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VALENTINO: LA VOCAZIONE IMPEDITA
EPISODIO CONTEMPORANEO

esposto dal sacerdote

BOSCO GIOVANNI

TORINO. Tip. dell'Oratorio di s. Franc. di Sales 1866.

CAPO I.

La madre di famiglia.

Intraprendo a scrivere un fatto vero, ma che riferendosi in parte ad uomini viventi, io stimo bene di tacere i nomi delle persone e dei luoghi cui le cose raccontate si riferiscono. Erano due genitori di età alquanto avanzata e non avevano che un solo figliuolo chiamato Valentino erede unico delle vistose loro sostanze. La madre, buona cristiana, era tutta intenta a dar una soda educazione al figlio. Ella stessa gli fece da maestro molti anni. Fin da fanciullino gl'insegnò le preghiere, il piccolo catechismo coi primi elementi di lettura e scrittura. Ben istruita dalla scienza e dall'esperienza poneva le più vive sollecitudini a tener il figlio lontano dall'ozio e dai discoli. 'Caro Valentino, soleva dirgli, non mai dimenticarti che l'ozio è il padre di tutti i vizi, e che i cattivi compagni conducono se stessi e chi li segue alla rovina guai a te se ti lasciassi dominare da questi due nemici fatali.' La buona genitrice aveva qualche ostacolo nella persona del marito. Osnero, tale è il nome del marito, uomo pieno di cortesia e di onestà, faceva del bene a chi poteva, del male a nessuno. Ma un errore non leggero gli dominava il capo. S'immaginava di poter ridurre suo figlio ad essere virtuoso ed onesto cittadino senza farlo prima buon cristiano. 'Caro Valentino, gli diceva talvolta, sii buono e sarai sempre amato ed onorato da tutti. L'onore, la stima, il buon nome, non devono mai essere dimenticati in questo mondo.'

Nella sua tenera età Valentino non rifletteva molto agli avvisi paterni. Per correggere e nobilitare gli ammaestramenti del marito, la virtuosa madre andava spesso ripetendo al suo Valentino: 'Mio figlio, ricordati che Dio vede tutto. Egli benedice i giovanetti virtuosi nella vita presente e li premia nell'eternità; al contrario maledice gli empi, loro abbrevia la vita, e li punisce nell'altro mondo con un supplizio eterno.' Ogni mattino lo prendeva per mano, lo conduceva in chiesa, gli dava l'acqua benedetta, gli additava il modo di far bene il segno della croce: lo faceva mettere in ginocchioni accanto a lei gli apriva il libro di divozione e segnava le preghiere utili per accompagnare la Santa Messa. Nei giorni festivi poi l'aveva sempre seco alla Messa, al Catechismo, all'istruzione e alla benedizione. Quando occorreva di condurlo a ricevere i Santi Sacramenti lo preparava alcuni giorni prima, lo accompagnava fino al confessionale. Dopo la confessione lo assisteva a fare il ringraziamento, aggiungendo quegli avvisi che una buona ed affezionata madre sa trovare opportuni pei suoi figli. Ella provava gran dispiacere qualora l'avesse veduto porsi a mangiare senza fare prima e dopo il cibo il segno della Santa Croce colla breve preghiera che da'buoni cristiani si suol fare in questa occasione. Un giorno Valentino se ne dimenticò e la madre lo rimproverò acremente. 'Caro Valentino, gli disse, pensa che soltanto gli animali irragionevoli si mettono ingordamente a mangiare senza riflettere da chi ricevono l'alimento. Noi riceviamo la vita e il cibo dal Signore, perciò dobbiamo essergli in ogni tempo riconoscenti, ma specialmente quando facciam uso di questi suoi benefizi: cioè quando ci serviamo del cibo per conservare la vita medesima'. Sebbene Valentino apparisse qualche volta sbadato non dimenticava nessuno degli amorevoli avvisi che l'affettuosa madre studiava di seminare nel tenero di lui cuore. Affinché poi il figlio non fosse talvolta annoiato, sapeva a tempo opportuno temperare la pietà con amene ricreazioni. Trastulli, passeggiate, regali, piccoli oggetti per giuocare, talora anche confetti e commestibili erano le cose con cui la buona genitrice soleva incoraggiare e ricompensare la diligente condotta del figlio. Così la madre diveniva padrona del cuore del figlio, mentre esso provava le più care delizie nel passeggiare, nel parlare, nel trattenersi con lei.

Ma un gran disastro incolse Valentino nella perdita della madre quando appunto cominciava ad averne maggior bisogno.

Toccava appena i dodici anni allora che l'amata genitrice fu colpita da grave malattia che in pochi giorni la privò di vita. Ella ricevette con somma fretta gli ultimi conforti della religione: di poi chiamò Valentino al suo letto, e gli indirizzò queste ultime parole: 'Caro Valentino, io ti debbo lasciare nell'età più pericolosa. Ricordati di .fuggire l'ozio ed i cattivi compagni. Chiunque ti consigli cose contrarie al bene dell'anima, abbilo per nemico, e fuggilo come un serpente insidiatore. Io non ti sarò più madre in terra, spero di aiutarti dal cielo; per l'avvenire tua madre sarà la Madonna Santissima,pregala spesso, essa non ti abbandonerà, Dio ti benedica...'.

La violenza del male la impedì di oltre parlare, e pochi minuti dopo era già cadavere.

Valentino fu addoloratissimo per quella perdita, e passò più mesi travagliato (la tale malinconia che la stessa sua esistenza era in pericolo. Solamente potè trovare qualche consolazione nel fare preghiere, limosine, penitenze, ascoltare molte messe in suffragio dell'anima della compianta genitrice. Né mai la dimenticò nelle varie e gravi vicende cui soggiacque nel corso della vita.

CAPO II.

Primo anno di Collegio.

Osnero senti anch'egli la grave perdita della moglie specialmente per l'educazione del figliuolo, di cui egli non poteva gran fatto occuparsi. Affari di amministrazione, mercati, fiere, talvolta partite al caffè ed all'osteria non gli permettevano di occuparsi dell'educazione del figlio.

Valentino aveva già compiuto il corso elementare e nel paese nativo non essendovi classi superiori era mestieri mandarlo in un collegio per fargli proseguire gli studi.

Fu scelto un luogo molto rinomato, dove si diceva che la scienza, la civiltà, la moralità, faceva maravigliosi progressi. Le divise, i pennacchi, i cappelli bordati incantavano gli allievi ed i parenti dei medesimi.

Valentino acconsenti alla proposta, e andò ad intraprendere un nuovo tenor di vita in collegio. Prima provò qualche difficoltà ad abituarsi. Invece della voce di una madre tenera aveva un direttore affabile sì, ma deciso nel comandare, severo nel pretendere, rigoroso in ogni ramo di disciplina. Cionondimeno Valentino seppe guadagnarsi l'affezione de' suoi novelli superiori e si applicò di buon animo all'adempimento de' suoi doveri.

Attento ai comandi, puntuale all'orario della scuola e dello studio non perdeva bricciolo di tempo. Ma trovò un gran vuoto nelle pratiche di pietà. Fino allora soleva ogni mattina ascoltare la santa messa; ogni sera faceva con sua madre un po' di lettura spirituale; si confessava regolarmente ogni quindici giorni, ed andava a fare la comunione ogni volta che il confessore glielo permetteva.

