2.1 ORIENTAMENTI E DIRETTIVE

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2.1. Rinnovato impegno per la disciplina religiosa

 

Don Francesco CEREDA

Vicario del Rettor Maggiore

 

 

 

 

Le Costituzioni affermano che al Vicario del Rettor Maggiore “è affidata particolarmente”, oltre l’attenzione alla vita religiosa, anche la cura “della disciplina religiosa”[1]. A partire da questo dettato costituzionale mi sono interrogato su cosa intendere oggi per disciplina religiosa e quale impegno promuovere al riguardo nella Congregazione. Ciò è richiesto, tra l’altro, dal progetto del Rettor Maggiore e del Consiglio generale per il 2014-2020; esso infatti mi domanda di “responsabilizzare Ispettori e Ispettorie nella cura della disciplina religiosa, favorendo la cultura della fedeltà vocazionale e la prevenzione delle mancanze di disciplina religiosa”.

 

Vita e disciplina religiosa non sono realtà separate; esse sono piuttosto realtà che si richiamano e integrano a vicenda. La vita religiosa è il tesoro nascosto e la perla di inestimabile valore; la disciplina religiosa, a sua volta, è l’investimento che si deve fare per ottenerli, vendendo tutto ciò che si ha[2].La vita religiosa non sussiste senza la disciplina religiosa e quest’ultima non ha senso senza la prima. La testimonianza della vita consacrata richiede infatti un impegno costante per la disciplina e viceversa la disciplina è finalizzata a mostrare il fascino della vita consacrata.

 

In questi anni nella Congregazione è cresciuta la consapevolezza dell’identità della vita consacrata salesiana. Essa è “memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù”[3] sui passi di Don Bosco. Nel nostro Capitolo generale XXVII tale identità è vista nella sua rilevanza testimoniale ed è approfondita nella triplice dimensione mistica, profetica e diaconale. La vita consacrata salesiana è sempre più compresa e vissuta nella totalità dei suoi aspetti come “confessio Trinitatis”, “signum fraternitatis” e “servitium caritatis”[4]; e il salesiano è più consapevole di doversi impegnare a essere mistico nello Spirito, profeta della fraternità e servo dei giovani.

 

Deve però ancora crescere il senso e la pratica della disciplina religiosa. Attualmente le Ispettorie si impegnano a vivere la fedeltà vocazionale e a prevenire le mancanze di disciplina religiosa; prestano maggior cura nell’accompagnare i confratelli che sperimentano difficoltà nel vivere la vocazione salesiana; cercano di risolvere le situazioni irregolari. Per questo oggi c’è maggior sensibilità nei confronti di una vita consacrata vissuta autenticamente e si sente allora la necessità di riprendere un rinnovato impegno per la disciplina religiosa.[5]

 

 

1. Discepolato e disciplina

 

La parola “disciplina”, dal verbo latino “discere”, significa apprendimento, allenamento, istruzione, tirocinio. La “disciplina” è necessaria in tutti i settori e gli ambiti della vita: nella scuola e nel lavoro, in famiglia e in ufficio, nello sport e nei rapporti sociali. Per imparare la musica, un lavoro artigianale o una lingua straniera, il “discepolo” deve ottemperare a certe regole, seguire i consigli e le correzioni di chi lo istruisce, sottomettersi a un esercizio che comporta ripetizione, fatica, sacrificio, pazienza, perseveranza. All’inizio la disciplina è principalmente una pratica esteriore, ma gradualmente viene interiorizzata fino a diventare autodisciplina e stile di vita.

 

Anche nella vita di fede esiste un cammino di apprendimento e una disciplina che lo accompagna. Nel Vangelo il discepolo di Gesù è presentato come colui che sa stare seduto ai piedi del Maestro tendendo l’orecchio al suo insegnamento, per poi camminare dietro di Lui ricalcando fedelmente le sue orme. Alla scuola di Gesù, però, non si apprende solo una visione del mondo o una saggezza religiosa. Egli è infatti un Maestro particolare perché il contenuto del Suo insegnamento coincide con la Sua persona. Egli stesso è la Parola da accogliere, una Parola che è via, verità e vita. La “disciplina” che si apprende da Gesù è dunque un’iniziazione al mistero di Dio, cui Egli dà accesso, consentendo al discepolo di vivere non solo come Lui, ma in Lui.

