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SEZIONE SECONDA
Indirizzi di vita spirituale per i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice

Presentazione
Il primo viaggio di don Bosco a Roma, tra febbraio e aprile 1858, fu cruciale per i successivi sviluppi della sua Opera. Scopo principale era il pellegrinaggio sui luoghi dei martiri nel cuore della cattolicità. Ma il santo era mosso anche dal desiderio di "incontrare la persona del papa e ricevere da lui suggerimenti ed incoraggiamenti in ordine all'opera intrapresa a Torino per la salvezza dei giovani"1. In particolare egli voleva confrontarsi sull'istituzione di una forma associativa che garantisse la stabilità dell'Oratorio e dell'annesso ospizio. Venne orientato da Pio IX alla fondazione di una congregazione religiosa con voti e sollecitato a presentare un abbozzo di regole. Inizia così il processo che porterà, passo dopo passo, al consolidamento del progetto dal punto di vista religioso e giuridico2.

Dopo l'atto ufficiale di fondazione della Società di San Francesco di Sales (18 dicembre 1859), don Bosco, che già da alcuni anni stava curando la formazione dei suoi giovani collaboratori nello spirito ecclesiastico, nel distacco del cuore da ogni ambizione personale, nello zelo apostolico e nell'esercizio delle virtù, si impegna con più determinazione per plasmarli spiritualmente in finzione della progressiva acquisizione di una mentalità e di uno stile di vita da religiosi consacrati.

Questa sezione contiene documenti fondamentali per cogliere l'idea del religioso salesiano nella mente di don Bosco e i tratti spirituali che, a suo giudizio, lo devono caratterizzare, a partire dai cauti suggerimenti degli inizi fino ai robusti ed esigenti interventi formativi degli anni Settanta e Ottanta.

La sezione è strutturata in cinque parti.

La prima è costituita dall'istruzione "Ai soci Salesiani" (n. 224), posta dal santo come introduzione alle Costituzioni, al fine di fornire ai suoi discepoli una chiave interpretativa autentica della vocazione religiosa salesiana.

La seconda parte include alcuni testi costituzionali primitivi: il primo abbozzo
1. Francesco MOTTO, Don Bosco mediatore tra Cavour e Antonelli nel 1858, in RSS 5 (1986) 6.

2 Sul processo di fondazione e le sue tappe, fino al conseguimento dei "benefici" (1884), si veda la prima parte di questo volume, sezione seconda: Don Bosco fondatore, nn. 30-39.
di regole della Società salesiana, compilato tra 1858 e 1859 (n. 225), la traduzione (1875) del testo definitivo approvato dalla Santa Sede in versione latina nel 1874 (n. 226), le regole delle Figlie di Maria Ausiliatrice stampate nel 1885 (n. 227).

La terza parte comprende una scelta di lettere circolari di grande spessore spirituale inviate da don Bosco ai Salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice (nn. 228-237).

La quarta è costituita da lettere personali del santo ai discepoli e alle discepole, con indicazioni spirituali molto significative, concretissime, che documentano il robusto modello ascetico propugnato dal fondatore (nn. 238-257).

La quinta parte accoglie cinque conferenze e tre sogni destinati ai Salesiani (nn. 257-265). Sono un saggio degli sforzi di don Bosco per infondere nei figli il senso di appartenenza alla Congregazione insieme ad un'idea corretta della consacrazione religiosa e delle sue ripercussioni operative sul vissuto.

Lo scritto Ai soci Salesiani, i capitoli centrali delle primitive Costituzioni e la selezione di lettere circolari, di corrispondenze, di conferenze e di "sogni", ci svelano quale fosse la tempra spirituale e morale del religioso e della religiosa voluti da don Bosco; quale vigorosa concezione egli abbia avuto dello spirito che deve animare la vocazione salesiana. Questo modello esigente va compreso nell'orizzonte del primato assoluto di Dio e nell'ottica evangelica della sequela, che include un distacco radicale da sé, una consegna senza ripensamenti.

Le ricadute concrete di tale visione sono tali da configurare uno stile di vita così radicale e austero che ci lascia sbalorditi: un'obbedienza senza limiti, generosissima; un vissuto essenziale e ascetico, eppure gioioso; una laboriosità impressionante, in funzione della missione comunitaria; una carità benigna, paziente e senza confini; una fraternità amorevole, unita ad una castità rigorosamente vigilata; "una pietà che dà il massimo sviluppo all'orazione vitale, ossia all'unione con Dio"3; una fedeltà assoluta alle più piccole prescrizioni delle Regole; una capacità di adattamento duttile e creativa; una tensione apostolica ardentissima fino all'immolazione.

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3 P. SCOTTI, La dottrina spirituale di don Bosco..., p. 74.

I. LA "TEOLOGIA" DELLA VITA RELIGIOSA
DI DON BOSCO
Come introduzione alla prima edizione italiana delle Costituzioni salesiane, pubblicata nel 1875, don Bosco scrisse un'ampia lettera Ai soci Salesiani, per orientarli nell'interpretazione delle regole e infondere in essi una corretta idea della vita religiosa. Più tardi la rifinì e la ampliò, con l'aiuto del maestro dei novizi donBarberis, per la terza edizione italiana delle Costituzioni (1885). È un documento rilevante dal punto di vista spirituale. "Si può considerare una piccola summa, la più compiuta, di quella che si potrebbe definire la teologia della vita religiosa di don Bosco. In essa confluiscono idee che egli era venuto man mano maturando a cominciare dalla composizione degli scritti di storia ecclesiastica e dei papi, poi nella elaborazione delle costituzioni e dei documenti redatti per ottenerne l'approvazione, ulteriormente arricchite nelle conferenze locali e generali, nelle istruzioni tenute agli esercizi spirituali degli ultimi anni '60 e i primi '70, espresse nelle lettere individuali e circolari e nei consigli privati'''.

Vi troviamo temi classici sulla vita consacrata, attinti dalle operette spirituali di sant’Alfonso, ma riformulati alla luce dell'esperienza personale: l'importanza di corrispondere con generosità alla volontà di Dio; i mezzi per custodire la vocazione; i vantaggi temporali e spirituali della vita religiosa; il significato dei voti e la loro pratica; la carità fraterna come elemento connotativo della comunità salesiana; il modo di superare i dubbi di vocazione; i difetti da evitare.

Da questo documento emerge lo sforzo del fondatore per dare alla nascente Società salesiana un carattere religioso più definito, una struttura "compatta ad intra e ad extra, garantita nella sua stabilità e continuità dall'autorità pontificia e saldamente aggregata intorno al superiore, generale e locale'5.

La seconda edizione dello scritto — quella qui riprodotta — denota un allargamento delle tematiche e delle visioni. La vita religiosa viene ancorata saldamente alle sue radici evangeliche. Sono inseriti tre nuovi paragrafi: sull'importanza di seguire la vocazione, sulla carità fraterna e sui rendiconti mensili al superiore della casa. Emerge anche la preoccupazione di configurare un tipo di consacrazione intimamente connessa con la missione specifica e il carisma proprio. Vi troviamo soprattutto una forte accentuazione dell'obbedienza in ordine al lavoro apostolico ed educativo salesiano che, secondo don Bosco, esige unità di direzione e totale consenso
collaborativo da parte di tutti. In questa prospettiva va anche intesa l'insistenza sul rendiconto mensile, mirato a rafforzare la solidarietà e la confidente familiarità tra superiore e sudditi, in un clima di carità fraterna e di tensione perfettiva.
4 P. BRAIDO, Don Bosco prete dei giovani..., II, p. 277.

5 Pietro BRAIDO, Tratti di vita religiosa salesiana nello scritto 'Ai Soci Salesiani" di don Bosco del 1875, in RSS 13 (1994) 393-394.

224. Ai Soci Salesiani
Ed. critica in RSS 14 (1995) 112-154.

Le nostre costituzioni, o figliuoli in Gesù Cristo dilettissimi, furono definitivamente approvate dalla Santa Sede il 3 aprile 1874.

Questo fatto deve essere da noi salutato come uno dei più gloriosi per la nostra Congregazione, come quello che ci assicura che nell'osservanza delle nostre regole noi ci appoggiamo a basi stabili, sicure, e, possiamo dire, anche infallibili, essendo infallibile il giudizio del capo supremo della Chiesa che le ha sanzionate.

Ma qualunque pregio porti seco, questa approvazione tornerebbe di poco frutto se tali regole non fossero conosciute e fedelmente osservate. Egli è appunto per fare in modo che le medesime si possano comodamente da ciascuno conoscere, leggere, meditare e quindi praticare, che giudico bene di presentarvele tradotte dal loro originale. Il testo latino fu stampato separatamente. Qui avrete le regole comuni a tutti i soci Salesiani.

Credo poi cosa utile notarvi alcune cose pratiche, le quali faciliteranno la conoscenza dello spirito, di cui le regole sono informate e vi aiuteranno ad osservarle con diligenza, ed amore. Io parlo col linguaggio del cuore, ed espongo brevemente quello che l'esperienza mi fa giudicare opportuno per vostro profitto spirituale e per vantaggio di tutta la nostra Congregazione.

Entrata in religione
Il nemico dell'umano genere esercita la sua malignità contro gli uomini con tre mezzi, cioè: coi piaceri o soddisfazioni terrene, colle sostanze temporali specialmente colle ricchezze e coll'abuso della libertà. Tutto quello che è nel mondo, dice l'apostolo san Giovanni, è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita. Come mai liberarci da queste pericolose catene, con cui incessantemente il demonio tenta di legarci e strascinarci alla perdizione? Solamente la religione può 'somministrarci le armi, con cui combattere questi tre formidabili nemici. Un cristiano che brama di mettere in sicuro l'anima propria, abbracciando lo stato religioso, con un colpo solo riduce in pezzi queste catene e sbaraglia questi nemici. Col voto di castità rinuncia ad ogni soddisfazione sensuale; colla povertà si libera dai gravi impacci delle cose temporali; col voto di ubbidienza mette freno alla propria volontà e si trova perciò fuori del caso di abusarne.

Per questo motivo, chi lascia il mondo per entrare in una Congregazione religiosa, viene paragonato a coloro, che in tempo del diluvio si salvarono nell'arca di Noè. In mezzo al mondo siamo come in un mar burrascoso, in cui l'iniquità e la malignità sono da per tutto portate in trionfo. Tutto il mondo, scrive il prelodato Apostolo, sta sotto il maligno. Il religioso è simile a colui che monta sopra un bastimento, e, tutto affidandosi alle cure di valente capitano, riposa tranquillo anche in mezzo alle burrasche. Il religioso trovasi in una fortezza custodita dal Signore.

Quando il campione armato, dice il divin Salvatore, custodisce la sua casa, è in sicuro tutto quello ch'egli possiede.

Tanta è la pace e la tranquillità che si gode in questa mistica fortezza, che se Dio la facesse conoscere e gustare da chi vive nel secolo, si vedrebbero tutti gli uomini fuggirsene dal mondo e dare la scalata ai chiostri, a fine di penetrare colà e passarvi i giorni di loro vita. Provvidamente, scrive san Lorenzo Giustiniani, Iddio occultò la grazia dello stato religioso, perché se la sua felicità fosse conosciuta, tutti, abbandonato il mondo, farebbero calca per abbracciarlo.

Importanza di seguire la vocazione (6)
Iddio misericordioso, infinitamente ricco di grazie, nella stessa creazione dell'uomo stabilisce a ciascuno una via, la quale percorrendo, egli può con molta facilità conseguire la sua eterna salvezza. L'uomo che si mette in quella via e per quella cammina, con poca fatica adempie la volontà di Dio e trova la sua pace; che se non si mettesse per quella strada, correrebbe grave pericolo di non avere poi le grazie necessarie per salvarsi. Per questo motivo il padre Granata chiamava la elezione dello stato la ruota maestra di tutta la vita. Siccome negli orologi, guastata la ruota maestra, è guastato tutto il macchinismo, così nell'ordine della nostra salvazione, errato lo stato, andrà errata tutta la vita, come dice san Gregorio Nazianzeno; e se noi vogliamo accertare la salute eterna bisogna che cerchiamo di seguire la divina vocazione, dove Dio ci apparecchia speciali aiuti con cui poterci salvare. Perché, come scrive san Paolo, ciascuno ha da Dio il suo dono; cioè, come spiega Cornelio A Lapide, Dio a ciascuno dà la sua vocazione e gli elegge lo stato, in cui lo vuol salvo. Questo è appunto l'ordine della predestinazione descritto dallo stesso Apostolo con queste parole: Coloro che egli ha predestinati, li ha anche chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati... e glorificati.

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6 Questo capitolo ed il seguente esprimono i sentimenti di sant'Alfonso Maria de' Liguori, dottore di santa Chiesa (nota nel testo originale).

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Bisogna però notare che il punto della vocazione è poco inteso dal mondo.

Sembra ai mondani che sia lo stesso il vivere nello stato a cui chiama Dio, che il vivere nello stato eletto dal proprio genio; e perciò tanti vivono poi malamente e si dannano. Ma è certo che questo è il punto principale per l'acquisto della vita eterna.

Alla vocazione succede la giustificazione e la glorificazione; cioè la vita eterna. Se non segui la tua vocazione, dice sant'Agostino, corri bene, ma fuor di via: cioè fuori della via per cui Dio ti ha chiamato a fine di salvarti. Ed il Signore minaccia grandi castighi a coloro che fanno i sordi alle sue chiamate, per seguire i consigli dell'inclinazione propria e dice per bocca del profeta Isaia: Guai a voi, o figli disertori.

Le chiamate divine a vita più perfetta certamente sono grazie speciali e molto grandi, che Dio non fa a tutti; onde ha molto ragione di sdegnarsi poi con chi le disprezza.

Quanto si stima offeso un principe, se chiama un suo vassallo nel suo palazzo a servirlo più da vicino e quegli non ubbidisce! E Dio non se ne risentirà? Comincerà il castigo del disobbediente fin da questa vita mortale, in cui starà sempre inquieto. Quindi scrisse il teologo Habert: Non senza grande difficoltà costui potrà provvedere alla sua eterna salute. Molto difficilmente tale persona si salverà restando nel mondo.

È notabile la visione ch'ebbe un novizio, il quale (come scrive il Pinamonti nel libro Della vocazione vittoriosa), meditando di uscir dalla religione, Gesù Cristo se gli fece vedere in trono sdegnato, che ordinava cancellarsi il suo nome dal libro della vita, onde atterrito perseverò nella vocazione. Dice il Signore: Perché io chiamai e voi non ubbidiste, io pure nella perdizion vostra riderò e vi schernirò; parole che vogliono dire che Dio non esaudirà le voci di chi ha disprezzato la voce sua.

Pertanto quando Dio chiama a stato più perfetto, chi non vuole mettere in gran rischio la sua salute eterna deve ubbidire, ed ubbidire subito: Altrimenti può accadere come a quel giovane del Vangelo, che, invitato da Gesù Cristo a seguirlo, domandò prima gli permettesse di recarsi a dare addio a quei di casa sua; ma Gesù gli rispose ch'egli non era buono pel regno di Dio con queste gravi parole: Nessuno, che, dopo aver messa la mano all'aratro, volga indietro lo sguardo, è buono pel regno di Dio.

Seguire prontamente la vocazione
Lo stato religioso è stato sublime e veramente angelico. Quelli che, per amor di Dio e della loro salute eterna, sentono il proprio cuore tocco dal desiderio di abbracciare questo stato di perfezione e di santità, possono senza dubbio giudicare venire tal desiderio dal cielo, perché troppo è generoso, troppo è elevato sopra i sentimenti della natura.

Né temano costoro che mancheranno loro le forze per eseguire gli obblighi che lo stato religioso impone; abbiano anzi grande confidenza, poiché Dio, che cominciò il pio disegno, darà un buon successo ed intero compimento, secondo quelle parole di san Paolo: Colui, il quale ha principiato in voi la buona opera, la perfezionerà fino al giorno di Cristo Gesù.

E si noti, dice l'angelico dottor san Tommaso, che le vocazioni divine a vita più perfetta debbono eseguirsi prontamente: Quanto citius. Nella sua Somma Teologica propone il dubbio se sia lodevole cosa l'entrare in religione senza il consiglio di molti e senza lunga deliberazione. E risponde che sì, dicendo che il consiglio e la considerazione sono necessari nelle cose di dubbia bontà, ma non già in questa, ch'è certamente buona, giacché l'ha consigliata Gesù medesimo nel Vangelo. Gran cosa! Gli uomini del secolo, quando si tratta che uno voglia entrare in religione a far vita più perfetta e più sicura dai pericoli del mondo, dicono che per tali risoluzioni vi bisogna molto tempo a deliberare, per accertàfsi che la vocazione venga veramente da Dio e non dal demonio. Ma non dicono poi così, quando si tratta d'accettare una carica onorifica nel mondo, dove vi sono tanti pericoli di perdersi. Invece san Tommaso dice che, ancorché la vocazione religiosa venisse dal demonio, si dovrebbe tuttavia abbracciare, come deve seguirsi un consiglio buono benché venga da un nemico.

E san Giovanni Crisostomo asserisce che Dio quando fa tali chiamate, vuole che non esitiamo neppure un momento ad eseguirle.

Altrove il medesimo santo dice che, quando il demonio non può distogliere alcuno dalla risoluzione di consacrarsi a Dio, almeno cerca di fargliene differire l'esecuzione e stima di far gran guadagno, se ottiene la dilazione di un giorno, di un'ora.

Perché dopo quel giorno o quell'ora, succedendo altra occasione, gli sarà poi men difficile di ottenere più lungo tempo, sintantoché il giovane chiamato, divenendo più debole e meno assistito dalla grazia, cede affatto ed abbandona la vocazione.

E perciò san Girolamo, a chi è chiamato ad uscire dal mondo, dà questo consiglio: Ti affletta, ten prego, e la fune della navicella aderente al lido taglia anzi che slegarla. Con ciò il santo vuol dire che, siccome chi si trovasse legato in una barca in procinto di sommergersi, cercherebbe di tagliar la fune più che di scioglierla, così chi si trova in mezzo al mondo deve cercare di sciorsene quanto più presto può, per liberarsi subito dal pericolo di perdersi, che è molto facile.

Odasi quel che scrive il nostro san Francesco di Sales nelle sue opere circa le vocazioni religiose. "Per avere un segno d'una buona vocazione, non vi bisogna una costanza che sia sensibile, ma che sia nella parte superiore dello spirito. Onde non dee giudicarsi non vera la vocazione, se mai la persona chiamata prima di eseguirla, non provi più quei sentimenti sensibili, che n'ebbe al principio, anzi vi senta ripugnanze e raffreddamenti, che la riducono talvolta a vacillare, parendole che tutto sia perduto. Basta che la volontà resti costante in non abbandonare la divina chiamata; purché vi rimanga qualche affezione verso di quella. Per sapere se Dio vuole che uno sia religioso, non bisogna aspettare che Egli stesso gli parli o gli mandi un Angelo dal cielo a significargli la sua volontà. Né tampoco vi abbisogna un esame di dieci dottori per vedere se la vocazione debba eseguirsi o no; ma bisogna corrispondere e coltivare il primo moto dell'inspirazione e poi non pigliarsi fastidio se vengono disgusti o tiepidezze; perché, facendo così, non mancherà Dio di far riuscir tutto a gloria sua".

Mezzi per custodire la vocazione?
La vocazione allo stato religioso può considerarsi come la perla preziosa del Vangelo che noi dobbiamo custodire molto gelosamente e con ogni diligenza. Il dottor sant'Alfonso propone la pratica di tre mezzi a fide di non perderla e sono: Segretezza, orazione e raccoglimento. Ecco adunque quanto dice sant'Alfonso: "Per prima, universalmente parlando, bisogna tener secreta la vocazione a tutti, fuorché al direttore spirituale, giacché gli altri ordinariamente non si fanno scrupolo di dire ai poveri giovani chiamati allo stato religioso che in ogni parte, anche nel mondo, si può servire a Dio. Sì, in ogni luogo può servire a Dio colui che non è chiamato alla religione, ma non già chi è chiamato e vuol restarsi nel mondo; cosmi difficilmente farà buona vita e servirà a Dio.

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7 Questo capitolo è attinto da Alfonso Maria DE' LIGUORI, Opuscoli relativi allo stato religioso, in Opere ascetiche di S. Alfonso Maria de' Liguori. Vol. IV. Torino, Giacinto Marietti 1847, pp. 400-404 (opuscolo I, § 2).

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"Specialmente poi bisogna occultare la vocazione agli amici ed ai parenti. Fu già opinione di Lutero, come riferisce il Bellarmino, che i figli peccavano entrando ,in religione senza il consenso dei genitori, perché, diceva, i figli sono obbligati di loro ubbidire in ogni cosa. Ma quest'opinione comunemente è stata ributtata dai concili e dai santi padri. Il concilio Toletano X, nel capo ultimo, disse espressamente esser lecito ai figli di farsi religiosi senza licenza dei parenti, sempreché avessero passati gli anni 14 di loro età. Lo stesso si prescrisse nel concilio Tiburtino al capo 24. Tal è pure l'insegnamento di san Ambrogio, di san Girolamo, di san Agostino, di san Bernardo, di san Tommaso ed altri con san Giovanni Crisostomo, il quale generalmente scrisse: Quando i genitori impediscono le cose spirituali, non sono neppure da riconoscersi per genitori.

"Soggiunge saviamente il padre Pinamonti che i genitori non hanno alcuna esperienza in queste cose, ed all'incontro comunemente han qualche interesse temporale per consigliarci altramente e perciò si cambiano in nemici. San Tommaso, parlando delle vocazioni religiose, dice: "Nell'affare della vocazione i parenti non sono amici, ma nemici, secondo la sentenza del Signore che dice: E nemici dell'uomo sono i propri domestici". E più presto si contentano i padri che i figli si dannino con essi, che si salvino da loro lontani. Quindi esclama san Bernardo: Oh padre disumano! oh madre crudele! che amano meglio vederci perire ton essi, che regnare senza di essi. San Cirillo, spiegando il detto di Gesù Cristo a quel giovane accennato nel Vangelo: Nessuno, che dopo aver messa la mano all'aratro volga indietro lo sguardo, è buono pel regno di Dio, commenta che chi cerca tempo di conferire intorno alla sua vocazione coi parenti, egli è appunto colui che dal Signore è dichiarato inetto pel cielo: Volge indietro lo sguardo quegli che cerca dilazione per conferir coi parenti.

Noi perciò vediamo molti santi partiti da casa loro senza farne affatto intesi i loro padri. Così fece un san Tommaso d'Aquino, un san Francesco Saverio, un san Filippo Neri, un san Luigi Bertrando, una santa Chiara, una santa Teresa e moltissimi altri.

E sappiamo che il Signore fin coi miracoli ha approvato tali fughe gloriose. San Pietro di Alcantara, mentre andava al monastero a farsi religioso, fuggendo dalla casa di sua madre, alla cui obbedienza era rimasto dopo la morte del padre, si trovò impedito a poter passare avanti da un gran fiume; in quel frangente raccomandossi a Dio, ed in un tratto si vide trasportato all'altra riva. Similmente san Stanislao Kostka, fuggito da casa per andarsi a fare religioso senza licenza del padre, il fratello si pose ad inseguirlo con una carrozza a tutto corso. Ma quando fu vicino a raggiungerlo, i cavalli, per quanta violenza loro si facesse, non vollero dare più un passo innanzi, fintantoché voltandosi in dietro verso la città ripigliarono il corso a briglia sciolta.

Secondariamente bisogna ritenere che queste vocazioni solo coll'orazione si conservano. Chi lascia l'orazione certamente lascerà la vocazione. Ci vuole orazione e molta orazione; e perciò non si lasci di fare mattina e sera circa mezz'ora di preghiera. Non si lasci di fare la visita al santissimo Sacramento ed a Maria santissima ogni giorno immancabilmente, per ottenere la perseveranza nella vocazione. E non lasci il religioso di comunicarsi spesse volte nella settimana. Mediti sovente sul punto della vocazione, considerando quanto grande sia la grazia che Dio gli ha fatto chiamandolo a sé. Tanto maggiormente metterà in sicuro la sua eterna salute, quanto più è fedele a Dio in eseguire la vocazione. All'incontro a quanto pericolo si esporrà di dannarsi se sarà infedele.

In terzo luogo vi bisogna il raccoglimento, il quale non si potrà avere senza ritirarsi dalle conversazioni e divertimenti secolareschi. Che ci vuole a perdere, stando nel secolo, la vocazione? Niente. Basterà una giornata di spasso, un detto d'un amico, una passione poco mortificata, un attaccuccio, un pensiero di timore, un rincrescimento non superato. Chi non abbandonerà i passatempi, bisogna che si persuada che senza dubbio perderà la vocazione. Resterà col rimorso di non averla eseguita, ma certamente non la eseguirà. Oh quanti per mancanza di quest'attenzione hanno perduta la vocazione e poi l'anima!". Fin qui sant'Alfonso dottore di santa Chiesa.


Vantaggi temporali
Ognuno deve entrare in religione guidato unicamente dal pensiero di assicurare la sua eterna salvezza; tuttavia possiamo anche essere tranquilli, che in questa benedetta fortezza Dio provvederà a quanto è necessario per la vita temporale. Nelle Corporazioni religiose ogni individuo è membro di una gran famiglia, che ha per capo Gesù Cristo, rappresentato nella persona del superiore. Non datevi pensiero, Egli ci dice, di quanto è mestieri per mangiare, per bere o per vestirvi. Siate soltanto solleciti del regno dei cieli e delle opere che a questo conducono e poi lasciate al Padre celeste la cura di tutte le altre cose. Cercate, sono le sue divine parole, cercate in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia e avrete di soprappiù tutte queste cose. Di fatto nella stessa nostra Congregazione, che non ha possedimento alcuno, ci è forse mancato qualche cosa necessaria alla vita? Coll'aiuto di questa amorosa divina Provvidenza abbiamo potuto fondare chiese e case, fornirle di suppellettili e provvedere agli allievi che entro vi sono. Parecchi fecero i loro studi, altri appresero quell'arte o mestiere che loro conveniva e tutto ciò senza che sia mai mancata cosa alcuna per alloggiarci, nutrirci, vestirci sia in tempo di sanità, sia nei casi di malattia. Anzi abbiamo già iniziato le missioni di America, fatto parecchie spedizioni di operai evangelici ed altre ne stiamo preparando.

E non solo il nostro, ma tutti gl'Istituti religiosi, le congregazioni ecclesiastiche e segnatamente gli ordini mendicanti, ebbero sempre a provare gli amorosi tratti della divina Provvidenza.

Dice un santo che dal religioso si abbandona una casa e se ne acquistano cento, si abbandona un fratello e se ne avranno mille.

Nel caso di malattia si ha un luogo ove cambiar aria e trovare proprio quella, che è più confacente per noi, di pianura, di montagna o di mare, cose tutte che stando nel mondo non avremmo potuto avere neppure presso i nostri più cari.

Vantaggi spirituali
Noi però non vogliamo alci al Signore per cose miserabili della terra. Noi andiamo in cerca di beni spirituali, beni non più soggetti ai furti od alle rapine; vogliamo beni che giovino per la vita futura e ci mettano un giorno al possesso dei godimenti del cielo.

San Bernardo (De bono religionis) ci dà un breve ma chiaro concetto dei beni della vita religiosa, con queste parole: Homo vivit purius, cadit rarius, surgit velocius, incedit cautius, irroratur frequentius, quiescit securius, moritur confidentius, purgatur citius, remuneratur copiosius. Diamone una succinta spiegazione.

Vivit purius; vive con maggior purezza. L'uomo che si consacra a Dio in religione si scioglie da tutti gl'impacci e da tutte le lusinghe del mondo, perciò vive con maggior purezza di cuore, di volontà e di opere, e per conseguenza ogni sua opera, ogni sua parola viene spontaneamente offerta a Dio con purezza di corpo e con mondezza di cuore: Casto corpore et mundo corde. La qual cosa, se non vogliamo dirla impossibile, è certamente assai difficile a chi vive in mezzo al mondo.

Cadit rarius; cade più raramente. La professione religiosa non rende l'uomo impeccabile, ma somministra mezzi da praticarsi, i quali impediscono la caduta; o in forza di cui si cadrà più di rado e per lo più solamente in cose leggere, in difetti o venialità, in cui le stesse anime giuste cadono spesse volte al giorno.

Surgit velocius; si rialza più presto. Chi vive nel secolo, se per disgrazia cade in qualche male, egli è solo, né ha chi l'aiuti; anzi per lo più è burlato e disprezzato, se cerca di rialzarsi; ond'è che lo Spirito Santo dice: Guai a chi è solo, perché, caduto che ei sia non ha chi lo rialzi. Ma in religione, qualora sgraziatamente cadesse, ha subito chi l'aiuta. Le regole, le pratiche di pietà, l'esempio dei confratelli, gl'inviti, i consigli dei superiori, tutto contribuisce a farlo rialzare: Se uno cade, l'altro lo sostiene. E aiutato dai confratelli a risorgere, dice San Tommaso.

Incedit cautius; cammina con più cautela. Egli vive in una fortezza, cui fa guardia il Signore. Mille mezzi gli vengono in soccorso per difenderlo ed assicurarlo della vittoria nelle tentazioni.

Irroratur frequentius; sopra di lui cade più spesso la rugiada delle grazie celesti. Ha rinunciato al mondo e a tutte le sue vanità. Mediante l'osservanza dei voti religiosi, occupato unicamente in ciò che torna alla maggior gloria di Dio, si merita ad ogni momento divine benedizioni e grazie speciali.

Quiescit securius; riposa con più sicurezza. Chi vive nel secolo, voglia o non voglia, deve spesso provare le inquietudini e le amarezze, di cui è piena la vita. Ma colui che si allontana dalle cure temporali può liberamente occuparsi del servizio del Signore, affidando ogni pensiero del presente e dell'avvenire nelle mani di Dio e dei superiori, che ne fanno le veci. Se osserva fedelmente la santa regola può godere il paradiso anticipato.

Moritur confidentius; muore con maggior confidenza di sua eterna salvezza. I mondani paventano al punto di morte per quello che hanno goduto, che devono abbandonare e di cui devono quanto prima rendere conto al tribunale del Signore. Ma chi tutto abbandonò per darsi a Dio, chi rinunciò a tutti i godimenti della terra nella speranza del premio celeste, non è più affezionato ad alcuna cosa terrena, perciò non altro attende che uscire da questa valle di lacrime per volare in seno al Creatore. Inoltre la coscienza in buono stato, i sacramenti e gli altri religiosi conforti che si ricevono, l'assistenza e le preghiere dei confratelli, gli faranno vedere la morte come fine di quelle fatiche, che devono aprirgli le porte del cielo.

Purgatur citius; è per lui più breve il Purgatorio. Le indulgenze acquistate, il merito dei sacramenti, i suffragi che in morte e dopo morte si faranno per lui in tutta la Congregazione, lo assicurano che poco o niente dovrà rimanere in Purgatorio. Beati quelli che, morti al mondo, muoiono nel Signore, dice lo Spirito Santo. Perché, osserva san Bernardo, costoro con facilità dalla cella volano al cielo.

Remuneratur copiosiur, in cielo ha più copiosa rimunerazione. Chi dà un bicchier d'acqua fresca per amore del Padre celeste, avrà sua mercede. Colui poi che abbandona il mondo, rinuncia ad ogni soddisfazione terrestre e dà vita e sostanze per seguire il divino maestro, quale ricompensa non avrà in paradiso? Inoltre le penitenze sostenute e le preghiere fatte, i sacramenti ricevuti, le anime salvate col suo buon esempio e colle sue fatiche, i molti suffragi che continueranno a farsi nella Congregazione, lo collocheranno senza dubbio sopra di un maestoso trono di gloria, dove nel cospetto di Dio qual luminoso sole, risplenderà in eterno.

I voti
La prima volta che il sommo pontefice Pio IX parlò della Società salesiana disse queste parole: "In una congregazione o società religiosa son necessari i voti, affinché tutti i membri siano da un vincolo di coscienza legati col superiore e il superiore tenga sé e i suoi sudditi legati col capo della Chiesa e per conseguenza con Dio medesimo".

I nostri voti pertanto si possono chiamare altrettante funicelle spirituali, con cui ci consacriamo al Signore e mettiamo in potere del superiore la propria volontà, le sostanze, le nostre forze fisiche e morali, affinché fra tutti facciamo un cuor solo ed un'anima sola, per promuovere la maggio' gloria di Dio, secondo le nostre costituzioni, come appunto c'invita a fare la Chiesa, quando dice nelle sue preghiere: Affinché una sia la fede delle menti, e la pietà delle azioni.

.1 voti sono un'offerta generosa con cui moltissimo si accresce il merito delle opere nostre. Sant'Anselmo insegna che un'opera buona senza voto ì come il frutto d'una pianta. Chi la fa con voto, col frutto offre a Dio la stessa pianta. San Bonaventura rassomiglia l'opera fatta senza voto all'offerta del reddito, ma non del capitale. Col voto poi si offre a Dio e reddito e capitale. Di più insegnano unanimemente i santi Padri che ogni azione fatta con voto ha doppio merito; uno è il merito dell'opera buona, l'altro è il merito d'aver eseguito il voto fatto.

L'atto poi dell'emissione dei voti religiosi, secondo quel che ci insegna san Tommaso, ci ridona l'innocenza battesimale, cioè ci pone in uno stato come se avessimo allora ricevuto il battesimo. Sono anche soliti i dottori di santa Chiesa a paragonare i voti religiosi al martirio, dicendo che tanto è il merito di chi emette i voti come di chi riceve il martirio; perché, dicono, ciò che nei voti manca d'intensità è supplito dalla durata.

Ma se i voti religiosi aumentano in cotale guisa il merito delle nostre opere e le rendono tanto care a Dio, dobbiamo darci massima sollecitudine per bene eseguirli.

Chi non sentesi di osservarli, non deve emetterli o almeno differirne la emissione, finché in cuor suo non sentasi ferma risoluzione di mantenerli. Altrimenti egli fa a Dio una promessa stolta ed infedele, la quale non può non dispiacergli: Imperciocché, dice lo Spirito Santo, dispiace a Dio la stolta ed infedele promessa. Noi pertanto prepariamoci bene a questa eroica consacrazione; ma quando l'avrem fatta, procuriamo di mantenerla anche a costo di lungo e grave sacrificio: adempi le promesse fatte all'altissimo Iddio, così egli stesso ci comanda.

Ubbidienza
Nella vera ubbidienza sta il complesso di tutte le virtù, dice san Girolamo. Tutta la perfezione religiosa consiste nella soppressione della propria volontà, vale a dire nella pratica dell'ubbidienza: così san Bonaventura. L'uomo ubbidiente, dice lo Spirito Santo, canterà la vittoria. San Gregorio Magno conchiude che l'ubbidienza conduce al possesso di tutte le altre virtù e tutte le conserva.

Questa ubbidienza però deve essere secondo l'esempio del Salvatore, che la praticò nelle cose anche più difficili, fino alla morte di croce; e, qualora tanto volesse la gloria di Dio, dobbiamo noi pure obbedire fino 'a dare la vita.

Si eseguiscano dunque bene sia gli ordini espressi dei superiori, sia le regole della Congregazione e consuetudini speciali di ciascuna casa. E, succedendo qualche volta di cadere in fallo, si sappia in bel modo domandarne scusa a chi si è disubbidito. Questo atto di umiltà giova immensamente ad avere il perdono del mancamento fatto, ad ottenerci grazia dal Signore per l'avvenire ed a tenerci in guardia, perché non ripetiamo più quel fallo.

San Paolo apostolo, mentre raccomanda questa virtù, aggiunge: Siate ubbidienti ai vostri superiori: e state sottomessi ai loro ordini; imperocché i superiori devono vegliare, come se dovessero a Dio rendere conto delle cose che riguardano al bene delle anime vostre. Ubbidite volentieri e prontamente, affinché possano compiere l'ufficio di superiori con gaudio e non fra gemiti e sospiri.

Notate bene che il fare le cose che ci piacciono e tornano di gradimento, non è vera ubbidienza, ma è secondare la propria volontà. La vera ubbidienza che ci rende cari a Dio ed ai superiori, consiste nel fare con buon animo qualunque cosa ci sia comandata dalle nostre costituzioni, o dai nostri superiori medesimi; imperocché, scrive san Paolo, Dio ama l'allegro donatore. Consiste altresì nel mostrarci arrendevoli anche nelle cose più difficili e contrarie al nostro amor proprio e nel compierle coraggiosamente ancorché ci costi pena e sacrificio. In questi casi l'ubbidienza è più difficile, ma assai più meritoria e ci conduce al possesso del regno dei cieli secondo queste parole del divin Redentore: Il regno dei cieli si acquista colla forza, ed è preda di coloro che usano violenza.

Se voi eseguirete l'ubbidienza nel modo suindicato, io vi posso accertare in nome del Signore che passerete in Congregazione una vita veramente tranquilla e felice. Ma nello stesso tempo vi devo notare che dal giorno, in cui vorrete fare non secondo l'obbedienza, ma secondo la volontà vostra, da quel giorno voi comincerete a non trovarvi più contenti del vostro stato. E se nelle varie religioni si trovano anche dei malcontenti e di coloro cui la vita della comunità riesce di peso, si osservi bene e si vedrà che ciò proviene dalla mancanza d'obbedienza e soggezione della propria volontà. Nel giorno del vostro malcontento riflettete à questo punto e sappiate rimediarvi.

Povertà
Se non lasciamo il mondo per amore, dovremo lasciarlo un giorno per forza. Coloro per altro che nel corso del vivere mortale lo abbandonano con atto spontaneo, avranno un centuplo di grazie nella vita presente e un premio eterno nella vita futura. Chi al contrario non sa risolversi a fare questo sacrificio volontariamente, dovrà farlo per forza in punto di morte, ma senza ricompensa, anzi coll'obbligo di rendere a Dio stretto conto di quelle sostanze che per avventura avesse posseduto.

È vero che le nostre costituzioni permettono il possesso e l'uso di tutti i diritti civili; ma entrando in Congregazione non si può più né amministra
re, né disporre delle cose proprie, se non col consenso del superiore e nei limiti da questo stabiliti, a segno che in Congregazione egli è considerato letteralmente come se nulla possedesse, essendosi fatto povero per divenire ricco con Gesù Cristo. Egli seguita l'esempio del Salvatore, che nacque nella povertà, visse nella privazione di tutte le cose e morì spogliato in croce.

Ascoltiamo ciò che dice il divin maestro: "Chi non rinuncia a tutto quello che possiede, non è degno di me, non può esser mio discepolo". Ad un cotale che voleva porsi alla sua sequela, "Va', disse, vendi prima quanto hai nel secolo, donalo ai poveri, dipoi vieni, seguimi, ed avrai assicurato un tesoro in cielo". Diceva ai suoi discepoli che non possedessero più di una veste, né si dessero pensiero di ciò che occorresse per campare la vita nel corso della loro predicazione. Di fatto non leggiamo che Gesù, i suoi apostoli, o alcuno dei suoi discepoli, abbiano in particolare posseduto campagne, case, suppellettili, abiti, vettovaglie o simili. E san Paolo dice chiaramente che i seguaci di Cristo ovunque vadano, qualunque cosa facciano, devono essere contenti degli alimenti strettamente necessari per vivere e degli abiti con cui coprirsi: Avendo gli alimenti e di che coprirci, contentiamoci di questo.

Tutto quello che eccede alimento e vestimenta per noi è superfluo e contrario alla vocazione religiosa. È vero che talvolta dovremo tollerare qualche disagio nei viaggi, nei lavori, in tempo di sanità o di malattia; talora avremo vitto, vestito od altro che non sarà di nostro gusto; ma appunto in questi casi dobbiamo ricordarci che abbiamo fatto professione di povertà e che se vogliamo averne merito e premio dobbiamo sopportarne le conseguenze. Guardiamoci bene da un genere di povertà altamente biasimato da san Bernardo. Vi sono di quelli, egli dice, che si gloriano d'essere chiamati poveri, ma non vogliono i compagni della povertà. Altri poi sono contenti di essere poveri purché loro non manchi niente.

Se pertanto il nostro stato di povertà ci è cagione di qualche incomodo
o sofferenza, rallegriamoci con san Paolo, che si dichiara nel colmo di allegrezza in ogni sua tribolazione. Oppure facciamo come gli apostoli che erano pieni di contentezza, quando ritornavano dal Sinedrio, perché colà erano stati fatti degni di patire disprezzi per il nome di Gesù. Egli è appunto a questo genere di povertà, cui il divin Redentore non solo promette, ma assicura il paradiso, dicendo: Beati i poveri di spirito, perché di questi è il regno dei cieli. Anzi il vivere in tale stato, l'abitare volentieri una camera incomoda
o fornita di suppellettili di poco rilievo, il portare abiti dimessi, l'usar cibi dozzinali onora grandemente chi ha fatto voto di povertà, perché lo rende simile a Gesù Cristo.

È anche parte della povertà il non far guasti, l'aver cura dei libri, delle vestimenta, delle calzature; come pure il non avere vergogna di usar oggetti o portar abiti vecchi, o rattoppati, o già un po' logori.

Castità
La virtù sommamente necessaria, virtù grande, virtù angelica, cui fanno corona tutte le altre, è la virtù della castità. Chi possiede questa virtù può applicarsi le parole dello Spirito Santo che sono: E mi vennero insieme con lei tutti i beni. Il Salvatore ci assicura che coloro, i quali posseggono questo inestimabile tesoro, anche nella vita mortale diventano simili agli angeli di Dio. Ma questo candido giglio, questa rosa preziosa, questa perla inestimabile è assai insidiata dal nemico delle nostre anime, perché egli sa che, se riesce a rapircela, possiamo dire che l'affare della nostra santificazione è rovinato. La luce si cangia in caligine, la fiamma in nero carbone, l'angelo del cielo è mutato in satanasso, quindi è perduta ogni virtù. Qui, o miei cari, io credo fare cosa utilissima alle anime vostre, notandovi alcune cose che, messe in pratica, vi apporteranno grande vantaggio, anzi parmi potervi assicurare che vi conserveranno questa e tutte le altre virtù. Ritenete adunque:
1° Non entrate in Congregazione, se non dopo esservi consigliati con persona prudente che vi giudichi tali da poter conservare questa virtù.

2° Evitate la famigliarità colle persone di altro sesso, né mai contraete amicizie particolari coi giovanetti dalla divina Provvidenza alle nostre cure affidati. Carità e buone maniere con tutti, ma non mai attaccamento sensibile con alcuno. O amar nessuno o amar tutti egualmente, dice san Girolamo a questo riguardo.

3° Dopo le orazioni della sera andate subito a riposo e non fate più conversazione con alcuno fino al mattino dopo la santa messa.

4° Tenete a freno i sensi del corpo. Lo Spirito Santo dice chiaro che il corpo è l'oppressore dell'anima. Perciò san Paolo si sforzava di domarlo con severi castighi, sebbene fosse affranto dalle fatiche e scriveva: Castigo il mio corpo e lo riduco in servitù. Una speciale temperanza vi raccomando nel mangiare e nel bere. Vino e castità non possono stare insieme.

5° Scogli terribili della castità sono i luoghi, le persone e le cose del secolo. Fuggitele con grande premura e tenetevene lontani non solo col corpo, ma fin colla mente e col cuore. Io non mi ricordo d'aver letto, o di aver udito a raccontare che un religioso siasi recato in patria sua e ne abbia riportato qualche vantaggio spirituale. Al contrario se ne annoveran migliaia
e migliaia che, non mostrandosene persuasi, vollero farne esperimento, ma ne provarono amaro disinganno, anzi non pochi rimasero vittime infelici della loro imprudenza e temerità.