In collegio non era più così. Non si faceva né meditazione, né lettura spirituale; le preghiere si recitavano in comune ma una sola volta al giorno, stando in piedi e con grande fretta. Alla messa gli allievi intervenivano solamente nei giorni festivi, le confessioni avevano luogo una sola volta all'anno, alla Pasqua di risurrezione.

Queste cose cagionavano grande angustia nel cuore di Valentino. Inoltre pel passato le sue orecchie non avevano mai udito parole men dicevoli; ma coi novelli compagni si usava ogni libertà nel parlare, ogni frizzo immodesto era tollerato, anzi le cose erano a tal punto che libri e giornali osceni correvano liberamente dall'uno all'altro allievo. Spaventato a quei pericoli Valentino scrisse a suo padre una lettera in cui lo ragguagliava minutamente dei pericoli dell'anima sua, facendo notare quanto la vita di collegio fosse per lui perniciosa. Ma in questa lettera si censurarono non poco la disciplina e l'andamento del collegio perciò il direttore stimò di ritenerla e non mandarla al suo indirizzo. Qualche tempo dopo Osnero andò a vedere il figlio che allora gli potè esporre liberamente le sue afflizioni. Il padre ne fece poco conto e disse che non bisogna darsi in preda agli scrupoli; bensì vivere spregiudicato. 'Se non puoi pregare, confessarti e andare ogni giorno alla messa, gli diceva, potrai poi ricompensare tutto in tempo delle vacanze. Ora procura di imitare i tuoi compagni più allegri e fa in modo di imitarli nella vita felice.' Valentino aveva un carattere dolce e un'indole molto pieghevole, laonde alle parole del padre si calmò e senza badare a quello che sarebbe per avvenire di lui si pose a leggere libri e giornali d'ogni genere. Si associò indistintamente ad ogni sorta di compagni prendendo parte ai loro discorsi qualche volta indifferenti, dirado buoni, spessissimo cattivi. Erano scorse poche settimane ed egli non solo non provava più ripugnanza per quel biasimevole tenor di vita, ma cercava con ansietà ogni mezzo di dissipazione. Non è caso di notare che in quella vita disordinata non pensò più né a confessarsi né a comunicarsi. Malgrado per altro quella vita dissipata non poteva mai cacciarsi di mente i ricordi della madre, e provava gravi rimorsi perché non li metteva in pratica. Una sera tra il rincrescimento del male che faceva e del bene che trascurava ne rimase talmente commosso che diede in dirotto pianto. Ciò non ostante continuò nella vita disordinata. L'unica cosa che non ha mai dimenticato fu una preghiera per l'anima di sua madre che recitava ogni sera prima di porsi a letto.

Ma gli studi come andarono? Se non c'è moralità gli studi vanno male. Di mano in mano che Valentino prendeva gusto alla vita spregiudicata, come avevagli detto il padre, provava ripugnanza allo studio; sicché gli ultimi cinque mesi di quell'anno furono affatto perduti. Nell'esame semestrale aveva ancora ottenuti buoni voti, e il padre dimostrò la sua soddisfazione regalandogli un bell'orologio. Ma nell'esame finale si ebbe un risultato sfavorevole e non fu promosso a classe superiore. A quella notizia Osnero provò grave dispiacere e pel danaro consumato inutilmente e per l'anno di studio perduto. Ciò tanto più gli doleva, perché il suo Valentino sempre erasi fatto onore nelle classi percorse, e sapeva che una mediocre diligenza gli avrebbe bastato perché venisse onoratamente promosso.

CAPO III.

Le vacanze.

Ma i dispiaceri di Osnero crebbero assai quando Valentino ritorné dal collegio. Vide suo figlio entrare in casa senza quasi nemmeno salutarlo. Volendo fargli qualche osservazione sul cattivo esito de' suoi studi, ebbe questa risposta: 'Ho fatto quello che ho potuto, niuno può pretendere di più, e se avessi saputo di ricevere rimbrotti sarei nemmeno venuto a casa.' La sera stessa del suo arrivo andò a letto senza più recitare le solite preghiere, né fare il segno della santa croce. Il mattino invece di andare a messa e servirla con gusto e piacere come in passato, egli dormi fino ad ora molto tarda. Di poi fatta colazione volle subito recarsi a far partita con alcuni compagni la cui frequenza eragli stata rigorosamente proibita dalla defunta genitrice. Un giorno suo padre voleva condurlo seco a passeggio, ma Valentino si rifiutò dicendo avere un appuntamento coi suoi compagni, perciò non potere andare con lui. Il leggendario de' Santi, per tanti anni suo libro prediletto, non voleva nemmeno più aprirlo. In vece per lettura favorita aveva alcuni romanzi osceni che un amico gli aveva regalati prima di partire dal collegio.

Osnero rimase stordito pel cangiamento di suo figlio, e sebbene pel passato non si fosse mostrato molto amante della pietà, amava tuttavia che il figlio si conservasse religioso per conservarlo buono. Gli venne in mente di condurlo dal suo prevosto, cui per lo avanti era sempre stato affezionatissimo, ma Valentino si rifiutò dicendo che dal prevosto ognuno deve recarsi a Pasqua per confessarsi, e non per cagionare disturbo lungo l'anno con visite inopportune. Un giorno mentre Valentino si tratteneva con alcuni compagni gli passò il prevosto vicino, ma egli volgendo la faccia altrove finse di non vederlo e voleva andarsene senza neppure salutarlo. Il prevosto osservò tutto, ma simulando di non accorgersene si avviciné. 'Mio Valentino, gli disse, hai fatto buon viaggio, stai bene, tuo padre è in salute? Egli allora confuso restituì il saluto in fretta, ed asserendo che sarebbe poi passato a fargli visita continuò cammino e discorso co' suoi amici. Oltre a ciò Osnero si accorse che Valentino aveva contratto alcune pericolose abitudini quali sono mentire, giuocare e rubare in casa.

Pieno di dolore l'afflitto padre disse un giorno a Valentino. -Mio caro figlio, quale cosa mai produsse in te un così fatale cangiamento?

- Voi mi avete detto di non lasciarmi dominare dagli scrupoli, e di vivere spregiudicato, io credo di avervi ubbidito.

- Io non intendeva questo...

- Ma io ho inteso così, e se non mi volete in casa, io so dove andare. Osnero lo avvisò, lo corresse più volte e lo sottopose anche ad alcuni castighi, ma senza frutto, perciocché un giorno risposegli un'insolenza, altra volta fuggi, e dimorò tre giorni fuori di casa.

Ad Osnero sembrava impossibile che nello spazio di soli dieci mesi suo figlio tosi religioso, ubbidiente ed affezionato fosse a tal segno cangiato da rispondere con baldanza al padre, non voler più sapere di religione, e divenuto un ladro domestico. Era già sul punto di prendere la disperata risoluzione di farlo chiudere in una casa di punizione, ma non volendo che il. nome di carcere correzionale macchiasse l'onore della famiglia si appigliò a più mite consiglio.

'L'anno scorso, diceva tra se, io ho voluto scegliere un collegio troppo alla moda, mi sono lasciato allucinare dalle apparenze che non infondono né scienza, né moralità. Voglio cercare altro collegio dove la religione sia in modo eccezionale insegnata, raccomandata e praticata. Bisogna pur troppo confessarlo, senza religione è impossibile educare la gioventù. Ma, come potrò risolvere Valentino ad entrare in un collegio di questa fatta, adesso che già contrasse tante pessime abitudini?'

Si avvicinava la fine di Ottobre, ed era giuocoforza deliberare intorno al luogo da scegliersi per Valentino.