Gesù, che nei confronti dei suoi ascoltatori parla con autorità e agisce con potenza, nella sua coscienza vive un atteggiamento di profonda obbedienza al Padre e di piena docilità allo Spirito Santo. Mentre dice a noi “imparate da me”, si lascia egli stesso condurre sulla via di una consegna esigente di sè fino alla croce. Per questo la lettera agli Ebrei giunge ad affermare con audacia che “pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì”.[6] In questa obbedienza filiale Gesù invita a entrare coloro che lo seguono e, chi non assume le esigenze di questa chiamata, non può essere suo discepolo[7]. Non ci può essere quindi discepolato senza disciplina.

 

Alla luce di queste considerazioni, possiamo comprendere che la natura più autentica della disciplina cristiana, di cui la disciplina religiosa è una particolare espressione, va ritrovata nel dinamismo trinitario di obbedienza e glorificazione che Gesù ha vissuto nella sua Pasqua di morte e di risurrezione. Chiamandoci alla sequela e proponendoci la paradossale disciplina di vita che essa comporta, Gesù ci inizia a vivere da figli che accolgono con gratitudine e umiltà la signoria di Dio e camminano non più sotto il peso della carne, ma nella potenza vivificante dello Spirito. Il nucleo profondo della disciplina religiosa è dunque diventare docibilis a Spiritu Sancto, come aveva ben compreso il venerabile don Giuseppe Quadrio, che assunse questo titolo come programma di vita.

 

La disciplina religiosa, dunque, è parte essenziale del nostro “discepolato” al seguito di Gesù. Questo “discepolato” però non mira soltanto alla nostra santificazione. La Chiesa ci ricorda che “ad alcuni, [...] per il bene di tutti, Dio dà il dono di una più intima sequela di Cristo nella sua povertà, castità e obbedienza”.[8] E lo riafferma nell’Esortazione apostolica Vita Consecrata, dicendo: “Coloro che seguono i consigli evangelici, mentre cercano la santità per se stessi, propongono, per così dire, una ‘terapia spirituale’ per l’umanità, poiché rifiutano l’idolatria del creato e rendono in qualche modo visibile il Dio vivente. La vita consacrata, specie nei tempi difficili, è una benedizione per la vita umana e per la stessa vita ecclesiale”.[9] Infatti, è la disciplina religiosa inerente alla vita consacrata che demolisce gli idoli del piacere, del possesso e del potere, e testimonia al mondo Dio come l’unico Assoluto che solo basta.

 

 

2. Impegno formativo per la disciplina religiosa

 

È difficile accettare le conseguenze che derivano a livello personale e comunitario da questa visione evangelica del discepolato e della disciplina. La sequela del Signore Gesù, infatti, si realizza sempre entro contesti storici ben definiti, nei quali sono diffusi altri stili di vita, modelli concorrenziali rispetto al vangelo, priorità differenti secondo cui “disciplinare” la propria esistenza. Nella società consumista, ad esempio, prevale la cultura del gradimento, di ciò che appaga sul momento e offre soddisfazione immediata; chi cresce in questo contesto trova difficile comprendere il senso del sacrificio, della rinuncia, della perseveranza. In altre culture, invece, il peso delle convenzioni sociali e l’esercizio paternalistico dell’autorità possono indurre un’osservanza formale e uno stile formativo incapace di promuovere la responsabilità personale.

L’assimilazione della disciplina religiosa si consolida nel tempo e richiede un costante impegno di formazione. La perdita del senso della propria identità come persona consacrata, la superficialità della vita spirituale e l’indebolimento della passione apostolica portano infatti spesso a una vita sregolata o a un’osservanza esteriore. La disciplina religiosa è segno della vitalità di una Congregazione. Senza disciplina religiosa si corrono grossi rischi: la preghiera diventa saltuaria, la pratica dei consigli evangelici minimalista, la vita comunitaria debole, l’apostolato tra i giovani senza slancio. In particolare la mancanza di vita fraterna fomenta l’individualismo: il confratello si allontana dalla comunità, vive nel proprio mondo, gradualmente slitta verso la mediocrità e l’imborghesimento, evita l’ascesi e cerca la vita facile.

