VENERABILE RODOLFO KOMOREK - (1890-1949)


PREGHIERA

Glorifica, Signore, il tuo servo,
il Venerabile padre Rodolfo Komorek,
che durante la vita, per tuo amore,
s’immolò per il bene del prossimo,
soprattutto per i poveri e per i sofferenti,
lasciandoci ammirabili esempi di povertà,
penitenza e umiltà.
Concedimi, per sua intercessione,
la grazia che ti chiedo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.


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Inizio del Processo: 31 - 1 - 1964;
Venerabile: 6 - 4 - 1995

In questo articolo:

Rodolfo Komorek nacque nel 1890 a Bielsko, nella Slesia polacca (allora austriaca), terzo dei sette figli di Giovanni e Agnese Goch, due coniugi veramente cristiani. Papà faceva il fabbro e lavorava duramente per mantenere la famiglia. Mamma Agnese era l’ostetrica del paese e lavorava anche come sarta. La sua giornata si apriva sempre con la Messa. A 19 anni, mentre il fratello Roberto si avvia a diventare ingegnere, la sorella Wanda professoressa e Giovanni musicista, Rodolfo entra nel seminario arcivescovile di Weidenau. In tutta la sua vita Rodolfo non avrà mai un momento d’incertezza, di sbandamento. Lo riconoscono tutti: “Sembrava nato per fare il sacerdote”. La sorella Wanda scrive: “In famiglia era quello che metteva pace tra di noi quando, come in ogni famiglia, si litigava un po’. A scuola aveva ottimi voti. In seminario, per la sua bontà, tutti gli volevano bene, lo amavano molto, e fin da allora lo chiamavano un San Luigi”. Il 22 luglio 1913, dal cardinale Kopp, Rodolfo Komorek è ordinato sacerdote; ha 23 anni e all’orizzonte del mondo sta per affacciarsi la tragica Prima Guerra Mondiale. Attorno a Bielsko ci sono piccoli agglomerati urbani: Strumien, Zagrzeb... Per dodici mesi don Rodolfo è prete tra quella mite gente contadina. Ma il 28 luglio 1914 le truppe austriache invadono la Serbia e quattro giorni dopo la Germania è in guerra contro la Russia e la Francia. Don Rodolfo vede partire vestiti da soldato i suoi giovani contadini e chiede di seguirli come prete.

È cappellano negli ospedali militari di Cracovia e Borgo. Qui vede rovesciarsi la marea dei feriti delle battaglie di Tannenberg, dei laghi Masuri, di Leopoli, e i dilaniati dalle granate nella fortezza austriaca di Przemys´l. Il fratello Roberto scrive: “L’ho visitato una volta all’ospedale di Cracovia durante una mia licenza dal fronte. I malati lo amavano molto. Stava sempre in mezzo a loro, cercando di alleggerire le loro sofferenze”. Ma negli ospedali gli sembra di essere un imboscato e chiede di esser mandato come cappellano in prima linea. Raggiunge le truppe del Tirolo. Gli verrà assegnata la medaglia al valore della Croce Rossa. Nella motivazione si legge: “Raro esempio di sacerdote che si consuma in maniera ideale per gli impegni della propria vocazione”.

Mentre vede morire accanto a sé tanti giovani, nel suo cuore matura il desiderio di consacrarsi maggiormente al Signore e ai suoi fratelli. Andrà nelle missioni, dove tanti polacchi sopravvissuti alla guerra emigreranno per trovare una vita meno stentata e meno irta di pericoli fisici e spirituali.

Alla fine del 1919 don Rodolfo è nominato parroco a Frysˇták. Di lì, egli scrive al cardinale Bertram, chiedendo il permesso di entrare tra i Salesiani. La risposta è: “Il cardinale le concede il permesso con sincero dolore nel cuore. Lo supplica tuttavia che resti nella diocesi, in vista della grande mancanza di sacerdoti”. Rimase fino al 1922, lavorando e facendo penitenza per i suoi parrocchiani. “Dormiva sulla dura panca, coperto da una semplice coperta. Portando un giorno l’Eucaristia a un malato, notò che era tanto povero che non aveva di che coprirsi. Tornò a casa, prese la sua unica coperta e la portò a quel malato. Egli si copriva anche di notte col cappotto. Camminando per strada era sempre molto modesto. Tutti i passanti, cattolici o no, e persino gli Ebrei, lo salutavano, dicendo che era un uomo santo. Il suo confessionale era molto affollato. Era affabile con la gente e amava molto i bambini. La sua porta era sempre aperta, e tutto quel che aveva era per darlo agli altri. Ogni volta che un povero bussava alla sua porta, riceveva da padre Rodolfo quel che egli aveva in mano” (testimonianza di Antonio Twardizk, collaboratore in parrocchia).

Il 18 gennaio 1922 è la giornata più dolorosa per don Rodolfo: muore la sua carissima mamma Agnese. Ora non c’è più nulla che lo trattenga. In ottobre, a 32 anni e 9 da sacerdote, inizia il noviziato salesiano e presenta la domanda di partire per le missioni. In uno dei primi giorni, il maestro dei novizi si sente domandare da lui il permesso di dormire sul pavimento: “Da sei anni lo faccio e ci sono ormai abituato”. Dal Brasile è giunta la richiesta di avere alcuni sacerdoti che si prendano cura degli emigrati polacchi e la domanda di don Rodolfo è accettata. Va a Torino, dove riceve il Crocifisso dalle mani del Beato don Filippo Rinaldi, terzo successore di don Bosco.

