amare di più.

Si può qui accennare ad una questione di «vocabolario» che è stata posta durante la revisione del testo delle Costituzioni.

Si sa che alla materia di questo voto sono legate sia la rinuncia al matrimonio per seguire Cristo e servire il Regno sia la pratica concreta della castità che corrisponde al celibato consacrato. È chiaro che entrambi gli aspetti devono essere tenuti presenti; ma volendo mettere in evidenza il primo, alcuni preferirebbero che si usasse abitualmente l'espressione «celibato consacrato» (o «celibato per il Regno»). Il CGS e ultimamente il CG22, in sintonia con i documenti del Magistero,2 hanno ritenuto il termine globale «castità» e ne hanno espresso il contenuto con espressioni diverse: «castità consacrata» (Cost 80. 83), «celibato per il Regno» (Cost 83), «continenza perfetta nel celibato» (Cast 80. 82). Si capisce che si tratta insieme del voto e della virtù.

I tre capoversi dell'articolo presentano successivamente tre aspetti del mistero della castità consacrata: l'aspetto carismatico, quello eristico e quello ecclesiale.

La castità, dono del Padre.

Il testo incomincia allo stesso modo dei documenti del Vaticano 11. Afferma subito l'origine divina della castità religiosa, l'assoluta gratuità, e riconosce che essa è un insigne dono: «prezioso dono della grazia divina dato dal Padre ad alcuni», come si esprime la Costituzione «Lumen Gentium».' Si può osservare che anche il decreto «Perfectae caritatis» parla di «insigne dono della grazia»4 e l'espressione «prezioso

Cf. CGS, 562

a li Concilio parla della castità religiosa con formulazioni diverse: vverginitàv, vcontinenza perfetta» (LG, 42), ncastitd dedicata a Dio» (LG, 43), vcastitàà per i( Regno dei cieli (PC, 12), «seguire Cristo vergine (PC, 1). Si veda anche PC, 15 e OT, 10. Il can. 599 deI CIC si esprime in questa forma: «Il consiglio evangelico di castità assunto per il Regno dei cieli, che è segno della vita futura e fonte di una più ricca fecondità nel cuore indiviso, comporta l'obbligo della perfetta continenza nel celibato.

' LG, 42

PC, 12

dono» ritorna nei decreti sui sacerdoti e sulla formazione sacerdotale.'

La dottrina della Chiesa su questo punto è chiarissima: la verginità non è un'attitudine umana o un esercizio ascetico che l'uomo assume di propria iniziativa; ma essa è una vocazione, una chiamata che proviene dall'iniziativa del Padre, cui l'uomo risponde mosso dalla grazia divina.

Questa convinzione di tutta la tradizione cristiana" affonda le sue radici nel Vangelo. Il Concilio infatti appoggia la sua affermazione su due riferimenti scritturistici: Mt 19, 11-12 e i Cor 7, 7. Paolo dichiara: «Ognuno ha da Dio il suo dono particolare, chi in un modo chi in un altro». La castità consacrata rientra appunto tra i doni particolari che Dio distribuisce liberamente a chi crede. Il testo di Matteo viene citato per sottolineare che occorre la grazia di Dio per comprendere tale dono, per assumerlo e viverlo pienamente. É la confidenza di Gesù ai suoi discepoli: «Ci sono di quelli che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli. Chi può comprendere capisca».

All'iniziativa di Dio fa seguito la nostra risposta. La Regola sottolinea che è una «risposta di fede» (è infatti comprensibile solo nella fede) ed è una risposta piena di gratitudine: data con riconoscenza e con gioia, essa non solo esprime il nostro amore, ma diventa anche una testimonianza credibile per i nostri fratelli.

Nella linea della risposta il testo precisa gli impegni che assumiamo con voto davanti a Dio; lo fa utilizzando la stessa formula del Codice di diritto canonico: «ci impegniamo con voto a vivere la continenza perfetta nel celibato».a

Si può concludere questa prima riflessione, che le Costituzioni propongono a fondamento della vita di castità del salesiano, con un'ultima osservazione. Frutto di un appello della grazia, la castità non può vivere che in un clima di grazia e nella permanenza del dialogo che l'ha susci-

s Cf. Po, 16; or, lo

e Nella «Evangelica tesrificatio» si afferma questa permanente tradizione ecclesiale: «Quanto a noi, la nostra convinzione deve restare ferma e sicura: iI valore e la fecondità della castità, osservata per amore di Dio nel celibato religioso, non trovano il loro fondamento se non nella Parola di Dio, negli insegnamenti di Cristo, nella vita della sua Madre vergine, come pure nella

tradizione apostolica, quale è stata incessantemente affermata dalla Chiesa» (ET, 15). Cf. LG, 42

" Cf. CJC, can, 599

tata. Come dirà esplicitamente l'art. 84, essa rimane umile e si nutre di fede e di grazia: «Signore, conservami nella tua grazia». Ci dice il Concilio: «Bisogna che i religiosi... credano alle parole del Signore e, fidando nell'aiuto divino, non presumano delle loro forze»?

La castità consacrata, scelta da Cristo, che noi seguiamo.

Dopo aver presentato la dimensione carismatica, le Costituzioni parlano della dimensione cristica: «seguiamo da vicino Gesù Cristo».

Anche qui il testo si fonda sul Vangelo, dove Gesù chiama i discepoli a «seguirLo», e sulla dottrina conciliare che - come già vedemmo all'art. 60 -- propone i tre consigli come altrettanti modi di «seguire Cristo più da vicino», di «conformarsi maggiormente al genere di vita verginale e povero che Cristo scelse per sé e che la Vergine Madre sua abbracciò».1° Il Concilio presenta il celibato per il Regno come una partecipazione ed un'espressione sacramentale della verginità di Cristo e di Maria, una reale configurazione a Cristo nella sua vita terrena e una manifestazione del Cristo glorioso, prefigurazione della condizione definitiva dell'umanità nel Regno celeste. Nella Esortazione apostolica «Evangelica testificatio» scrive Paolo VI: la castità «raggiunge, trasforma e penetra l'essere umano nel suo intimo, mediante una misteriosa somiglianza a Cristo»." A coloro che ci chiedono perché abbiamo scelto di vivere nel celibato noi rispondiamo: perché così ha fatto Gesù per compiere la sua missione e perché Lui ci ha chiamati a seguirLo!

La Regola ci dice che, seguendo Gesù sulla via della castità, noi giungeremo alla pienezza dell'amore, giungeremo cioè ad amare Dio - e in Lui i nostri fratelli - «senza divisione del cuore». L'espressione, ricavata ancora dalla «Lumen Gentium», si allaccia al tema paolino della prima lettera ai Corinti: l'uomo sposato «si trova diviso», come «distratto» per le molte preoccupazioni della sua vita, dice l'Apostolo, che augura ai cristiani di «attaccarsi al Signore senza divisione del cuore» (1 Cor 7, 34-35). In verità ogni cristiano, in qualsiasi situazione, deve

« PC, 12

LG, 46; cf. anche LG, 42; PC, 1. 5 ET, 13

amare il Signore «con tutto il suo cuore» (cf. Mt 22,37); ma colui che ha scelto di «seguire Cristo vergine», «più facilmente» 12 può offrire a Lui tutto il suo cuore e donare se stesso al servizio del Regno.

La verginità consacrata, superando la mediazione della creatura che è propria dell'amore coniugale,13 realizza per la potenza dello Spirito un'unione intima e immediata con Cristo e proclama la totale dedicazione ad amare «Dio solo». Da questo amore di Dio «sopra ogni cosa» procede l'amore per i fratelli nella luce di Dio e quindi la dedizione al loro servizio, come più diffusamente la Regola spiegherà in seguito. Riecheggia ancora la parola del Concilio: la castità «rende libero in modo speciale il cuore dell'uomo, così da accenderlo sempre più di carità verso Dio e verso tutti gli uomini; per conseguenza essa costituisce... un mezzo efficacissimo offerto ai religiosi per potere generosamente dedicarsi al servizio divino e alle opere di apostolato».14

 

Attraverso la castità consacrata ci inseriamo profondamente nel mistero della Chiesa.

L'ultimo capoverso esprime due conseguenze della pienezza d'amore vissuta con l'impegno della castità: l'inserimento profondo nel mistero della Chiesa e la disponibilità alla missione come partecipazione alla sua fecondità.

Il testo dice: «ci inseriamo con una vocazione specifica nella Chiesa, totalmente unita a Cristo». È condensata in questa piccola frase la dottrina propria di tutta la tradizione cristiana, che vede nella verginità consacrata (secondo uno specifico carisma) il vertice del rapporto di amore tra la creatura e il suo Signore, e quindi il segno più alto dell'unione fra Cristo e la Chiesa sua Sposa. È quanto afferma un bel passo della Esortazione apostolica «Evangelica testificatio»: «Decisamente positiva, la castità attesta l'amore preferenziale per il Signore e

'x Cf. LG, 42. Sì può osservare che il testo conciliare dice esattamente ~facilius indiviso corde,. Cf, anche LO, 46.

" Così si esprime la itvangeìica testificano: »Senza deprezzare in alcun modo l'amore umano e il matrimonio seconda la fede, non è essa immagine e partecipazione dell'unione di amore che unisce il Cristo e la Chiesa? -, la castità consacrata richiama questa unione in una maniera più immediata ed opera quel superamento, verso il quale dovrebbe tendere ogni amore umano (ET, 13).

'' PC, 12

simboleggia, nella maniera più eminente e assoluta, il mistero dell'unione del Corpo mistico al suo Capo, della Sposa al suo eterno sposo»."

Noi sappiamo che, parlando dell'unione coniugale, l'Apostolo Paolo vede in essa il sacramento della misteriosa unione di Cristo con la sua Chiesa (cf. Ef 5,32); ma egli lascia intendere che la realtà delle nozze umane non è che una pallida immagine dell'intima comunione di vita e di amore che Cristo, con la sua Pasqua, ha inaugurato con l'umanità redenta. Nel matrimonio l'amore della Chiesa per Cristo passa attraverso la mediazione di un segno; ma quando, «passata la scena di questo mondo» (cf. 1 Cor 7,31) e tolte le mediazioni dei segni, si compirà definitivamente il Regno della risurrezione, allora l'unione della Chiesa con Cristo sarà perfetta e la Chiesa vivrà unicamente per il suo Signore. I religiosi che rispondono alla loro vocazione di castità testimoniano questa realtà del Regno della risurrezione, vivendo già su questa terra nella fede e nella speranza il loro esclusivo rapporto di amore con Cristo. Tutto ciò è mirabilmente espresso dal decreto «Perfectae caritatis»: «(essi) sono davanti a tutti i fedeli un richiamo di quel mirabile connubio operato da Dio e che si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per cui la Chiesa ha Cristo come unico Sposo».16

C'è un ultimo aspetto di questo mistero messo in risalto dalle Costituzioni: l'unione di Cristo con la Chiesa, alla quale Egli comunica il suo Spirito, è fonte di una mirabile fecondità spirituale: la Chiesa «vergine e madre» genera i figli di Dio.

Senza dimenticare che anche il matrimonio cristiano partecipa a questa fecondità della Chiesa, si afferma qui che la verginità consacrata, inserendoci totalmente nel mistero di amore della Chiesa, ci rende in modo singolare partecipi della sua fecondità spirituale." In questa verità si trova un fondamento per la stessa dedizione alla missione apostolica. Scrive, a tal riguardo, un autore del IV secolo: «La verginità consacrata è elevata alla categoria della maternità spirituale. Essa ha un valore essenzialmente apostolico, poiché l'essenza dell'apo-

"ET,13

16 PC, 12. Su questo tema si veda l'approfondimento portato da Giovanni Paolo II nella Esortazione apostolica «Re_dempúonís don~ al n. 2. " Cf. ET. 14

stolato è di rigenerare gli uomini secondo Cristo, o formare Cristo negli uomini (Gal 4,19)»)s Il celibato per il Regno è stimolo alla carità, energia per un amore più profondo e più largo per i fratelli. 1 priore di Taizé afferma della castità religiosa: «Essa permette di tenere le braccia aperte, senza mai rinchiuderle su qualcuno solo per se stessi».19

In sintesi, questo articolo, assai ricco, pone la castità sotto il segno di un «dono» reciproco: «dono prezioso del Padre» e dono totale di noi stessi. Il salesiano potrà vivere casto soltanto se si manterrà in queste grandi prospettive della fede. Esse sono tali da far partecipare all'entusiasmo di Don Bosco per questa virtù e al ruolo che vi annetteva per la sua missione.

Dio Padre, Ti rendiamo grazie

per il dono prezioso che ci hai dato

chiamandoci a seguire da vicino il Tuo Figlio Gesù nella via del celibato per il Regno, scegliendo un modo intensamente evangelico di amare Te e i fratelli con cuore indiviso.

Concedici di rispondere al tuo Amore con fede e con gioia riconoscente, in modo da inserirci profondamente nel mistero della tua Chiesa,

totalmente unita al suo Signore,

e partecipare alla fecondità della sua missione.

Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

" 5. Metodio, 'El Banguere'.

Cf. J. AUBRY, Teologia della vira religiosa, LDC Torino 1980, p. 113

ART. 81   CASTITA’ E MISSIONE SALESIANA

 

 

Don Bosco visse la castità come amore senza limiti a Dio e ai giovani. Volle che essa fosse un segno distintivo della Società salesiana: «Chi spende la vita a pro dei giovani abbandonati deve certamente fare tutti gli sforzi per arricchirsi di ogni virtù. Ma la virtù che si deve sommamente coltivare... è la virtù della castità».'

La nostra tradizione ha sempre considerato la castità come una virtù irradiante, portatrice di uno speciale messaggio per l'educazione della gioventù. Essa ci fa testimoni della predilezione di Cristo per i giovani, ci consente di amarli schiettamente in modo che «conoscano di essere armati»,2 e ci rende capaci di educarli all'amore e alla purezza.

' Cf- CVSI 1875, V,1

' D. Bosco, Lettera da Roma 1884, MB XVII, 110

Dopo di aver fondato la nostra risposta di amore su Gesù Cristo che ci ha amati per primo e ci ha chiamati a seguirlo, guardiamo a Don Bosco, il quale ha vissuto la sua vocazione al celibato nel dono di sé ai giovani per amore di Dio.

L'art. 81 si propone di illustrare, alla luce dell'esperienza e degli insegnamenti di Don Bosco, il legame esistente fra la castità consacrata e la missione del salesiano.

La castità segno distintivo della nostra Società.

Volendo esprimere sinteticamente come Don Bosco ha compreso e vissuto il dono della castità, le Costituzioni usano la semplice espressione: «amore senza limiti a Dio e ai giovani». Questo testo riassume ciò che il CGS aveva scritto per indicare il significato più profondo della castità consacrata in Don Bosco e per spiegare come essa lo animò nella missione ricevuta: «Don Bosco scelse di vivere il celibato evangelico come espressione del suo grande amore a Dio e per la missione di padre e pastore della gioventù, alla quale lo sollecitava la sua vocazione sacerdotale. Il dono totale di sé alla Chiesa e in modo speciale ai giovani lo rese geniale e fecondo nelle iniziative e nelle opere; gli infuse ot-

timismo e gioia nel lavoro apostolico e conferì al suo zelo uno slancio instancabile».'

Conosciamo la stima che Don Bosco ebbe per la castità come virtù che è tra quelle basilari nell'edificio della vita cristiana; possiamo cogliere tale stima dal calore con cui parlava di questa virtù specialmente ai suoi ragazzi: «Fiore bellissimo di Paradiso... e giglio purissimo che col suo candore immacolato rende somiglianti agli angeli del cielo».2 «Oh, quanto è bella questa virtù! Vorrei impiegare delle giornate intere per parlarvi di questa virtù... È questa la virtù più vaga, più splendida e insieme più delicata di tutte».' Certamente Don Bosco è convinto della preminenza della carità nella vita cristiana, ma è pure convinto che la castità accompagna la carità e ne è un'espressione. Egli dice: «La carità, l'umiltà e la castità sono tre regine che vanno sempre insieme: una non può esistere senza le altre».4 «Fintanto che uno è casto, ha sempre viva la fede, ferma speranza e ardente carità... ».5

Ai religiosi e ai sacerdoti, poi, Don Bosco raccomandava la castità come virtù fondamentale per rispondere pienamente alla propria vocazione. Scriveva: «Con la castità il religioso ottiene il suo scopo di essere tutto consacrato a Dio».11 «Quando un sacerdote vive puro e casto, diventa padrone dei cuori».'

Ma il nostro Fondatore non si è accontentato di esaltare la castità; egli stesso ha dato l'esempio di sacerdote che vive in pienezza il proprio celibato evangelico. La testimonianza più vera sta proprio nella sua vita spesa totalmente per il Signore e per la salvezza dei giovani, per i quali era disposto a sacrificare tutto: «da mini azirnas, cetera tulle!». Quel suo «Vi amo, cari giovani, e per voi sarei disposto a dare la vita», ripetuto tante volte e in tante forme diverse, è un segno dell'amore che operava in lui e che si traduceva in cuore di padre per i suoi figli. P - questo certamente l'aspetto più profondo della castità di Don Bosco, che si manifesta nel dono della «paternità spirituale»; ma non si può dimenticare che, per raggiungere tale traguardo di amore purissimo,

CGS, 572

MB IV, 478

MB XII, 564

MB IX, 706 s Ivi

6 MB XIII, 799

MB IX, 387

Don Bosco usava i mezzi dell'ascesi cristiana, costruendosi poco alla volta una personalità tutta del Signore. In questa luce si comprende la testimonianza di Don Cerruti: «A me pare di poter dire che nella grande purità di mente, di cuore e di corpo che egli osservò con una delicatezza più unica che rara, stia il segreto della sua grandezza cristiana. Il suo contegno, il suo sguardo, il suo stesso camminare, le sue parole, i suoi tratti non ebbero mai neppure ombra di cosa che potesse dirsi contraria alla bella virtù, come egli la chiamava»."

Da tutto ciò si può capire perché Don Bosco additi la testimonianza di castità come nota che deve caratterizzare la vita e la missione della Congregazione: «Ciò che deve distinguerci dagli altri, ciò che deve essere il carattere della Congregazione, è la virtù della castità... Essa deve essere il perno di tutte le nostre azioni... fa bisogno in noi di una modestia a tutta prova e di grande castità... sarà questo il trionfo della Congregazione».9

Il testo delle Costituzioni, che stiamo esaminando, riassume il pensiero del Fondatore, riproponendo la castità come «un segno distintivo della Società salesiana» e dicendo che il salesiano educatore la deve coltivare con predilezione per giungere alla pienezza della carità pastorale. Per questo viene riportato il testo scritto dallo stesso Don Bosco nelle Costituzioni del 1875: «Chi spende la vita a pro dei giovani abbandonati deve certamente fare tutti gli sforzi per arricchirsi d'ogni virtù. Ma la virtù che si deve sommamente coltivare... è la virtù della castità», t n

La castità nella missione educativa del salesiano.

Il secondo capoverso spiega più ampiamente le affermazioni della prima parte dell'articolo, facendo vedere meglio come la castità consacrata entri nella missione del salesiano e la qualifichi.

8 D CERRUTI, Testimonianza per il processo di beatificazione, «Su mmartum super virtuttbus,, p. 870

v Cf. MB XII, 224. E significativa anche quest'altra espressione di Don Bosco: «Ciò che deve distinguere la nostra Società è la castità, come la povertà distingue i figli di S. Francesco di Assisi e l'obbedienza i figli di 5. Ignaziou (MB X, 35).

10 Costituzioni 1875, V,1 (cf. F. MOTTO, p. 109)

La prima frase, anzitutto, esprime in sintesi ciò che abbiamo sentito dalle parole di Don Bosco: l'importanza straordinaria che Don Bosco annette alla castità per noi Salesiani proviene non soltanto dall'essere segno di amore a Dio, ma anche dallo strettissimo legame che essa ha con il nostro compito di educatori. Praticando la castità nel suo significato più autentico, diventiamo capaci di comportarci da educatori cristiani e salesiani. La castità, infatti, ci rende portatori ai giovani di uno speciale messaggio per una educazione secondo il progetto di Dio. Dice il VII Successore di Don Bosco: «Nello spirito di Don Bosco c'è un forte messaggio di purezza: la tradizione salesiana e la testimonianza delle origini lo confermano abbondantemente. Si tratta di uno speciale messaggio che possiamo chiamare la `simpatia per la purezza: un messaggio tipico per la gioventù».' 1

Sotto questo punto di vista la castità del salesiano è detta «irradiante». Questo aggettivo, scelto intenzionalmente dal CGS, vuole indicare la capacità del salesiano casto di «irraggiare» attorno a sé il messaggio evangelico della purezza, di trasmettere cioè ai giovani la ricchezza e la bellezza dell'amore puro di cui lo Spirito gli fa dono. È evidente il richiamo allo «splendore» tutto particolare che Don Bosco osservò nel diamante del sogno.12 Era questa una caratteristica così evidente in Don Bosco, che molti attribuivano proprio allo splendore della castità gran parte del fascino che egli esercitava tra i giovani e la sua arte di condurli a Dio. Anche il salesiano con lo splendore della sua vita casta dovrebbe far innamorare i giovani di Dio.

Nel resto dell'articolo viene approfondito, sotto tre diversi punti di vista, come la castità consacrata ci consenta davvero di trasmettere un messaggio per l'educazione dei giovani.