Un giorno Osnero per disporre l'animo del figlio a secondare il suo divisamento, lo condusse a fare una partita di campagna; ordiné un pranzo che sapeva tornare di suo gusto, gli fece alcuni regali, lo accarezzò, gli prodigò diverse promesse analoghe a dimande da lui fatte. Alla sera poi giunti ambidue a casa il padre lo chiamò in sua camera, e gli parlò così

- Caro Valentino, ti ricordi ancora di tua madre ?

- Si che mi ricordo e me ne ricorderò sempre, né mai vado a letto senza fare qualche preghiera per l'anima di lei.

- Le porti ancora qualche affezione?

- Moltissima, e come potrò dimenticare una madre così buona e così degna d'essere amata ?

- Faresti tu una cosa che sia a lei di gradimento e a te di grande vantaggio?

A quelle parole Valentino senti commuoversi il cuore, le lagrime cominciarono a spuntargli sugli occhi, di poi dando in dirotto pianto si strinse al collo d' Osnero dicendo: - Caro padre, voi sapete di quanto sia debitore a mia madre, e quanto io 1' abbia amata in vita; se ella ancora vivesse, io mi lancerei nell'acqua e nel fuoco per ubbidirla, voi volete propormi cosa a lei cara? Mio padre, parlate, dite pure, io sono pronto a fare qualunque sacrifizio che possa tornare a lei gradito.

- Valentino, io vorrei proporti un collegio che tua madre prima di morire mi aveva nominato, un collegio dove tu possa studiare e praticare la pietà come appunto facevi nei giorni felici della compianta tua madre.

- Caro padre, io sono nelle vostre mani; tutto quello che voi sapete far piacere a mia madre, piace anche a me, e sono pronto a fare qualunque sacrifizio per eseguirlo.

CAPO IV.

Nuovo Collegio. Ritorna alla pietà.

Osnero non si pensava di poter tosi presto risolvere il figlio a quella mutazione, e la riconobbe come una benedizione del Cielo. Affinché poi l'indugio non generasse difficoltà, volle il di seguente condurlo dal direttore del proposto collegio per trattarne l' ammessione.

Il direttore fu non poco maravigliato alla prima comparsa di Valentino. Abiti nuovi e fatti con eleganza, un cappellotto alla calabrese,un cannino in mano, una catenella luccicante sul petto, una lisciata spartita dei capelli azzimati erano le cose che pronosticavano lo spirito di vanità che già regnava nel cuore del nostro Valentino. Il padre si accordò facilmente intorno alle condizioni di accettazione, di poi supponendo aver altro a fare lasciò il figlio solo a discorrere col direttore. Alla vista d'un giovanotto così atteggiato quel direttore non giudicò opportuno parlargli di religione, ma discorse soltanto di passeggiate, di corse, di ginnastica, di scherma, di canto, di suono. Le quali cose facevano bollire il sangue nelle vene al vanerello allievo al solo udirne parlare. Ritornato poi il padre, appena potè discorrere liberamente con Valentino, 'che te ne sembra, gli disse, ti piace questo luogo, che ne dici del direttore?'

- Il luogo mi piace assai, il direttore sembra tutto di mio genio, ma ha una cosa che mi è affatto ripugnante.

- Che mai, dimmelo, siamo ancora in tempo a provvedere diversamente.

- Tutto in lui mi piace ma egli è un prete, e questo me lo fa mirar con ribrezzo.

- Non bisogna badare alla qualità di prete: piuttosto bada al merito ed alle virtù che lo adornano.

- Ma venir con un prete vuol dire pregare, andarsi a confessare, andarsi a comunicare. Da alcune parole che egli mi disse parmi che già conosca i fatti miei.... basta.... Ho promesso, manterrò la parola, il resto vedremo.

Pochi giorni dopo Valentino entrò nel nuovo collegio. Il padre giudicò d'informare il nuovo direttore di quanto era avvenuto del figlio e come nutrisse tuttora una grande affezione verso la defunta genitrice. Separato dai compagni, distolto dalle cattive letture, la frequenza dei buoni condiscepoli, l'emulazione in classe, musica, declamazione, alcune rappresentazioni drammatiche in un teatrino, fecero presto dimenticare la vita dissipata che da circa un anno conduceva. Il ricordo poi della madre fuggi l'ozio ed i cattivi compagni, gli ritornava sovente alla memoria. Anzi con facilità ripigliò l'antica abitudine alle pratiche di pietà. La difficoltà era nel poterlo risolvere a fare la sua confessione. Aveva già passati due mesi in collegio. Si erano già fatte novene, celebrate solennità, in cui gli altri allievi procurarono tutti di accostarsi ai Santi Sacramenti: ma Valentino non si potè mai risolvere a confessarsi. Una sera il direttore lo chiamò in sua camera e memore della grande impressione che faceva sopra il suo cuore la memoria di sua madre, prese a dirgli così: 'Mio buon Valentino, sai di quale rimembranza ti è la giornata di domani?'

- Si che lo so. Dimani è anniversario della morte di mia madre. O madre amatissima, potessi una sola volta vedervi, od almeno una volta ancora udire la vostra voce!

- Faresti tu dimani una cosa che sia di gradimento a lei e di grande vantaggio a te stesso?

- Oh se lo farei! Costasse qualunque cosa!

- Fa dimani la tua santa comunione in suffragio dell' anima di lei, e le recherai grande sollievo qualora ella si trovasse ancor nelle dolorose fiamme del purgatorio.

- Io la fo volentieri, ma per fare la comunione bisogna che io mi confessi..... Se per altro questo piace a mia madre lo farò, e se lo giudica a proposito io mi confesso subito in questo momento da lei.

Il direttore che altro non aspettava, lodò il divisamento, lasciò che si calmasse la commozione, di poi lo preparò e con reciproca consolazione lo confessò; e il di seguente Valentino si accostò alla santa comunione facendo molte preghiere per l'anima della compianta genitrice.

Da quel giorno la vita di lui fu di vera soddisfazione al suo direttore che non perdette più di vista il figliuolo spirituale che aveva acquistato.

Conservava ancor Valentino alcuni libri parte proibiti, parte dannosi ai giovanetti, e li portò tutti al direttore perché li consegnasse alle fiamme dicendo: 'Io spero che bruciando essi non saranno più cagione che l'anima mia bruci nell'inferno.'

Conservava eziandio alcune lettere degli antichi compagni colle quali gli davano parecchi cattivi consigli; ed egli le ridusse in altrettanti pezzi.

Ripigliò di poi gli studi, scrisse sopra la coperta dei libri i ricordi di sua madre, fuga dall'ozio e dai cattivi compagni.

Mandò quindi una lettera di buon capo d'anno al padre Che provò grande consolazione nel vedere il figlio ritornato ai pensieri che per tanti anni aveva nutriti. Così passò il tempo di ginnasio.

Richiamando alla memoria come nella casa paterna vi erano parecchi libri e giornali cattivi scrisse Valentino tante lettere a suo padre, seppe tanto accarezzarlo soprattutto in tempo di vacanza, fecegli tante promesse, che lo risolse a disfarsi di tutto. Inoltre per alcuni frivoli pretesti il padre mangiava grasso nei giorni proibiti. Valentino col suo contegno, con parole, raccontando esempi, e facendone umile richiesta al padre, riuscì a farlo desistere, inducendolo ad osservar le' vigilie comandate dalla Chiesa appunto come deve fare ogni buon cristiano.

CAPO V.

La vocazione.

Valentino aveva passato cinque anni in collegio colla massima soddisfazione del genitore e de' suoi superiori. Da prima incontrava qualche difficoltà per abituarsi alla nuova disciplina, ma riflettendo che quello era il tenore di vita già praticato con sua madre ne fu assai contento e ne provava continua allegria. In tempo di vacanza era eziandio di grande conforto e di piacere al genitore che quanto più si andava avanzando alla vecchiaia, tanto più concentrava i suoi affetti e le sue speranze nel caro suo figlio. Intanto Valentino percorreva già l'ultimo anno di Ginnasio con una condotta che lasciava niente a desiderare, e in tutti quei cinque anni non parlò mai di vocazione. Aveva più volte dimandato al direttore del collegio a qual cosa lo consigliava di appigliarsi compiuto che avesse il Ginnasio. 'Sta buono, gli rispondeva, studia, prega, e a suo tempo Dio ti farò conoscere ciò che sarà meglio per te.'

- Che cosa debbo praticare, affinchéDio mi faccia conoscere la mia vocazione ?

- S. Pietro dice che colle buone opere noi possiamo renderci certi della vocazione e della elezione dello stato.

Alla pasqua del quinto anno del ginnasio dovendosi cominciare gli esercizi spirituali egli disse che in quest' occasione desiderava trattare della sua vocazione e sebbene da qualche tempo si sentisse grande propensione allo stato ecclesiastico, tuttavia temeva di esserne impedito dalla sua cattiva condotta passata. Si presentò pertanto in quei giorni al direttore, e tenne seco lui un colloquio, che noi abbiamo trovato scritto fra le sue carte; eccolo:

Valentino. Quali sono i segni che manifestano essere o non essere un giovane chiamato allo stato ecclesiastico?

Direttore. La probitò dei costumi, la scienza, lo spirito ecclesiastico. - Come conoscere se vi sia la probità dei costumi ?

- La probità dei costumi si conosce specialmente dalla vittoria dei vizi contrari al sesto comandamento e di ciò bisogna rimettersi al parere del confessore.

- Il confessore già mi disse che per questo canto posso andare avanti nello stato ecclesiastico con tutta tranquillità. Ma e per la scienza?

- Per la scienza tu devi rimetterti al giudizio dei superiori che ti daranno gli opportuni esami.

- Che cosa s'intende per ispirito ecclesiastico ?

-Per ispirito ecclesiastico s'intende la tendenza ed il piacere che si prova nel prendere parte a quelle funzioni di chiesa che sono compatibili coll'età e colle occupazioni.

- Niente altro?

- Vi è una parte dello spirito ecclesiastico che è d'ogni altra più importante. Essa consiste in una propensione a questo stato per cui uno è desideroso di abbracciarlo a preferenza di qualunque altro stato anche più vantaggioso e più glorioso.

- Tutte queste cose trovansi in me. Mia madre desiderava ardentemente che mi facessi prete, ed io era più ansioso di lei. Ne fui avverso per due anni, per quei due anni che voi sapete: ma al presente non mi sento a nissun'altra cosa inclinato. Incontrerò alcune difficoltà da parte di mio padre che mi vorrebbe in una carriera civile, ma spero Glie Dio mi aiuterà a superar ogni ostacolo.

Il direttore gli fece ancora osservare che il farsi prete voleva dire rinunziare ai piaceri terreni; rinunziare alle ricchezze, agli onori del mondo, non aver di mira cariche luminose, esser pronto a sostenere qualunque disprezzo da parte dei maligni, e disposto a tutto fare, a tutto soffrire per promuovere la gloria di Dio, guadagnargli anime e, per prima salvare la propria. 'Appunto queste osservazioni, ripigliò Valentino, mi spingono ad abbracciare lo stato ecclesiastico. Imperciocché negli altri stati avvii un mare di pericoli, che trovansi di gran lunga inferiori nello stato di cui parliamo.' Ma le difficoltà dovevano appunto incontrarsi dalla parte del padre.

CAPO VI.

Le difficoltà.

Al mese di maggio di quell' anno Valentino scrisse al padre una lettera in cui gli manifestava la sua deliberazione e gliene chiedeva il consenso. 'Mio padre, diceva, ho attentamente esaminata la mia vocazione, ho dimandato consiglio ai miei superiori e specialmente al confessore; dopo cui ho deliberato di abbracciare lo stato ecclesiastico. So che voi mi amate, e desiderate il mio vero bene, perciò spero che ne sarete al par di me contento. Quando io era fanciulletto mia madre mi condusse avanti un altare della Madonna, che è nella nostra chiesa, e dopo ripetute preghiere, l'ho più volte udita a dire: Maria, fate che questo mio figlio sia sempre vostro, e se non si oppone al bene dell'anima sua fatene uno zelante sacerdote. Spero che il desiderio di mia madre sarà anche il vostro.'

Alla lettura di questa lettera Osnero restò afflittissimo. Egli aveva una vistosa fortuna; Valentino era l'unico erede, e atteso il suo ingegno non ordinario, il suo amore alla fatica, la vivacità del carattere, la bontà e la pieghevolezza dell' indole se gli presentava davanti una delle più brillanti carriere civili. Perciò l'affezionato genitore desiderava che si appigliasse a qualche carriera nel secolo e fosse per così dire il bastone della sua vecchiaia, il sostenitore del suo nome e della sua famiglia. Scrisse una lettera in cui si mostrava adirato e pentito di averlo messo in quel collegio, criticava quei superiori di averlo educato troppo nella religione, gli comandava di venire immediatamente a casa con proibizione di non mai più parlargli di vocazione. Ma riflettendo alle gravi conseguenze che quella lettera avrebbe potuto produrre, non la spedì, e ne scrisse un'altra più mite del tenore seguente.

'Amato figlio. Dalla tua lettera conosco che tu intendi abbracciare lo stato ecclesiastico. Questa deliberazione è immatura, la tua età ti rende incapace di conoscere quello che tu risolvi di fare. Tu devi dipendere da me, e non da altri. Io sono tuo padre, io solo posso e voglio renderti felice. Le sostanze in casa non ti mancheranno, una luminosa carriera ti si va preparando, un lieto avvenire ti attende. Ma non badare ad altro che a tuo padre. Fammi pronta risposta, e dimmi sinceramente quello che pensi e che vuoi fare.'

Valentino lesse la lettera, e con tutta tranquillità rispose al padre così: 'La vostra lettera conferma la grande affezione che avete sempre avuta per me. Voi, o padre, volete la mia felicità, e questa felicità io la vedo nello stato ecclesiastico. Nissun onore, niuna carriera, né mai altra ricchezza potrà rendermi felice fuori dello stato ecclesiastico. Padre mio, Iddio del Cielo e della terra è mio e vostro padrone. Se egli mi volesse suo ministro vorreste voi opporvi? La dignità del sacerdote non è superiore a tutte le dignità della terra? Se ci assicurassimo la salvezza dell' anima, non avremmo guadagnato il più gran tesoro che l'uomo possa guadagnare sulla terra? Vi assicuro per altro, che qualunque cosa io faccia non sarà giammai per abbandonarvi. Finché vivrà, nulla risparmierà per confortare la vostra età, amarvi e rispettarvi e procurarvi una vita felice.'

Osnero comprese che colle opposizioni non avrebbe guadagnato nulla sull'animo del figlio, quindi giudicò meglio dissimulare ogni suo divisamento e attendere le vacanze. Perciò gli scrisse che aveva con piacere ricevuta la sua lettera, si facesse animo e che terminati i suoi esami fosse tosto andato a casa. Del resto avrebbero poi parlato di presenza e si sarebbero di ogni cosa intesi alla fine dell'anno scolastico. Valentino con esito felicissimo subì i suoi esami, ma non sapeva risolversi di andare a casa per timore che il padre continuasse ad opporsi alla sua vocazione. Osnero dal suo canto non vedendo il figlio, venne egli stesso a prenderlo per condurlo in vacanza. Qui ci fu una scena assai commovente. Valentino desiderava che prima di partire il padre gli assicurasse il sospirato consenso di farsi prete; questi nulla voleva promettere, e l'altro non voleva nulla risolvere. In fine Osnero prese questo temperamento dicendo: 'Se la tua vocazione ti viene dal cielo, io non voglio oppormi e ti do il mio pieno ed assoluto consenso. Ma siccome io temo che tu non conosca quello che fai, così io voglio che venga a casa; e dopo alcuni giorni di vacanza ci apriremo liberamente il nostro cuore, quindi se perseveri nello stesso volere ti lascierà pienamente libero, anzi niente risparmierà per favorirti e secondarti nel nobile tuo disegno.'

A quelle parole, a quelle promesse Valentino si arrese. Nel congedarsi dal collegio il direttore gli indirizzò queste parole: 'Mio buon Valentino, una gran battaglia ti aspetta. Guardati dai cattivi compagni e dalle cattive letture. Abbi sempre la Madonna per madre tua e ricorri spesso a lei. Fammi presto sapere delle tue notizie.' Valentino molto commosso tutto promettendo partì col padre alla volta della patria.

CAPO VII.

Una guida fatale.

La più trista sventura che possa cogliere un giovanetto è una mala guida; di essa pur troppo fu vittima anche il nostro Valentino. Mi trema la penna in mano mentre scrivo, e non crederei a me stesso se la verità del racconto non escludesse ogni dubbio. Quell'infortunio possa almeno servire di ammonimento ad altri.

Giunto Valentino alla casa paterna fu lasciato alcuni giorni in balia di se stesso, senza che gli fosse fatta parola di vocazione. Intanto il padre accecato dal desiderio che suo figlio dovesse divenire il sostegno del suo nome e dello stipite della famiglia, voleva a qualunque costo indurlo a cangiar progetto intorno alla vocazione e per riuscire si appigliò al diabolico divisamento di affidarlo ad un uomo di guasti costumi, affinché insegnasse la malizia al povero suo figlio. Padre infelice, per la speranza di un misero temporale vantaggio rovina la casa, l'onore, il corpo, l'anima propria e del figlio!

Osnero adunque affidò Valentino ad un certo Mari, affinché lo conducesse in mezzo al mondo, glielo facesse bene conoscere, dipoi deliberasse intorno alla sua vocazione. Questo Mari era uomo alquanto attempato, il quale aveva passata la vita ne' passatempi e ne' vizi, che solamente la sua età costringeva di abbandonare. Osnero disse dunque: 'Mio caro Mari, voi siete sempre stato un amico sincero della mia famiglia; ora ho cosa di molto rilievo da raccomandarvi. Il mio Valentino vuol farsi prete, io non voglio..... Voi già mi capite, prendetelo seco voi, fatelo viaggiare, vedere, godere quanto vi è nel mondo. Ciò che spenderete è tutto a mio conto, abbiate soltanto cura della sua sanità.'

'Lasciate far da me, rispose Mari sorridendo, comprendo tutto, voi non potevate scegliere persona più capace per quest'impresa, io procurerà di contentare il figlio e rendere a voi il servizio che desiderate.' Partirono, e nel partire Mari si adoperò che Valentino seco non avesse alcun libro di divozione; laonde per fargli passare la noia del cammino gli andava raccontando mille storielle di frati, di preti, di monache; da prima indifferenti, di poi andò avanti grado per grado in cose invereconde. Quindi gli somministrò libri di materie oscene che a prima vista Valentino rigettò con orrore; ma che poco a poco cominciò a leggere per passatempo, di poi per curiosità, e non era ancora scorso un mese quando il povero Valentino erasi già abituato ad ogni genere di lettura e discorsi. Una sola parola di un amico forse in quel momento l'avrebbe ritratto dalla rovina, ma quell'amico non l'ebbe. Così il perfido Mari dopo di avere fatto girare l'infelice Valentino per alberghi, giuochi, caffè, balli, teatri, dopo averlo fatto viaggiare in vari paesi e città, finalmente riuscì a sedurlo e per colmo di sventura ingolfarlo in quel vizio che S. Paolo vuole che sia nemmen nominato fra i cristiani. Valentino vedeva l'abisso verso cui camminava e sul principio ne sentiva i più acuti rimorsi. Cercò più volte di andarsi a confessare; ma la scellerata guida ne lo ha sempre impedito. Una sera voleva a qualunque costo recarsi presso un convento di cappuccini e Mari gli fece sbagliare la strada e lo condusse in una casa di perversione. Valentino fu dolente e provò tale rincrescimento e giunse a tal segno di disperazione che era per precipitarsi già da una finestra del terzo piano dell'albergo, se Mari non fosse corso a trattenerlo per gli abiti. 'In quel momento, disse più tardi Valentino, io giudicava che la morte fosse un male minore dei rimorsi di coscienza, da cui era in quell'istante travagliato.' Ma questi rimorsi non durarono molto. Quasi insensibilmente Mari abituì Valentino ai cattivi discorsi, ad ogni lettura perversa, e richiamando alla memoria il buon tempo goduto nel primo anno di collegio si abbandoné ad ogni sorta di vizio, anzi dopo sei mesi di vita disordinata non solamente non faceva più opposizioni a Mari, ma di buon grado lo secondava in ogni suo malvagio volere. Vedendo le cose a questo punto, persuaso così di avere compiuta la diabolica sua missione, Mari ricondusse Valentino al padre.

- Credo avervi servito, disse Mari salutando Osnero.

- Vi ringrazio, Mari, voi siete sempre stato un amico di mia famiglia, ed ora avrete un motivo di più alla mia gratitudine.

- Padre, disse Valentino correndo ad abbracciarlo, padre, io sono tutto ai vostri cenni.

- Non ti farai più prete

- No certamente, farò qualunque altra cosa, ma non prete.

- Sia benedetto il Cielo, io sono un padre fortunato. Dimani voglio invitare tutti i miei amici a festeggiare il tuo ritorno.

Osnero era come colui che cammina tranquillo sopra un terreno coperto di fiori ignorando che sotto ai medesimi vi sia un abisso profondo, né sarebbesi giammai immaginato che il ritorno di Valentino dovesse per lui essere presagio d'immensi mali.

CAPO VIII.

Le amarezze di Osnero.

Osnero fo consolato assai alla notizia che suo figlio non pensava più allo stato ecclesiastico; ma non rifletteva che il tempo passato con Mari l'aveva condotto ad abominevoli dissolutezze. Valentino non parlò più di sacramenti, si diede alle cattive letture, ai giuochi, all'intemperanza, e ad altri vizi detestabili. Ma dove prendere danaro per soddisfare a tante passioni? Da prima il padre ne somministrava, ma quando esso glielo negò, Valentino cominciò per mettere a pegno il suo orologio, di poi a vendere alcuni abiti e parecchi sacchi di frumento. Un giorno riuscì anche ad aprire un forziere del padre e gli involò una borsa piena di pezzi d'oro. Il padre si accorse allora del cattivo punto cui era stato condotto il figlio e per tentare di allontanarlo dai compagni e dallo stesso Mari pensò di mandarlo a fare il corso di filosofia in una città. Ma non era più a tempo. Valentino si diede ad una vita disordinata. Impiegava il danaro della pensione in partite di bigliardo; quando non ebbe più danaro contrasse uno e poi un altro mutuo che Osnero pagò per non vedere suo figlio tradotto avanti ai tribunali dei malfattori. L'afflitto padre malgrado la sua cadente età intraprese più volte il viaggio fino a quella città, pregò, avvisò suo figlio, gli raccomandò di ritornare alla religione, alla vita felice che un tempo godeva.

- Padre, rispondeva Valentino, le lezioni di Mari producono il- loro effetto, mi è impossibile tornare indietro. So che sono per la strada della rovina, ma bisogna andare avanti.

- Caro Valentino, disse il padre piangendo, dammi ascolto. Vieni a casa, fa quello che vuoi, purché abbandoni la cattiva strada per cui ti sei messo. Questa tua vita ti conduce al disonore, alla miseria, all'infamia, e conduce me anzi tempo alla tomba.

Valentino lo guardò fisso, e come volesse dire essere quello per colpa sua soggiunse: 'Perché mi avete impedita la vocazione?' Ciò detto abbandoné il padre in mezzo di una piazza, andò da un sensale per contrarre un altro mutuo maggiore dei primi, poi ritorné ai suoi tristi compagni. Quest'atto fu come un colpo di spada al cuor di Osnero. Conobbe allora la conseguenza fatale di una vocazione impedita, detestò la conoscenza del perverso Mari, deplorò il momento in cui gli aveva affidato il suo caro Valentino, ma fu pentimento senza frutto. Nell'eccesso del dolore si mise a piangere, ed andava per le vie di quella città esclamando: 'Se mai potessi far tornare a casa il mio Valentino sarei contento che si facesse prete, frate, e qualunque altra cosa, purché tornasse indietro dalla via del disonore! Padre infelice, figlio sventurato! che tristo avvenire si prepara mai per te!

Giunto a casa supplicò il suo parroco a dargli lume e consiglio: il parroco provò a scriver lettere a Valentino, che nulla rispose. Supplicò alcuni amici che abitavano nella medesima città affinché volessero tentare i mezzi estremi per richiamare il figlio dalla via del libertinaggio. Ma mentre queste cose si trattavano giunse la notizia che Valentino si era associato ad alcuni malandrini i quali lo fecero prender parte ad una delle più nefande azioni. Fu sorpreso sull'atto del delitto e coi perversi compagni tradotto in carcere. Osnero non potè sostenere quel colpo fatale: la sua età, la sensibilità del suo cuore parvero trarlo fuori di senno. Cadde svenuto sulle braccia d'alcuni amici che erano accorsi per recargli conforto. Ritornato in sé un momento, 'Maledetto Mari, esclamò, me sventurato, figlio infelice! Io vado a rendere conto a Dio..... di una vocazione impedita.

Ciò detto cadde nuovamente in deliquio e sorpreso da fremito violento spirò.

CAPO IX.

Ultime notizie di Valentino.

Morto Osnero i creditori di Valentino vollero essere tutti pagati, perciò si dovette vendere ai pubblici incanti parte delle sostanze paterne. L' altra parte venne devoluta al fisco che per dare corso ai processi, pagare i mutui fatti, indennizzare alcuni cui Valentino aveva cagionato grave danno, mandò a fondo ogni sostanza. Di Valentino erasi soltanto saputo come tradotto da uno ad un altro carcere, la sua causa era giudicata assai grave, la sua stessa vita in pericolo, di poi passarono più anni senza che niuno avesse potuto avere sentore di lui. Finalmente per posta giunse al direttore del collegio, dove egli aveva fatto il ginnasio, una lettera, in cui dava ragguaglio della condanna a lui toccata con alcune notizie che credo bene di mettere qui per intiero:

Sempre amato Sig. Direttore.

Chi vi scrive è un vostro antico ed una volta a voi caro allievo che ora è un condannato ai lavori forzati. Inorridite, perdonatemi e leggete. Quando partii da voi per recarmi in vacanza col povero mio genitore aveste la bontà di darmi alcuni ricordi che avrebbero fatto la mia fortuna, se gli avessi posti in pratica; ma stolto che fui, li ho trascurati con irreparabile mio danno. Mi diceste di scrivervi presto. Ma un poco per colpa, un poco per impotenza nol feci mai. Ora mi è dato di farvi pervenire una lettera per mano sicura, e perciò compio il mio dovere, e verso nel vostro paterno cuore le amarezze dell'animo mio, come già un tempo depositava ogni segreto della mia coscienza - Che tristi fatti succedettero dopo la nostra separazione! L'infelice mio padre per impedirmi la vocazione mi affidò ad un uomo scellerato, che con modi scaltri e seducenti mi ingolfò in ogni sorta di vizi.

I rimorsi, l'orrore al male mi hanno sempre accompagnato, ma non potei mai risolvermi a ritornare indietro. L' ultimo delitto, inoridisco a dirlo, fu un assassinio. O cielo! che nefanda parola! Un vostro allievo che riportò il primo premio di moralità; che voleva abbracciare lo stato ecclesiastico oppure percorrere una luminosa carriera nel secolo, ora è costretto di coprirsi della più nera infamia e chiamarsi assassino. Ascoltate. Dopo aver passato alcuni anni nel giuoco e nei bagordi io mi trovava oppresso dai debiti ed inseguito dai creditori. Colla speranza di guadagno aveva passata una notte nel giuoco con alcuni ribaldi. Quando trovandoci tutti- senza danaro uno di loro propose d'introdurci in una casa mentre il padrone dormiva, e commettere un furto. Ognuno guardò fisso in volto il male augurato consigliere e tremò a quella detestabile proposta, giacché appartenevano tutti ad onesta famiglia, ma niuno ardi fare osservazioni - Con false chiavi e con qualche rottura eravamo già penetrati in una camera, scassinata una cassa di ferro, già poste le mani sopra una vistosa somma di danaro, allora che svegliandosi il padrone, è ai ladri, ai ladri >> si mette a gridare, 'ai ladri, gridano i servitori, e tosto danno di piglio a stanghe, bastoni, tridenti od altro che cadde loro nelle mani. Un, dei miei compagni per frenare le grida di spavento e per difendersi sconsigliatamente sparò una pistola che andò a colpire un braccio della moglie del padrone che giaceva tuttora in letto ammalata. Alle grida che si andavano da ogni angolo elevando tentammo di fuggire, ma non fummo più a tempo. La forza pubblica si era impadronita di tutte le uscite e noi in numero di cinque cademmo nelle mani de' gendarmi. La povera ammalata sia per la ferita toccata, sia pel male che già aveva, o per lo spavento che provò rimase convulsa e nel giorno seguente cessò di vivere. Intanto fummo tutti condotti prima in una di poi in altra prigione. Finalmente dopo due anni uno fu condannato ai lavori forzati a vita, io e gli altri tre ad anni quindici della medesima pena. Ora sono qui da tre anni; in vista della mia buona condotta mi vennero già condonati due anni. Chi sa che qualche favorevole avvenimento non mi procuri altra diminuzione di pena!