6° Trionfante d'ogni vizio e fedele custode della castità è l'osservanza esatta delle nostre sante regole, specialmente dei voti e delle pratiche di pietà. La religione cristiana può giustamente paragonarsi ad una città forte, secondo queste parole d'Isaia: Nostra città di fortezza è Sion: sua muraglia e suo parapetto è il Salvatore. Or bene i voti e le regole d'una comunità religiosa sono come piccoli forti avanzati. La muraglia, ossia bastioni della religione, sono i precetti di Dio e della sua Chiesa.

Il demonio per farli violare mette in opera ogni industria ed inganno. Ma per indurre i religiosi a trasgredirli, procura prima di abbattere il parapetto e il forte avanzato, vale a dire le regole o costituzioni del proprio Istituto. Quando il nemico dell'anima vuole sedurre un religioso e spingerlo a violare i divini precetti, comincia per fargli trascurare le cose più piccole, poi quelle di maggior importanza; dopo di che assai facilmente lo conduce alla violazione della legge del Signore avverandosi quanto dice lo Spirito Santo: Chi disprezza le piccole cose, a poco a poco andrà in rovina.

Dunque, o cari figliuoli, siamo fedeli nell'osservanza esatta delle nostre regole, se vogliamo essere fedeli ai divini precetti, specialmente al sesto e al nono. Le nostre sollecitudini sian poi costantemente e con diligenza speciale dirette all'osservanza esatta delle pratiche di pietà che sono il fondamento o il sostegno di tutti gl'Istituti religiosi e noi vivrem casti e come angeli.

Carità fraterna
Non si può amare Dio senza amare il prossimo. Lo stesso precetto che c'impone l'amore, verso Dio, c'impone anco l'amor verso il nostro simile. Leggiam infatti nella prima lettera di san Giovanni Evangelista queste parole: E questo comandamento ci è stato dato da Dio, che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello. E nel luogo stesso il medesimo apostolo ci avverte esser bugiardo chi dice d'amar Dio e poi odia suo fratello: Se uno dirà: io amo Dio e odierà il suo fratello, egli è bugiardo.

Quando in una comunità regna questo amor fraterno e tutti i soci si amano vicendevolmente, ed ognun gode del bene dell'altro, come se fosse un bene proprio, allora quella casa diventa un paradiso e si prova la giustezza di queste parole del profeta Davide: Oh quanto buona e dolce cosa ella è che i fratelli siano sempre uniti. Ma appena vi domini l'amor proprio e vi siano rotture o dissapori tra i soci, quella casa diventa presto come l'inferno. Molto si compiace il Signore di veder abitare nella sua casa i fratelli in unum, cioè uniti in una sola volontà di servire a Dio e di aiutarsi con carità gli uni gli altri. Questa è la lode che dà san Luca agli antichi cristiani, cioè che tutti s'amavano così da sembrare che avessero un sol cuore ed un'anima sola.

La cosa che molto nuoce nelle comunità religiose è la mormorazione direttamente contraria alla carità. Il sussurrane imbratterà l'anima sua e sarà odiato da Dio e dagli uomini. Al contrario come edifica un religioso che dice bene del suo prossimo e a suo tempo sa scusarne i difetti! Procurate voi pertanto di schivare ogni parola che sa di mormorazione, specialmente verso i vostri compagni e più ancora verso i vostri superiori. È anche mormorazione e peggio l'interpretar male le azioni virtuose o dirle fatte con mala intenzione.

Guardatevi ancora dal riferire al compagno quello che altri di male ha detto di lui, poiché alle volte ne nascono disturbi e rancori tali che durano per mesi ed anni. Oh che conto hanno da rendere a Dio i mormoratori nelle comunità! Chi semina discordie viene in odio ed abbominazione a Dio. Se voi udite cosa contro a qualche persona, praticate ciò che dice lo Spirito Santo: Hai udita una parola contro del prossimo tuo? Lasciala morire in te.

Guardatevi dal pungere qualche fratello, ancorché lo facciate per burla. Burle che dispiacciono al prossimo o l'offendono sono contrarie alla carità. Piacerebbe a voi l'essere derisi e posti in canzone avanti agli altri, come voi ponete quel vostro fratello?
Procurate anche di fuggire le contese. Alle volte per bagattelle da niente sorgono certi contrasti, dai quali poi si passa a diverbi e ad ingiurie che rompono l'unione ed offendono la Carità in modo altamente deplorabile.

Di più, se amate la carità, procurate di essere affabili e mansueti con ogni genere di persone. La mansuetudine è virtù molto diletta da Gesù Cristo: Imparate da me, egli disse, che sono mansueto. Nel parlare e nel trattare usate dolcezza non solo coi superiori, ma con tutti e massimamente con coloro che per lo passato vi hanno offeso o che al presente vi mirano di malocchio. La carità sopporta tutto; ond'è che non avrà mai vera carità chi non vuole tollerare i difetti altrui. Su questa terra non v'è uomo, per virtuoso che sia, il quale non abbia i suoi difetti. Se egli adunque vuole che gli altri sopportino i suoi, cominci a sopportare quelli degli altri e così adempia la legge di Gesù Cristo, come scrive san Paolo: Portate gli unii pesi degli altri e così adempirete la legge di Cristo.

Veniamo alla pratica. Anzitutto frenate l'ira, tanto facile ad accendersi in certe occasioni di contrasto; e guardatevi dal dir parole spiacenti e più dall'usar modi alteri ed aspri, poiché alle volte più dispiacciono i modi rozzi, che non le stesse parole ingiuriose. Quando poi accadesse che il fratello che vi ha offeso venisse a cercarvi perdono, badate bene dal riceverlo con cera brusca o di rispondere con parole mozze, ma dimostrategli anzi belle maniere, affetto e benevolenza.

Se avvenisse all'incontro che voi aveste offeso altri, subito cercate di placarlo e di togliere dal suo cuore ogni rancore verso di voi. E, secondo l'avviso di san Paolo, non tramonti il sole senza che di buon cuore voi abbiate perdonato qualunque risentimento e vi siate riconciliati col fratello. Anzi fatelo tosto che potete, sforzandovi di vincere la ripugnanza che sentite nell'anima.

Non contentatevi di amare i vostri compagni colle sole parole; ma aiutateli con ogni sorta di servizi quanto potete, come raccomanda san Giovanni, l'apostolo della carità: Non amiamo in parole e colla lingua, ma coll'opera e con verità. È carità ancora il condiscendere alle oneste domande; ma il miglior atto di carità è l'aver zelo del bene spirituale del prossimo. Quando vi si presenta l'occasione di far del bene non dite mai, questo non è ufficio mio, non me ne voglio immischiare; poiché questa è la risposta di Caino, il quale ebbe la sfrontatezza di rispondere al Signore, dicendo: Sono io forse il guardiano del mio fratello? Ciascuno è obbligato, potendo, a salvare il prossimo dalla rovina. Dio stesso comandò che ognuno debba aver cura del suo simile. Cercate pertanto di aiutare tutti per quanto potete colle parole e colle opere e specialmente ancora colle orazioni.

È di grande stimolo alla carità il mirare Gesù Cristo nella persona del prossimo e il riflettere che il bene fatto ad un nostro simile il divin Salvatore lo ritiene come fatto a sé stesso, secondo queste sue parole: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto qualche cosa per uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatta a me. Da tutto ciò che si è detto ben vedete quanto è necessaria e quanto è bella la virtù della carità! Praticatela adunque e ne avrete copiose benedizioni dal cielo.

Pratiche di pietà
Siccome il cibo alimenta il corpo e lo conserva, così le pratiche di pietà nutriscono l'anima e la rendono forte contro le tentazioni. Fino a tanto che noi saremo zelanti nell'osservanza delle pratiche di pietà, il nostro cuore sarà in buon'armonia con tutti e vedremo il Salesiano allegro e contento della sua vocazione. Al contrario comincerà a dubitar della sua vocazione, anzi a provare forti tentazioni, quando nel suo cuore cominci a farsi strada la negligenza nelle pratiche di pietà. La storia ecclesiastica ci ammaestra, che tutti gli Ordini e tutte le. Congregazioni religiose fiorirono e promossero il bene della religione fino a tanto che la pietà si mantenne in vigore tra loro; e al contrario ne abbiamo veduti non pochi a decadere, altri a cessare di esistere, ma quando? Quando si rallentò lo spirito di pietà e ciascun membro si diede a pensare alle cose sue, non a quelle di Gesù Cristo, come di alcuni cristiani già lamentava san Paolo.

Se noi pertanto, o figliuoli, amiamo la gloria della nostra Congregazione, se desideriamo che si propaghi e si conservi fiorente a vantaggio delle anime nostre e dei nostri fratelli, diamoci la massima sollecitudine di non mai trascurare la meditazione, la lettura spirituale, la visita quotidiana al santissimo Sacramento, la confessione settimanale, la comunione frequente e devota, la recita del rosario della Beata Vergine, la piccola astinenza del venerdì e simili. Sebbene ciascuna di queste pratiche separatamente non sembri di grande necessità, tuttavia contribuisce efficacemente all'alto edificio della nostra perfezione e della nostra salvezza. Se vuoi crescere e diventare grande agli occhi di Dio, dice sant'Agostino, comincia dalle cose più piccole.

La parte poi fondamentale delle pratiche di pietà, quella che in certo modo tutte le abbraccia, consiste in fare ogni anno gli esercizi spirituali, ed ogni mese l'esercizio della buona morte.

Chi non può fare quest'ultimo esercizio in comune, lo faccia separatamente e a chi per le occupazioni non è dato d'impiegarvi l'intera giornata, ne impieghi una parte, rimandando ad altro giorno il lavoro che non è strettamente necessario, ma tutti da più a meno seguano questa regola:
1° Oltre la meditazione solita del mattino, si faccia in questo giorno anche mezz'ora di meditazione alla sera precedente e questa versi su qualcuno dei novissimi.

2° La confessione, che da tutti si ha da fare in detto giorno, sia più accurata del solito, pensando che potrebbe essere l'ultima della vita e si riceva la santa comunione come se fosse per Viatico.

3° Si pensi almeno per una mezz'ora al progresso od al regresso nella virtù, che si è fatto nel mese decorso, specialmente in ciò che riguarda l'osservanza delle sante regole e si prendano le risoluzioni opportune.

4° Si rileggano in quel giorno tutte o almeno in parte le regole della Congregazione.

5° Sarà anche bene in tal giorno scegliere un santo od una santa per protettore del mese che si incomincia.

Credo che si possa dire assicurata la salvezza di un religioso, se ogni mese si accosta ai santi sacramenti e aggiusta le partite di sua coscienza, come dovesse di fatto da questa vita partire per l'eternità.

Se adunque amiamo l'onore della nostra Congregazione, se desideriamo la salvezza dell'anima, siamo osservanti delle nostre regole, siamo puntuali anche nelle più ordinarie, perché colui che teme Dio, non trascura niente di quanto può contribuire a sua maggior gloria.

Dei rendiconti e della loro importanza
La confidenza verso i propri superiori è una delle cose che maggiormente giovano al buon andamento d'una Congregazione religiosa, ed alla pace e felicità dei singoli soci. Per essa i sudditi aprono il loro cuore al superiore e quindi si trovano alleggerite le pene interne; cessano le ansietà, che si avrebbero nel compiere i propri doveri ed i superiori possono prendere i provvedimenti necessari, affinché si eviti ogni disgusto, ogni malcontento; possono altresì conoscere le forze fisiche e morali dei loro soggetti, ed in conseguenza dare loro gl'incarichi più adatti; e, qualora andasse introducendosi qualche disordine, possono subito scoprirlo e porvi riparo. Si è perciò stabilito che almeno una volta al mese ognuno conferisca col suo superiore. A questo proposito dicono le nostre costituzioni che ciascuno deve manifestare con semplicità e con prontezza le mancanze esteriori commesse contro la santa regola, il profitto fatto nelle virtù, le difficoltà che incontra e quanto altro si creda in bisogno di palesare, affinché possa riceverne consigli e conforto.

I punti principali su cui devono versare i rendiconti sono questi: 1° Sanità. - 2° Studio o lavoro. - 3° Se si possano disimpegnar bene le proprie occupazioni e qual diligenza si metta in esse. - 4° Se si abbia comodità d'adempiere le pratiche religiose e qual diligenza si ponga in eseguirle. - 5° Come si diporti nelle orazioni e nelle meditazioni. - 6° Con quale frequenza, divozione e frutto si accosti ai santi sacramenti. - 7° Come si osservino i voti e se non vi siano dubbi in fatto di vocazione. Ma si noti bene che il rendiconto si raggira solamente in cose esterne e non di confessione. - 8° Se si abbiano dei dispiaceri o perturbazioni interne o freddezza verso qualcuno. - 9° Se si conosce qualche disordine cui porre rimedio, specialmente quando si tratta d'impedire l'offesa di Dio.

Ecco qui alcune parole di san Francesco di Sales intorno 'ai rendiconti: "Ogni mese ognuno aprirà il suo cuore sommariamente e brevemente al superiore e con ogni semplicità e fedele confidenza gli aprirà tutti i segreti, colla medesima sincerità e candore con cui un figliuolo mostrerebbe a sua madre le graffiature, i livori e le punture che le vespe gli avessero fatto; ed in questo modo ciascuno darà conto non tanto dell'acquisto e progresso suo, quanto delle perdite e mancamenti negli esercizi dell'orazione, della virtù e della vita spirituale; manifestando parimenti le tentazioni e pene interiori, non solo per consolarsi, ma anche per umiliarsi. Felici saranno quelli che praticheranno ingenuamente e devotamente questo articolo, il quale in sé ha una parte della sacra infanzia spirituale tanto raccomandata da nostro Signore, dalla quale proviene ed è conservata la vera tranquillità dello spirito".

Si raccomanda caldamente ai direttori che non trascurino mai di ricevere simili rendiconti. Ogni confratello poi sappia che, se li farà bene, con tutta schiettezza ed umiltà, ne troverà un grande sollievo per il suo cuore e un aiuto potente per progredire nella virtù e la Congregazione intera avvantaggerà grandemente per questa pratica.

La cosa poi, in cui raccomando maggiore schiettezza, si è quella che riguarda la vocazione. Non si facciano misteri ai superiori. Fra tutti, questo è il punto più importante; perché da esso dipende il filo della vita che si ha da tenere. Disgraziato colui che nasconde i dubbi di sua vocazione o prende risoluzioni di uscire dalla Congregazione, senza essersi ben prima consigliato e senza il parere di chi dirige l'anima sua. Costui potrebbe mettere in pericolo l'eterna sua salute.

La prima ragione dell'importanza e necessità di procedere con questa schiettezza coi superiori, è perché essi possano meglio governare e indirizzare i sudditi. Il superiore è obbligato a reggerli e ad indirizzarli, perché questo è il suo ufficio, questo è esser direttore o superiore. Or s'egli non li conosce perché non si aprono, ne avviène per conseguenza che egli non può dirigerli ed aiutarli coi suoi consigli e suggerimenti.

La seconda ragione, la quale dichiara meglio la precedente, è perché quanto maggior notizia avranno i superiori di tutte le cose dei sudditi, con tanta maggior accuratezza ed amore li potranno aiutare e custodire le anime loro dai diversi inconvenienti e pericoli; nei quali potrebbero incorrere mettendoli in questo o in quell'altro luogo, in questa o in quell'altra occasione.

La terza ragione della importanza della schiettezza e confidenza coi superiori si è perché questi possano meglio ordinare e provvedere quel che conviene al corpo universale della Congregazione, del cui bene ed onore, insieme con quello di ognuno, eglino sono obbligati ad aver cura. E quando uno si appalesa con essi e loro dà interamente conto del suo stato, allora i superiori, avendo in ogni cosa di mira il suo onore e senza alcuna sua taccia, possono aver riguardo al bene universale di tutto il corpo della Congregazione. Ma, se uno non si appalesa bene con loro, esporrà forse a qualche pericolo l'onor suo e l'anima sua, ed anche l'onore della comunità che dipende dal suo. Oh quanta contentezza e soddisfazione ha un religioso, il quale totalmente si è confidato col suo superiore e gli ha manifestate tutte le cose che turbano l'animo suo! Così quando poi lo mettono in qualche ufficio, può collocare tutta la sua fiducia in Dio che l'aiuterà e libererà da qualunque inconveniente. "Signore, egli potrà dire, io non mi son posto da me in quest'ufficio, né in questo luogo; anzi proposi la mia insufficienza e le mie poche forze spirituali per questo peso: voi, o Signore, mi ci avete posto e me l'avete comandato; voi dunque supplite a quel che manca in me". Con questa fiducia dirà con sant'Agostino: Signore, datemi quel che comandate e comandatemi quel che volete; e gli pare così di aver posto Dio in obbligo di concedergli quel che gli domanda. Ma quell'altro il quale non si appalesò, anzi lasciò di manifestare le sue debolezze, che consolazione potrà egli avere? Perciocché questo tale non lo manda Dio a far quella cosa, né ve lo mette l'ubbidienza, ma egli di sua propria volontà vi s'ingerisce e intromette; è intruso, non chiamato, né mandato e le cose non gli riusciranno bene.

Dubbio sulla vocazione
Chi si consacra al Signore coi santi voti, fa un'offerta delle più preziose e delle più gradite alla divina Maestà.

Ma il nemico dell'anima, accorgendosi che con questo mezzo uno si emancipa dal suo servizio, suole turbargli la mente con mille inganni per farlo ritornare indietro e indurlo a battere la pericolosa via del secolo. Il principale di questi inganni è suscitargli dubbi intorno alla vocazione, ai quali poi tiene dietro lo scoraggiamento, la tiepidezza e spesso il ritorno a quel mondo, che aveva tante volte conosciuto traditore, ed infine abbandonato per amor del Signore.

Se mai voi, figliuoli amatissimi, foste assaliti da questa pericdlosa suggestione, dovete tosto rispondere in cuor vostro, che, quando entraste in Congregazione, Dio vi aveva concesso il prezioso dono della vocazione; e se questa adesso è divenuta dubbiosa voi siete in una tentazione, alla quale forse date occasione e che dovete spregiare e combattere come una vera insinuazione diabolica. Spesso la mente agitata dice al dubbioso: Tu puoi far meglio altrove. Ma voi rispondete subito colle parole di San Paolo che dice: Ognuno resti in quella vocazione in cui fu chiamato. Anzi lo stesso san Paolo supplica a camminare virtuosi e fermi nella vocazione in cui ciascuno si trova, dicendo: Vi scongiuro, che camminiate in maniera convenevole alla vocazione, a cui siete chiamati, con tutta umiltà e mansuetudine, con pazienza. Se voi restate nel vostro Istituto e ne osservate esattamente le regole, siete sicuri di giunger a salvamento. Al contrario l'esperienza ha fatto tristemente conoscere, che coloro, i quali ne son usciti, per lo più restarono ingannati. Alcuni si pentirono e non trovarono più pace; altri vennero esposti a gravi pericoli e taluni divennero perfino ad altri pietra di scandalo, con grande rischio della propria e dell'altrui salute.

Mentre poi la vostra mente e il vostro cuore sono agitati dai dubbi o da qualche passione, io vi raccomando caldamente a non prendere deliberazioni di sorta, perché tali deliberazioni non possono essere secondo la volontà del Signore, il quale, al dir dello Spirito Santo, non si trova nella commozione. In questi casi io vi consiglio di presentarvi ai vostri superiori, aprire loro sinceramente il vostro cuore, eseguirne fedelmente gli avvisi. Qualunque cosa siano essi per suggerirvi, fatela e non la sbaglierete certamente; perciocché nei consigli dei superiori è impegnata la parola del Salvatore, il quale ci assicura, che le loro risposte sono come date da lui medesimo, dicendo: Chi ascolta voi, ascolta me.

Cinque difetti da evitare
L'esperienza ha fatto conoscere cinque difetti, che si possono chiamare altrettanti tarli dell'osservanza religiosa e la rovina delle Congregazioni; e sono: - Il prurito di riforma - l'egoismo individuale - la mormorazione - il trascurare i propri doveri - e il dimenticarci che lavoriamo pel Signore.

1° Fuggiam il prurito di riforma. Adoperiamoci di osservare le nostre regole, senza darci pensiero di migliorarle o di riformarle. "Se i Salesiani, disse il nostro grande benefattore Pio IX, senza pretendere di migliorare le loro costituzioni, studieranno di osservarle con precisione, la loro Congregazione sarà ognor più fiorente".

2° Rinunziamo all'egoismo individuale; quindi non cerchiamo mai il vantaggio privato di noi stessi, ma adoperiamoci con grande zelo pel bene comune della Congregazione. Dobbiamo amarci, aiutarci col consiglio e colla preghiera, promuover l'onor dei nostri confratelli, non come cosa di un solo, ma come nobile ed essenziale retaggio di tutti.

3° Non mormorare dei superiori, non disapprovare le loro disposizioni. Qualora vengaci a notizia cosa che a noi sembri materialmente o moralmente cattiva, si esponga umilmente ai superiori. Essi sono da Dio incaricati a vegliare sopra le cose e sopra le persone; perciò essi e non altri dovranno rendere conto della loro direzione ed amministrazione.

4° Niuno trascuri la parte sua. I Salesiani considerati insieme formano un solo corpo, ossia la Congregazione. Se tutti i membri di questo corpo compiono il loro uffizio, ogni cosa procederà con ordine e con soddisfazione; altrimenti succederanno disordini, slogature, rotture, sfasciamento, ed infine la rovina del corpo medesimo. Ciascuno pertanto compia l'ufficio che gli è affidato, ma lo compia con zelo, con umiltà e confidenza in Dio e non si sgomenti se dovrà fare qualche sacrificio a lui gravoso. Si consoli anzi che la sua fatica torna utile a quella Congregazione, al cui vantaggio ci siamo tutti consacrati.

5° In ogni nostro uffizio, in ogni nostro lavoro, pena o dispiacere, non dimentichiamo mai che essendoci consacrati a Dio, per lui solo dobbiamo faticare e da lui soltanto attendere la nostra mercede. Egli tiene minutissimo conto di ogni più piccola cosa fatta pel suo santo nome, ed è di fede, che a suo tempo ci compenserà con abbondante misura. In fin di vita, quando ci presenteremo al suo divin tribunale, mirandoci con volto amorevole, Egli ci dirà: Bene sta, servo buono e fedele, perché nel poco sei stato fedele, ti farò padrone del molto; entra nel gaudio del tuo Signore.

Cari Salesiani,
Quanto con brevità qui si accenna, vi sarà più diffusamente esposto in apposito manuale. Intanto ricevete queste regole come testamento per tutta la Congregazione.

Ricevete poi i pensieri che le precedono come ricordi, che qual padre, io vi lascio prima della mia partenza per l'eternità, cui mi accorgo avvicinarmi a grandi passi.

Raccomandate al Signore la salvezza dell'anima mia, ed io pregherò costantemente anche per voi, affinché coll'osservanza esatta delle nostre costituzioni possiamo vivere felici nel tempo, e, per tratto della divina Misericordia, ci sia dato di raccoglierci tutti un giorno a godere e a lodare Iddio nella beata eternità. Così sia.

Festa di Maria V. Assunta in cielo, 15 Agosto 1875.

Affezionatissimo in Gesù Cristo Sac. Giovanni Bosco

II. DOCUMENTI COSTITUZIONALI
Il primo documento contenuto in questa parte (n. 225) è il testo regolamentare più antico che possediamo. Fu scritto in bella copia dal chierico Michele Rua tra 1858 e 1859, a partire da un abbozzo precedente di don Bosco, che non è stato conservato. Da questa stesura si diramano tutte le altre redazioni costituzionali fino al documento definitivo del 18748. Per la composizione don Bosco, che non aveva esperienza di vita consacrata, ricorse alle costituzioni di altri istituti religiosi.

Il testo, suddiviso in nove articoli — origine; scopo; forma; voto di obbedienza; povertà; castità; governo interno; altri superiori; accettazione — e introdotto da un proemio e da un cenno storico sull'origine della Congregazione, risulta ancora allo stadio di abbozzo e lacunoso, frutto in parte di esperienza e in parte di elaborazione letteraria. Tuttavia presenta già una serie di importanti scelte attribuibili a don Bosco stesso. In particolare i voti, la vita comune e la forma di governo assumono la loro specificità salesiana dal modo in cui sono formulati, in termini che vanno al di là della pura norma e riflettono le urgenze spirituali del fondatore. L'unirsi in congregazione è motivato da tre ragioni: l'imitazione di Cristo "divin salvatore", l'esercizio della virtù cristiana della carità e l'urgenza di rinnovare la società attraverso la cura dei giovani, specialmente più poveri, e del "basso popolo".

Il tema della carità, "intesa come partecipazione di una grazia divina e come prolungamento dell'opera salvifica di Cristo'', è quello che meglio contrassegna il rapporto tra i salesiani e i destinatari della loro opera. È la carità, "teologicamente intesa e psicologicamente arricchita, che dà un senso particolare alle classiche virtù evangeliche della povertà, castità e obbedienza' a. Ma l'aspetto più interessante è la funzione assegnata all'Oratorio e alla "casa annessa':• la consacrazione dei religiosi salesiani è in funzione della missione oratoriana, cioè dei giovani da raccogliere e istruire nella religione, da avviare a qualche arte o mestiere, "come attualmente si fa nella casa annessa all'Oratorio di San Francesco di Sales in questa città". Insomma, al di là dei modelli di riferimento, il tratto carismatico emerge in questa tendenza di don Bosco a dare alla prassi dell'Oratorio una funzione normativa°.

Sulle varie tappe del processo redazionale delle Costituzioni salesiane cf Giovanni Bosco, Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales [18581-1875. Testi critici a cura di Francesco Motto. Roma, LAS 1982.

9 Cf Pietro STELLA, Le Costituzioni salesiane fino al 1888, in Fedeltà e rinnovamento. Studi sulle costituzioni salesiane. A cura di Joseph Aubry e Mario Midali. Roma, LAS 1974, pp. 30-31.

10 Ibid., p. 32.

Il secondo documento (n. 226) è la traduzione italiana delle Regole o Costituzioni della Società di San Francesco di Sales, pubblicata nel 1875. L'edizione che qui riportiamo, confrontata col testo latino approvato a Roma (1874), presenta alcune caratteristiche singolari: certe clausole giuridiche vengono rese in modo meno netto; il capitolo sul noviziato, composto di tredici articoli, è ridotto a soli sette; gli articoli 9° e 10° del capo XI (De acceptione) — non contrarre abitudini anche indifferenti; per la gloria di Dio e la salvezza delle anime essere disposti a sopportare disagi come il caldo, il freddo, la fame, la sete — sono trasferiti al capo XIII (Pietatis exercitia), come articoli conclusivi, 12° e 13°; inoltre viene eliminato un articolo sulla deposizione del rettor maggiore in caso di indegnità". Ma le modifiche più importanti riguardano la materia economica, con formulazioni che di fatto sanciscono la quasi completa autonomia in materia da qualsiasi autorità civile ed ecclesiastica: è un esegesi giuridica che don Bosco formula in nota all'art. 3° del capo VII sul Governo interno della Società: "La Società Salesiana niente possiede come ente morale, perciò eccetto il caso in cui venisse da qualche governo legalmente approvata, non sarebbe vincolata da questo articolo. Per la stessa ragione ciascun Salesiano può esercitare i diritti civili di compra, vendita e simili senza ricorrere alla Santa Sede".

Il terzo documento (n. 227), Regole o Costituzioni per le Figlie di Maria SS. Ausiliatrice aggregate alla Società Salesiana (1885), è la redazione definitiva, l'ultima revisionata dal fondatore, rimasta in vigore fino al 19002. Il testo era preceduto da una lettera di presentazione di don Bosco (d. n. 48) e da un'Introduzione, sostanzialmente identica allo scritto Ai soci Salesiani, che noi non riproduciamo. Il documento fu composto sulla base delle regole delle Figlie dell'Immacolata di Mornese, delle costituzioni dei Salesiani, delle regole delle suore di sant'Anna (fondate dai marchesi Tancredi e Giulia di Barolo). Tuttavia il profilo di religiosa che ne emerge è inconfondibile: totalitario e sobrio; permeato da intensa tensione apostolica, da una marcata carità educativa, da un umanesimo inconfondibilmente salesiano e da un tocco spirituale propriamente femminile e affettuoso — come si può facilmente constatare, ad esempio, nell'intenso e bellissimo Titolo XIII, dedicato alle Virtù essenziali proposte allo studio delle novizie ed alla pratica delle professe.

11 Constitutiones, cap. VII, art. 8: "At si forte contingat, quod Deus avertat, ut rector maior gravissime ufficia sua negligat, praefectus ve1 quisque de superiore capitulo poterit rectorem efficaciter admonere. Quod si non sufficiat [...5 deponi potest" (G. Bosco, Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales..., p. 125).

12 Cf Giovanni Bosco, Costituzioni per l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1872-1885). Testi critici a cura di Sr. Cecilia Romero fma. Roma, LAS 1983, p. 161.

225. Primo abbozzo di regole della Congregazione salesiana
(1858/1859)
Ed. critica in Giovanni Bosco, Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales [185814875.

Testi critici a cura di Francesco Motto. (= Istituto Storico Salesiano — Fonti, Serie prima, 1).

Roma, LAS 1982, pp. 58-172.

Congregazione di S. Francesco di Sales
In ogni tempo fu speciale sollecitudine dei ministri della Chiesa adoperarsi secondo le loro forze per promuovere il bene spirituale della gioventù. Dalla buona o cattiva educazione di essa dipende un buono o tristo avvenire ai costumi della società. Il medesimo divin Salvatore ci diede col fatto evidente prova di questa verità quando compieva in terra la sua divina missione invitando con parziale affetto i fanciulli di appressarsi a lui: Sinite parvulos venire ad me [Mc 10,14]. I sommi pontefici seguendo le vestigia del Pontefice eterno, il divin Salvatore, di cui fanno le veci sopra la terra, promossero in ogni tempo e colla voce e cogli scritti la buona educazione della gioventù e favorirono in modo speciale quelle istituzioni che a questa parte di sacro ministero dedicano le loro cure.

Ai nostri giorni però il bisogno è di gran lunga più sensibile. La trascuratezza di molti genitori, l'abuso della stampa, gli sforzi degli eretici per farsi seguaci, mostrano la necessità di unirci insieme a combattere la causa del Signore sotto allo stendardo della fede e così conservare la fede ed il buon costume in quella classe di giovani che per essere poveri sono esposti a maggiori pericoli di loro eterna salute. Egli è questo lo scopo della Congregazione di San Francesco di Sales iniziata in Torino nel 1841.

Origine di questa Congregazione
Fin dall'anno 1841 il sacerdote Bosco Giovanni si univa ad altri ecclesiastici per accogliere in appositi locali i giovani più abbandonati della città di Torino a fine di trattenerli con trastulli e nel tempo stesso dar loro il pane della divina parola. Ogni cosa faceva d'accordo coll'autorità ecclesiastica. Benedicendo il Signore questi tenui principi, il concorso dei giovani fu assai grande e l'anno 1844 sua eccellenza monsignor Fransoni concedeva di ridurre un edificio a forma di chiesa con facoltà di fare ivi quelle sacre funzioni che sono necessarie per la santificazione dei giorni festivi e per istruzione dei giovani che ogni giorno più numerosi intervenivano.

Ivi l'Arcivescovo venne più volte ad amministrare il sacramento della Cresima e l'anno -1846 concedeva che tutti quelli che intervenivano a tale istituzione potessero ivi essere ammessi alla santa comunione e adempiere il precetto pasquale; permettendo di cantare la santa messa, fare .tridui .e novene, qualora ciò si ravvisasse opportuno. Queste cose ebbero luogo fino all'anno 1847 nell'Oratorio detto di San Francesco di Sales. In quell'anno crescendo il numero dei giovani e così divenuta ristretta la chiesa attuale, col consenso sempre dell'autorità ecclesiastica si aprì in un altro angolo della città un secondo Oratorio sotto al titolo di San Luigi Gonza.ga col medesimo scopo dell'antecedente.

Divenuti insufficienti anche questi due locali, l'anno 1850 se ne apriva un altro in altro lato della città sotto al titolo del santo Angelo Custode.

I tempi rendendosi assai difficili per la religione, il superiore ecclesiastico con tratto di grande bontà approvava il regolamento di questi oratori e ne costituiva il sacerdote Bosco direttore capo, concedendogli tutte quelle facoltà che potessero tornare necessarie ed opportune a questo scopo.

Molti vescovi adottarono il medesimo piano, di regolamento e si adoperarono per introdurre nelle loro diocesi questi oratori festivi. Ma un bisogno grave apparve nella cura di tali oratori. Molti giovani già alquanto di età avanzata, non potevano essere abbastanza istrutti col solo catechismo festivo e fu mestieri aprire scuole e catechismi diurni e serali. Anzi molti di essi trovandosi affatto poveri ed abbandonati furono accolti in una casa per essere tolti dai pericoli, istruiti nella religione e avviati al lavoro.

Il che [si fa] tuttora specialmente in Torino nella casa annessa all'Oratorio di San Francesco di Sales ove i ricoverati sono in numero di duecento circa. Si fa eziandio in Genova nell'opera detta degli Artigianelli, ove è direttore il sacerdote Montebruno Francesco: ivi i ricoverati sono in numero di quaranta. Si fa pure nella città di Alessandria ove per ora la cura è affidata al chierico Savio Angelo: ivi i ricoverati sono 30.

Per le radunarne di giovani solite a farsi negli Oratori festivi, per le scuole diurne e serali e pel numero ognora crescente di coloro che venivano ricoverati, la messe del Signore divenne assai copiosa. Onde per conservare l'unità di spirito e disciplina, da cui dipende il buon esito degli Oratori, fin dall'anno 1844 alcuni ecclesiastici si radunarono a formare una specie di congregazione aiutandosi a vicenda e coll'esempio e coll'istruzione.

Essi non fecero alcun voto propriamente detto; tutto si limitò a fare una semplice promessa di non occuparsi se non in quelle cose che il loro superiore giudicasse di maggior gloria di Dio e vantaggio dell'anima propria. Riconoscevano il loro superiore nella persona del sacerdote Bosco Giovanni.

Sebbene non si facessero voti tuttavia in pratica si osservavano le regole che sono ivi esposte. Gl'individui che presentemente professano queste regole sono quindici cioè: sacerdoti N. 5, chierici 8, laici 2.

Scopo di questa congregazione
1. Lo scopo di questa congregazione si è di riunire insieme i suoi membri ecclesiastici, chierici ed anche laici a fine di perfezionare se medesimi imitando per quanto è possibile le virtù del nostro divin Salvatore.

2. Gesù Cristo cominciò a fare ed insegnare, così i congregati cominceranno a perfezionare se stessi colla pratica delle interne ed esterne virtù e coll'acquisto della scienza, di poi si adopreranno a benefizio del prossimo.

3. Il primo esercizio di carità sarà di raccogliere giovani poveri ed abbandonati per istruirli nella santa cattolica religione, particolarmente nei giorni festivi, siccome ora si pratica in questa città di Torino nell'Oratorio di San Francesco di Sales, di San Luigi e in quello del santo Angelo Custode.

4. Se ne incontrano poi di quelli che sono talmente abbandonati che per loro riesce inutile ogni cura se non sono ricoverati; onde per quanto sarà possibile [si] apriranno case di ricovero ove coi mezzi che la divina Provvidénza porrà fra le mani, sarà loro somministrato alloggio, vitto e vestito; mentre saranno istruiti nelle verità della fede, saranno eziandio avviati a qualche arte o mestiere come attualmente si fa nella casa annessa all'Oratorio di San Francesco di Sales in questa città.

5. Il bisogno di sostenere la religione cattolica si fa ora gravemente sentire anche fra gli adulti del basso popolo e specialmente nei paesi di campagna, perciò i congregati si adopreranno di dettare esercizi spirituali, diffondere-buoni libri, adoperarsi con tutti quei mezzi che suggerirà la carità industriosa affinché o colla voce o cogli scritti si ponga un argine all'empietà e all'eresia che in tante guise tenta d'insinuarsi fra i rozzi e gl'ignoranti; ciò al presente si fa col dettare di quando in quando qualche muta di esercizi spirituali e colla pubblicazione delle Letture cattoliche.

Forma della congregazione
1. Tutti i. congregati tengono vita comune stretti solamente dalla fraterna carità e dai voti semplici che li stringono a formare un cuor solo ed un'anima sola per amare e servire Iddio.

2. Ognuno nell'entrare in congregazione non perderà il diritto civile an
che dopo fatti i voti, perciò conserva la proprietà delle cose sue, la facoltà di succedere e di ricevere eredità, legati e donazioni.

3. Il frutto però di tali beni per tutto il tempo che rimarrà in congregazione deve cedersi a favore della congregazione o dei propri parenti, o di qualche altra persona.

4. I chierici e sacerdoti anche dopo fatti i voti ritengono i loro patrimoni o benefizi semplici, ma non li amministrano né possono goderli in particolare.

5. L'amministrazione dei patrimoni, dei benefizi e di quanto è portato in congregazione o che è posseduto da qualche individuo, appartiene al superiore della casa, il quale o per sé o per altri li amministrerà e ne riceverà i frutti annui finché l'individuo sarà in congregazione.

6. Al medesimo superiore ogni sacerdote consegnerà eziandio la limosina della messa; gli altri poi o chierici o laici gli consegneranno ogni sorta di danaro che in qualsiasi modo loro possa pervenire, affinché serva a bene comune.

7. Parimenti colui che volesse disporre per testamento [a vantaggio] della congregazione può lasciare gli stabili di cui è padrone a chi meglio giudicherà.

8. Chi morisse senza testamento gli succederà chi di diritto.

9. I voti obbligano l'individuo finché egli dimorerà in congregazione. Quelli che o partono spontaneamente o dietro a prudente giudizio dei superiori sono licenziati dalla congregazione, col fatto medesimo s'intendono sciolti dai loro voti.

10. Ognuno faccia di perseverare nella sua vocazione fino alla morte; che se taluno uscisse dalla congregazione, non potrà pretendere corrispettivo del tempo che ivi è rimasto, né portar seco altre cose se non quelle che il superiore della casa giudicherà a proposito.

11. Se avvenisse di dover stabilire altrove qualche nuova casa si concerti prima quanto riguarda allo spirituale ed al temporale col vescovo della diocesi
in cui quella intende aprirsi.

12. I congregati che vanno ad aprire una nuova casa non devono essere meno di due, di cui almeno uno sacerdote. Ogni casa sarà arbitra nell'amministrazione dei propri beni; sempre però nei limiti fissati dal superiore.

13. Il superiore ammetterà i novizi, li accetterà nella professione, oppure li rimanderà secondo che gli sembrerà meglio nel Signore. Ma non licenzierà alcuno della casa senza aver prima consultato i superiori cui egli appartiene.

14. Le obbligazioni che ogni aggregato si assume nella emissione dei voti
non. obbligano sotto pena di peccato se non quando fosse violato il diritto naturale, divino o ecclesiastico, o fosse espressamente ordinato dal superiore in virtù di santa obbedienza.

Del voto di obbedienza
1. Il profeta Davide pregava Iddio che lo illuminasse per fare la sua santa volontà. Il divin Salvatore ci assicurò che egli non è venuto per fare la sua volontà; ma quella del suo celeste Padre. Egli è per assicurarci di fare la santa volontà di Dio che si fa il voto di obbedienza.

2. Questo voto in genere si estende a non occuparci in altre cose se non in quelle che il rispettivo superiore giudicherà di maggior gloria di Dio e vantaggio dell'anima propria.

3. In particolare poi si estende all'osservanza delle regole contenute nel piano di regolamento della casa: siccome da più [anni] si pratica nella casa annessa all'Oratorio di San Francesco di Sales.

4. La virtù dell'ubbidienza è quella che ci assicura di fare la divina volontà: Chi ascolta voi, dice il Salvatore, Ascolta me e chi disprezza voi, disprezza me.

5. Ciascuno dunque abbia il superiore in luogo di padre, a lui obbedisca interamente, prontamente, con animo ilare e con umiltà.

6. Niuno diasi sollecitudine domandare cosa alcuna neppure di ricusarla. Se però alcuno giudicasse qualche cosa essergli nocevole o necessaria, la esponga rispettosamente al superiore e si rassegni nel Signore qualunque ne sia per essere la risposta.

7. Ognuno abbia grande confidenza nel superiore, niun segreto del cuore si conservi verso di lui. Gli tenga sempre la sua coscienza aperta ogni qualvolta ne sia richiesto od egli stesso ne conosca il bisogno.

8. Ognuno obbedisca senza alcuna resistenza né col fatto, né colle parole né col cuore. Quanto più una cosa sarà ripugnante a chi la fa tanto più accrescerà il merito dinanzi a Dio facendola.

9. Niuno mandi lettera fori di casa senza permesso del superiore o di un altro da lui delegato. Ricevendosi lettere si consegneranno prima al superiore, che le leggerà, qualora lo giudichi a proposito.

Voto di povertà
1. L'essenza del voto di povertà nella nostra Congregazione consiste nel condurre vita comune riguardo al vitto e vestito, e riserbar nulla sotto chiave senza speciale permesso del superiore.

2. È pure parte di questo voto il tenere le camere nella massima semplicità, studiando di ornare il cuore di virtù e non la persona o le pareti della camera.

3. Niuno in congregazione o fuori tenga denaro presso di sé, nemmeno in deposito per qualsiasi causa.

4. In caso di viaggio o in caso che il superiore mandi ad aprire o ad amministrare qualche casa di beneficienza, o a compiere qualche parte del sacro ministero, allora il superiore darà le disposizioni secondo il bisogno.

5. Il dare a mutuo, o ricevere, o dispensare quelle cose che sono presso di sé o nella casa, non solamente è proibito di farlo cogli esterni, ma nemmeno con quelli della casa senza licenza dei superiori.

6. Se a taluno fosse data qualche limosina, egli tosto la porti al superiore che la darà al procuratore della casa affinché la riponga nella cassa della congregazione.

Del voto di castità
1. Chi tratta colla gioventù abbandonata deve certamente studiare di arricchirsi di ogni virtù. Ma la virtù angelica, virtù tanto cara al Figliuolo di Dio, la virtù della castità, deve essere coltivata in grado eminente.

2. Chi non è sicuro di conservare questa virtù nelle opere, nelle parole, nei pensieri, non si faccia scrivere in questa Congregazione, perché ad ogni passo egli è esposto a pericoli. Le parole, gli sguardi anche indifferenti [sono] malamente accolti dai giovani già stati vittima delle umane passioni.

3. Perciò massima cautela nel discorrere o trattare coi giovani di qualsiasi età o condizione.

4. Fuggire le conversazioni delle persone di diverso sesso e dei medesimi secolari, ove si prevede pericolo di questa virtù.

5. Niuno si rechi a casa di conoscenti senza espressa licenza del superiore, il quale gli destinerà sempre un compagno.

6. Mezzi efficaci per custodire questa virtù sono la pratica esatta dei consigli del confessore, mortificazione e modestia di tutti i sensi del .corpo, frequenti visite a Gesù sacramentato, frequenti giaculatorie a Maria santissima, a san Francesco di Sales, a san Luigi Gonzaga, che sono i principali protettori di questa congregazione.

Governo interno della Congregazione
1. La Congregazione sarà governata da un capitolo composto di un rettore, prefetto, economo, direttore spirituale o catechista e due consiglieri.

2. Il rettore sarà a vita; a lui appartiene il proporre l'accettazione dei postulanti o non proporla; assegna a ciascuno le incombenze sia riguardanti allo spirituale, sia riguardanti al temporale.

3. Il rettore si nominerà un vicario fra gli individui della Congregazione e lo designerà con nome e cognome in foglio di carta sigillato, tenendo tutto in segreto e sotto chiave. Sul piego sia scritto: rettore provvisorio.