- Si dice anzitutto che essa «ci fa testimoni della predilezione di Dio per i giovani». Queste parole rimandano immediatamente all'art. 2 delle Costituzioni, che presenta la natura profonda del progetto apostolico salesiano nella Chiesa: Gesù ci invia in mezzo ai giovani, doman

e E.VIGANC, Un progetto evangelico di vita attiva, LDC Torino 1982, p. 178

Nel segno dei dicci di diamanti, a riguardo del diamante della castità si legge A.o splendore di questo mandava una luce tutta speciale, e mirandolo traeva ed attaccava lo sguardo come la calamita tira il ferro" (4 sogni di Don Bosco - Edizione critica, Torino 1878); cf. ACS n. 300 (1981), p. 41

dandoci di portare loro il suo amore salvatore, di rivelare ad essi il volto paterno di Dio. È chiaro che questo compito è impossibile alle deboli forze del nostro amore umano; occorre che siamo talmente uniti a Cristo, che Egli si manifesti attraverso di noi, pur così poveri e imperfetti. La castità vissuta in pienezza nel celibato evangelico, configurandoci a Cristo e immergendoci totalmente nel suo Amore, ci dà un aiuto potente per realizzare questo compito.

Che questo si sia stupendamente realizzato in Don Bosco lo possiamo cogliere dalla bellissima testimonianza di don Albera: «Da ogni sua parola e atto emanava la santità dell'unione con Dio, che è carità perfetta. Egli ci attirava a sé per la pienezza dell'amore soprannaturale che gli divampava in cuore, e con le sue fiamme assorbiva, unificandole, le piccole scintille dello stesso amore, suscitate dalla mano di Dio nei nostri cuori. Eravamo suoi perché in ciascuno di noi era la certezza essere egli veramente l'uomo di Dio, `homo Dei', nel senso più espressivo e comprensivo della parola. Da questa singolare attrazione scaturiva l'opera conquistatrice dei nostri cuori»."

- «Ci consente di amarli schiettamente, in modo che conoscano di essere amati». Citando una espressione usata dallo stesso Don Bosco nella sua Lettera da Roma del 1884, il testo vuol far vedere come la testimonianza di castità contribuisca a costruire quel rapporto personale tra educatore ed educando tipico del Sistema preventivo, che Don Bosco chiama «amorevolezza», e in cui si rivela il «cuore» dell'educatore.

Già l'art. 15, trattando dello spirito salesiano, collegava fra loro amorevolezza e castità, come due aspetti di un unico atteggiamento di vita. Si tratta di realizzare il paradosso di un amore vero, di un affetto profondo (quello di «un padre fratello e amico»), di un amore che si manifesta («conoscano di essere amati») e che è corrisposto (»farsi amare»); ma nello stesso tempo si tratta di rifuggire da ogni pressione per attirare a sé con un amore captativo o possessivo, da ogni preferenza di persone: amare il giovane soltanto per lui e per Dio!

Si tratta, ancora una volta, di incarnare la paternità di Dio. È evidente che la castità consacrata svolge un ruolo importante in questo: essa non è altro se non amore autentico e totale!

` D. ALBERA, Len. circolari, p. 374

- «Ci rende capaci di.educarli all'amore e alla purezza»: la Regola accenna al nostro messaggio di castità in vista dello stesso compito educativo.

Come educatore, il salesiano è chiamato ad aprire i giovani al senso della vera libertà, a formarli all'amore autentico e generoso, aiutarli a comprendere i misteri della vita, infondendo in loro un senso di delicatezza nei confronti della donna, prepararli alla futura missione di sposi, di padri o di consacrati a Dio. La testimonianza di amore vissuto nella castità è di grande aiuto all'educatore salesiano nell'accompagnare i giovani su questa strada: in lui i giovani potranno scoprire il significato dell'amore cristiano fedele ed oblativo.

Signore Gesù, concedi a noi,

sull'esempio del nostro Fondatore Don Bosco, una castità entusiasta e irradiante, sostenuta dalla tua grazia e dal nostro sforzo perseverante. Ci unisca intimamente a Te per renderci portatori del tuo Amore. Ci renda capaci di guidare i giovani sulla strada difficile della purezza.

Ci permetta di amarli con un affetto vero e schietto, tale da svegliarli alla loro vocazione di figli in Te del Padre.

Te la chiediamo con umiltà e fiducia.

ART. 82 CASTITA E MATURITA UMANA

Le esigenze educative e pastorali della nostra missione e il fatto che l'osser. vanza della perfetta continenza tocca inclinazioni tra le più profonde della natura umana' richiedono dal salesiano equilibrio psicologico e maturità affettiva.

Don Bosco avvertiva: Chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, la virtù della castità nelle parole, nelle opere e nei pensieri, non professi in questa Società, perché sovente si troverebbe in pericolo.'

' cf. PC, 12

2 cf. Cast 1875, V,2

Questo articolo è strettamente legato al precedente, ne continua il tema e ne trae, in certo modo, le conseguenze: la castità, così importante per la nostra missione di educatori, ma anche così delicata per la debolezza delle nostre forze, ha bisogno per svilupparsi di personalità mature.

Le fonti del testo costituzionale sono facilmente riconoscibili: un testo dello stesso Don Bosco, già presente nelle Costituzioni del 1875,1 e un passo tratto dai documenti del Concilio Vaticano IL

La frase di Don Bosco mette in risalto l'importanza per il salesiano di una castità chiara e forte, maturata nel clima della grazia ma anche attraverso un'adeguata formazione umana, proprio in vista della specifica missione verso «la gioventù povera, abbandonata, pericolante». L'espressione riflette la preoccupazione di Don Bosco che venga a mancare nei suoi figli la sufficiente maturità umana e religiosa per poter vivere quella perfetta e irradiante castità, più che mai necessaria soprattutto quando ci si deve rivolgere a giovani che soffrono di maggiori carenze affettive, che talora hanno già fatto esperienze negative e che devono essere guidati nei momenti più delicati della loro crescita. Il «pericolo», di cui parla Don Bosco, era così spiegato da lui nel seguente articolo delle Costituzioni del 1875: «Le parole, gli sguardi, anche indifferenti, sono talvolta malamente interpretati dai giovani che sono già

' Costùuzioni 1875, V, 2 (cf. F. MOTTO, p. 109)

stati vittima delle umane passioni».2 La prudenza serena è una virtù da educatori!

Si potrebbe domandare da dove può venire la «fondata speranza» di conservare la castità, di cui parla Don Bosco; quali sono, cioè, i segni di una sufficiente maturazione in vista della missione salesiana. Stando alla tradizione salesiana, i segni che fondano tale speranza si possono cogliere nella esperienza di una vita precedente irreprensibile, ma specialmente nel buon esito di una prova pratica di vita salesiana, nella formazione ad una vita di pietà robusta e nel giudizio di consiglieri sperimentati.'

Al primo motivo, basato sulle «esigenze educative e pastorali della nostra missione», se ne aggiunge un altro, desunto dal ruolo stesso della sessualità nello sviluppo della persona. La formulazione è ricavata quasi testualmente dal decreto conciliare «Perfectae caritatis» sulla vita religiosa che, riguardo alla castità, dice: «Poiché l'osservanza della perfetta continenza tocca inclinazioni tra le più profonde della natura umana, i candidati alla professione di castità non abbraccino questo stato, né vi siano ammessi, se non dopo una prova sufficiente e dopo che sia stata raggiunta una sufficiente maturità psicologica e affettiva» 4

Come spiega il CGS, riconoscendo la funzione che ha la sessualità nella crescita dell'uomo, viene sottolineata la necessità di un lavorio progressivo per maturare la persona -- in concomitanza col processo psicologico della sua crescita - in vista della scelta che il celibato evangelico comporta, per viverla con senso di totale donazione a Dio e consapevolezza umana.' Si può ritenere molto appropriato anche per noi Salesiani quanto scrive Giovanni Paolo Il nell'Esortazione apostolica «Familiaris consortio» sulla necessità di, una chiara e cristiana educazione della sessualità: «Di fronte ad una cultura che 'banalizza' in larga parte la sessualità umana, perché la interpreta e la vive in modo ridut-

2                              1875, V, 3 (cf. F. MOTTO, ivi)

' In 'Criteri e norme per il discernimento vocazionale salesiano (Roma 1985) sono indicati elementi di discernimento nei riguardi dell'equilibrio affettivo. Al positivo si elencano: la capacità di amare le persone con le quali si vive; l'atteggiamento sereno di fronte alla donna; un buon equilibrio psico-affettivo e una normale capacità di autocontrollo, che permettano la scelta di amore nel celibato (cf. n. 44). Al negativo si segnalano alcune controindicazioni di ordine psicologico-morale, che vanno tenute presenti (cf. nn. 47-49).

° PC, 12

s Cf. CGS, 562.563

tivo e impoverito, collegandola unicamente al corpo e al piacere egoi

stico, il servizio educativo (...) deve puntare su di una cultura sessuale

che sia veramente e pienamente personale: la sessualità, infatti, è una ricchezza di tutta la persona - corpo, sentimento e anima - e manifesta il suo intimo significato nel portare la persona al dono di sé nell'amore... IL del tutto irrinunciabile l'educazione alla castità, come virtù che sviluppa l'autentica maturità della persona e la rende capace di rispettare e promuovere il `significato sponsale' del corpo, (mentre si discernono) i segni della chiamata di Dio per l'educazione alla verginità, come forma suprema di quel dono di sé che costituisce il senso stesso della sessualità umana».6

Si chiede quindi una formazione che conduca alla solidità interiore della persona, che ha integrato in se stessa e vive con serenità la propria realtà sessuale e che, riconoscendo tutto il valore dell'amore umano e del matrimonio cristiano, ha capito e accettato pienamente il celibato come autentico progetto di vita e come un bene prezioso per lo sviluppo della propria persona, capace di portarla verso «la misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13).

Tutto questo lavoro interiore, con l'aiuto di una guida spirituale e soprattutto con il sostegno potente dello Spirito Santo, porta a quell'equilibrio, per cui da una parte i bisogni e le reazioni affettive, liberamente percepiti senza inibizioni e difese interiori, sono coscientemente messi in relazione col proprio progetto di vita religioso salesiano, e dall'altra parte l'amore di Gesù Cristo potenzia le capacità di un vero amore personale, così caratteristico della missione educativa del salesiano.' Tale equilibrio permette di superare le inevitabili prove (come dirà Part. 84) per testimoniare con gioia la bellezza di vivere totalmente per Gesù Cristo e per il suo Regno.

FC, 37; Sull'educazione alla castità si veda anche OT, 10 e il documento nOrientamentf educativi per la formazione al celibato sacerdotale, Roma 1974, nn. iSss, ' Cf. FSDB 1985, nn. 92.93

0 Padre della luce,

che conosci di che cosa siamo fatti,

accresci in noi la forza e il fuoco del Tuo Spirito, perché, fondati soltanto sull'amore che ci lega a Te, possiamo percorrere il cammino della nostra vita nella donazione pura e totale

al bene della gioventù che ci hai affidala. Per Gesù Cristo Tuo Figlio e nostro Signore.

ART. 83 CASTITÀ E VITA DI COMUNITÀ

La castità consacrata, «segno e stimolo della carità»,' libera e potenzia la nostra capacità di farci tutto a tutti. Sviluppa in noi il senso cristiano dei rapporti personali, favorisce vere amicizie e contribuisce a fare della comunità una famiglia.

A sua volta il clima fraterno della comunità ci aiuta a vivere nella gioia il celibato per il Regno e a superare, sostenuti dalla comprensione e dall'affetto, i momenti difficili.

LG, 42

Nell'art. 61 è stato detto che «la professione dei consigli ci aiuta a vivere la comunione con i fratelli della comunità religiosa». Ora questa verità viene riferita particolarmente alla castità consacrata, evidenziando anche l'aspetto correlativo del rapporto comunità-castità: non solo la castità contribuisce a costruire un'autentica comunità religiosa, ma la stessa vita di comunione fraterna è di grande aiuto per vivere con gioia il celibato evangelico.

Si può osservare che questo tema è nuovo rispetto al testo delle Costituzioni anteriori al 1972. La sua introduzione è dovuta all'approfondimento del significato della castità religiosa operato dal Concilio ed è frutto dell'esperienza, che dimostra come non poche crisi e abbandoni risentano della solitudine derivante dalla mancanza di un clima di carità concreta nella comunità.

La castità contribuisce a costruire la comunità.

Il testo dell'articolo inizia con una citazione della Costituzione «Lumen Gentium» che, parlando della castità consacrata, la chiama «segno e stimolo della carità».' Questa espressione si collega con quella dell'art. 80 della nostra Regola, dove la scelta del celibato per il Regno è definita «un modo intensamente evangelico di amare Dio e i fratelli senza divisione del cuore». Il CGS, trattando della castità nella luce del

' LG, 42

suo rapporto con la Pasqua di Cristo, spiega appunto che la castità religiosa, per il dinamismo che le proviene dalla inserzione nel mistero pasquale, tende alla perfezione della carità verso Dio e i fratelli. Non può isolarsi e chiudersi in se stessa, ma ha bisogno di espandersi e raggiungere i fratelli nella preghiera, nell'azione, nel servizio. È sacramento di carità, segno di fratellanza e di servizio .2 In questo senso, come dice il testo, essa «libera e potenzia la nostra capacità di farci tutto a tutti».

«Questo dinamismo - aggiunge il CGS -- manifesta apertamente la dimensione comunitaria della castità religiosa».3 Ogni salesiano, infatti, nella misura in cui, unendosi a Cristo, penetra nel Suo amore, viene sempre più pervaso dalla divina carità, e diventa capace di amare come Lui ama, con un amore totalmente oblativo. È questo amore, liberato e potenziato dallo Spirito, che genera, alimenta e costruisce la comunità fraterna. Esso aiuta a costruire quella comunione dove le persone si incontrano e si amano al livello più profondo in Cristo.

Il testo costituzionale precisa, quindi, alcuni aspetti di questo dinamismo di carità dell'amore verginale.

- Esso «sviluppa il senso cristiano dei rapporti personali», cioè informa le nostre relazioni personali con i confratelli impregnandole di delicata e sincera fraternità (amore di comunione) e facendo crescere lo spirito di servizio vicendevole (amore di donazione): si possono ricordare, a tal riguardo, gli atteggiamenti raccomandati dall'Apostolo Paolo e proposti dall'art. 51 della Regola.

- L'amore vissuto nella castità consacrata, inoltre, «suscita amicizie vere», quelle amicizie che non limitano o coartano, ma sviluppano la capacità di donarsi e sono un prezioso aiuto reciproco tra i fratelli perché ognuno diventi pienamente se stesso secondo il Signore. Si tratta di amicizie non sentimentali né chiuse, ma limpide e aperte al bene comune, capaci di creare un clima in cui ciascuno si sente valorizzato e amato con affetto sincero. Sappiamo come il nostro padre Don Bosco abbia coltivato delle amicizie profonde (ricordiamo l'amicizia con Luigi Comollo e con don Cafasso), che molto lo hanno aiutato a progredire nella virtù; d'altra parte diventare «amici di Don Bosco» era

 Cf. CGS, 569 3 CGS, M

un invito che egli rivolgeva spesso ai suoi ragazzi. Questo è proprio il clima di fraterna amicizia che deve distinguere la comunità, di cui parla l'art. 51, attraverso il quale il Signore fa sentire viva la sua presenza .4

- È facile intuire il risultato di tutto ciò: la castità consacrata «contribuisce a fare della comunità una famiglia, cioè a far crescere quell'ambiente di famiglia (già ricordato parlando dello spirito salesiano e della comunità fraterna) dove ogni persona è accolta, stimata, amata nella sua originale diversità, e dove viene realizzata ogni sua capacità di dono.

La comunità aiuta a vivere nella gioia la castità.

Il secondo capoverso continua il tema castità-comunità, sviluppando l'aspetto complementare di quello sopra trattato: se è vero che la castità è generatrice di carità fraterna, è altrettanto vero che la carità fraterna sostiene e feconda la castità. Questa verità si rifà direttamente al Vaticano II, che ha segnalato l'importanza della fraternità per la custodia della castità: «Tutti sappiano, specialmente i Superiori, che la castità si potrà custodire più sicuramente se nella vita comune vige tra i membri un vero amore fraterno».5

A sua volta il testo della Regola dice che «il clima fraterno della comunità aiuta a vivere nella gioia i] celibato per il Regno». Il religioso con la sua professione si è donato totalmente a Dio e vive nell'amore e nel servizio del suo Signore. Ma egli ha bisogno di percepire sensibilmente questo amore di Dio manifestato nell'amore di quei fratelli, che il Signore gli ha messo accanto nella sua comunità. Quando scopre questo amore, gli diventa più facile affrontare le rinunce e superare le

° Sull'invito di Don Bosco ad essere suoi amici si veda MB III, 162. 205, VI, 383-385; VII, 642643; X, 20; XI, 234. Interessante la motivazione soprannaturale: essere amici e unirci insieme per amare Dio (cf. MB V, 538).

Sul tema dell'amicizia nella comunità fraterna il documento »Orienrarnenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale» (Congregazione per l'Educazione Cattolica 1974) così scrive: ~Il celibato ha senso in un contesto di 'relazione': è vissuto in seno a una comunità fraterna che suppone lo scambio e che permette di raggiungere gli altri al di là del bisogno che se ne può avere: tirocinio della 'non-possessività'. Segno di un celibato bene assunto è la capacità di creare c mantenere relazioni interpersonali valide; è la presenza degli amici nella loro assenza, il rifiuto di imporsi loro, la prova di non avere troppo bisogno di essi (n. 49)PC, PC, 12

difficoltà che il celibato comporta. Grazie ai fratelli, trovandosi contento nella sua comunità, egli può vivere più facilmente «nella gioia» il suo celibato, dando così una testimonianza efficace ai giovani di una castità «vera», nella quale il senso del dono prevale su quello della rinuncia.

L'articolo si sofferma, da ultimo, sul particolare apporto che la comunione fraterna può dare nei «momenti difficili». Sono i momenti della tentazione, del dubbio, della prova, che non mancano mai (come vedremo nel prossimo articolo), ma che talvolta si fanno più forti. È proprio in questi momenti che la comprensione e l'affetto dei fratelli della comunità si rivela veramente importante. Si può dire allora che ognuno ha in qualche modo il compito di sostenere la lotta che si scatena nel cuore dei suoi confratelli.

La parola della Scrittura, cara al nostro Padre Don Bosco: «O quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum», quando si realizza nella comunità fraterna, è davvero un grande aiuto per gustare la gioia dell'amore consacrato nella castità.

0 Signore,

concedici di vivere con pienezza

la nostra castità consacrata,

come apertura totale e senza egoismi

a Te e ai nostri fratelli.

Fiorisca da essa nelle nostre comunità

lo spirito di famiglia

e la dedizione di vera e sincera amicizia,

che ci aiuti a camminare con gioia versa Te, sommo Bene, e ci conforti nel momento della prova.

Per Cristo nostro Signore.

ART. 84 ATTEGGIAMENTI E MEZZI PER CRESCERE NELLA CASTITÀ

La castità non è una conquista fatta una volta per sempre. Ha i suoi momenti di pace e i momenti di prova. È un dono che, a causa dell'umana debolezza, esige un quotidiano impegno di fedeltà.

Perciò il salesiano, fedele alle Costituzioni, vive nel lavoro e nella temperanza, pratica la mortificazione e la custodia dei sensi, fa uso discreto e prudente degli strumenti di comunicazione sociale e non trascura quei mezzi naturali che giovano alla salute fisica e mentale.

Soprattutto implora l'aiuto di Dio e vive alla sua presenza; alimenta l'amore per Cristo alla mensa della Parola e dell'Eucaristia e lo purifica umilmente nel sacramento della Riconciliazione; si affida con semplicità a una guida spirituale.

Ricorre con filiale fiducia a Maria Immacolata e Ausiliatrice, che lo aiuta ad amare come Don Bosco amava.

P- noto che Don Bosco, presentando la virtù della castità, mentre da una parte ne canta le lodi in tono ispirato, dall'altra moltiplica le raccomandazioni perché essa sia conservata, suggerendo i mezzi propri di una equilibrata ascesi e ispirati a una profonda vita spirituale. Questa impostazione si riscontra anche nel testo delle Costituzioni da lui scritte e nella Introduzione alle stesse Costituzioni, che ne rappresenta il commento autorevole e paterno.

Anche nel nostro testo agli «atteggiamenti e mezzi per crescere nella castità» è dato uno spazio significativo; il tema viene trattato con riferimento non solo alla nostra tradizione ma anche alla ricca dottrina conciliare e alla riflessione salesiana di oggi sul mistero della castità consacrata.

La castità è una realtà viva in continuo sviluppo.

Il primo capoverso dell'art. 84 contiene un'idea importante, che trova il suo fondamento in diverse affermazioni dei precedenti articoli, e che, in certo modo, supera una mentalità abbastanza diffusa nel passato.

La Regola, che chiedeva dal salesiano «equilibrio psicologico e maturità affettiva» (Cast 82), ci dice ora che «la castità non è una conquista fatta una volta per sempre». la castità cioè non è un tesoro conquistato una volta per sempre nel giorno della professione e che in seguito deve semplicemente essere «conservato» intatto. Spiega il CGS: «aprirsi al dono insigne del celibato significa assumere un compito mai finito».' In verità la castità è un valore inscritto contemporaneamente dalla grazia di Dio e dalla libertà di una scelta, in una persona viva, legato quindi alla storia della persona e alla costruzione della sua piena maturità: è quindi un valore da riattualizzare continuamente nelle situazioni +. e nelle circostanze che cambiano. Questo è il senso dell'espressione: «compito mai finito», lungo cammino di crescita mai terminato.

In questo cammino la castità «ha i suoi momenti di pace e i momenti di prova». La stragrande maggioranza delle persone, anche delle persone consacrate, incontra le ore della difficoltà: pensiamo all'Apostolo Paolo che non si vergognava di confessare ai fratelli le sue tentazioni e le sue debolezze, su cui trionfava la grazia vittoriosa di Cristo (cf. 2 Cor 4,7-12; 12, 7-10); pensiamo allo stesso Don Bosco che non andò esente dalle molestie della carne e degli istinti, com'ebbe a confidare ai suoi intimi.'