Il 27 novembre 1924 padre Rodolfo giunge a Rio de Janeiro ed è inviato a lavorare nelle scuole e nella cappella della comunità polacca a San Feliciano, una colonia del Rio Grande do Sul. “Per i coloni fu un angelo consolatore. Preparava alla Prima Comunione i bambini di una decina di scuole, che avevamo aperto nei diversi centri della colonia. Diverse volte alla settimana viaggiava a cavallo per assistere i malati nei centri, portando loro il Viatico. Nelle case dei malati trovava molta gente riunita e ne approfittava per parlare di Gesù. Nel pomeriggio riuniva la gente vicino alla chiesa per la predica e la recita del Rosario. Faceva molte penitenze. Passando di centro in centro alle volte restava senza cibo. Una volta, a scuola, un’alunna fece la sua colazione molto povera: alcune patate. Lasciò le bucce sopra la cartella. Poi, per caso, vide padre Rodolfo raccogliere quel resto di cibo e alimentarsi con quello” (testimonianza di Constantino Zajkowski, parrocchiano).

Nel gennaio del 1929 viene mandato a Niteroi, casa salesiana vicina a Rio de Janeiro, affinché possa prepararsi ai voti perpetui. Nei primi mesi del 1934 può tornare tra i suoi carissimi emigrati polacchi, italiani e tedeschi a Luis Alves, nello stato di Santa Catarina. In questi anni, i cristiani tra cui lavora con assoluta dedizione cominciano a chiamarlo “O padre santo”. Quando le persone semplici lo chiamano così, diventa molto serio e risponde: “Io sono padre Rodolfo, grande peccatore”. Nel giugno 1936 padre Rodolfo ha 46 anni e la sua salute, sottoposta a strapazzi considerevoli da quando è prete, cioè da 23 anni, comincia a indebolirsi. È venuto a mancare il confessore allo studentato per giovani salesiani, studenti a Lavrinhas. L’ispettore pensa di mandarvi padre Rodolfo: nessuno più di lui può educare a una vita sacrificata e santa quei giovanissimi salesiani. Padre Rodolfo saluta i suoi cari emigrati e senza una parola di lamento fa l’obbedienza. L’ispettore scrive al direttore don Ladislao Paz: “Ho la convinzione di mandarvi un santo”. Don Ladislao si accorge presto che non si tratta di un’esagerazione. Scrive: “Prima e dopo le confessioni pregava a lungo. Il suo confessionale era sempre circondato da molte persone che lo cercavano per ricevere l’assoluzione e i consigli appropriati che dava: brevi, incisivi e pratici. Io mi confessavo da lui ogni settimana. Durante la notte, come direttore, ero obbligato a fare un giro per la casa. Mi accorgevo molte volte che nella cappella c’era una luce accesa. Avvicinandomi, vedevo padre Rodolfo disteso per terra con le braccia aperte in croce. Pregava lì”. E padre Pinto Ferreira: “Era cercato per le confessioni sia dai confratelli salesiani sia dal clero esterno. Quando confessava i sacerdoti, si notava in lui una grande timidezza e umiltà. Finita la confessione, sorprendeva il penitente sacerdote baciandogli la mano. A volte accadde proprio a me che, terminata la mia confessione, mi passava la stola ed egli s’inginocchiava per fare lui la sua confessione”. Non era solo confessore. Gli diedero 28 ore d’insegnamento alla settimana! Quando si presentava qualcuno a cercare un prete per assistere un malato egli era il primo a offrirsi. Correva in sacrestia a prendere il Santissimo nella teca, prendeva il cavallo per le redini e andava. Lungo il viaggio recitava il Rosario. A volte doveva raggiungere capanne lontane, su colline alte e senza strade. Ma lui andava, piovesse o facesse sole, sgranando quel suo rosario nero, già molto usato e sciupato, che non volle mai cambiare con un altro.

Nel gennaio del 1941 la salute di padre Rodolfo è seriamente compromessa. Una tosse ostinata lo logora giorno e notte. È inviato alla residenza salesiana di San José dos Campos, casa di salute. Una visita accurata dello specialista toglie ogni dubbio: i suoi polmoni sono colpiti gravemente dalla tubercolosi. Non può più tornare a Lavrinhas. Deve fermarsi a San José perché solo una cura radicale può allungargli la vita. La Santa Casa (ritiro dei vecchi) di cui era il cappellano e il sanatorio Vicentina Aranha diventano il campo del suo apostolato. Quanti tubercolotici assistette! Alcuni, prima indifferenti, finivano per ricevere i sacramenti dal “Padre santo”. Impressionava la sua povertà. Dormiva su tre tavole di legno, con una coperta vecchissima e alcuni soprabiti logori per coprirsi. La sua umiltà era immensa: sempre l’ultimo di tutti. I nove anni che passò a San José furono un cammino continuo, sereno verso il Cielo. Padre Rodolfo considerava la propria malattia come una benedizione di Dio e riceveva le sofferenze con gratitudine dalle sue mani. Suor Maria Faleiros, che gli fu accanto nelle ultime ore, testimoniò: “Voleva che le sue medicine ormai inutili le dessimo ai poveri che non riuscivano a procurarsele. Non ebbe mai un attimo d’impazienza. Nelle ultime ore mi disse preoccupato: ‘Suora, è duro morire. Non sapevo che fosse così’”. Morì l’11 dicembre 1949.