4. Il vicario farà le veci del rettore dalla morte di esso finché sia definitivamente eletto il successore.

5. Affinché uno possa essere eletto rettore deve essere vissuto almeno sei anni in Congregazione, aver compiuto trent'anni di sua età; abbia tenuta esemplare condotta in faccia a tutti i congregati. Qualora concorressero tutte le altre doti in grado eminente il vescovo ordinario può diminuire l'età fino a 26 anni.

6. Il rettore non sarà definitivamente eletto finché non sia approvato dal superiore ecclesiastico.

7. L'elezione del successore al rettore defunto si farà così: otto giorni dopo la morte del rettore si raduneranno il prefetto, economo, direttore spirituale e i due consiglieri, il vicario con altri due dei più anziani della congregazione. Se il tempo e il luogo lo permettono saranno pure invitati tutti, i rettori di tutte le altre case. Recitato il De profundis in suffragio del rettore defunto, invocata l'assistenza dello Spirito Santo coll'inno Veni Creator Spiritus, si daranno i voti. Colui il quale riporterà due terzi di voti, sarà il novello rettore.

Gli altri superiori
1. Gli uffizi propri degli altri superiori della casa saranno dal rettore ripartiti secondo il piano di regolamento pei giovani ricoverati.

2. Il direttore spirituale però avrà cura speciale dei novizi e si darà la massima sollecitudine per fare loro imparare e praticare lo spirito di carità e di zelo che deve animare colui che desidera dedicare interamente la sua vita al bene dei giovani abbandonati.

3. È pure ufficio speciale del direttore invigilare sulla condotta del rettore con obbligo stretto di avvisarlo se sorgerà qualche trascuranza dell'osservare le regole della Congregazione.

4. Ma è poi cura speciale del direttore invigilare sopra la condotta morale di tutti i congregati.

5. Il prefetto, l'economo, il direttore spirituale saranno eletti a pluralità di voti dei superiori. I due consiglieri saranno eletti dal solo rettore.

6. Quando un congregato è mandato alla direzione di qualche casa prende l'autorità di direttore, ma la sua autorità è limitata nella casa di cui è direttore. Alla morte del rettore è anch'egli invitato ad intervenire per dare il voto nell'elezione del futuro rettore.

7. Ciascuno dei superiori, ad eccezione del rettore, durerà tre anni nella sua carica e potrà essere rieletto.

Accettazione
1. Fatta la domanda da taluno che voglia entrare in congregazione, il direttore spirituale ne prenderà le debite informazioni, che farà tenere al rettore.

2. Il rettore poi lo presenterà o no per l'accettazione secondo che gli
sembrerà meglio nel Signore. Ma quando è proposto al capitolo sarà solo accettato se otterrà almeno la maggioranza dei voti.

3. La prova per essere ammesso ai voti sarà di un anno; ma ninno li potrà fare se non ha compiuto sedici anni.

4. I voti saranno per due volte rinnovati di tre in tre anni. Dopo i sei anni ognuno è libero di continuarli di tre in tre anni, oppure di farli perpetui, cioè di obbligarsi all'adempimento dei voti per tutta la vita.

226. Regole o Costituzioni della Società. di S. Francesco di Sales
(1874/1875)
Ed. critica in G. Bosco, Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales [18581-1875...,
pp. 73-9013.

I. Scopo della Società di S. Francesco di Sales
1. Lo scopo della Società salesiana si è la cristiana perfezione dei suoi membri, ogni opera di carità spirituale e corporale verso dei giovani, specialmente poveri, ed anche l'educazione del giovane clero. Essa poi si compone di sacerdoti, chierici e laici.

2. Gesù Cristo incominciò a fare ed insegnare; così anche i soci Salesiani cominceranno a perfezionare se stessi colla pratica di ogni virtù interna ed
13 Si tratta della traduzione italiana del testo latino approvato dalla Santa Sede nel 1874, pubblicata nel 1875: [Giovanni Bosco], Regole o Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales secondo il decreto di approvazione del 3 aprile 1874. Torino, [Tipografia dell'Oratorio di San Francesco di Sales] 1875 (OE XXVII, 53-99).

esterna e con l'acquisto della scienza, di poi si adopereranno a beneficio del prossimo.

3. Il primo esercizio di carità sarà di raccogliere giovanetti poveri ed abbandonati per istruirli nella santa cattolica religione, particolarmente nei giorni festivi.

4. Avvenendo spesso che s'incontrino giovani talmente abbandonati, che per loro riesce inutile ogni cura, se non sono ricoverati, perciò per quanto è possibile si apriranno case, nelle quali coi mezzi che la divina Provvidenza ci porrà tra le mani, verrà loro somministrato ricovero, vitto e vestito; e mentre s'istruiranno nelle verità della cattolica fede, saranno eziandio avviati a qualche arte o mestiere.

5. Essendo poi molti e gravi i pericoli che corre la gioventù, che aspira allo stati) ecclesiastico, questa Società si darà massima cura di coltivare nella pietà quelli che mostrassero speciale attitudine allo studio e fossero commendevoli per buoni costumi. Trattandosi di ricevere giovani per gli studi, si accolgano di preferenza i più poveri, perché appunto non potrebbero compiere i loro studi altrove; purché diano qualche speranza di vocazione allo stato ecclesiastico.

6. Il bisogno di sostenere la religione cattolica si fa gravemente sentire trai popoli cristiani, particolarmente nei villaggi; perciò i soci Salesiani si adopereranno con zelo a dettare esercizi spirituali per confermare e indirizzare nella pietà coloro che, mossi dal desiderio di mutar vita, si recassero ad ascoltarli.

7. Similmente si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo usando tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Finalmente colle parole e cogli scritti cercheranno di porre un argine all'empietà e all'eresia che in tante guise tenta di insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche, le quali di tratto in tratto si tengono al popolo,
i tridui, le novene e la diffusione dei buoni libri.

II. Forma di questa Società
1. Tutti i soci vivono in comune stretti solamente dal vincolo della carità fraterna e dei voti semplici, che li unisce in guisa da formare un cuor solo ed un'anima sola per amare e servire Iddio colla virtù dell'ubbidienza, della povertà e della castità e coll'esatto adempimento dei doveri di buon cristiano.

2. I chierici ed i preti, benché abbiano fatti i voti, potranno ritenere i loro patrimoni o benefici semplici; ma non li potranno amministrare, né goderne i frutti, se non secondo la volontà del rettore.

3. L'amministrazione dei patrimoni, dei benefici e di quanto si porterà in Congregazione, spetta al superiore generale il quale o per sé o per altri li amministrerà e ne riceverà i frutti annui, finché il socio rimarrà in Congregazione.

4. Al medesimo superiore o generale o locale ogni sacerdote è tenuto a consegnare eziandio la limosina delle messe. Tutti poi o preti o chierici o laici gli consegneranno tutto il danaro e ogni dono che in qualsiasi modo loro possa pervenire.

5. Ciascheduno è obbligato ad osservare i suoi voti, siano triennali, siano perpetui; non potrà esserne dispensato, se non dal sommo pontefice, ovvero quando sia stato licenziato dalla Società dal superiore generale.

6. Ognuno faccia di perseverare fino alla morte nella sua vocazione, ricorr dandosi sempre di quelle gravissime parole del divin Salvatore: Nemo mittens manum ad aratrum et respiciens retro aptus est regno Dei [Le 9,62]; Niuno che pone la mano all'aratro e guarda indietro, è atto per il regno di Dio.

7. Nondimeno se taluno uscisse di Congregazione, non potrà pretendere compenso alcuno per il tempo che vi rimase. Ricupererà tuttavia il pieno diritto di tutti i suoi beni immobili ed anche di tutti gli oggetti mobili, di cui si fosse riservata la proprietà entrando in Congregazione. Ma non potrà richiedere conto alcuno dei frutti né dell'amministrazione dei medesimi per il tempo che egli visse nella Società.

8. Colui che porta in Congregazione danari, mobili o qualsivoglia altra cosa con intenzione`di ritenerne la proprietà, deve consegnare un elenco di tutte quelle cose al superiore, il quale, fattane la ricognizione, gli darà una carta di ricevuta. Volendo poi il socio ricuperare quegli oggetti che coll'uso si consumano, li riavrà in quello stato che allora si troveranno, né potrà ripeterne compenso di sorta.

III. Del voto di ubbidienza
1. Il profeta Davide pregava Iddio che lo illuminasse a fare la sua santa volontà. Il divin Redentore poi ci assicurò, ch'egli non è venuto' sulla terra per fare la volontà propria, ma quella del suo celeste Padre. E noi facciamo il voto di ubbidienza appunto per assicurarci di fare in ogni cosa la santa volontà di Dio.

2. Perciò ognuno ubbidisca al proprio superiore 'e le: consideri iri ogni cosa qual padre amoroso, ubbidendogli senza riserva alcuna, prontamente, con animo ilare e con umiltà; persuaso che nella cosa comandata gli è manifestata la stessa volontà di Dio.

3. Niuno diasi sollecitudine di domandar cosa alcuna né di ricusarla. Qualora conoscesse che una cosa gli è notevole o necessaria, la esponga rispettosamente al superiore che si darà massima cura di provveder ai suoi bisogni.

4. Ognuno abbia somma confidenza nel suo superiore; sarà perciò di grande giovamento ai soci il rendere di tratto in tratto conto della vita esteriore ai primari superiori della Congregazione. Ciascheduno loro manifesti con semplicità e prontezza le mancanze esteriori commesse contro le regole ed anche il suo profitto nelle virtù, affinché possa riceverne consigli e conforti, e, se farà d'uopo, anche le convenienti ammonizioni.

5. Ognuno ubbidisca senza alcuna resistenza né col fatto, né colle parole, né col cuore, per non privarsi del merito della virtù dell'obbedienza. Quanto più la cosa comandata sarà ripugnante a chi la fa, tanto maggior premio si avrà da Dio eseguendola fedelmente.

IV Del voto di povertà
1. Il voto di povertà, di cui qui si parla, riguarda soltanto l'amministrazione di qual si voglia cosa, non già il possesso; perciò quelli che hanno fatto
i voti in questa Società, riterranno il dominio dei loro beni; ma ne è loro interamente proibita l'amministrazione, come pure la distribuzione e l'uso delle rendite. Inoltre prima di fare i voti devono cedere, anche in modo privato, l'amministrazione, l'usufrutto e l'uso a quelli, cui vorranno, ed anche alla Congregazione, se così loro piacerà. A questa cessione poi si può mettere la condizione che sia revocabile quandochessia: ma il professo non può in coscienza usare di questo diritto di revoca, senza il consenso della Santa Sede. Tutto questo si dovrà pure osservare riguardo a quei beni che il socio acquisterà per eredità dopo fatta la sua professione.

2. Tuttavia i membri di questa Congregazione potranno disporre liberamente del dominio, sia per testamento, sia, col permesso però del rettore maggiore, durante la vita per altro atto pubblico. Avvenendo questo ultimo caso, cesserà la concessione da loro fatta dell'amministrazione, dell'usufrutto e dell'uso, tranne che avessero voluto che, non ostante la cessione del dominio, quella concessione durasse ancora per quel tempo che loro fosse piaciuto.

3. I professi potranno compiere, col permesso del rettore maggiore, tutti .quegli atti di proprietà che sono prescritti dalle leggi (14).

(14) Ognuno può liberamente proporre al superiore la destinazione delle cose di sua proprietà, ma l'uso deve sempre essere regolato dal superiore (nota nel testo originale).

4. I professi non potranno attribuirsi o riservarsi cosa alcuna da loro acquistata o colla propria industria, o coi mezzi che la Congregazione presenta; ma il tutto si dovrà rimettere ad utilità comune della Congregazione.

5. È parte di questo voto il tener le camere nella massima semplicità, studiandosi di ornare il cuore di virtù e non la persona o le pareti della camera.

6. Niuno né in casa, né fuori serbi danaro presso di sé, o in deposito presso altri per qualsiasi ragione.

7. Ciascuno finalmente abbia il cuore staccato da ogni cosa terrena; stia contento di quanto la Società provvede riguardo al vitto ed al vestito, né si ritenga veruna cosa senza particolare permesso del superiore.

V Del voto di castità
1. Chi tratta colla gioventù abbandonata deve certamente studiare di arricchirsi di ogni virtù. Ma la virtù che deve essere maggiormente coltivata, sempre da aversi innanzi agli occhi, la virtù angelica, la virtù fra tutte cara al Figliuol di Dio, è la virtù della castità.

2. Chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, questa virtù nelle parole, nelle opere, nei pensieri, non si faccia ascrivere a questa Congregazione, perché ad ogni passo egli sarebbe esposto a grandi pericoli.

3. Le parole, gli sguardi, anche indifferenti, sono talvolta malamente interpretati dai giovani, che sono già stati vittima delle umane passioni. Perciò si dovrà usare massima cautela discorrendo e trattando di qualunque cosa con giovani di qualsiasi età e condizione.

4. Si fuggano i convegni dei secolari, dove questa virtù corre pericolo e le conversazioni specialmente colle persone di sesso diverso.

5. Niuno si rechi a casa di conoscenti od amici senza il consenso del superiore, il quale, se può, gli destinerà sempre un compagno.

6. Mezzi per custodire diligentissimamente questa virtù sono la frequente confessione e comunione, la pratica esatta dei consigli del confessore, la fuga dell'ozio, la mortificazione di tutti i sensi del corpo, frequenti visite a Gesù sacramentato, frequenti giaculatorie a Maria santissima, a san Giuseppe, a san Francesco di Sales, a san Luigi Gonzaga, che sono i principali protettori della nostra Congregazione.

VI Governo religioso della società
1.1 soci riconosceranno per loro arbitro e superiore assoluto il sommo
pontefice, cui saranno in ogni cosa, in ogni luogo e in ogni tempo umilmente e rispettosamente sottomessi. Che anzi ogni membro si darà massima sollecitudine di difenderne l'autorità e promuovere l'osservanza delle leggi della Chiesa cattolica e del suo capo supremo, che è legislatore e vicario di Gesù Cristo sopra la terra.

2. Ogni tre anni il rettore maggiore darà alla sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari una relazione della Società, la quale relazione tratterà del numero delle case e dei soci, dell'osservanza delle regole e di quello che riguarda l'amministrazione economica.

3. Per trattar delle cose di maggior momento e per provvedere a quanto
i bisogni della Società, i tempi, i luoghi richiedono, si radunerà ordinariamente il Capitolo generale ogni tre anni (15).

4. Il Capitolo generale così radunato potrà eziandio proporre quelle aggiunte alle costituzioni e quei mutamenti, che crederà opportuni, ma in modo conforme al fine ed alle ragioni per cui le regole furon approvate. Nondimeno queste aggiunte "é questi mutamenti, benché approvati a maggioranza di voti, non potranno obbligare alcuno, se prima non otterranno il consenso della Santa Sede.

5. Tutti gli atti dei Capitoli generali saranno mandati alla sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, perché siano approvati.

6. I soci saranno soggetti al vescovo di quella diocesi ove è la casa cui appartengono, secondo le pregcrizioni dei sacri canoni, salve sempre le costituzioni della Società dalla Santa Sede approvate.

7. Ogni socio si adoprerà con ogni potere in aiuto del vescovo della diocesi; e, per quanto gli sarà possibile, ne difenda i diritti ecclesiastici, promuova il bene della sua Chiesa, principalmente se si tratta dell'educazione della gioventù povera.

VII. Governo interno della società
1. Nel reggimento interno tutta la Congregazione dipende dal Capitolo superiore, che è composto di un rettore, di un prefetto, di un economo, di un catechista o direttore spirituale e di tre consiglieri.

15 Il Capitolo generale è composto dei membri del Capitolo superiore e dei direttori delle case particolari. Ogni direttore radunerà il suo capitolo particolare e con esso tratterà delle cose che sono giudicate maggiormente necessarie a proporsi nel futuro Capitolo generale (nota nel testo originale).

2. Il rettore maggiore è il superiore di tutta la Congregazione; egli può stabilire la sua dimora in qualunque casa della Congregazione. Uffici, persone, beni mobili ed immobili, le cose spirituali e temporali dipendono totalmente da lui. Perciò spetterà al rettore accettare o non accettare nuovi soci in Congregazione (16), assegnare a ciascheduno i suoi uffici, sia per lo spirituale, sia pel temporale; le quali cose egli eseguirà o per sé o per mezzo d'altre persone da lui delegate. Ma non potrà fare verun contratto di vendita o di compera di cose immobili senza il consenso del Capitolo superiore.

3. Nel vendere beni della Società, o contrar debiti, si osservi tutto quello, che si deve di diritto osservare secondo i sacri canoni e le costituzioni apostoliche (17).

4. Niuno, eccettuati il Capitolo superiore e i direttori delle case, può scrivere o ricevere lettere senza il permesso del superiore o di un altro socio a ciò delegato dal superiore. Del resto tutti i soci possono mandare lettere ed altri scritti alla Santa Sede e al superiore generale senza domandare il permesso ai superiori della casa, a cui appartengono; che anzi i superiori non potranno neppure leggerle.

5. Il rettore maggiore rimarrà in carica dodici anni e potrà essere rieletto; ma in questo ultimo caso non potrà governare la Società, se non sarà riconfermato nel suo ufficio dalla Santa Sede.

6. Morto il rettore, il prefetto ne farà le veci finché non sia creato il successore; ma per tutto il tempo che regge la Società, egli non potrà mutare cosa alcuna nella disciplina, o nell'amministrazione.

7. Appena morto il rettore, il prefetto ne dia tosto avviso ai direttori di tutte le case, i quali subito si daranno cura, perché si facciano al defunto quei suffragi, che sono prescritti dalle costituzioni. Quindi inviti i medesimi direttori a radunarsi per la elezione del nuovo rettore.

8. Che se per caso avverrà quod Deus avertat che il rettore trascurasse gravemente i suoi doveri, il prefetto o alcuno del Capitolo superiore d'accordo
. .

1' II superiore generale può di sua autorità ricevere gli aspiranti ed a suo tempo presentarli o no, secondo che giudica meglio nel Signore, perché un allievo sia ammesso alla prova del noviziato oppure ai voti (nota nel testo originale).

17 La Società salesiana niente possiede come ente morale, perciò eccetto il caso in cui venisse da qualche governo legalmente approvata, non sarebbevincolata da questo articolo. Per la stessa ragione ciascun Salesiano può esercitare i diritti civili di compra, vendita e simili senza ricorrere alla Santa Sede. Così fu risposto dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari, 6 aprile 1874 (nota nel testo originale).

cogli altri, potrà ammonire efficacemente il rettore. E se questa ammonizione non bastasse, allora il Capitolo ne faccia avvisata la sacra Congregazione dei Vescovi e dei Regolari da cui potrà essere spogliato del suo grado".

VIII. Della elezione del rettore maggiore
1. Perché alcuno possa essere eletto rettore maggiore, si richiede che sia vissuto almeno dieci anni in Congregazione, abbia compito trentacinque anni, ed abbia dato non dubbie prove di vita esemplare e di destrezza e prudenza nello spedire i negozi della Congregazione, ed infine sia professo perpetuo.

2. Per due cause può avvenire che si debba eleggere il rettore, o perché abbia finito i dodici anni della sua carica, o per la morte dell'antecessore.

3. Se la elezione avrà luogo perché siano passati i dodici anni, si farà in questo modo: Tre mesi prima che finisca il tempo del suo ufficio, il rettore convocherà il Capitolo superiore e gli darà avviso che è imminente il fine della sua carica: e ne darà pure notizia ai direttori di ciascheduna casa e a quei soci, che secondo le costituzioni sono ammessi a dare il voto. Mentre significherà il tempo in cui termina la sua carica, stabilirà il giorno per la elezione del successore. Contemporaneamente ordinerà preghiere da farsi per otténere i lumi celesti, ed ammonirà ognuno chiaramente e distintamente del grave obbligo di dare il voto a quello che giudicheranno più idoneo a promuovere la gloria di Dio e l'utilità delle anime nella Congregazione. La elezione del successore deve farsi non più di quindici giorni dopo che il rettore terminò il tempo del suo ufficio.

4. Dal termine della sua carica fino alla compiuta elezione del successore il rettore maggiore continuerà a reggere ed amministrare la Società coll'autorità che ha il prefetto alla morte del rettore, finché il successore sia definitivamente costituito nel suo uffizio.

5. Ad eleggere il rettore maggiore daranno il voto il Capitolo superiore e i direttori delle case particolari, accompagnati da un socio professo perpetuo, eletto dai professi perpetui di quella casa, a cui appartengono. Se per qualunque causa taluno non potesse recarsi a dare il voto, di pien diritto e validamente la elezione si compirà dagli altri.

6. La elezione si farà in questo modo. Inginocchiati davanti l'immagine del crocifisso, invocheranno l'aiuto divino recitando l'inno Veni, Creator Spiritus ecc. Dopo il prefetto esporrà ai confratelli il motivo per cui sono stati congregati. Quindi tutti i soci professi e presenti scriveranno in una schedula il nome di colui che giudicheranno degno e la porranno in un'urna a ciò preparata. Poi si eleggeranno da tutti i presenti, in modo segreto, tre scrutatori dei voti e due segretari. Chi otterrà la maggioranza assoluta dei voti sarà il novello rettore o superiore generale.
18 Questo articolo, presente nell'edizione latina approvata dalla Santa Sede, viene tralasciato da don Bosco nell'edizione italiana del 1875.

7. Se poi la elezione si dovesse fare per la morte del rettore, allora si tenga quest'ordine. Morto il rettore maggiore, il prefetto ne darà la nuova ai direttori delle case particolari per lettera, affinché, quanto più presto si può, si facciano per l'anima del defunto i suffragi prescritti dalle costituzioni. La elezione dovrà farsi non prima di tre mesi e non dopo di sei dalla morte del rettore. A questo scopo il prefetto convocherà il Capitolo superiore e col suo consenso stabilirà il giorno più opportuno per radunare quelli che devono intervenire all'elezione, li quali avviserà e ammonirà di quanto nell'articolo 3 si è detto.

8. I voti poi saranno dati da quelli, che godono del diritto di eleggere il rettore, come è nell'art. 5 di questo capo.

9. Quegli che avrà ottenuta la maggioranza assoluta dei voti sia superiore generale, a cui tutti i confratelli dovranno prestare obbedienza.

10. Terminata la elezione, il prefetto ne darà avviso a tutte le case particolari, facendo in modo che la notizia del novello rettore giunga presto a cognizione di tutti i membri della Società. Con questo atto cessa nel prefetto ogni autorità di superiore generale.

/X Degli altri superiori
1. Il prefetto, il direttore spirituale, l'economo e i tre consiglieri sopraddetti saranno eletti per suffragi dal rettore e dagli altri soci, i quali avendo fatto i voti perpetui potranno aver parte all'elezione del rettor maggiore. Per essere eletti si richiede che abbiano almeno vissuto cinque anni in Congregazione, compiuto trentacinque anni ed abbiano i voti perpetui. Affinché poi l'ufficio loro assegnato non abbia a soffrir detrimento, dovrann5 ordinariamente risiedere nella casa in cui dimora il rettore maggiore.

2. Il prefetto, il direttore spirituale, l'economo e i tre consiglieri dureranno in carica sei anni.

3. La loro elezione si farà nella festa di san Francesco di Sales, nel qual tempo tutti i direttori delle case particolari sogliono essere convocati. Tre mesi prima della detta festa il rettore farà noto a tutte le case il giorno in cui si farà la elezione.

4. Pertanto tutti i direttori raduneranno i professi perpetui della loro casa e insieme con un socio da questi eletto verranno alla futura elezione.

5. Nel giorno stabilito il Capitolo superiore coi direttori e i soci venuti con loro daranno il voto e faranno pubblicamente lo scrutinio. A questo fine saranno eletti tre scrutatori e due segretari. Chi otterrà la maggioranza dei voti sarà il nuovo membro del Capitolo superiore. Se poi il direttore o il socio di qualche casa per la troppa distanza o altra giusta causa non avesse potuto trovarsi alla elezione, questa nondimeno sarà valida e perfetta (19).

6. Gli uffici propri di ciascun membro del Capitolo superiore saranno assegnati dal rettore secondo il bisogno.

7. Tuttavia il direttore spirituale avrà specialmente cura dei novizi. Egli insieme col maestro dei novizi si darà la massima sollecitudine per far loro conoscere é praticare lo spirito di carità e lo zelo che deve animare colui che desidera dedicare interamente la sua vita al bene delle anime.

8. E pure dovere del direttore spirituale ammonire riverentemente il rettore, qualora scorgesse in lui qualche notabile negligenza nel praticare e far osservare le regole della Congregazione.

9. Ma è poi ufficio speciale del direttore spirituale significare al rettore qualunque cosa vegga utile al bene spirituale; e il rettore procurerà di provvedervi secondo gli parrà meglio nel Signore.

10. Il prefetto in assenza del rettore ne farà le veci sia nel governo ordinario della società, sia in tutte le cose di cui avrà ricevuto speciale incarico.

11. Egli terrà conto delle entrate e delle uscite, noterà ogni lascito e donazione di qualche importanza fatto per ciascuna casa con particolare destinazione. Ogni frutto dei beni mobili ed immobili sarà sotto la tutela e responsabilità del prefetto.

12. Il prefetto adunque è come il centro da cui deve partire e a cui deve riferirsi l'amministrazione di tutta la Congregazione. Il prefetto poi è soggetto al rettore, a cui deve render conto della sua gestione almeno una volta all'anno.

13. L'economo ha il governo di tutto il materiale della Società. Perciò saranno affidato a lui le compre, le vendite, le fabbriche e simili. Similmente è ufficio dell'economo provvedere che a ciascuna casa siano somministrate quelle cose di che in quella si abbisogna vale a dire in paragone di tutti quelli che ottennero voti (nota nel testo originale).

19 Nella elezione del rettor maggiore si ricerca la maggioranza assoluta, ovvero oltre la metà dei voti in suo favore. Per gli altri membri del Capitolo basta la maggioranza relativa,
14. I consiglieri intervengono a tutte le deliberazioni che risguardano l'accettazione al noviziato, l'ammissione ai voti o il licenziamento di qualche membro dalla Società; e se si tratta dell'apertura di una nuova casa o di eleggere il direttore di qualche casa particolare; di contratti di beni immobili; di compre e di vendite. In una parola di tutte le cose, di maggior importanza che spettano al buon andamento generale della Società. La deliberazione si farà per suffragi segreti. Se nella ricognizione dei voti segreti, che hanno forza di deliberazione, la maggioranza non sarà favorevole, il rettore protrarrà la deliberazione.

15. Uno dei consiglieri per delegazione del rettore avrà cura delle cose scolastiche di tutta la Società. Gli altri due, secondo il bisogno, faranno le veci di quelli del Capitolo superiore, se per malattia o per altra causa non potessero attendere al loro ufficio.

16. Ciascheduno dei superiori, eccetto il rettore, durerà in carica sei anni e potrà esser rieletto. Se poi alcuno del Capitolo superiore cessasse dal proprio ufficio o per morte o per qualunque altra causa prima che si compiano i sei anni, il rettore maggiore ne affiderà il disimpegno a quello che giudicherà meglio nel Signore; questi poi starà in ufficio solo fino alla fine del sessennio incominciato dal socio uscito di carica.

17. Se sarà necessario il rettore maggiore, col consenso del Capitolo superiore, stabilirà alcuni visitatori, ai quali darà incarico di visitare un dato numero di case, qualora ciò sia richiesto dal loro numero e dalla loro distanza. Cotali visitatori o riconoscitori faranno le veci del rettore maggiore nelle case e nei negozi loro affidati.

X. Di ciascuna casa in particolare
1. Qualora, per favore particolare della divina Provvidenza, si abbia da aprire qualche casa, prima di tutto il superiore generale procuri di ottenere il consenso dal vescovo della diocesi, in cui si deve aprire la novella casa.

2. Ma in questo si proceda cautamente, affinché nell'aprire case o nell'assumere amministrazioni di qualunque genere, nulla si stabilisca o gi faccia contrario alle leggi.

3. Se poi la novella casa fosse un piccolo seminario od un seminario pei chierici adulti, allora, oltre la dipendenza nelle cose del sacro ministero, vi sarà pure piena dipendenza dal superiore ecclesiastico nell'insegnamento. Nella scelta della materia d'insegnamento, dei libri da usarsi, nella disciplina é' nell'amministrazione temporale, si dovrà stare a quello che il rettore maggiore stabilirà coll'ordinario del luogo.

4. La. Società non potrà incaricarsi della, direzione di seminari senza espresso permesso della Santa Sede; il qual permesso si dovrà chiedere in tutti i singoli casi. Nelle nuove case, che si dovranno aprire, il numero dei soci non sia minore di sei. Il superiore di ciascheduna viene eletto dal Capitolo superiore e prenderà il nome di direttore. Ogni casa potrà amministrare i beni donati portati in Congregazione, affinché servano per quella casa in particolare, ma sempre'nei limiti fissati dal superiore generale.

5. Il rettore maggiore visiterà ciascuna casa almeno una volta l'anno, in persona o per mezzo di visitatori, per esaminare diligentemente se si compiono i doveri imposti dalle regole della Congregazione ed osservare se l'amministrazione delle cose spirituali e temporali tenda realmente al suo scopo, quale si è di promuovere la gloria di Dio ed il bene delle anime.

6. Il direttore dal canto suo deve in tutte le cose regolarsi in modo da potere ad ogni momento render conto della sua amministrazione a Dio e al rettore maggiore.

7. La prima cura del rettore sarà di stabilire in ogni novella casa un Capitolo corrispondente al numero dei soci che vi abitano.

8. A costituire questo Capitolo interverranno il Capitolo superiore e il direttore della nuova casa.

9. Primo ad essere eletto sarà il catechista, poi il prefetto e, se sarà necessario, anche l'economo; finalmente i consiglieri, secondo il numero dei soci che in quella casa dimorano e le cose che vi si debbono fare.

10. Qualora la distanza, i tempi, i luoghi consigliassero qualche eccezione nella formazione di questo Capitolo o nello assegnare le attribuzioni, il rettore ha piena autorità di farlo col consenso tuttavia del Capitolo superiore.

11. Il direttore non può comperare, né vendere immobili, né costruire nuovi edifici, né demolire i già fatti, né far novità di grave importanza senza il consenso del rettore maggiore. Nell'amministrazione egli deve aver cura di tutto l'andamento spirituale, scolastico e materiale; ma nelle cose di maggior momento sarà più prudente radunare il suo capitolo e non deliberare niente senza che ne abbia il consenso.

12. Il catechista avrà cura delle cose spirituali di quella casa, sia riguardo ai soci, sia riguardo agli altri che non appartengono alla Congregazione e qualora ne sia il caso avviserà il direttore intorno a queste cose.

13. Il prefetto farà le veci del direttore e suo principale ufficio sarà di amministrare le cose temporali, avere cura dei coadiutori, vegliare attenta
mente sulla disciplina degli alunni secondo le regole di ciascuna casa ed il consenso del direttore. Egli deve essere preparato a render conto della sua gestione al proprio direttore, qualunque volta questi ne lo richieda.

14. L'economo, qualora la necessità lo richieda, aiuterà il prefetto nei suoi uffici e specialmente negli affari temporali.

15. I consiglieri intervengono a tutte le deliberazioni di qualche rilievo, ed aiutano il direttore nelle cose scolastiche e in tutto, quello che loro verrà assegnato.

16. Ogni anno ciascun direttore deve rendere conto dell'amministrazione spirituale e materiale della sua casa al rettor maggiore.

XI Dell'accettazione
1. Quando taluno avrà fatta domanda di entrare in Congregazione si richiedano le lettere testimoniali o certificati, secondo il decreto 25 gennaio 1848, che incomincia Romani Pontifices ecc. dato dalla sacra Congregazione sopra lo stato dei Regolari. Quanto alla sanità del postulante sia tale che possa osservare tutte le regole della società senza alcuna eccezione. Perché i laici possano essere ricevuti nella Congregazione è necessario, oltre le altre cose, che sappiano almeno i primi elementi della fede cattolica. Il rettore maggiore poi accetterà il postulante, se questi avrà ottenuto la pluralità dei voti dal Capitolo superiore.

2. Per ammettere postulanti o novizi che vogliono abbracciare lo stato ecclesiastico, se avranno qualche irregolarità, si dovrà prima domandarne la dispensa dalla Santa Sede.

3. Dopo il tempo della seconda prova il candidato dipenderà dal Capitolo di quella casa in cui egli fu posto dai superiori. Finita la terza prova, il socio può essere ammesso alla rinnovazione dei voti dai superiori della medesima casa, avuto nondimeno il consenso del rettore maggiore. Se avrà ottenuto la maggioranza dei voti, se ne darà notizia al rettore, il quale col Capitolo superiore ne confermerà l'ammissione o no, come giudicherà meglio nel Signore.

4. Se il Capitolo non è presente, il rettore maggiore, qualora vi sia una giusta ragione, può accettare in congregazione ed ammettere ai voti o anche licenziare dalla Società in qualunque casa quelli che giudicherà meglio: ma questo si potrà fare consenziente e presente il Capitolo di quella casa. In questo caso il direttore di quella casa, in cui avvenne l'accettazione o il licenziamento, dovrà darne la notizia al capitolo superiore colle opportune indicazioni, affinché il socio sia iscritto nell'elenco della Società o cancellato.

5. Ciò che spetta all'accettazione dei soci e alla loro professione di voti semplici si osservino tutte le cose che furono prescritte dal decreto del 23 gennaio 1848. Regulari disciplinae della sacra Congregazione sullo stato dei Regolari.

6. Per essere ammesso a fare i voti si richiede che siasi compiuto il tirocinio della prima e della seconda prova. Ma nessuno potrà essere ammesso ai voti se non avrà 16 anni compiuti.

7. Questi voti si fanno per un triennio. Passati poi i tre anni, consentendolo il Capitolo, sarà fatta facoltà ad ognuno di rinnovare i suoi voti per un altro triennio o di farli perpetui, se vorrà legarsi per tutta la vita. Tuttavia niuno può essere ammesso alle sacre ordinazioni, titulo congregationis, se non avrà fatto i voti perpetui.

8. La Società appoggiata alla divina Provvidenza, che mai non manca a chi spera in lei, provvederà a ciascuno quanto può occorrere sia nel tempo che è sano, sia quando cadesse ammalato. Nondimeno essa è soltanto tenuta a provvedere per quelli che emisero i voti o temporanei o perpetui.

XII. Dello studio
1. L chierici e tutti i soci che aspirano allo stato ecclesiastico, devono per due anni attendere seriamente allo studio della filosofia, per quattro altri anni almeno alle materie ecclesiastiche.

2. Il loro studio principale sarà diretto con tutto impegno. alla Bibbia, alla storia ecclesiastica, alla teologia dommatica, speculativa e morale ed anche a quei libri e trattati che parlano di proposito dell'istruzione della gioventù nelle cose religiose.

3. Il nostro maestro sarà san Tommaso e gli altri autori che nelle istruzioni catechistiche e nella spiegazione della dottrina cattolica sono stimati più celebri.

4. Ad insegnare le scienze filosofiche ed ecclesiastiche si scelgono di preferenza quei maestri o soci o esterni che per probità di vita, per ingegno e dottrina sono maggiormente stimati.

5. Ciascun socio per completare i suoi studi, oltre le morali conferenze quotidiane, si adoperi eziandio a comporre un corso di prediche e meditazioni, primieramente ad uso della gioventù e quindi accomodato all'intelligenza di tutti i. fedeli cristiani.

6. I soci, finché attendono agli studi prescritti dalle costituzioni, non si applichino troppo alle opere di carità proprie della Società salesiana, se non
vi son costretti dalla necessità, perché questo per lo più suole recare grave danno agli studi.

XIII. Pratiche di pietà
1. La vita attiva, cui tende specialmente questa Congregazione, fa che i suoi membri non possano avere comodità di far molte pratiche di pietà in comune. Quindi procureranno di supplire col vicendevole buon esempio e col perfetto adempimento dei doveri generali del cristiano.

2. Ciascun socio si accosterà ogni settimana al sacramento della penitenza da confessori approvati dall'ordinario e che esercitano quel ministero verso i soci col permesso del rettore. I sacerdoti celebreranno ogni giorno la santa messa: i chierici poi e i coadiutori vi assisteranno quotidianamente e faranno la santa comunione ogni giorno festivo e tutti i giovedì. La compostezza della persona; la pronunzia chiara, devota e distinta delle parole dei divini uffizi; la modestia nel parlare, guardare, camminare in casa e fuori di casa devono essere tali nei nostri soci che li distinguano da tutti gli altri.

3. Ciascheduno, oltre le orazioni vocali, farà ogni giorno non meno di mezz'ora di, orazione mentale, ad eccezione che ne sia impedito dal sacro ministero. Nel qual caso supplirà colla maggior frequenza di giaculatorie, indirizzando a Dio con gran fervore di affetto quei lavori che lo impediscono dagli ordinari esercizi di pietà.

4. Ogni giorno si reciterà la terza parte del rosario di Maria santissima immacolata e si farà un po' di lettura spirituale.

5. In ciascuna settimana al venerdì si farà digiuno in memoria della passione di nostro Signore Gesù Cristo.

6. L'ultimo di ciascun mese sarà giorno di ritiro spirituale in cui lasciando, per quanto sarà possibile, gli affari temporali ognuno si raccoglierà in se stesso, farà l'esercizio della buona morte, disponendo le cose spirituali e temporali, come se dovesse abbandonare il mondo ed avviarsi all'eternità:
7. Ogni anno ognuno farà circa dieci o almeno sei giorni di esercizi, spirituali che termineranno colla confessione annuale. Ognuno prima di essere ricevuto nella Società e prima di emettere i voti farà dieci giorni di esercizi spirituali sotto la direzione di maestri di spirito e la confessione generale.

8. Quando la divina Provvidenza chiamasse alla vita eterna qualche socio sia laico sia chierico sia sacerdote, subito il direttore di quella casa, in cui il socio abitava, procurerà che si celebrino dieci messe in suffragio dell'anima
sua. Gli altri poi che non sono sacerdoti faranno almeno una volta la santa comunione a questo fine.

9. Ogni volta poi che muoiano i genitori di qualche socio, i sacerdoti della casa di quel socio celebreranno parimenti 10 messe in suffragio della loro anima. Quelli poi che non sono sacerdoti faranno la santa comunione.

10. Morendo il rettore maggiore, tutti i sacerdoti della Congregazione celebreranno per lui la santa messa e tutti i soci non sacerdoti presteranno i soliti suffragi e ciò per due motivi: 1° come tributo di gratitudine per le cure e fatiche sostenute nel governo della Congregazione; 2° per sollevarlo dalle pene del purgatorio, che forse dovrà patire per nostra cagione.

11. Ogni anno il giorno dopo la festa di san Francesco di Sales tutti i sacerdoti celebreranno una messa pei soci defunti. E tutti gli altri si accosteranno alla santa comunione e reciteranno la terza parte del rosario della beata Vergine Maria con altre preghiere.

12. Ognuno abbia specialmente cura: 1° di non prendere alcuna abitudine anche di cose indifferenti; 2° di avere vesti, letto e cella pulita e decente; e si studi ciascheduno di fuggire la stolta affettazione e l'ambizione. Niuna cosa adorna di più il religioso che la santità della vita, per cui sia d'esempio agli altri in ogni cosa.

13. Ciascuno sia preparato, quando la necessità lo richieda, a soffrire caldo, freddo, sete, fame, fatiche, disprezzi, qualora questo ridondi alla maggior gloria di Dio, all'utilità spirituale altrui e alla salvezza dell'anima propria.

XIV Degli ascritti ossia dei novizi20
1. Qualunque socio prima di essere ricevuto in Congregazione deve fare tre prove. La prima deve precedere il noviziato e dicesi la prova degli aspiranti; la seconda è quella appunto del noviziato; la terza è il tempo dei voti triennali.

2. Per la prima prova basterà che il postulante abbia passato qualche tempo in una casa della Congregazione, oppure abbia frequentato le nostre scuole, mostrandosi costantemente fornito di buoni costumi e d'ingegno.

3. Se qualche adulto poi vorrà essere ascritto alla nostra Società e sarà ammesso alla prima prova, innanzi di ogni altra cosa farà alcuni giorni di esercizi spirituali, quindi almeno per qualche mese verrà impiegato nei vari uffizi della Congregazione, tanto che conosca e pratichi quella maniera di vita che desidera abbracciare.

20 Nella edizione italiana a stampa del 1875 don Bosco tralasciò gli articoli che qui vengono riprodotti in corsivo
4. Nel tempo della prima prova il maestro dei novizi e gli altri superiori devono osservare diligentemente la condotta degli aspiranti, per riferire al Capitolo superiore tutto quello, che nel Signore crederanno bene.

5. Siccome poi il principale scopo della nostra Società è di insegnare ai giovani, specialmente se sono poveri, la scienza e la religione e dirigerli in mezzo ai pericoli del mondo nella via della salute; perciò tutti nel tempo della prima prova dovranno dare prova dello studio e delle cose appartenenti alle scuole diurne e serali, di istruire nel catechismo i giovanetti e di prestare aiuto anche nei casi difficili.

6. Compita con soddisfazione la prima prova ed accettato il socio in Congregazione, subito il maestro dei novizi s'adoperi attorno il novello novizio e tralasci nessuna di quelle cose che possono contribuire all'osservanza delle costituzioni.

7. Il rettore maggiore col consenso degli altri superiori cerchi in quali case sia da stabilire il luogo di prova degli aspiranti e del noviziato; ma non si potranno mai stabilire queste case di prova [senza] il permesso della Congregazione dei Vescovi e dei Regolari.

8. Il luogo del noviziato deve essere separato dalla parte della casa abitata dai professi, ed avere tante celle, divise l'una dall'altra, quanti sono i novizi; ovvero, un dormitorio così ampio che ci stia comodamente il letto di ciascheduno: inoltre si deve cercare pel maestro dei novizi o una cella o un altro luogo idoneo.

9. Il maestro dei novizi si elegga nel Capitolo generale tra quelli che hanno fatto i voti perpetui. Egli deve avere compiuto l'età di trent'anni ed esser vissuto dieci anni in Società. Rimarrà nel suo ufficio sei anni e se morisse prima che i sei anni siano finiti, il rettore Maggiore col consenso del Capitolo superiore ne sostituirà un altro sino alla celebrazione del futuro Capitolo generale.

10. Il maestro nei novizi procuri di essere benigno, mite, facile, affinché i novizi osino aprirgli l'anima loro in ogni cosa che può giovare a progredire nella perfezione. Li diriga, li istruisca nell'adempimento generale costituzioni e specialmente in quelle che riguardano il voto di castità, di povertà e di obbedienza. Similmente sia loro di buon esempio ad osservare ed eseguire tutte le pratiche di pietà prescritte dalle nostre costituzioni. In ciascuna settimana tenga una istruzione religiosa o conferenza sulle cose che si riferiscono al nostro Istituto. Almeno una volta al mese chiami a se ad uno ad uno i novizi, ed amorevolmente li esorti ad avergli confidenza, affinché i suoi salutari [avvisi] siano ricevuti con maggiore utilità.

11. Nell'accettazione dei novizi si osservi tutto quello che è stato detto al capo precedente dall'articolo 1 all'articolo 5.

12. Nel tempo della seconda prova, cioè nell'anno di noviziato i novizi non devono attendere a nessuno di quegli uffici, che sono propri della nostra Società, per applicarsi unicamente al profitto nella virtù e a perfezionarsi nella propria vocazione, a cui furono da Dio chiamati. Potranno tuttavia nella propria loro casa fare alla domenica il catechismo ai ragazzi secondo il parere del maestro e sotto la sud vigilanza (21).

13. Passato un anno del noviziato, se il novizio si dimostra in ogni cosa sollecito della maggior gloria di Dio e del bene della Congregazione ed esemplare nelle pratiche di pietà, si considererà terminato il tempo della sua prova; diversamente si differirà ancora per qualche mese, o anche per un anno.