. Comprendiamo i motivi di queste difficoltà. «Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4,7), dice san Paolo dei doni ricevuti da Dio. E Paolo VI, nell'Esortazione apostolica «Evangelica testificatio» afferma della castità che è «dono fragile e vulnerabile a causa dell'umana debolezza».3 E facile capire come possa sopraggiungere per tutti l'ora della difficoltà, pensando al fatto che il religioso, rimanendo un essere sessuato, deve condurre la vita secondo la curva normale dell'esistenza umana e secondo le circostanze concrete del tempo e del luogo in cui è chiamato a vivere. Ci possono essere momenti in cui si risveglia il desiderio coniugale o quello della paternità fisica; possono sopraggiungere

' CGS, 564

z Abbiamo alcune testimonianze a riguardo di difficoltà manifestate da Don Bosco. Attesta Don Rua: «Riguardo alle tentazioni contrarie a questa virtù, penso che ne abbia sofferto, rilevandolo da qualche parola da lui udita allorché ci raccomandava la temperanza nel bere. Questa testimonianza concorda con quella di Don Lemoyne: «Che abbia avuto tentazioni contro la purità lo confidò una volta ai membri del Capitolo, tra cui io stesso ero presente, spiegando i motivi per cui preferiva i legumi alla carne (cf. P. BROCARDO, Don Bosco profondamente uomo, profondamente santo, LAS Roma 1985, p. 111.112).

FT, 15

tempi nei quali si sente più forte la solitudine o si fa strada la tentazione.

Di conseguenza la castità «esige un quotidiano impegno di fedeltà»: «quotidiano» poiché ogni giorno il salesiano risponde in modo rinnovato alla chiamata del Signore e, sostenuto dalla grazia, adatta il suo sforzo alle difficoltà che le diverse circostanze fanno emergere. Così egli «cresce» nella sua risposta di amore.

I mezzi naturali e soprannaturali.

Parlando dei mezzi per conservare la castità, Don Bosco segnalava anzitutto la prudenza nelle relazioni con i giovani e con il mondo; 4 poi indicava i mezzi direttamente soprannaturali della preghiera e dei sacramenti.' Quest'ordine è quello della saggezza e dell'esperienza: le preghiere più fervorose hanno poco effetto in colui che non ha insieme una certa austerità di vita personale e di mortificazione. Anche il testo del nostro articolo segue un simile ordinamento, rifacendosi palesemente agli orientamenti stessi del Concilio quando parla della castità religiosa: e i tre successivi capoversi presentano diversi mezzi, atti a mantenere vivo e a far crescere il dono della castità.

Per esprimere una prima serie di impegni che salvano e rendono più robusto il nostro amore casto, le Costituzioni oltre che al testo di Don Bosco - si ispirano al decreto «Perfectae caritatis», che afferma: «Bisogna che i religiosi... pratichino la mortificazione e la custodia dei sensi. E neppure trascurino i mezzi naturali che giovano alla sanità mentale e fisica».7

Circa la mortificazione conosciamo le raccomandazioni del nostro Fondatore: «Tenete a freno i sensi del corpo... Una speciale temperanza vi raccomando nel mangiare e nel bere ... ».1

° Cf. Costituzioni 1875, V, 4. 5 (cf. F. MOTTO, p. 111) s Cf. Costituzioni 1875, V, 6 (cE F. MOTTO, p. 112) PC, 12

Ivi

s D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Castità, cE Appendice Costituzioni. 1984, p. 224

È certo che un buon equilibrio corporale aiuta a realizzare l'equilibrio affettivo, mentre invece l'affaticamento nervoso, che accompagna una vita sovraccarica, costantemente sotto pressione, sfocia presto o tardi in stati di depressione psichica o fisica che offrono un terreno privilegiato alla tentazione. Don Bosco ai primi missionari dava questo consiglio: «Abbiatevi cura speciale della sanità. Lavorate, ma solo quanto le proprie forze comportano»?

Ma aggiungeva: «Fuggite l'ozio».10 Pur avendo cura della propria salute, il lavoro è un grande mezzo per manifestare concretamente il dono di sé e per dominare gli istinti della sessualità. Ecco perché le Costituzioni ci ricordano l'importanza di vivere «nel lavoro e nella temperanza».

L'articolo fa cenno, in particolare, al buon uso, «discreto e prudente», degli strumenti della comunicazione sociale: sono finestre attraverso le quali può entrare quel mondo - - nel suo aspetto di peccato - al quale abbiamo rinunciato; l'art. 44 dei Regolamenti generali riprenderà questo argomento sotto l'aspetto della vita comunitaria.

In conclusione, possiamo dire che un mezzo riassume tutti questi:è la fedeltà alle Costituzioni. È sempre Don Bosco che ce lo ripete: «Trionfante di ogni vizio e fedele custode della castità è l'osservanza esatta delle nostre sante Regole, specialmente dei voti e delle pratiche di pietà»."

Il capoverso seguente inizia con l'avverbio «soprattutto»: è un'evidente indicazione di priorità e richiama quanto si diceva fin dall'art. 80, che cioè la castità, dono del Padre, può crescere solo in un clima di grazia e i nostri sforzi personali non porteranno frutto se non saranno sostenuti dalla grazia del Padre. La verginità può vivere soltanto se non si distacca dalla sua Sorgente: essendo essa una risposta alla chiamata dell'Amore, è chiaro che non potrà essere mantenuta e sviluppata che fissando lo sguardo sul volto di questo infinito Amore,

La Regola ricorda perciò come fondamentali una serie di mezzi che possono alimentare l'amore per Cristo, l'intimità con Colui che è

' D. BOSCO, Ricordi ai primi missionari, cf. Appendice Costituzinni,1984, p. 253-254

° D. BOSCO, Ricordi ai primi missionari, Le.; cf. Cosrituzioni 1875, V, 6 (F. MOTTO, p. 112) "

D. BOSCO, 1niroduzione alle Costituzioni, Le.

l'unico e il sommo Bene, cui abbiamo consegnato noi stessi e la nostra vita: possiamo ancora una volta costatare che questi mezzi sono gli stessi che indicava il nostro Fondatore.

-- Si parla anzitutto della preghiera, che si prolunga nella vita vissuta alla presenza di Dio: colui che ha scelto di seguire Cristo vergine vive nell'incontro e nel dialogo vivo con Lui ogni momento della sua vita.

- In questo dialogo con il Signore hanno un ruolo privilegiato i Sacramenti della Riconciliazione e dell'Eucaristia: il nostro amore viene continuamente purificato nel sacramento del perdono e si nutre ogni giorno alla mensa del Corpo e del Sangue del Signore, attingendo forza e splendore.

- Tutti conosciamo poi l'importanza di una buona guida spirituale, che accompagni il nostro cammino, aiutandoci a scoprire e far luce dentro di noi per rispondere sempre meglio all'amore del Signore.

Alla conclusione l'articolo ci fa elevare lo sguardo a Maria Immacolata e Ausiliatrice, Colei che ha guidato Don Bosco e guiderà anche noi nella fedeltà alla nostra vocazione.

Fin/ alla più antica tradizione cristiana Maria è chiamata «la Vergine», «la SS. Vergine», «la Vergine delle vergini»: la verginità di Maria è nel cuore della sua vocazione e nel cuore del mistero dell'Incarnazione redentrice. In Maria, dopo Gesù, si ha la realizzazione più completa della verginità cristiana e religiosa: Essa è modello, tipico ed esemplare, e nello stesso tempo sostegno attivo della verginità della Chiesa: vergine anzitutto nello spirito per la totalità del suo dono al disegno del Padre e vergine nel corpo come segno e primizia, congiuntamente al suo Figlio, della nuova umanità verginale.

A Maria, perciò, ci rivolgiamo con fiducia e Le affidiamo il nostro amore, perché lo renda forte e generoso per Cristo e per i giovani: Ella - ci dice la Regola - ci insegnerà ad amare, come ha insegnato a Doti Busco.

Si può osservare che il richiamo a Maria in questo articolo che conclude l'intero capitolo VI sui consigli evangelici è un invito a guardare a Lei come modello di una risposta generosa e gioiosa in tutta la nostra vita nello spirito dei consigli: Essa è modello di obbedienza alla Parola del Signore («si faccia in me secondo la tua Parola»), modello di povertà nello spirito («ha guardato all'umiltà della sua serva»), mo-

dello di amore verginale («non conosco uomo»). Imitando Maria, potremo anche noi sperimentare le grandi cose che Dio opera nei suoi servi («ha fatto in me cose grandi colui che è potente»).

Il Signore ci ha chiamati a vivere nella fedeltà e nella fortezza, con fiduciosa letizia,

la donazione integrale di noi stessi

nel vincolo della castità perfetta.

Chiediamo a Lui il dono della perseveranza,

la difesa contro ogni pericolo.

Perché la coscienza della nostra fragile natura non ci induca alla paura e allo scoraggiamento, ma trovi rimedio nella fiduciosa certezza dell'assistenza dello Spirito Santo, preghiamo.

Perché ci sia dato giorno per giorno

di rinnovare il nostro impegno di fedeltà nella preghiera per noi e per i nostri fratelli

nella dedizione alla nostra missione educativa, preghiamo.

Perché possiamo essere fedeli e diligenti nell'applicazione dei mezzi suggeritici da Don Bosco per la custodia e la crescita della castità: la preghiera, la mortificazione,

il lavoro e la temperanza, preghiamo.

Perché il nostro amore a Dio e al prossimo trovi costante alimento

alla mensa della Parola di Dio e del Corpo e Sangue di Crsito,

sia continuamente purificato nel Sacramento del perdono, preghiamo.

O Padre, che ci hai consacrati al Tuo amore, chiamandoci al celibato per il Regno,

compi in noi interamente t1 Tuo disegno,

e con l'esempio e l'intercessione della Vergine Maria, di Don Bosco e dei nostri Fratelli glorificati, confermaci nel dono di noi stessi,

e conservaci gioiosamente casti ai Tuoi occhi fino a1 giorno di Gesù Cristo,

che vive e regna nei secoli dei secoli.

CAPITOLO VII

IN DIALOGO CON IL SIGNORE

«La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù» (Col 3,16-17).

Nella difficile impresa di porre come ispirante il cap. VII un passo biblico esauriente (solo due motivi scritturistici sono poi citati esplicitamente nel testo costituzionale: il modo di Maria di meditare la parola dì Dio, Le 2,19.51 - Cast 87 - e il necessario rendimento di grazie nella vita quotidiana, Ef 5,20 - Cost 95), è stato scelto come emblematico questo passo della lettera ai Colossesi. Una scelta assai densa di significato e di risonanze operative.

Si ricorderà anzitutto che la lettera ai Colossesi intende affermare con tutto vigore la centralità, anzi il primato di Cristo nel mondo e nella storia umana. Primato che mette in fuga paure e asservimenti a falsi signori, ed insieme riconcilia sotto la guida amorosa dei Cristo ogni creatura (1,15-2,23).

Ciò porta ad una vita di comunità segnata da questo «mistero. I tradizionali formulari liturgici, catechistici, comportamentali (3.1-4,1) sono qui ripresi per essere rivissuti nella gioiosa consapevolezza di questa «vita ormai nascosta con Cristo in Dio» (3,3), dal largo respiro ecumenico, giacché «Cristo è tutto in tutti» (3,11) e sostenuta dalla «speranza della gloria» che è «Cristo tra voi» (1,27). Una nuova umanità (3, 5-11), una nuova comunità (3,12-17).

La nuova comunità - intimamente sorretta dall'agàpe cristiana (3,12-13, testo citato, a proposito della comunità fraterna, in Cast 51) - si caratterizza per una frequentazione assidua con la Parola dì Cristo, in quanto pienezza della Parola dì Dio. E al primo posto. C di casa nella comunità. Essa dona vitalità, unità, slancio a tutta l'assemblea. Si fa sapienza di vita che circola tra i membri nella parola di correzione e di edificazione. Culmina necessariamente in celebrazione corale animata dallo

Spirito: salmi, inni, cantici `spirituali' (sono le composizioni dell'AT e delle prime comunità cristiane usate nella preghiera). Una celebrazione che si caratterizza come riconoscenza (eucaristia) a Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo. Quanto sia vibrante il tono di questa celebrazione lo indica lo stesso Paolo aprendo la lettera con un inno magnifico (1,13-20). Ma la Parola non termina qui le sue energie. Sfocia nell'intera esistenza (parole e opere), come luogo dove si attua l'azione salvatrice di Dio e quindi come luogo in cui la vita si fa liturgia.

Ascolto della Parola, celebrazione (eucaristica), edificazione comunitaria, missione nel mondo: è una dinamica di esperienze che forma il contenuto, il clima, il ritmo del «dialogo con il Signore» da parte dei Salesiani, e di cui gli articoli costituzionali, alla mirabile scuola di Don Bosco, si son fatti esemplari portavoce.

* * *

1. La collocazione del capitolo.

Un primo fatto da mettere in rilievo, come già si accennava nell'introduzione alla parte II, è la nuova collocazione di questo capitolo sulla preghiera del salesiano, che è inserito nel grande blocco della seconda parte: «Inviati ai giovani...», per costituirne la conclusione. Sarebbe un errore interpretare questa collocazione come una diminuzione dell'importanza data alla preghiera, sotto il pretesto che viene trattata «dopo» i temi della missione (cap. IV), della comunità (cap. V) e dei consigli evangelici (cap. VI). Al contrario! Dando alla preghiera questo posto conclusivo, il CG22 ha voluto far percepire che la vita consacrataapostolica del salesiano, con la varietà dei suoi impegni tra i giovani, con la fraternità vissuta nella comunità e con le esigenze di obbedienza, castità e povertà, ha un carattere talmente soprannaturale, supera talmente la nostra buona volontà da essere impossibile e impraticabile senza lo Spirito Santo, senza la grazia di Dio, la quale viene continuamente offerta e data nella preghiera e nei sacramenti. Quando il salesiano o la comunità salesiana prega e si avvicina alle fonti sacramentali, afferma visibilmente la sua dipendenza radicale da Dio che lo ha consa-

crato e mandato e si rimette in contatto immediato con il suo Signore per ravvivare «la coscienza della sua intima relazione» con Lui . come dice l'art. 85 - e per essere da Lui purificato, vivificato, rilanciato in avanti per un migliore servizio del suo Regno.

Viene suggerito inoltre che tutti gli impegni concreti della vita e dell'azione del salesiano sono destinati a «sbocciare» nella preghiera e «diventare» anch'essi comunione profonda con Dio, come ben ricorderà l'ultimo articolo del capitolo e della parte seconda.

Così, dalla stessa collocazione del capitolo viene evidenziata la necessità del «dialogo con il Signore».

2. Il titolo del capitolo.

Il titolo dato al capitolo, che definisce sostanzialmente la preghiera esplicita, determina ugualmente l'atteggiamento spirituale di fondo che sottostà a tutta la vita del professo salesiano e che già veniva segnalato nell'art. 12: il salesiano «coltiva l'unione con Dio, avvertendo l'esigenza di pregare senza sosta in dialogo semplice e cordiale con il Cristo vivo e con il Padre che sente vicino». «L'alleanza speciale che il Signore ha sancito con noi» (Cost 195) esige che viviamo «in stato di dialogo» con Lui.

3. La prospettiva globale del capitolo.

Una prospettiva globale orienta tutto il capitolo ed è quella stessa dell'intera parte seconda: «Inviati ai giovani in comunità al seguito di Cristo».

La nostra preghiera è la preghiera propria di «missionari dei giovani»' che lavorano insieme, animati dalla carità di Cristo pastore, illuminati dalla sua Parola, nutriti dal suo Corpo e Sangue, vivificati dai suoi misteri, purificati dal suo perdono, stimolati dall'esempio e dall'intervento di sua Madre. La «carità pastorale» o «del Buon Pastore» è citata esplicitamente due volte (Cast 92 e 95); ma molti articoli vi fanno riferimento: l'art. 85 colloca la preghiera della comunità nella luce del

1 Cf. Messaggio inviato da Giovanni Paolo II al CG22, CG22 Documenti, n. 13

«da mihi animas», l'art. 86 parla di «preghiera apostolica», l'art. 87 vede tra i frutti della quotidiana meditazione della Parola quello di «annunziarla con zelo» (cf. anche Cost 93), l'art. 88 dice che dall'Eucaristia siamo condotti a «rinnovare l'impegno apostolico», attingendo «dinamismo e costanza nella nostra azione per i giovani», l'art. 90 parlando del sacramento della Riconciliazione afferma che esso «purifica le intenzioni apostoliche»; Maria ci infonde «coraggio nel servizio dei fratelli» (Cost 92); in conclusione tutta la nostra preghiera si congiunge con la nostra «operosità instancabile» (Cost 95).

Le diverse espressioni della vita di preghiera del salesiano concorrono dunque allo stesso scopo: centrarlo sempre di più sui due poli inseparabili della sua vita: il Signore che lo ha scelto come strumento della sua opera di salvezza, e i giovani ai quali porta questa salvezza nel nome del Signore.

4. Due caratteristiche maggiori.

Nella prospettiva di fondo accennata il CG22 ha risposto a una duplice preoccupazione espressa anche dai Capitoli ispettoriali: di manifestare che la nostra preghiera è allo stesso tempo profondamente ecclesiale, rispondente alle esigenze del rinnovamento liturgico promosso dal Vaticano II, e tipicamente salesiana, in sintonia con la nostra specifica missione nella Chiesa.

a. La preoccupazione di una preghiera fermamente ecclesiale appare soprattutto in tre insistenze che permettono di capire l'ampia e complessa realtà inclusa nell'espressione «preghiera»: si tratta di accogliere l'azione salvatrice di Dio, entrando in colloquio con Lui.

In primo luogo viene evidenziato il ruolo «iniziatore» decisivo della Parola di Dio. la preghiera è sì un dialogo, ma un dialogo nel quale bisogna lasciare al personaggio principale, Dio, la cura di prendere l'iniziativa. La «vita di preghiera» è innanzitutto ascolto e meditazione. E la preghiera stessa è «risposta» adeguata alla Parola sentita e capita. Molto opportunamente il capitolo VII insiste su questa dinamica di ascolto e di risposta: vi si riferiscono esplicitamente la citazione biblica iniziale, gli articoli 85 (invito e risposta), 87 (Parola ascoltata, accolta, 7 meditata, fatta fruttificare, annunziata), 88 (Parola celebrata), 90 (Parola che chiama alla conversione), 91 (ascolto e discernimento).

Il capitolo sottolinea poi la centralità dell'Eucaristia: celebrazione del mistero pasquale, vista come culmine e fonte permanente dell'unione con Cristo, della comunione fraterna e dell'impegno apostolico. Essa è preparata dall'ascolto della Parola e si prolunga nella Liturgia delle Ore (Cost 88 e 89).

Infine il testo mette in rilievo la dimensione liturgica del tempo santificato secondo il triplice ritmo giornaliero (le Ore), settimanale (la domenica), annuale (l'anno liturgico) (Cost 89). E non manca l'indicazione del movimento di ringraziamento e di lode che attraversa tutta la liturgia, donandole il suo tono più caratteristico: citazione biblica, art, 89 (loda il Padre), art. 92 (gioia del Magnificat), art. 93 (gratitudine al Padre), art. 95 (rende grazie in ogni cosa).

b. L'altra preoccupazione caratteristica del testo costituzionale è quella di evidenziare lo stile salesiano della nostra preghiera. Anche sotto quest'aspetto si possono rilevare tre insistenze principali.

Un intero articolo è dedicato a manifestare le qualità tipiche della nostra preghiera, sulla base dell'esperienza di preghiera di Don Bosco stesso (Cost 86). Questa descrizione non vuole essere esaustiva; ed invero certi tratti del nostro stile di preghiera si trovano in altri articoli delle Costituzioni, per esempio in quelli che insistono sulle componenti sacramentale e mariana.

Ma altri due aspetti meritano un rilievo speciale. La preghiera salesiana, come emerge dal testo, è tutta attraversata dal soffio apostolico del «da mihi animar» (è già stato notato a proposito della «prospettiva globale» di questo capitolo). Proprio per questo la preghiera del salesiano è «aderente alla vita e si prolunga in essa» (Cost 86), diventa «liturgia della vita» (Cost 95). Don Bosco infatti non concepiva barriere tra preghiera e vita: egli ci offre un magnifico esempio di apostolo che vive la «grazia di unità», che sa unire l'azione più intensa e l'interiorità più profonda, che prega Dio con un cuore pieno delle ansie dei giovani e lavora tra i giovani con un cuore appassionato della gloria di Dio.

S. La struttura del capitolo.

Siamo così in grado di comprendere meglio la struttura del capitolo, formato da 11 articoli, che si possono facilmente raggruppare in quattro blocchi:

1, Significato globale e caratteristiche della nostra

-          preghiera: la preghiera è risposta all'iniziativa di Dio:

-          art. 85 - ha uno stile salesiano: art. 86

2. Elementi più decisivi della nostra vita liturgica:

-          l'ascolto e l'accoglienza attiva della Parola: art. 87

-      la celebrazione dell'Eucaristia e la devozione eucaristica: art. 88

-           - la santificazione liturgica del tempo: art. 89

3. La «continua conversione» e le sue espressioni:

-          la conversione quotidiana e il sacramento della Riconciliazione: art. 90

-          la conversione nei «momenti di rinnovamento»: art. 91

4. Tre elementi particolari:

-          Maria: come la vediamo e la onoriamo: art. 9

-          2 la preghiera personale del salesiano: art. 93 –

-           la memoria dei salesiani defunti: art. 94

5. Conclusione. «la vita come preghiera»: art. 95

 6. Preghiera comunitaria e preghiera personale.

C'è un ulteriore aspetto che merita di esser evidenziato prima di esaminare i singoli articoli.

Dobbiamo riconoscere di aver bisogno tanto di preghiera personale quanto di preghiera comunitaria. Per una ragion fondamentale e semplice: nella Chiesa e nella Congregazione, ciascuno di noi è, davanti a Dio, una persona insostituibile, un figlio dal volto unico, e allo stesso tempo è sempre un membro del Popolo di Dio e della comunità salesiana. Gesù, nel Vangelo, ha parlato dei due tipi di preghiera, ed Egli stesso li ha praticati. E, in concreto, c'è un mutuo influsso di un tipo di preghiera sull'altro.