Nella formazione non è sufficiente trasmettere l’entusiasmo per gli ideali dell’apostolato oppure appellarsi genericamente al senso di responsabilità di ognuno. L’adesione al Signore Gesù richiede l’assunzione concreta di uno stile di vita coerente, di cui è importante comprendere le motivazioni profonde e a cui è necessario allenarsi con impegno. Ciò che san Paolo afferma nella prima lettera ai Corinzi, paragonando la vita cristiana a una corsa nello stadio, riguarda anche noi; come gli atleti si preparano per la gara, così da poter vincere il premio, anche noi abbiamo bisogno di una formazione e di una disciplina che ci abilitino alla missione: “ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre”.[10]

 

Tra gli atteggiamenti diffusi nella società attuale che oggi sfidano maggiormente la disciplina religiosa, inducendo quella logica di mondanità spirituale più volte denunciata da papa Francesco, si possono segnalare in particolare tre aspetti, a cui nella formazione iniziale e permanente è necessario prestare particolare attenzione: la ricerca dell’autorealizzazione, l’individualismo e lo spontaneismo. Non è possibile ovviamente qui svolgere un discorso adeguato su ognuno di essi. È facile però comprendere che essi riguardano rispettivamente il modo di intendere la libertà personale nei rapporti con Dio, con gli altri e con se stessi.

La ricerca narcisistica dell’autorealizzazione si oppone alla logica evangelica della consegna di sé e del dono gratuito; non accetta la dinamica pasquale secondo cui si trova la vita soltanto perdendola e donandola. Essa induce autoreferenzialità; porta a verificare la validità delle scelte sulla base della gratificazione immediata, della riuscita personale, del successo e non della fede e della fecondità del sacrificio fatto con amore e per amore. Essa fa venire meno la disponibilità a lasciarsi guidare da Dio, il senso della rinuncia motivata dall’amore, l’impegno per gli aspetti della missione che non sono gratificanti, ma richiedono un lavoro umile, nascosto, gratuito.

L’individualismo, a sua volta, favorisce il ripiegamento su di sé e una scarsa comprensione delle dinamiche comunitarie. La vita di comunità è intesa in modo strumentale, come contesto o come sfondo del protagonismo personale, e non invece come luogo dell’esperienza di Dio e condizione della fecondità pastorale. Questo atteggiamento, purtroppo assai diffuso anche tra di noi, costituisce una distorsione della giusta stima per l’autonomia e l’intraprendenza personale, che trovano il loro spazio vitale nella comunione con i fratelli e non in una presunta autosufficienza.

Lo spontaneismo, infine, è un tratto della cultura contemporanea che, nella sua sete di genuinità e nel suo rifiuto delle convenzioni, tende a confondere libertà e spontaneità, considerando autentiche solo le scelte che avvengono senza sforzo e con immediatezza. Si dimentica, in questo modo, che la vera libertà è frutto di un lungo cammino di liberazione dal proprio egoismo e di un paziente apprendimento della capacità di scegliere il vero bene. Lo spontaneismo conduce, ad esempio, all’illusione di poter fare un vero cammino di preghiera senza un serio impegno di fedeltà ai tempi di orazione, senza la costanza nel seguire un metodo per la meditazione, senza il rispetto di momenti di silenzio. Nell’ambito apostolic, illude di poter essere educatori senza imparare pazientemente l’arte salesiana dell’assistenza; confonde la creatività e la flessibilità con uno stile di azione superficiale, che non riflette né programma e verifica; fa vivere all’insegna di una costante improvvisazione, incurante dei cammini e dei processi educativi.

 

 

3. Senso spirituale delle norme

 

Il discepolato di Gesù e la stessa struttura della libertà umana esigono, come si è detto, una disciplina che regoli l’esistenza, sottraendola ai rischi dell’improvvisazione. Essa deve aiutare a tradurre il dono divino della vocazione in comportamenti pratici coerenti, che siano condivisi nella propria Congregazione di appartenenza e siano riconoscibili e testimoniabili di fronte a tutti. La disciplina religiosa ha una fondamentale funzione pedagogica.