4. Compiuto il noviziato, e accettato il socio nella Congregazione, col parere del maestro dei novizi il Capitolo superiore può ammetterlo a fare i voti triennali. La pratica dei voti triennali costituirà la terza prava.

5. Nello spazio di tre anni, in cui sarà legato dai voti triennali, il socio può essere mandato in qualunque casa della Congregazione, purché vi si facciano gli studi. E in questo tempo il direttore di quella casa avrà cura del nuovo socio, come maestro dei novizi.

6. Durante tutto questo tempo di prove il maestro dei novizi o il direttore della casa si studino di raccomandare e di inspirare dolcemente ai nuovi soci la mortificazione dei sensi esterni e specialmente la sobrietà. Ma in tutto questo bisogna usare prudenza, perché non indeboliscano di soverchio le forze dei soci, quindi non riescano meno atti a compiere i doveri della nostra congregazione,
7. Terminate in modo lodevole queste tre prove, se il socio vorrà realmente perdurare in Congregazione coi voti perpetui, può essere ammesso dal Capitolo superiore ad emetterli.

21 Pius Papa IX benigne annuit tyrones, tempore secundae probationis, experimentum facere posse de iis, quae in prima probatione sunt adnotata, quoties ad maiorem Dei gloriam id conferre iudicabitur. Vivae votis oraculo die 8 aprilis 1874 (Il papa Pio IX concesse che i novizi potessero provarsi in quegli uffici, che sono notati per la prima prova, ogniqualvolta ciò si giudicherà della maggior gloria di Dio. Concesso di viva voce, il giorno 8 aprile, 1874); nota inserita nella edizione a stampa del testo latino rivisto dai latinisti Vincenzo Lanfranchi, Tommaso Vallauri e dal barnabita Innocenzo Gobio, cf Regulae seu Constitutiones Societatis S. Francisci Salesii. Juxta approbationis descretum die 3 aprilis 1874. Augustae Taurinorum, ex Officina Asceterii Salesiani, 1874, p. 45 (OE XXV, 455).

XV Dell'abito
1. L'abito della nostra Società sarà vario e secondo l'uso di quei paesi in cui i soci dovranno stabilire la loro dimora.

2. I sacerdoti porteranno la veste talare, eccetto che la ragione di viaggio o altro giusto motivo persuadano diversamente.

3. I coadiutori, per quanto è possibile, andranno vestiti di nero. Ma ciascheduno procurerà di fuggire tutte le novità dei secolari.

Formulario della professione religiosa pei soci di S. Francesco di Sales
Prima di fare i voti ogni confratello farà dieci giorni di esercizi spirituali, diretti specialmente a riflettere alla vocazione ed istruirsi intorno alla materia dei voti, che egli intende emettere, qualora conosca chiaramente esser ciò secondo la volontà del Signore. Terminati gli esercizi spirituali, si radunerà il Capitolo e se si può si raduneranno tutti i confratelli di quella casa. Il rettore, o. qualcun altro da lui delegato, con cotta e stola inviterà ognuno ad inginocchiarsi. Quindi tutti insieme invocheranno i lumi dello Spirito Santo, recitando alternativamente l'inno Veni, Creator Spiritus, ecc.

V. Emitte Spiritum ecc. / R. Et renovabis ecc. Oremus. Deus, qui corda fadelium ecc.

Seguiranno le litanie della Beata Vergine coi versetti: Ora pro nobis ecc., e coll'Oremus. Concede nos ecc.

Dopo in onore di san Francesco di Sales, Pater, Ave, Gloria. V. Ora pro nobis, beate Francisce l R. Ut digni tfficiamur ecc. Oremus Deus, qui ad animarum salutem ecc.

Postosi pertanto il novizio ginocchioni in mezzo a due professi e davanti al rettore, o chi per esso, questi gli farà le seguenti domande in singolare, se avvi un solo novizio, in plurale se sono più.

Rettore. Figlio mio, che domandate?
Novizio. Domando, mio reverendo superiore, di professare le Costituzioni della Società di San Francesco di Sales.

R. Conoscete bene queste costituzioni e le avete già messe in pratica?
N. Mi pare di conoscerle sufficientemente e di comprenderle secondo le varie spiegazioni che me ne fecero i miei superiori. Ho fatto quello che ho potuto per praticarle nel tempo del mio noviziato. E sebbene conosca la mia grande debolezza, tuttavia coll'aiuto di Dio spero di poterle in avvenire praticare con maggior esattezza e con maggior vantaggio dell'anima mia.

R. Avete ben compreso che voglia dire professare le costituzioni della Società di San Francesco di Sales?
N. Mi pare di averlo compreso. Professando le costituzioni salesiane io intendo di promettere a Dio di aspirare alla santificazione dell'anima col rinunciare ai piaceri ed alle vanità del mondo, colla fuga di qualunque peccato avvertito e di vivere in perfetta castità, in umile ubbidienza, in povertà di spirito. Conosco pure che professando queste costituzioni debbo rinunziare a tutte le comodità e a tutte le agiatezze della vita e ciò unicamente per amore del nostro Signore Gesù Cristo, cui intendo consacrare ogni mia parola, ogni mia opera, ogni mio pensiero per tutta la vita.

R. Siete dunque disposto di rinunciare al mondo, alle sue promesse e professare con voto le costituzioni della Società di San Francesco di Sales?
N. Si, Reverendo superiore, sono pronto e di tutto cuore lo desidero e coll'aiuto di Dio spero di essere fedele alle mie promesse.

R. Intendete voi di emettere i voti triennali o perpetui?
N. Se fa i voti triennali, risponderà: Sebbene io abbia ferma volontà di passare tutta la mia vita in questa Congregazione, tuttavia per secondare quanto prescrivono le nostre costituzioni per ora fo solamente i voti triennali, pieno però di fiducia che dopo di essi potrò farli in perpetuo.

Se fa i voti perpetui, dirà: Essendo mia ferma volontà di consacrarmi per sempre a Dio nella Congregazione di San Francesco di Sales, intendo di fare i voti perpetui, cioè di obbligarmi con voto ad osservare le costituzioni salesiane per tutta la mia vita.

R. Dio benedica questa vostra beona volontà e vi conceda la grazia di poterla mantenere fedelmente sino alla fine della vita, fino allora quando Gesù Cristo vi darà ampia ricompensa di quanto avete abbandonato o fatto per lui.

Ora mettetevi alla presenza di Dio e proferite la formola dei voti di castità, povertà ed ubbidienza secondo le nostre costituzioni, che per l'avvenire saranno regola costante della vostra vita.

Formola dei voti
"Nel nome della santissima Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Io N. N. mi metto alla vostra presenza, onnipotente e sempiterno Iddio, e sebbene indegno del vostro cospetto, tuttavia confidato nella somma vostra bontà ed infinita misericordia, alla presenza della beatissima Vergine Maria Immacolata, di san Francesco di Sales e di tutti i santi del cielo, faccio voto di povertà, di castità e di ubbidienza a Dio ed a voi N.N. superiore della nostra Società, (ovvero a voi, che fate le veci del superiore della nostra Società) per tre anni (ovvero in perpetuo) secondo le costituzioni della Società di San Francesco di Sales". Tutti risponderanno: Amen.

R. Dio vi aiuti colla sua santa grazia ad essere fedele a questa solenne promessa sino alla fine della vita. Ricordatevi spesso della grande mercede che promette il divin Salvatore a chi abbandona il mondo per seguire lui: egli ne riceverà il centuplo nella vita presente e la ricompensa eterna nella futura. Se poi qualche volta l'osservanza delle nostre regole vi tornasse di pena, allora ricordatevi delle parole dell'apostolo san Paolo che dice: Sono momentanei i patimenti della vita presente, ma sono eterni i godimenti della vita futura; e che colui il quale patisce con Gesù Cristo sopra la terra, con Gesù Cristo sarà un giorno coronato di gloria in cielo.

Quindi il nuovo socio scriverà il suo nome nel registro compiendo la scheda seguente.

"Io sottoscritto ho letto e inteso le regole della Società di San Francesco di Sales e prometto di osservarle costantemente secondo la formola dei voti da me ora pronunziata".

Torino, ecc., anno ecc. N.N.

Dopo si reciterà il Te Deum; quindi se il rettore giudicherà bene, farà una breve morale esortazione e si terminerà col salmo Laudate Dominum, omnes gentes ecc.

Conclusione
A tranquillità delle anime la Società dichiara che le presenti regole per sé non obbligano sotto pena di peccato né mortale, né veniale: perciò se qualcheduno trascurandole sarà reo innanzi a Dio, ciò proviene non dalle regole direttamente, ma o dai comandamenti di Dio e della Chiesa o dai voti fatti o finalmente dalle circostanze che accompagnano la violazione delle regole come il cattivo esempio, il disprezzo delle cose sacre e simili.

227. Regole o Costituzioni per l'Istituto delle Figlie
di Maria Ausiliatrice (1885)
Ed. critica in Giovanni Bosco, Costituzioni per l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1872
1885). Testi critici a cura di Sr. Cecilia Romero fina. (= Istituto Storico Salesiano — Fonti, Serie
prima, 2). Roma, LAS 1983, pp. 287-335.

Titolo I. Scopo dell'Istituto
1. Lo scopo dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice è di attendere alla propria perfezione e di coadiuvare alla salute del prossimo, specialmente col dare alle fanciulle del popolo una cristiana educazione.

2. Esso è composto di sole figlie nubili, le quali professano in tutto vita comune con voti semplici, fatti di tre in tre anni od anche in perpetuo.

3. Le Figlie di Maria Ausiliatrice prima di ogni altra. cosa procureranno di esercitarsi nelle cristiane virtù, di poi si adopreranno a beneficio del prossimo. Sarà loro cura speciale di assumere la direzione di scuole, orfanotrofi, asili infantili, Oratori festivi, ed anche aprire laboratori a vantaggio delle fanciulle più povere nelle città, nei villaggi e nelle missioni straniere. Ove ne sia il bisogno accetteranno pure la direzione di ospedali ed altri simili uffici di carità.

4. Potranno altresì aprire educatori preferibilmente per zitelle di umile condizione, alle quali non insegneranno che quelle scienze e quelle arti che sono conformi al loro stato e volute dalle condizioni sociali. Sarà loro impegno di formarle alla pietà, renderle buone cristiane e capaci altresì di guadagnarsi a suo tempo onestamente il pane della vita.

Titolo II. Forma dell'Istituto
1. L'Istituto è sotto l'alta ed immediata dipendenza del superiore generale della Società di San Francesco di Sales, cui danno il nome di superiore maggiore. In ciascuna casa appartenente alla Congregazione egli potrà farsi rappresentare da un sacerdote col nome di direttore particolare e per tutto l'Istituto da un membro del capitolo superiore salesiano, o da altro sacerdote idoneo, col titolo di direttore generale delle suore. Il direttore generale avrà cura di tutto ciò che riguarda al buon andamento materiale, morale e spirituale dell'Istituto.

2. Il superiore maggiore d'accordo col capitolo superiore delle suore, dopo che la religiosa ha compiti lodevolmente una o due volte i voti triennali, può anche ammetterla ai voti perpetui, qualora giudichi tale favore
utile alla suora ed all'Istituto. Dà l'abito religioso e riceve i voti il superiore maggiore in propria persona o per mezzo di altro sacerdote da lui delegato.

3. I voti obbligano finché si dimora in Congregazione. Se alcuna per ragionevole motivo, o dopo prudente giudizio dei superiori, dovesse uscire dall'Istituto, potrà essere sciolta dai voti dal sommo Pontefice o dal superiore maggiore. Per altro faccia ognuna di perseverare nella vocazione fino alla morte, memore sempre delle gravi parole del divin Salvatore: Nessuno, che dopo aver messa la mano all'aratro volga indietro lo sguardo, è buono pel regno di Dio.

4. Tutte le case dell'Istituto, in ciò che concerne l'amministrazione dei santi sacramenti e l'esercizio del culto religioso, saranno soggette alla giurisdizione del vescovo. Le suore poi di ciascuna casa, appartenente alla Congregazione, avranno per confessore ordinario un sacerdote salesiano stabilito dal superiore maggiore ed approvato per le confessioni nella diocesi; e nelle case di altra proprietà avranno per confessore il parroco, od altro sacerdote stabilito dal vescovo. Tra gli Uffizi del direttore particolare vi ha quello di tenere pia conferenza alle suore due o più volte al mese, trattando qualche argomento di religiosa perfezione, o spiegando alcuni punti della regola.

5. Le suore e le giovinette delle case non appartenenti alla Congregazione salesiana, saranno soggette alla giurisdizione del parroco in quelle cose, che riguardano i diritti parrocchiali.

6. Le suore conservano i diritti civili anche dopo fatta professione, ma non potranno amministrare i loro beni, se non nel limite e nel modo voluto dal superiore maggiore.

7. I frutti degli stabili e mobili, portati in Congregazione, devono cedersi alla medesima.

8. L'Istituto provvede a ciascuna suora quanto è necessario pel vitto, pel vestito e per quelle cose, che possono occorrere sia nello stato di sanità, sia in caso di malattia.

9. Se alcuna morisse senza far testamento, le succederà chi di, diritto, secondo le leggi civili.

10. Qualunque delle suore venisse ad uscire di Congregazione, per quel tempo che ivi è rimasta, non potrà pretendere corrispettivo di sorta, per qualsiasi ufficio esercitato nella medesima. Potrà tuttavia pretendere quegli stabili ed anche quegli oggetti mobili, nello stato in cui si troveranno, dei quali avesse conservata la proprietà entrando nell'Istituto. Ma non ha alcun diritto di domandare conto ai superiori dei frutti e dell'amministrazione dei medesimi, pel tempo che ella passò in religione.

Titolo III Del voto di castità
1. Per esercitare continui uffici di carità col prossimo, per trattare con frutto colle povere giovanette, è necessario uno studio indefesso di tutte le virtù in grado non comune. Ma la virtù angelica, la virtù sopra ogni altra cara al Figliuolo di Dio, la virtù della castità deve essere coltivata in grado eminente dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Primieramente perché l'impiego, che esse hanno d'istruire ed istradare i prossimi nella via della salute, è somigliante a quello degli angeli santi; perciò è necessario che esse ancora vivano col cuor puro, ed in uno stato angelico, giacché le vergini sono chiamate angeli della terra. In secondo luogo perché la loro vocazione per essere ben eseguita richiede un totale distacco interno ed esterno da tutto ciò che non è Dio. Egli è per questo che esse fanno voto di castità, col quale consacrane se stesse a Gesù Cristo, risolute di conservarsi di mente e di cuore quali sue spose pure ed immacolate.

2. Per l'osservanza di questo voto le suore devono praticare la più vigilante custodia dei sensi, che sono come porte, per cui entra il nemico nell'anima. Esse non devono più vivere, né respirare che pel loro sposo celeste con tutta onestà, purità e santità di spirito, di parole, di contegno e di opere ricordandosi delle parole del Signore, che dice: Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio.

3. Per custodire così gran tesoro giova molto il pensiero della presenza di Dio e il rivolgersi a lui sovente con atti di viva fede, di ferma speranza e di ardente amore; la fuga dell'ozio e delle occasioni pericolose libere e volontarie e di qualsiasi amicizia, che non sia per Gesù Cristo; la mortificazione interna ed esterna, la prima senza limiti e la seconda nella misura, che dalla obbedienza verrà loro permessa.

4. Servirà eziandio efficacemente a conservare la bella virtù la divozione verso di Maria santissima Immacolata, del glorioso san Giuseppe e dell'angelo custode; come pure il non mai dimenticare che le fedeli spose di Gesù Cristo, le quali saranno vissute e morte nello stato verginale, avranno in cielo una gloria particolare e con Maria canteranno al divino Agnello un inno, che non è concesso di cantare agli altri beati.

Titolo IV Del voto di obbedienza
1. La vita delle Figlie di Maria Ausiliatrice dovendo essere un continuo olocausto, mancherebbe a questo il meglio, se non vi entrasse il sacrificio della propria volontà, la quale appunto col voto di obbedienza si offre alla maestà
divina. Oltre di che sappiamo che il nostro divin Salvatore protestò di se stesso, che non venne fra noi in terra per fare la volontà sua, ma quella del celeste Padre. Egli è per assicurarsi di eseguire in ogni azione la volontà di Dio, che le Figlie di Maria Ausiliatrice fanno pure il santo voto di obbedienza.

2. Questo voto obbliga a non occuparsi che in quelle cose, che i superiori giudicheranno della maggior gloria di Dio e di vantaggio alle anime, secondo la regola di questo Istituto.

3. Le suore dovranno ubbidire in spirito di fede, riguardando Dio nei superiori e persuadendosi che quanto viene disposto dall'obbedienza tornerà loro di grande vantaggio spirituale, anzi quanto più la cosa comandata è ripugnante, altrettanto maggior premio ne riceveranno da Dio, eseguendola fedelmente.

4. Sia la loro obbedienza pronta, con animo ilare e con umiltà, cioè senza ritardi, senza contestazione e malinconia, e senza giudicare e criticare le ragioni manifeste od occulte del comando.

5. Nessuna suora diasi affannosa sollecitudine di domandare cosa alcuna, o di ricusarla. Chi per altro conoscesse esserle qualche cosa nociva o necessaria, la esponga alla superiora, che si darà materna premura di provvedere al bisogno, secondo lo spirito dell'Istituto.

Titolo V Del voto di povertà
1. L'osservanza del voto di povertà nell'Istituto di Maria Ausiliatrice consiste essenzialmente nel distacco da ogni bene terreno; il che le suore praticheranno colla vita comune riguardo al vitto e vestito, non riservando nulla a proprio uso, senza speciale permesso dei superiori.

2. E parte di questo voto tenere le camere nella massima semplicità, studiando di ornare il cuore di virtù e non la persona, o le pareti della propria abitazione.

3. Nessuna suora potrà serbare nell'Istituto, o fuori, denaro in proprietà e nemmeno in deposito per qualsiasi causa, senza licenza espressa cldí. superiori.

4. Qualunque cosa venga portata in dono alle suore sarà consegnata alla superiora, che ne disporrà come crederà meglio, senza essere obbligata di rendere conto delle sue disposizioni. Le suore poi non faranno regalo alcuno alle persone esterne e neppure tra loro senza espressa licenza; come pure non sarà loro permesso d'imprestarsi, o cambiare cosa alcuna, se non col consenso della superiora.

5. Ove la necessità lo richieda, ciascuna sia preparata a soffrire caldo, freddo, sete, fame, fatiche e disprezzi, qualora questo ridondi alla maggior gloria di Dio, all'utilità spirituale .altrui, ed alla salvezza dell'anima propria.

6. Per animarsi alla osservanza della povertà volontaria le suore riflettano che questa virtù le fa vere seguaci del divin Salvatore, il quale da ricco si fece povero e per lasciarcene un grande esempio ,prese la povertà come in sposa e le fu compagno dalla nascita fino alla morte.

Titolo VI. Governo interno dell'Istituto
1. L'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice è governato e diretto da un Capitolo superiore, composto della superiora generale, di una vicaria, di una economa e di due assistenti, dipendentemente dal rettor Maggiore della Congregazione salesiana.

2. Il capitolo superiore sarà presieduto dal superiore maggiore, o dal direttore generale, o dal direttore locale a ciò delegato. Si radunerà il Capitolo superiore, quando si dovesse aprire una nuova casa o stabilimento, o per qualsiasi altro affare, che riguardi gli interessi generali dell'Istituto. Quando avrassi a trattare dell'ammissione alla vestizione o alla professione v'interverrà eziandio la maestra delle novizie.

3. Non si potrà mai aprire casa o prendere la direzione di qualche istituto, asilo infantile, scuola e simili, prima che il superiore maggiore abbia trattato col vescovo e sia con lui di pieno accordo per quanto riguarda l'autorità ecclesiastica.

4. La superiora generale avrà la direzione di tutto l'Istituto, subordinatamente al superiore maggiore. A lei spetta il destinare gli uffici alle suore, secondo il bisogno, e traslocare eziandio le direttrici da una ad un'altra casa, col parere dei suoi superiori. Nei casi di compra e vendita di beni stabili, nel demolire edifici, o nell'intraprendere nuove costruzioni, dovrà prima intendersi col direttore generale, ed ottenere il consenso del superiore maggiore.

Dovrà pure una volta all'anno, ed ogni volta che ne sia richiesta, rendere al superiore maggiore un conto generale sullo stato morale fisico e materiale dell'Istituto, ed avvenendole di avere danaro oltre lo stretto bisogno glielo consegnerà, affinché lo impieghi secondo che ei giudica della maggior gloria di Dio.

5. La vicaria supplirà la superiora generale e terrà nota delle entrate e delle uscite di tutta la Congregazione; avrà cura dei legati, dei testamenti e modo di farli, delle donazioni riguardanti le case dell'Istituto e ne conserve
rà registro. L'amministrazione dei beni mobili ed immobili e dei loro frutti è pure affidata alla sua cura e responsabilità. Essa però dipenderà dalla superiora generale, cui dovrà rendere conto della sua gestione ogni trimestre.

6. Alla vicaria viene pure affidato l'ufficio di segreta ammonitrice della superiora generale, ma non le darà alcun avvertimento se non per motivi gravi e non prima di aver pregato e consultato Iddio, per conoscere se è a proposito l'ammonizione da farsi, la maniera, il luogo, il tempo, in cui potrebbe essere più vantaggiosa. La superiora stessa di quando in quando le chiederà, se non ha osservazioni a farle, affinché le somministri opportunità di prestarle più facilmente il caritatevole servizio.

7. L'economa avrà cura di tutto ciò, che riguarda il materiale delle case. Le riparazioni degli edifici, le nuove costruzioni, le compre, le vendite, le provviste all'ingrosso per abiti, vitto, suppellettili e tutte le cose relative a questa gestione, sono in modo particolare affidate all'economa, dipendentemente dalla superiora generale.

8. La prima assistente terrà le corrispondenze del capitolo superiore con tutte le case dell'Istituto, ed anche cogli esterni, ma previo l'incarico della superiora generale. Terrà conto dei decreti, delle lettere e d'ogni altro scritto, che si riferisca alle autorità ecclesiastiche, municipali e. civili.

9. Alla seconda assistente sarà affidato quanto riguarda le scuole e l'insegnamento nelle varie case dell'Istituto.

Titolo VII. Elezione della superiora generale, vicaria, economa e delle due assistenti
1. La superiora generale e le altri ufficiali dureranno nella loro carica sei anni e possono essere rielette.

2. Le elezioni si potranno fare in tutti i tempi secondo il parere del superiore maggiore, ma se non avvi impedimento verranno fatte o nell'ottava della festa di Maria Ausiliatrice, oppure nell'occasione, in cui si tiene il Capitolo generale.

3. Tre mesi prima la superiora generale darà avviso a tutte le case, che spira il tempo della sua carica e di quella delle sue ufficiali. Contemporaneamente il superiore maggiore ordinerà preghiere da farsi dalle suore per ottenere i lumi celesti, ed ammonirà tutte coloro, le quali concorrono alle nuove elezioni, dell'obbligo di dare il voto a quelle, che giudicheranno più idonee al governo dell'Istituto e più atte a procurare la gloria di Dio e il bene delle anime.

4. La elezione della superiora generale, per quanto sarà possibile, non dovrà protrarsi più di quindici giorni dopo che è scaduta dal suo ufficio. Nel qual tempo la stessa superiora generale farà da vicaria in tutto ciò, che si riferisce alla direzione ed amministrazione dell'Istituto.

5. All'elezione della superiora generale concorreranno il capitolo superiore e le direttrici di ciascuna casa. Avvenendo il caso che taluna non possa recarsi a dare il suo voto, la elezione sarà valida egualmente. La elezione sarà presieduta dal superiore maggiore o dal direttore generale, accompagnato da due sacerdoti assistenti.

6. Siccome dall'elezione di una buona madre generale suole provenire gran bene all'Istituto e la gloria di Dio, così per facilitarne la miglior scelta il superiore maggiore poco prima della elezione potrà anche proporre una rosa di suore, che gli sembrino più idonee all'uffi7io di superiora generale.

7. Il modo di questa elezione sarà il seguente: Posto sopra un altarino, o tavolino, il crocifisso, ed accese due candele, il superiore maggiore od il suo delegato intuonerà il Veni Creator, cui seguirà l'Oremus Deus qui corda ecc. Poi, fatta da lui breve allocuzione in proposito, le votanti scriveranno in una scheda il nome di colei, che intendono di eleggere, e piegata la scheda l'andranno per ordine a deporre nell'urna appositamente preparata. In ogni cosa si serberà rigorosa segretezza, di modo che l'una non possa conoscere il voto dell'altra né prima, né dopo la votazione. Quella che avrà riportata la maggioranza assoluta dei voti, sarà eletta a superiora generale. Per maggioranza assoluta s'intende che oltre la metà delle schede poste nell'urna siano in suo favore.

8. Il superiore maggiore confermerà colla sua autorità la fatta elezione.

9. Se la elezione non potrà effettuarsi nella prima votazione, questa nello stesso giorno o nei susseguenti si potrà ancor ripetere una volta. Qualora la elezione per disperdimento di suffragi non fosse avvenuta dopo la seconda prova, sarà in facoltà del superiore maggiore di eleggere a superiora quella suora, che egli giudicherà più idonea per tale carica.

10. La elezione della vicaria, dell'economa e delle due assistenti si farà allo stesso modo, a schede separate, ma la elezione sarà valida colla sola maggioranza relativa dei voti, vale a dire si terrà per eletta quella, che avrà ottenuto più suffragi che ogni altra. La loro elezione sarà pure approvata e confermata dal superiore maggiore.

11. La superiora generale scaduta, purché non sia stata deposta, se non verrà eletta né vicaria né economa, sarà di pieno diritto in quel sessennio la prima assistente, senza bisogno di veruna elezione.

12. Lo scrutinio delle schede sarà fatto dai due assistenti e dal presidente, il quale le farà poscia bruciare alla presenza del Capitolo votante.

13. Compiuta e confermata la elezione, si canterà il Te Deum, e il direttore generale in nome del superiore maggiore ne darà avviso a tutte le case.

14. Una suora per essere eletta superiora generale, vicaria, economa od assistente dovrà: 1° Avere 35 anni di età e 10 di professione, ma occorrendo, il superiore maggiore o prima o dopo la elezione potrà modificare queste condizioni; 2° Essere stata sempre esemplare; 3° Essere dotata di prudenza, carità e zelo per la regolare osservanza; 4° Essere professa perpetua.

15. Quantunque non si abbia a supporre che un'umile Figlia di Maria Ausiliatrice possa lasciarsi condurre dall'ambizione ad usare mene e intrighi per ottenere promozioni, tuttavia a prevenire il caso si dichiara che le suore notoriamente ambiziose siccome indegne ed inette sono ritenute per ineligibili.

16. Verificandosi il caso che qualcuna del Capitolo superiore, prima dei sei anni, debba cessare dal suo ufficio, la superiora generale, col consenso del superiore maggiore, eleggerà una supplente come meglio crederà nel Signore; ma questa starà soltanto in carica sino alla fine del sessennio già cominciato da colei, che l'aveva preceduta.

17. Qualora durante il sessennio accadesse la morte della superiora generale, o questa per qualche motivo dovesse deporre il suo uffizio, si verrà alla elezione di una nuova superiora nel modo sopra descritto; eccetto che a scanso di ulteriore disturbo il superiore maggiore la elegga di sua autorità. In ambo i casi la eletta durerà in uffizio sino al compimento del sessennio incominciato, quando avrà luogo la nuova elezione del Capitolo superiore.

18. Durante la vacanza la vicaria terrà il governo dell'Istituto sino alla elezione della nuova superiora.

19. Qualora la nuova superiora dovesse essere eletta dal Capitolo generale, la vicaria ne darà avviso a tutte le case e d'accordo col superiore maggiore sceglierà il tempo opportuno per la detta elezione.

20. La superiora generale visiterà ciascuna casa almeno una volta all'anno. Ove per la distanza e pel numero delle case non possa ciò fare in persona, eleggerà col consenso dei suoi superiori alcune visitatrici, alle quali darà l'incarico di compiere le sue veci. Le visitatrici faranno le parti della superiora generale nelle cose e nei negozi loro affidati.

Titolo VIII. Elezione delle direttrici delle case particolari e del rispettivo Capitolo
1. In ogni casa dell'Istituto presiede una direttrice, cui le suore ivi assegnate presteranno obbedienza.

2. Dal capitolo superiore delle suore e coll'approvazione e conferma del superiore maggiore, sarà eletta la direttrice di ciascuna casa ed un Capitolo particolare proporzionato al numero delle sorelle che in essa convivono. Dopo la direttrice le prime ad essere elette saranno la vicaria e le assistenti secondo il bisogno. Alla elezione di queste concorrerà col capitolo superiore anche la nuova direttrice.

3. La direttrice potrà amministrare i beni portati in Congregazione e donati per la sua casa particolare, ma sempre nel limite fissato dalla superiora generale, o dal direttore locale, se le suore sono addette ad un Istituto salesiano. Essa non potrà comperare, né vendere immobili, né costruire nuovi edifici, né fare novità di rilievo senza il consenso dei suoi superiori. Nell'amministrazione essa deve aver cura di tutto l'andamento morale, materiale e scolastico, se vi sono scuole, e nelle cose più importanti radunerà il suo Capitolo e nulla delibererà senza che ne abbia udito il parere. Ogni anno darà esatto conto della sua amministrazione alla superiora generale.

4. La vicaria farà le veci della direttrice, quando questa sia assente, e suo ufficio sarà pure di amministrare le cose temporali. Perciò avrà occhio vigilante sopra tutto quello, che riguarda l'economia domestica. Procurerà che nulla manchi, nulla si sprechi o si guasti e farà tutte le provviste necessarie per la casa. Se questa è annessa ad un collegio salesiano o a qualche altro Istituto essa prenderà pure da chi di ragione le norme opportune per quanto concerne le spese da farsi. La stessa vicaria dovrà rendere conto della sua gestione alla direttrice qualunque volta ne la richieda.

5. Le assistenti interverranno a tutte le deliberazioni di qualche rilievo, ed aiuteranno la direttrice nelle cose scolastiche e domestiche, ed in tutto quello che verrà loro assegnato.

Titolo DC. Della maestra delle novizie
1. La maestra delle novizie sarà eletta e costituita dalla superiora generale col parere del suo Capitolo e col consenso del superiore maggiore.

2. La maestra delle novizie bisogna che sia una suora di provata virtù e prudenza; abbia una piena e chiara intelligenza delle sante regole e sia conosciuta pel suo spirito di pietà, di umiltà e di pazienza a tutta prova.

Deve avere 30 anni almeno di età e 5 di professione. La sua durata in carica dipende dalle disposizioni dei suoi superiori.

3. La maestra delle novizie si darà massima cura di essere affabile e piena di bontà, affinché le figlie le aprano l'animo in ogni cosa, che possa giovare a progredire nella perfezione. Essa le dirigerà ed istruirà nell'osservanza delle costituzioni, specialmente in ciò, che riguarda il voto di castità, povertà ed ubbidienza. In ogni cosa sia loro di modello, affinché si adempiano tutte le prescrizioni della regola. Le si raccomanda pure d'ispirare alle novizie lo spirito di mortificazione, ma di usare una grande discrezione nelle mortificazioni esterne, affinché non indeboliscano le loro forze da rendersi inette agli uffizi dell'Istituto.

4. Vegli attentamente sulle imperfezioni delle novizie e ricorra sovente a Dio, affinché la illumini a discernere i difetti del naturale da quelli della volontà: i primi ella saprà compatire e condurre ad utile riforma, e i secondi vedrà di correggere, scemare ed annientare con prudente discrezione e carità.

5. Santa Teresa voleva le religiose allegre, sincere ed aperte. Pertanto la maestra delle novizie avrà l'occhio a rendere appunto tali le sue alunne, perché le suore di cosiffatto carattere sono le più atte ad inspirare alle giovanette e alle persone del secolo stima ed amore alla pietà ed alla religione.

6. Finalmente non dimentichi che lo spirito dell'Istituto è spirito di carità e di dolcezza, spirito di abnegazione e di sacrificio, e perciò procuri d'informare e animare le novizie con questo spirito, affinché fatta professione riescano abili strumenti della gloria di Dio e della salute delle anime.

7. Quello, che fu detto della maestra delle novizie, va in parte applicato all'assistente o maestra delle postulanti. Questa soprattutto nei primi giorni della prova sia loro di consolazione e di conforto; e in appresso si studi di conoscere se hanno vera vocazione allo stato religioso e se sono fornite delle qualità fisiche e morali, richieste dal regolamento.

Titolo X Capitolo generale
1. Ogni sei anni e possibilmente nell'occasione che si ha da eleggere il Capitolo superiore, si terrà un Capitolo generale, cui prenderanno parte il superiore maggiore o il direttore generale con due sacerdoti assistenti, il capitolo superiore e le direttrici di ciascuna casa, se la distanza ed altre circostanze lo permettono.

2. Nel Capitolo generale saranno trattati gli affari di comune interesse
per la Congregazione e si potranno anche modificare gli articoli delle costituzioni, ma secondo lo spirito dell'Istituto.

3. Se il superiore maggiore non avrà preso parte personalmente al Capitolo generale, tutti gli atti di questo dovranno essere sottoposti al suo esame e non obbligheranno prima della sua approvazione.

Titolo XI: Condizioni di accettazione
1. Le zitelle, che desiderano essere aggregate all'Istituto di Maria Ausiliatrice, ne faranno domanda al superiore maggiore o alla superiora generale, che o per sé o per mezzo di una suora a ciò incaricata prenderà le opportune informazioni intorno alla loro condizione, condotta, abilità, ecc., e, trovatele fornite delle necessarie qualità, le ammetterà tra le postulanti.

2. Condizioni personali: Natali legittimi, ottimi costumi, buona indole, sincera disposizione alle virtù proprie dell'Istituto, attestato di buona condotta riportato dal parroco e fedi del medesimo comprovanti l'onestà della famiglia della postulante; sana costituzione, compresa l'esenzione da qualunque difetto fisico e malattia originaria; certificato di vaccinazione o di sofferto vaiolo; età dai 15 ai 30 anni e non sia ancora stata religiosa in altra Congregazione.

3. Le postulanti pagheranno la pensione di fr. 30 mensuali pel tempo di prova, in preparazione al noviziato, la qual prova sarà almeno di 6 mesi. Porteranno pure un sufficiente corredo, secondo la nota che verrà trasmessa. Conservando le suore i diritti civili, porteranno in dote quanto loro spetta dalla propria famiglia. Questa dote però non sarà minore di lire mille. La superiora generale col consenso del suo superiore può modificare questo articolo, quando si giudichi tornare a maggior gloria di Dio.

4. Venendo ad uscire o a morire una figlia nel tempo di questa prova sarà restituita alla sua famiglia la dote ed il corredo, rimanendo però a carico dei parenti le spese di pensione, malattia e funerali.

5. Se esce o muore novizia verrà restituito ai parenti il corredo nello stato in cui si trova, a patto però che sulla dote si possano prelevare lire 15 mensuali pel tempo decorso nel noviziato.

6. La dote ed il corredo passeranno per intero all'Istituto, se la suora esce o muore professa.

Titolo XII. Della vestizione e della professione
1. La giovane accettata tra le postulanti vi si trattiene non meno di 6 mesi
nell'esercizio delle virtù proprie dell'Istituto, nell'apprenderne lo spirito e nell'abilitarsi a tutto ciò, che le potrà giovare nei vari uffizi, massime per fare scuola e catechismo.

2. Terminata questa prima prova, la superiora generale si procurerà dal superiore maggiore la facoltà di farle dare l'esame di vocazione dal direttore a ciò deputato. Si procederà poi alla votazione del Capitolo della casa in cui trovasi la postulante e se questa otterrà la maggioranza dei voti, se ne farà esatta relazione al Capitolo superiore, che giudicherà intorno alla sua ammissione a vestire l'abito religioso colle cerimonie prescritte. In caso che la postulante non fosse ammessa alla vestizione, ne saranno avvisati i parenti e verrà loro restituita.

3. Dopo la vestizione vi saranno due anni di noviziato. Un mese prima del loro termine sarà di nuovo presa ad esame la condotta e l'attitudine della novizia e se nello scrutinio che si farà di lei otterrà la maggioranza dei voti favorevoli, sarà ammessa alla santa professione, secondo il formulario prescritto. In libro apposito sarà registrato il dì della professione colla firma della professa e di due suore testimoni. Qualora poi non fosse approvata, farà ritorno alla propria famiglia, a meno che il Capitolo giudichi di prolungarne la prova per altri 6 mesi, dopo i quali si verrà alla definitiva ed ultima deliberazione.

4. La vestizione sarà preceduta da alcuni giorni di ritiro e la santa professione dai regolari esercizi spirituali.

5. In ogni casa dell'Istituto sarà custodito un libro, nel quale sia scritta l'età, patria, nome e cognome delle suore ivi raccolte e dei loro genitori.

6. Per grave motivo di moralità e condotta le novizie potranno essere licenziate dall'Istituto dalla superiora generale e le professe dal capitolo superiore col consenso del superiore maggiore, che in quell'atto le proscioglie dai voti.

Titolo XIII. Virtù essenziali proposte allo studio delle novizie ed allapratica delle professe
1. Carità paziente e zelante non solo verso l'infanzia, ma ancora verso le giovani zitelle e verso qualsiasi persona, allo scopo di fare il maggior bene possibile alle anime.

2. Semplicità e modestia con santa allegrezza; spirito di mortificazione interna ed esterna; rigorosa osservanza di povertà.

3. Obbedienza di volontà e di giudizio, ed umiltà nell'accettare volen
tieri e senza osservazione gli avvisi e correzioni e quegli uffizi che vengono affidati.

4. Spirito d'orazione, col quale le suore attendano di buon grado alle opere di pietà, si tengano alla presenza di Dio ed abbandonate alla sua dolce Provvidenza.

5. Queste virtù debbono essere molto provate e radicate nelle Figlie di Maria Ausiliatrice, perché deve andare in esse di pari passo la vita attiva e contemplativa, ritraendo Marta e Maddalena, la vita degli apostoli e quella degli angeli.

Titolo XIV Distribuzione del tempo
1. Perché le occupazioni delle Figlie di Maria Ausiliatrice sono molte e varie, è necessaria una grande sollecitudine per disimpegnarle tutte con esattezza e buon ordine. A ciò tornerà utilissima una giusta ed accurata distribuzione delle ore del giorno.

2. Pertanto la levata dal 1° giorno d'aprile a tutto agosto sarà alle ore 5; dal 1° di settembre a tutto marzo alle 5,30. Verrà concessa una mezz'ora per vestirsi, ricomporre il letto, lavarsi ecc. Al suono del campanello le suore andranno nella loro cappella per farvi in comune le preghiere, giusta il formulario prescritto. Queste saranno seguite da mezz'ora di meditazione, di cui si leggerà a chiara voce il soggetto. Dopo ascolteranno la santa messa. Il tempo, che seguirà fino all'ora del pranzo, sarà occupato nei lavori, che loro verranno imposti dall'obbedienza, eccettuata una mezz'ora per la colazione.

3. Un quarto d'ora prima del mezzodì si porteranno in chiesa o nell'oratorio privato per fare l'esame particolare e a recitare l'Angelus, dopo cui si recheranno in refettorio pel pranzo. In tempo della refezione si farà lettura di qualche libro morale bensì, ma facile e adatto ad istruire e a sollevare lo spirito. Nelle principali solennità la superiora potrà dispensare dalla lettura in tutto od in parte.

4. Prima e dopo il cibo si faranno le solite preghiere. Dopo il pranzo vi sarà circa un'ora di ricreazione. Durante questo tempo le suore si tratterranno insieme da buone sorelle, animandosi vicendevolmente al divino servizio e rallegrandosi per vedersi nella santa casa di Dio e lontane dal pericolo di offenderlo. Per sollevare lo spirito ed il corpo non sono proibiti onesti ed innocenti giocherelli. Niuna deve assentarsi (1211a ricreazione senza permesso. Terminata questa si recheranno in cappella a fare breve visita al santissimo Sacramento, dopo la quale si porteranno con diligenza alle proprie occupazioni.

5. Alle ore quattro e un quarto faranno in comune quindici minuti di lettura spirituale, dopo cui sarà concessa mezz'ora di ricreazione moderata. Circa mezz'ora prima della cena si porteranno in cappella e reciteranno la terza parte del rosario.

6. Durante la cena si farà la lettura come a pranzo. Dopo la ricreazione andranno in cappella, si reciteranno le preghiere in comune, e, letto l'argomento della meditazione pel mattino seguente, si andrà al riposo in silenzio.

Titolo XV Della clausura
Non potendo le suore di Maria Ausiliatrice professare stretta clausura a motivo degli uffici di carità, che debbono prestare al prossimo, osserveranno tuttavia le regole seguenti:
1. Non introdurranno persone esterne, se non in quella parte della casa, che è destinata al ricevimento dei secolari, ovvero in caso di necessità nelle sole camere destinate alle educande. In tutte le altre occupate dalle suore, e specialmente nei dormitori, non sarà mai lecito introdurre altre persone, fuorché quelle che il dovere ed il bisogno quivi chiamasse, o quando intervenissero casi straordinari, in cui la superiora giudicasse farne eccezione. Nella infermeria potranno introdursi il medico, il direttore ed i parenti più prossimi dell'ammalata, ma sempre accompagnati da una suora.

2. Suonata l'Ave Maria della sera, non si ammetteranno più in casa persone estranee, eccetto in caso di grave infermità di qualche figlia.

3. Nessuna suora potrà uscire di casa, né per fare passeggiate o visite, né pel disimpegno di qualche uffizio, senza il permesso della superiora, la quale ad ogni volta la farà accompagnare o da una suora o da una pia secolare.

4. Eccetto di un'occasione di viaggio o di un'opera di carità, le suore non si lasceranno prendere fuori di casa, dopo il suono delFAve Maria della sera.

5. Non si fermeranno mai per le strade a discorrere con chicchessia, fuorché per grave necessità, che le giustifichi in faccia di chi le vede.

6. Non prenderanno mai né alloggio, né cibo o bevanda presso dei secolari, fuorché in caso di viaggio o di altra necessità o convenienza.

7. Per viaggio, se dovessero pernottare in qualche luogo, ove si trovassero suore del medesimo Istituto, prenderanno sempre stanza presso di loro, ancorché in quel paese avessero parenti o conoscenti. Le religiose consorelle le accoglieranno sempre con carità e benevolenza, non ricevo& alcun compenso per la usata ospitalità.

8. Le suore non frequenteranno neppure le case, dei signori parroci o
di altri sacerdoti e secolari, né vi presteranno servigi, né vi si fermeranno a pranzo, né a radunanze di ricreazione o di divozione. Con questo non si vietano per altro quelle visite, che il rispetto e la riconoscenza richiede specialmente ai benefattori e alle benefattrici dell'Istituto.

9. Le abitazioni delle suore saranno interamente separate dalle altre abitazioni, di modo che niuna persona vi possa né entrare né uscire, se non per la porta della loro casa che mette all'esterno.

10. Dove le suore prestano l'opera loro nei collegi o nei seminari devono avere soltanto comunicazione per mezzo della ruota tanto per commestibili, quanto per abiti, biancheria, arredi sacri e simili.

11. In ogni casa vi sarà un parlatorio, dove occorrendo il bisogno la superiora potrà conferire col direttore e con le persone esterne; ma questo senza grave necessità non deve avvenire di notte, né mai coll'uscio chiuso a chiave.

12. Senza il permesso della superiora niuna suora, né anco in parlatorio, potrà conferire da sola con alcuna persona, salvo col vescovo, col superiore maggiore e col direttore generale.

13. I colloqui siano brevi, di cose necessarie od utili, ed improntati sempre di gravità e riservatezza, come se si parlasse con Dio.