Alcuni si pongono la domanda: «A quale di queste due forme di preghiera dare il primato?». A livello di principio, la risposta è chiara: la preghiera liturgica comunitaria è «il culmine verso cui tende tutta l'azione della Chiesa e la fonte da cui promana tutta la sua virtù».2 Ma,

-sc,10

d'altra parte, non può esserci preghiera comunitaria che non implichi preghiera personale. Concretamente, poiché la legge suprema della carità si attua nella piena conformità alla volontà di Dio, il salesiano risponderà a Dio che lo chiama a pregare con la comunità o «nel segreto» attraverso la Regola o attraverso le circostanze della vita e dell'apostolato.

Guardando il capitolo VII, possiamo notare che il testo, pur collocando sempre la preghiera nella comunità, insiste frequentemente sulla necessità dell'impegno personale di ciascuno. Diversi articoli hanno dei contenuti che si applicano ai due aspetti, e alcuni contengono riferimenti espliciti alla preghiera personale: incontri con Cristo nel tabernacolo (Cast 88), domenica arricchente per il salesiano (Cast 89), impegno penitenziale di «ciascuno» (Cast 90), ritiri ed esercizi spirituali «per ogni salesiano» (Cost 91), devozione mariana per «un'imitazione più personale» (Cost 92); l'intero art. 95, poi, è redatto dal punto di vista del salesiano singolo.

Le Costituzioni dunque uniscono strettamente preghiera comunitaria e preghiera personale. Vi possiamo trovare la risposta alla preoccupazione espressa dal Rettor Maggiore: «Come spiegare (la) carenza d'interiorità? Mi sono andato convincendo che essa proviene da una mancanza di applicazione alla `preghiera personale', ossia alla dimensione contemplativa che sta alla radice di ogni cuore religioso. La preghiera personale ha un indispensabile primato d'importanza: essa è alla base di una convinta e curata preghiera comunitaria».3

' E. VIGANO, CG22, RRM n. 284

ART. 85 IL DONO DELLA PREGHIERA

La comunità esprime in forma visibile il mistero della Chiesa, che non nasce da volontà umana, ma è frutto della Pasqua del Signore. Allo stesso modo Dio raduna la nostra comunità e la tiene unita con il suo invito, la sua Parola, il suo amore.

Quando prega, la comunità salesiana risponde a questo invito, ravviva la coscienza della sua intima e vitale relazione con Dio e della sua missione di salvezza, facendo propria l'invocazione di Don Bosco: «Da mihi animas, cetera tolle».

Il capitolo inizia con un articolo che parte dalla prospettiva della comunità, proponendosi di «situare» la preghiera comunitaria. Perché la comunità deve pregare, e che cosa fa quando prega? È della massima importanza precisarlo fin da principio, per evitare la mentalità «devozionalistica», e per poter riconoscere alla preghiera il suo carattere fondamentale e vitale.

La verità che qui viene messa in risalto è il fondamento soprannaturale della comunità salesiana in quanto raggruppamento di religiosi apostoli che Dio consacra e invia per il suo servizio (cf. Cost 3). Il primo capoverso ricorda questa iniziativa divina e si ricollega così all'affermazione che apre le Costituzioni: «Crediamo che la (nostra) Società è nata non da solo progetto umano, ma per iniziativa di Dio» (Cast 1). Il secondo capoverso ne trae la consegueza logica: pregare è risalire coscientemente alla propria Sorgente, è dare «risposta» nel «dialogo con il Signore».

Dio stesso raduna e tiene unita la comunità.

Per affermare il carattere soprannaturale della comunità, il testo ne ricorda il significato ecclesiale, ricollegandosi in tal modo al capitolo V sulla comunità.

La Chiesa è un «mistero» di «comunione» (lo ricordava anche l'art. 13): essa raduna fraternamente i credenti «nell'unità del Padre, del Fi-

glio e dello Spirito Santo»,1 dunque in una unità la cui sorgente è divina e che è data agli uomini mediante il mistero pasquale di Cristo: per mezzo della sua morte «riconciliatrice» e della sua risurrezione Cristo compie l'Alleanza e fa sorgere la Chiesa salvata, inviandole lo Spirito Santificatore.

Di questo mistero la comunità è «l'espressione visibile», perché, sull'esempio della prima comunità di Gerusalemme, essa fa vivere insieme, in Gesù, dei credenti che hanno sentito lo stesso invito particolare., La verità fondamentale da accogliere nella fede, al di là delle debolezze così palesi delle nostre comunità, è quindi la seguente: non è anzitutto la simpatia spontanea e neppure il desiderio di lavorare insieme che ci uniscono, o almeno creano la nostra unità più profonda; non è neppure per nostra sola iniziativa che ci impegniamo nel lavoro apostolico. È Dio stesso, che ci raduna e ci tiene uniti: con lo stesso invito Dio Padre «ci chiama a vivere in comunità» (Cost 50), con la stessa Parola, che nel Figlio non cessa di «convocarci» insieme (Cost 87), con il suo Amore, lo Spirito Santo, che egli diffonde nei nostri cuori.

È ancora Lui, il Padre, che ci invia a lavorare nella sua vigna, ed è il Figlio Risorto che ci manda il suo Spirito di Pentecoste perché andiamo a suscitare dei discepoli: Part. 55, parlando del Direttore, diceva che «rappresenta Cristo che unisce i suoi nel servizio del Padre».

La nostra vita di preghiera è interamente fondata su queste convinzioni di fede. Leggiamo negli Atti del CGS: «I momenti di riunione nella preghiera della nostra `piccola Chiesa', sono espressione della grande 'comunità orante' che è la Chiesa universale».3

È bello ripensare alla significativa espressione del nostro Padre Don Bosco, il quale ricordava che la preghiera era il fondamento del suo Oratorio: «Diedi il nome di Oratorio a questa casa, per indicare ben chiaramente come la preghiera sia la sola potenza su cui possiamo far assegnamento» 4

LG 4

II Concilio Vaticano II ha collocato la vita religiosa in questa prospettiva: cf. LG, 43-44; PC, 1. 2 e, soprattutto, 15. Cf. J. AUBRY, La vita religiosa nella sua dimensione ecclesiale, in 'Teologia della vita religiosa», LDC Torino 1980, p. 47-59.

3 Cf. CGS, 538

MB III, 110

La comunità riconosce l'iniziativa di Dio.

Evidentemente, una comunità deve cercare di vivere il suo «mistero» in permanenza, nelle relazioni comunitarie e nei compiti apostolici. Ma essa ha un bisogno assoluto di prenderne direttamente coscienza, di esprimerlo visibilmente, di riattivarne la potenza in certi momenti e in certi gesti: è questo il senso radicale della sua preghiera esplicita.

quando una comunità salesiana si mette in preghiera, raggiunge evidentemente tutti gli scopi di una preghiera cristiana, ma fa di più: riafferma se stessa come comunità specifica in seno alla Chiesa, ritrova la sua identità profonda, si rende nuovamente capace di vivere in verità la sua comunione fraterna e il suo servizio apostolico. Una comunità che non pregasse perderebbe a poco a poco il suo senso profondo e taglierebbe le proprie radici, nella dimenticanza della sua «intima e vitale relazione con Dio».5 Non si tratta, evidentemente, anzitutto di quantità, ma di verità e di qualità.

Così, nel «dialogo con il Signore» con cui viene definita globalmente la nostra preghiera, la parte che ci tocca viene precisata con chiarezza: è sempre una «risposta» a Dio che non cessa mai di prevenirci con la sua presenza e la sua azione. In tal modo la preghiera è insieme un dono (il «dono della preghiera», come dice il titolo dell'articolo) e la risposta piena d'amore di figli.

Percepire questo è veramente fondamentale: alla possibile tentazione di dubitare se il Dio che invochiamo ci sente e ci ascolta sul serio, la nostra fede reagisce subito: «Come potrebbe non sentire Colui che ci ha costituiti, ci tiene nelle sue mani e ci manda a servirlo?»

L'articolo termina ricordando l'aspetto «apostolico» della preghiera: la comunità orante «ravviva la coscienza della sua missione di salvezza». È una comunità salesiana che prega: mai, nemmeno nei momenti più contemplativi, può scomparire dal suo orizzonte la visione dei giovani da salvare! Molto felicemente viene citato qui il nostro motto, e ci viene ricordato che esso è proprio una preghiera, una «invocazione» con la quale riconosciamo la sorgente divina del nostro zelo:

5 Cf. CGS, 538-539

«Tu, Donnine, da mihi animas: dammi le anime, o Signore», affinché io possa ridartele!». Pregare, per un salesiano, è prendere sempre nuova coscienza di essere mandato ai giovani dal Signore stesso. L'articolo seguente svilupperà questa verità.

O Padre, che nella potenza del Cristo Risorto

hai radunato la nostra comunità

e la tieni unita con la Tua Parola e il Tuo Amore,

rendi viva ed efficace in noi

la coscienza del nostro legame con Te, e fa' che, sull'esempio di Don Bosco, ti chiediamo tutti i giorni:

«Dacci le anime, e prendi tutto il resto». Per Cristo nostro Signore.

ART. 86 LA PREGHIERA SALESIANA

Docile allo Spirito Santo, Don Bosco visse l'esperienza di una preghiera umile, fiduciosa e apostolica, che congiungeva spontaneamente l'orazione con la vita.

Da lui impariamo a riconoscere l'azione della grazia nella vita dei giovani: preghiamo per loro affinché il disegno del Padre si compia in ciascuno di essi, e preghiamo con loro per testimoniare la nostra fede e condividere la stessa speranza di salvezza.

La preghiera salesiana è gioiosa e creativa, semplice e profonda; si apre alla partecipazione comunitaria, è aderente alla vita e si prolunga in essa.

La nostra preghiera trae delle caratteristiche tipicamente «salesiane» dal fatto di essere la preghiera di apostoli dedicati al bene dei giovani.

Il capitolo II sullo «spirito salesiano» conteneva già la descrizione di un elemento importante della «pietà» salesiana: la continua «unione con Dio» o {spirito di preghiera» anche nell'azione, aspetto che sarà ripreso alla conclusione di questo capitolo. Il presente art. 86 delinea lo stile globale della nostra preghiera esplicita, con le tre articolazioni seguenti:

- Don Bosco è il nostro modello;

- i giovani sono presenti nella nostra preghiera;

- da questo duplice fatto derivano i tratti tipici della nostra preghiera.

Don Bosco, modello di preghiera per noi.

«Da lui impariamo... »: Abitualmente Don Bosco ci viene presentato come modello di azione, meno sovente come modello di preghiera; è quindi significativo e importante che il testo delle Costituzioni ci rimandi alla sua «esperienza» di prete ed educatore santo che pregava più di quanto non apparisse esteriormente: è questa realtà che ha ispirato il libretto d'oro di don Ceria, «Don Bosco con Dio».

Sono numerose le testimonianze sullo spirito di preghiera di Don

Bosco. Si può dire - ha dichiarato don Barberis - «che pregava sempre; io lo vidi, potrei dire, centinaia di volte montando e scendendo le scale sempre in preghiera. Anche per via pregava. Nei viaggi, quando non correggeva bozze, lo vedevo sempre. in preghiera».' E don Rua aggiunge: «Molte volte lo sorpresi raccolto nella preghiera in quei brevi istanti che, bisognoso di riposo, trovavasi nella solitudine».2

Considerava la preghiera come la spartizione volontaria, da parte di Dio, della sua onnipotenza con la debolezza umana e le dava una precedenza assoluta: «La preghiera, ecco la prima cosa». «Non si comincia bene - diceva - se non dal cielo».

La preghiera era per lui «l'opera delle opere», perché la preghiera «ottiene tutto e trionfa di tutto». Essa è ciò che è «l'acqua al pesce, l'aria all'uccello, la fonte al cervo, il calore al corpo». «La preghiera fa violenza al cuore di Dio».3 «Guai a chi trascura la preghiera»,¢ ripeteva. «La preghiera è la sola potenza sulla quale dobbiamo fare assegna

mento».5

Con assoluta verità don Ceria ha potuto scrivere: «In Don Bosco lo spirito d'orazione era quel che nel buon capitano è lo spirito marziale, nel buon artista o scienziato lo spirito di osservazione: una disposizione abituale dell'anima, attuantesi con facilità, costanza e grande diletto».6

Analizzeremo nel secondo e terzo capoverso i tratti della preghiera, quale scaturisce dall'esperienza di Don Bosco. Per adesso notiamo soltanto il fatto. Troveremo lo stile giusto della nostra preghiera guardando a lungo i2 Fondatore: il suo stile infatti fa parte del «carisma» che riceviamo in preziosa eredità. Se siamo anche noi docili allo Spirito, la nostra preghiera non solo sarà attraversata dal soffio apostolico del «Da mihi animas», come diceva la conclusione dell'articolo precedente, ma troverà anche le forme esterne che si accordano al nostro ministero presso i giovani.

' D. BARBERI$, Suanmarium super virtutibus, Unione con Dio 2 MB IV, 459

a Cf. MB III, 354; XII, 626; XV, 492. si veda anche, per questa sintesi sull'importanza attribuita da Don Bosco alla preghiera, P. BROCARDO, Don Bosco, profondamente uomo - profondameuae santo, LAS Roma 1985, p. 99.

° MB IX, 180

' MB III. Ii0

° E. CERIA, Don Bosco con Dio, p. 105-106

Presenza dei giovani nella nostra preghiera

Come pregava Don Bosco? Se si vuole esprimere in sintesi il modo di pregare di Don Bosco, si può dire che era quello dell'«uomo di Dio» che non aveva altro di mira se non «la salvezza dei giovani»: anche nella preghiera egli viveva «l'esperienza spirituale ed educativa» del Sistema preventivo, come avvertono gli articoli 20 e 21.

Da questo fatto le Costituzioni deducono che la preghiera del salesiano è quella di un apostolo ed educatore che ha donato la sua vita al Signore impegnandosi con Lui nella salvezza della gioventù. Come in Don Bosco, nel salesiano la preghiera precede, accompagna e segue l'azione come un fattore irrinunciabile e necessario. La precede, perché è nella preghiera che l'apostolo pensa l'azione in Dio e secondo Dio, e la finalizza al suo volere e alla sua gloria. L'accompagna, come riferimento costante al proprio Signore, come domanda di grazia, come implorazione di aiuto, specialmente nell'ora della stanchezza e della prova. «Non abbattiamoci d'animo nei pericoli e nelle difficoltà - esorta Don Bosco - preghiamo con fiducia e Dio ci darà il suo aiuto». La segue come rendimento di grazie: «Quanto è buono il Signore!»; «Dio fa le sue opere con magnificenza».'

In questa preghiera, marcata dall'esperienza educativa ed apostolica, sono perciò presenti i giovani: il testo della Regola vuole appunto mettere in risalto i diversi modi di questa presenza giovanile.

In primo luogo si tratta di una presenza spirituale: «preghiamo per loro». l giovani invadono la nostra preghiera e le nostre intenzioni: preghiamo per la loro felicità terrena ed eterna, perché siano aperti all' azione misteriosa della grazia, perché i nostri sforzi portino frutto; in una formula sintetica, «affinché il disegno del Padre si compia in ciascuno di essi», espressione questa che ci avverte di non pregare solo per «i giovani» globalmente presi o per «il nostro gruppo», ma veramente per ciascuno. Di tanto in tanto il salesiano entra nella cappella tenendo in mano la lista di tutti i giovani della sua scuola o del suo oratorio, e fa sfilare davanti al Signore o davanti alla Madonna ciascuno dei loro nomi, ciascuno dei loro volti: prega non solo per loro, ma nel

-' CF. P. BROCARDO, o.c., p. 100-101

loro nome. È una preghiera durante la quale sicuramente non si annoia!

Ma non è esclusa la presenza fisica dei giovani: «preghiamo con loro», applicando il principio della convivenza educativa e dello stile di famiglia. Quante conseguenze per la nostra preghiera! Almeno le due seguenti. Non possiamo accettare uno stile di preghiera troppo alto, troppo intellettuale e severo: deve essere «a misura dei giovani». Se i giovani stentano ad entrare nella nostra preghiera e non la trovano né rivelatrice né attraente, vuol dire che essa è poco salesiana e ha bisogno di «ringiovanirsi». Noi e loro insieme dobbiamo giungere a «condividere» sul serio «la stessa speranza di salvezza».

Altra conseguenza: «Preghiamo con loro per testimoniare la nostra fede». Tra i nostri compiti, c'è quello di educare i giovani alla preghiera: sarebbe il colmo che degli educatori di preghiera non fossero i primi a pregare e a saper pregare «in spirito e verità»! «Padre, disse un gruppo di giovani durante un corso di esercizi spirituali, Lei ci ha parlato a lungo e bene della preghiera. Adesso vorremmo che, in pochi minuti, ci dicesse come prega». La preghiera è di quelle cose che s'insegnano un poco a parole e molto per mezzo di una «iniziazione»: «Camminiamo con i giovani ... iniziamo i giovani a partecipare alla liturgia ... insieme con essi celebriamo...», dicono gli articoli 34 e 36. La nostra preghiera dovrebbe poter essere anche una «scuola pratica di preghiera».

Lo stile salesiano della preghiera.

Parlando di Don Bosco, si è tratteggiata brevemente la sua figura di orante e si è accennato all'importanza che egli attribuiva alla preghiera per il compimento della sua missione. Ma le Costituzioni vogliono anche elencare alcune delle principali caratteristiche della preghiera sua e del salesiano: una preghiera autentica e completa nella sostanza, lineare e semplice nelle sue forme, popolare nei suoi contenuti, allegra e festiva nelle sua espressione; una preghiera alla portata di tutti, dei fanciulli e degli umili in particolare; una preghiera, infine, intrinsecanmente ordinata all'azione.

Unendo insieme il primo capoverso sulla «preghiera di Don Bosco» e il terzo sulla «preghiera salesiana», si possono enumerare ben dieci tratti di quello che si può chiamare lo «stile salesiano» della preghiera. Noi qui prendiamo in considerazione i tre seguenti: semplicità, vivacità, verità, tre qualità di uno stile giovanile e popolare.

- Semplicità. La preghiera salesiana è detta «semplice, umile, fiduciosa»: semplice nell'ispirazione evangelica, nella quantità e nella forma esteriore. Il salesiano «fa esperienza della paternità di Dio», «prega in dialogo semplice e cordiale ... con il Padre che sente vicino» (Cost 12). Rifugge da preghiere troppo lunghe e faticose, che rischiano di annoiare (certo, chi spontaneamente vuole pregare di più, può farlo). L anche alieno dalle formule ricercate, dai riti complicati, dalle dimostrazioni troppo esteriorizzate o emotive, da tutto ciò che potrebbe riservare praticamente la preghiera a una élite.

- Vivacità. Semplice, però, per Don Bosco non vuol dire passiva. La preghiera salesiana è anche detta «gioiosa, creativa, aperta alla partecipazione comunitaria». Il salesiano «diffonde gioia e sa educare alla letizia della vita cristiana e al senso della festa: `Serviamo il Signore in santa allegria'» (Cost 17). Don Bosco ha sempre voluto liturgie belle, «gustose», con canto e musica, con una equilibrata varietà che mantenga sveglia l'attenzione del cuore, rinnovi la gioia interiore, faccia sperimentare quanto è bello stare con Dio!

- Verità. Preghiera semplice e gioiosa per Don Bosco non vuol mai dire preghiera superficiale. La preghiera salesiana vuol essere «profonda», che congiunge cioè spontaneamente l'orazione con la vita, «è aderente alla vita e si prolunga in essa». Parte da un cuore sincero animato dalla «pietà», sfugge al conformismo e al formalismo, vuole parole autentiche, gesti dignitosi, celebrazioni che incidono sulla vita per trasformarla a poco a poco in «liturgia» e in culto spirituale.

Se vogliamo sintetizzare il contenuto dell'articolo, possiamo riprendere il testo di san Paolo citato all'inizio del capitolo: «Cantate a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali... e tutto si compia nel nome del Signore Gesù» (Col 3,16-17).

Il CGS, delineando lo «stile di preghiera» del salesiano, oltre che parlare di «preghiera semplice e vitale», indica tra le sue caratteristiche

«l'apertura viva al mondo sacramentale e la fiducia speciale in Maria».B Gli articoli seguenti (cE. Cast 88, 90, 92) tratteranno specificamente di questi elementi.

Signore Gesù,

che hai insegnalo ai tuoi discepoli a pregare, insegna anche a noi a pregare come pregava Don Bosco:

con la semplicità e la fiducia dei fanciulli, con la gioia e la creativitàà dei giovani, con lo zelo ardente degli apostoli.

Aiutaci a prolungare la preghiera in tutta la nostra vita,

per cooperare al tuo disegno di grazia sui giovani e contribuire alla loro salvezza uniti a Te, che vivi e regni nei secoli dei secoli.

0 C(. CGS, 103-105

ART. 87 COMUNITÀ IN ASCOLTO DELLA PAROLA

Il popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della Parola del Dio vivente.'

La Parola ascoltata con fede è per noi fonte di vita spirituale, alimento per la preghiera, luce per conoscere la volontà di Dio negli avvenimenti e forza per vivere in fedeltà la nostra vocazione.

Avendo quotidianamente in mano la Sacra Scrittura,' come Maria accogliamo la Parola e la meditiamo nel nostra cuore 3 per farla fruttificare e annunziarla con zelo.

' CI. PO, 4

s cF. PC, 6

' cF. Lc 2,19.51

Gli articoli 87, 88 e 89 formano un piccolo blocco dove vengono indicate le tre forme maggiori della vita liturgica e di preghiera della comunità e del singolo salesiano: l'ascolto della Parola, la celebrazione dell'Eucaristia, la santificazione del tempo con l'Ufficio divino durante l'Anno liturgico.

Il primo atteggiamento della comunità orante non è quello di parlare: come per ogni credente, è anzitutto quello di tacere per ascoltare. Infatti il «Dio vivente», che ha radunato questa comunità e la tiene unita, non cessa di parlare: ascoltarlo umilmente è il modo più significativo di riconoscere il primato della sua iniziativa.

Un paragrafo spiega quali sono i benefici della Parola ascoltata nella fede. Un altro paragrafo specifica le reazioni della comunità a questo riguardo. Notiamo subito che tutto ciò si applica ugualmente al singolo salesiano.

Ciò che apporta la Parola di Dio.

II primo e il secondo capoverso dell'articolo richiamano brevemente il ruolo fondamentale della Parola di Dio in ogni comunità cristiana e a maggior ragione in ogni comunità religiosa apostolica,' i cui

' Per chiarire questo punto, si legga negli Atti del CGS il n. 540; poi larghi tratti del documento III «Evangelizza,ione e carechesi., specialmente i nn. 283-288 e 339-340.

membri professano di ubbidire alla Parola e hanno la missione di educare gli altri ad accoglierla nella fede. L'articolo trae larga ispirazione dai testi conciliare.

La Parola di Dio non è una una semplice espressione letteraria, né una parola «vuota». È Dio stesso che ci parla. Si comprende allora perché e quanto sia efficace: essa è anzitutto una forza che raduna, perché Dio si rivolge agli uomini in primo luogo per «convocarli» e destare in tutti loro una medesima risposta. Il testo del decreto «Presbyterorum Ordinis», citato dall'articolo, insiste su questo fatto: i preti hanno come primo compito quello di annunciare la Buona Novella «affinché possano costituire e incrementare il popolo di Dio. Infatti in virtù della Parola salvatrice, la fede si accende... e con la fede ha inizio e cresce la comunità dei credenti».z

In questa «comunità credente» la Parola opera una serie di benefici che la Costituzione conciliare «Dei Verbum» così descrive: «Nella Parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere... per i figli della Chiesa forza della fede, alimento dell'anima, fonte pura e perenne della vita spirituale».3 E più oltre: «La lettura della Sacra Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo».4 «Forza, alimento, fante di vita (robur, Gibus, fons)»- sono tutte espressioni riprese dal nostro testo.

Si può attribuire un valore di sintesi all'espressione che l'articolo sottolinea per prima: la Parola è, globalmente, «fonte di vita spirituale». Sotto questo aspetto essa dispiega la sua fecondità in tre direzioni: suscita la risposta della preghiera, fa conoscere la volontà del Padre, aiuta a realizzarla concretamente.

Quindi, per poter pregare in verità, per sapere ciò che deve fare, per portare al Regno di Dio il contributo suo proprio, la comunità salesiana deve mettersi in ascolto. È proprio quanto dice l'ultimo capoverso, che pone la comunità di fronte alla Parola.

2 PD 4 3 DV, 21 D V, Zs

La comunità di fronte alla Parola.

Attraverso tutti gli avvenimenti salvifici Dio parla del suo disegno di salvezza incentrato in Gesù Cristo. Ma la sua Parola è sostanzialmente annunziata per iscritto nella Sacra Scrittura: s a questa perciò la comunità viene rinviata in modo speciale, secondo l'appello esplicito del decreto «Perfectae Caritatis» e della Costituzione «Dei Verbum»,s «Avere in mano la Sacra Scrittura» significa, secondo il contesto, leggerla (o ascoltarne la lettura) e meditarla. «Quotidianamente» dice chiaramente che non si tratta di una lettura occasionale: la Bibbia è il cibo di tutti i giorni! Si tratta di imparare, soprattutto dal Vangelo, «l'eminente scienza di Gesù Cristo» (cf. Cost 34), che è una scienza dalle profondità infinite.

Il testo conciliare suggerisce gli atteggiamenti che la comunità e il singolo devono avere di fronte alla Parola di Dio. Essi devono:

- ascoltarla con umiltà nei momenti e nei modi opportuni,

- accoglierla nel cuore con docilità, come criterio supremo, e quindi lasciarsi giudicare da essa: è questo l'atto di fede,' di cui Maria è il modello perfetto;

- custodirla nella vita, dove porta il suo frutto; - annunziarla nell'apostolato con ardore.

Sono impegni radicali per una comunità salesiana e per ciascuno dei suoi membri: la Parola deve toccare le nostre orecchie («ascoltarla»), scendere nel nostro cuore («accoglierla»), passare nelle nostre mani («praticarla»), uscire dalla nostra bocca («proclamarla»). Ciò solleva quattro serie esigenze: il dovere di educarci al silenzio, di riconoscere la nostra radicale povertà, di testimoniare la Parola e di impegnarci con zelo a diffonderla. Ma forse solleva innanzitutto un problema immediatamente pratico: i membri della comunità devono rispettare l'accordo comunitario sui momenti e sulle modalità concrete del loro ascolto in comune della Parola di Dio.

5 Cf. DV, 9.10

Cf. PC, 6; DV, 25 Cf. DV, 5

Quanto al salesiano singolo, si collega bene qui l'art. 93 che parla della «preghiera personale», intesa come meditazione intima della Parola di Dio.

Conclude il CGS: la Parola di Dio «è una Parola concreta, che interroga la nostra comunità e ognuno di noi sull'hic et nunc della nostra esistenza; una Parola 'viva ed efficace' (Eb 4,12), `incessantemente operante' (DV, 8), una Parola che esige necessariamente una risposta che si rifletta nella vita personale e comunitaria.$ Le Costituzioni ci hanno opportunamente indicato che i momenti più alti della nostra vita comunitaria, quelli della ricerca e del compimento della divina volontà, sono per noi scanditi dalla Parola di Dio (cf. Cast 66).

Donaci, o Padre, piena docilità nell'ascolto della Tua Parola:

sia essa per noi fonte e alimento di vita,

luce per il nostro cammino e forza di fedeltà, perché meditandola come Maria quotidianamente, possiamo farla fruttificare in noi e annunziarla con efficacia ai nostri fratelli.

8 CGS, 540

ART. 88 COMUNITÀ UNIFICATA DALL'EUCARISTIA

L'ascolto della Parola trova il suo luogo privilegiato nella celebrazione dell'Eucaristia. Essa è l'atto centrale quotidiano di ogni comunità salesiana, vissuto come una festa in una liturgia viva.

La comunità vi celebra il mistero pasquale e comunica al corpo di Cristo immolato, ricevendolo per costruirsi in Lui come comunione fraterna e rinnovare il suo impegno apostolico.

La concelebrazione mette in evidenza le ricchezze di questo mistero: esprime la triplice unità del sacrificio, del sacerdozio e della comunità, i cui membri sono tutti al servizio della stessa missione.

La presenza dell'Eucaristia nelle nostre case è per noi, figli di Don Bosco, motivo di frequenti incontri con Cristo. Da Lui attingiamo dinamismo e costanza nella nostra azione per i giovani.

Nella Chiesa, la Parola culmina sempre nel Sacramento: ciò che viene annunciato dalla prima viene attuato misteriosamente nel secondo. Perciò, molto logicamente, l'articolo sulla Parola sfocia in quello dell'Eucaristia, che è allo stesso tempo «il luogo privilegiato» della Parola e la  sua viva attualizzazione.

L'articolo, che consta di quattro capoversi, tratta due temi fra loro collegati: la celebrazione eucaristica comunitaria (capoversi 1-2-3) e la presenza eucaristica, che fa sorgere la devozione eucaristica personale (capoverso 4). Trattando del primo tema, il testo espone insieme il significato dell'Eucaristia per la comunità e la partecipazione attiva della comunità celebrante. Rifletteremo distintamente su questi diversi aspetti.

È utile avere davanti ciò che Don Bosco ci ha trasmesso e ricordare il ruolo essenziale che l'Eucaristia ha avuto nella sua vita. Già è stato accennato, trattando della nostra missione e del nostro metodo educativo, alla centralità dell'Eucaristia, secondo il pensiero di Don Bosco (cf. Cost 36); ma si può ben dire che l'Eucaristia è una delle colonne su cui è costruito tutto l'edificio della santità del nostro Fondatore e dei suoi figli.

L'amore appassionato di Don Bosco a Gesù-Eucaristia è testimoniato in molte pagine delle «Memorie Biografiche». «Non di rado = scrive il biografo         predicando, nel descrivere l'eccesso d'amore di

Gesù per gli uomini, piangeva lui e faceva piangere gli altri per santa commozione. Anche in ricreazione parlando talora della SS. Eucaristia, il suo volto accendevasi di santo ardore e diceva spesso ai giovani; - Cari giovani, vogliamo essere allegri e contenti? Amiamo con tutto il cuore Gesù in Sacramento».'

Pur riconoscendo che la dottrina eucaristica di Don Bosco non ha l'ampiezza ecclesiale del Vaticano II (evidentemente essa dipende dalla teologia del tempo), noi possiamo ben cogliere come l'Eucaristia sia per Don Bosco una realtà viva, la presenza attuale e viva del Cristo risorto nel segno del pane; la mensa eucaristica e il tabernacolo sono i luoghi dove si può avere con Lui, oggi stesso, un incontro reale e vitale. Attraverso la comunione Don Bosco vive l'amicizia concreta, tenera e forte, con Cristo e vuole nei suoi giovani lo stesso amore: «Oh, se io potessi mettere in voi questo grande amore a Maria e a Gesù Sacramentato, quanto sarei fortunato... Sarei disposto per ottenere questo a strisciar con la lingua di qui fino a Superga».2

Con questo richiamo, pur molto rapido, al nostro Fondatore, siamo in grado di comprendere meglio il testo della Regola.

L'azione di Cristo sulla comunità nell'Eucaristia.

La celebrazione eucaristica è chiamata dal Concilio «fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione,.., il centro della comunità dei fedeli», «il centro e il culmine di tutta la vita della comunità cristiana».3 «Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra Eucaristia, dalla quale quindi deve prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità» .4

A maggior ragione queste espressioni vigorose si applicano a una

1 MB IV, 457

z MB VII, 680. Sulla dottrina eucaristica di Don Bosco si può vedere, J. AUBRY, L'Eucaristia nella prassi salesiana, in Rinnovare la nostra vita salesiana', LDC Torino 1981, gol I, p. 176ss,

' Cf. P0, 5; CD, 30. La Costituzione Sacrosanclurn Concilìum applica queste espressioni alla liturgia stessa, il cui cuore è l'Eucaristia: ~La liturgia e il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù" (SC, 10), come ricorda anche l'art. 36 delle Costituzioni.

a P0, 6

comunità di religiosi apostoli. Con l'Eucaristia la comunità salesiana riceve due benefici fondamentali: viene ricostruita in Cristo come comunione fraterna, e trova in Lui lo slancio di un rinnovato impegno apostolico. Due frasi brevi, ma molto dense, ne danno la spiegazione.

Con l'Eucaristia la comunità quotidianamente «celebra il mistero pasquale», quel mistero di cui è stato detto nell'art. 85 che ha fatto sorgere la Chiesa stessa: la morte di Cristo ha distrutto ogni divisione, la sua vita nuova nello Spirito è il principio dell'unità profonda dei salvati. Celebrando l'Eucaristia, la comunità salesiana vi celebra in tutta verità l'Atto di amore redentore che è stato e rimane la sorgente della sua unità.

Essa inoltre «comunica al Corpo di Cristo immolato»: unirsi al Corpo eucaritico del Cristo è inserirsi nel suo Corpo mistico, secondo la grande dottrina di san Paolo; s la comunione a Cristo è comunione tra noi in Lui. La concretezza del Sacramento fa brillare in tutto il suo splendore l'affermazione dell'art..85: è Dio che «tiene unita la nostra comunità», ed è il Corpo di suo Figlio che la ricostruisce di continuo, nella misura certo della fede viva dei partecipanti, stimolati alla carità fraterna.

Riferendosi a questa realtà, il CGS commenta: «Nell'incessante costruzione della comunità, lo strumento fondamentale e decisivo è l'Eucaristia, `segno e causa' dell'unità, fermento ed esigenza di unità allo stesso tempo: segno, cioè, di quell'unità che è meta della nostra vita. Segno, però, nella misura in cui viviamo già di fatto e ci impegniamo incessantemente a fare comunione tra noi. In questa misura il sacramento è anche `causa' di unità».6

Ma nella celebrazione dell'Eucaristia, la comunità salesiana si apre anche con vigore agli orizzonti apostolici e nutre, oltre la carità fraterna, anche la sua carità pastorale. «L'Eucaristia --- scrive ancora il CGS - è punto di partenza e punto di arrivo di tutto il lavoro apostolico della comunità».' Celebrando il mistero pasquale, essa prende nelle proprie

' ~1I pane che noi spezziamo non è forse comunione al Corpo di Cristo? E poichè vi è un pane solo, noi, pur essendo molti, formiamo un sola corpo# (1 Cor 10,16.17). ° CGS, 543

GGS, 543

mani l'esistenza concreta dei giovani e dei fedeli per trasfigurarla nell'offerta di Cristo alla gloria del Padre. E comunicando al Corpo di Cristo, i membri prendono con sé il Buon Pastore che ha dato la vita per le sue pecore e si preparano a «immolarsi» per il bene dei giovani, diventando anche loro pane che salva e fa vivere."

La partecipazione attiva della comunità all'Eucaristia.

Ma questi frutti meravigliosi sono misurati dalla fede viva dei «celebranti». Già nel primo capoverso viene lanciato un appello a questa fede, dove si parla dell'Eucaristia come di «atto quotidiano... vissuto come una festa». Non c'è contraddizione nei termini? Diventata quotidiana, una festa può ancora rimanere tale? Qui si vuol dire che l'Eucaristia deve essere celebrata come il momento festivo di ogni giornata, nella convinzione del suo valore «straordinario». Occorre perciò una preparazione intima, un cuore attento e amante. Occorre anche, all'esterno, un certo stile di celebrazione che aiuti e stimoli la fede: «una liturgia viva» è una liturgia che rifugge dalla 'routine', che ogni giorno trova uno spazio di libertà creatrice, pur nella fedeltà ai riti della Chiesa, che permetta a ciascuno di partecipare attivamente. Lo spazio dato al ringraziamento vivo e intenso per il dono ricevuto è un segno di amore e l'avvio di quel contatto costante con il Cristo, che si protrarrà lungo tutta la giornata.

Nella comunità, famiglia riunita attorno all'Eucaristia, assume un significato particolare la concelebrazione, che le Costituzioni raccomandano: essa offre un'occasione per una «liturgia viva», direttamente legata all'aspetto comunitario del mistero eucaristico. La concelebrazione, infatti, mette in evidenza una triplice unità: l'unità del sacrificio. infatti le Messe celebrate dai diversi sacerdoti non sono altro che l'unico sacrificio di Cristo (viene soltanto moltiplicato il rito sacramentale); l'unità del sacerdozio: i diversi sacerdoti non sono altro che i segni efficaci dell'unico Sommo Sacerdote che offre il suo sacrificio (viene moltiplicata soltanto la loro opera sacramentale di riattualizza

R «Nutrendosi del Corpo di Cristo, i presbiteri partecipano nell'anima della carità di Colui che si dà come cibo ai Fedeli» (Po, 13).

zione); l'unità della comunità, radunata attorno a un unico altare per una celebrazione unica, dove ciascuno svolge il ruolo sacerdotale (ministeriale o comune) che gli spetta.

Si può tuttavia concepire questa comunità a due livelli: la sola comunità salesiana, i cui membri si re-impegnano tutti al medesimo compito, e, meglio ancora, la comunità allargata ai giovani e ai fedeli: attorno all'altare appare allora la comunità salesiana unificata per il servizio di un gruppo di credenti e in seno a una più ampia comunità ecclesiale.

La presenza eucaristica e la devozione che essa suscita.

L'ultimo capoverso tocca un aspetto prevalentemente personale e non più esplicitamente liturgico. Tratta della «presenza eucaristica nelle nostre case» e della devozione che essa suscita. Da noi, «figli di Don Bosco», la cappella con il tabernacolo è il cuore vivo della casa e della comunità. I «frequenti incontri» con Cristo alludono a ciò che la tradizione salesiana chiama la «visita a Gesù Sacramentato». Sappiamo quanto Don Bosco ci teneva e la raccomandava tanto ai Salesiani quanto ai giovani. Il Concilio la raccomanda esplicitamente ai sacerdoti: «Abbiano a cuore... il dialogo quotidiano con Cristo Signore andandolo a visitare nel tabernacolo e praticando il culto personale della sacra Eucaristia».9

È bene ricordare il significato di questo culto, perfettamente espresso nell'Istruzione «Eucaristicuni mysteriumn.10 Anzitutto esso rimane in stretta dipendenza dalla celebrazione eucaristica: «Questa presenza deriva dal sacrificio e tende alla comunione, sacramentale e spirituale insieme», cioè Cristo nel SS. Sacramento è sempre il Cristo Vittima e Nutrimento. D'altra parte, esso ha un orientamento diverso: la Messa è azione liturgica di Cristo e dell'assemblea, offerta al Padre; il culto eucaristico si rivolge al Cristo sacramentale, in forme soprattutto private. Il suo frutto essenziale è di stimolare la fede e l'amore verso

Po. 18

1v Eucaristicum mysterium, 25 maggio 1967, n. 50

Cristo redentore. L'articolo delle Costituzioni dice bene: «Da Lui attingiamo dinamismo e costanza nella nostra azione per i giovani».

Don Bosco ripete: «Andiamo a visitare spesso Gesù nelle chiese, dove giorno e notte ci attende... Gli amici del mondo trovano tanta contentezza tra loro che perdono talvolta le giornate intiere per stare insieme. E perché non troveremo noi qualche ora del giorno per intrattenerci col migliore degli amici? Oh, quanto è mai dolce la compagnia di Gesù!... Chi può esprimere la pienezza di goffa che provò san Giovanni nell'ultima cena, allorché in compagnia di Gesù, anzi a Lui più vicino, poté posare il suo capo sopra il suo divin petto, come il bambino in seno alla madre? Ora molto simile a quella è la gioia che si prova nel tenere compagnia a Gesù nel Sacramento»."

O Padre, che nell'Eucaristia

ci fai rivivere il mistero pasquale del Tuo Figlio

nella comunione con il Suo Corpo e con il Suo Sangue, per virtù di questo sacramento d'amore rinsalda la nostra unità di fratelli

·    ravviva la nostra dedizione di apostoli.

Fa' che celebriamo l'Eucaristia

come una «festa quotidiana»

•  dall'incontro frequente con il Signore Gesù

attingiamo dinamismo per la nostra missione tra i giovani

•  costanza per portarla a compimento. Per Cristo nostro Signore.

G. BOSCO, ~Nwe giorni consacrati all'augusta Madre dei Salvatore sotto il titolo di Maria Ausiliatrice», 1870, in OE XXII, p. 330-331

ART. 89 IL MISTERO DI CRISTO NEL TEMPO

La Liturgia delle ore estende alle diverse ore del giorno la grazia del mistero eucaristico.'

La comunità, unita a Cristo e alla Chiesa, loda e supplica il Padre, nutre la sua unione con Lui2 e si mantiene attenta alla divina volontà. Rimanendo per i chierici gli obblighi assunti con la loro ordinazione,' la comunità celebra le Lodi come preghiera dei mattino e il Vespro come preghiera della sera con la dignità e il fervore che Don Bosco raccomandava.

La domenica è il giorno della gioia pasquale. Vissuta nel lavoro apostolico, nella pietà e in allegria, rinvigorisce la fiducia e l'ottimismo del salesiano.

Lungo l'anno liturgico, la commemorazione dei misteri del Signore fa della nostra vita un tempo di salvezza nella speranza

ci. 1GLH, 10. 12 ' cl LG, 3

cf. CIC, can. 1174, 1

cf. SC 102

L'art. 89 espone come la comunità salesiana partecipa alla vita liturgica della Chiesa secondo i tre ritmi del giorno, della settimana e dell'anno: tutto il tempo cosmico e storico viene in questo modo santificato, offerto cioè alla gloria del Padre e utilizzato per comunicarci la salvezza di Cristo.

Ritmo giornaliero: la liturgia delle Ore.

La prima frase, ricollegando l'articolo al precedente, manifesta il legame della Liturgia delle Ore con il mistero «centrale» dell'Eucaristia. La frase è ispirata da un testo conciliare' e da un brano della «Istruzione generale per la Liturgia delle Ore»: «La liturgia delle Ore estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico...: la lode e il rendimento di grazie, la memoria dei misteri della salvezza, le suppliche e la pregustazione della gloria celeste».z Ma l'Istruzione pre-

PO, 5

a .Instructio GeneraIis Liturgiae Horarum. (IGLH), 25 marzo 1971, n. 12

cisa poi che questa liturgia può ugualmente costituire ottima preparazione a una celebrazione più fervente dell'Eucaristia.

La comunità salesiana, profondamente inserita nella Chiesa di cui è parte viva, esprimendone visibilmente il mistero di consacrazione totale a Dio (cf. Cost 85), entra con tutta naturalezza, in quanto tale, nella preghiera liturgica dell'Ufficio divino, e tenta di capirne nella fede la divina grandezza: «È veramente la voce dello Sposo; anzi è la preghiera che il Cristo, unito al suo Corpo, eleva al Padre».' Il vantaggio spirituale che deriva da questa «lode e supplica al Padre» consiste nel progredire nella comunione di amore con Lui4 e nella fedeltà attiva alla sua volontà.