O caro padre dell' anima mia, chi l'avrebbe mai immaginato che un vostro allievo, il quale accolse con tanto piacere i vostri avvisi, e fu tante volte confortato dalle vostre carezze dovesse un giorno diventare, orrendo a dirsi! un galeotto? Ora ascoltate dove andarono a terminare tutte le agiatezze di mia famiglia ed in quale condizione io mi trovo. Da mattino a sera condannato a duri e faticosi lavori senza altro compenso che continui strapazzi e non di rado sonore vergate. Il mio letto è un duro saccone; una scodella di minestra al sale, un po' di pane e di acqua sono il mio alimento quotidiano. Ma questo è niente. L'odio poi, il disprezzo, le imprecazioni, le oscenità, le bestemmie che orrende e continue ci suonano all'orecchio rendono questo luogo simile all'inferno. Il disonore portato alla famiglia, l'infamia, di cui ho coperto il mio nome, il tristo mio avvenire, la morte anticipata all'amato mio genitore sono rimorsi che mi agitano giorno e notte. Forse voi direte: Come hai tu potuto diventare tanto scellerato, mentre per cinque anni fosti cotanto buono con noi? Io non sono mai stato, nemmeno adesso non sono un scellerato. Io sono un giovane infelice, uno sventurato, ma non perverso. L'opposizione fatta dal padre alla mia vocazione, una guida infame mi condussero prima alla frequenza di perversi compagni, di poi all'abisso in cui mi trovo. Ma la religione fu sempre meco ed in ogni malvagia azione non potei mai dimenticare quella parola che con tanta bontà mi avete più volte fatto risuonare all'orecchio: Se perdi l'anima tutto è perduto, se salvi l'anima tutto è salvo in eterno. Ora conosco le enormità de' miei delitti, adoro la mano del Signore che mi ha percosso e accetto i miei mali in penitenza de' miei misfatti. Non so quale sia per essere il futuro mio destino; ma se mai potrò un giorno uscir dal luogo del disonore, correrò immediatamente ai vostri piedi; i vostri consigli saranno la norma delle mie azioni per tutta la vita; anzi ho ferma speranza che nella vostra grande bontà sarete per darmi presso di voi una qualunque siasi occupazione comunque vile, purché io possa lavorare, far penitenza e salvarmi l'anima. Vogliate intanto raccomandare caldamente ai genitori di giovani studenti di aprire l'occhio se dove mettono i loro figli ad educare vi sia religione e moralità, né mai si oppongano alla scelta della loro vocazione. Ma non cessate mai di raccomandare due cose speciali a' miei antichi compagni o ad altri giovanetti che si trovassero tuttora sotto alla vostra paterna disciplina, che Fuggano i cattivi compagni come nemici funesti che conducono anima e corpo alla rovina; ' Nel decidere della loro vocazione ci pensino seriamente e dopo la preghiera si tengano ai consigli di una guida pia, dotta e prudente. Qualora per altro incontrassero difficoltà da parte dei genitori non seguano il mio esempio, si acquietino, preghino, insistano presso ai parenti con pace e tranquillità, fino a tanto che vengano tolti gli ostacoli e possano compiere le cose che sono secondo l'adorabile volontà del Signore.

Pregate Dio perché mi conceda la grazia di poter ancora rivedere l'amato vostro cospetto per essere guidato dai paterni vostri consigli, riparare i miei scandali con una vita cristiana finché per la grande misericordia del Signore mi sia dato di abbandonare l'esiglio e la valle del pianto per quindi volare in seno al Creatore per lodarlo e benedirlo in eterno.

CAPO X.

Morte di Mari.

Mari erasi trovato anch'egli presente alla morte di Osnero, e quando esso lanciogli contro quella maledizione, lo fissò con uno sguardo così minaccioso e truce che ne rimase tutto atterrito. Pareva che quello sguardo gli volesse dire: Mari, tu sei cagione delle mie sciagure, e della mia morte. E sebbene la vera causa del suo male fosse Osnero medesimo, perciocché egli non avrebbe mai dovuto affidare suo figlio ad un uomo scostumato, per altro è vero altresì che Mari fu lo strumento fatale di quella iniquità né mai avrebbe dovuto aderire all'inconsiderata proposta di un amico con mezzi tosi empi e nefandi. Ora dovete notare che Mari vantavasi per uomo spregiudicato in fatto di religione, non aveva mai dato segno di paura, ne pei vivi, ne pei morti; tuttavia dopo la morte di Osnero gli pareva che il terribile sguardo di lui lo accompagnasse giorno e notte. Fu talvolta veduto lasciare il pranzo e fuggire spaventato, come diceva, dal tetro aspetto di Osnero che lo minacciava.

Non di rado notte tempo svegliavasi gridando e chiamando i suoi servi perché accorressero ad allontanargli lo spettro o l'ombra di Osnero. Quest'omora, questo spettro credo fossero niente altro che i rimorsi della coscienza i quali sono sentiti anche dai più malvagi.

Mari stesso non potendo persuadersi che ciò non fosse trasporto di. fantasia, giudicò di trovare qualche sollievo nei giuochi, nelle feste da pranzo, nelle partite cogli amici, ma non riuscì a migliorare la sua sorte, perciocché appena ritornava a casa, gli spettri, le ombre, le immaginazioni lo atterrivano pini che mai. Uno dei suoi antichi amici gli suggerì un giorno di andare a chiedere qualche buon consiglio dal parroco. 'I preti, gli diceva, hanno certi segreti o consigli o benedizioni, come dicono essi, che spesse volte sono efficacissimi a calmare le interne desolazioni. ' Mari non era famigliare né col paroco, né con altri preti, ma soleva trattare tutti con gentilezza e con grande cortesia; né aveva mai mostrato contro al suo prevosto alcuna avversione se non quella che un uomo mondano suole avere pei ministri della religione. Ritardò ciò non di meno alcuni giorni finachò vedendo ognor più crescere le sue pene, ed i suoi affanni, si deliberò di fare la proposta visita al suo paroco. Quell'uomo di D'o lo accolse con tutta bontà, e discorrendo ascoltò la relazione delle angustie e dei mali di Mari. In fine il buon pastore cercava di calmarlo facendogli osservare essere quello un effetto della profonda impressione cagionata dalla perdita dell'amico Osnero. Di poi stringendo affettuosamente a Mari la mano, disse: 'Tuttavia, o caro Mari, io credo di proporvi un rimedio efficacissimo pei vostri mali, e che vi apporterà un sensibile vantaggio.

- Si parlate, io farò e prenderò il rimedio che sarete per suggerirmi, io vi ho sempre stimato assai, ed ho in voi molta confidenza.

- Voi pel passato non avete badato gran cosa alla religione. Le gravi vostre occupazioni forse ve ne hanno distolto. Ora ascoltate la voce del vostro pastore, preparatevi, fate una buona confessione, e in questo voi troverete un potente sollievo ai vostri mali.

A queste parole inaspettate Mari cangià di colore in volto dando un severo sguardo al paroco, di poi pigliando il cappello si alzò in piedi. 'Signor prevosto, sono vostro servo, queste non sono cose da proporsi a Mari.' - Ciò detto tutto pien di collera immantinenti parti.

Giunto a casa con sita grande sorpresa trovò una lettera inviatagli da Valentino. In quella gli rimproverava nel modo pili duro e risentito le perfide insinuazioni con cui l'aveva messo per la via del disonore e della desolazione. 'I vostri perversi consigli, terminava la lettera, condussero la mia casa alla rovina, mandarono il caro mio padre anzi tempo alla tomba, e di un onesto giovanetto faceste un galeotto.'

Questi rimproveri furono un colpo di fulmine all'abbattuto animo di Mari, sicché vie più sembravagli di essere inseguito dallo spettro di Osnero, e dal rimorso di aver fatto infelice Valentino. Cadde quindi nella inedia a segno che aveva a noia ogni sorta di cibi, e in breve si trovò ridotto ad una estrema debolezza. Febbri, infiammazioni degli intestini, ed una specie di ulcerazioni, furono come le conseguenze dei mali già esistenti.

In quello stato compassionevole Mari cominciò a pensare seriamente ai casi suoi, e accorgendosi che l'ulcerazione dei visceri estendevasi fino alla gola, ed una quantità di piccole pustule invadevano la lingua che gonfiando sensibilmente lo minacciavano d'impedirgli la loquela, non potè più illudersi della gravità del male. 'Povero Mari, fu udito esclamare tra sè, ogni cosa sta per finire per te, tu devi abbandonare il mondo, e dove andrai? li tuo corpo al cimitero, ma l'anima tua? Povero Mari! Se tu avessi pensato per tempo a questo momento, quanto mai ora saresti confortato!'. Dopo chiese una bibita che non potè inghiottire. Fece allontanare i suoi servi ed i suoi amici per riposarsi un momento; ma appena potè gustare alcuni istanti di sonno che subito si svegliò gridando e chiamando aiuto.

'Miei cari, disse a' suoi amici, in questo momento m'apparve tremenda in sonno l'ombra di Osnero, che mi rivelò prossima la morte e la comparsa che presto dovrò fare innanzi al Giudice supremo. Forse non sarò più a tempo, tuttavia voglio fare l'ultima prova; andate tosto a pregare il signor prevosto, ditegli che io sono vicino a morte, e che lo attendo al più presto possibile.'

Il prevosto soleva andare ogni giorno a prender notizie di Mari, ma gli fu sempre vietato di avvicinarsi al suo letto. In quel momento egli si trovava appunto alla porta di casa chiedendo di entrare. Fu sull'istante introdotto dall'infermo.

- Signor prevosto, gli disse Mari commosso e maravigliato di vederlo così presto presso di lui, perdonatemi le ingiurie che vi ho fatto, io vi ho oltraggiato. . .

-Non parlate di perdono, io non fui mai offeso da voi, io vi ho sempre amato e più vi amo adesso che mi fate il più grande piacere di ammettermi alla vostra presenza.

- Signor prevosto, soggiunse Mari rompendo in lagrime, posso ancora avere speranza di salvarmi?

- Si, caro Mari, la misericordia di Dio è infinita. Egli vi diede tempo, vi dì la volontà e dispose che io qui mi trovassi per aiutarvi. Fatevi animo,' voi siete nelle mani di un amico.

- Dio vorrò perdonare la moltitudine delle mie iniquità?

- Si, Mari, io ve l'assicuro a nome di questo Salvatore, la cui bontà immensa vedete rappresentata sopra questo crocifisso. Ciò diceva, mostranédogli l'immagine di un crocifisso che portava sempre seco nelle visite agli infermi.

- Che fare adunque?

- Una buona confessione.

- Non ne son più capace, le forze mi mancano.

- Non ve ne date pena, io sono il vostro prevosto, io vi aiuterà, rispondete solamente a quanto vi dimando.

Quindi con zelo e con carità gl'incominciò la confessione. Uno interrogava, l'altro rispondeva, e dove Mari restava confuso, il prevosto con disinvoltura ammirabile faceva la parte di confessore e di penitente. Ma che? dopo alcuni minuti Mari apparve così sfinito di forze e la sua lingua gonfiò tosi sensibilmente, che gli si impediva quasi affatto. di parlare. Ciò nondimeno, non senza gravi difficoltà, potè terminare la sua confessione.

Compiuta la confessione Mari si mostrò molto più tranquillo, e in mezzo a' suoi mali apparve con aria ilare quale da molti anni niuno l'aveva più veduto. Chiamati quindi i suoi parenti ed amici fece uno sforzo e profferò queste ultime parole: 'Ho dato scandalo, perdonatemi, i miei mali e la mia morte siano in penitenza de' miei peccati. Mio Dio, vi ringrazio, mio Dio misericordia.' Desiderava molto di ricevere il Viatico, ma le ulcerazioni della gola e la gonfiezza della lingua ne lo impedirono. Visse ancora due giorni in quello stato di angustia e di patimento con piena cognizione, ma con piena rassegnazione ai divini voleri, senza poter parlare. Il suo prevosto non lo abbandoné più né giorno né notte, e qualora egli avesse tentato per qualche istante di allontanarsi Mari lo prendeva tosto per mano, gliela baciava affettuosamente e lo invitava con segni di caldo desiderio a rimanere. Baciava spesso il crocifisso, e ripeteva medio che poteva le frequenti giaculatorie che di quando in quando gli erano suggerite.

Poche ore prima che mandasse l'ultimo respiro, apparve molto agitato voleva parlare e non poteva, baciò il crocifisso, di poi portò gli occhi sopra gli astanti, e non potendo dire parole, si mise a piangere. Gli astanti erano costernati perché non potevano comprendere quello che volesse esprimere e pensarono di portargli una penna con un foglio di carta per provare se mai avesse potuto in qualche modo palesare i suoi pensieri.

Mari ne mostrò piacere, prese la penna e sorretto nella persona dai suoi amici, e appoggiando la mano sul braccio del prevosto scrisse queste parole: 'Valentino, perdono dello scandalo dato, vivi da buon cristiano e sarai felice in punto di morte. Io muoio pentito; la divina misericordia sia per me e per te, ti attendo all'eternità.' Dopo lasciò cadere la penna e facendo una specie di sorriso, come di chi ha soddisfatto ad un suo grande desiderio, si adagià di nuovo sul suo capezzale, entrando quasi subito in agonia, senza più dare alcun segno di cognizione. Il prevosto che poco prima gli aveva amministrato l'Olio Santo allora gli comparti la benedizione papale. Di poi mentre leggeva le preghiere del proficiscere l'anima di Mari lasciò di vivere nel tempo per andare a cominciare la sua eternità dove speriamo avrà trovato misericordia nel cospetto del Signore.

Con approvazione Ecclesiastica.

DIVOTA PREGHIERA NELLE PRESENTI CALAMITA' DELLA CHIESA.

Dolcissimo Gesù, nostro divin Maestro! che sempre sventaste le nefande macchinazioni con cui i Farisei frequentemente v'insidiavano, dissipate i consigli degli empi e di tutti coloro che nella pusillanimità dello spirito cercano colle loro fallaci arguzie di adescare ed ingannare il popolo. Col lume della vostra grazia rischiarate tutti noi vostri discepoli, affinché non restiamo corrotti dall'astuzia dei sapienti di questo secolo, che spargono dappertutto i loro perniciosi sofismi per trarre anche noi nei loro errori. Concedeteci tale un lume di fede da farci conoscere le insidie degli empi, sicché fermamente credendo i dogmi della vostra Chiesa, costantemente rigettiamo i cavilli spacciati come assiomi.

Il Santissimo Signor nostro Pio, per divina Provvidenza Papa IX, il 21 di ottobre del 1866 benignamente concedeva cento giorni di vera indulgenza nella forma consueta della Chiesa a coloro che piamente e divotamente reciteranno la presente orazione.