14. La superiora vegli attentamente nella scelta e nel modo di portarsi delle suore, che hanno qualche incarico colle persone estranee, come sarebbe per la scuola, per gli oratori festivi e laboratori, per la cucina, biancheria e simili.

15. In ogni casa le suore avranno una cappella propria per le pratiche di pietà. Ove questa non possa aversi assisteranno, ma in coretto appartato, alle sacre funzioni nella chiesa della comunità, cui sono addette, oppure nella chiesa parrocchiale, in luogo apposito e conveniente.

16. La direttrice avrà cura che le confessioni delle suore non si abbiano a fare di notte. Occorrendone la necessità, farà in modo che il luogo a ciò destinato sia illuminato, affinché non succedano disturbi.

Titolo XVI. Del silenzio
1. Siccome il silenzio promuove grandemente l'osservanza della vita regolare, così in una casa religiosa, ove si osservi a dovere, si manterrà il fervore dello spirito, il raccoglimento, la soda pietà e l'unione con Dio; perciò si 'raccomanda caldamente alle Figlie di Maria Ausiliatrice di osservarlo con molta esattezza.

2. Nell'Istituto il silenzio è distinto in due sorta: rigoroso e moderato. Il silenzio rigoroso comincerà dal segno delle preghiere della sera e durerà sino
al mattino dopo la santa messa. Questo silenzio richiede non solo che non si parli ma che si eviti ogni calpestio, strepito o rumore, che potesse disturbare il raccoglimento proprio e della comunità.

3. Il silenzio moderato abbraccia tutto il resto della giornata, all'infuori delle varie ricreazioni, di cui si tratta al Titolo XIV. Sarà per altro permesso di parlare sommessamente, quando lo richiede il bisogno o il dovere, come sarebbe la direzione del lavoro, il compiere commissioni, dar sesto alle cose di casa, od altro affare, che venisse proposto da persone estranee.

4. Nei laboratori si potrà rompere questo silenzio per una mezz'ora, dopo le ore 10 antimeridiane, parlando moderatamente, od anche cantando sacre laudi. Lo stesso si potrà fare, anche fuori del laboratorio, dalle ore 4,30 alle 5 pomeridiane.

5. Senza una vera necessità, niuna deve fermarsi a parlare nei dormitori, nei corridoi e per le scale.

6. In quelle case particolari dove, per ragione di ufficio, non si potrà osservare il silenzio come sopra, sarà cura della direttrice di fissare per questo un tempo più libero e meglio adatto.

7. Ognuna si approfitti della propizia occasione del silenzio, per tenersi più unita con Dio, pensando sovente a lui e volgendogli affettuose aspirazioni.

Titolo XVII. Particolari pratiche di pietà
1. Ogni giorno le suore faranno in sette volte commemorazione dei sette dolori di Maria santissima, ed al fine di ciascuno reciteranno un'Ave Maria colla preghiera, che ripeteranno spesso nel corso del giorno: Eterno Padre, vi offriamo ecc. Dai vespri poi del sabato santo fino a tutta la domenica in Albis e in tutta l'ottava dell'Assunzione di Maria santissima in cielo, reciteranno a quelle stesse ore le sette allegrezze di Maria santissima, distribuite una per volta.

2. Nel quarto d'ora assegnato per la lettura spirituale adopreratmo quei libri, che verranno loro indicati dai superiori. Si raccomandano sopra tutti, l'Imitazione di Gesù Cristo, la Monaca santa e la Pratica di amar Gesù Cristo del dottore sant'Alfonso; la Filotea di san Francesco di Sales adattata alla gioventù, il Rodriguez e le vite di quei santi e di quelle sante, che si dedicarono all'educazione della gioventù. Ma per niun motivo né di Maggior perfezione, né di studio od istruzione, le suore si provvederanno o leggeranno libri non prima esaminati o permessi dai superiori.

3. Nelle domeniche, ed in tutte le altre feste di precetto, le suore reciteranno l'ufficio della beatissima Vergine, a meno che prendano parte alle funzioni parrocchiali, od assistano a qualche congregazione. L'ufficio della beata Vergine sia recitato colla massima divozione, lentamente, con voce unisona e facendo all'asterisco un po' di pausa.

4. Al tribunale di penitenza si accosteranno regolarmente ogni otto giorni. Qualora in questo spazio di tempo una suora, avendone comodità, volesse ancora confessarsi, o parlare dell'anima al confessore, sarà libera di farlo, ma prima o dopo ne informerà la direttrice, la quale si asterrà dal domandargliene il motivo. Nell'accusa dei loro falli si studino di omettere le circostanze inutili; siano brevi e dicano con semplicità ed umiltà le loro colpe in egual modo, che se le accusassero a Gesù Cristo. Verso il loro confessore abbiano grande rispetto e confidenza, quale si conviene a chi è destinato da Dio ad essere padre, maestro e guida delle anime loro; ma non parlino mai tra esse di cose di confessione e tanto meno del confessore.

5. La prima domenica o il primo giovedì del mese sarà giorno di ritiro spirituale, in cui, lasciando per quanto è possibile gli affari temporali, ognuna si raccoglierà in sé stessa, farà l'esercizio della buona morte, disponendo le cose sue spirituali e temporali, come se dovesse abbandonare il mondo ed avviarsi all'eternità. Si faccia qualche lettura acconcia al bisogno e ove si possa la superiora procuri dal direttore una predica od una conferenza sull'argomento.

6. Le suore avranno ogni 6 mesi un confessore straordinario, deputato dal superiore maggiore, ed approvato per le confessioni nella diocesi. Fuori di questo tempo, se alcuna ne abbisognasse, lo domanderà alla propria superiora, la quale si mostrerà facile ad accordarlo.

7. La santa comunione di regola ordinaria si farà tutte le domeniche e feste di precetto, giovedì e sabato di ogni settimana, nei giorni anniversari della vestizione e professione. Ma ognuna può accostarsi alla sacra Mensa ogni giorno con licenza del confessore.

8. Se per qualsiasi motivo una suora non giudica di fare la comunione non è obbligata di prevenirne la superiora; ma questa vedrà di parlargliene in bel modo, qualora la suora se ne astenesse per oltre una settimana, ed occorrendo provvederà al suo bisogno spirituale.

9. Saranno celebrate con particolare divozione e solennità le feste di san Giuseppe, di san Francesco di Sales e di san Teresa di Gesù, che sono i patroni particolari dell'Istituto.

10. Sono feste principali dell'Istituto le solennità dell'Immacolata Concezione e di Maria santissima Ausiliatrice, precedute da devota novena. Le suore vi si prepareranno con sentimenti di grande pietà, accostandosi ai santi sacramenti e ringraziando il Signore e la beata Vergine d'aver loro accordata la grazia della vocazione religiosa.

11. Non vi è regola che prescriva alle suore astinenze e digiuni particolari, oltre a quelli ordinati da santa Chiesa; né in questi potrà alcuna seguire il proprio arbitrio, ma obbedirà al confessore ed alla superiora. Così pure non faranno penitenze corporali, senza chiederne prima il dovuto permesso.

12. Tuttavia procureranno di uniformarsi alla lodevole consuetudine di digiunare ogni sabato ad onore di Maria santissima. Qualora nel corso della settimana vi fosse digiuno comandato dalla Chiesa, oppure il sabato cadesse in giorno festivo, il digiuno della regola resta dispensato.

Titolo XVIII. Regole generali
1. Tutte le suore dei vari stabilimenti dovranno portarsi una volta all'anno alla casa centrale, oppure, ove siavi grande distanza, si recheranno a quella dai superiori assegnata, per attendere alcuni giorni agli esercizi spirituali. Se attese le opere cui devono applicarsi non sarà possibile, che tutte possano farli unitamente, li faranno ripartitamente in due o più volte, secondo giudicherà la superiora. Alla fine dei santi esercizi le suore professe rinnoveranno in comune e dinanzi al santissimo Sacramento i voti emessi nel giorno di loro professione.

2. Le lettere scritte alle suore, o da esse scritte ad altri, saranno aperte e lette, ove si giudichi bene dalla superiora, la quale potrà dar loro corso o ritenerle.

3. Le suore avranno il permesso di scrivere, senza chiederne licenza, al sommo pontefice, al superiore maggiore, al direttore generale e alla superiora generale e parimente riceveranno le lettere di tali persone, senza che alcuno possa aprirle.

4. Quando saranno visitate dai loro parenti o da altre persone, si porteranno al parlatorio accompagnate da una suora a ciò deputata dalla superiora. In simili occasioni di visite indispensabili si raccomanda alle suore di usare grande prudenza e modestia cristiana, ed alle superiore di prendere tutte le cautele necessarie per ovviare ad ogni inconveniente. Siccome le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno molte occupazioni, così, quando nón si trattasse di affari di rilievo, le medesime suore pregheranno i loro stessi parenti di non visitarle più di una volta al mese.

5. Le suore si ameranno tutte nel Signore, ma si guarderanno bene dal legarsi tra loro, o con qualsiasi persona, in affezioni ed amicizie particolari, le quali allontanano dal perfetto amore di Dio e finiscono per essere la peste delle comunità.

6. A nessuna è permesso di dare commissioni né a fanciulle di scuola, né ai parenti loro, né a chicchessia, se non previa licenza della superiora, alla quale si dovrà riferire qualunque ambasciata venisse fatta.

7. Ognuna deve riconoscersi per la minima di tutte, perciò nessuna mancherà agli atti umili, né si ricuserà dall'occuparsi negli uffizi più abbietti della casa, nei quali la superiora la eserciterà a norma delle sue forze e secondo che prudentemente giudicherà bene nel Signore.

8. Le Figlie di Maria Ausiliatrice saranno allegre colle sorelle, rideranno, scherzeranno ecc., sempre però come pare debbano fare gli angeli tra loro; ma alla presenza di persone di altro sesso conserveranno ognora un contegno dignitoso. Andando per le vie cammineranno colla massima compostezza e modestia, non fissando mai né le persone, né le cose che incontrano, dando tuttavia il saluto coll'inchino del capo a chi le saluta e alle persone ecclesiastiche se loro passassero vicine.

9. Nella casa e fuori adopreranno sempre un parlare umile, non sostenendo .mai il proprio sentimento, evitando soprattutto ogni parola aspra, pungente, di rimprovero, di vanità relativamente a se stesse, od a riguardo di quel bene, che il Signore si degnasse cavare dalle opere loro, facendo tutte le loro azioni private e comuni pel solo gusto di Dio. Non parleranno mai di nascita, di età o di ricchezze, se nel mondo ne avessero avute. Non alzeranno la voce parlando con chicchessia, quand'anche fosse tempo di ricreazione.

10. Dei ministri di Dio parleranno sempre con grande rispetto; e quando taluna avesse qualche osservazione a fare in proposito la confiderà solamente ai suoi superiori. Consimile riguardo useranno parlando delle proprie superiore e delle religiose di altre congregazioni, non che delle stesse consorelle uscite dall'Istituto.

11. Quando avranno a discorrere con persone di sesso diverso, terranno un parlare affabile misto di spontanea gravità, perché se sono di condizione superiore alla loro, per es. ecclesiastici, così vuole il rispetto dovuto al loro stato; se sono laici, così richiede il decoro e il buon esempio. Tutto il loro impegno sarà di mostrarsi, nel tratto e nel contegno degli sguardi e di tutta la persona, quali debbono essere, cioè spose di Gesù Cristo crocifisso e figlie di Maria.

12. In chiesa staranno colla massima compostezza, ritte sulla persona e
genufletteranno fino a terra passando avanti l'altare, ove si conserva il santissimo Sacramenta. Appeso al collo le professe porteranno visibile il crocifisso e le novizie la medaglia di Maria Ausiliatrice.

13. Ciascuna avrà cura della propria sanità; perciò quando una suora non si sentisse bene in salute, senza nascondere od esagerare il male, ne avviserà la superiora, affinché possa provvedere al bisogno. Nel tempo della malattia ubbidirà all'infermiera ed al medico chirurgo, affinché la governino nel corpo, come meglio crederanno innanzi a Dio. Procurerà pure di mostrar pazienza e rassegnazione alla volontà di Dio, sopportando le privazioni inseparabili dalla povertà e conservando sempre una imperturbabile tranquillità di spirito in mano di quel Signore, che è Padre amoroso, sì nel conservare la salute, sì nell'affliggerci con malattie e dolori. Per avvalorarle viemaggiormente nello spirito, alle inferme obbligate al letto si darà la santa comunione una o più volte per settimana, ove il genere di malattia ed il luogo lo permetta.

14. Le suore procureranno di tenersi sempre strettamente unite col dolce vincolo della carità, giacché sarebbe a deplorarsi, se quelle che presero per scopo l'imitazione di Gesù Cristo trascurassero l'osservanza di quel comandamento, che fu il più raccomandato da lui sino al punto di chiamarlo il suo precetto. Adunque oltre lo scambievole compatimento ed imparziale dilezione, resta pure prescritto, che, se mai accadesse ad alcuna di mancare alla carità verso qualche sorella, debba chiederle scusa al primo momento, che con calma di spirito avrà conosciuta la sua mancanza, o almeno prima d'andare a letto e la offesa le accorderà subito il più cordiale perdono.

15. Per maggior perfezione della carità ognuna preferirà con piacere le comodità delle sorelle alle proprie, ed in ogni occasione tutte si aiuteranno e solleveranno con dimostrazioni di benevolenza e di santa amicizia, né si lasceranno mai vincere da alcun sentimento di gelosia le une contro le altre. In quanto poi allo scambievole trattamento le suore si daranno del tu o del voi e le suddite daranno del lei alle superiore dell'Istituto e alle direttrici.

16. Desiderino e procurino efficacemente di fare al prossimo tutto quel bene, che loro sia possibile, intendendo sempre di aiutare e servire nostro signor Gesù Cristo nella persona dei suoi poveri, specialmente coll'assistere, servire, consolare le consorelle malate ed afflitte e col promuovere il bene spirituale delle fanciulle dei paesi, in cui hanno dimora. Si guardino per altro dal domandare o permettere che le giovani esterne della scuola, dei laboratori od oratori festivi, loro parlino di divertimenti mondani, o raccontino azioni e pratiche più o meno sconvenevoli.

17. Si stimino fortunate quando possono fare un benefizio a qualche persona; ma mettano la più grande attenzione a non mai offendere alcuno né cogli scritti, né con parole od atti meno cortesi. Quando non possono prestare un favore loro richiesto, si giovino di quelle espressioni cordiali, che dimostrano il dispiacere che ne provano nel ricusarlo. Così pure nelle conversazioni specialmente con persone estranee all'Istituto ed inferiori, usino accortezza a far cadere il discorso ora su Dio, ora sugli oggetti di religione, ora su qualche virtù o fatto edificante. Così adoperando potrà ognuna nella sua pochezza essere sale e luce del prossimo e meritarsi l'elogio, che la Chiesa fa a santa Caterina da Siena, vale a dire che ninna persona si partiva da lei senza essere migliorata.

18. Per avanzarsi nella perfezione religiosa gioverà molto il tenere il cuore aperto colle superiore, siccome quelle, che sono destinate da Dio a dirigerle nella via della virtù. Pertanto tutte le suore abbiano grande confidenza colla superiora e direttrice, la riguardino qual madre affettuosa, ed ella si mostri veramente tale. Ricorrano ad essa nei loro dubbi, le manifestino le loro pene, le espongano i loro bisogni e difficoltà.

19. La stessa cosa praticheranno col superiore maggiore e con chi lo rappresenta, e ciò specialmente nei rendiconti ed ogni volta che venissero appositamente interrogate, persuadendosi che i superiori altro non desiderano che di aiutarle ad amare Iddio e a farsi sante.

20. Le suore di ciascuna casa, una volta al mese ed anche più spesso, se occorre, manifesteranno alla propria superiora o direttrice il loro esterno operare con tutta semplicità e schiettezza e ne riceveranno avvisi e consigli per ben riuscire nella pratica della mortificazione e nell'osservanza delle sante regole dell'Istituto. Sono però escluse da questo rendiconto le cose interne, ed anche esterne, quando formassero materia di confessione.

21. Tutte le suore assisteranno alla conferenza, che la superiora o il direttore terrà ogni domenica per istruirle nei loro doveri, come per correggerle di quei difetti, che potrebbero far rallentare il fervore e l'osservanza nella comunità.

22. Pongano tutte la massima premura nel compiere gli esercizi di pietà, dalla cui osservanza deriva quell'interno fervt3re, che muove dolcemente ad uniformarsi in tutto a Gesù Cristo nostro divino esemplare e sposo delle anime fedeli.

23. La carità poi, che ha tenuto unite le Figlie di Maria Ausiliatrice in vita, non dovrà cessare dopo la loro morte. Quindi, venendo alcuna sorella chiamata all'eternità, sarà celebrata la santa messa de requie e le suore della
casa, ove ne avvenne il decesso, faranno la santa comunione e reciteranno per intero il rosario della beata Vergine. Il cadavere sarà vestito degli abiti religiosi, ed accompagnato decorosamente alla sepoltura, secondo il costume di ciascun paese.

24. Se la suora defunta era professa, la direttrice, oltre la messa de requie, ne farà applicare 5 altre in suffragio dell'anima sua. Ogni anno il giorno dopo la festa di Maria Ausiliatrice nella casa-madre si canterà o si celebrerà una messa e tutte le suore faranno la comunione, in suffragio delle consorelle defunte; così pure si farà sul finire di ogni muta di esercizi spirituali.

25. Nell'occasione della morte del superiore maggiore, del direttore generale e della superiora generale, oltre i suffragi suddetti, sarà celebrato un funerale in tutte le chiese appartenenti all'Istituto.

26. Sopra tutte le suore, che seguiranno fedelmente queste sante regole, discenda copiosa la pace e la misericordia di Dio.

III. LETTERE CIRCOLARI AI SALESIANI
E ALLE FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE
Le lettere circolari di don Bosco ai Salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice sono piccoli capolavori di spiritualità. In esse il santo esprime la sua vigorosa visione della vita consacrata: con i voti ci si dona totalmente al Signore, pronti ad afflontare con forza d'animo fatiche e difficoltà pur di guadagnare anime a Dio, disposti a seguirlo sulla via delle tribolazioni fino alla morte se necessario. In tale prospettiva il salesiano e la salesiana sono esortati a rimanere fermi nella loro vocazione; a fuggire lo spirito del mondo; a praticare l'obbedienza e la povertà con magnanimità; a coltivare l'unione con Dio e la confidenza coi superiori; a sopportare serenamente, con fortezza ogni disagio pur di "salvare anime"; ad osservare esattamente le regole.

Qui riproduciamo soltanto una selezione di circolari in cui sono evidenziati più esplicitamente temi di vita spirituale.

Particolarmente espressiva è la lettera alle Figlie di Maria Ausiliatrice del 24 maggio 1886 (n. 237), in cui don Bosco scrive: "Ho domandato la grazia che vi conserviate sempre fedeli alla vostra santa vocazione, che siate religiose amanti della perfezione e della santità; che con la pratica delle cristiane e religiose virtù, con una vita edificante ed esemplare facciate onore a Gesù Cristo vostro celeste sposo, onore a Maria vostra amorosissima madre". Di seguito si elencano le qualità della suora salesiana: obbedienza esatta; padronanza dei propri difetti; cuore rivolto a Dio solo; nessun rimpianto dei beni del mondo; gioia nel praticare la povertà e sopportare le privazioni, per "seguire in terra Gesù Cristo umiliato, coronato dí spine e confitto in croce, per circondarlo poi in cielo esaltato, rivestito di gloria tra gli splendori degli angeli e dei santi"; buona costituzione fisica, buona indole, "spirito onestamente allegro"; desiderio di farsi santa attraverso le opere comuni per essere di buon esempio e di stimolo alle giovani; volontà di "rendersi abili strumenti della gloria di Dio disimpegnando quegli uffizi e adempiendo quelle occupazioni che sono proprie dell'Istituto
22 Cronistoria. A cura di Giselda Capetti, vol. V. Ultimi anni sotto lo sguardo del Fondatore (1885-1888). Roma, Istituto FMA 1978, pp. 93-94.

228. Primo scopo della nostra Società è la santificazione
dei suoi membri
Ed. critica in E(m) II, pp. 385-38723.

Torino, 9 giugno 1867, giorno di Pentecoste
La nostra Società sarà forse fra non molto definitivamente approvata e perciò io avrei bisogno di parlare ai miei amati figli con frequenza. La qual cosa non potendo fare sempre in persona procurerò di farla almeno per lettera. Comincerò adunque a dire qualche cosa intorno allo scopo generale della Società e poi passeremo a parlare altra volta delle osservanze particolari della medesima.

Primo oggetto della nostra Società è la santificazione dei suoi membri. Perciò ognuno nella sua entrata si spogli di ogni altro pensiero, di ogni altra sollecitudine. Chi ci entrasse per godere una vita tranquilla, avere comodità a proseguire gli studi, liberarsi dai comandi dei genitori od esimersi dall'obbedienza di qualche superiore, egli avrebbe un fine storto e non sarebbe più quel Sequere me del Salvatore; giacché seguirebbe la propria utilità temporale, non il bene dell'anima.

Gli apostoli furono lodati dal Salvatore e venne loro promesso un regno eterno non perché abbandonarono il mondo, ma perché abbandonandolo si professavano pronti a seguirlo nella via delle tribolazioni, come avvenne di fatto, consumando la loro vita nelle fatiche, nella penitenza e nei patimenti, sostenendo in fine il martirio per la fede.

Nemmeno con buon fine entra o rimane nella Società chi è persuaso di essere necessario alla medesima. Ognuno se lo imprima bene in mente e nel cuore: cominciando dal superiore generale fino all'ultimo dei soci, niuno è necessario nella Società. Dio solo ne deve essere il capo, il padrone assolutamente necessario. Perciò i membri di essa debbono rivolgersi al loro capo, al loro vero padrone, al rimuneratore, a Dio e per amore di lui ognuno deve farsi iscrivere nella Società; per amore di lui lavorare, ubbidire, abbandonare quanto si possedeva nel mondo per poter dire in fine della vita al Salvatore che abbiamo scelto per modello: ecce nos reliquimus [omnia] et seccati sumus te, quid ergo dabis nobis?
23 È la prima lettera circolare di don Bosco ai Salesiani.

Mentre poi diciamo che ognuno deve entrare in Società guidato dal solo desiderio di servire a Dio con maggior perfezione e di fare del bene a se stesso, si intende fare a se stesso il vero bene, bene spirituale ed eterno. Chi si cerca una vita comoda, una vita agiata, non entra con buon fine nella nostra Società. Noi mettiamo per base le parole del Salvatore che dice: Chi vuole essere mio discepolo vada a vendere quanto possiede nel mondo, lo dia ai poveri e mi segua. Ma dove andare, dove seguirlo, se non aveva un palmo di terra ove riporre lo stanco suo capo? Chi vuole farsi mio discepolo, dice il Salvatore, mi segua colla preghiera, colla penitenza e specialmente rinneghi se stesso, tolga la croce delle quotidiane tribolazioni e mi segua: abneget semetipsum, tollat crucem suam quotidie, et sequatur me [Le 9,23]. Ma fino a quando seguirlo? Fino alla morte e se fosse mestieri, anche ad una morte di croce.

Ciò è quanto nella nostra Società fa colui che logora le sue forze nel sacro ministero, nell'insegnamento od altro esercizio sacerdotale, fino ad una morte eziandio violenta di carcere, di esilio, di ferro, di acqua, di fuoco; fino a tanto che dopo aver patito od essere morto con Gesù Cristo sopra la terra possa andare a godere con lui in cielo.

Questo sembrami il senso di quelle parole di san Paolo che dice a tutti i cristiani: Qui vult gaudere cum Christo oportet pati cum Christo.

Entrato un socio con queste buone disposizioni deve mostrarsi senza pretese ed accogliere con piacere qualsiasi ufficio gli possa essere affidato. Insegnamento, studio, lavoro, predicazione, confessione, in chiesa, fuori di chiesa, le più basse occupazioni devono assumersi con ilarità e prontezza d'animo perché Dio non guarda la qualità dell'impiego, ma guarda il fine di chi lo copre. Quindi tutti gli uffizi sono egualmente nobili perché egualmente meritori agli occhi di Dio.

Miei cari figliuoli, abbiate fiducia nei vostri superiori; essi devono rendere stretto conto a Dio delle vostre opere; perciò essi studiano la vostra capacità, le vostre propensioni e ne dispongono in modo compatibile colle vostre forze, ma sempre come loro sembra tornare di maggior gloria di Dio e vantaggio delle anime.

Oh! se i nostri fratelli entreranno in Società con queste disposizioni le nostre case diventeranno certamente un vero paradiso terrestre. Regnerà la pace e la concordia tra gl'individui d'ogni famiglia e la carità sarà la veste quotidiana di chi comanda; l'ubbidienza ed il rispetto precederanno i passi, le opere e perfino i pensieri dei superiori. Si avrà insomma una famiglia di fratelli raccolti intorno al loro padre per promuovere la gloria di Dio sopra la terra, per andare poi un giorno ad amarlo e lodarlo nell'immensa gloria dei beati in cielo.

Dio ricolmi voi e le vostre fatiche di benedizioni e la grazia del Signore santifichi le vostre azioni e vi aiuti a perseverare nel bene. Amen. Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco

229. Unità di spirito e unità di amministrazione
Ed. critica in E(m) II, pp. 529-531.

[Torino, fine aprile 1868]
Ai miei cari figliuoli e confratelli della Società di S. Francesco di Sales.

Il mese di maggio che noi siamo soliti consacrare a Maria sta per cominciare ed io stimo di approfittare di questa occasione per parlare ai miei cari figliuoli e confratelli ed esporre loro alcune cose che non ho potuto dire nella conferenza di san Francesco di Sales.

Io sono persuaso che voi abbiate tutti ferma volontà di essere perseveranti nella Società e quindi adoperarvi con tutte le vostre forze a guadagnare anime a Dio e per prima salvare l'anima propria. Per riuscire in questa grande impresa dobbiamo per base generale usare la massima sollecitudine per mettere in pratica le regole della Società. Perché a nulla gioverebbero le nostre costituzioni, se fossero come una lettera morta da lasciarsi nello scrittoio e non di più. Se vogliamo che la nostra Società vada avanti colla benedizione del Signore è indispensabile che ogni articolo delle costituzioni sia norma nell'operare. Tuttavia vi sono alcune cose pratiche e assai efficaci per conseguire lo scopo proposto e fra queste vi noto l'unità di spirito e l'unità di amministrazione.

Per unità di spirito io intendo una deliberazione ferma, costante di volere o non volere quelle cose che il superiore giudica tornare a maggior gloria di Dio. Questa deliberazione non si rallenta mai comunque gravi siano ostacoli che si oppongono al bene spirituale ed eterno secondo la dottrina di san Paolo: Caritas omnia suffert, omnia sustinet [lCor 13,7]. Questa deliberazione induce il confratello ad essere puntuale nei suoi doveri non solo per il comando che gli è fatto, ma per la gloria di Dio che egli intende promuovere. Da ciò ne deriva la prontezza nel fare all'ora stabilita la meditazione, la preghiera, la visita al santissimo Sacramento, l'esame di coscienza, la lettura spirituale. È vero che queste cose sono prescritte dalle regole, ma se non si procura di eccitarsi ad osservarle per un motivo soprannaturale le nostre regole cadono in dimenticanza.

Quello che potentemente contribuisce a conservare questa unità di spirito si è la frequenza dei santi sacramenti. I sacerdoti facciano quanto possono per celebrare con regolarità e devotamente la santa messa; coloro poi che non sono in tale stato procurino di frequentare la comunione il più spesso possibile. Ma il punto fondamentale sta nella frequente confessione. Ognuno procuri di osservare quanto le regole prescrivono a questo riguardo. Una confidenza speciale è poi assolutamente necessaria col superiore di quella casa dove ciascuno dimora. Il gran difetto consiste in ciò: che molti cercano d'interpretare stortamente certe disposizioni dei superiori, oppure le giudicano di poca importanza e intanto rallentano l'osservanza delle regole con danno di se stessi, con dispiacere dei superiori e con omissione o almeno trascuranza di quelle cose che avrebbero potentemente contribuito al bene delle anime. Ognuno adunque si spogli della propria volontà e rinunzi al pensiero del proprio bene; si accerti solamente che quello che deve fare torni a maggior gloria di Dio e poi vada avanti.

Qui per altro nasce la seguente difficoltà: nella pratica si incontrano casi in cui sembra meglio fare diversamente da quanto era stato comandato. Non è vero. Il meglio è sempre fare l'ubbidienza, non mai cangiando lo spirito delle regole interpretato dal rispettivo superiore. Laonde ciascuno studi sempre di interpretare, praticare, raccomandare l'osservanza delle regole fra i suoi confratelli; e mettere in esecuzione verso al prossimo tutte quelle cose che il superiore giudicasse tornare a maggior gloria di Dio e a bene delle anime. Questa conclusione io la reputo la base fondamentale di una religiosa Società.

All'unità di spirito deve andare congiunta l'unità di amministrazione. Un religioso si propone di mettere in pratica il detto del Salvatore: vale a dire di rinunciare a quanto egli ha o possa avere nel mondo per la speranza di miglior ricompensa in cielo. Padre, madre, fratelli, sorelle, casa, sostanze di qualunque genere, tutto offrì all'amor di Dio. Se non che avendo egli ancora l'anima unita al corpo ha tuttora bisogno di mezzi materiali per nutrirsi, coprirsi ed operare. Perciò egli mentre rinuncia a tutto quanto aveva, cerca di aggregarsi in una società in cui possa provvedere alle necessità della vita senza punto avere il peso dell'amministrazione temporale. Come adunque egli deve regolarsi in Società in quanto alle cose temporali? Le regole della Società provvedono a tutto; dunque praticando le regole rimane soddisfatto ogni bisogno. Una veste, un tozzo di pane devono bastare ad un religioso. Quando occorresse di più ne dia cenno al superiore e ne sarà provveduto. Ma qui deve concentrarsi lo sforzo di ciascuno. Chi può procurare un vantaggio alla Società lo faccia, ma non faccia mai centro da sé. Si sforzi per fare sì che vi sia una sola borsa, come deve esservi una sola volontà. Chi cercasse di vendere, comperare, cambiare o conservare danaro per utilità propria... chi ciò facesse sarebbe come un contadino che mentre i trebbiatori ammucchiano il grano egli lo disperde e lo getta in mezzo alla volva24. A questo riguardo io debbo raccomandare di nemmeno conservar danaro sotto allo specioso pretesto di ricavarne utile per la Società. La cosa più utile per la Società è l'osservanza delle regole.

Gli abiti, la camera, gli arredi di essa siano lontani dalla ricercatezza. Il religioso deve essere preparato ad ogni momento a partire dalla sua cella e comparire davanti al suo Creatore senza alcuna cosa che lo affligga nell'abbandonarla e senza che torni di motivo al giudice di rimproverarlo.

Ogni cosa proceda adunque colla guida dell'obbedienza, ma umile e confidente. Nulla si celi al superiore, nulla gli si nasconda. Ognuno gli si apra come un figlio ad un padre con schietta sincerità. Così il superiore stesso sarà in grado di conoscere lo stato dei suoi confratelli, provvedere ai loro bisogni e prendere quelle decisioni che concorrono a facilitare l'osservanza delle regole e il vantaggio della intera Società.

Molte cose dovrebbero dirsi a questo riguardo. Ciò si farà con un'altra lettera, con apposite conferenze e specialmente nei prossimi esercizi di Trofarello, se Dio nella sua grande misericordia, ci conserverà, come spero, e ci aiuterà a poterci nel prossimo mese di settembre tutti colà raccogliere.

La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi e ci conceda lo spirito del fervore ed il prezioso dono della perseveranza nella Società. Amen.

Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco
24 Volva, nel piemontese antico significa pula, guscio o veste del grano, cf Vittorio DI SANI ALBINO, Gran dizionario piemontese-italiano. Torino, Società l'Unione Tipografica Editrice 1859, p. 146.

230. La confidenza tra superiori e confratelli
Ed. critica in E(m) III, pp. 125-126.

Solenne giorno dell'Assunzione di Maria santissima 1869
Figliuoli amatissimi,
La divina Provvidenza dispose che la nostra pia Società fosse dalla Santa Sede definitivamente approvata e noi, mentre nell'umiltà del nostro cuore ringraziamo la bontà del Signore, dobbiamo adoperarci con tutta sollecitudine per corrispondere allo scopo che ci siamo prefissi entrando in Congregazione e mantenere l'esatta osservanza delle regole in tutti quelli che le hanno professate.

Tra gli articoli di esse avvi quello che riguarda alle relazioni e alla confidenza che devono passare tra superiori e inferiori. Ciascuno, si dice al cap. 5° art. 6°, abbia grande confidenza col superiore né gli nasconda alcun segreto del suo cuore.

Questo articolo è della massima importanza e si è osservato che i trattenimenti del superiore coi suoi subalterni tornano di grande vantaggio, perciocché in questo modo gli uni possono con tutta libertà esporre i loro bisogni e domandarne gli opportuni consigli, mentre il superiore stesso sarà in grado di conoscere lo stato dei suoi confratelli, provvedere ai loro bisogni e prendere quelle deliberazioni che concorrono a facilitare l'osservanza delle regole e il vantaggio dell'intera Società.

Sembra che ciò appunto voglia significare lo Spirito Santo quando dice: Vae soli, quia cum ceciderit non habet sublevantem se (Qo 4, 10). Guai a chi è solo perché egli non ha chi lo aiuti ad alzarsi nella caduta. Di poi soggiunge: Per chi vive in Società, se uno cade o si trova in pericolo di cadere viene da un altro sostenuto e in certo modo resta puntellata la sua caduta. Si unus ceciderit, ab altero filcietur (ibid.). In questa guisa, dice san Tommaso, il religioso conseguisce il suo scopo, egli è avvisato nei pericoli; è aiutato a risorgere in caso di caduta. Iuvatur a sociis ad resurgendum.

Affinché si possa riportare questo vantaggio dalla nostra Società si è pensato bene di stabilire alcune cose che si possono dire conseguenze pratiche dell'articolo sopra nominato:
1° Ogni mese saranno tenute due conferenze di cui una intorno alla lettura e spiegazione semplice delle regole della Congregazione. L'altra conferenza intorno a materia morale, ma in modo pratico e adattato alle persone a cui si parla.

2° Ogni socio una volta al mese si presenterà dal direttore di quella casa cui appartiene e gli esporrà quanto egli giudicherà vantaggioso al bene dell'anima sua e se ha qualche dubbio intorno all'osservanza delle regole lo esporrà chiedendo quei consigli che gli sembrano più opportuni pel suo profitto spirituale e temporale. Dal canto suo il direttore colla dovuta carità ascolterà a tempo determinato ogni cosa; anzi procurerà interrogare separatamente ciascun socio intorno alla sanità corporale, agli uffizi che copre, all'osservanza religiosa, agli studi o lavori cui deve attendere. In fine procurerà d'incoraggiarlo, aiutarlo coll'opera e col consiglio per mettersi in uno stato da poter godere la pace del cuore e la tranquillità di coscienza che dev'essere lo scopo principale di tutti quelli che fanno parte di questa pia Società.

3° Di regola ordinaria il direttore d'ogni casa particolare una volta al mese darà al rettor maggiore conto esatto sullo stato morale .e sanitario dei confratelli; più un cenno sull'andamento materiale della casa a lui affidata. Si nota una piccola eccezione per la casa madre.

Quelli che qui compongono il Capitolo e quei sacerdoti che lo domandano possono presentarsi al rettor maggiore per esporgli quanto del caso.

Il rendere conto di sé al proprio superiore è pratica generale di tutte le case religiose e se ne trova un gran vantaggio, così che io ne spero gran bene eziandio fra noi soprattutto per conseguire la tanto necessaria pace del cuore e la tranquillità di coscienza.

Molte cose dovranno dirsi a questo riguardo. Ciò si farà con altre lettere, con apposite conferenze e specialmente nei prossimi spirituali esercizi di Trofarello, se Dio nella sua grande misericordia ci conserverà, come spero, e ci aiuterà a poterci nel prossimo mese di settembre tutti colà raccogliere.

Animo, miei cari figliuoli! Noi abbiamo una grande impresa tra mano. Molte anime attendono la salvezza da noi; tra queste anime la prima deve essere la nostra; di poi quella dei nostri soci e quella di qualunque fedele cristiano cui ci accada poter recare qualche vantaggio. Dio è con noi, adoperiamoci per corrispondere ai celesti favori che ci ha concessi e che speriamo ci voglia in maggior copia per l'avvenire concedere.

La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi e ci conceda lo spirito del fervore e il prezioso dono della perseveranza nella Società. Amen.

Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco
P.S. Questa lettera sarà letta ai soci congregati colle osservazioni che il direttore giudica opportune.

231. Austerità di vita
Ed. critica in E(m) IV, pp. 113-115.

[Torino], 4 giugno 1873
Agli amati figli di san Francesco di Sales dimoranti in ...

L'esperienza, o figliuoli amatissimi, è un gran maestro. Ma se da questa si impaìa quanto può tornare a comune o privato vantaggio nelle famiglie, sarà certamente di maggiore utilità nelle famiglie religiose in cui non devesi avere altra mira che conoscere il bene affine di praticarlo, conoscere il male per poterlo fuggire.

Per questo motivo giudico bene di esporvi alcune cose osservate nella visita testé fatta alle nostre case e ciò per vantaggio dei soci in particolare ed in generale di tutta la nostra Congregazione. Alcune di esse riguardano l'interesse materiale; altre la morale e la disciplina. Questo formerà la materia di tre distinte lettere.

Il materiale andamento delle nostre case deve in questo momento formare l'oggetto delle nostre sollecitudini, perciocché l'acquisto, la costruzione, la riattazione e l'impianto di nuove case furono causa di assai grave dispendio: l'aumento poi di ogni genere di commestibili fa sì che l'uscita mensile sia di gran lunga superiore alle entrate. Dobbiamo pertanto seriamente pensare a qualche economia e studiare insieme quelle cose pratiche da cui possiamo ottenere qualche risparmio.

Le noterò brevemente:
1° Che in quest'anno non si intraprenda alcuna costruzione se non è strettamente necessaria. Si compiano soltanto quelle riattazioni che si ravvisano indispensabili. In questi casi notisi quello che si reputa necessario a farsi colla spesa approssimativa e poi si trasmetta preventivamente al Capitolo superiore.

2° Non si facciano viaggi se non per bisogni nostri e per quanto è possibile si evitino gli impegni, le commissioni od incombenze per cui dovessimo assumerci spese o perdita di tempo. Quelli poi che sono in grado di potersi fare tali spese da sé o per mezzo di altri, sappiano prudentemente approfittarne.

3° Si richiami l'osservanza degli articoli 2, 3, 4, 5, 6, del capitolo IV delle nostre regole, siano praticamente spiegati dai direttori; se occorre ne parlino in particolare oppure deferiscano la cosa al superiore. Questi articoli sono la
base della vita religiosa e portano di sua natura al distacco dalle cose terrene, dalle persone e da se stesso; e fanno sì che le comuni sollecitudini saranno rivolte all'adempimento dei propri doveri, al maggior vantaggio della Congregazione.

4° Si limiti al puro necessario la compra di libri, di abiti, di biancheria, calzamenta, di suppellettili e di oggetti di uso; per quanto permetterà il decoro si facciano riparare le cose che già si possiedono.

5° Eziandio nei commestibili si può introdurre qualche economia; aver cura delle cose che possono conservarsi: fare compre all'ingrosso, parsimonia nei generi più cari, come la carne ed il vino; la regolarità e la qualità dei condimenti; curare che non si sciupi né pane, né pietanze, né vino, né lumi, né legna; fare soltanto inviti in caso di stretta convenienza, ed in questi stessi inviti, non mai dimenticare che viviamo di provvidenza, né abbiamo alcun reddito e che lo spirito di povertà deve informare ogni cosa nostra. Questi sono altrettanti punti da tenersi in considerazione.

6° Stabilire corrispondenze di una casa colle altre per giovarci nelle compre e nelle somministranze di quei generi, che nei rispettivi paesi possono avere agevolezze nei prezzi.

Raccomandare risparmi dove si possono fare; ma è mia intenzione che niente si ometta di quello che può contribuire alla conservazione della sanità corporale o al mantenimento della moralità tanto fra gli amati figli della Congregazione, quanto fra gli allievi che la divina Provvidenza affida alle nostre sollecitudini.

Altre cose di non minor rilievo spero potervi scrivere fra breve.

Intanto ogni direttore legga e spieghi quanto ivi fu esposto; ne conferisca col prefetto della casa; e dopo qualche settimana riferisca ciò che si è fatto e ciò che si giudica di farsi per conseguirne lo scopo. "
In generale poi io sono stato assai contento della moralità, della sanità e del profitto scientifico che si va diffondendo nelle nostre case; e di ciò rendiamone grazie a Dio creatore e datore d'ogni bene, cui sia onore e gloria per tutti i secoli. Amen.

La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi e dal cielo Dio benedica e sostenga tutte le opere nostre.

Pregate per me che con paterno affetto vi sono nei sacri cuori di Gesù e di Maria
Affezionatissimo fratello ed amico
Sac. Giovanni Bosco

232. Dare buon esempio e promuovere la moralità
Ed. critica in E(m) IV, pp. 177-180.

Roma, 4 febbraio 1874
Ai miei figli Salesiani della casa di Torino,
Mentre tratto cose di nostra Congregazione in questa città eterna, città consacrata dal sangue dei due principi degli apostoli Pietro e Paolo; dopo aver pregato nella santa messa, invocati i lumi dello Spirito Santo, chiesta una speciale benedizione dal supremo gerarca della chiesa, vi scrivo di uno dei più importanti argomenti: del modo di promuovere e conservare la moralità fra giovanetti che la divina Provvidenza si compiace di affidarci.

Per non trattare questa materia troppo brevemente credo bene dividerla in due parti:
1° necessità della moralità nei soci Salesiani;
2° mezzi per diffonderla e sostenerla nei nostri allievi.

Si può pertanto stabilire come principio invariabile che la moralità degli allievi dipende da chi li ammaestra, li assiste, li dirige. Chi non ha non può dare, dice il proverbio. Un sacco vuoto non può dar frumento, né un fiasco pieno di feccia può mettere buon vino.

Laonde prima di proporci maestri agli altri è indispensabile che noi possediamo quello che agli altri vogliamo insegnare. Sono chiare le parole del divin maestro: Voi, egli dice, siete la luce del mondo, questa luce, ossia il buon esempio, deve risplendere in faccia a tutti gli uomini, affinché vedendosi da tutti le opere vostre buone, siano in certo modo tratti anch'essi a seguirvi e così glorificare il Padre comune che è nei cieli.

San Girolamo dice che sarebbe un cattivo medico colui, il quale volesse guarire gli altri e non fosse capace di guarire se stesso. Gli sarebbe certamente risposto colle parole del Vangelo: Medice, cura te ipsum [Le 4,23].

Se pertanto noi vogliamo promuovere la moralità e la virtù nei nostri allievi, dobbiamo possederla noi, praticarla noi e farla risplendere nelle nostre opere, nei nostri discorsi, né mai pretendere dai nostri dipendenti che esercitino un atto di virtù da noi trascurato.

Di fatto come noi potremo pretendere che gli allievi siano esemplari e religiosi se in noi vedono negligenze nelle cose di chiesa, nella levata, nella meditazione, nell'accostarci alla confessione, alla comunione o nel celebrare la santa messa? Come può pretendere ubbidienza quel direttore, quel maestro, quell'assistente mentre eglino per frivoli pretesti si esimono dalle loro obbligazioni e per lo più senza permesso escono di casa e si occupano in cose che non hanno alcuna relazione coi propri doveri?
Come ottenere dagli altri carità, pazienza, rispetto, se chi comanda va in furia con tutti, percuote, censura le disposizioni dei superiori, critica gli orari e gli stessi trattamenti di tavola e chi ne ha la cura? Noi siamo certamente tutti d'accordo dire a costoro: Medice, cura te ipsum.