Una cosa deve essere chiara: la liturgia delle Ore non è riservata ai sacerdoti o ai contemplativi. È veramente la preghiera ufficiale di tutto il popolo di Dio. Occorre solo notare (come fa lo stesso articolo a proposito dei chierici) che alcuni, nella Chiesa, ricevono un «mandato» esplicito di celebrarla in nome di tutti: i diaconi e i presbiteri e le comunità obbligate al coro (ordini di canonici, di monaci e monache)-,,' ma ciò non significa che essi devono pregare «al posto» di tutti. «Le preghiere delle Ore vengono proposte a tutti i fedeli, anche a coloro che non sono tenuti per legge a recitarle».° Per i religiosi, poi, il Concilio precisa: «I membri di qualsiasi Istituto degli stati di perfezione che, in forza delle Costituzioni, recitano qualche parte dell'Ufficio divino, esprimono la preghiera pubblica della Chiesa».' Infine si deve osservare che «sebbene la preghiera fatta nella propria stanza sia sempre necessaria,... tuttavia all'orazione della comunità compete una dignità speciale (cf. Mt 18,20)». «La celebrazione in comune manifesta più chiaramente la natura ecclesiale della liturgia delle Ore... Perciò tutte le volte che è possibile, la celebrazione comune è da preferirsi alla celebrazione individuale e quasi privata».$

3 SC, 84

4 Unione con 2 Padre, piuttosto che con Cristo, come insinua la nota che rimanda a LG, 3, dove l'unione con Cristo viene presentata come frutto dell'Eucaristia. ' Cf. SC, 95-96; IGLH, 28-32

° Paolo VI, Costituzione apostolica Laudis canricum, 1 nov. 1970, ti. 8. Cf. SC, 100 (partecipazione dei laici) e IGLH, 32.

SC, 98

" IGLH, 9 e 33; cf. IGLH, 20-27

Queste annotazioni saranno utili per mettere in luce il pieno valore della norma costituzionale (precisata dall'art. 70 dei Regolamenti generali): «Rimanendo per i chierici gli obblighi assunti con la loro ordinazione, la comunità celebra le Lodi come preghiera del mattino e il Vespro come preghiera della sera». Perché le Lodi e il Vespro? Perché «secondo la venerabile tradizione di tutta la Chiesa sono il duplice cardine dell'Ufficio quotidiano: devono essere ritenute le Ore principali e come tali celebrate».y

Notiamo il verbo usato qui e nei Regolamenti generali: queste Ore vengono «celebrale» e non semplicemente «recitate»: anche se soltanto di rado vi è un «celebrante» che presiede, esse sono sempre celebrate secondo il loro valore di «lode della Chiesa».

La conclusione del capoverso incoraggia a una celebrazione «degna e fervorosa», anche se non sempre solenne. Sappiamo che Don Bosco voleva una preghiera «completa», che avesse la duplice caratteristica della bellezza esterna e del fervore interno: una dev'essere in aiuto dell'altro. Ma la raccomandazione che qui viene richiamata è più precisa: in un articolo delle prime Costituzioni Don Bosco chiedeva «la pronunzia chiara, divota e distinta delle parole dei divini uffizi» e la presentava come una caratteristica salesiana.10

In questo contesto è utile ricordare ciò che l'art. 70 dei Regolamenti generali aggiunge: «Al loro posto (i soci) potranno recitare, secondo l'opportunità, altre preghiere». Lungi dall'essere in contrasto con la norma generale sopra espressa, questa specificazione vuol sottolineare l'importanza della preghiera quotidiana anche per coloro che in varie circostanze (per esempio nella malattia) sono impediti a celebrare le Lodi e il Vespro: con altre forme di preghiera essi si uniscono alla comunità orante, offrendo insieme con essa il proprio sacrificio di lode.

9 SC, 89 e IGLH, 37-40 spiegano abbondantemente il significato preciso e ricco delle Lodi e del Vespro.

1O Cf. Costituzioni 1875, XIII, 2 (cf. F. MOTTO, p. 183)

Ritmo settimanale e annuale: la domenica e l'anno liturgico.

Il terzo capoverso invita il salesiano a una celebrazione fervente della domenica, «giorno della gioia pasquale» perché giorno della risurrezione di Cristo e dell'assemblea cristiana, «giorno di festa primordiale» come dice il Concilio." Abitualmente per il salesiano è un giorno di intenso lavoro, spesso diverso dal lavoro ordinario della settimana, lavoro intensamente «apostolico» nel contatto con i giovani e con la gente. Si ritrova qui, nel modo di celebrare la domenica, la trilogia tipicamente salesiana: «lavoro, pietà, allegria». E si capisce allora come la domenica, vissuta in tale clima, facendoci sperimentare i frutti della Pasqua di Cristo, possa contribuire soprattutto ad alimentare nel nostro cuore quell'ottimismo e quella gioia descritti nel capitolo sullo spirito salesiano (cf. Cost 17).

L'ultimo capoverso allarga l'orizzonte all'intero anno liturgico e rimanda alla Costituzione sulla Liturgia del Vaticano II. II testo conciliare è senz'altro il miglior commento all'articolo costituzionale: «La santa Madre Chiesa nel ciclo annuale presenta tutto il mistero di Cristo... Ricordando i misteri della Redenzione, essa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche dei meriti del suo Signore, così che siano resi in qualche modo presenti in ogni tempo, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della grazia della salvezza».'2

Diciamo, in conclusione, che il salesiano vivrà con fervore ed efficacia la sua vita liturgica, sia giornaliera che settimanale e annuale, nella misura in cui sarà consapevole del suo ruolo di «iniziatore» dei giovani a questa stessa vita, come ricordava l'art. 36 delle Costituzioni: «Insieme ad essi celebriamo l'incontro con Cristo».

1' sc, 106 1= SC, 102

 

La lode del Tuo santo Nome, o Padre, riempia le nostre giornate

e segni il ritmo dell'intera nostra esistenza, in unione con la santa Chiesa, diffusa nel tempo e nello spazio. Fa' che con essa riviviamo,

nel volgere delle stagioni e degli anni i misteri della nostra salvezza, e ne diventiamo diffusori efficaci nella gioia dello Spirito Santo. Per Cristo nostro Signore.

ART. 90 COMUNITÀ IN CONTINUA CONVERSIONE

La Parola di Dio ci chiama a una continua conversione.

Consapevoli della nostra debolezza, rispondiamo con la vigilanza e il pentimento sincero, la correzione fraterna, il perdono reciproco e l'accettazione serena della croce di ogni giorno.

Il sacramento della Riconciliazione porta a compimento l'impegno penitenziale di ciascuno e di tutta la comunità.

Preparato dall'esame di coscienza quotidiano e ricevuto frequentemente, secondo le indicazioni della Chiesa, esso ci dona la gioia del perdono del Padre, ricostruisce la comunione fraterna e purifica le intenzioni apostoliche.

Arriviamo al terzo gruppo di articoli del capitolo: gli art. 90 e 91 mettono in rilievo un aspetto qualificante della vita cristiana e religiosa illuminata dalla Parola e santificata dal contatto vivo con la Persona e i misteri del Salvatore: la conversione. Questa viene presentata come un'esigenza permanente, che tuttavia si esprime con particolare intensità nell'atto sacramentale e in certi momenti organizzati in funzione di essa. Così ritroviamo, in qualche modo, per la conversione lo schema tripartito degli articoli 87-89: Parola, Sacramento, Storia.

Nei due articoli viene usata la parola conversione». Che cosa significa? Uno potrebbe pensare che un religioso globalmente fedele sia già convertito, che debba solo progredire. Ma la Scrittura, la Chiesa e la stessa esperienza umana gli dicono che il peccato entra ancora nella sua vita: ha bisogno di «purificazione» e di «penitenza», orientate verso un amore più autentico e più pieno. Un'espressione del decreto conciliare «Presbyterorum ordinis», che ha ispirato in parte l'articolo, può illuminare questo processo: «L'atto sacramentale frequente della Penitenza, preparato con un quotidiano esame di coscienza, favorisce moltissimo la necessaria conversione del cuore all'amore del Padre delle misericordie».' Ecco: si tratta di «convertirsi all'amore» di Dio e dei fratelli, di passare da atteggiamenti negativi ad atteggiamenti positivi e,

' PO, 18

forse più ancora, di passare da un amore incerto, scarso, insufficiente ad un amore più fermo e più generoso: compito questo mai finito!

Le Costituzioni tracciano tutto un programma di sforzi per il cammino penitenziale così orientato, indicandone i ritmi principali: certi esercizi si devono fare in ogni momento e «ogni giorno», altri «frequentemente», altri infine (come detto nell'art. 91) «ogni mese» e «ogni anno».

L'art. 90 consta di quattro capoversi, e di due parti: il primo e il secondo capoverso espongono «l'impegno penitenziale» permanente; il terzo e il quarto si riferiscono all'atto sacramentale della Riconciliazione.

Continuamente: sforzo di vigilanza e penitenza.

È la Parola di Dio che «ci chiama a una continua conversione», come bene spiega l'«Orda Poenitentiae».2 Allo stesso tempo questa Parola ci giudica e non cessa di rivelarci la nostra responsabilità e il nostro peccato, di invitarci alla conversione e alla penitenza, di rivelarci la misericordia di Dio sempre pronto a perdonarci e a rilanciarci sulla strada della riconciliazione e dell'amore.

A questa Parola «rispondiamo», sia singolarmente nella consapevolezza delle personali debolezze, sia comunitariamente nella visione delle esigenze a volte terribili della vita comune (pazienza, sopportazione vicendevole, perdono mutuo, lotta contro l'individualismo, come già dicevano gli articoli 51 e 52). Si tratta di ricostruire quotidianamente ciò che i nostri egoismi e le nostre dimenticanze demoliscono.

Vengono raccomandati cinque atteggiamenti per una continua conversione: 3

 

2 «II sacramento della Penitenza deve prendere avvio dall'ascolto della Parola di Dia, perché proprio con la sua Parola Dio chiama a penitenza e porta alla conversione del cuare' («Orda Paenùeutìae» n. 24; cf. anche n. 1).

3' lJ«Ordo Paenitentiaeu parla degli atteggiamenti di penitenza nella vita della Chiesa in questi termini: «In molti e diversi modi iI popolo dì Dio fa questa continua penitenza e si esercita in essa. Prendendo parte, con la sopportazione delle sue prove, alle sofferenze di Cristo, compiendo opere dì rrtisericordia e di carità, e intensificando sempre più, di giorno in giorno, la sua conversione, secondo il Vangelo di Cristo, diventa segno nel mondo di come ci si converte a

Dio» (cf. n. 4).

- la vigilanza (già segnalata nell'art. 18 come «custodia del cuore e dominio di sé»), che suppone la coscienza della propria debolezza nativa e che conduce a un fiducioso abbandono nelle mani del Padre;

- il pentimento sincero, che porta alla volontà di correggersi;

- l'accettazione della croce quotidiana, mezzo di espiazione squisitamente salesiano, nella linea del «lavoro e temperanza» secondo l'espressione dell'art. 18: «accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica»;

--- il perdono reciproco e la correzione fraterna, indicati pure dagli art. 51 e 52 come mezzi per ricostruire continuamente la comunione;

--- aggiungiamo, secondo l'art. 73 dei Regolamenti generali, la penitenza comunitaria del venerdì e del tempo di Quaresima.

Ecco un'ampio insieme di comportamenti veramente capaci di far compiere al salesiano e alla comunità un cammino penitenziale molto efficace.

Il sacramento della Riconciliazione.

Rileviamo l'espressione usata dal testo della Regola: il sacramento riassume e «porta a compimento» tutto questo impegno penitenziale, così come porta a compimento l'azione illuminatrice e trasformatrice di Dio iniziata dalla Parola. Attraverso il suo mistero e nel nome di suo Padre, Cristo Salvatore interviene visibilmente per rialzare e purificare il discepolo penitente, il quale, per conto suo, esprime allora con intensità la consapevolezza del suo peccato, la sua volontà di conversione a un amore più vero e l'accoglienza della riconciliazione con Dio e con i fratelli. Sul piano dello sforzo di conversione, il sacramento ha quel valore di «culmine» e «fonte» che viene riconosciuto all'Eucaristia sul piano della vita cristiana globale.

Da questa visuale derivano due verità fondamentali e complementari: da un lato ha poco senso e poca efficacia il «sacramento della Penitenza» in una «vita non penitente»; dall'altro rimane senza appoggio né forza di rilancio una vita penitente che non sbocchi mai o quasi mai nel sacramento della Penitenza. I due aspetti sono interdipendenti.

L'espressione «impegno penitenziale di ciascuno e di tutta la comunità» non solo sottolinea la dimensione comunitaria del cammino della penitenza, ma sembra anche prospettare le due forme di celebrazione della Riconciliazione: quella individuale e quella comunitaria, opportunamente distribuite.

Il testo evidenzia, in particolare, i frutti che si ricavano dal sacramento: essi sono tre, principalmente, e toccano il triplice rapporto del salesiano con Dio Padre, con i suoi fratelli e coi giovani.

Il primo, come conviene, è «la gioia del perdono del Padre», l'esperienza insondabile del suo amore infinitamente paziente e misericordioso. La gioia che il salesiano testimonia e diffonde (cf. Cost 17) ha il suo solido fondamento nell'incontro con il Padre nel sacramento.

Il secondo è «la ricostruzione della comunione fraterna», perché «quelli che si accostano al sacramento della Penitenza... si riconciliano con la Chiesa alla quale hanno inflitto una ferita col peccato»; 4 sono quindi pronti al perdono e a un amore fraterno crescente.

Il terzo è «la purificazione delle intenzioni apostoliche»: staccandosi da sé per convertirsi al Padre, il salesiano penitente è pronto a servire meglio la gloria di Dio in un servizio più autentico dei giovani: il dono della riconciliazione spinge sulla strada di un apostolato più vivo e carico di amore!

La Regola ci dice, infine che il sacramento va celebrato «frequentemente, secondo le indicazioni della Chiesa». Un decreto della Congregazione per i Religiosi interpretava: «due volte al mese», tenendo conto tuttavia della «libertà dovuta» richiesta dal Concilio.1 Nel decidere questa frequenza, ciascuno terrà conto dell'ampiezza dell'area penitenziale in cui si muove: curerà perciò una programmazione del proprio sforzo spirituale, l'ascesi della vita quotidiana, darà importanza alla direzione spirituale; ma egli guarderà insieme all'esempio e all'insegnamento di Don Bosco e alla viva tradizione che egli ci ha lasciato.

Non possiamo concludere senza far riferimento proprio al nostro Fondatore, per il quale il cammino di continua conversione, lo sforzo di

LG, 11

s Cf. Dum canonicarum legum, CRIS 8.12.1970, RAS 63 (1971), p. 318

sconfiggere il peccato e di conformarsi sempre più al divino modello furono tratti essenziali non solo della sua santità, ma anche della proposta di santità da lui fatta ai suoi giovani.

Già si è visto, commentando diversi articoli delle Costituzioni, l'impegno di ascesi vissuto e proposto da Don Bosco: l'ascesi del lavoro e della temperanza (cf. Cost 18), l'ascesi imposta dalla vita povera ad imitazione di Gesù Cristo (cf. Cost 72. 75), specialmente l'ascesi collegata all'obbedienza e al compimento quotidiano del dovere (cf. Cast 18. 71).

Ma è nel sacramento della Penitenza, cioè nell'incontro con il Signore che perdona, che tutti gli sforzi penitenziali trovano il compimento: Don Bosco può essere chiamato un vero apostolo della Confessione, come mezzo divino per la salvezza delle anime. Si pensi all'abbondante sua catechesi su questo sacramento (era un argomento frequentissimo anche delle cosidette `parole all'orecchio' che rivolgeva ai giovani), ma soprattutto si deve considerare l'esempio della sua vita sacerdotale dedicata al ministero della Confessione.'

Per Don Bosco la Penitenza è, insieme con l'Eucaristia, una delle colonne su cui poggia il suo Sistema preventivo; 7 è la via sicura della santità: «Volete farvi santi? - diceva ai giovani - Ecco! La confessione è la serratura; la chiave è la confidenza col confessore. Questo è il mezzo per entrare per le porte del Paradiso».$ Le biografie dei giovanetti dell'Oratorio, Domenico Savio, Francesco Besucco e Michele Magone, sono tutte un vero inno alla Confessione come strada di santificazione.9

Quanto alla frequenza dell'incontro col Signore nel sacramento della Penitenza, ricordiamo queste parole pronunciate da Don Bosco in una «buona notte»: «Chi vuol pensare poco alla sua anima vada a confessarsi una volta al mese; chi vuol salvarla, ma non si sente tanto ardente, vada ogni quindici giorni; chi poi volesse arrivare alla perfe-

6 Il biografo di Don Bosco sottolinea come il ministero delle Confessioni fu una cosa che egli non smise mai nell'Oratorio: cf. MB XIV, 121. Su Don Bosco 8Confessore» si veda il eap. X di «Don Bosco con Dio' di E. CE1ttA.

Cf. G. BOSCO Il Sistema preventivo nell'educazione della gioventù, Il (Appendice Cost. 1984, p. 239); cf. anche MB 11, 532. 149ss

8 MB VII, 49

9 Nella conclusione della vita di Domenico Savio leggiamo: «Non manchiamo di imitare il Savio nella frequenta del sacramento della confessione, che fu il suo sostegno nella pratica costante della virtù, e fu guida sicura che lo condusse a un termine di vita così glorioso. Accostiamoci con frequenza e con le dovute disposizioni a questo bagno di salute» (cf. 05 XI, p. 286).

zione, vada ogni settimana. Di più, no, eccetto che uno avesse qualche cosa che gli pesasse sulla coscienza».1D

O Padre, conosciamo di portare

il tesoro inestimabile della Tua vita inn vasi di creta, segnati dalla debolezza e dal peccato. Facci sentire la Tua voce, che ci chiama a una continua conversione e concedici di rispondere con la vigilanza,

con il pentimento sincero, con il perdono fraterno generoso. Riconciliati a Te per la Passione di Cristo mediante il sacramento della Penitenza, fa' che cresciamo nella purezza e nella santità e siamo accolti, insieme ai nostri giovani, nel Tuo abbraccio paterno.

Per Cristo nostro Signore.

'0 MB XII, 566

ART. 91 MOMENTI DI RINNOVAMENTO

La nostra volontà di conversione si rinnova nel ritiro mensile e negli esercizi spirituali di ogni anno. Sono tempi di ripresa spirituale che Don Bosco considerava come la parte fondamentale e la sintesi di tutte le pratiche di pietà.'

Per la comunità e per ogni salesiano sono occasioni particolari di ascolto della Parola di Dio, di discernimento della sua volontà e di purificazione del cuore.

Questi momenti di grazia ridonano al nostro spirito profonda unità nel Signore Gesù e tengono viva l'attesa del suo ritorno.

' ef. C'osr 1875 (Introduzione), p. XXXIV

Strettamente legato al precedente, questo articolo presenta un terzo elemento del cammino penitenziale: sono i «momenti forti» di «ripresa spirituale» ogni mese e ogni anno, cioè il ritiro mensile e gli esercizi spirituali annuali.

Occorre notare che le Costituzioni pongono il ritiro e gli esercizi nella linea dello sforzo personale e comunitario di «continua conversione», proprio come tempi forti e privilegiati di «ripresa» e di «rinnovamento» spirituale, come «momenti di grazia» particolare.

La vita del salesiano, come quella di ogni apostolo, immersa nell'attività quotidiana, è soggetta ai rischi della superficialità e dell'usura: è facile lasciarsi prendere dall'ingranaggio dell'azione e non riuscire a trovare il tempo necessario per una sosta più prolungata di contemplazione. Ogni mese, nel giorno del ritiro, e ogni anno, negli esercizi spirituali, la comunità offre questo tempo di pausa spirituale, che serve a ricaricare lo spirito e a rilanciarlo nel servizio apostolico. È il Signore che invita i suoi a «ritirarsi un poco in disparte» (cf. Mc 6,31), per riposarsi in una maggiore intimità con Lui.

La Regola invita a dare importanza a questi tempi forti dello spirito; non si deve cedere alla tentazione di trasformarli in giornate di studio o di discussioni. I loro obiettivi sono chiarissimi: consistono anzitutto nell'ascolto (personale e comunitario) della Parola di Dio (cf. Cast 87), che permette di «discernere» la volontà del Signore nel momento presente e chiama alla conversione, e quindi nell'accettazione di questa conversione, cioè nella «purificazione del cuore» che avviene

soprattutto per mezzo di una confessione accuratamente preparata e fatta con fede viva (la conclusione dell'articolo precedente segnalava proprio l'effetto «purificatore» della Riconcilazione).

L'importanza del ritiro e degli esercizi spirituali è stata fortemente sottolineata da Don Bosco. L'articolo fa esplicito riferimento al testo dell'Introduzione alle Costituzioni dove il nostro Fondatore afferma: «La parte fondamentale delle pratiche di pietà, quella che in certo modo tutte le abbraccia, consiste in fare ogni anno gli Esercizi spirituali ed ogni mese l'Esercizio della buona morte... Credo che si possa dire assicurata la salvezza di un religioso, se ogni mese si accosta ai santi Sacramenti, e aggiusta le partite di sua coscienza, come' se dovesse di fatto da questa vita partire per l'eternità».) Sono parole che Don Bosco ha ripetuto in diverse circostanze; così, ad esempio, scriveva ad un chierico: «Non tralasciare l'esercizio della buona morte una volta la mese, esaminando quid sii addendum, quid corrigendum, quid toliendum, ut sis bonus miles Christi (cosa c'è da aggiungere, cosa da correggere, cosa da togliere per essere un buon soldato di Cristo)».2 Colpisce, in particolare, l'insistenza di Don Bosco nel raccomandare la fedeltà a questo esercizio ai missionari, che per la loro vita movimentata hanno grande bisogno di una sosta di verifica e di rinnovamento. A don Cagliero scrive nel 1876: «Nel trattare coi nostri, di' e raccomanda che non mai si ometta l'esercizio mensile della buona morte. È la chiave di tutto».3

Anche gli Esercizi spirituali annuali rivestono una speciale importanza nel cammino spirituale del confratello e della comunità. Don Bosco non esita ad affermare: «Gli Esercizi spirituali possono chiamarsi sostegno delle Congregazioni religiose e tesoro dei soci che vi attendono» 4 Nella prima stesura del Regolamento degli Esercizi aveva scritto: «La nostra stessa umile Società va debitrice ad essi del suo più grande sviluppo, e molti dei suoi membri devono ripetere da qualche muta di esercizi il principio di una vita migliore».5

D. Bosco, Introduzione alle Costituzioni, Pratiche di pietà, e[ Appendice alle Costituzioni 1984, p. 229-230

2 Lettera al eh. Tommaso Pentore, 15 agosto 1878, cf. Epistolario, vol 111, 381

' Lettera a D. Cagliero, 1 agosto 1876, Epistolario, voi 111, 81; Si vedano anche i Ricordi' ai

primi missionari e le lettere a Don Remotti (Epistolario, vol IV, 9-10), al eh. Giuseppe Qua

ranta (Epistolario, voi IV, 10), al eh. Bartolomeo Panare (Epistolario, vol IV, 12)

` Regolamento degli Esercizi spirituali approvato dal Capitolo Generale III, Introduzione a ASC ms. 23223 (Fondo Don Bosco n. 1942)

L'articolo della Regola conclude ricordando che il frutto migliore di questi tempi forti è la possibilità che essi offrono al salesiano di rifare con chiarezza la propria «opzione fondamentale», rimettendo al centro del proprio essere e della propria vita il Signore Gesù e il suo servizio e trovando in Lui con maggior vigore «l'unità profonda» del proprio spirito. Sotto questa luce si capiscono bene due ulteriori insistenze di Don Bosco: l'atto più decisivo sia del ritiro che degli esercizi è l'incontro con Cristo Salvatore nei due sacramenti della Riconcilazione e dell'Eucarestia; la prospettiva che stimola allora il fervore del salesiano è quella del tempo che passa (il ritiro si chiama «esercizio della buona morte»): 6 la morte sarà per ciascuno il «ritorno» del Signore e l'incontro pieno e definitivo con lui.