Perché questa forma di vita sia possibile, è necessario che una Congregazione abbia, oltre a documenti e testi ispirativi, anche regole che traducano in modo normativo le esigenze della vocazione comune. Vincolarsi alla loro osservanza è una componente della professione religiosa che non può essere sottovalutata, né ridotta a motivazioni puramente organizzative. La legge non è il fondamento della fede, ma ricorda e concretizza il modo di accogliere il dono della grazia divina.

Nella vita consacrata l’osservanza delle regole è una questione spirituale. Solo l’amore, infatti, sa cogliere lo spirito della legge, che nessuna lettera da sola potrà mai restituire. Amore e legge non si escludono e non si confondono, ma si richiamano reciprocamente. Nessuno che ama disprezza la legge di Dio, nelle espressioni più alte, come sono quelle contenute nella Scrittura, e nelle sue molteplici traduzioni storiche, come sono gli insegnamenti della Chiesa, le regole del fondatore, le costituzioni della propria Congregazione religiosa.

 

Oltre alla valenza pedagogica, la legge ha anche una seconda funzione che, pur subordinata alla prima, non è meno importante. Si tratta della funzione di proteggere la comunità da abusi e deviazioni. Se nessuna norma potrà mai trasmettere pienamente il fascino della grazia, che va ritrovato nell’evento della chiamata e nella testimonianza di chi la vive, suo compito è in ogni caso indicare con chiarezza i contorni fuori dei quali non si è più sulla strada del carisma e sulla via della santità. La legge deve mettere in guardia dalle deviazioni, segnalare i pericoli, indicare i comportamenti che non sono compatibili con l’identità di una famiglia spirituale e ne tradiscono lo spirito. Proprio in quest’epoca in cui la comunità ecclesiale ha sofferto grandemente per i gravi scandali di alcuni suoi membri, diventa di nuovo possibile riconoscere come la norma disciplinare costituisca, anche nei suoi aspetti più severi e sanzionatori, un dono che non si può sottovalutare.

Papa Benedetto XVI, nell’omelia della festa del Sacro Cuore a chiusura dell’anno sacerdotale, ha proposto una riflessione coraggiosa su questo punto. Egli ha affermato: “Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale”.[11] Anche nella sua dimensione di controllo e sanzione la disciplina è importante: finché ci sono in noi le concupiscenze, è provvidenziale che vi siano dei comandamenti che ci aiutano a riconoscerle e combatterle, fosse pure per alcune gravi trasgressioni con la minaccia della sanzione.

Le regole della vita religiosa, dunque, da quelle più severe e solenni a quelle più semplici e sapienziali, non possono essere svalutate e trascurate. Pur non essendo il fondamento della vocazione consacrata, esse sono frutto di una saggezza consolidata. Chi ama davvero il Signore Gesù e il carisma del fondatore, le sa valorizzare per quello che sono: un prezioso aiuto per la libertà. Chi però le seguisse alla perfezione, ma senza quella disposizione interiore del cuore che è data dall’amore, in realtà fingerebbe di osservarla.

 

Diversi sono i contenuti della disciplina religiosa e le fonti a cui essa attinge[12]. Un primo contenuto è costituito dal Magistero della Chiesa; come parte della nostra disciplina seguiamo le indicazioni che ci vengono date in diverse forme: il Codice di Diritto Canonico, gli orientamenti del Vaticano II, gli insegnamenti e le decisioni del Papa, i documenti emanati dalla Santa Sede, ... Le Costituzioni e Regolamenti sono un secondo riferimento; in essi ci troviamo di fronte a un originale programma ascetico fatto di comportamenti e atteggiamenti, sensibilità e aspirazioni, qualità morali e virtù, che rendono riconoscibili un consacrato come appartenente a una precisa Congregazione. I Capitoli generali sono un’altra fonte di disciplina religiosa; essi sono un esercizio di discernimento per scoprire ciò che lo Spirito indica in un determinato momento storico. I Superiori infine aiutano il confratello e le comunità a conoscere la volontà di Dio; fa parte della disciplina religiosa il colloquio fraterno, che richiede apertura e fiducia da parte del singolo confratello e disponibilità e accoglienza da parte del direttore; così pure l’obbedienza alle decisioni e disposizioni dei superiori, e la partecipazione attiva dei confratelli agli incontri al livello locale e ispettoriale.

 

 

4. Carisma salesiano e disciplina religiosa

 

Ogni fondatore ha lasciato ai suoi figli spirituali, insieme al fascino della sua santità e allo slancio della sua missione, anche una peculiare visione della disciplina religiosa, coerente con le caratteristiche del proprio carisma. Anche don Bosco, sotto l’ispirazione dello Spirito, ha elaborato la sua concezione di disciplina religiosa; essa va però ritrovata, prima ancora che nei suoi insegnamenti, nell’esempio stesso della sua vita. Egli ha curato sempre, per sé e per gli altri, una forte pedagogia del dominio di sé; in questo modo si può essere asceti del quotidiano.

Benché l’immagine pubblica di don Bosco sia connotata dalla gioia trascinante, vi è tuttavia nella sua esperienza personale una presenza consistente di quella componente di lotta e di sacrificio che è parte costitutiva della dinamica pasquale. Ciò è testimoniato con chiarezza da coloro che l’hanno conosciuto da vicino. Don Bosco ha espresso questa visione, per esempio, nel sogno del pergolato di rose: la sua vita appare bella agli occhi di tutti, ma le rose presentano inevitabilmente spine nascoste, che è possibile attraversare solo con il combattimento spirituale per mezzo dell’obbedienza e della mortificazione. A coloro che hanno intrapreso la vita salesiana egli dice in questo sogno: “Chi vuol camminare deliziosamente sulle rose torni indietro: gli altri mi seguano”.[13]

Le diverse testimonianze dei primi salesiani convergono nel mostrare che don Bosco ebbe una disciplina di vita molto rigorosa e che le rinunce eroiche cui si sottoponeva nascevano dal suo ardore per la missione apostolica. L’austerità non era per lui una dimensione che si aggiungesse dall’esterno alla dedizione pastorale, ma la condizione interna per poterla vivere. In questo senso, egli ha individuato il nucleo della disciplina salesiana nel motto “lavoro e temperanza”, intendendo entrambi in una logica fortemente apostolica: il lavoro è il servizio di Dio e dei giovani nelle forme richieste dall’obbedienza; la temperanza è la rinuncia a tutto ciò che vi si oppone.

È la logica del “da mihi animas, cetera tolle”, che le nostre Costituzioni rispecchiano nell’articolo 18: il salesiano “non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica: è pronto a sopportare il caldo e il freddo, la sete e la fame, le fatiche e il disprezzo, ogni volta che si tratti della gloria di Dio e della salvezza delle anime”.[14] Similmente nell’articolo 71 ricordano l’affermazione di don Bosco che ci dice: “invece di fare opere di penitenza, fate quelle dell’obbedienza”.[15] Il salesiano vive la mistica del lavoro e del “da mihi animas” e l’ascesi della temperanza e del “cetera tolle”; non ci può essere l’una senza l’altra.

 

La disciplina religiosa per don Bosco consiste nell’osservanza della regola. Per questo egli insiste sull’adesione concreta alle Costituzioni: “L’osservanza delle nostre regole costa fatiche. [...] Miei cari, vogliamo forse andare in paradiso in carrozza? Noi appunto ci siam fatti religiosi non per godere, ma per patire e procacciarci meriti per l’altra vita; ci siamo consecrati a Dio non per comandare, ma per obbedire; non per attaccarci alle creature, ma per praticare la carità verso il prossimo mossi dal solo amor di Dio; non per far una vita agiata, ma per essere poveri con Gesù Cristo, patire con Gesù Cristo sovra la terra per farci degni della sua gloria in cielo”.[16]

Già nella sua prima lettera circolare, aveva scritto chiaramente: “Primo oggetto della nostra Società è la santificazione dei suoi membri. Perciò ognuno nella sua entrata si spogli di ogni altro pensiero, di ogni altra sollecitudine. Chi ci entrasse per godere una vita tranquilla, aver comodità [...], egli avrebbe un fine storto e non sarebbe più quel “sequere me” del Salvatore, giacché seguirebbe la propria utilità temporale, non il bene dell’anima. [...] Noi mettiamo per base la parola del Salvatore che dice: [...] “Chi vuol farsi mio discepolo [...] mi segua con la preghiera, colla penitenza e specialmente rinneghi se stesso, tolga la croce delle quotidiane tribolazioni e mi segua”. [...] Ma fino a quando seguirlo? Fino alla morte e, se fosse mestieri, anche ad una morte di croce”.[17]

 

Come si vede, la disciplina religiosa delineata da don Bosco è un’eco fedele del vangelo, con il fascino e lo scandalo delle sue esigenze paradossali. Don Bosco la propone con la dolcezza di chi ha fatto del sistema preventivo una vera spiritualità e intende facilitare nei confratelli la pratica del bene con la benevolenza, piuttosto che limitarsi a reprimere gli abusi. Questa amorevolezza paterna e rispettosa non è però superficiale o lassista; piuttosto esprime la convinzione che si deve attirare sulla via del bene con la bontà e con la forza dell’esempio, piuttosto che con la costrizione e l’imposizione, con la medicina della misericordia e piuttosto che con le armi del rigore[18].

 

 

Conclusione

 

Come Congregazione oggi troviamo condizioni favorevoli per assumere una visione positiva e un rinnovato impegno per la disciplina religiosa. La promozione della cultura della fedeltà vocazionale, la prevenzione delle mancanze di disciplina religiosa e la soluzione delle situazioni irregolari favoriscono certamente questa assunzione; d’altra parte ciò rimane una bella sfida.

A causa di fragilità e debolezze talvolta possiamo però trovarci di fronte a mancanze di disciplina religiosa, riguardanti la preghiera, i consigli evangelici, la vita comunitaria, l’impegno apostolico o l’economia. Si tratta allora di esercitare da parte di tutti, specialmente da chi svolge il servizio di autorità, la vigilanza sui comportamenti e gli stili di vita di confratelli e comunità attraverso l’accompagnamento e la correzione fraterna. I casi di mancanze gravi di disciplina, come per esempio i “delicta graviora”, richiedono invece di essere sanzionati e di intervenire prontamente; in tali situazioni la responsabilità è seria e dobbiamo prestare maggior attenzione per garantir il bene personale e spirituale dei confratelli, per evitare il danno che questi comportamenti procurano ad altre persone, per scongiurare il discredito sulla Congregazione e sulla sua azione.

 

Assumiamo perciò insieme come Congregazione l’impegno per la disciplina religiosa con spirito rinnovato e piena consapevolezza: potremo in questo modo superare i rischi che minacciano anche oggi la nostra vocazione e vivere in pienezza la vita consacrata salesiana.

 


[1] Cost. 134.

[2] Cfr. Mt. 13, 44-45.

[3] GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, Città del Vaticano 1996, n. 22.

[4] Cfr. Ibidem.

[5] Risulta importante riprendere ciò che già il Rettor Maggiore don Egidio Viganò aveva proposto in una sua lettera; vedi: E. VIGANO’, Nuovo impegno nella disciplina religiosa, in “Atti del Consiglio Generale” n. 293, Roma 1979. Si vedano anche queste altre sue lettere: Don Bosco santo, in “Atti del Consiglio Generale” n. 310. Roma 1983; Vigilate con la cintura ai finachi e le lampade accese, in “Atti del Consiglio generale” n. 348, Roma 1994.

[6] Ebr. 5, 8.

[7] Lc. 14, 26-27, 33.

[8] CIVCSVA, La vita religiosa nell’insegnamento della Chiesa. I suoi elementi essenziali negli Istituti dediti alle opere di apostolato, Roma 1983, 7.

[9] GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, 87.

[10] Cf. 1 Cor. 9, 24-27.

[11] BENEDETTO XVI, Omelia della Solennità del Sacro Cuore, Città del Vaticano, 11 giugno 2010.

[12] Don Gaetano Scrivo, Vicario del Rettor Maggiore, aveva esplicitato in un orientamento operativo i contenuti della disciplina religiosa; vedi: G. SCRIVO, Contenuti della disciplina religiosa, in “Atti del Consiglio Generale” n. 293, Roma 1979.

[13] MB III, 34

[14] Cost. 18.

[15] Cost. 71. Cf. MB XIII, 89.

[16] MB XVII, 15-17.

[17] MB VIII, 828-829.

[18] GIOVANNI XXIII, Gaudet Mater Ecclesia, Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 12 ottobre 1962, 2.