Non è gran tempo che un giovanetto rimproverato perché leggeva un cattivo libro con tutta semplicità rispose: Non mi credevo di far male leggendo un libro che più volte vidi a leggere dal mio maestro. Altra volta fu chiesto ad altro perché avesse scritto una lettera in cui censurava l'andamento della casa. Egli rispose che non aveva scritto se non le parole più volte udite dal suo assistente.

Dunque, o miei cari figli, se vogliamo promuovere il buon costume nelle nostre case, dobbiamo esserne maestri col nostro buon esempio. Proporre ad altri una cosa buona mentre noi facciamo il contrario è come colui che nell'oscurità della notte volesse far lume con una lucerna spenta; oppure volesse trar vino da un vaso vuoto.

Anzi parrai che si possa paragonare a chi cercasse di condire gli alimenti con sostanze velenose; perciocché in simile guisa non solamente non si promuove il buon costume, ma si dà occasione di far male, si dà scandalo. E allora noi diventiamo miserabile sale infamato, sale guasto che ad altro più non serve che ad essere gettato nella spazzatura; Vos estis sal terrae, ci dice Cristo, quod si sal evanuerit in quo salietur? Ad nihilum valet ultra visi ut mittatur forar et conculcetur ab hominibus [Mt 5,13].

La voce pubblica spesso lamenta fatti immorali succeduti con rovina dei costumi e con scandali orribili. È un male grande, è un disastro; ed io prego il Signore a fare in modo, che le nostre case siano tutte chiuse, prima che in esse succedano somiglianti disgrazie.

Non vi voglio per altro nascondere che viviamo in tempi calamitosi. Il mondo attuale è come ce lo descrive il Salvatore: mundus in maligno positus est totus [1Gv 5,19]. Esso tutto vuole vedere, tutto giudicare. Oltre poi ti giudizi perversi che fa delle cose di Dio, spesso ingrandisce le cose, spessissimo ne inventa a danno altrui. Ma se per avventura riesce ad appoggiare il suo giudizio sopra la realtà, immaginatevi che rumore, che strombazzare!
Tuttavia se con animo imparziale cerchiamo la cagione di cotesti mali, per lo più troviamo che il sale divenne infatuato, che la lucérna fu spenta; cioè che la cessazione di santità in chi comandava diede cagione ai disastri avvenuti nei loro dipendenti.

Oh castità, castità, tu sei una grande virtù! Fino a tanto che tu risplenderai tra noi, vale a dire finché i figli di san Francesco di Sales si fregeranno praticando la ritiratezza, la modestia, la temperanza e quanto abbiamo con voto promesso a Dio, sempre tra noi avrà posto glorioso la moralità e la santità dei costumi come fiaccola ardente risplenderà in tutte le case che da noi dipendono.

Se Dio mi darà vita spero tra non molto potervi scrivere di nuovo intorno ad alcune industrie che a me paiono poter giovare efficacemente a promuovere e conservare il buon costume fra i nostri allievi.

Intanto per riportare qualche frutto da quanto vi scrive questo amico delle anime vostre, vi prego di quanto segue:
1° Che si facciano tre distinte conferenze o meglio tre esami pratici in cui siano lette e spiegate le cose da praticarsi e le cose da fuggirsi intorno al voto di povertà, castità ed ubbidienza. Di poi ciascuno applichi a se stesso il tenor di vita descritto in questi tre capi e stabilisca fermamente di correggere quello che trova difettoso nelle sue parole, nei suoi fatti, nella povertà, castità e nell'ubbidienza.

2° Si legga eziandio il capo che tratta delle pratiche di pietà e poi ginocchioni ai piedi di Gesù crocifisso, risolviamo, io di qui lo farò col pensiero con voi, di, volerle tutte compiere esemplarmente a costo di qualunque sacrificio.

Miei cari figli, noi ci troviamo nel momento più importante della nostra Congregazione. Aiutatemi colla preghiera, aiutatemi colla esatta osservanza delle regole e Dio farà sì che i nostri sforzi siano coronati di buon successo e maggior gloria di Dio, a vantaggio delle anime nostre e dei nostri allievi che formeranno mai sempre la gloria della salesiana Società.

La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi e ci conservi tutti costantemente per la via del cielo. Amen.

Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco

233. La memoria dei confratelli defunti
Ed. critica in E(m) IV, pp. 381-382.

[Torino, gennaio 1875]
Ai confratelli Salesiani,
L'anno 1874, figliuoli amatissimi, fu per noi memorabile assai. Sua santità il regnante Pio IX dopo averci compartiti grandi favori in data 3 aprile degnavasi di approvare definitivamente l'umile nostra Congregazione. Mentre per altro questo glorioso avvenimento ci colmava tutti di vera gioia venne tosto gravemente amareggiato da una serie di avvenimenti. Di fatto al 13 dello stesso mese Dio chiamava a sé il sacerdote Provera, di poi don Pestarino, indi il chierico Ghione e don Cagliero Giuseppe e ciò nello spazio di soli quattro mesi.

In questi nostri cari confratelli noi abbiamo perduto quattro operai evangelici, tutti professi perpetui, tutti affezionatissimi alla Congregazione salesiana, osservatori fedeli delle nostre costituzioni, veramente zelanti nel lavorare per la maggior gloria di Dio.

Non è pertanto a stupire se queste perdite furono amaramente sentite nella nostra Società. Ma Dio che è di bontà infinita e che conosce le cose che possono tornare a maggior bene li giudicò già degni di sé. Di loro si può dire che vissero poco, ma operarono molto, come se fossero vissuti tempi lunghi assai: Brevi vivens tempore, explevit tempora multa [Sap 4,13]. E noi abbiamo fondati motivi di credere che questi confratelli, cessando di lavorare con noi in terra, siano divenuti nostri protettori presso Dio in cielo.

Si reputa pertanto cosa opportuna darvi un cenno sulla vita di ciascuno, affinché la loro memoria sia conservata tra noi.

Quello che facciamo per essi, coll'aiuto del Signore speriamo che si farà pei confratelli già chiamati alla vita eterna nei tempi passati e per quelli che a Dio piacesse chiamare in avvenire. Ciò noi faremo per tre ragioni particolari:
1° Perché così sogliono fare gli altri ordini religiosi e le altre congregazioni ecclesiastiche.

2° Affinché coloro che vissero tra noi e praticarono esemplarmente le medesime regole ci siano di eccitamento a farci loro seguaci nel promuovere il bene, fuggire il male.

3° Affinché conservandosi i loro nomi e le principali loro azioni ci ricordiamo più facilmente di innalzare a Dio preghiere pel riposo eterno delle anime loro, se mai non fossero ancora state accolte in seno della misericordia divina.

Noi certamente non dobbiamo servire il Signore perché la memoria delle nostre azioni sia conservata presso agli uomini, ma affinché i nostri nomi, come dice il Salvatore, siano scritti nel libro della vita. Ciò non di meno questo ci deve avvisare che come le nostre cattive opere possono tornare di scandalo altrui anche dopo la morte, così le buone azioni potranno servire di edificazione.

Mentre pertanto leggeremo la breve raccolta di notizie di questi nostri confratelli non cessiamo di innalzare a Dio particolari preghiere per essi e per tutti i confratelli che dal principio della Congregazione furono chiamati all'altra vita.

Nel corso di quest'anno (1875) dobbiamo dimostrare la nostra incancellabile gratitudine innalzando incessanti suppliche alla divina maestà pei bisogni di santa Chiesa e specialmente per la conservazione dei giorni preziosi del sommo pontefice, nostro insigne benefattore, da cui noi fummo tante volte ricolmi di segnalati benefizi spirituali e temporali. Egli si degnò di dare la definitiva approvazione alle nostre costituzioni, affinché noi fossimo esatti nell'osservarle; ci concedette molti favori; procuriamo di mostrarcene degni col servircene a maggior gloria di Dio e a bene delle anime.

Dio vi benedica tutti, o miei cari figliuoli, e pregate anche per me, che vi sarò sempre in Gesù Cristo affezionatissimo
Sac. Giovanni Bosco

234. Mezzi per coltivare le vocazioni e conservare lo spirito di pietà
Ed. critica in E(m) V, pp. 41-44.

Torino, 12 gennaio 1876
Figliuoli miei in Gesù Cristo Carissimi,
Compiuta la visita delle nostre case, sento in me il bisogno di trattenermi alquanto con voi, figliuoli carissimi, intorno alle cose che possono tornare alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio della nostra Congregazione.

Prima d'ogni altra cosa sono lieto di potervi assicurare che sono stato assai soddisfatto del procedimento materiale e morale, sia in ciò che si riferisce all'amministrazione interna, sia nelle relazioni sociali esterne. Si lavora, si osservano le costituzioni della Società, si mantiene la disciplina, si frequentano i santi sacramenti, si promuove lo spirito di pietà e si coltivano le vocazioni in coloro che per buona ventura dessero segni di essere chiamati allo stato ecclesiastico. Di tutto siano rese grazie al Signore, alla cui bontà e misericordia è dovuto quel poco di bene che si va facendo tra noi.

Ho pure la consolazione di parteciparvi come la nostra Società prenda ogni giorno maggior incremento. L'anno testé spirato si aprirono parecchie nuove case; altre saranno aperte in quest'anno 1876. Il personale cresce in numero ed attitudine, ma appena taluno è fatto idoneo a coprire qualche ufficio, la divina Provvidenza presenta subito l'opportunità di porsi all'opera.

Ma che diremo delle domande che si fanno di aprire case in tante parti? In molte città d'Italia, di Francia, d'Inghilterra; nell'America del Nord, del Centro, del Sud e segnatamente nell'Impero del Brasile e nella Repubblica Argentina; in Algeria, nella Nigrizia, in Egitto, in Palestina, nelle Indie, nel Giappone, nella China, nell'Australia vi sono milioni e milioni di creature ragionevoli che, tuttora sepolte nelle tenebre dell'errore, dall'orlo della perdizione levano le loro voci dicendo: "Signore, mandateci operai evangelici che ci vengano a portare il lume della verità e ci additino quella strada, che sola può condurre a salvamento". Parecchi nostri confratelli, come ben sapete, diedero già ascolto a queste commoventi voci e partirono per la Repubblica Argentina, d'onde recarsi tra le tribù selvagge della Patagonia; ma in tutte le lettere scritte nel loro viaggio e dai luoghi di loro missione fanno continuo risuonare la stessa voce: "Mandate, mandate operai". Fra le altre cose notano come l'archidiocesi del Brasile, Rio Janeiro, ha due milioni di abitanti con pochissimi sacerdoti e con appena cinque chierici in seminario.

Oh miei cari, io mi sento profondamente addolorato al riflettere alla copiosissima messe che ad ogni momento e da tutte parti si presenta e che si è costretti di lasciare incolta per difetto di operai. Noi però non perdiamoci di animo e per ora ci applicheremo seriamente col lavoro, colla preghiera e colla virtù a preparare novella milizia a Gesù Cristo e ciò studieremo di conseguire, specialmente colla coltura delle vocazioni religiose; e se farà d'uopo a suo tempo offriremo anche noi stessi a quei sacrifici che Dio si degnasse di chiedere per nostra ed altrui salvezza. Intanto nel desiderio di venire a cose valevoli a coltivare le vocazioni religiose ed efficaci per conservare lo spirito di pietà tra i Salesiani e tra i giovanetti a noi affidati, io mi fo a raccomandarvi alcune cose che l'esperienza mi ha fatto ravvisare sommamente necessarie.

1° In ogni casa e specialmente nell'Oratorio di San Francesco di Sales, ciascuno diasi la massima sollecitudine di promuovere le piccole associazioni, come sarebbe il piccolo clero, la Compagnia del Santissimo Sacramento, di San Luigi, di Maria Ausiliatrice e dell'Immacolata Concezione. Niuno abbia timore di parlarne, raccomandarle, favorirle e di esporne lo scopo, l'origine, le indulgenze ed altri vantaggi che da queste si possono conseguire. Io credo che tali associazioni si possano chiamare chiave della pietà, conservatorio della morale, sostegno delle vocazioni ecclesiastiche e religiose.

2° Guardarvi bene dalle relazioni, amicizie o conversazioni geniali o particolari sia per iscritto, sia per colloquio, sia per mezzo di libri o di regali di qualunque genere. Quindi le strette di mano, le carezze sulla faccia, i baci, il camminare a braccetto o passeggiare colle braccia l'un in collo dell'altro sono cose rigorosamente proibite, non dico solo tra di voi e tra di voi e gli allievi, ma eziandio tra gli allievi stessi. Teniamo altamente fisse in mente nostra le parole di san Girolamo che dice: «Affezione per nessuno o affezione egualmente per tutti".

3° Fuga del secolo e delle sue massime. Radici di dispiaceri e di disordine sono le relazioni con quel mondo che noi abbiamo abbandonato e che vorrebbe di nuovo trarci a lui. Molti finché vissero in casa religiosa apparivano modelli di virtù, recatisi altrove, presso i parenti o presso gli amici perdettero in breve tempo il buon volere e ritornati in religione non poterono più riaversi e taluni giunsero a perdere affatto la medesima vocazione. Pertanto non recatevi mai in famiglia se non per gravi motivi; e per questi gravi motivi non ci andate mai senza il dovuto permesso e, per quanto è possibile, accompagnati da qualche confratello scelto dal superiore. L'assumervi commissioni, raccomandazioni, trattare affari, comperare o vendere per altrui sono cose da fuggirsi costantemente, perché trovate rovinose per le vocazioni e per la moralità.

4° La sera dopo le orazioni ciascuno vada subito a riposo. Il fermarsi a passeggiare, chiacchierare o ultimare qualche lavoro, sono cose dannose alla sanità spirituale ed anche corporale. So che in certi siti, grazie a Dio non nelle nostre case, si dovettero deplorare dolorosi disordini e cercatane l'origine, si trovò nelle conversazioni iniziate e continuate nelle ore cui noi accenniamo.

La puntualità nel recarsi a riposo è collegata colla esattezza nella levata del mattino che con pari insistenza intendo di inculcare. Credetelo, miei cari, l'esperienza ha fatto fatalmente conoscere che il protrarre l'ora del riposo al mattino senza necessità fu sempre trovata cosa assai pericolosa. Al contrario l'esattezza nella levata, oltre di essere il principio di una buona giornata, si può eziandio chiamare un buon esempio permanente per tutti. A questo proposito non posso omettere una calda raccomandazione ai superiori di fare in modo che tutti, nominatamente coadiutori e le persone di servizio, abbiano tempo di assistere ogni mattina alla santa messa, comodità di ricevere con frequenza la santa comunione e accostarsi regolarmente al sacramento della penitenza, secondo le nostre costituzioni.

Questa lettera che io indirizzo a tutti in generale, vorrei che fosse considerata come scritta ad ognuno in particolare, che ogni parola di essa venisse detta, ripetuta le mille volte all'orecchio di ciascuno, affinché non fosse mai dimenticata.

Ma io spero che per l'affezione che mi portate, per l'impegno che ognora mostrate nei vostri doveri, soprattutto nel mettere in pratica i consigli del vostro padre ed amico spirituale, mi darete la grande consolazione di essere non solamente fedeli a queste raccomandazioni, ma di più le interpreterete nel senso che vie meglio potranno contribuire alla maggior gloria di Dio e della nostra Congregazione.

Con questa persuasione prego Dio che tutti vi benedica e vi conceda sanità stabile e il prezioso dono della perseveranza nel bene. Pregate in fine anche per me che vi sarò sempre in Gesù Cristo Signore
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

235. Strenna ai confratelli e ai giovani
Ed. in E IV, p. 195.

Torino, 28 dicembre 1882
Carissimo direttore della casa di...

Siamo alla fine dell'anno e al principio di un nuovo anno.

Ti raccomando di ringraziare cordialmente tutti coloro che in questi
giorni mi hanno inviato scritti ed hanno pregato per me.

Io poi a tutti imploro da Dio sanità e grazia di una vita felice.

La mia strenna poi è:
1° Al direttore. Carità e dolcezza con tutti.

2° Ai confratelli della Congregazione. Esatta osservanza dei voti con cui
ci siamo consacrati al Signore.

3° Ai giovani tutti. Frequente confessione e comunione devota..

4° Dirai a tutti da parte mia che mi raccomando a volermi dire in com
plesso e separatamente quale cosa vogliono risolvere per venirmi in aiuto
a salvare l'anima loro, che fu e sarà oggetto delle mie sollecitudini sino al
termine della mia vita.

La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con,noi.

Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

236. Abbiamo posto mano all'aratro: stiamo fermi
Ed. a stampa in Lettere circolari di DB, pp. 20-2225.

Torino, 6 gennaio 1884
Miei cari ed amati figliuoli,
Grande consolazione io provo ogni volta che mi è dato di ascoltare parole di ossequio e di affezione da voi, miei cari figliuoli. Ma le affettuose espressioni che con lettere o personalmente mi avete manifestato nell'augurio di buone feste e di buon capo d'anno richiedono ragionevolmente da me uno speciale ringraziamento, che sia risposta ai figliali affetti che mi avete esternati. Vi dico adunque che io sono assai contento di voi, della sollecitudine con cui affrontate qualsiasi genere di lavoro, assumendovi anche gravi fatiche a fine di promuovere la maggior gloria di Dio nelle nostre case e tra quei giovanetti che la divina Provvidenza ci va ogni giorno affidando perché noi li conduciamo pel cammino della virtù, dell'onore, per la via del cielo.

Ma voi in tanti modi e con varie espressioni mi avete ringraziato di quanto ho fatto per voi, vi siete offerti di lavorar meco coraggiosamente e meco dividere le fatiche, l'onore e la gloria in terra per conseguire il gran premio che Dio a tutti poi tiene preparato in cielo; mi avete detto eziandio che non altro desiderate fuorché conoscere ciò che io giudico bene per voi e che voi l'avreste inalterabilmente ascoltato e praticato. Io gradisco queste preziose parole, cui come padre rispondo semplicemente che vi ringrazio con tutto il cuore e che voi mi farete la cosa più cara del mondo se mi aiuterete a salvare l'anima vostra26.

Voi ben sapete, amati figliuoli, che vi ho accettati nella Congregazione, ho costantemente usate tutte le possibili sollecitudini a vostro bene, per assicurarvi l'eterna salvezza; perciò se voi mi aiutate in questa grande impresa voi fate quanto il mio paterno cuore possa attendere da voi. Le cose speciali poi che voi dovete praticare a fine di riuscire in questo gran progetto, voi potete di leggieri indovinarle. Osservare le nostre regole, queste regole che la santa madre Chiesa si degnò approvare per nostra guida e per bene dell'anima nostra e per vantaggio spirituale e temporale dei nostri amati allievi. Queste regole noi abbiamo lette, studiate ed ora formano l'oggetto delle nostre promesse e di voti con cui ci siamo consacrati al Signore. Pertanto io mi raccomando con tutto l'animo mio che niuno lasci sfuggire parole di rincrescimento, peggio ancora di pentimento di esserci in simile guisa consacrati al Signore. Sarebbe questo un atto di nera ingratitudine. Tutto quello che abbiamo o nell'ordine spirituale o nell'ordine temporale appartiene a Dio; perciò quando nella professione religiosa noi ci consacriamo a lui non facciamo altro che offrire a Dio quello che egli stesso ci ha, per così dire imprestato, ma che è di sua assoluta proprietà.

25 La stessa lettera, con gli adattamenti del caso, fu inviata alle Figlie di Maria Ausiliatrice, cf Cronistoria. A cura di Giselda Capetti. Vol. IV. L'eredità di madre Mazzarello passa nelle mani di madre Daghero (1881-1884). Roma, Istituto FMA 1978, pp. 281-284.

26 La sottolineatura è di don Bosco.

Noi pertanto, recedendo dall'osservanza dei nostri voti, facciamo un furto al Signore, mentre davanti agli occhi suoi riprendiamo, calpestiamo, profaniamo quello che gli abbiamo offerto e che abbiamo riposto nelle sue sante mani.

Qualcuno di voi potrebbe dire: Ma l'osservanza delle nostre regole costa fatiche. L'osservanza delle regole costa fatica in chi le osserva mal volentieri, in chi ne è trascurato. Ma nei diligenti, in chi ama il bene dell'anima, questa osservanza diviene, come dice il divin Salvatore, un giogo soave ed un peso leggero: Iugum meum soave est et onus meum leve [Mt 1130].

Miei cari, vogliamo forse andare in paradiso in carrozza? Noi appunto ci siamo fatti religiosi non per godere, ma per patire e procacciarci meriti per l'altra vita; ci siamo consacrati a Dio non per comandare, ma per ubbidire; non per attaccarci alle creature, ma per praticare la carità verso il prossimo, per amor di Dio; non per farci una vita agiata, ma per essere poveri con Gesù Cristo, patire con Gesù Cristo sopra la terra per farci degni della sua gloria in cielo.

Animo adunque, o cari ed amati figli, abbiamo posto la mano all'aratro, stiamo fermi, niuno di noi si volti indietro a mirare il mondo fallace e traditore. Andiamo avanti. Ci costerà fatica, ci costerà stenti, fame, sete e forse anche la morte; noi risponderemo sempre: Se diletta la grandezza dei premi, non ci devono per niente sgomentare le fatiche che dobbiamo sostenere per meritarceli. Si delectat magnitudo praemiorum, non deterreat certamen laborum.

Una cosa credo ancora bene di manifestare. Da ogni parte i nostri confratelli mi scrivono ed io sarei ben lieto di dare a ciascuno la relativa risposta. Ma ciò non essendomi possibile, io procurerò di inviarvi delle lettere con maggior frequenza; lettere che mentre mi danno agio di aprirvi il mio cuore, potranno eziandio servire di risposta, anzi di guida a coloro che per santi motivi vivono in paesi lontani e perciò non possono di presenza ascoltare la voce di quel padre che tanto li ama in Gesù Cristo.

La grazia del Signore e la protezione della santa Vergine Maria siano sempre con noi e ci aiutino a perseverare nel divino servizio fino agli ultimi momenti della vita. Così sia.

Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco

237. Atteggiamenti e virtù della Figlia di Maria Ausiliatrice
Ed. in Cronistoria. A cura di Giselda Capetti. Vol. V. Ultimi anni sotto lo sguardo del Fondatore (1885-1888). Roma, Istituto FMA 1978, pp. 91-94.

Torino, 24 maggio 1886
Dilettissime figliuole in Gesù Cristo,
Oggi che in Torino celebriamo la solennissima festa di Maria santissima Ausiliatrice con un concorso straordinario di persone provenienti da tutte parti, come figli ai piedi di loro tenerissima madre, mi è cosa consolante rivolgere un pensiero anche a voi e all'Istituto che porta il suo nome. Sì, delle suore di Maria Ausiliatrice io mi sono pure ricordato stamattina nella santa messa ed ho pregato per esse.

Tra le altre cose ho domandato la grazia che vi conserviate sempre fedeli alla vostra santa vocazione, che siate religiose amanti della perfezione e della santità; che con la pratica delle cristiane e religiose virtù, con una vita edificante ed esemplare facciate onore a Gesù Cristo vostro celeste sposo, onore a Maria vostra amorosissima madre. Spero che anche voi avrete pregato per me e che Maria Ausiliatrice esaudirà le nostre preghiere e ci otterrà dal Signore la grazia di vivere tutti nel santo timor di Dio e di salvar l'anima nostra e quella di molti altri.

Intanto vi annunzio che quest'anno finisce il sessennio dacché fu fatta l'elezione dei membri del Capitolo superiore dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e perciò secondo il titolo VII delle costituzioni deve effettuarsene la nuova elezione.

Questa, a Dio piacendo, si farà nella seconda metà di agosto in un giorno dell'ottava di Maria Assunta in cielo. A quest'uopo invito tutte le direttrici che, potendo, si trovino prima del 15 di detto mese nella casa-madre di Nizza Monferrato, nella quale probabilmente avrà luogo l'elezione.

Siccome poi dall'elezione di un buon Capitolo e soprattutto di una savia superiora generale, dipende in gran parte il bene di tutto l'Istituto e la gloria di Dio, così le suore elettrici hanno bisogno di essere in modo particolare illuminate nello scegliere e nel dare il voto a quelle che sono stimate più abili all'importante ufficio.

È quindi necessario che il Signore le illumini e le diriga a compiere questo dovere secondo la sua divina volontà e se ne abbia a trarre un gran giovamento.

Per la qual cosa raccomando che, dal giorno in cui si riceverà questa lettera, ogni direttrice faccia recitare dalle suore in comune o cantare al mattino, l'inno Veni Creator e nella sera Ave Maris Stella sino a che l'elezione sia avvenuta.

Esorto poi ciascuna suora ad aggiungere in privato particolari preghiere, specialmente dopo la santa comunione e a fare qualche atto di virtù o di mortificazione, per ottenere alle direttrici tutti quei lumi, che loro sono necessari.

Alle elettrici, oltre la preghiera, gioverà altresì il riflettere ai bisogni che ha presentemente l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Da quanto mi pare nel Signore, esso abbisogna di suore informate allo spirito di mortificazione e di sacrificio, per cui amino molto di lavorare e patire per Gesù Cristo e per la salute del prossimo. Abbisogna di suore che siano ben persuase che l'obbedienza esatta, senza osservazioni e senza lamento, è la via per cui devono camminare con coraggio per giungere presto alla perfezione e alla santità. Abbisogna di suore, che sappiano padroneggiare i propri difetti e tenere il loro cuore rivolto a Dio solo da poter dire con san Francesco di Sales: "Se sapessi che una fibra del mio cuore non è per Dio, me la strapperei". Di suore, le quali non rimpiangano né il mondo né i beni né le comodità a cui hanno rinunziato; di suore che reputino loro gloria vivere nello stato di povertà e di privazione, come il loro divino sposo Gesù, il quale da ricco si fece povero per arricchire le anime di sue grazie e per farle eredi del paradiso; di suore, che non abbiano altra ambizione che seguire in terra Gesù Cristo umiliato, coronato di spine e confitto in croce, per circondarlo poi in cielo esaltato, rivestito di gloria tra gli splendori degli angeli e dei santi.

Abbisogna di suore di buona costituzione fisica, di buona indole, di spirito onestamente allegro, desiderose soprattutto di farsi sante, non già per mezzo di azioni straordinarie, ma per via di opere comuni: affinché siano al prossimo e specialmente alle giovanette di stimolo ed allettamento alle cristiane virtù. Abbisogna di suore infine, le quali siano e possano almeno rendersi abili strumenti della gloria di Dio disimpegnando quegli ilfG7i e adempiendo quelle occupazioni che sono proprie dell'Istituto.

Ora per avere suore di tal fatta importa assai l'avere anzitutto a capo dell'Istituto delle superiore, le quali abbiano buon criterio per provare e discernere le vocazioni delle giovani prima di ammetterle alla vestizione e alla professione. Importa assai l'aver superiore che posseggano a fondo e pratichino esse, per le prime, quelle virtù che hanno da inculcare alle loro suddite. Importa assai che le superiore amino tutte le suore senza distinzione come loro sorelle, come figlie di Maria, come spose di Gesù Cristo; ma che ad una carità paziente e benigna congiungano una tal quale fermezza di animo, la quale a tempo debito, senza violenza bensì, ma pur senza rispetto umano, impedisca gli abusi e le trasgressioni alle costituzioni; fermezza d'animo, tuttavia, prudente e discreta che, mentre conserva in fiore la pietà e l'osservanza regolare, non metta a repentaglio la sanità delle suore.

Ciascuna direttrice rifletta adunque entro se stessa quali delle sue sorelle posseggano da più a meno queste doti ed a suo tempo dia il voto a quelle, che in faccia a Dio ed alla propria coscienza le sembrano più idonee al posto che dovranno occupare.

Nella speranza di poter ancor io assistere all'intimato Capitolo generale, prega Dio che vi conservi tutte nella sua santa grazia e vi conceda di amarlo e servirlo fedelmente da superiore e da suddite, da sane e da malate, ed in qualunque luogo ed occupazione a cui vi applichi l'obbedienza, affinché in qualsiasi giorno ed ora il nostro signor Gesù Cristo venga a chiamarvi all'eternità ognuna possa rispondergli: "Eccomi pronta, o mio Dio; andiamo al godimento di quella felicità, che nella vostra infinita misericordia voi mi avete preparata".

Pregate per me e credetemi nel Signore
Vostro affezionatissimo
Sac. Giovanni Bosco

IV. LETTERE PERSONALI A SALESIANI
E FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE
Queste brevi corrispondenze, redatte in forma dimessa e familiare, contengono semplici consigli di vita spirituale. Don Bosco conosce i suoi destinatari, il loro carattere, i loro difetti, le condizioni in cui lavorano. Con senso pratico li invita a concentrarsi su atteggiamenti concreti, essenziali per alimentare l'attaccamento alla vocazione salesiana, il costante orientamento del cuore a Dio e la carità.

Il santo fondatore, scrivendo ai suoi Salesiani, mette in risalto il primato della carità; incoraggia il loro zelo per la salvezza delle anime e il bene del prossimo; li esorta ad avere confidenza col direttore e ubbidire generosamente. In particolare accentua l'importanza della temperanza e della sobrietà di vita, del distacco da sé e dalle cose; raccomanda la forza d'animo nelle avversità, la sopportazione reciproca, la pazienza e la dolcezza; sollecita l'esemplarità, l'osservanza delle regole, lo spirito di pietà e di unione con Dio; incoraggia la perseveranza a costo di qualsiasi sacrificio.

238. Al chierico Giovanni Bonetti
Ed. critica in E(m) I, pp. 591-592.

Sant'Ignazio, 20 luglio 1863
Bonetti mio carissimo,
Non darti la minima inquietudine su quanto mi scrivi. Il demonio vede che gli vuoi scappare definitivamente dalle mani, perciò si sforza d'ingannarti. Seguita i miei consigli e va' avanti con tranquillità. Intanto potrai farti passare la malinconia cantando questa canzone di san Paolo: Si delectat magnitudo praemiorum, non deterreat multitudo laborum. Non coronabitur visi qui legitime certaverit [2Tm 2,5]. Esto bonus miles Christi et ipse coronabit te [cf 2Tm 2,3]. Oppure canta con san Francesco di Assisi: Tanto è il &ne che io aspetto / ch'ogni pena mi è diletto, / il dolor si fa piacere, / ogni affanno un bel godere, I ogni angoscia allegra il cuor.

Del resto prega per me ed io non mancherò di pregare anche per te e fare quanto posso per renderti felice nel tempo e nell'eternità. Amen.

Tuo affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Bosco Gio.

239. Al chierico Costanzo Rinaudo
Ed. critica in E(m) II, p. 174.

Venezia, 14 ottobre 1865
Carissimo Rinaudo,
Tu puoi e devi studiare il modo di infiammare di santo amor di Dio tutti i fratelli délla nostra Società e non arrestarti se non quando di tutti sarà fatto un cuor solo ed un'anima sola per amare e servire il Signore con tutte le nostre forze in tutto il corso della nostra vita. Certamente tu ne darai l'esempio verbo et opere. Dio ti benedica e prega per me che ti sono
Affezionatissimo nel Signore
Sac. Bosco G.

240. Al chierico Giulio Barberis
Ed. critica in E(m) II, pp. 187-188.

Torino, 6 dicembre 1865
Carissimo Giulio,
Ecco la risposta che domandi:
1° A colazione un gavasso27, a pranzo secondo l'appetito; a merenda nien
te; a cena secondo l'appetito ma con temperanza.

2° Niun digiuno se non quello della Società.

3° Riposa secondo l'orario della casa; svegliandoti mettiti tosto a ripassa
re qualche parte dei tuoi trattati scolastici.

4° Lo studio essenziale è quello della scuola del seminario; il resto è sola
mente accessorio. Ogni sollecitudine sia pel primo.

5° Fa' tutto, soffri tutto per guadagnare anime al Signore.

Dio ti benedica e prega pel tuo
Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Bosco Gio.

27 Gavasso: parola dialettale che significa gozzo, usata anche per indicare un tipo di pagnotta.

241. A don Giovanni Bonetti
Ed. critica in E(m) II, pp. 616-617.

Torino, 30 dicembre 1868
Carissimo don Bonetti,
Grazie del buon capo d'anno. Mi serve a meraviglia per estinguere la
passività della casa. Grazie anche a don Provera.

Ora passiamo alla strenna.

Tu e don Provera ditevi sempre i difetti senza mai offendervi.

Per la Società: risparmiare viaggi e per quanto si può non si vada a casa
dai parenti. Il Rodriguez ha stupenda materia su tale argomento.

Ai giovani: che promuovano colle opere e colle parole la frequente co
munione e la divozione alla beatissima Vergine.

Tre argomenti a chi predica:
1° Evitare i cattivi discorsi e le cattive letture.

2° Evitare i compagni dissipati o che danno cattivi consigli.

3° Fuga dell'ozio e pratica di tutte le cose che possono contribuire a con
servare la santa virtù della modestia.

Tu poi vedi tutto, parla con tutti, il resto lo farà la bontà del Signore.

Ogni bene a te, a tutta la Mirabellese famiglia: Amen.

Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. G. Bosco
P.S. Il direttore delle scuole promuova le associazioni alla Biblioteca italiana.

242. A don Domenico Belmonte
Ed. critica in E(m) III, pp. 137-138. ' •
Trofarello, 22 settembre 1869
Carissimo don Belmonte,
Un certo disse al Salvatore: Domine, sequar te quocumque ieris, sed permitte me primum ire et sepelire patrem meum. Iesus ait: Sequere me et dimitte mortuos sepelire mortuos. (Mt 8, 19). Tu vade, annuntia regnum Dei (Lc 9,
60). Alius ait: Domine, sequar te quocumque ieris, sed permitte mihi renuntiare his, quae domi sunt. Ait ad illum Iesus: Nemo mittens manum ecc. (ibid.)28. Perciò scrivi la lettera e prega, io farò altrettanto. Ora passiamo ad altro.

Tu mi aggiungi alcune parole che mi dimostrano o meglio confermano quella filiale affezione che tu hai sempre nutrito per me, che io in modo assai più intenso ho sempre avuto per te. Ho sempre cercato e studiato di metterti fra le mani quelle cose che mi sembrano consentanee al tuo carattere e secondo la maggior gloria di Dio. Con questo pensiero avrei divisato di affidarti l'ufficio di prefetto a Mirabello. Come vedi il passo è gigantesco: oggi semplice suddito, domani superiore ed arbitro di un istituto ove racchiudonsi quasi 200 individui! Tuttavia tu ci riuscirai:
1° Col cercare la gloria di Dio in quello che fai. Fare del bene a chi puoi, del male a nessuno. Vigilanza in tutto.

2° Dipendenza filiale dal direttore, studiando di secondare le sue mire e coadiuvandolo nelle sue fatiche. Molte cose superano le tue forze, perciò alcune attribuzioni saranno riserbate al direttore.

3° Il danaro sia presso al direttore, i pagamenti si facciano da lui o con suo consenso.

4° Studia di conciliare l'economia della casa col contento dei subalterni. Quanto è necessario a tutti: ma intrepido nell'opporti agli abusi e scialacquii.

Altra cosa ti consiglierei per tua tranquillità ed è che mandassi tuo fratello a Torino. Ciò ti toglierebbe da brighe e forse da dispiaceri. Del resto abbandoniamoci nelle sante mani del Signore; esso è con noi e diremo con san Paolo: Omnia possum in eo qui me confortat [Fil 4,13].

Dio benedica te e le tue fatiche, saluta don Provera e tutti gli altri nostri fratelli e tu credimi sempre.

Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco
28 Don Bosco suggerisce a don Belmonte il modo di rispondere ai parenti che gli fanno pressione perché ritorni in famiglia.

243 Al chierico Pietro Guidazio
Ed. critica in E(m) III, p. 250.

Torino, 13 settembre 1870
Carissimo Guidazio,
Tu sarai sempre inquieto e dirò infelice fino a tanto ché tu non metterai in pratica l'ubbidienza promessa e non ti abbandonerai interamente alla direzione dei tuoi superiori. Finora il demonio ti ha crudelmente travagliato spingendoti a fare il contrario.

Dalla tua lettera e dai discorsi tenuti tra noi non appare 'alcnn motivo di dispensare da voti. Qualora questi esistessero dovrei scrivere alla Santa Sede cui sono riservati. Ma coram Domino io ti consiglierei alla considerazione dell'abneget semetipsum [Mt 16,24] e accertarti che vir oboediens loquetur victorias [Pr 21,28].

Credi alla mia esperienza; il demonio vorrebbe ingannare me e te; riuscì in parte contro di te; contro di me a tuo riguardo ha fallito completamente.

Abbi piena fiducia in me come io l'ho sempre avuta in te; non di parole ma di fatti, di volontà efficace, di ubbidienza umile, pronta, illimitata.

Queste sono le cose che faranno la tua felicità spirituale e temporale e porteranno a me verace consolazione.

Dio ti benedica e ti conceda il prezioso dono della perseveranza nel bene; prega per me che ti sono con affetto di padre
Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco
244 A suor Maddalena Martini
Ed. critica in E(m) IV, p. 499.

[Torino, 8 agosto 1875]
Dilettissima figlia in Gesù Cristo,
La vostra andata a Mornese ha dato tale schiaffo al mondo che egli mandò il nemico delle anime nostre ad inquietarvi. Ma voi ascoltate la voce di Dio che vi chiama a salvarvi per una via facile e piana e disprezzate ogni contrario suggerimento. Anzi, siate contenta dei disturbi e delle inquietudini che provate, perché la via della croce è quella che ci conduce a Dio. Al contrario se voi foste stata subito allegra e contenta, vi sarebbe a temere qualche inganno del maligno nemico.

Dunque ritenete:
1° Non si va alla gloria se non con grande fatica;
2° Non siamo soli, ma Gesù è con noi; e san Paolo dice che coll'aiuto di Gesù noi diventiamo onnipotenti;
3° Chi abbandona patria, parenti ed amici e segue il divino maestro, egli ha assicurato un tesoro nel cielo che niuno gli potrà rapire;
4° Il gran premio preparato in cielo deve animarci a tollerare qualunque pena sopra la terra.

Fatevi dunque animo: Gesù è con noi. Quando avete spine, mettetele con quelle della corona di Gesù Cristo. Io vi raccomando a Dio nella santa messa, voi pregate per me che vi sono sempre in Gesù Cristo
Vostro umilissimo servitore
Sac. Giovanni Bosco

245. A don Domenico Tomatis
Ed. critica in E(m) V, pp. 84-85.

Alassio, 7 marzo 1876
Mio caro don Tomatis,
Ho avuto tue notizie e provai gran piacere che ti abbi fatto buon viaggio e che abbi buona volontà di lavorare. Continua.

Una tua lettera scritta a Varazze ha dato a conoscere che tu non sei in armonia con qualche tuo confratello. Questo ha fatto cattiva impressione, specialmente che si lesse pubblicamente.

Ascoltami, caro Tomatis, un missionario deve essere pronto a dare la vita per la maggior gloria di Dio; e non deve poi essere capace di sopportare un po' di antipatia per un compagno, avesse anche notabili difetti? Dunque ascolta quello che ti dice san Paolo: Alter alterius onera portate, et sic adimplebitis legem Christi [Gal 6,2]. Charitas benigna est, patiens est, omnia suffert, omnia sperai omnia sustinet [lCor 13,4-7]. Et si quis suorum et maxime domesticorum coram non habet, est infedeli deterior [lTm 5,8] ecc.

Dunque, mio caro, dammi questa grande consolazione, anzi fammi questo gran piacere, è don Bosco che te lo chiede, per l'avvenire Molinari sia tuo grande amico e se non lo puoi amare perché difettoso, amalo per amor di Dio, amalo per amor mio. Lo farai non è vero? Del resto io sono contento di te, ed ogni mattina nella santa messa raccomando al Signore l'anima tua, le tue fatiche.

Non dimenticare la traduzione dell'aritmetica aggiungendo le misure e pesi della repubblica Argentina.

Dirai al benemerito dott. Ceccarelli che non ho potuto ricevere il catechismo di cotesta archidiocesi e desidero averlo, il piccolo, per inserire gli atti di fede nel Giovane provveduto conformi ai diocesani.

Dio ti benedica, caro don Tomatis, non dimenticare di pregare per me, che ti sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

246. A don Giulio Barberis
Ed. critica in E(m) V, pp. 112-113.

Roma, Pasqua 1876
Carissimo don Barberis,
Sono portatore di buone notizie e tu ne sei il primo a riceverle. Ieri alle 7 di sera ebbi udienza dal Santo Padre e potei trattenermi con lui circa un'ora. Si parlò molto della Congregazione e dei nostri cari ascritti; poi lesse da capo a fondo il loro indirizzo. Il relativo [nome] domandando le qualità speciali di taluno e se appariva in qualcuno virtù straordinaria. Ho procurato di soddisfano. Ne rimase soddisfattissimo e disse che il loro numero è un miracolo della bontà del Signore.

Poscia aggiunse queste testuali parole: Sono olive novelle che bisogna coltivare; ma bisogna che le pianticelle permettano al coltivatore di tagliare le radici, i germogli inutili e nocivi. Allontanare la gramigna ed il tarlo che potrebbe rovinarle. Voi mi capite ma lo spiegherete poi diffusamente. Queste tenere piante devono crescere per sé e poi far frutto pel loro padrone. Guai se la pianta rimane inoperosa e non fruttifichi: torna affatto inutile pel suo padrone.

Dio benedica queste pianticelle, Dio le diriga e le faccia fruttare a sua maggior gloria.

Di poi prese la penna e di proprio pugno scrisse in fondo al vostro indirizzo: Dominus vos benedicat ecc., come puoi vedere nell'indirizzo che ti ritorno perché ha la firma del Santo Padre.

Salutami in modo speciale Peloso, Schiapino, Tosello ecc. Altro scriverò in altro momento.

Dio ci benedica tutti e credimi in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco
P.S. Ho ricevuto la tua lettera e va bene quello che mi scrivi. È bene che si facciano delle passeggiate dagli ascritti.

247. A don Luigi Guanella (santo)
Ed. critica in E(m) V, p. 342.

Torino, 10 aprile 1877
Carissimo don Luigi,
Ho più volte ricevute sue lettere e ne ho sempre provato piacere.

Io ringrazio il Signore che in brevissimo tempo ci abbia aiutato a fare quello che già si è fatto e che spero che sarà di più in avvenire.

Non potendola vedere e parlarle sovente, qui le darò alcune regole che sono solito di dare ai direttori della case nostre.

1° Vegliate 'sulla moralità dei Salesiani e sopra gli allievi loro affidati. Procurate di chiamarli una volta al mese al rendiconto e che ognuno faccia l'esercizio della buona morte una volta al mese.

2° Age quod agir. Tutti gli affari sono secondari; dimenticare le cose esterne e di occuparci a perfezionare le cose, gli affari, le persone e aiutarle quanto è-possibile nelle pene e nelle malattie.

3° Costituire l'amministrazione materiale in modo che ogni casa viva da sé, anzi se è possibile inviare'anche qualche aiuto alla casa madre che deve sostenere a. tante spese per sostenere il corpo della congregazione.

4° Preparare le prediche, scriverle, aiutare i Salesiani-nei loro studi, somministrando o indicando libri opportuni.

5° Leggere, meditare, praticare e fare che gli altri pratichino le regole della Congregazione.

Faccia quello che può per dare seguito a questi amichevoli suggerimenti; saluti caramente nel Signore tutti i Salesiani nostri, cioè Traversino, Depert, Liduani e Boassi.