Valorizziamo allora al massimo il tempo che ci viene lasciato per amarlo e servirlo con tutte le forze!

Nella Tua misericordia, o Padre,

continuamente Tu rinnovi per noi momenti e tempi in cui incontrare la Tua Parola e il Tuo Amore. Aiutaci ad accoglierli come momenti di grazia, per approfondire la nostra intimità con Te, discernere sempre meglio la Tua volontà e purificare la nostra mente e il nostro cuore, nella vigile attesa del ritorno del Tuo Cristo. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

n Circa il nome della pausa spirituale mensile sì sa che nella tradizione viva salesiana fu sempre chiamato 'esercizio della buono morte»: Don Bosco stesso lo presentava con questa denominazione e così lo aveva chiamato nelle prime edizioni delle Costituzioni; tuttavia nel testa approvata del 1875 vi compare semplicemente l'appellativo di «ritiro spirituale» (cf. E MOTTO, p. 187), li CG22 ha scelto quest'ultima terminologia, oggi corrente («ritiro mensile»), che richiama l'invito di Gesù a ritirarsi in disparte per sostare con Lui. E chiaro che rimane tutta la sostanza dell'«esercizio di buona morte* secondo il pensiero di Don Bosco.

ART. 92 MARIA NELLA VITA E NELLA PREGHIERA DEL SALESIANO

Maria, Madre di Dio, occupa un posto singolare nella storia della salvezza. Essa è modello di preghiera e di carità pastorale, maestra di sapienza e guida della nostra Famiglia.

Contempliano e imitiamo la sua fede, la sollecitudine per i bisognosi, la fedeltà nell'ora della croce e la gioia per le meraviglie operate dal Padre.

Maria Immacolata e Ausiliatrice ci educa alla pienezza della donazione al Signore e ci infonde coraggio nel servizio dei fratelli.

Nutriamo per Lei una devozione filiale e forte. Recitiamo quotididianamente il rosario e celebriamo le sue feste per stimolarci ad un'imitazione più convinta e personale.

Le Costituzioni hanno già parlato della speciale presenza di Maria nella vita e nella missione della Società (cf., in particolare, Cast 1, 8 e 9). In questo articolo Maria è presentata nella vita di preghiera del salesiano: Ella non è soltanto oggetto della nostra devozione ({prega per noi»), ma diventa Colei che ci insegna a pregare («prega con noi») ed a vivere pienamente la nostra consacrazione apostolica.

L'articolo deve essere letto nella luce della Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia che si esprime così: «Nella celebrazione del ciclo annuale dei misteri di Cristo, la santa Chiesa venera con speciale amore la beata Maria, Madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l'opera salvifica del Figlio suo. In Lei ammira ed esalta il frutto più eccelso della Redenzione, e contempla con gioia, come in un'immagine purissima, ciò che essa tutta desidera e spera di essere».' Questo testo, tanto bello e denso, fa capire come il mistero di Maria è intimamente congiunto col mistero di Cristo. La presenza di Maria nella nostra vita è un fatto che fa parte della nostra vocazione cristiana, e la nostra devozione per lei, pur avendo momenti più intensi, è un atteggiamento permanente.

SC, 103

L'art. 92 deve esser ricollegato con tutta la nostra storia cristiana e salesiana. La nostra devozione a Maria non dipende da un istinto sentimentale, ma dalla lucidità della nostra fede. È il riconoscimento di fatti oggettivi e della risposta che loro diamo. Di qui le due parti dell'articolo: i primi tre capoversi e poi i capoversi quarto e quinto.

L'iniziativa e il valore esemplare di Maria.

I primi tre capoversi congiungono quegli aspetti della figura di Maria che ci attirano di più come cristiani e come salesiani e costituiscono il fondamento della nostra «devozione» verso di Lei.

Come cristiani, riconosciamo che Maria, per disposizione del beneplacito di Dio, «occupa un posto singolare nella storia della salvezza» e nella costruzione della Chiesa lungo i secoli, posto perfettamente descritto in sintesi nell'ultimo capitolo della Costituzione «Lumen gentium». In quanto è stata la prima redenta e la prima cristiana, Maria si presenta a noi come il modello più perfetto dopo Cristo stesso, e quindi noi troviamo in Lei il modello più riuscito della santità.

Con una sintesi, che si richiama ai momenti principali della vita di Maria, le Costituzioni propongono gli atteggiamenti che dobbiamo «contemplare» e «imitare» in Lei:

- la sua fede (cf. Cost 34), il suo modo cioè di «accogliere la Parola» e di custodirla nel cuore (già segnalato nell'art. 87): questa verità ci rimanda al mistero dell'Annunciazione e al «fiat» della «serva del Signore»;

- la sua «gioia per le meraviglie operate dal Padre»: questo ci ri

chiama il «Magnificat»;

- la sua «sollecitudine per i bisognosi»: pensiamo alla Vergine della Visitazione e alla sua presenza materna alle nozze di Cana;

-- la sua «fedeltà nell'ora della croce», momento decisivo della sua partecipazione alla «salvezza» del mondo: «Presso la croce stava sua Madre» (Gv 19,25).

Come salesiani, riconosciamo in Maria altri tratti più esplicitamente consoni con la nostra vocazione:

- è «maestra di sapienza e guida della nostra Famiglia»: eccoci ri

mandati al sogno dei nove anni di Don Bosco («lo ti darò la maestra sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente») 2 e ai contenuti dell'art. 8;

- è «modello di preghiera e di carità pastorale» che ci invita a realizzare «l'operosità instancabile santificata dalla preghiera e dall'unione con Dio» che è la nostra caratteristica, come dirà l'art. 95; essa infatti è stata una madre di famiglia e una discepola attiva di suo Figlio;

- ricordiamo inoltre ciò che ha precisato l'ari. 34: «La Vergine Maria è una presenza materna» nel cammino dei nostri giovani verso Cristo: «aiuta e infonde speranza».

Tutto questo fa parte dell'esperienza spirituale di Don Bosco. Come già si accennava nel commento all'art. 8, Don Bosco sentiva la Vergine Maria nella sua vita e nella sua opera come una presenza viva,

una presenza materna, una potente Ausiliatrice.

Che Maria SS. fosse per Don Bosco una persona viva e presente è ripetutamente attestato nelle Memorie Biografiche. Dal sogno dei nove anni fino alla realizzazione completa di ciò che in quel sogno gli era stato indicato, Maria è stata al fianco di Don Bosco: Essa gli indica la via da percorerre per prepararsi alla sua missione,' guida i suoi passi nelle prime tappe dell'opera,` gli addita esattamente il luogo della sua stabile dimora, 1 Lei ancora gli rivela il progressivo ampliarsi dell'opera ,6 gli segnala il modo di trovare i collaboratori,' ed anche il mezzo per far sì che si fermino con lui; a è ancora Lei che gli indica il metodo e lo stile di una formazione che li prepari alla missione giovanile 9 e insieme gli scopre gli immensi campi destinati allo zelo dei suoi figli.10 La convinzione di Don Bosco circa la presenza viva di Maria nell'Oratorio e in ogni Casa salesiana e delle FMA è testimoniata dalla commovente parola rivolta con insistenza alle Figlie di Maria Ausiliatrice nella sua ul-

x MB I, 124

3 Cf. MB I, 125

4 Cf MB II, 243.245

' Cf. MB II, 430

 CF. MB II, 298-300 '

 Cf. MB Il, 243.245 e

Cf. MB II, 298.300 9

 Cf. MB III, 32-35

'0 Cf. MB XVIII, 73-74

tima visita a Nizza Monferrato: «La Madonna è veramente qui, qui in mezzo a voi! La Madonna passeggia in questa casa e la copre con il suo manto».11

Questa presenza di Maria nella casa di Don Bosco è percepita come la presenza di una Madre. Essa è la Madre dell'Oratorio, la Madre di tutti i giovani: così, anzitutto, Essa è invocata; le biografie dei giovani oratoriani, in particolare quella di Domenico Savio, lo mettono bene in evidenza. É significativa la preghiera che sgorga spontanea dal cuore di Don Bosco quando, dopo la morte di mamma Margherita, si reca a sfogare la piena del suo dolore ai piedi della Vergine nel Santuario della Consolata: «O pietosissima Vergine, io e i miei figlioli siamo ora senza madre quaggiù: deh, siate voi per lo innanzi in particolar modo la Madre mia e la Madre loro».12 Anche sul letto dell'agonia Don Bosco invocherà Maria col dolce nome di Madre: Madre, Madre... Maria Santissima, Maria, Maria ... Il

Infine non si può dimenticare che questa Madre è presentata da Don Bosco come una Madre Potente, l'Ausiliatrice della Chiesa e di ciascun cristiano nel suo cammino incontro ai Signore. In tal modo, insieme all'Eucaristia la devozione a Maria risulta una delle colonne su cui la Chiesa e il mondo possono fare affidamento: «Credetelo, miei cari figlioli, io penso di non dire troppo asserendo che la frequente comunione è una grande colonna su cui poggia un polo del mondo; la devozione alla Madonna è poi l'altra colonna su cui poggia l'altro polo».14

La risposta della nostra devozione.

La nostra risposta a Maria è molto ampia: si tratta di accettare la sua presenza nella nostra vita, di prendere questa Madre «a casa nostra», come l'apostolo Giovanni. È questo il significato più vero della devozione a Maria: essa, afferma il Rettor Maggiore, è un fattore inte-

i i MB XVII, 557

'= MB V, 566

' Cf. MB XVIII, 537; cI. P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, LAS Roma 1969, 11, p. 175

'4 MB VII, 583; cf. VII, 586

grante del «fenomeno salesiano nella Chiesa», «un elemento imprescindibile del nostro carisma».15

Dalla contemplazione di Maria nei due misteri tramandatici più frequentemente dalla nostra tradizione ({Immacolata» e «Ausiliatrice»), noi ricaviamo due serie di benefici. In quanto «Immacolata» pienamente consacrata e disponibile a Dio, Essa «ci educa alla pienezza della donazione al Signore», specialmente per mezzo dei consigli evangelici. Come Regina degli apostoli e «Ausiliatrice» dei cristiani, al servizio dell'espansione del Regno di suo Figlio, Essa stimola anche noi al compimento della missione apostolica a favore dei fratelli. Il nostro amore per Maria quindi non è una specie di compensazione affettiva e neppure soltanto un incoraggiamento alle virtù «private»; è in profonda coerenza con la nostra vocazione di apostoli e un elemento del nostro zelo nei riguardi dei giovani «suoi figli».

La nostra devozione alla Madonna, solidamente fondata sui motivi esposti, si manifesta anche in atteggiamenti e atti, che esprimono la gioia per aver ricevuto dal Signore il dono di questa Madre. Le Costituzioni precisano che si tratta di una devozione «filiale e forte»: due aggettivi che indicano insieme la tenerezza verso Colei che è «Madre amabile» e il coraggio di imitarLa nella sua totale dedizione alla volontà di Dio.

Ma non sono da trascurare anche le espressioni esterne di devozione, sia personali che comunitarie. Il testo costituzionale ne ricorda alcune.

Le feste mariane liturgiche sono l'occasione privilegiata di testimoniare il nostro amore a Maria' e e di «farla conoscere e amare» (Cost 34). L'art. 74 dei Regolamenti ricorda alcune pratiche salesiane: la commemorazione mensile del 24, la preghiera quotidiana che conclude la meditazione, l'uso frequente della benedizione di Maria Ausiliatrice.

Sul piano personale, ciascuno ha la propria risposta, secondo la sua sensibilità spirituale, attraverso le forme che preferisce, che però devono sempre sfociare in una «imitazione convinta» delle virtù di Maria.

15 E. VIGANO, Maria rinnova la Famiglia salesiana, ACS n. 289 (1978), p. 28-29

'ó Cf. LG, 67

A questo fine la recita quotidiana del Rosario ha un suo valore particolare, perché in esso «Maria insegna ai suoi figli come unirsi ai misteri di Cristo». È sempre stata, questa, una familiare e preziosa tradizione delle case di Don Bosco."

0 Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, noi crediamo che Tu occupi un posto singolare nella storia della salvezza

e che sei la maestra e la guida della nostra Famiglia.

Con gioia contempliamo e vogliamo imitare la tua fede e la tua disponibilità al Signore,

la tua riconoscenza per le grandi cose operate dal Padre, la tua carità pastorale e la tua fedeltà nell'ora della croce.

Ci affidiamo a Te con amore di figli:

Immacolata, Tu ci educhi alla pienezza del dono di noi stessi, Ausiliatrice, Tu ci infondi coraggio e fiducia nel servizio del Popolo di Dio.

Ti preghiamo, o Vergine Santa,

di continuare la Tua protezione

su ciascuno di noi,

sulla nostra Congregazione, sull'intera Famiglia salesiana, e sui giovani che Tu affidi a noi.

'" Cf. PAOLO VI, Esort. Apost. Mariafis culrus, 1974, nn. 42.55. Dopo aver sottolineato l'indole evangelica» del Rosario, il suo ~orientamcnto cnstologico» e la sua dimensione ~contemplativae, il Papa mette in risalto i rapporti intercorrenti tra liturgia e Rosario. Circa l'aspetto familiare di questa preghiera leggiamo: «Noi amiamo pensare e vivamente auspichiamo che, quando l'incontro Familiare diventa preghiera, 1 Rosario ne sia espressione frequente e gradita (n. 53).

ART. 93 LA PREGHIERA PERSONALE

Potremo formare comunità che pregano solo se diventiamo personalmente uomini di preghiera.

Ciascuno di noi ha bisogno di esprimere nell'intimo il suo modo personale di essere figlio di Dio, manifestargli la sua gratitudine, confidargli i desideri e le preoccupazioni apostoliche.

Una forma indispensabile di preghiera è per noi l'orazione mentale. Essa rafforza la nostra intimità con Dio, salva dall'abitudine, conserva il cuore libero e alimenta la dedizione verso il prossimo. Per Don Bosco è garanzia di gioiosa perseveranza nella vocazione.

Introducendo il cap. VII delle Costituzioni, si è messo in evidenza come in tutto lo sviluppo dei contenuti della perghiera siano presenti sia la dimensione comunitaria che quella personale.' In verità diversi degli articoli esaminati hanno già segnalato un certo numero di forme di preghiera personale, e soprattutto degli atteggiamenti che ciascun salesiano deve coltivare nella propria preghiera. Ma questo articolo, e in particolare il primo capoverso, vuole sottolineare che l'importanza della preghiera comunitaria, su cui globalmente insistono gli articoli precedenti, non deve far dimenticare la necessità della preghiera personale. Le due forme di preghiera sono interdipendenti. Proprio il valore della preghiera comunitaria rende urgente l'invito alla preghiera personale, che condiziona la qualità stessa della preghiera comunitaria: una serie di membri morti, infatti, come potrebbero celebrare una liturgia viva? È il significato della frase con cui si apre il testo: «Potremo formare comunità che pregano solo se diventiamo personalmente uomini di preghiera».

Tuttavia la preghiera personale non può essere vista solo in funzione di quella comunitaria. Essa ha il proprio valore in se stessa. Il secondo capoverso lo spiega, mentre il terzo ne raccomanda una forma essenziale, l'orazione mentale.

' Cf. Introduzione al cap. VII, p. 613-614

Il senso della preghiera personale.

La preghiera personale risponde a un «bisogno» che ogni salesiano, uomo di fede, religioso donato a Dio, prova nel profondo di sé: il bisogno di entrare nella propria camera, e, chiusa la porta, di pregare il Padre nell'intimità di questo luogo nascosto, ma ben conosciuto dal Padre: sono le espressioni di Gesù stesso (cf. Mt 6,6), riprese anche dai documenti conciliari.2

Preghiera comunitaria e preghiera personale rispondono a quei due aspetti reali del nostro essere di uomini e di figli di Dio (già ricordati all'inizio di questo capitolo). Davanti al Padre dei cieli, noi insieme siamo la comunità ecclesiale che egli stesso ha costituito, che tiene unita e che invia in missione (cf. Cost 85); ma ciascuno di noi è anche un suo figlio in qualche modo unico, un figlio personalmente chiamato e amato (lo ricordava Cost 22), e carico di una precisa responsabilità. Pregare «nel segreto» è esprimere questo «modo personale di essere figlio di Dio», dicendogli grazie per i tanti doni ricevuti; è anche «confidargli i desideri e le preoccupazioni apostoliche» più particolari che ognuno reca in sé nel corso della sue esperienze, delle riuscite e degli insuccessi. Si noti come il testo della Regola, in un modo molto incisivo e adatto per un apostolo, alluda alle espressioni fondamentali della preghiera cristiana: l'adorazione («esprime nell'intimo il modo personale di essere figlio di Dio»), la lode e il ringraziamento («manifesta la gratitudine»), la domanda («confida i desideri e le preoccupazioni apostoliche»).

Pregare in questo modo è pregare in tutta spontaneità e, si potrebbe dire, in tutta fantasia, anche se è vero che pure la preghiera personale deve essere impregnata di spirito liturgico.'

Il nostro pensiero va a Don Bosco, al modo di pregare semplice e spontaneo, che egli aveva imparato dalla mamma Margherita. Con vera sapienza cristiana essa leggeva nel creato e negli avvennimenti la presenza di Dio e lo insegnava ai suoi figli: «In una bella notte stellata,

2 Cf. SC, 12

3 Cf. SC 12. 13. 90

uscendo all'aperto, mostrava loro il cielo e diceva: - È Dio che ha creato il mondo e ha messo lassù tante stelle. Al sopravvenire della bella stagione, davanti a un prato tutto sparso di fiori, al sorgere di un'aurora serena, esclamava: - Quante cose belle ha fatto il Signore per noi. Quando i raccolti riuscivano bene ed erano abbondanti: - Ringraziamo il Signore; quanto è stato buono con noi, dandoci il nostro pane quotidiano».' Questo stile di preghiera Don Bosco non lo dimenticherà più e lo insegnerà ai suoi giovani. D'altra parte la stessa mamma Margherita al figlio già sacerdote, raccomandandogli le semplici orazioni del buon cristiano, diceva: «Vedi: studia pure il tuo latino, impara fin che basta la tua teologia; ma tua madre ne sa più di te: sa che devi

pregare».5

Per un salesiano non pregare più personalmente significherebbe aver perso il senso del mistero più profondo della propria vita: «Signore io riconosco che Tu mi ami, Tu mi chiami, e io posso dialogare con Te». C'è qui, nella sua profondità, l'esercizio della fede, della speranza e della carità.

L'orazione mentale. La meditazione.

Il terzo capoverso parla dell'orazione mentale, una forma di preghiera che in tutta la storia della spiritualità cristiana è stata sempre tenuta in grande onore: il credente, applicando lo spirito e il cuore al mistero di Dio, entra in colloquio con Lui, meditando sulla sua Parola, contemplando il suo amore: in tal modo l'orazione mentale diventa un'espressione di preghiera contemplativa.

Sappiamo che le forme dell'orazione mentale sono varie, e ciascuno può trovare molti modi di dialogare personalmente con il Signore: i «frequenti incontri con Cristo» presente nel Tabernacolo, di cui ci ha parlato l'art. 88, ne sono un esempio.

La Regola, tuttavia, ci chiede una forma quotidiana di orazione mentale: quella che la tradizione chiama «meditazione» (così è chiamata nell'art. 71 dei Regolamenti generali) e che corrisponde ad una

MB 1, 45 s MB 1, 47

forma di «lectio divina», secondo l'espressione caratteristica della vita monastica.

Per noi Salesiani questa forma di orazione è solidamente fondata sull'esempio e sull'insegnamento di Don Bosco. Dalle stesse parole del nostro Fondatore, riportate nelle «Memorie dell'Oratorio» da lui scritte, si può ricavare il valore che egli attribuiva alla meditazione per la sua personale crescita spirituale. Ancora adolescente, Giovanni ricevette da don Calosso il primo invito a coltivare la meditazione, quando manifestò la volontà di abbracciare lo stato ecclesiastico: «M'incoraggiò a frequentare la confessione e la comunione, e mi ammaestrò intorno al modo di fare ogni giorno una breve meditazione o meglio un po' di lettura spirituale».6 In occasione della vestizione clericale, tra le risoluzioni del piccolo regolamento di vita che egli si prefisse, si legge: «oltre alle pratiche ordinarie di pietà, non ometterò mai di fare ogni giorno un poco di meditazione ed un po' di lettura spirituale»,' Anche tra i propositi presi per l'ordinazione sacerdotale vi è questo: «Ogni giorno darò qualche tempo alla meditazione e alla lettura spirituale».S Che più tardi, nella vita di prete e in mezzo a un'intensa attività, Dan Bosco abbia mantenuto fede a questi suoi proponimenti, non lo troviamo più scritto di suo pugno, ma risulta da numerose testimonianze, soprattutto in vista dei processi di beatificazione e canonizzazione, che attestano l'abitudine all'orazione mentale, diventata in lui connaturale.9

Possiamo poi cogliere l'importanza che Don Bosco dava alla meditazione per i suoi figli da vari accenni contenuti nelle «Memorie Biografiche». A don Rua, fatto direttore del Collegio di Mirabello nel 1863, scriveva alcuni «avvisi», tra i quali leggiamo: «Ogni mattina un poco di meditazione, lungo il giorno una visita al SS. Sacramento»." Quando, più tardi, questi «avvisi» diventeranno i «ricordi confidenziali ai Direttori», Don Bosco scriverà in forma più forte: «Non mai omettere ogni mattina la meditazione}." 11 26 settembre 1868, a conclusione di un

a MO, 36

' MO, 88

$ MO, 115, nota; cf. MB I, 518

9 Si veda 1 capitolo sulla preghiera neI volume di P. BROCARDO, Don Bosco, profondamente

uomo - profondamente santo, LAS Roma 1985, p. 96.106

10 Epistolario, vol I, p. 288

21 Cf. MB X, 1041s

corso di Esercizi spirituali, parlando delle pratiche di pietà, diceva: «Le pratiche giornaliere sono la meditazione, la lettura spirituale, la visita al SS. Sacramento e l'esame di coscienza»; quindi, insistendo ulteriormente, aggiungeva: «Raccomando l'orazione mentale... Uno che abbia fede, che faccia visita a Gesù Sacramentato, che faccia la sua meditazione tutti i giorni, purché non abbia qualche fine mondano, è impossibile che pecchi».12 In un foglio autografo, contenente schemi di prediche, leggiamo alcune considerazioni di Don Bosco sull'importanza della meditazione: «Più breve o più lunga, farla sempre. Col libro se si può. Sia per noi uno specchio, dice S. Nilo, per conoscere i nostri vizi, e la mancanza delle virtù. Ma non si ometta mai. - L'uomo che non ha orazione è un uomo di perdizione (Santa Teresa) - All'anima è come il calore al corpo. -- Orazione vocale senza che intervenga la mentale, è come un corpo senz'anima».13

Anche ai suoi ragazzi e giovani Don Bosco suggerisce una forma di meditazione adatta alla loro età e condizione."

Da tutte queste indicazioni comprendiamo perché la meditazione per noi, figli di Don Bosco, è «una forma indispensabile di preghiera». Occorre che comprendiamo bene, nella complessità dei suoi contenuti, il significato della «mezz'ora»- che la Regola ci chiede (cf. Reg 71). Da una parte essa è vera «meditazione», che abitualmente parte da un testo della Scrittura o dalla Liturgia del giorno: in questo senso il paragrafo può benissimo essere capito come un complemento naturale dell'art. 87, dove è stato detto che «avendo quotidianamente in mano la Sacra Scrittura, come Maria accogliamo la Parola e la meditiamo nel nostro cuore»." Ma la meditazione» non si limita ad essere riflessione

'~ MB IX, 355s

`S MB IX 997

'" Su questo argomento si veda «Quaderni di spiritualità salesiana» n. 2, »MEDITAZIONE», Istituto di Spiritualità UPS, settembre 1985, p. 17ss

's $ bene ricordare che la Parola dì Dio» non è solo quella riportata nella Bibbia, ma anche quella del Magistero autentico della Chiesa, dei Magistero salesiano e quella tramandata dai Padri e dai Maestri spirituali, riportata in libri che aiutano a crescere nella vita dello Spirito: sul loro sfondo c'è sempre la Parola ispirata da Dio.

Ma perché questa Parola diventi vita, deve essere «interiorizzata» attraverso un processo che gli antichi Maestri esprimevano con queste espressioni strettamente congiunte fra loro: lectio, meditarlo o 'ruminarla', orario, contemplano. Occorre, cioè, una lettura meditata del testo, la sua assimilazione interiore, lo sbocco nella preghiera e, spesso, nella contemplazione acquisita.

su qualche «verità» cristiana (anche un ateo sarebbe capace di riflettere così!). Proprio perché è meditazione di una Parola di Dio, provoca la nostra risposta e diventa anche un fare «orazione mentale»: si tratta di «pregare» senza parole esplicite, in un dialogo intimo del cuore con Dio.

Uno potrebbe meravigliarsi del fatto che, mentre la meditazione viene proposta in un articolo delle Costituzioni dedicato alla «preghiera personale», corrisponda nei Regolamenti un articolo che chiede di farla «in comune» (Reg 71). In realtà si tratta di una preghiera, che rimane sempre personale, ma viene collocata nell'ambiente comunitario. Ciò risponde alla nostra tradizione: nella maggior parte delle nostre comunità il ritmo giornaliero è tale che occorre assicurare ai confratelli uno spazio per questo tipo di preghiera «indispensabile», prevedendo per loro un momento e un luogo favorevoli. È questa una norma di saggezza pratica salesiana. D'altra parte, si deve ricordare che la meditazione non esaurisce le forme di orazione mentale personale.

Il nostro testo si compiace di descrivere i fini e i vantaggi di una simile orazione. Ne rileva tre.

II primo, il più ovvio, riguarda la nostra relazione con Cristo e con il Padre: «Essa rafforza la nostra intimità con Dio». Qui si applica direttamente tutto quanto è stato detto a proposito della preghiera personale in generale. Ogni autentico amore ha bisogno di intimità, e ogni intimità ha bisogno di un certo spazio di tempo disponibile.

Il terzo fine o effetto riguarda il nostro rapporto con gli altri: l'orazione mentale «alimenta la (nostra) dedizione verso il prossimo». L'amore di intimità infatti sbocca nell'amore di dedizione: chi si è intrattenuto con il Signore si trova più disponibile per il suo servizio.

Tra questi due effetti, il testo ne segnala un altro, il secondo nell'ordine, che riguarda il nostro stato d'animo e il nostro stile di vita: l'orazione ci mantiene vivi. Le due espressioni adoperate («salva... conserva libero») ci fanno comprendere che essa ci salva da un terribile pericolo: nel corso della nostre giornate, sotto la pressione del lavoro e della fatica, il nostro cuore può perdere il suo slancio, l'amore può indebolirsi, il nostro essere può meccanizzarsi nell'abitudine, e di li è facile scivolare nella mediocrità. L'orazione personale è il nostro respiro e la nostra sveglia; essa ci fa camminare nella libertà creatrice. Chi ha capito questo non la vorrà più abbandonare!

Possiamo aggiungere un pensiero paterno e pratico di Don Bosco: la meditazione fedelmente praticata ci fa camminare anche nella gioia, ed è perciò una garanzia della nostra perseveranza.

Ma uno dei testi più tipici del nostro Fondatore su questo punto, come pure il celebre articolo 155 delle antiche Costituzioni (sul come supplire quando uno è impedito di fare la meditazione) ci fanno cogliere un'altra convinzione del nostro Fondatore: la meditazione apre allo spirito di orazione che deve pervadere l'intera giornata e animare tutto il lavoro del salesiano, invitandolo ad agire per la sola gloria di Dio. In questa prospettiva si colloca il terzo tipo di preghiera salesiana: accanto all'orazione vocale e all'orazione mentale, vi sono le orazioni giaculatorie, che aiutano a trasformare la vita in preghiera, come dirà l'ultimo articolo 95.16

Ti prego, o Padre,

suscita in me il desiderio profondo del colloquio personale con Te,

per Gesù Cristo, nello Spirito Santo.

Dammi la capacità di esprimerTi con le mie parole la gioia di essere Tuo figlio,

e fammi trovare nell'incontro con Te il sostegno alla mia vita di apostolo,

per tenere sempre vivo l'amore a Te e ai fratelli

e per alimentare la mia dedizione ai giovani. Te lo chiedo per Gesù Cristo nostro Signore.

1ó Le orazioni «giaculatorie, sono chiamate da S. Agostino rapidi messaggi che partono all'indirizzo di Dio . Non altrimenti pensa Don Bosco che vede nelle a giaculatorie» come un concentrato dell'orazione: «Le giaculatorie dice - raccolgono in breve ll'orazrone vocale e mentale,.- partono dal cuore e vanno a Dio. Sono come dardi infuocati che mandano a Dio gli affetti del cuore e feriscono i nemici dell'anima, le tentazioni, i vizio (MB IX, 997). Per il Santo esse possono, in caso di necessità, sostituire la meditazione impedita: Raccomando l'orazione mentale. Chi non potesse fare la meditazione metodica a cagione di viaggi o di qualche impegno o affare che non permetta dilazione, faccia almeno la meditazione che io dico dei mercanti. Questi pensano ai loro negozi in qualunque luogo si trovino... (MB IX, 355).

ART. 94    LA MEMORIA DEI CONFRATELLI DEFUNTI

La fede nel Cristo risorto sostiene la nostra speranza e mantiene viva la co. munione con i fratelli che riposano nella pace di Cristo. Essi hanno speso la vita nella Congregazione e non pochi hanno sofferto anche fino al martirio per amore del Signore.

Uniti in uno scambio di beni spirituali offriamo con riconoscenza per loro i suffragi prescritti.

Il loro ricordo è uno stimolo per continuare con fedeltà la nostra missione.

L'art. 92, complemento dell'art. 8, ci ha ricordato la presenza tra noi della nostra Madre celeste. Nella prima parte, l'art. 9 ci aveva detto che «come membri della Chiesa in cammino, ci sentiamo in comunione con i fratelli del Regno celeste». A sua volta l'art. 54, dedicato alla morte del salesiano, affermava che «il ricordo dei confratelli defunti unisce nella carità che non passa coloro che sono ancora pellegrini con quelli che già riposano in Cristo». Le Costituzioni ci invitano dunque a invocare i nostri Protettori gloriosi affinché intercedano per noi, e insieme a pregare noi stessi il Padre per i fratelli che fanno ancora parte della Chiesa sofferente. Con tutti viviamo l'ammirabile mistero della comunione dei santi.

Il presente articolo si muove in questo contesto, illuminato dalla «fede nel Cristo risorto» e dalla «speranza», che il Battesimo ha acceso in noi. Insiste sulla «memoria» (titolo) e sul «ricordo» (capoverso con clusivo): siamo infatti portati facilmente a dimenticare... e molto pre sto! La preghiera esplicita e frequente per i defunti, stimolata dalla let tura quotidiana comunitaria del necrologio (cf. Reg 47), non è forse un modo familiare di «mantenere viva» la comunione con questi fratelli? Tutto il testo, come si è accennato, è una sintesi della verità cri stiana della comunione dei santi: Cristo, «primizia di coloro che sono morti», ha associato i nostri fratelli alla sua morte, per renderli parte cipi della sua risurrezione; per questo noi li sentiamo viventi in Cristo e uniti ancora a noi in uno scambio reale di beni spirituali. È palese il ri chiamo alla fede di Don Bosco nel Paradiso, dove egli desidera racco gliere tutti i suoi figli. Attesta don Rua: «Ci assicurava che aveva chie sto e ottenuto dal Signore, ad intercessione di Maria SS., il Paradiso per

tante centinaia di migliaia di suoi figli, e in ogni tempo innalzava la mente degli alunni al Cielo, dando loro la più sicura speranza di trovarsi lassù con lui».'

Abbiamo due motivi per non dimenticare e per accentuare la nostra preghiera: la riconoscenza, perché la Congregazione, in cui troviamo tanti beni, é stata costruita dai nostri fratelli, dalla loro fatica («hanno speso la vita») e dalla loro «sofferenza»; e poi la responsabilità del presente e del futuro, perché siamo chiamati a continuare il lavoro che essi hanno iniziato, nella fedeltà alla stessa vocazione: a questo ci stimola il loro esempio, portato più volte «anche fino al martirio per amore del Signore». Con delicatezza l'articolo propone i fratelli defunti come un modello da imitare: nella loro donazione al Signore, nel loro lavoro, nella loro speranza noi scorgiamo realizzata la strada della santità salesiana: se essi l'hanno percorsa, perché non riusciremo anche noi? 2

L'art. 76 dei Regolamenti, che precisa la forma dei suffragi prescritti per i confratelli, ci avverte che il nostro sguardo deve allargarsi a tutta la Famiglia salesiana: genitori defunti, «benefattori e componenti della Famiglia» defunti.

O Padre, che ci hai trasmesso

il dono della nostra vocazione e missione

anche attraverso il lavoro dei nostri fratelli defunti, donaci di vivere in comunione con essi,

continuandone con fedeltà l'opera e seguendone gli esempi; affretta per loro la pienezza della beatitudine, e ammetti anche noi ad esserne partecipi in Cristo nostro Signore,

che vive e regna per tutti i secoli.

' MB VIII, 444

È la nota espressione di 5. Agostino: 'si irti et i11i, cur non ego?» (se questi e quelli, perché non io?)

ART. 95 LA VITA COME PREGHIERA

Immerso nel mondo e nelle preoccupazioni della vita pastorale, il salesiano impara a incontrare Dio attraverso quelli a cui è mandato.

Scoprendo i frutti dello Spirito' nella vita degli uomini, specialmente dei giovani, rende grazie in ogni cosa;' condividendo i loro problemi e sofferenze, invoca per essi la luce e la forza della Sua presenza.

Attinge alla carità del Buon Pastore, di cui vuole essere il testimone, e partecipa alle ricchezze spirituali che la comunità gli offre.

II bisogno di Dio, avvertito nell'impegno apostolico, lo porta a celebrare la liturgia della vita, raggiungendo «quella operosità instancabile, santificata dalla preghiera e dall'unione con Dio, che dev'essere la caratteristica dei figli di san Giovanni Bosco».3

cf, Gal 522

ct Ef 5,20

' ct. Reg 1924, art. 291

Ecco l'articolo che conclude allo stesso tempo il capitolo sulla nostra preghiera e tutta la seconda parte sulla nostra vita di consacrati apostoli. E conclude passando dall'aspetto comunitario all'aspetto personale («il salesiano...») e dicendo ciò che si notava fin dall'inizio del capitolo: la «vita di preghiera» del salesiano deve sbocciare nella «preghiera vissuta», nella «liturgia della vita». In particolare il lavoro apostolico deve trasformarsi in incontro santificatore con Dio.

Questo art. 95 si riallaccia così all'art. 12 sull'unione con Dio nell'azione, e ne sviluppa il contenuto. Si ricollega anche all'art. 18, dove era detto che il salesiano, dandosi alla sua missione «con operosità instancabile», sa di cooperare con Dio Creatore e con Cristo costruttore del Regno, e quindi svolge un lavoro che gli permette di unirsi a loro.

La preghiera vissuta del salesiano.

I quattro capoversi dell'articolo, sviluppando lo stesso pensiero, intendono descrivere alcuni tratti della spiritualità apostolica, che distingue la vita del salesiano e ne caratterizza il modo stesso di pregare.

Il salesiano, uomo di fede, consapevole di dover essere testimone del Buon Pastore, entra nell'azione animato dalla «carità pastorale» del Cristo e sostenuto dai valori spirituali vissuti in comunità. Sono queste

le due sorgenti, cui l'apostolo attinge continuamente, come ben esprime il terzo capoverso. È doveroso ricordare l'impegno di ciascuno di verificare costantemente la propria fedeltà a questi due indispensabili punti di riferimento; ma è anche importante sottolineare il dovere della comunità di offrire realmente ad ognuno la possibilità dell'incontro con Dio. Per questo i Regolamenti generali indicheranno la responsabilità della comunità di programmare opportunamente i ritmi della preghiera (cf. Reg 69).

Immerso, con questo potenti sostegni, nell'azione apostolica, il salesiano impara a incontrare Dio e si sente provocato continuamente a pregarlo nel suo cuore: nelle persone a cui è mandato, e specialmente nei giovani, scopre Dio che opera, costata «i frutti dello Spirito», e può rendere grazie al Padre, come Gesù stesso che «esultò nello Spirito e disse: «Padre, io ti rendo lode...! » (Le 10,21), come Don Bosco che era stupito dal lavoro della grazia nell'anima di Domenico Savio o di Michele Magone. Insieme ai giovani comunica con i loro problemi e sofferenze, e si sente mosso a supplicare per loro, invocando per essi la luce e la forza divina.

Si noti come le Costituzioni enumerino le diverse forma di preghiera (lode, ringraziamento, domanda), che si riflettono nella vita stessa del salesiano. Si tratta di una preghiera spontanea, immediata, cordiale, che non richiede un luogo a parte per essere fatta, espressa frequentemente nella «oratio brevis» o «giaculatoria»: è la preghiera della vita, fatta di presenza e attenzione consapevole a Dio nelle sequenze della vita quotidiana; è la preghiera dell'apostolo che vive con Gesù e lavora per Lui.

La liturgia della vita offerta dal salesiano.

Cosi il salesiano realizza la «grazia di unità»1 della sua vocazione. La Regola dice che egli celebra la «liturgia della vita»: bella espressione che la Costituzione «Laudis Canticum» attribuisce ai cristiani che «si offrono in servizio d'amore a Dio e agli uomini, aderendo all'azione di

1 CF. CGS, 127

Cristo».2 E questo il modo concreto con cui il salesiano, sia coadiutore che prete, realizza l'insegnamento di Gesù di «pregare sempre, senza stancarsi mai» (cf. Le 18,1) o l'invito dell'apostolo Paolo: «Vi esorto a offrire voi stessi a Dio in sacrificio vivente, a lui dedicato, a lui gradito: è questo il vero culto spirituale» (Rm 12,1). «Quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome di Gesù, come canto di grazie al Padre per mezzo di Lui» (Col 3,17). 5. Agostino, riecheggiando i testi della Scrittura, ripete: «Canta a Dio non soltanto con la lingua, ma prendendo in mano il salterio delle buone opere».3

Don Bosco si è mosso perfettamente in questo orizzonte. Ne è una conferma lo stesso articolo da lui scritto per le Costituzioni, nel quale egli collega strettamente le «buone opere» alla preghiera propriamente detta: «La vita attiva, cui tende specialmente questa Congregazione, fa che i suoi membri non possano avere comodità di far molte pratiche di pietà in comune. Questi procureranno di supplire col vicendevole buon esempio e col perfello adempimento dei doveri generali del cristiano» .4 Tutta la vita apostolica, in quanto espressione di carità pastorale, diventa per il salesiano vera sorgente di preghiera, magnifica occasione permanente di mettere in opera il proprio sacerdozio battesimale. Il salesiano agisce in tutta «rettitudine» apostolica, da servo, da figlio, da prete: non per sé, ma per la sola gloria del Padre, offrendogli se stesso, la sua fatica, e tutti e ciascuno dei giovani in mezzo ai quali lavora.

In questa prospettiva - e solo in questa prospettiva - si capisce l'unione profonda tra lavoro e preghiera. Nella vita di Don Bosco tale unione era così intensa da far dire ai suoi biografi che in lui il lavoro era preghiera. Afferma don Ceria: «La differenza specifica della pietà salesiana è nel saper fare del lavoro preghiera». Parole che sono state riprese e confermate da Pio XI: «Questa è una della più belle caratteristiche di Don Bosco, quella cioè di essere presente a tutto, affaccendato in una ressa continua, assillante di affanni, tra una folla di richieste e consultazioni, e avere lo spirito sempre in alto, dove il sereno era imperturbato sempre, dove la calma era sempre dominatrice e sovrana,

2 PAOLO VI, Costituzione Apostolica Laudis canticum, Roma 1970, n. 8

' RNon tantum lingua canta sed etiam assumpto bonorum operum psa1terio~ (5. Agostino) 4 Costituzioni 1875, XIII, 1 (cf. F. MOTTO, p. 183)

così che il lavoro era proprio effettiva preghiera, e si avverava il grande principio della vita cristiana: qui laborat arai».s

Il lavoro è preghiera, non perché sostituisce la preghiera (l'apostolo di Cristo, anzi, ne sente l'urgenza assoluta), ma perché vissuto nell'amore di carità, sintesi della vita trinitaria, che dà consistenza e unità a tutta la vita del cristiano. Lavoro e preghiera sono così due momenti dello stesso amore, sì da poter dire che intercorre tra essi un rapporto di identità. È questo il senso dell'«operosità instancabile santificata dalla preghiera e dall'unione con Dio», che don Rinaldi dice essere «la caratteristica dei Figli di Don Bosco».

Dell'offerta di sé al Padre in Gesù, i momenti di preghiera esplicita del salesiano sono l'espressione visibile e nello stesso tempo la sorgente a cui essa si riattiva. In questa prospettiva appare ancora meglio il ruolo centrale della celebrazione eucaristica, dove il salesiano vittima viene offerto e si offre con la Vittima perfetta: «Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito... Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te, Padre, ogni onore e gloria! ».

Il capitolo VII «In dialogo con Dio» si apriva con l'affermazione che la comunità viene da Dio, sua Sorgente (Cost 85). Si chiude dicendo che, attraverso ciascuno dei suoi membri, essa vive per Dio suo Fine, in fedeltà all'ideale salesiano del «cercare le anime e servire Dio solo».

Signore Gesù, che nella tua vita terrena fosti incessantemente unito al Padre, donami d'incontrare Te e il Padre in ogni evento, in ogni cosa,

e specialmente nei miei fratelli e nei miei giovani.

' Cf- P. BROCARDO, Don Bosco, profondamente uomo - profondamente santo. LAS Roma 1985, p, 105

° Colletta della Messa in onore di S. Giovanni Bosco; cL Cosr 10