Preghino tutti per me che sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

248. Al salesiano coadiutore Bartolomeo Scavini
Ed. critica in E(m) V, pp. 516-520.

Torino, 1° dicembre 1877
Mio caro Scavini,
Venne a me la voce che tu sei tentato di abbandonare la Congregazione salesiana. Non fare questo. Tu consacrato 2. Dio con voti perpetui, tu Salesiano missionario, tu dei primi [ad] andare in America, tu grande confidente di don Bosco, vorrai ora ritornare a quel secolo dove vi sono tanti pericoli di perversione? Io spero che non farai questo sproposito.

Scrivi le ragioni che ti disturbano ed io quale padre darò consigli all'amato mio figlio, che varranno a renderlo felice nel tempo e nell'eternità.

Dio ti benedica e credimi sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

249. A don Luigi Guanella (santo)
ASC A1820305 Fotocopie di orig. aut.; ed. in E III, pp. 311-312.

Roma, 8 mano 1878
Carissimo signor don Luigi Guanella,
A suo tempo ho sempre ricevuto le sue lettere che ho letto con vera soddisfazione. Prima di ogni altra cosa dobbiamo di tutto cuore ringraziare il Signore che nella sua infinita misericordia ha voluto ridonare la sanità al signor commendator Dupraz, che così può condurre avanti l'ospizio che ha cominciato. Credo poi assai che il numero degli allievi sia sempre grande e se ne ricavi il frutto della maggior gloria di Dio.

Mi ha pure recato non leggera consolazione l'intendere che i Salesiani di Trinità godano buona salute e compiano esemplarmente i loro doveri. Deo gratias. Facciamoci coraggio a continuare nella impresa cominciata; Dio ci aiutò e non mancherà del suo conforto in avvenire; procuriamo solamente di cooperare dal canto nostro.

A questo fine io raccomando a lei e a tutti i nostri cari Salesiani di badare a tre cose:
1° Somma vigilanza nell'osservare tutte e singole le nostre regole e di far ogni mese un giorno di ritiro per esaminare il progresso e regresso fatto nell'osservanza delle medesime.

2° Usarsi vicendevole carità nel sopportare i difetti, nel darsi buoni avvisi, buoni consigli ogni volta se ne presenta l'opportunità. Ciò si pratichi specialmente in quello che riguarda la sanità dei soci, l'economia domestica ed i doveri del proprio stato.

3° Adoperarvi di comune accordo per dare buon esempio nella condotta esterna .e fare in modo che niuno del secolo abbia da biasimare il fare, il dire di qualche nostro confratello.

Nel chiamare al rendiconto mensile si tenga a queste basi ed insista fino a che si vedano frutti pratici.

Quest'anno poi la Congregazione versa nelle strettezze finanziarie, né possiamo più calcolare, almeno per ora, sugli aiuti che avevamo dal Santo Padre, perciò ognuno studi di fare quelle economia che sono compatibili col nostro stato, meno quello che è necessario alla conservazione della sanità. In ogni cosa massima economia, ma nei casi di malattia oppure in ciò che è necessario alla conservazione della sanità si faccia tutto quello che si può.

Mi farà piacere di comunicare questa lettera ai nostri cari confratelli e dir loro che li amo tutti in Gesù. Cristo, prego per loro, che Leone )(M ci vuole bene e manda a tutti la sua santa benedizione.

Spero entro pochi giorni poter partire da Roma. Mi raccomando alle preghiere -di tutti, specialmente di Traversino che mi dicono essere veramente divenuto un modello di virtù. Non è vero?
Dio ci benedica tutti e la grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi. Amen.

Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

250. A don Francesco Bodrato
ASC A1880305 Copie semplici; ed. in E III, pp. 323-324.

Torino, 31 dicembre 1878
Carissimo don Bodrato Francesco,
A suo tempo ho ricevuto le tue lettere e quelle dei miei cari figli residenti in Buenos Aires. Procurerò di rispondere qualche parola a ciascheduno. Tu poi farai la distribuzione delle lettere che riceverai per mano dei nostri confratelli o delle nostre consorelle.

Benediciamo il Signore che ci favorisce in modo cotanto sensibile. Per tuo ricordo particolare ritieni:
1° Fare ogni sacrificio per conservare la carità e l'unione coi confratelli.
2° Quando avrai da fare correzioni o dare consigli particolari non mai farlo in pubblico, ma sempre inter te et ille solum [Mt]
3° Quando hai fatto una correzione, dimenticare il fallo e dimostrare la primiera benevolenza al delinquente.

Questo è il testamento del tuo amico e padre don Bosco.

Altre notizie avrai dai nostri cari che vanno per prestare l'opera loro a vostro sollievo.

Fa un caro saluto ai figli dell'ospizio, dicendo che io li benedico e li amo molto nel Signore.

Dio benedica te, le opere tue e credimi tutto in Gesù Cristo Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

251. A don Taddeo Remotti
ASC A1900610 Copie semplici; ed. in E III, p. 425.

• .

Torino, 31 dicembre 1878
Carissimo don Remotti Taddeo,
Mi piacque assai la schiettezza con cui più volte mi hai scritto. Continua nel medesimo tenore. Ma ritieni per base alcuni avvisi che sono per te il mio testamento:
1° Sopportare i difetti altrui anche quando sono a nostro danno.

2° Coprire le macchie degli altri, non mai mettere in burla alcuno quando egli ne rimane offeso.

3° Lavora, ma lavora per amor di Gesù; soffri tutto, ma non rompere la carità. Alter alterius onera portate et sic adimplebitis legem Christi [Gal 6,2].

Dio ti benedica, o caro don Remotti; arrivederci in terra, se così piace ai divini voleri; diversamente, il cielo ci sta preparato e la misericordia divina ce lo concederà.

Prega per me che ora e sempre ti sarò in Gesù Cristo
Affezionatissimo
Sac. Giovanni Bosco

252. A don Domenico Tomatis
ASC A1740705 Orig. aut.; ed. in E III, pp. 524-525.

Alassio, 30 settembre 1879
Mio caro don Tomatis,
Sono sempre stato a giorno delle cose del collegio di San Nicolas; presentemente pare voglia correre novella fase sotto il tuo ducato. Bene sia. Noi poniamo in te piena fiducia e speranza. Ti noto qui alcuni degli avvisi che do sempre ai direttori e procura di valertene.

1° Abbi gran cura della tua sanità e di quella dei tuoi sudditi; ma fa' in modo che niuno lavori troppo o stia in ozio.

2° Procura di precedere gli altri nella pietà e nell'osservanza delle nostre regole; e adoperati affinché siano dagli altri osservate, specialmente la meditazione, la visita al santissimo Sacramento, la confessione settimanale, la messa ben celebrata e per i non preti la frequente comunione.

3° Eroismo nel sopportare le debolezze altrui.

4° Agli allievi molta benevolenza, molta comodità e libertà di confessarsi.

Dio ti benedica, o caro Tomatis, e con te benedica tutti gli altri nostri confratelli, figli, l'amico Ceccarelli, cui debbo scrivere, e a tutti vi conceda sanità e grazia di una santa vita. A tutti un cordialissimo saluto.

Prega per me, che ti sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

253. Al salesiano coadiutore Carlo Audisio
ASC A1600166 Orig: aut.; ed. in E IV, p. 12.

Torino, 31 gennaio 1881
Carissimo Audisio,
L'antico amico dell'anima tua ti manda un saluto e ti raccomanda di non mai dimenticare la eterna salvezza dell'anima. Lavora, ma lavora per il cielo.

Esattezza nelle pratiche di pietà, ecco tutto. L'ubbidienza poi è la chiave di tutte le virtù.

Dio ti benedica, o mio caro Audisio, Dio ti conservi nella sua santa grazia e prega per me che ti sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

254. Al chierico. Luigi Calcagno
ASC A1700303 Fotocopie di ortg aut.; ed. in E IV, p. 13.

Torino 31 gennaio 1881
Carissimo Calcagno,
Sei sempre buono, o mio caro Calcagno? Io spero di sì. Ma non volgere indietro lo sguardo. Miriamo il cielo che ci attende. Là abbiamo un gran premio preparato.

Lavora, guadagna anime e salvami la tua. Sobrietà ed obbedienza per te sono tutto.

Scrivimi sovente. Dio ti benedica e ti conservi sempre nella sua santa grazia e prega per chi ti sarà sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

255. A madre Caterina Daghero
ASC A1790401 Fotocopie di orig. aut.; ed. in E IV, p. 75.

Nizza Monferrato, 12 agosto 1881
Reverenda madre superiora generale,
Eccovi alcuni confetti da distribuire alle vostre figlie. Ritenete per voi la dolcezza dg'praticarsi sempre e con tutti; ma state sempre pronta a ricevere gli amaretti, o meglio i bocconi amari, quando a Dio piacesse di mandarvene.

Dio vi benedica e vi dia virtù e coraggio da santificare voi e tutta la comunità a voi affidata. Pregate per me che vi sono in Gesù Cristo
Umile servitore
Sac. Giovanni Bosco

256. A don Nicola Fenoglio
ASC A1890276 Copie semplici; ed. in E IV, pp. 152-153.

Torino, 13 luglio 1882
Carissimo don Fenoglio,
Lodo il tuo desiderio di fare e patire qualche cosa per la maggior gloria di Dio; ma prima di venire all'opera desidero che ci parliamo qualche istante personalmente. Ciò faremo nella muta degli esercizi spirituali che sarà fissata a tua comodità.

In questo frattempo procura di esercitare la virtù della carità, della pazienza e della dolcezza di san Francesco di Sales.

Prendi. caldo, freddo, sete, dispiaceri come altrettanti regali che ti fa il Signore.

Il resto, quando ti manifesterò i miei divisamenti a tuo riguardo.

Dio ti benedica e ti aiuti a camminare per la via del cielo. Prega il Signore per me che ti sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

257. A suor Eulalia Bosco
ASC A1790226 Fotopie di orig. aut.; ed. in E IV, pp. 289-290.

Pinerolo, 20 agosto 1884
Mia buona Eulalia,
Ho benedetto il Signore quando hai preso la risoluzione di farti religiosa; ora lo ringrazio di tutto cuore che ti conservò la buona volontà di romperla definitivamente col mondo e consacrarti totalmente al buon Gesù.

Fa' volentieri questa offerta e rifletti alla ricompensa che è il centuplo nella vita presente e il vero premio, il gran premio nella vita futura.

Ma, mia buona Eulalia, ciò non sia per burla, ma sul serio. E ricordati delle parole dette dal padre della Chantal quando trovavasi in simile caso: "Ciò che si dà al Signore, non si tolga più". Ritieni che la vita religiosa è vita di continuo sacrificio e che ciascun sacrificio è da Dio largamente ricompensato. La sola ubbidienza, la sola osservanza delle regole, la sola speranza del celeste premio sono il nostro conforto nella vita mortale.

Ho sempre ricevuto le tue lettere e con piacere. Non ho risposto perché mi mancò il tempo.

Dio ti benedica, o Eulalia; Maria sia la tua guida, il tuo conforto fino al cielo. Spero che ci vedremo ancora nella vita presente; altrimenti, addio: ci vedremo a parlare di Dio nella vita beata. Così sia.

Auguro ogni benedizione alla madre generale e a tutte le suore, novizie e postulanti di Maria Ausiliatrice.

Sono debitore di una risposta alla madre e la farò. Prega per me e per tutta la nostra famiglia ed abbimi sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo zio
Sac. Giovanni Bosco

V. FORMAZIONE DEI SALESIANI
ATTRAVERSO CONFERENZE E RACCONTO DI SOGNI
Gli anni della fondazione e del consolidamento della Società salesiana e dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice sono quelli in cui gli orizzonti di don Bosco si espandono in modo impressionante. Il prete di Valdocco, sempre più consapevole di aver ricevuto una missione divina, si sente trasportato in un campo d'azione vastissimo, investito di un carisma che lo costituisce fondatore e padre di un movimento di apostoli, di consacrati e consacrate destinato a dilatarsi nello spazio e nel tempo. Il suo magistero spirituale si approfondisce, la sua proposta diventa più radicale, totalizzante.

I testi qui riportati sono tratti dagli appunti presi durante le conferenze di don Bosco. Costituiscono una semplice campionatura. Come nelle lettere circolari e nelle lettere personali, anche in queste occasioni il santo accentua quelli che ritiene siano gli aspetti caratterizzanti della vita consacrata salesiana, con quella freschezza e vivacità che è tipica del discorso diretto.

In questi interventi viene ulteriormente confermata l'accezione totalitaria che don Bosco ha della consacrazione e della vocazione salesiana, che chiede impegno generoso e determinazione.

Il lettore potrà costatare che i sogni destinati ai Salesiani (nn. 263-265), rispetto a quelli raccontati ai giovani, comportano, insieme alla funzione istruttiva e simbolica, una più marcata finalità spirituale e carismatica. In particolare, il sogno dei dieci diamanti (n. 265), che raffigura l'icona del salesiano ideale, mostra che lo specifico dello spirito salesiano, «più che una nota o una virtù, è un insieme di atteggiamenti, di convinzioni profonde e di esperienze metodologiche ben collaudate, che confluiscono armonicamente nella creazione di uno stile originale e peculiare di santità e di apostolato"2 .

29 Egidio VIGANÓ, Il profilo del salesiano nel sogno del personaggio dai dieci diamanti, in "Atti del Consiglio Superiore" 62 (1981) n. 300, 27-28.

258. Dovete regolarvi in modo che gli altri specchiandosi in voi
possano edificarsi
ASC A0040601 Cronaca 1858..., ms di Giovanni Bonetti, pp. 17-19 (cf MB VI, 68-70).

[Ottobre/novembre 1 85 8]3°
Ora possiamo dire che il nostro anno scolastico è principiato, e perciò io bramo assai di incominciar come facevamo l'anno scorso di trattenermi qualche poco con voi almeno una volta alla settimana. Il momento più propizio che noi possiamo avere si è a quest'ora dopo le orazioni. Io non voglio qui farvi una predica, solo voglio dirvi, e lo desidero con tutto il mio cuore, solo vi raccomando ciò che fu tante volte raccomandato da san Paolo, anzi da Dio stesso raccomandato a Mosè, quando discese dal monte, che siate modelli, che siate veri modelli a tutti i figli dell'Oratorio. Voi dovete essere tante false linee sulla cui traccia debbono camminare tutti gli altri figli. Perciò dovete regolarvi in modo che gli altri specchiandosi in voi possano edificarsi. Dovete procurar non solo di giovare altrui col consiglio, ma nelle opere. Che vale che voi raccomandiate agli altri che frequentino i santi sacramenti, se vedono voi che li frequentate poco? Se vedono voi che devoti vi accostate ai santi sacramenti, se vedono voi devoti e modesti in chiesa chi sa allora che dal vostro esempio potranno attingere onde alimentare le loro anime. Se per cattiva sorte un chierico fa discorsi poco modesti, lascia sfuggire qualche paroletta che alcun poco sappia contro la bella purità, ahimè ahimè che danno, che scandalo! [...]
Da noi i popoli aspettano frutti buoni, in noi volgono gli occhi i popoli e se non vedono alcun frutto, oh qual scandalo prenderanno! Sant'Ambrogio ci assomiglia alla luna. Egli dice che noi dobbiamo usar tanta cura. La luna non splende di luce. La sua luce la piglia dal sole, se ne serve per lui, quindi la dona alla terra. Così siamo noi. Noi del nostro abbiamo niente, ma dobbiamo ricavar dal sommo Iddio, dal sol di giustizia, quella divina parola che illumina la mente e dopo essercene serviti per noi dobbiamo spargere per gli uomini tutti, i quali aspettano di venir da noi indirizzati sulla via che li conduce al cielo. Sant'Agostino [dice]: Volete voi sapere che cosa indichino quelle toghe con cui si vestono i giovani romani? Non credete già che significhi quella toga che quel giovane è entrato nei 17 anni, non indica soltanto questo; ma bensì che sotto quella toga vi è la scienza, vi è la virtù, vi sono insomma tutte quelle buone doti di cui debbono essere adorni tutti coloro che la vogliono indossare. Così è pur di noi. Sotto questi abiti noi dobbiamo portare quella virtù che merita un sì divino abito.

30 Si tratta di una conferenza fatta al gruppetto ristretto di chierici dell'Oratorio, ai quali — l'anno successivo — avrebbe proposto di far parte della Società salesiana.

Doveva Giosuè passare il Giordano, Iddio gli domanda i sacerdoti coll'arca. Colà giunti tengano essi l'arca sulle spalle, le acque del Giordano si divideranno ed il tuo esercito passerà. Così fecero i sacerdoti, i quali tenendo l'arca sugli omeri, le acque si divisero; le superiori si alzarono come un alto muro e le inferiori proseguendo il loro cammino lasciarono asciutto il Giordano e tutto l'esercito d'Israele passò al di là del Giordano. Così dobbiamo pure far noi. Noi dobbiamo coll'arca della divina alleanza, colla santa religione, con buone massime, con belle parole fare in modo che sani e salvi gli uomini passino da questo mondo all'eternità. Su adunque facciamo tutto quello che possiamo per giovar pel bene delle anime.

Voi, intorno ai quali soni molti giovani che continuamente vi adocchiano, fate, adoperate tutto il vostro potere di ben indirizzarli e col buon esempio e colla parola e coi consigli e cogli avvertimenti caritatevoli. Se così farete in quest'anno, sebbene sia con un numero di chierici men grande degli altri, io sarò tuttavia contento ed il Signore non potrà a meno che benedire me, voi tutti, la casa, continuando, come sempre sinora fece, aiutar col potente suo braccio, benedicendo tutte le nostre fatiche, Così sia.

259. Dopo la prima professione religiosa dei Salesiani
ASC A0040604 Annali III 1862, ms di Giovanni Bonetti, pp. 1-6 (cf MB VII, 162-164)31.

[14 maggio 1862]
Questo voto che ora avete fatto io intendo che non v'imponga altra obbligazione che quella di osservare ciò che finora avete osservato, cioè le regole della casa. Desidero grandemente che nessuno si lasci poi prendere da qualche timore, da qualche inquietudine. Ciascuno in ogni occorrenza mi venga tosto [ad] aprire il suo cuore, mi esponga i suoi dubbi, le sue angustie. Vi dico questo perché potrebbe darsi che il demonio, vedendo il bene che potete fare stando in questa Società, vi mettesse in capo qualche tentazione, cercando di farvene allontanare contro i voleri di Dio. Ma se io sarò tosto da voi informato potrò essere in grado di esaminare la cosa, mettere la pace nei vostri cuori, ed anche di sciogliervi dai voti, qualora vedessi essere tale la volontà di Dio ed il bene delle anime.

31 Don Bonetti introduce il discorso di don Bosco con queste parole: "Facemmo dunque in bel numero i nostri voti secondo il regolamento. Essendo molti ripetemmo insieme la formola dietro al sacerdote don Rua. Dopo ciò il Sig. don Bosco ci indirizzò alcune parole per nostra tranquillità, e per infonderci maggior coraggio per l'avvenire. Tra le altre cose ci disse [. ..]" (A0040604 Annali III 1862. . ., p. 1).

Ma qualcuno mi dirà: "Don Bosco ha egli pure fatto questi voti?". Ecco, mentre voi facevate a me questi voti, io li facevo pure a questo Crocefisso per tutta la mia vita, offrendomi in sacrificio al Signore, pronto ad ogni cosa affine di procurar la sua maggior gloria e la salute delle anime.

Miei cari siamo in tempi torbidi e pare quasi una presunzione in questi malaugurati momenti cercare di metter su una nuova comunità religiosa, mentre il mondo e l'inferno a tutto potere si adopra per schiantar dalla terra quelle che già esistono. Ma non importa, io ho non solo probabili ma sicuri argomenti essere volontà di Dio che la nostra Società incominci e prosegua. Molti già faran gli sforzi che si fecero per impedirla, ma tutti riuscirono vani. Anzi alcuni che più ostinatamente le si vollero opporre l'ebbero a pagare cara. Non è molto che una persona distinta, che per vari motivi non nomino, forse per zelo, si oppose grandemente a questa Società. Ebbene fu presa da un grave malore ed in pochi giorni se ne andò all'eternità.

Non la finirei di questa sera se vi volessi poi raccontare gli atti speciali di protezione che avemmo dal cielo dacché ebbe principio il nostro Oratorio. Tutto ci fa argomentare che con noi abbiamo Iddio e possiamo nelle nostre imprese andare innanzi con fiducia, sapendo di fare la sua santa volontà.

Ma non son ancora questi gli argomenti che mi fanno sperar bene di questa Società; altri maggiori ve ne sono, fra i quali l'unico scopo che ci siamo proposti che è la maggior gloria di Dio e la salute delle anime. Chi sa che il Signore non voglia servirsi di questa nostra Società per far molto bene nella sua Chiesa? Di qui a venticinque o trent'anni, se il Signore continua ad aiutarci come fece finora, la nostra Società sparsa per diverse parti potrà anche ascendere il numero di mille soci. Di questi alcuni intenti colle prediche ad istruire il basso popolo, altri all'educazione dei ragazzi abbandonati; taluni a fare scuola, talaltri a scrivere e diffondere buoni libri; tutti insomma a sostenere la dignità del romano pontefice e dei ministri della Chiesa. Quanto bene non si farà! Pio IX si crede che noi siamo già in tutto punto ordinati: eccoci adunque questa sera in ordine, combattiamo con lui per la causa della Chiesa, che è quella di Dio. Facciamoci coraggio, lavoriamo
di cuore. Iddio saprà pagarci da buon padrone. L'eternità sarà abbastanza lunga per riposarci32.

260. Abbiate sempre presente lo scopo della Congregazione
ASC A0250202 Conferenza di D. Bosco —12 gennaio 1873; ms allog. (cf MB X, 1061-1063).

[12 gennaio 1873]
Io vedo con piacere grandissimo che la nostra Congregazione va di giorno in giorno aumentando [...1. Ma se è mio grandissimo desiderio che questa nostra Congregazione cresca e moltiplichi i figli degli apostoli, così è pur mio grandissimo e maggior desiderio che questi membri siano zelanti ministri di essa, figli degni di san Francesco, come i Gesuiti figli del valoroso sant'Ignazio di Loyola. Il mondo intero e più di tutti i malvagi, che per odio satanico vorrebbero spento questo seme santissimo, stupiscono. Le persecuzioni, le stragi più orrende non smuovono questi magnanimi. Son divisi per modo che l'uno non sa più dell'altro, eppure in sì gran distanza dell'uno dall'altro adempiono perfettamente alle regole dettate dal loro primo superiore non altrimenti che se fossero in comunità. Là dove è un Gesuita là, dicò, è un modello di virtù, un esemplare di santità: là si predica, là si confessa, là si annunzia la parola di Dio. Che più? Quando i cattivi credono d'averli spenti, egli è appunto allora che più si moltiplicano; è allora che il frutto delle anime è maggiore.

Così sia di voi, figliuoli miei, pensate seriamente allo stato a che Dio vi chiama; pensate e pregate, ed entrando in questa Congregazione specchiatevi in questi magnanimi figli di. Cristo e così operate. Sia che voi abbracciate lo stato ecclesiastico sia che rimaniate laici e a qualsivoglia ufficio vi diate, serbate sempre esatta osservanza delle regole. La vostra dimora sarà qui, sarà a Lanzo, sarà in una delle altre case, oppure in Francia, in Africa, in America, o siate soli o più insieme, sempre abbiate presente lo scopo di questa Congregazione, d'istruire la gioventù e in generale il nostro prossimo, nelle arti e nelle scienze e più nella religione; cioè in una parola, la salvezza delle anime. Ed io dovessi esprimere quello che presentemente mi passa per la memoria, vi descriverei un numero grande di Oratori sparsi su questa terra, quale in Francia, quale in Spagna, quale in Africa, quale in America e in tanti altri luoghi dove lavorano indefessi la vigna di Gesù Cristo i nostri confratelli.

32 Don Bonetti conclude annotando: "Abbiamo osservato che in questa sera don Bosco mostrava una contentezza inesprimibile, non sapeva allontanarsi da noi, assicurandoci che avrebbe passato in conversazione tutta la notte. Ci raccontò ancora tante belle cose specialmente riguardanti al principio dell'Oratorio. Ci narrò la tragica fine di alcune persone che volevano impedirlo ch'egli radunasse giovanetti, ecc." (A0040604 Annali III 1862..., p. 6).

Questa ora è una semplice mia idea, ma mi pare di poterlo già asserire come cosa storica. Ma poiché il santo padre Pio IX ci esortò a prendere per ora a campo dei nostri lavori l'Italia sola, la quale, come dice egli, ha di ciò estremo bisogno, i nostri sforzi li faremo qui in Italia. Ma comunque come voglia il cielo disporre, ricordatevi sempre dello scopo della Congregazione a cui vi ascrivete o a cui siete ascritti. Incoraggiamoci l'un l'altro e lavoriamo concordi e indefessamente per giungere poi un giorno, in compagnia di quelle anime che avremo a Dio guadagnate, a godere in cielo insieme la beatifica vista di Dio per tutto l'eternità.

261. Coi voti ci siamo tutti e interamente consacrati a Dio
ASC A0000409 Prediche di don Bosco. Esercizi Lanzo 1876, Quad. 20, ms di Giulio Barberis, pp. 14-19 (cf MB XII, 451-454)33.

[Lanzo Torinese, 17 settembre 1876]
Un generale d'armata quando vede crescere le file dei suoi campioni gode perché spera di potere con questi più facilmente debellare i suoi nemici, senza avere nulla a temere da essi. Così in questo momento godo io che ho veduto crescere le file dei miei figliuoli, di quei campioni che vogliono combattere contro il demonio; di quei campioni che mi daran modo per debellare, per quel tanto che potremo, il suo regno su questa terra e prepararci un bel trono in cielo.

33 È una riflessione tenuta da don Bosco dopo la professione dei voti, al termine della prima muta di esercizi spirituali del settembre 1876. Don Barberis introduce il discorso di don Bosco con queste espressioni: "Il giorno 17 settembre fu giorno dell'emissione dei voti per coloro che non li avevano ancora emessi e che volevano farli. Dopo un'oretta di ricreazione dopo la colazione, alle 9,30, si andò in chiesa. Si disse una seconda messa essendo giorno di domenica, e nello stesso tempo si cantò l'ufficiatura, poi si finì di leggere le regole. Intanto s'intonò il Veni Creator e vennero in sacrestia tutti coloro che erano stati ammessi ai voti; e furono 20 ai' perpetui e 15 ai triennali [...]. Finita l'emissione, don Bosco, già seduto sul suo seggiolone, cominciò una bella predichetta che riprodurrò nella parte che più ricordo" (A0000409 Prediche di don Bosco..., p. 14).

Sapete quel che vuol dire fare i santi voti? Vuol dire essersi posti nelle prime file delle milizie del divin Salvatore per combattere in ogni modo sotto i suoi stipendi. Ma la cosa che io qui in questo momento vi voglio dire si è questa, che non basta fare i voti, ma bisogna sforzarsi e fare quanto a Dio con voto si promise. Noi adunque coi santi voti ci siamo tutti e interamente a lui consacrati; non prendiamo più ciò che una volta gli abbiam dato. Questi occhi li abbiamo consacrati a lui: adunque si lascino quelle letture inutili e indifferenti, quegli sguardi vani e cattivi. Queste orecchie le abbiamo consacrate tutte a Dio: adunque non più fermarsi ad ascoltar chi mormora e semina il malcontento, non più desiderar mollezze o trovarci in quelle conversazioni, quelle radunane dove, sebbene il parlare non sia cattivo, è tuttavia per intero secolaresco e mondano. Questa lingua è al Signore che l'abbiamo consacrata: adunque non più parole mordenti e piccanti verso i nostri compagni, non più risposte ai superiori, non più seminar malcontenti; no, ora che gliel'abbiamo consacrata non macchiamola più; anzi sia tutta intesa a cantare le divine lodi, a raccontar buoni esempi ad animar gli altri al bene. Questa gola l'abbiamo consacrata al Signore, perciò lontano da noi ogni soverchia delicatezza nei cibi; parsimonia grande nel vino; non mai lasciarci tirar dalla gola per accettar pranzi, bibite o cose simili. Queste mani le abbiamo in modo speciale consacrate al Signore, perciò non stiano più oziose; non rincresca loro di operare in uffici vili in apparenza, purché tutto proceda a maggior gloria di Dio. Questi piedi sono tutti consacrati al Signore: oh, qui io entro in un vastissimo campo, perciò non usiamoli questi piedi per ritornare a quel mondo che noi abbiamo abbandonato. Sì, bisogna che io mi fermi in questo momento a trattare quest'argomento.

Il Signore ci ha fatto una grazia grande chiamandoci alla sua sequela: questo mondo è troppo perverso e pervertitore. Seguiamo adunque la grazia e non torniamo a pervertirci. Vedete, lo Spirito Santo ci istruisce chiaramente che il mondo è tutto posato nel male: mundus in maligno positus est totus [lGv 5,19]. Facciamo dunque che questi piedi non ci rivoltino nuovamente di là [da] dove siamo scappati. L'inciampo principale, la difficoltà più grande che si trovi si è in riguardo ai genitori. Ma il Signore disse che quando questi fossero per porre inciampo al nostro maggior bene non dobbiamo ascoltarli, neppure guardarli, anzi viene persino a dire [di] odiarli. Bisogna adunque che da loro ci stacchiamo affatto, dacché Iddio ci fece il gran favore di chiamarci alla sua sequela. E poi coi voti fatti ci siamo staccati da loro per legarci in modo peculiare a Dio, perché metterci nuovamente nel pericolo di staccarci da Dio andando a sentire le loro miserie, i loro bisogni od i loro voleri? [...]
Mi accorgo che mi sono allontanato alquanto dal soggetto che voleva trattarvi, che cioè essendoci in modo speciale consacrati a Dio dobbiamo a lui tutta la nostra vita, tutte le nostre opere, tutti noi stessi. Noi dobbiamo sforzarci molto perché in realtà il fatto, le nostre opere corrispondano a questo scopo. Credetelo pure, non vi fu mai nessuno che sia stato malcontento in punto di morte d'essersi a Dio consacrato e d'avere speso la vita nel suo santo servizio. Invece sono innumerevoli coloro che in quel punto lamentano di non averlo servito ed amato. Piangono allora i miseri, ma non sono più in tempo. Dacché il Signore nella sua grande misericordia volle avvertirci in tempo e chiamarci a sé, arrendiamoci e facciam proprio opere degne di questa sua chiamata.

262. Pazienza, speranza, obbedienza
ASC A0000409 Prediche di don Bosco -Esercizi Lanzo 1876, Quad. XX, ms di Giulio Barberis, pp. 1-11 (cf MB XII, 454-460).

[Lanzo Torinese, 18 settembre 1876]
Siamo nel punto di separarci e andare ciascuno in quel luogo dove dal Signore è destinato ad esercitare il suo sacro ministero. Che cosa vi dirò io in questo momento che serva come parola d'ordine che ciascuno abbia da ricordare in qualunque luogo ed in qualunque tempo come frutto di questi esercizi? Sono tre semplici parole che in questo momento io credo della massima importanza possibile. È bene che ad esse noi attendiamo con tutto lo sforzo possibile dell'anima nostra. Ecco: Pazienza, Speranza, Obbedienza.

[1. Pazienza] - Ed in prima io vi raccomando molto la pazienza. È lo Spirito Santo medesimo che ci ammonisce: Patientia vobis necessaria est [Eb 10,36], ci dice in un luogo della sacra Scrittura. In patientia vestra, ci dice altrove, possidebitis animar vestras [Lc 21,19]. Patientia opus habet peifectunz [Gc 1,4]. Non intendo qui parlare di quella pazienza che si richiede per sopportare grandi fatiche o straordinarie persecuzioni; non di quella pazienza che si richiede per sopportare il martirio né di quella che devesi esercitare in gravi infermità. Pazienza per certo si richiede in questi casi ed in grado eroico; ma sono casi che si richiedono di rado per essere messi in esecuzione, e d'altronde Iddio, in questi casi, dà grazie straordinarie. La pazienza di cui qui intendo di parlare si è di quella che è necessaria per compiere bene i nostri doveri, quella che ci vuole per eseguire in tutto le nostre regole, disimpegnare con precisione i nostri doveri. Di questa io intendo parlarvi. Ne abbisognano ed i superiori e gli inferiori, e può venire il caso di usarne in mille circostanze, perciò bisogna esserne fornito a dovizia.

Vi sarà quel tale che è sovraccarico di occupazioni e se gli vorrebbe ancora aggiungere qualche cosa ed è per irritarsi con colui che lo vuol così occupare, sia perché non conosce le altre sue attribuzioni o perché lo crede atto a quel resto. Pazienza ci vuole.

Vi è quell'altro che desidererebbe di far scuola e lo mettono ad assistere; quell'altro invece vorrebbe andar esso a scuola e lo mettono a farla o se vuole piuttosto stare in un luogo, lo mettono in un altro. In tutti questi casi ci vuole la pazienza.

Vi è quel tale che si crede il superiore averla contro di lui, non vederlo di buon occhio, dar sempre a lui le attribuzioni più vili. Se non si ha pazienza ed uno si mette subito a mormorare, a mostrarsi malcontento, che ne sarà?
Quell'altro ha un'occupazione che gli è antipatica, non può far bene in quel luogo; gli vien mille volte la voglia di piantar tutto lì e andarsene chi sa dove. Adagio ai mali passi: qui bisogna più che mai conservar la pazienza.

Verrà anche la volta che uno dirà: il superiore mi odia; sarà effetto più d'immaginazione che d'altro; ma sia pure, ti sarà forse lecito lamentarti, sparlarne, mostrarti pubblicamente offeso? Non già. Ecco perché io dicevo che bisogna avere la pazienza come compagna indivisibile.

Il superiore poi, oh quanto più ne avrà bisogno! Poiché se esso sa farla esercitare agli altri, i sudditi possono dire: noi siamo molti, esso solo ed esercitiamo un po' di pazienza per ciascuno. Ma il superiore resta solo, contro tutti e deve sopportare la pazienza con tutti ed è perciò che, sebbene giovani, alcune volte devono camminar gobbi. Poiché un po' per riguardo ad uno; un po' per riguardo ad altri alcune volte ha da masticare non poco, sia perché non si è capaci, sia perché non si vede quella buona volontà e spontaneità nelle cose, sia anche perché si vede proprio il mal volere. Ma sarà per questo da troncare ogni relazione con quel tale o in quell'affare e piantar tutte lì le cose come sono? Lo so che verrà le mille volte la voglia o di far secche parrucche" o di mandar via o che altro, ma è appunto qui che c'è bisogno di molta pazienza o, per dir meglio, di molta carità, condita col condimento di san Francesco di Sales, la dolcezza, la mansuetudine.

34 "Far secche parrucche": espressione dialettale che significa rimproverare aspramente.

Anche quel maestro, quell'assistente potrebbe troncare ogni questione dando uno schiaffo di qua, un calcio di là; ma, questo teniamolo, se qualche volta tronca un disordine, non fa mai del bene e non serve mai a far amare la virtù o farla penetrare nel cuore di nessuno. Ci sia il vero zelo, sì. Si cerchi ogni modo di far del bene, sì. Ma sempre pacatamente, con dolcezza, con pazienza.

Dirà quel tale: ben detto così, ma costa a non irritarci quando si vede... Costa. E lo so anch'io che costa; ma sapete da che cosa deriva la parola pazienza? Dal [verbo latino] patior, pateris, passus sum, poti, che vuol dire: patire, tollerare, soffrire, farci violenza. Se non costasse fatica non sarebbe più pazienza. Ed è appunto perché costa molta fatica che io la raccomando tanto ed il Signore la inculca con tanta istanza nelle sacre scritture. Me ne accorgo anch'io che costa. E non credete che sia il più gran gusto del mondo stare tutta la mattina inchiodato a dar udienza o fermo a tavolino tutta la sera per dar corso alle faccende tutte, a lettere o simili. Oh vi assicuro che molte volte uscirei ben volentieri a prendere un po' d'aria e forse ne avrei un vero bisogno; ma bisogna che prenda alle buone santa Pazienza. Se non si facesse così, molti affari non avrebbero corso; tanto bene resterebbe da farsi; incagliati si troverebbero vari negozi d'importanza: e perciò, pazienza.

Non crediate che non costi anche a me, dopo d'aver incaricato qualcuno d'un affare, dopo d'avergli affidato qualche incarico d'importanza o delicato o di premura, ed a tempo non si trova eseguito o malfatto, non costi anche a me il trovarmi pacato. Vi assicuro che alcune volte bolle il sangue nelle vene; un formicolio domina per tutti i sensi. Ma che? impazientirsi? non si ottiene che la cosa non fatta sia fatta; neppure si corregge il suddito colla furia. Pacatamente si avvisi, si diano le norme opportune, si esorti; ed anche quando è il caso di sgridare un po' secco si faccia, ma si pensi un momento: in questo caso san Francesco di Sales come si diporterebbe? Io posso assicurarvi che, se faremo così, si otterrà quanto disse lo Spirito Santo: In patientia vestra possidebitis animar vestras [Le 21,19].

E poi? Ci vuol anche pazienza, cioè costanza, perseveranza ad eseguir sempre le nostre regole. Verrà quel giorno in cui uno si trova spossato, annoiato o, diciamolo anche, in cui non ha voglia di fare la meditazione, recitare il rosario, frequentare i sacramenti, continuare quell'arida assistenza. E qui è proprio il caso di domandare con costanza, con perseveranza la pazienza al Signore ed alla beata Vergine.

Vedete un giardiniere quanta cura mette per tirar su una pianticella. Si direbbe fatica gettata al vento. Ma esso sa che quella pianticella col tempo verrà a rendergli molto, perciò non cura la fatica e comincerà a lavorare e sudare per preparare il terreno: qui scava, là zappa, poi concima, poi sarchia, poi pianta o mette il seme. Poi, come se questo fosse poco, quanta fatica nel badare che non si calpesti il luogo dove fu seminato, non vadano uccelli o galline a mangiar la semente. Quando la vede nascere la guarda con compiacenza: oh! germoglia, ha già due foglie, tre... Poi pensa all'innesto ed, oh con quanta cura, lo cerca dalla miglior pianta del suo giardino e taglia il ramo, lo fascia, lo copre, procura che il freddo o l'umidità non lo faccia morire. Quando la pianta cresce e volta o si piega da una parte, subito cerca di mettervi un sostegno che la faccia crescer diritta e se teme che il fusto o tronco sia troppo debole, che il vento o la bufera la possa atterrare, le pone presso un grosso palo e la lega e la fascia perché non abbia ad incorrere nel temuto pericolo. Ma perché, o mio giardiniere, tanta cura per una pianta? Perché, se non ro così, non mi darà frutti ed è bell'e fatto: se voglio che mi dia frutti molti e buoni, bisogna che in ogni modo io l'accudisca così. E, pur troppo, notate che malgrado ciò, molte volte muore l'innesto, si perde la pianta; ma nella speranza di rifarsi poi, si fan tante fatiche.

Anche noi, miei cari, siamo giardinieri, coltivatori nella vigna del Signore. Se vogliamo che il nostro lavoro renda, bisogna che mettiamo molta cura attorno alle pianticene che abbiamo da coltivare. Pur troppo che, malgrado le molte fatiche e cure, l'innesto seccherà e la pianta andrà a male; ma se queste cure si pongono davvero, la maggior parte delle volte la pianta riesce bene... Caso mai non riuscisse, il padrone della vigna ce ne ricompenserà essendo tanto buono! Tenetelo a mente, non valgono le furie, non valgono gl'impulsi istantanei: ci vuole la pazienza continua, cioè costanza, perseveranza, fatica.

[2. -Speranza] - Ma il coltivatore almeno spera la paga, la ricompensa. E noi? chi ci pagherà? Ecco che io entro nel secondo punto a parlarvi della speranza. Sì, ciò che sostiene la pazienza dev'essere la speranza del premio. Oh lavoriamo che consolantissima ci arride la speranza del premio. Abbiamo la fortuna che abbiam da fare con un buon padrone. Notate come sono consolanti queste parole: Quia super pauca fuistí fidelis, super multa te constituam [Mt 25,21]; perché fosti fedele nel poco, ti costituirò sopra molto. Noi meschini sappiamo far poco, abbiamo poche forze, poca abilità. Non importa, in quel poco che possiamo siamo fedeli ed il Signore il premio celo darà grande. Quando tu, o maestro, sei stanco e, vorresti lasciar lì le tue occupazioni, attento! Bada ad esser fedele nel poco, se vuoi che il Signore ti costituisca sul molto. Oh un direttore! Ha già avvisato, detto, raccomandato...; starebbe per lasciar andare la pazienza o piantar tutto che vada come vuole o fare qualche sfuriata... Attento a star fedele nel poco, se vuoi esser costituito sul molto.

Un punto dove ancora dobbiamo usare tanta pazienza, guardando alla speranza, è nel vincere noi stessi. Si tratta di vincere le nostre abitudini, le nostre cattive inclinazioni, le tentazioni che continuamente ci molestano. Oh quanto costa lasciare quell'abitudine, quella tiepidezza ordinaria, quella mollezza, quella trascuratezza nelle piccole pratiche d'obbedienza o di pietà. Pure è qui che bisogna usare una continua pazienza, una sofferenza anche straordinaria, ma non permettere che il demonio ci vinca e, sia di giorno che di notte, sia nella veglia che nel riposo, sia in ricreazione che nel lavoro, sempre cercare di vincere queste nostre cattive inclinazioni. È questo che io chiamo pazienza o longanimità. E se per ottener la vittoria avremo da combattere assai, volgiamo lo sguardo alla gran mercede, al gran premio che ci sta preparato e non ci lasceremo vincere. In patientia vestra possidebitis animas vestras [Lc 21,19]. E san Paolo aggiunge: Si vos delectat magnitudo praemiorum, non vos terreat magnitudo laborum.

Non sto qui a dirvi quanto sia poggiata [fondata] la nostra speranza. Voi sapete che è il Signor nostro benignissimo che ce lo promise e per il poco in cui siam fedeli ci promise il molto; ed esso stesso chiama beati quei che osservano la sua legge, perché sa quanto sarà grande il suo premio. Ed altrove dice che un sol bicchiere d'acqua fresca dato in suo nome sarà compensato. Coraggio dunque: la speranza ci sorregga quando la pazienza vorrebbe mancarci.

[3. Obbedienza] - Ora ci sarebbe bisogno di una virtù che queste due prime comprendesse e tenesse unite. Questa virtù è l'obbedienza. Non ne dirò che poche cose, essendosi letto lungo questi esercizi il trattato dell'obbedienza del Rodriguez ed essendosene anche parlato in qualche predica. Io raccomando molto che si usi pazienza nell'obbedire e quando questa obbedienza non volesse esserci, quando la nostra testa volesse essere lontana dall'obbedienza, mirassimo il cielo, prendessimo alle buone la speranza.

L'obbedienza ben sostenuta è l'anima delle congregazioni religiose; è quella che le tiene unite. Quanto bene si può fare quando molti membri tutti dipendono assolutamente da uno, il quale, per ragion stessa della sua posizione, ha le viste molto ampie, vede in grande quel che vada bene fare e dice a costui: Sta' qui, e [egli] sta; fa' ciò, e lo fa; va' là, e subito quel tale s'incammina. Il bene si moltiplica ed è un bene che non si può fare se non vi è un'assoluta obbedienza.

Oh che altro gran bene reca l'obbedienza! Innalza di merito tutte le azioni, parlo delle azioni manuali. Vi sarà quel tale che è buono a poco od a nulla, esso si mette sotto l'obbedienza ed il superiore lo metterà a scopare o a fare il cuoco e costui potrà avere il merito di colui che tutto il giorno si occupa e s'affatica o sul pulpito o nel confessionale o su d'una cattedra a far scuola. Questo è un gran bene che ci viene dall'obbedienza. Ciascuno pazienti nell'incarico che ha, lo eseguisca bene, fin che può, e non si dia pensiero più oltre, che il Signore lo accoglie bene e lo benedice.

Ora io ho ancora un pensiero che vorrei raccomandarvi tanto oggi. Questo pensiero sarà quello che rannoderà i tre primi. Consiste nel fare bene ogni mese l'esercizio della buona morte; cioè ad ogni mese proprio consacrare un giorno in cui, lasciate da parte, per quanto è possibile, tutte le altre occupazioni, pensiamo a stabilir bene le cose dell'anima nostra.

Gioverà tanto fare un confronto tra mese .e mese: ho fatto del profitto in questo mese? oppure vi fu in me regresso? Poi venire ai particolari: in questa virtù, in quest'altra, come mi sono diportato? E specialmente si dia una rivista a ciò che forma soggetto di voti ed alle pratiche di pietà: riguardo all'obbedienza come mi sono diportato? ho progredito? — L'ho fatta proprio bene, per esempio, quell'assistenza che mi si diede da fare? come l'ho fatta? In quella scuola come mi sono impegnato? — Riguardo alla povertà, sia negli abiti, nei cibi, nelle celle, ho niente che non sia da povero? ho desiderato golosità? mi son lamentato quando mi mancava qualche cosa? — Poi venire alla castità: non ho dato in me luogo a pensieri cattivi? mi son distaccato sempre più dall'amore dei parenti? mi son mortificato nella gola, negli sguardi, ecc.? — E così far passare le pratiche di pietà e notare specialmente se vi fu tiepidezza ordinaria, se si siano fatte le pratiche senza slancio.

Questo esame, o più lungo o più corto, si faccia sempre. Siccome vi sono vari che hanno occupazioni da cui non possono esimersi in nessun giorno del mese, queste occupazioni sarà lecito tenerle, ma ciascuno in detto giorno faccia proprio [in modo] di eseguire queste considerazioni e di fare buoni propositi speciali.

Ancora un piccolo pensiero. Il Signore, a quel giovane che gli domandava che cosa dovesse fare per salvarsi, gli diede la legge e disse: Fac hoc et vives [Lc 10,28]. Fa' questo e vivrai. Così vi dico io: avete le regole, è il Signore che ce le ha date; eseguiamole e vivremo. Ciascuno le studi e nello stesso tempo studi il modo di metterle in pratica. Ciascuno, per la parte sua, o superiore o inferiore, o prete o coadiutore, tutti procurino di eseguirle. Oh in punto di morte come saremo contenti e consolati d'averle eseguite! State certi che la nostra speranza, come dicevamo, non sarà confusa. Fedele è il Signore nelle sue promesse e quanto ci die' a sperare tanto ci darà. Anzi egli è pieno di bontà e di misericordia. Ci darà ben più di quello che noi possiamo immaginarci.

Facciamoci dunque coraggio. Se vi è qualche cosa da soffrire, da sopportare per eseguire in tutto ciò che il Signore chiede da noi, non diamo indietro. Esso saprà rimunerare ogni nostro sforzo e ci contenterà nel tempo, nell'eternità e ci darà quel premio che supera ogni aspettazione.

263. Umiltà, lavoro e temperanza
ASC A0000409 Prediche D. Bosco. Esercizi Lanzo 1876, Quad. XX, ms di Giulio Barberis, pp. 33-46 (cf MB XII, 463-469)35.

28 settembre 1876
Si dice che non bisogna badare ai sogni; vi dico in verità che nella maggior parte dei casi sono anch'io di questo parere. Tuttavia alcune volte, quantunque non ci rivelano cose future, servono tuttavia a farci conoscere in che modo sciogliere degli affari intricatissimi ed a farci agire con vera prudenza in varie faccende. Allora si possono intendere per la parte che ci offrono di buono. Io in questo momento vi voglio appunto raccontare un sogno che mi tenne occupato si può dire in tutto il tempo di questi esercizi e specialmente mi travagliò in questa notte scorsa. Ve lo racconto tal quale lo feci restringendolo solo qua e là un poco per non essere troppo lungo, perché mi par ricco di molti e gravi ammaestramenti.

[Parte 1] - Mi sembrò adunque che eravamo tutti insieme e andavamo da Lanzo a Torino. Ci trovavamo tutti su qualche veicolo, ma non saprei dire se fossimo sulla ferrovia o su omnibus, ma non eravamo a piedi. Arrivati a un dato punto della strada, non ricordo più dove, il veicolo si fermò. Io discendo giù per vedere che mai vi fosse e mi si affaccia uno che non saprei
definire: mi pareva di alta e di bassa statura nello stesso tempo, era grosso e sottile, mentre era bianco era anche rosso; camminava per terra e per aria. Fui tutto stupefatto e non sapevo darmi ragione di questo, quando fattomi coraggio gli domandai: "Tu chi sei?". Esso, senza dirmi altro rispose: "Vieni". Io volevo prima sapere chi fosse, che volesse, ma esso riprese: "Vieni presto; facciamo girare i veicoli in questo campo".

" È la predica di conclusione (o predica dei "ricordi") fatta al termine della seconda muta di esercizi spirituali dei Salesiani (Lanzo Torinese, 20-28 settembre 1876).

Mirabile si era che parlava piano e forte nello stesso tempo ed a varie voci, di che io non finivo di far meco stesso le meraviglie. Il campo era vastissimo, proprio a vista d'occhio, tutto ben piano, non era a solchi, ma proprio battuto come se fosse un'aia. Non sapendomi che dire e vedendo l'altro tanto risoluto, facemmo dar di volta ai veicoli, i quali entrarono in quel vastissimo campo e poi gridammo a tutti quei che erano dentro che discendessero. Tutti discendono in brevissimo tempo ed ecco che appena discesi si vedono scomparire i veicoli senza sapere dove se ne siano andati.

— Ora che siamo discesi, sussurrai io, mi dirai, mi direte, mi dirà perché ci abbia fatto fermare in questo luogo. Rispose: "Il motivo è grave; si è per farvi evitare un grandissimo pericolo". "E quale?". "Il pericolo di un toro furibondo che non lascia persona viva al suo passaggio: Taurus rugiens quaerens quem devoret". "Adagio, mio caro, tu attribuisci al toro quel che nella sacra Scrittura san Pietro dice del leone: Leo rugiens" [Lc 14,11]. "Non importa: là era leo rugiens, qui è taurus rugiens". Il fatto si è che bisogna stiate ben all'erta. Chiama tutti i tuoi attorno a te. Annunzia loro solennemente e con gran premura che stiano attenti, molto attenti, ed appena sentiranno il muggito del toro, muggito straordinario, immenso, si gettino subitamene a terra e così se ne stiano bocconi, colla faccia anche interamente a terra, fintanto che il toro abbia fatto il suo passaggio. Guai a colui che non ascolterà la tua voce, chi non si prostrerà bocconi nel modo che t'ho detto è bell'e perso, perché si legge nelle sante scritture che chi sta basso sarà esaltato e chi sta alto sarà abbassato: Qui se humiliat exaltabitur et qui se exaltat humuliabitur" [Lc 14,11]. Poi mi soggiunse di nuovo: "Presto, presto: il toro è per venire; grida, grida forte che si abbassino". Io gridavo ed egli: "Su, su ancora più forte, grida, grida". Io ho gridato tanto forte che credo persino aver spaventato don Lemoyne che dorme nella camera attigua, ma di più non potevo.

Ecco in un istante che si sente il muggito del toro: "Attenti, attenti!... Falli mettere in linea retta tutti vicini gli uni agli altri da una parte e dall'altra, con un passaggio in mezzo per cui il toro possa passare". Io grido, do questi ordini; in un batter d'occhio tutti sono prostrati a terra e noi cominciamo a vedere il toro da molto lontano che arriva furibondo.

Sebbene la gran maggioranza fosse prostrata, tuttavia alcuni volevano star a vedere che cosa fosse quel toro e non si prostrarono, erano pochi. Quell'individuo mi disse: "Ora vedrai che cosa avverrà di costoro; vedrai che cosa riceveranno perché non si vogliono abbassare". Io volevo avvertirli ancora, gridare, correre a loro. L'altro me lo negava. Io insistei che mi lasciasse andar da loro. Mi rispose reciso: "L'obbedienza è anche per te, abbassati". Non ero ancora prostrato, che un grandissimo muggito, tremendo e spaventevole, si fece udire. Il toro era già vicino a noi; tutti tremavano e domandavano: "Chi sa, chi sa...". "Non temete: giù a terra!". E quel tale continuava a gridare: "Qui se humiliat exaltabitur et qui se exaltat humiliabitur... qui se humiliat... qui se humiliat".

Una cosa strana, che fece stupire anche me, fu questa, che sebbene io avessi il capo sul pavimento e fossi proprio tutto interamente prostrato con gli occhi nella polvere, tuttavia vedevo benissimo le cose che attorno a me avvenivano. Il toro aveva sette corna in forma quasi di circolo: due le aveva al posto del naso; due al posto degli occhi; due al posto ordinario delle corna ed uno sopra; ma, cosa meravigliosa, queste corna erano fortissime, mobili, le voltava dalla parte che voleva, di modo che per abbattere od atterrare qualcuno non aveva correndo da voltarsi qua e là, bastava andar avanti senza voltarsi che abbatteva qualunque incontrasse. Più lunghe erano le corna del naso e con queste faceva stragi veramente sorprendenti.

Già il toro ci era vicinissimo; allora l'altro grida: "Si veda l'effetto dell'umiltà". Ed in un istante, oh meraviglia! tutti noi ci vedemmo sollevati in aria ad una considerevole altezza di modo che era impossibile che il toro ci potesse raggiungere. Quei pochi che non si erano abbassati non furono sollevati. Arriva il toro, li sbrana in un momento; non uno fu salvo. Noi intanto, così sollevati in aria, avevamo paura e dicevamo: "Se cadiamo giù, sì che siam belli; poveri noi! Che mai sarà di noi!". Intanto vedevamo il toro furibondo che cercava di raggiungerci. Faceva salti terribili per poterci dar delle cornate, ma non poté farci male di sorta alcuna. Allora, furioso più che mai, fa segno che vuole andarsi a cercare dei compagni; quasi dicendo: Allora ci aiuteremo gli uni gli altri, faremo scalata... E così, habeas iram magnam [Ap 12,12], se ne andò.

Allora ci trovammo di nuovo per terra e quel tale si pose a gridare: "Voltiamoci dalla parte del mezzodì". Ed ecco che, senza capire come la cosa avvenisse, cambiò affatto scena avanti a noi. Voltati verso mezzodì, noi vedemmo esposto il santissimo Sacramento: molte candele accese stavano dall'una parte e dall'altra e già non compariva più quel prato, ma pareva che ci trovassimo in una chiesa immensa, tutta ben ornata. Mentre eravamo tutti in adorazione avanti il santissimo Sacramento, ecco che arrivarono furibondi molti tori, tutti con corna orribili e spaventevolissime nell'aspetto. Vennero, ma essendo noi tutti in adorazione del santissimo Sacramento, non ci poterono fare alcun male. Noi intanto ci eravamo posti a recitare la coroncina al sacratissimo Cuore di Gesù. Dopo un poco, non so come, guardammo ed i tori non vi eran più. Rivoltati poi di nuovo dalla parte dell'altare; trovammo [che] i lumi erano spenti, il sacramento non più esposto, scomparve la chiesa... "Ma dove siamo?". Ci trovammo nel campo dove eravamo prima.

Voi capite abbastanza che il toro è il nemico delle anime; il demonio che ha grand'ira contro di noi e cerca continuamente farci del male. Le sette corna sono i sette vizi capitali. Ciò che ci può liberare dalle corna di questo toro, cioè dagli assalti del demonio, dal non cadere nei vizi, è principalmente l'umiltà, base e fondamento delle virtù.

[Parte II] - Noi intanto stupefatti, meravigliati, ci guardavamo gli uni gli altri. Nessuno parlava, non sapevamo che dire. Si aspettava che don Bosco parlasse o che quel tale ci dicesse qualche cosa, quando esso, presomi da parte, soggiunse: "Vieni, ti farò vedere il trionfo della Congregazione di San Francesco di Sales. Monta su questo sasso e vedrai". Era un gran macigno in mezzo a quel campo sterminato ed io vi montai sopra. Oh che vista immensa si affacciò ai miei occhi! Quel campo, che non avrei mai creduto tanto vasto, mi comparve come se occupasse tutta la terra. Uomini d'ogni colore, d'ogni vestito, d'ogni nazione vi stavano radunati. Vidi tanta gente che non so se il mondo tanti ne possegga. Cominciai ad osservare i primi che si affacciarono al nostro sguardo: erano vestiti come noi italiani. Conoscevo quei delle prime file e vi erano tanti Salesiani che conducevano come per mano squadre di ragazzi e di ragazze. Poi venivano altri con altre squadre; poi ancora altri ed altri che più non conoscevo e più non potevo distinguere, ma erano in numero indescrivibile. Verso il mezzodì comparvero ai miei occhi Siciliani, Africani ed un popolo sterminato di gente che non conoscevo. Erano sempre condotti da Salesiani i quali io conoscevo nelle prime file e poi non più.

"Notate", mi disse quel tale. Ecco che mi si affacciarono agli occhi altri popoli sterminati in numero, vestiti diversamente da noi. Avevano pellicce, specie di mantelli che parevano quasi velluto, tutti a vari colori. Mi fece voltare verso i quattro punti cardinali. Tra le altre cose vidi verso oriente donne con i piedi piccoli tanto che stentavano stare in piedi e quasi non potevano camminare. Il singolare si era che dappertutto vedevo Salesiani che conducevano squadre di ragazzi e di ragazze e con loro un popolo immenso. Nelle prime file sempre li conoscevo, poi andando avanti non li conoscevo più, nemmanco i missionari. Qui molte cose non posso narrarle per disteso perché riuscirei troppo lungo.

Allora quel tale che mi aveva condotto e consigliato fino a questo punto che cosa avevo da fare, prese di nuovo la parola e soggiunse: "Guarda, don Bosco; tu ora non capirai tutto quello che ti dico, ma sta' attento: tutto questo che hai visto è tutta messe preparata ai Salesiani. Vedi quanto sia immensa la messe! Questo campo immenso in mezzo a cui ti trovi è il campo in cui i Salesiani devono lavorare. I Salesiani che vedi sono i lavoratori di questa vigna del Signore. Molti lavorano e tu li conosci. L'orizzonte poi si allarga a vista d'occhio di gente che tu non conosci ancora e questo vuol dire che non solo in questo secolo, ma ben anche nell'altro e nei secoli futuri i Salesiani lavoreranno nel proprio campo. Ma, sai a quali condizioni si potrà arrivare ad eseguire questo che vedi? Te lo dirò io: guarda, bisogna che tu faccia stampare le regole e nella prima pagina a grandi caratteri, ricordati, farai stampare queste parole che saranno come il vostro stemma, la vostra parola d'ordine, il vostro distintivo. Notate bene: Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione salesiana. Queste parole le farai spiegare; le ripeterai, insisterai. Farai stampare il manuale che le spieghi e faccia capire bene che il lavoro e la temperanza sono l'eredità che lasci alla Congregazione e nello stesso tempo ne saranno anche la gloria".

Io risposi: "Questo lo farò molto volentieri; questo è tutto secondo il nostro scopo e quello che io vo' già raccomandando tutti i giorni e vo' insistendo sempre che me ne capita l'occasione".

"Sei dunque ben persuaso? Hai dunque ben capito? Questa è l'eredità che lascerai loro; e di' pur chiaro che fintanto che i tuoi figli corrisponderanno, avranno seguaci al mezzodì, al nord, all'oriente e all'occidente. Ora discendi pure dagli esercizi ed incamminai per la loro destinazione. 'Questi saranno di norma poi verranno altri".

Ed ecco che compaiono nuovamente i veicoli per condurci tutti a Torino. Io osservo, osservo: erano omnibus sui generis, strani quanto mai. I nostri cominciano a montare; ma quegli omnibus non avevano appoggio da nessuna parte ed io temevo che cadessero e non volevo lasciarli partire. Ma quel tale mi disse: "Vadano; vadano pure: essi non han bisogno di appoggi, solo che eseguiscano bene quelle parole: Sobrii estote et vigilate" [iPt 5,8].

Eseguite bene queste due cose non si cade, sebbene non vi siano appoggi e la carrozza corra.

[Parte - Partirono dunque. La carrozza corse ed io rimasi solo con quel tale. "Vieni, mi soggiunse tosto; vieni, voglio farti vedere la parte più importante. Oh, ne avrai da imparare! Bene, vedi là quel gran carro?". "Lo vedo". "Sai che cos'è?". "Ma, non vedo bene". "Se vuoi veder bene, avvicinati. Vedi 'là quel cartellone? Avvicinati, osservalo: su quel cartello vi è l'emblema, da quello conoscerai il rimanente". Io mi avvicino e vedo su quel cartello dipinti quattro chiodi molto grossi. Mi rivolsi a lui dicendo: "Ma non capisco nulla, se non mi spiega!". "Non li vedi quei quattro chiodi? Osservali bene. Sono i quattro chiodi che forarono e tormentarono tanto crudelmente la persona del divin Salvatore". "E con ciò?". "Sono quattro chiodi che tormentano le congregazioni religiose. Se eviti questi quattro chiodi, cioè, che la tua Congregazione non resti tormentata da essi, che sappiate tenerli lontani, allora le cose andranno bene, voi sarete in salvo". "Ma io ne so come prima. Che cosa significano questi chiodi?". "Se vuoi sapere meglio, visita meglio quel carrozzone che ha i chiodi per emblema. Vedi, questo carrozzone ha quattro scompartimenti, ciascuno dei quali corrisponde ad un chiodo". -"Ma questi scompartimenti che significano?". "Osserva che nell'entrata di ciascuno vi è un cartello con un'iscrizione la quale ti spiega tutto".

Osservo il primo scompartimento; leggo sul cartello: Quorum Deus venter est [Fil 3,19]. "Oh, adesso comincio a capire qualche cosa". Quel tale mi rispose: "Questo è il primo chiodo che tormenta e manda a rovina le congregazioni religiose. Esso farà anche strage da voi, se non stai attento. Combattilo bene e vedrai che le cose prospereranno".

"Ora veniamo al secondo scompartimento. Leggi l'iscrizione del secondo chiodo: Quaerunt quae sua sunt non quae Iesu Christi [Fil 2,21]. Qui vi sono quei che cercano le proprie comodità, gli agi e brigano per il bene proprio forse anche dei parenti e non cercano il bene della Congregazione, che è quello che forma la porzione di Gesù Cristo. Sta' attento, allontana questo flagello e vedrai prosperare la Congregazione".

Terzo scompartimento. Osservo l'iscrizione del terzo chiodo, ed era: Apidis lingua eorum. "Chiodo fatale per le congregazioni sono i mormoratori, i sussàroni, quelli-che cercano sempre di criticare o per dritto o per traverso".

Quarto scompartimento: Cubiculum otiositatis. "Qui sono gli oziosi in gran numero; quando si incomincia ad introdurre l'ozio, la comunità resta bell'e rovinata; invece, fin che si lavorerà molto, nessun pericolo per voi".

"Ora osserva ancora una cosa che vi è in questo carrozzone, a cui molte e molte volte non si bada ed io voglio che tu la osservi con attenzione tutta speciale. Vedi quel ripostiglio che non fa parte di nessun scompartimento, ma si estende un poco in tutti? Osservalo bene: è come un mezzo scompartimento distretto". "Vedo, ma non c'è che rimasugli di foglie, erbaccia alta, altra più bassa, ingarbugliata". "Bene, bene: è questo che voglio che tu osservi". "Ma che cosa posso ricavare da questo?". "Osserva bene l'iscrizione che sta quasi nascosta". Osservo bene e vedo scritto: Latet anguis in herba. "Ma e con questo?". "Guarda, vi sono certi individui che stan nascosti; non parlano, ruminano tra loro soli. Sta' attento: latet anguis in herba. Sono veri flagelli, vera peste delle congregazioni. Ancorché cattivi, se fossero svelati si potrebbero correggere. Ma no, stanno nascosti. Noi non ce ne accorgiamo ed intanto il male si fa grave; il veleno si moltiplica nel cuore di costoro e quando venissero conosciuti non vi sarebbe più tempo a riparare il danno che già hanno prodotto. Impara dunque bene le cose che devi tener lontane dalla tua Congregazione. Tieni bene a mente quanto hai veduto. Dà ordine che queste cose siano spiegate e rispiegate a lungo. Facendo così stai tranquillo sulla tua Congregazione che le cose prospereranno un dì più dell'altro".

Allora io pregai quel tale che, per non dimenticare nessuna delle cose che mi aveva dette, mi lasciasse un po' di tempo da poterle scrivere. "Se vuoi far la prova, mi rispose, scrivile; ma temo che ti manchi il tempo. Sta' attento". Mentre esso mi dicevo queste cose ed io mi preparavo per scrivere, mi parve di sentire un rumore confuso, un'agitazione tutto attorno a me. Il pavimento di quel campo pareva che traballasse. Allora io mi volgo attorno per vedere se qualcosa di nuovo ci fosse e vedo i giovani, poco prima partiti, che tutti spaventati da ogni parte tornano a me, e subito dopo il muggito del toro ed il toro medesimo che li inseguiva. Quando il toro ricomparve io fui tanto spaventato dalla sua vista che mi svegliai.

Io vi ho raccontato in questa circostanza, prima di separarci, il sogno, ben persuaso di poter dire con tutta verità che sarebbe .degna conclusione degli esercizi se noi proponiamo di attenerci al nostro stemma: Lavoro e Temperanza; e se procureremo a tutt'uomo di evitare i quattro grandi chiodi che martoriano le congregazioni: il vizio della gola; il cercare le agiatezze; le mormorazioni e l'ozio; a cui è da aggiungere che ciascuno sia sempre aperto, schietto e confidente coi propri superiori. In questo modo fdremo del bene alle anime nostre e nello stesso tempo potremo anche salvare quelle che la divina Provvidenza affiderà alle nostre cure.

Volendo venire ora a dare qualche ricordo speciale che serva per il corso di quest'anno, ecco quale sarebbe: che si cerchino tutti i mezzi per conservare la virtù regina, la virtù che custodisce tutte le altre; che se l'abbiamo, non sarà mai sola, anzi avrà per corteo tutte le altre; e se perdiamo questa, le altre o non ci sono o si perdono in breve tempo. Amatela questa virtù, amatela molto e ricordatevi che per conservarla bisogna lavorare e pregare: Non eicitur nisi in ieiunio et oratione [Mt 17,20].

Sì, preghiera e mortificazione. Specialmente mortificazione negli sguardi, nel riposo, nel cibo e specialmente nel vino. Per il nostro corpo non cercare agiatezze, anzi quasi direi strapazzarlo. Non usargli riguardi, fuori che per necessità, quando la salute lo richiede, allora sì. Del resto dare al corpo lo stretto necessario e non più; perché, diceva san Paolo: Corpus hoc quod corrumpitur aggravat animam [Sap 9,15]. Sì! Allora che cosa faceva san Paolo? Castigo corpus meum et in servitutem redigo ut spiritui inserviat [lCor 9,27].

Raccomando poi qui ciò che raccomandai nell'altra muta d'esercizi: obbedienza, pazienza, speranza... L'altra cosa è l'umiltà che bisogna cerchiamo di possedere noi ed inculcare nei nostri giovani e in tutti, virtù che viene ordinariamente chiamata il fondamento della vita cristiana e della perfezione.

264. Cose future per le vocazioni
Ed. critica in C. ROMERO, I sogni di Don Bosco..., pp. 51-57.

9 maggio 1879
Grande e lunga battaglia di giovanetti contro guerrieri di vario aspetto, diverse forme, con armi strane. In fine rimasero pochissimi superstiti.

Altra più accanita ed orribile battaglia avvenne tra mostri di forma gigantesca contro uomini di alta statura ben armati, ben esercitati. Essi avevano uno stendardo assai alto e largo nel cui centro stavano dipinte in oro queste parole: Maria Auxilium Christianorum. La pugna fu lunga, sanguinosa. Ma quelli che seguivano lo stendardo furono come invulnerabili e rimasero padroni di una vastissima pianura. A costoro si congiunsero i giovanetti superstiti alla antecedente battaglia e tra tutti formarono una specie d'esercito, avente ognuno per arma nella destra il santo crocifisso, nella sinistra un piccolo stendardo di Maria Ausiliatrice, modellato come sopra.

I novelli soldati fecero molte manovre in quella vasta pianura, poi si divisero e partirono gli uni all'Occidente, altri verso l'Oriente, alcuni pochi al Nord, molti al Mezzodì.

Scomparsi questi succedettero le stesse battaglie, le stesse manovre e partenze per le stesse direzioni.

Ho conosciuto alcuni delle prime zuffe; quelli che seguirono erano a me sconosciuti, ma essi davano a divedere che conoscevano me e mi facevano molte domande.

Scendette poco dopo una pioggia di fiammelle splendenti che sembravano di fuoco di vario colore. Tuonò e poi si rasserenò il cielo e mi trovai in un giardino amenissimo. Un uomo che aveva la fisionomia di san Francesco di Sales, mi offrì un libretto senza dirmi parola. Chiesi chi fosse. "Leggi nel libro", rispose. Aprii il libro e stentavo a leggere. Potei però rilevare queste precise parole:
Ai novizi: Ubbidienza e diligenza in ogni cosa. Colla ubbidienza meriteranno le benedizioni del Signore e la benevolenza degli uomini. Colla diligenza combatteranno e vinceranno le insidie dei nemici spirituali.

Ai professi: Custodire gelosamente la virtù della castità. Amare il buon nome dei confratelli e promuovere il decoro della Congregazione.

Ai direttori: Ogni cura, ogni fatica per osservare e far osservare le regole con cui ognuno si è consacrato a:Dio.

Al superiore: Olocausto assoluto per guadagnare sé e i suoi soggetti a Dio. Molte altre cose erano stampate in quel libro, ma non potei più leggere perché la carta apparve azzurra come l'inchiostro.

— Chi siete voi? ho di nuovo domandato a quell'uomo che con sereno sguardo mi stava rimirando.

— Il mio nome è noto a tutti i buoni e sono mandato' per comunicarti alcune cose future.

— Quali?
— Quelle esposte e quelle che chiederai.

— Che debbo fare per promuovere le vocazioni?
— I Salesiani avranno molte vocazioni colla loro esemplare condotta, trattando con somma carità gli allievi e insistendo sulla frequente comunione.

— Che devesi osservare nell'accettazione dei novizi?
— Escludere i pigri ed i golosi.

— Nell'accettare ai voti? — Vegliare se avvi garanzia sulla 9astità.

— Come si potrà meglio conservare il buono spirito nelle nostre case?
— Scrivere, visitare, ricevere e trattare con benevolenza e ciò con molta frequenza da parte dei primi superiori.

— Come dobbiamo regolarci nelle missioni?
— Mandare individui sicuri nella moralità; richiamare coloro che ne lasciassero intravvedere grave dubbio; studiare e coltivare le vocazioni indigene.

— Cammina bene la nostra Congregazione?
— Qui iustus est, iustificetur adhuc [Ap 22,11]; Non progredi est regredi: Qui perseveraverit salvus erit [Mt 24,13].

— Si dilaterà molto?
— Finché i superiori fanno la parte loro crescerà e niuno potrà arrestarne la propagazione. — Durerà molto tempo?
— La Congregazione vostra durerà fino a che i suoi ameranno il lavoro e la temperanza. Mancando una di queste due colonne il vostro edificio mina schiacciando superiori ed inferiori e i loro seguaci.

In quel momento apparvero quattro individui portando una bara mortuaria e camminando verso di me.

— Per chi è questa? io dissi,
— Per te.

— Presto?
— Non domandarlo, pensa solo che sei mortale.

— Che cosa mi volete significare con questa bara?
— Che devi far praticare in vita quello che desideri che i tuoi figli debbano praticare dopo di te. Questa è l'eredità, il testamento che devi lasciare ai tuoi figli; ma devi prepararlo e lasciarlo ben compiuto e ben praticato.

— Ci sovrastano fiori o spine?
— Sovrastano molte rose, molte consolazioni; ma sono imminenti spine pungentissime che cagioneranno in tutti profondissima amarezza e cordoglio. Bisogna pregare molto.

— A Roma dobbiamo andare?
— Sì ma adagio, colla massima prudenza e con raffinate cautele. — Sarà imminente il fine della mia vita mortale?
— Non ti curare di questo. Hai le regole, hai i libri, fa' quello che insegni agli altri. Vigila.

Volevo fare altre domande, ma scoppiò cupo tuono con lampi .e fulmini, mentre alcuni uomini, o dirò meglio, orridi mostri si avventarono contro di me per sbranarmi. In quell'istante una tetra oscurità mi tolse la vista di tutto. Mi credevo morto e mi son posto a gridare come frenetico. Mi svegliai e [mi] trovai ancor vivo ed erano le quattro e tre quarti del mattino.

Se c'è qualche cosa che ci possa essere vantaggiosa accettiamola.

In ogni cosa poi sia onore e gloria a Dio per tutti i secoli dei secoli.

265.I dieci diamanti
Ed. critica in C. ROMERO, I sogni di Don Bosco..., pp. 63-71(36).

[San Benigno Canavese, 10-11 settembre 1881] Spiritus Sancti gratia illuminet sensus et corda nostra. Amen
Il dieci settembre anno corrente (1881), giorno che santa Chiesa consacra al glorioso nome di Maria, i Salesiani raccolti in San Benigno Canavese, facevano gli esercizi spirituali. Nella notte dal 10 all'il, mentre dormivo, la mente si trovò in una gran sala splendidamente ornata. Mi sembrava di passeggiare coi direttori delle nostre case quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso, che non potevamo reggerne lo sguardo. Datoci uno sguardo senza parlare, si pose a camminare a distanza di qualche passo da noi.

Egli era così vestito. Un ricco manto a guisa di mantello gli copriva la persona. La parte più vicina al collo era come una fascia che si rannodava davanti ed una fettuccia gli pendeva sul petto. Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: Pia Salesianorum Societas anno 1881, e sulla striscia d'essa fascia portava scritte queste parole: Qualis esse debet [Quale deve essere].

Dieci diamanti di grossezza e splendore straordinario erano quelli che ci impedivano di fermare lo sguardo, se non con granpena, sopra quell'augusto personaggio.

Tre di quei diamanti erano sul petto ed era scritto sopra di uno Fides, sull'altro Spes e Charitas su quello che stava sul cuore. Il quarto diamante era sulla spalla destra ed aveva scritto: Labor, sopra il quinto nella spalla sinistra leggevasi Temperantia.

Gli altri cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto ed erano così disposti: uno più grosso e più folgoreggiante stava in mezzo 'come il centro di un quadrilatero, e portava, scritto: Obedientia. Sul, primo a destra leggevasi: Votum Paupertatis. Sul secondo più abbasso: Praemium. Nella sinistra sul più elevato era scritto: Votum Castitatis. Lo splendore di questo mandava una luce tutta speciale e mirandolo traeva e attaccava lo sguardo
" È detto anche "sogno di San Benigno Canavese"; uno dei testi più importanti per la spiritualità dei Salesiani.

come la calamita tira il ferro. Sul secondo a sinistra più abbasso stava scritto Ieiunium. Tutti questi quattro ripiegavano i luminosi loro raggi verso il diamante del centro.

Dilucidazione - Per non cagionare confusione è bene di notare che questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa di fiammelle si alzavano e portavano scritte qua e colà varie sentenze: sulla Fede si elevavano le parole: Sumite scutum fidei ut adversus insidias diaboli certare possitis37 . Altro raggio aveva: Fides sine operibus mortua est38. Non auditores, sed factores legis regnum Dei possidebunt39.

Sui raggi della Speranza: Sperate in Domino, non in hominibus40. Semper vestra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia41.

Sui raggi della Carità: Alter alterius onera portate si vultis adimplere legem meam42. Diligite et diligemini. Sed diligite animas vestras et vestrorum43. Devote divinum ulficium persolvatur; Missa attente celebretur; Sanctum Sanctorum peramanter visitetur".

Sulla parola Labor: Remedium concupiscentiae; Arma potens contra omnes insidias
Sulla Temperanza: Si lignum tollis, ignis extinguitur46. Pactum constitue cum oculis tuis, cum gula, cum somno, ne huiusmodi inimici depraedentur animas vestras47. Intemperantia et castitas non possunt simul cohabitare48.

37 Prendete lo scudo della fede, per poter combattere contro le insidie del demonio (cf Ef 6,16).

38 La fede senza le opere è morta (Gc 2,20).

39 Non quelli che si limitano ad ascoltare, ma coloro che mettono in pratica la legge possederanno il regno di Dio (cf Rm 2,13).

40 Sperate nel Signore, non negli uomini.

41I vostri cuori siano costantemente rivolti dove sono le vere gioie. L'espressione è tratta da una colletta del Missale Romanum (Dom. IV post Pascha).

42 Portate i pesi gli uni degli altri, se volete adempiere la mia legge (cf Gal 6,2).

43 Amate e sarete amati. Ma amate le anime vostre e quelle del vostro prossimo.

44 Si reciti devotamente la liturgia delle Ore; si celebri con attenzione la messa; si visiti con molto amore il Santo dei Santi.

" Rimedio della concupiscenza; arma potente contro tutte le insidie del diavolo.

46 Se togli la legna, il fuoco si spegne.

47 Fa' un patto con i tuoi occhi, con la gola, col sonno, affinché questi nemici non devastino le vostre anime (cf Gb 31,1).

48 L'intemperanza e la castità non possono stare insieme.

Sui raggi dell'Obbedienza: Totius aedificii fiindamentum, et sanctitatis compendium".

Sui raggi della Povertà: Ipsorum est regnum coelorum50. Divitiae sunt spinae51. Paupertas non verbis, sed corde et opere conficitur52. Ipsa coeli ianuam aperiet et introibit33.

Sui raggi della Castità: Omnes virtutes veniunt pariter cum i11a54. Qui mundo sunt corde, Dei arcana vident, et Deum ipsum videbunt35.

Sui raggi del Premio: Si delectat magnitudo praemiorum, non deterreat multitudo laborum". Qui mecum patitur, mecum gaudebit57 Momentaneum est quod patimur in terra, aeternum est quod delectabit in coelo amicos meos58.

Sui raggi del Digiuno: Arma potentissima adversus insidias inimicz59. Omnium virtutumcustos60. Omne genus daemoniorum per ipsum eicitur6t.

Un largo nastro a color di rosa serviva d'orlo nella parte inferiore del manto e sopra questo nastro era scritto: Argumentum praedicationis, mane, meridie et vespere62. Colligite fragmenta virtutum et magnum sanctitatis aedificium vobis constituetis63. Vae vobis qui modica spernitis, paulatim decidetis64.

Fino allora i direttori erano chi in piedi, chi ginocchioni; ma tutti attoniti e niuno parlava. A questo punto don Rua come fuor di sé disse: — Bisogna prendere nota per non dimenticare. Cerca una penna e non la trova; cava fuori il portafoglio, fruga e non ha la matita. Io mi ricorderò, disse don Durando.

49 Fondamento di tutto l'edificio e compendio della santità. 5° Di questi è il regno dei cieli (Mt 5,3).

51 Le ricchezze sono spine.

52 La povertà non si vive a parole, ma col cuore e con le opere.

53 Essa aprirà la porta del cielo e v'introdurrà.

54 Tutte le virtù vengono insieme con lei (cf Sap 7,11).

55I puri di cuore vedono i segreti di Dio e vedranno Dio stesso (cf Mt 5,8).

56 Se attrae la grandezza del premio, non spaventi la quantità delle fatiche.

57 Chi soffre con me, con me gioirà. •
58 Quanto si soffre sulla terra è momentaneo, eterno invece è quanto rallegrerà gli amici miei in cielo. (cf 2 Cor 4,17).

59 Arma potentissima contro le insidie del nemico.

60 Custode di tutte le virtù.

61 Con esso si scaccia ogni tipo di tentazioni (cf Mt 17,20).

e Argomento di predicazione, mattino, mezzogiorno e sera. ,
63 Curate i dettagli delle virtù e costruirete un grande edificio di santità.

64 Guai a voi che disprezzate le piccole cose, a poco a poco andrete in decadenza (cf Sir 19,1).

Io voglio notare, aggiunse don Fagnano, e si pose a scrivere col gambo di una rosa. Tutti miravamo e comprendevamo la scrittura. Quando don Fagnano cessò di scrivere, don Costamagna continuò a dettare così: La carità capisce tutto, sopporta tutto, vince tutto; predichiamola colle parole e coi fatti.

Mentre don Fagnano scriveva, scomparve la luce e tutti ci trovammo in folte tenebre. — Silenzio, disse don Ghivarello, inginocchiamoci, preghiamo e la luce verrà. Don Lasagna cominciò il Veni Creator, poi il De Profundis, Maria Auxiliunz Christianorum ecc. cui tutti rispondemmo. Quando fu detto: Ora pro nobis, riapparve una luce, che circondava un cartello in cui leggevasi: Pia Salesianorum Societas qualis esse periclitatur anno salutis 190065.

Un istante dopo la luce divenne più viva a segno che potevamo vederci e conoscerei a vicenda. In mezzo a quel bagliore apparve di nuovo il personaggio di prima, ma con aspetto malinconico simile a colui che comincia a piangere. Il suo manto era divenuto scolorato, tarlato, sdrucito. Nel sito dove stavano fissi i diamanti eravi invece un profondo guasto cagionato dal tarlo e da altri piccoli insetti.

Respicite, egli ci disse, et intelligite66. Ho veduto che i dieci diamanti erano divenuti altrettanti tarli che rabbiosi rodevano il manto.

Pertanto al diamante della Fides erano sottentrati: somnus et accidia67 A Spes eravi risus et scurrilitas68.

A Charitas: Negligentia in divinis perficiendisG9 Amant et quaerunt quae sua sunt, non quae Iesu Christi".

A Temperantia: Gula et quorum Deus venter est7'
A Labor: Somnus, furtum et otiositasn.

Al posto dell'Obedientia eravi niente altro che un guasto largo e profondo senza scritto.

A Castitas: Concupiscentia oculorum et superbia vitae73.

65 La pia Società salesiana quale rischia di essere nell'anno 1900.

66 Guardate e imparate.

67 Sonno e accidia.

68 Riso e parole scurrili.

69 Negligenza nelle sacre celebrazioni.

70 Amano e cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo (Fil 2,21).

71 Gola; hanno come dio il loro ventre (Fil 3,19).

72 Sonno, furto e ozio.

73 Concupiscenza degli occhi e superbia della vita (1 Gv 2,16).

A Povertà era succeduto: Lectum, habitus, potus et pecunia".

A Praemium: Pars nostra erunt quae sunt super terram75.

A Ieiunium eravi un guasto, ma niente di scritto.

A quella vista fummo tutti spaventati. Don Lasagna cadde svenuto, don Cagliero divenne pallido come una camicia e appoggiandosi sopra una sedia gridò: "Possibile che le cose siano già a questo punto?". Don Lazzero e don Guidazio stavano come fuori di sé e si porsero la mano per non cadere. Don Francesia, il conte Cays, don Barberis e don Leveratto erano quivi ginocchioni pregando con in mano la corona del santo rosario.

In quel tempo si fece intendere una cupa voce: Quomodo mutatus est color optimus"
Ma nell'oscurità succedette un fenomeno singolare. In un istante ci trovammo avvolti in folte tenebre, nel cui mezzo apparve tosto una luce vivissima, che aveva forma di corpo umano. Non potevamo tenerci sopra lo sguardo, ma potemmo scorgere che era un avvenente giovanetto vestito di abito bianco lavorato con fili d'oro e d'argento. Tutto attorno all'abito vi era un orlo di luminosissimi diamanti. Con aspetto maestoso, ma dolce ed amabile si avanzò alquanto verso di noi e ci indirizzò queste parole testuali:
«Servi et instrumenta Dei Omnipotentis, attendite et intelligite. Confortamini et estote robusti. Quod vidistis et audistis est coelestis admonitio quae nunc vobis et fratribus vestris fatta est; animadvertite et intelligite sermonem. Iacula praevisa minus feriunt, et praeveniri possunt. Quot sunt verba signata, tot sint argumenta praedicationis. Indesinenter praedicate opportune et importune. Sed quae praedicatis, constanter facite, adeo ut opera vestra sint velut lux quae sicuti tuta traditio ad fratres et filios vestros pertranseat de generatione in generationem. Attendite et intelligite: — Estote oculati in tironibus acceptandis; fortes in colendis; prudentes in admittendis. Omnes probate; sed tantum quod bonum est tenete. Leves et mobiles dimittite. Attendite et intelligite: — Meditatio matutina et vespertina sit indesinenter de observantia Constitutionum. Si id feceritis numquam vobis deficiet Omnipotentis au:- xilium. Spectaculum fatti eritis mundo et angelis et tunc gloria vestra erit gloria Dei. Qui videbunt saeculum hoc exiens et alterum incipiens, ipsi dicent de vobis: — A Domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris. Tunc omnes fratres vestri et filii vestri una voce cantabunt: — Non nobis, Domine, non nobis; sed nomini tuo da gloriam"T1.

74 Riposo, vestito, bevute e denaro.

75 Nostro guadagno sono i beni terreni.

76 Quanto si è alterato quel bel colore (Lam 4,1).

Queste ultime parole furono cantate, ed alla voce di chi parlava si unì una moltitudine di altre voci così armoniose, sonore, che noi rimanemmo privi di sensi e, per non cadere svenuti, ci siamo uniti agli altri a cantare. Al momento che finì il canto si oscurò la luce. Allora mi svegliai e mi accorsi che si faceva giorno.

Promemoria — Questo sogno mi durò quasi l'intera notte e sul mattino mi trovai stremato di forze. Tuttavia per il timore di dimenticarmene mi sono levato in fretta e presi alcuni appunti che mi servirono come di richiamo a ricordare quanto qui ho esposto nel giorno della presentazione di Maria santissima al tempio.

Non mi fu possibile ricordare tutto. Tra le molte cose ho potuto con sicurezza rilevare che il Signore ci usa grande misericordia. La nostra Società è benedetta dal cielo, ma egli vuole che noi prestiamo l'opera nostra. I mali minacciati saranno prevenuti se noi predicheremo sopra le virtù e sopra i vizi ivi notati: se ciò che predichiamo, lo praticheremo e lo tramanderemo ai nostri fratelli con una tradizione pratica di quanto si è fatto e faremo.

Ho potuto eziandio rilevare che ci sono imminenti molte spine, molte fatiche cui terranno dietro grandi consolazioni. Circa 1890 gran timore; circa 1895 gran trionfo. Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis.

77 Servi e strumenti di Dio Onnipotente, ascoltate e intendete. Fatevi coraggio e siate forti. Quanto avete veduto e udito è un avviso del cielo, inviato ora a voi e ai vostri fratelli. Fate attenzione e intendete bene quello che vi si dice. I colpi previsti fanno minor danno e si possono prevenire. Le parole indicate, siano altrettanti argomenti di predicazione. Predicate incessantemente, a tempo opportuno e inopportuno. Ma le cose che.predicate fatele sempre, cosa che le vostre opere siano come luce, che sotto forma di sicura tradizione s'irradi sui vostri fratelli e figli di generazione in generazione. Ascoltate bene e intendete: — Siate oculati nell'accettare i novizi, forti nel coltivarli, prudenti nell'ammetterli [alla professione]. Provateli tutti, ma tenete soltanto il buono. Mandate via quelli leggeri e volubili. Ascoltate bene e intendete: — La meditazione del mattino e della sera sia costantemente sull'osservanza delle costituzioni. Se ciò farete, non vi verrà mai a mancare l'aiuto dell'Onnipotente. Diverrete spettacolo per il mondo e per gli angeli e allora la vostra gloria sarà gloria di Dio. Coloro che vedranno la fine di questo secolo e l'inizio dell'altro diranno di voi: — Dal Signore è stato fatto questo ed è ammirabile agli occhi nostri. Allora tutti i fratelli e figli vostri canteranno: — Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria.