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Il. CONSIGLI SPIRITUALI
NELLE LETTERE DI DON BOSCO A RAGAZZI E GIOVANI
La corrispondenza di san Giovanni Bosco rispecchia la sua molteplice attività di promotore di opere educative e assistenziali, imprese editoriali e missionarie. Documenta anche la rete vastissima delle relazioni da lui intessute. Le sue sono lettere di un uomo d'azione, di un organizzatore instancabile, di un avveduto comunicatore, di un fondatore religioso e di un appassionato animatore di iniziative cattoliche. Poco spazio è dato agli aspetti spirituali, che egli preferisce  trattare nella predicazione, nei colloqui personali o nel contesto del sacramento della Penitenza.
Tuttavia non mancano lettere che, pur nella brevità, propongono indirizzi.spirituali e consigli preziosi, dai quali emerge la sapienza e l'esperienza di un formatore d'anime.
Qui vengono trascritte, a titolo esemplificativo, alcune corrispondenze, indirizzate a ragazzi e giovani, con suggerimenti e piccoli programmi di vita, che ri.Tecchiano i tratti caratterizzanti del suo magistero spirituale, tutto mirato alla concretezza di un vissuto cristiano fecondo di opere e di tensione virtuosa.
185. A Stefano Rossetti
Ed. critica in E(m) I, pp. 500-501.
Sant'Ignazio presso Lanzo, 25 luglio 1860
Amatissimo figliuolo,
La lettera che mi hai scritto mi ha fatto veramente piacere. Con essa dimostri che tu hai compreso quale sia l'animo mio verso di te. Sì, mio caro, io ti amo di tutto cuore, ed il mio amore per te tende a fare quanto posso per farti progredire nello studio e nella pietà e guidarti per la via del cielo. Rammenta i molti avvisi che ti ho dato in varie circostanze; sta allegro, ma la tua allegria sia verace come quella di una coscienza monda dal peccato. Studia per diventare molto ricco, ma ricco di virtù, e la più grande ricchezza è il santo timor di Dio. Fuggi i cattivi, sta amico coi buoni; rimettiti nelle mani del tuo signor arciprete e seguine i consigli e tutto andrà bene.
Saluta i tuoi parenti da parte mia; prega il Signore per me, e mentre Dio ti tiene lungi da me lo prego di conservarti sempre suo finché sarai di nuovo con noi, intanto che ti sono con paterno affetto
Affezionatissimo
Sac. Bosco Gio..
186. A Severino Rostagno
Ed. critica in E(m) I, p. 423.
Torino, 5 settembre 1860
Figliuolo dilettissimo,
La tua lettera mi ha fatto piacere. Se tu provasti grande consolazione per un momento di tempo che fummo insieme a fare poche parole, qual gaudio non sarà per noi quando, aiutandoci Dio, vivremo per sempre beati in cielo dove farem una sola voce per lodare il nostro Creatore in eterno?
Coraggio dunque, figliuol mio, sii fermo nella fede, cresci ogni giorno nel santo timor di Dio; guardati dai cattivi compagni come da serpenti velenosi, frequenta i sacramenti della confessione e comunione; sii devoto di Maria santissima e sarai certamente felice.
Quando ti vidi parrai aver ravvisato qualche disegno della divina Provvidenza sopra di te; ora non te lo dico ancora, se verrai altra volta a vedermi parlerò più chiaramente e conoscerai la ragione di certe parole dette allora.
Il Signore doni a te e alla tua madre sanità e grazia; prega per me che ti sono di cuore
Affezionatissimo
Sac. Bosco Gio.
187. A Giovanni Garino
Ed. critica in E(m) I, p. 144.
Calliano, 10 ottobre 1860 [?]
Carissimo Garino,
Ho ricevuto con piacere la tua lettera e godo della tua ferma volontà di farti buono per divenire un ottimo ecclesiastico. Dal canto mio farò tutto quello che posso; ma ho bisogno anche di qualche cosa da parte tua. Di che cosa? Di una confidenza illimitata in tutto ciò che riguarda al bene dell'anima tua. Avrei bisogno di farti cacciatore di anime, ma per il timore che tu rimanga da altri cacciato, ti propongo solo di farti modello ai tuoi Compagni nel bene operare. Peraltro sarà sempre per te una fortuna grande quando potrai promuovere qualche bene od impedire qualche male tra i tuoi compagni.
Amami come io ti amo nel Signore, prega eziandio per me che ti sono di cuore
Affezionatissimo
Sac. Bosco Giovanni
188. A Emanuele Fassati
Ed. critica in E(m) I, pp. 459-460.
Torino, 8 settembre 1861
Caro Emanuele,
Mentre tu godi la campagna col buon Stanislao io vengo in compagnia di maman a farti una visita con questo biglietto che sono in dovere di scriverti.
Mio scopo è di farti un bel progetto; ascolta dunque. L'età, lo studio che percorri sembrano sufficienti per essere ammesso alla santa comunione. Io dunque vorrei che la prima Pasqua fosse per te quel gran giorno della santa tua prima comunione. Che ne dici, caro Emanuele? Prova a parlarne coi tuoi genitori e sentirai il loro parere. Ma io vorrei che cominciassi fin d'ora a prepararti e perciò essere in modo particolare esemplare nel praticare:
1° Ubbidienza esatta ai tuoi genitori e ad altri tuoi superiori, senza mai fare opposizione a qualsiasi comando.
2° Puntualità nell'adempimento dei tuoi doveri, specialmente di quelli di scuola, senza mai farti sgridare per adempierli.
3° Fare grande stima di tutte le cose di devozione. Perciò far bene il segno della santa croce, pregare ginocchioni con atteggiamento composto, assistere con esemplarità alle cose di chiesa.
Avrei molto piacere che mi facessi una risposta intorno alle proposte che ti ho fatto. Ti prego di salutare Azeglia e Stanislao da parte mia. State tutti allegri nel Signore. Dio vi benedica tutti; pregate per me; tu specialmente, o caro Emanuele, fammi onore colla tua buona condotta e credimi sempre tuo
Affezionatissimo amico
Sac. Bosco Giovanni
189. Ai giovani dell'Oratorio
Ed. critica in E(m) I, p. 694.
Dal santuario di Oropa (Biella), 6 agosto 1863 Carissimi figliuoli studenti,
Se voi, o miei cari figliuoli, vi trovaste sopra questo monte ne sareste certamente commossi. Un grande edificio nel cui centro avvi una devota chiesa, forma quello che comunemente si appella santuario di Oropa. Qui avvi un continuo andirivieni di gente. Chi ringrazia la santa Vergine per grazie da lei ottenute; chi domanda di essere liberato da un male spirituale o temporale; chi prega la santa Vergine che l'aiuti a perseverare nel bene, chi a fare una santa morte. Giovani e vecchi; ricchi e poveri; contadini e signori; cavalieri, conti, marchesi, artigiani, mercanti, uomini, donne, vaccari, studenti d'ogni condizione si vedono continuamente in gran numero accostarsi ai santi sacramenti della confessione e comunione e andare di poi ai piè di una stupenda statua di Maria santissima per implorare il celeste di lei aiuto.
Ma in mezzo a tanta gente il mio cuore provava un vivo rincrescimento. Perché? Non vedevo i miei cari giovani studenti. Ah! Sì perché non posso avere i miei' figli qui, condurli tutti ai piè di Maria, offrirli a lei, metterli tutti sotto alla potente di lei protezione, farli tutti Savio Domenico, altrettanti san Luigi?
Per trovare un conforto al mio cuore sono andato dinanzi al prodigioso altare di lei e le ho promesso che giunto in Torino avrei fatto quanto avrei potuto per insinuare nei vostri cuori la devozione a Maria e raccomandandovi a lei ho domandato queste grazie speciali per voi. Maria, le dissi, benedite tutta la nostra casa, allontanate dal cuore dei nostri giovani fin l'ombra del peccato; siate la guida degli studenti; siate per loro la sede della vera sapienza. Siano tutti vostri, sempre vostri ed abbiateli sempre per vostri figliuoli e conservateli sempre fra i vostri devoti. Credo che la santa Vergine mi avrà esaudito e spero che voi mi darete mano affinché possiamo corrispondere alla voce di Maria, alla grazia del Signore.
La santa Vergine Maria benedica me, benedica tutti i sacerdoti e chierici e tutti quelli che impiegano le loro fatiche per la nostra casa, benedica tutti voi. Ella dal cielo ci aiuti e noi faremo ogni sforzo per meritarci la sua santa protezione in vita ed in morte. Così sia.
Affezionatissimo amico in Gesù Cristo
Sac. Bosco Gio.
190. A Emanuele Fassati
Ed. critica in E(m) I, p. 607.
Dalla tua villeggiatura di Montemagno — 1° ottobre 1863 Caro Emanuele,
Prima di partire, o caro Emanuele, ascolta due parole di un amico dell'anima tua.
Giunto che sarai al collegio fissato dalla prudenza dei tuoi genitori procura di mettere in pratica questi avvisi:
1° Avrai grande confidenza coi tuoi superiori. 2° Adoperati di mettere in pratica i consigli del confessore. 3° Fuggi l'ozio e quei compagni che per avventura tu udissi a parlar male. 4° Prega ogni giorno la santa Vergine che ti permetta qualunque male, ma non mai di cadere in peccato grave.
Dio ti benedica e ti conservi in sanità e in grazia sua fino al'novello rivederci dell'agosto 1864, se saremo ancora in vita. Amen.
Tuo affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Bosco Gio.
191. Agli allievi di Mirabello
Ed. critica in E(m) I, pp. 629-630.
Torino, giorno 30 dicembre 1863
Agli amati miei figliuoli del Piccolo Seminario di San Carlo in Mira-bello.
La grazia di nostro signor Gesù Cristo sia sempre con noi. Amen.
I segni di filiale affetto che voi, figliuoli amatissimi, avete a me dato quando ebbi il piacere di farvi una visita, mi avevano fatto risolvére di .recarmi di nuovo presso di voi in questi giorni di feste e di auguri. Ora per le speciali mie occupazioni non potendo ciò fare, mi limito a scrivervi una lettera per manifestarvi alcuni pensieri del mio paterno cuore.
Prima di tutto vi ringrazio di quanto avete fatto per me, dei saluti inviatemi, delle preghiere innalzate a Dio per il bene dell'nima mia; come pure vi ringrazio dell'affetto che portate a don Rua e agli altri superiori di questo seminario. Da che fui tra voi essendo andato più volte a vedervi col‑
lo spirito, credo bene di dirvi quanto ho osservato in particolare (a questo proposito scrivo biglietti a parte) ed in generale.
Con vera mia soddisfazione ho osservato più frequenza ai santi sacramenti della confessione e della comunione; contegno più devoto in chiesa, nella preghiera specialmente della sera, maggiore carità nel sopportare le molestie dei compagni ed in molti uno sforzo nel progredire nello studio e combattere i vizi e le cattive tentazioni. Ho questo osservato con grande mio piacere, tuttavia me lo permettete, debbo dirvi molte cose che amareggiarono assai l'animo mio.
Osservai alcuni andare in chiesa senza dare alcun segno di entrare in un luogo santo; ascoltar la predica (e non sono pochi) con distrazione continua senza nemmanco portare via una massima da praticare per il bene dell'anima loro. Osservai parecchi altri cominciare le preghiere di poi trovarsene alla fine senza che sappiano di averle dette e per lo più senza aprire le labbra; ne trovai altri che rissarono, altri che non potendo fare vendetta nutrirono la bile e l'odio molto tempo verso i loro rivali.
Avvene poi una serie che scappano dalla fatica come da enorme macigno che loro stia sopra il capo sospeso; ma quello che più mi ha addolorato sono alcuni che si studiarono d'introdurre massime disoneste e discorsi che san Paolo•vuole che siano nemmanco nominati tra i cristiani. Ve ne furono poi alcuni che, assai pochi, i quali, devo dirlo? si accostarono indegnamente ai santi sacramenti.
Queste, miei amati figliuoli, sono le cose che ho notate sopra l'andamento del piccolo seminario di Mirabello. Pensate voi forse che io scriva queste cose per farvi rimprovero? No, le scrivo soltanto per avvisarvi e così i buoni siano incoraggiati a perseverare; i tiepidi procurino di accendersi e riscaldarsi di amor di Dio e chi ne ha bisogno si rialzi dallo stato in cui [si] trova. Qui avrei molte cose a scrivervi, ma mi serbo di farlo alla prossima mia visita che sarò per farvi. Vi dirò per altro quanto il Signore Dio vuole da voi nel corso di questo anno per meritarvi le sue benedizioni.
1° Fuga dell'ozio, perciò somma diligenza nell'adempimento dei propri doveri scolastici e religiosi. L'ozio è padre di tutti i vizi.
2° La frequente comunione. Che grande verità io vi dico in questo momento. La frequente comunione è la grande colonna che tiene su il mondo morale e materiale affinché non cada in rovina.
3° Divozione e frequente ricorso a Maria santissima. Non si è mai udito al mondo che taluno sia con fiducia ricorso a questa madre celeste senza che sia stato prontamente esaudito.
Credetelo, o miei cari figliuoli, io penso di non dire troppo asserendo che la frequente comunione è una grande colonna sopra cui poggia un polo del mondo; la divozione poi alla Madonna è l'altra colonnasopra cui poggia l'altro polo. Quindi dico a don Rua, agli altri superiori, maestri, assistenti, ai giovani tutti di raccomandare, praticare, predicare, insistere con tutti gli sforzi della carità di Gesù Cristo affinché non siano mai dimenticati questi tre ricordi che io vi mando a maggior gloria di Dio, a bene delle anime vostre tanto care al nostro signor Gesù Cristo che col Padre vive e regna nell'unità dello Spirito Santo. Così sia.
Mentre vi assicuro che ogni giorno vi raccomanderò al Signore nella santa messa, raccomando anche l'anima mia alla carità delle vostre preghiere. Tutti i giovani di questa casa si raccomandano eziandio alle vostre preghiere e vi augurano bene dal cielo. La santa Vergine ci conservi tutti suoi e sempre suoi. Amen.
Vostro affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Bosco Gio.
192. A don Michele Rua, ai salesiani e ai giovani di Mirabello
Ed. critica in E(m) II, p. 57.
Torino, 19 giugno 1864
Al sacerdote don Rua Michele ed a tutti i miei cari figliuoli di Mirabello.
Tu, caro don Rua, e tutti gli altri miei amati figliuoli di Mirabello mi attendete per san Luigi; e vi potete facilmente immaginare quanto grande sarebbe il piacere di potervi appagare. Ma ho alcuni affari in corso che m'impediscono assolutamente; fra gli altri avvi la novella chiesa, di cui si scavano le fondamenta, che vuole continua assistenza per le modificazioni che ad ogni momento occorrono per la linea di demarcazione.13isogna pertanto che tramandiamo questo piacere per la prima quindicina di luglio ed allora potremo chiacchierare, ridere e scherzare con qualche bel brindisi.
Tuttavia io voglio fare di qui con voi la festa di san Luigi ed è che il giorno 21 tra noi non è solenne, trasportandosi la solennità al 29 del corrente, quindi io posso dire la santa messa per i miei amati figli mirabellesi. Uniamoci adunque tutti nello spirito del Signore domandando tre cose a san Luigi:
1° Sanità e grazia a fine di potervi preparare a subire bene i vostri esami affinché siano più gustose le prossime vacanze.
2° Imitare san Luigi nel bubn esempio specialmente colla fuga di parlar male.
3° Che don Rua a mio conto vi faccia stare allegri prima in chiesa, di poi a pranzo ed in fine con una bella passeggiata. Fate così la festa di san Luigi e saremo tutti contenti.
Del resto io vi amo tutti nel Signore e passano poche ore del giorno senza che io vada a farvi visita e con voi mi trattenga.. Amiamoci, ma amiamoci per servire il Signore in tutta la vita e goderlo di poi in eterno.
La grazia di nostro signor Gesù Cristo sia sempre con noi. Amen. Sono con pienezza di affetto il
Vostro affezionatissimo amico
Sac. Bosco G.
P.S. Tanti saluti a tua madre, al suddiacono Franceschino, a don Bonetti e a tutta la famiglia Provera. Così sia.
193. Agli allievi di Mirabello
Ed. critica in E(m) II, pp. 58-59.
[Torino, inizio luglio 1864]
Ai miei cari figliuoli di Mirabello.
Ho ritardato, amati figliuoli, a farvi visita come avevo promesso, ma quello che mi Tincresce si è non aver nemmeno potuto andare a far la festa di san Luigi. Studio ora il modo di ricompensare il ritardo colla più lunga dimora tra voi. Martedì a sera, a Dio piacendo, per l'ultima [corsa] della sera sarò a Mirabello. Ma perché prevenirvi? Non basta intervenire secondo il solito? No, miei cari, non basta. Ho bisogno di parlarvi in pubblica per raccontarvi alcune cose che so tornare di vostro gradimento, di parlarvi privatamente di cose niente piacevoli, ma che è necessario che sappiate; di parlanti poi in un orecchio per rompere le corna al demonio che vorrebbe divenire maestro e padrone di taluni di voi. Qui metto una nota che in una visita fatta testé ho potuto fare di alcuni i quali hanno bisogno d'essere in modo speciale prevenuti e prego il vostro signor direttore a voler dire loro
da parte mia che ho grave bisogno di parlar alla loro anima, al loro cuore, alla loro coscienza, ma questo mio bisogno è solamente per far del bene alle anime loro.
Del resto io vi dico'che nelle frequenti visite che vi fo, ho veduto cose che mi danno molta consolazione; specialmente quelli che frequentano esemplarmente la santa comunione e compiono 'esemplarmente i loro doveri. Ho eziandio notato le piccole negligenze di taluni, ma di queste non ne fo gran caso.
In mezzo a tutto questo non datevi pena di sorta: io vado tra voi come padre, amico e fratello; datemi solamente il cuore nelle mani alcuni istanti, poi, saremo tutti contenti. Contenti voi per la pace e per la grazia del Signore, di cui sarà certamente arricchita l'anima vostra; contento io che avrò la grande e sospirata consolazione di vedervi tutti in amicizia con Dio creatore.
Ma questo ènitto per l'anima e per il corpo c'è niente? Certainente dopo che avremo dato all'anima quanto le occorre, non lasceremo il corpo digiuno. Fin d'ora mi raccomando al signor prefetto che dia gli ordini opportuni per passare una bella giornata e se il tempo lo permetterà di fare anche tutti insieme una passeggiata.
La grazia di nostro signor Gesù Cristo sia 'sempre con voi; e la santa Vergine vi faccia tutti ricchi della vera ricchezza che è il santo timor di Dio. Amen.
Pregate per me che vi sono con tutto il cuore
Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco
P.S. Speciali saluti ai preti, maestri, assistenti ed alla famiglia Provera, specialmente al caro papà
194. Alla giovane Annetta Pelazza          .
Ed. critica in E(m) II, p. 60.
Torino,.20 luglio [1864]
r ,
Pregiatissima giovane Pelazza Annetta,
1° L'obbedienza è per voi la via sicura per giungere al cielo.
2° Per mettere in esecuzione il pensiero che da qualche tempo vi occupa
la mente (questo non me lo avete detto, ma parmi di vederlo nella vostra mente: farvi religiosa) mettetevi interamente nelle mani delle vostre sante superiore.
3° Quando avrete bisogno di qualche cosa andatela a domandare a Gesù sacramentato e a Maria Immacolata e sarete sempre esaudita.
Dio vi benedica e ci conceda a tutti di camminare per la via della salvezza dell'anima.
Pregate per me che vi sono in Gesù Cristo
Umile servitore
Sac. Giovanni Bosco
195. A don Michele Rua e agli allievi di Mirabello.
Ed. critica in E(m) II, pp. 97-98.
Torino, 30 dicembre 1864
Ai miei cari figliuoli di Mirabello.
La bontà e i segni di figliale affetto che mi manifestaste, quando ho avuto il bel piacere di farvi una visita, le lettere, i saluti che parecchi di voi mi inviarono e che conserverò come grata memoria, mi stimolavano di ritornare quanto prima a trattenermi alquanto con voi, o cari ed amati miei figliuoli. Non ho potuto finora appagare questo mio desiderio, ma lo appagherò fra breve. Intanto per soddisfare in qualche modo agli affetti del mio cuore stimo di scrivervi una lettera che sarà corriere della mia venuta costà.
Ma che vale una lettera per esprimere le molte cose [che] io vi vorrei dire? Ristringerò le cose a sommi capi.
Vi dirò adunque che io vi ringrazio di tutti i segni di benevolenza che mi avete dato e della confidenza che mi avete usata in quel bel giorno che passai a Mirabello. Quelle voci, quegli evviva, quel baciare e stringere la mano, quel sorriso cordiale, quel parlarci dell'anima, quell'incoraggiarci reciprocamente al bene sono cose che mi imbalsamarono il cuore e per poco non ci posso pensare senza sentirmi commosso fino alle lagrime.
Quindi col mio pensiero vado spesso tra voi e godo nel vedere il bel numero che con frequenza si accosta alla santa comunione; ma se loro non volessi troppo bene vorrei fare una solenne parrucca a Prot Maggiore, a Pernigotti, a Cigorza... mi sfuggirono questi nomi, non voglio più dire niente.
Vi dirò eziandio che voi siete la pupilla dell'occhio mio e che ogni giorno io mi ricordo di voi nella santa messa; domando che Dio vi conservi in sanità, in grazia sua, vi faccia progredire nella scienza, che possiate essere la consolazione dei vostri parenti e la delizia di don Bosco che tanto vi ama.
Ma per strenna che cosa vi darà don Bosco? Tre cose assai importanti: un avviso, un consiglio ed un mezzo.
Un avviso. Fuggite, .o miei cari, ogni peccato dell'immodestia; le opere, pensieri, sguardi, desideri, parole, discorsi opposti al sesto comandamento, abbiano nemmeno, come dice san Paolo, ad essere nominati tra voi.
Un consiglio. Custodite colla massima gelosia la bella, la sublime, la regina delle virtù, la santa virtù della purità.
Un mezzo. Mezzo efficacissimo per atterrare e vincere con sicurezza il nemico e di assicurarvi di conservare questa virtù è la frequente comunione, ma fatta colle debite disposizioni.
Qui io vorrei dirvi più cose, che non comporta una lettera; mi raccomando soltanto a don Rua che faccia il piacere di farvi non meno di tre brevi istruzioni o considerazioni sopra ciascuno dei mentovati argomenti.
In fine, o miei cari, vi dico che io vi porto grande affetto e desidero molto di vedervi e ciò sarà fra breve. Io voglio che voi tutti mi diate il vostro cuore affinché ogni giorno lo possa offrire a Gesù nel santissimo Sacramento mentre dico la santa messa; io vado a vedervi con grande desiderio di parlare a ciascuno delle cose dell'anima vostra e dire a ciascuno tre cose; una sul passato; l'altra sul presente; la terza sull'avvenire.
La santa Vergine ci conservi tutti suoi e sempre suoi e la grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi. Amen.
Evviva i miei cari figliuoli di Mirabello.
Affezionatissimo amico in Gesù Cristo
Sac. Bosco Gio.
P.S. Coraggio, pazienza e sofferenza auguro al direttore, prefetto, maestri, assistenti, servienti, al caro papà Provera e a tutta la sua famiglia, a maman Rua e al mio piccolo amico Meliga, a Chiastellardo, al caro Ossella che mi scrisse una bella lettera ecc.

196. A Gregorio Cavalchini Garofoli
Ed. critica in E(m) II, p. 252.
Torino, 1° giugno 1866
Carissimo Gregorio Garofoli,
Ho ricevuto con piacere la tua lettera ed ho dato le tue notizie ai giovani che fecero parte alla carovana di Tortona. Ne ebbero vero piacere e danno a me il piacèvole incarico di ringraziarti e salutarti. Certamente io vorrei trattenermi alquanto a parlare teco, ma le cose che vorrei dirti non si possono confidare alla carta. Se ti piace di farmi poi una visita nelle prossime vacanze io ti dirò quanto vorrei scriverti.
Come amico dell'anima tua non posso a meno che darti alcuni ricordi fondamentali e sono tre f.f. f Cioè: 1° Fuga dell'ozio. 2° Fuga dei compagni che fanno cattivi discorsi o danno cattivi consigli. 3° Frequenta la confessione e comunione con fervore e con frutto.
Ti prego di salutare i tuoi due. fratelli, Emanuele Canori e gli altri piemontesi di costà che tu ravvisassi di mia conoscenza. Dio ti benedica e ti conservi nella sua santa grazia, prega per me che ti sono
Affezionatissimo nel Signore
Sac. Bosco Gio.
197. Agli allievi di Mirabello
Ed. critica in E(m) II, pp. 279-281.
Torino, 26 luglio 1866
Ai miei cari figliuoli di Mirabello.
Avevo deliberato di recarmi presso di voi nel giorno della domenica prossima; quando imperioso motivo mi fa cangiare divisamento. Mi rincresce assai ed avevo già per fino stabilite le cose che desideravo di dirvi. Pazienza, Dio vuole riserbare questa nostra consolazione dopo le vacanze ed allora non un giorno, ma una settimana spero che passeremo insieme.
Intanto io giudico bene di augurarvi vacanze felici con alcuni paterni avvisi che mi sembrano necessari alle anime vostre.
1° Io ringrazio il vostro direttore, prefetto, i maestri, assistenti e tutti gli altri del piccolo seminario di tutte le cortesie, della pazienza usatemi e delle
preghiere fatte per la povera anima mia. Continuate, o cari figliuoli; io vi assicuro che ogni giorno vi raccomanderò tutti quanti nella santa messa.
2° Ognuno prima di partire pulisca la coscienza con un fermo proponimento di volerla conservare tale fino al ritorno dalle vacanze, per quella settimana e per quel giorno che vi sarà stabilito per ritornare; ma non lasciatevi adescare da alcune frivolezze per rimanere a casa oltre al tempo stabilito, ad eccezione che lo stato della vostra sanità non ve lo permetta.
3° Giunti a casa andate tosto da parte mia e degli altri vostri superiori a salutare i vostri parenti, il vostro parroco, maestri ed altre persone verso di cui abbiate qualche obbligazione. Questo è uriò stretto dovere di gratitudine che farà piacere agli altri e sarà eziandio vantaggioso a voi stessi.
4° Fate a casa la solita meditazione, messa, lettura quotidiana come facevate in collegio. La medesima frequenza nella confessione e comunione.
5° Col vostro contegno in famiglia fate vedere che il vostro anno scolastico non fu perduto; perciò siate modelli agli altri vostri parenti ed amici nella virtù dell'ubbidienza; sopportate con carità le molestie degli altri, siate senza pretese nel cibo, nel riposo, nel vestirvi e simili.
6° Non si possa mai dire di voi che facciate cattivi discorsi od anche solo ne ascoltiate. Occorrendovi di sentire qualcheduno a farne, imitate il nostro protettore san Luigi: o rimproverare chi lo fa o fuggire immediatamente dalla pericolosa compagnia.
7° Procurate di raccontare qualche fatto, 'qualche esempio letto, udito, studiato a quelli che lo voglio [no] ascoltare; oppure leggete qualche buon libro, ma guardatevi dalle cattive letture come da un mortale veleno delle vostre anime.
Certamente, o miei cari figliuoli, io vi direi ancora molte altre cose se la brevità di una lettera lo comportasse. Vi dico per altro ancora che voi andando altrove troverete persone più dotte e di gran lunga più virtuose di me, ma difficilmente potrete trovarne che più di me cerchino il vostro bene.
Perciò voi ricordatevi di me ogni mattino nell'ascoltare la santa 'messa; io non mancherò dal canto mio di fare ogni giorno una commemorazione per tutti voi nel celebrarla. Quale grande consolazione per me, che grande fortuna per voi se andaste a casa e ritornaste senza perdere la grazia del Signore! Del resto riposate, state allegri, ridete, cantate, passeggiate e' fate quanto altro vi piace, purché non commettiate peccati.
Buone vacanze, miei cari figliuoli, e buon ritorno dalle medesime. La benedizione del Signore vi accompagni in ogni passo.
Il direttore delle scuole dia pure a leggere ed anche a copiare, [a] chi la bramasse questa lettera.
La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi e la santa
Vergine Maria ci assista e ci aiuti a perseverare per la via del cielo. Amen. Credetemi sempre con paterno affetto tutto vostro nel Signore Affezionatissimo amico
Sac. Bosco Gio.
198. Agli allievi di Lanzo Torinese
Ed. critica in E(m) II, pp. 407-408.
Torino, 26 luglio 1867
Cari figli del collegio di Lanzo,
Ho differito finora a scrivervi, o figliuoli carissimi, perché pensavo di potervi personalmente parlare prima delle vacanze; ma ora veggo che la necessità delle mie occupazioni mi privano di questo piacere, cui studierò di soddisfare colla penna.
Vi dirò adunque che io vi ringrazio dell'offerta che avete fatto per la chiesa di Maria Ausiliatrice e delle care lettere che vi siete compiaciuti di scrivermi. Voi non potete immaginarvi con quanto piacer io le abbia lette ad una ad' una e mi sembrava proprio di parlare con ciascuno di voi. Mentre leggevo col mio cuore facevo a ciascuno la sua risposta, che non fu possibile di estendere per iscritto.
Siate persuasi, o miei cari, vòi- mi avete espresso tanti belli pensieri, ma questi pensieri trovarono eco nel mio cuore e spero che il vostro e il mio cuore faranno una cosa sola per amare e servire il Signore. Siate adunque benedetti e ringraziati della carità e benevolenza che mi avete mostrata.
Intanto avvicinandosi le vacanze, io desidero di darvi l'addio con qualche amichevole parola.
1° Per quanto vi sarà possibile ritornate per il giorno in cui si ricominceranno le scuole che credo sia il 16 del prossimo agosto; ad eccezione che qualche male ve lo impedisca.
2° Salutate i vostri parenti, i vostri parroci, maestri da parte mia.
3° Se incontrerete in vostra patria qualche compagno virtuoso procurate di condurlo con voi al collegio; ma [a] quelli che non vi sembrano buoni non parlate di venire in codesto collegio.
4° Nel tempo che sarete a casa fate almeno la santa comunione nei giorni festivi. Lungo la settimana non tralasciate ogni mattina la vostra meditazione.
5° Ogni mattina dite un Pater ed un'Ave con Gloria Patri al santissimo Sacramento per unirvi con me che vi raccomando ogni giorno nella santa messa affinché niuno di voi resti vittima del colera che si fa terribilmente sentire in parecchi paesi a noi vicini. A proposito di questo brutto male io consiglierei che quelli che hanno il morbo in patria loro non ci andassero per le vacanze per non mettersi in pericolo della vita senza necessità.
Del resto, o cari figliuoli, pregate Dio per me e preghiamo tutti l'un per l'altro affinché possiamo evitare l'offesa del Signore nel corso di questa vita per quindi trovarci tutti insieme un giorno a lodare, benedire e glorificare le divine misericordie in cielo. Amen.
Affezionatissimo amico, padre, fratello,
Sac. Giovanni Bosco
P.S. Evviva il direttore, prefetto, maestri, assistenti e tutti i miei cari figli di Lanzo.
199. A Giovanni Turco
Ed. critica in E(m) II, p. 445.
Torino, 23 ottobre 1867
Carissimo Turco,
La tua lettera mi ha fatto molto piacere e mi riuscì tanto più gradita in quanto che tu mi parli coll'antica nostra confidenza, che per don Bosco è la cosa più cara del mondo.
Posta la tua lettera sotto ad un solo punto di veduta io ringrazio il Signore che in mezzo agli anni più difficili della tua vita ti, abbia aiutate a conservare i sani principi di religione. Si può dire che l'età calamitosa è passata; più progredirai negli anni, più svaniranno le illusioni che l'uomo si fa del mondo e si confermerà vie più in quello che mi dicesti, che solamente la religione è stabile e può in ogni tempo e in tutte le età rendere l'uomo felice nel tempo e nell'eternità.
Fatta così un po' di filosofia ti consiglio a continuare ad occuparti nella professione di geometra in cui ti trovi, di praticare la religione specialmente
colla frequente confessione che per te è un vero balsamo; ma di adoperarti con tutti i mezzi possibili per assistere e consolare il tuo buon padre nella sua attuale vecchiaia, che, grazie a Dio, si può dire floridissima.
Per il passato ti ho sempre raccomandato al Signore nella santa messa e lo farò assai più volentieri ancora per l'avvenire perché me lo domandi. Tu pregherai anche per me, non è vero?
Ho alcuni libretti ameni da tradurre dal francese, ne tradurresti qualcheduno? Sarebbero da stamparsi nelle Letture Cattoliche.
Avrò sempre una consolazione ogni volta che mi scriverai.
Dio benedica te e tuo padre e vi `conservi ambedue ad multos annos con vita felice.
Don Francesia, don Lazzero, Chiapale e molti altri tuoi amici ti salutano ed io ti sarò sempre nel Signore
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco
200. A Luigi Vaccaneo
Ed. critica in E(m) II, p. 458.
Torino, 11 dicembre 1867
Carissimo Vaccaneo,
Ho ricevuto la tua lettera e mi hai fatto piacere a scrivermi; io non mancherò di raccomandarti al-Signore nella santa messa, prega anche tu per me.
Dio non vuole che per ora possiamo vivere sotto al medesimo tetto; chi sa se ciò avvenga in altro tempo? Sia ogni cosa a sua maggior gloria.
Ti raccomando tre cose: attenzione nella meditazione del mattino; frequenza di compagni maggiormente dati alla pietà; temperanza nei cibi.
Dio benedica te e tutti, i miei figli dell'Oratorio che sono teco; salutali d.2. parte mia, prega per me che ti sono di cuore
Affezionatissimo in Gesù Cristo
Sac. Giovanni Bosco
201. A don Giuseppe Lazzero é alla comunità degli artigiani
di Valdocco
Ed. critica in E(m) IV, p. 208.
Roma, 20 gennaio 1874
Carissimo don Lazzero e carissimi miei artigiani,
Sebbene io abbia scritto una lettera per tutti i miei amati figli dell'Oratorio, tuttavia essendo gli artigiani come la pupilla dell'occhio mio e di più avendo chiesto per loro una speciale benedizione dal Santo Padre, così credo farvi piacere soddisfacendo al mio cuore con una lettera.
Che io vi porti molta affezione non occorre che ve lo dica, ve ne ho date chiare prove. Che poi voi mi vogliate bene, non ho bisogno che lo diciate, perché me lo avété costantemente dimostrato: Ma 4uefta nostra reciproca affezione sopra quale cosa è fondata? Sopra la borsa? Non sopra la mia, perché la spendo per voi; non sopra la vostra, perché, non offendetevi, non ne avete. Dunque la mia affezione' è fondata sul desiderio che ho di salvare le vostre anime che furono tutte redente dal sangue prezioso di Gesù Cristo, e voi mi amate' perché cerco di condurvi per la strada della salvezza eterna. Dunque il bene delle anime nostre è il fondamento délla nostra affezione.
Ma, miei cari figliuoli, ciascuno di noi tiene veramente una condotta che tenda a salvare l'anima o piuttosto a perderla?
Se il nostro divin Salvatore in questo momento ci chiamasse al suo divin tribunale per 'essere giudicati ci troverebbe tutti preparati? Proponimenti fatti e non mantenuti; scandali dati e non riparati; discorsi che, insegnarono il male ad altri, sono cose intorno a cui noi dobbiamo 'temere di essere rimpròverati.
Mentre però Gesù Cristo -potrebbe a ragione farci questi rimproveri, sono persuaso che se ne presenterebbero non pochi colla coscienza pulita e coi conti dell'anima bene aggiustati e questa è la mia consolazione. Ad ogni modo, o miei cari amici, fatevi coraggio; io non cesserò di prégare per voi, adoperarmi per voi, pensare per voi e voi datemi aiuto col vostro buon volere.
Mettete in pratica le parole di san Paolo che qui vi traduco: Esorta i giovanetti che siano sobri, né mai' dimentichino che è stabilito a tutti di morire e che dopo la morte dovremo tutti presentarci al tribunale di Gesù: Chi non patisce con Gesù Cristo in terra non può con lui essere coronato di gloria in cielo. Fuggite il peccato come il più grande vostro' nemico e fuggite la sorgente dei peccati, cioè i cattivi discorsi che sono la rovina dei costumi. Datevi buon esempio l'un l'altro nelle opere e nei discorsi, ecc. ecc.
Don Lazzero vi dirà il resto. Intanto, o miei cari, mi raccomando alla vostra carità che preghiate in modo particolare per me e quelli della Compagnia di san Giuseppe, che sono i più fervorosi facciano una santa comunione per me.
La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi e ci aiuti a perseverare nel bene fino alla morte. Amen.
Vostro affezionatissimo amico
Sac. G. Bosco
202. Ai Salesiani e agli allievi di Lanzo Torinese
Ed. critica in E(m) IV, pp. 385-386.
Torino, vigilia dell'Epifania [5 gennaio] 1875
Ai miei carissimi figliuoli, direttore, maestri, assistenti, prefetto, catechista, allievi ed altri del collegio di Lanzo
La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi. Amen.
Finora, miei amatissimi figliuoli, non ho potuto soddisfare ad un vivo desiderio del mio cuore che era di farvi una visita. Una serie non interrotta di complicate occupazioni, qualche leggero disturbo della sanità mi hanno tal cosa impedito.
Tuttavia vi voglio dire cosa elie voi stenterete a credere: più volte al giorno io penso a voi ed ogni mattino nella santa messa vi raccomando tutti in modo particolare al Signore. Dal canto vostro date anche non dubbi segni che vi ricordate di me.
Oh! con quale piacere ho letto il vostro indirizzo di buon augurio; con qual piacere ho letto il nome, cognome di ciascun allievo, di ciascuna classe, dal primo all'ultimo del collegio. Mi sembrava di trovarmi in mezzo di voi e nel mio cuore ho più volte ripetuto: Evviva i miei figli di Lanzo!
Comincio adunque per ringraziarvi tutti e di tutto cuore dei cristiani e figliali auguri che mi fate e prego Dio che li centuplichi sopra di voi e sopra tutti i vostri parenti ed amici. Sì. Dio vi conservi tutti a lunghi anni di vita felice.
Volendo poi venire a qualche augurio particolare io vi desidero dal cielo sanità, studio, moralità.
Sanità. È questo un prezioso dono del cielo, abbiatene cura. Guardatevi dalle intemperanze, dal sudar troppo, dal troppo stancarvi, dal repentino passaggio dal caldo al freddo. Queste sono le ordinarie sorgenti delle malattie.
Studio. Siete in collegio per farvi un corredo di cognizioni con cui potervi a suo tempo guadagnare il pane della vita. Qualunque sia la vostra condizione, la vocazione, lo stato vostro futuro, dovete fare in modo che se vi mancassero tutte le sostanze domestiche e paterne, voi possiate altrimenti essere in grado di guadagnarvi onesto alimento. Non si dica mai di noi che viviamo dei sudori altrui.
Moralità. Il legame che unisce insieme la sanità e lo studio, il fondamento sopra cui essi sono basati è la moralità. Credetelo, miei cari figli, io vi dico una grande verità: se voi conservate buona condotta morale, voi progredirete nello studio, nella sanità; voi sarete amati dai vostri superiori, dai vostri compagni, dai parenti, dagli amici, dai patrioti e, se volete che ve lo dica, sarete amati e rispettati dagli stessi cattivi. Tutti andranno a gara di avervi seco, lodarvi, beneficarvi. Ma datemi alcuni di quegli esseri che non hanno moralità: o che brutta cosa. Saranno pigri e non avranno altro nome se non di somaro; parleranno male e saranno chiamati scandalosi da fuggirsi. Se sono conosciuti in collegio vengono abborriti da tutti e si canta il Te Deum nel fortunato giorno che se ne vanno a casa loro. E a casa loro? Disprezzo generale. La famiglia, la patria li detestano, niuno dà loro appoggio, ognuno ne rifugge la società. E per l'anima? Se vivono sono infelici, in caso di morte non avendo seminato che male non potranno raccogliere che frutti funesti.
Coraggio adunque, o cari figli, datevi cura a cercare, studiare, conservare e promuovere i tre grandi tesori: sanità, studio e moralità.
Una cosa ancora. Io ascolto la voce che proviene di lontano e grida: o figliuoli, ò allievi di Lanzo, veniteci a salvare! Sono le voci di tante anime che aspettano una mano benefica, che vada a torti dall'orlo della perdizione e li metta per la via della salvezza. Io vi dico questo perché parecchi di voi siete chiamati alla carriera sacra, al guadagno delle anime.
Fatevi animo; ve ne sono molti che vi attendono. Ricordatevi delle parole di san Agostino: Animam salvasti, animam team praedestinasti.
Finalmente, o figli, vi raccomando il vostro direttore. So che esso non è troppo bene in sanità; pregate per lui, consolatelo colla vostra buona condotta, vogliategli bene, usategli confidenza illimitata. Quéste cose saranno di grande conforto a lui, di grande vantaggio a voi stessi.
Mentre vi assicuro che ogni giorno vi raccomando nella santa messa, raccomando pure me alle buone vostre preghiere, affinché non mi accada la disgrazia di predicare per salvare gli altri e poi abbia da perdere la povera anima'mia. Ne cum aliis praedicaverim, ipse reprobus tfficiar {1Cor 9,27].
Dio vi benedica tutti e credetemi in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco
N. B. Il sig. direttore è pregato di spiegare queste cose che per caso non potessero essere bene intese.
203. Al giovane seminarista Antonio Massara
ASC A1720724 Copie semplici; ed. in E III, P. 390.
Torino, 26 settembre 1878
Carissimo in Gesù Cristo,
La tua schiettezza nello scrivere dimostra il tuo buon volere e mi invita a parlare con tutta confidenza. Dio è grande, Dio è misericordioso. Talvolta non pensiamo a lui, ma egli pensa a noi e vedendoci fuggire lontano ci dà una spalmata sulle spalle e ci arresta e ci fa tornare a lui. Non è vero? Sia dunque in cigni cosa benedetto il Signore e adorati i suoi decreti.
Qualora la tua sanità, dunque, permettesse di ripigliare gli studi, io non sarò alieno dal consigliarti d'andare avanti eziandio sino al sacerdozio. Se tu amassi la vita ritirata in comune e volessi venire con me, io ti annovererei tra i miei cari ed amati figli.
Intanto la preghiera, il lavoro, la mortificazione, colla frequente confessione e comunione ti renderanno vincitore contro quell'antico nemico dell'anima tua. Le altre cose non si possono affidare alla carta.
Addio, caro, Dio ti benedica. Prega per me che ti sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco
204. A don Giovanni Branda e agli artigiani di Valdocco
ASC A000206 Conichetta 1878-1879, Quad. 14, ms di Giulio Barberis, pp. 104-106;
ed. in E III, pp. 435-436.
Marsiglia, gennaio 1879
Carissimo don Branda,
Tutte le volte che io penso ai miei cari artigiani e che prego per loro, se andassi a far loro visita, sarei più volte al giorno tra di essi a parlare e consolarli. Tuttavia voglio dimostrare coi fatti che di loro mi ricordo in maniera particolare. Dirai dunque che gli auguri fattimi nelle feste natalizie e di buon capo d'anno mi furono graditi e li ringrazio di cuore. Ho avuto di loro buone notizie e benedico il Signore che dia loro il buon volere e la grazia di essere virtuosi.
Mi trovo qui in questa casa di san Leone, dove sono già un sessanta ragazzi, che poco per volta si faranno veri seguaci degli artigiani dell'Oratorio. Anzi, alcuni hanno dimostrato l'impegno di volerli superare nell'ubbidienza e nella pietà. Ho loro risposto che non vi riusciranno! Vedremo!
Intanto dirai a tutti che raccomando di cuore la frequente confessione e comunione; ma ambedue questi sacramenti siano ricevuti colle dovute disposizioni in modo che per ogni volta si veda il progresso in qualche virtù. Volesse Dio che io potessi dire ogni artigiano essere un modello di buon esempio agli altri compagni! Dipende da voi, o miei cari giovani, il darmi questa grande consolazione.
So che pregate per me e attribuisco il miglioramento della mia vista alle vostre preghiere; continuate. Vi ringrazio e Dio vi ricompenserà.
Il dono che vi chiedo è una santa comunione secondo la mia intenzione.
Dio benedica te, o caro don Branda, benedica tutti gli assistenti, gli operai, tutti gli artigiani e ci conceda la grazia grande di poter fare un cuore solo ed un'anima sola per amare e servire Dio in terra e poterlo poi un giorno  lodare e godere eternamente in cielo.
Credimi tutto in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco
205. Agli alunni della 4a e 5 a ginnasiale di Borgo San Martino
ASC A1920601 Copie semplici; ed. in E III, pp. 476-477.
Torino, 17 giugno 1879
Miei cari figli,
Prima d'ora avrei desiderato di rispondere ad alcune letterine scrittemi dal caro vostro professore e da parecchi di voi. Non potendo ciò fare a ciascuno in particolare, scrivo una lettera per tutti, riserbandomi di parlare a ciascuno privatamente nella prossima festa di san Luigi.
Ritenete dunque che in questo mondo gli uomini devono camminare per la via del cielo in uno dei due stati: ecclesiastico o secolare. Per lo stato secolare ciascuno deve scegliere quegli studi, quegli impieghi, quelle professioni che gli permettono l'adempimento dei doveri del buon cristiano e che sono di gradimento ai propri genitori. Per lo stato ecclesiastico poi si devono seguire le norme stabilite dal nostro divin Salvatore: rinunziare alle agiatezze, alla gloria del mondo, ai godimenti della terra per darsi al servizio di Dio e così vie meglio assicurarsi i gaudi del cielo che non avranno più fine.
Nel fare questa scelta ciascuno ascolti il parere del proprio confessore e poi senza badare né a superiori né ad inferiori né a parenti né ad amici risolva quello che gli facilita la strada della salvezza e lo consoli al punto della morte. Quel giovanetto che entra nello stato ecclesiastico con questa intenzione, ha morale certezza di fare gran bene all'anima propria ed all'anima del prossimo.
Nello stato ecclesiastico inoltre vi sono molte diramazioni che devono tutte partire da un punto e tendere al medesimo centro che è Dio. Prete nel secolo, prete nella religione, prete nelle missioni estere sono i tre campi in cui gli evangelici operai sono chiamati a lavorare ed a promuovere la gloria di Dio. Ognuno può scegliere quello che gli sta più a cuore, più adatto alle sue forze fisiche e morali, prendendo consiglio da persona pia, dotta e prudente.
A questo punto io dovrei sciogliervi molte difficoltà che si riferiscono al mondo che vorrebbe tutta la gioventù al suo servizio, mentre Dio la vorrebbe tutta per sé. Tuttavia procurerò verbalmente di rispondere o meglio spiegare le difficoltà che a ciascuno possono occorrere nel prendere qualcuna di queste importanti deliberazioni.
La base poi della vita felice di un giovanetto è la frequente comunione e leggere ogni sabato la preghiera a Maria santissima sulla scelta dello stato, come sta descritta nel Giovane Provveduto.
La grazia di nostro signor Gesù Cristo sia sempre con voi tutti e vi conceda il prezioso dono della perseveranza nel bene. Io vi raccomanderò ogni giorno al Signore e voi pregate anche per me che vi sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

 

III. COMPAGNIE RELIGIOSE E AMICIZIE SPIRITUALI
L'educazione cristiana della gioventù in opere popolari di marcato carattere missionario come gli Oratori delle periferie torinesi, frequentati da ragazzi in gran parte abbandonati e incolti richiedeva percorsi adeguati al passo di, ciascuno, graduali. Il Giovane provveduto offriva una proposta completa, ma essenziale, adatta a tutti. A partire da essa don Bosco, attraverso il sacramento della penitenza, i colloqui personali, il suggerimento di pratiche devote elettive e l'offerta di libri di lettura e di meditazione; avviava percorsi personalizzati più consistenti per i giovani capaci di maggiore impegno morale e ascetico.
Memore di feconde esperienze giovanili, come la Società dell'Allegria, da lui animata negli anni della frequenza alle scuole di Chieri, si preoccupò di promuovere tra gli allievi dell'Oratorio e della casa l'organizzazione di compagnie religiose e di libere associazioni amicali con più marcata finalità spirituale e apostolica, per favorire tra ragazzi sensibili e ben disposti lo sviluppo di un vissuto cristiano integrale e virtuoso, e orientarli a operare come lievito nella comunità giovanile.
La fondazione della Compagnia di san Luigi Gonzaga (12 aprile 1847) è frutto del cammino di consolidamento dell'Oratorio festivo e testimonia il passaggio ad un programma formativo più organico, mirato a "dare eccitamento alla pietà con qualche pratica stabile e uniforme", e a stimolare i soci a "dare buon esempio in chiesa e fiori chiesa; evitare i cattivi discorsi e frequentare i santi sacramenti"m.
La Compagnia dell'Immacolata, sorta per iniziativa di Domenico Savio e dei suoi amici nel giugno 1856", rappresenta un'ulteriore evoluzione della proposta spirituale di don Bosco. Era costituita da un gruppo eletto di giovani studenti orientati alla vocazione sacerdotale e decisamente protesi verso la perfezione cristiana e l'azione apostolica tra i compagni" Gli statuti di questa Compagnia contengono "tutto un programma di pedagogia spirituale in perfetta armonia con il Regolamento degli studenti della casa "12.
La sempre più chiara presa di coscienza della centralità dell'Eucaristia come alimento della vita interiore ispirò la fondazione della Compagnia del santissimo
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10 Giovanni Bosco, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo. Roma, LAS 2011, p. 170.
11 Giovanni Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, in ID., Vite dí giovani. Le biografie di Domenico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco. Saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo. Roma, LAS 2012, pp. 78-81.
12 P. BRAIDO, Don Bosco prete dei giovani..., I, p. 330.
Sacramento (1858); Più tardi sorse la Compagnia di san Giuseppe (1859) per alimentare la devozione e l'impegno spirituale tra gli artigiani e i giovani operai e promuovere le vocazioni laicali salesiane.
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In questi cenacoli spirituali, vere "scuole di fede operante nella carità "a, si forgiarono i migliori discepoli di don Bosco.
Dai regolamenti delle Compagnie di san Luigi Gonzaga, dell'Immacolata e del santissimo Sacramento, che qui trascriviamo, è possibile constatare la qualità morale e spirituale del metodo educativo di don Bosco e il clima di fervore che, egli sapeva infondere tra i giovani.

206. Compagnia di san Luigi Gonzaga (12 aprile 1847)
ASC A2300201 Compagnia di S. Luigi. Regolamento, ms allog. con correzioni aut. di don Bosco (cf MB III, 216-220).
Lo scopo di questa Compagnia è l'impegnare i giovani a praticare le principali virtù che furono in questo santo più luminose. Perciò ognuno prima di ascriversi avrà un mese di prova, per considerare attentamente le condizioni e non vada avanti se non sentesi di adempierle.
Condizioni

  1. Siccome san Luigi Gonzaga fu modello di btion esempio, così tutti quelli che vogliono farsi ascrivere nella sua Compagnia debbono evitare tutto ciò che può cagionare scandalo e procurare di dare buon esempio in ogni luogo, ma specialmente in chiesa. Quando san Luigi andava in chiesa la gente correva per osservarne la modestia e il raccoglimentò.
  2. Ogni quindici giorni accostarsi ai santi sacramenti della penitenza e della comunione, ed anche con maggior frequenza soprattutto nelle maggiori solennità della Chiesa. Perché queste sono le armi per cui si porterà sicura vittoria contro il demonio. San Luigi ancora giovinetto si accostava a questi sacramenti ogni otto giorni e divenuto grandicello con maggior frequenza. Chi però per giusto motivo non potesse qualche volta adempiere questa condizione potrà chiedere al superiore in scambio qualche altra pratica di virtù.
  3. Fuggire come la peste i cattivi compagni e guardarsi bene dal fare

discorsi osceni. San Luigi non solo evitava tali discorsi, ma ninno ardiva di proferire parole per poco oscene alla sua presenza.
13 Ibid., p. 322.

  1. Usare somma carità coi compagni perdonando facilmente a qualunque offesa. Bastava fare un'ingiuria a san Luigi per divenirgli molto amico.
  2. Grande impegno per il buon ordine nell'Oratorio, animando gli altri alla virtù e a farsi ascrivere nella Compagnia. San Luigi per il bene del suo prossimo andò a servire gli appestati il che fu cagione di sua morte.
  3. Quando un confratello si trova infermo, ciascheduno si farà premura di pregare per lui, ed anche aiutarlo nelle cose temporali nel modo possibile.
  4. Mostrare grande amore al lavoro e all'adempimento dei propri doveri prestando esatta ubbidienza a tutte le persone superiori.

207. Compagnia dell'Immacolata Concezione
ASC E452 Compagnia dell'Immacolata, ms di Giuseppe Bongioanni con annotazioni aut. di don Bosco (cf MB V, 479-483)".
Noi Rocchietti Giuseppe, Marcellino Luigi, Bonetti Giovanni, Vaschetti Francesco, Durando Celestino, Momo Giuseppe, Savio Domenico, Bongioanni Giuseppe, Rua Michele, Cagliero Giovanni, per assicurarci ed in vita ed in morte il patrocinio della beatissima Vergine immacolatamente concetta, per dedicarci interamente al suo santo servizio, nel giorno 8 del mese di giugno [1856], muniti tutti coi santi sacramenti e risoluti di professare verso la madre nostra una figliale e costante devozione, protestiamo davanti all'altare di lei ed al nostro spiritual direttore di volere imitare per quanto possiamo e per quanto permetteranno le nostre forze Luigi Comollo. Onde ci obblighiamo:

  1. Di osservare rigorosamente le regole della casa;
  2. Di edificar i compagni ammonendoli caritatevolmente ed eccitandoli al bene colle parole, ma molto più col buon esempio;
  3. Di occupar rigorosamente il tempo.

Sarà nostra cura d'informar la nostra vita avvenire a quanto di sopra
14 Questo regolamento, con alcune varianti, venne pubblicato da don Bosco nella vita di Domenico Savio, cf Giovanni Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell'Oratorio di san Francesco di Sales. Torino, Tip. G. B. Paravia e Comp. 1859, pp. 76-83 (OE XI, 226-233).
ci obblighiamo di adempiere: e perciò poniamo sotto gli occhi del nostro spiritual direttore questo regolamento onde si compiaccia di accordargli la sua approvazione.
La carità ci stabilisca nella perfezione, ma sol coll'ubbidienza e la castità possiamo acquistare questo stato che ci avvicina a Dio.

  1. A regola primaria pertanto adotteremo una perfetta ubbidienza ai nostri superiori, cui ci sottomettiamo con una illimitata confidenza.
  2. L'adempimento dei propri doveri sia la nostra prima e speciale occupazione, e questo si anteponga a quelle religiose pratiche che non siamo obbligati a osservare.
  3. Una carità reciproca unirà i nostri animi, ci farà amare indistintamente i nostri fratelli, i quali con dolcezza ammoniremo quando mostrino di abbisognar una correzione.
  4. Si procurerà di scegliere una mezz'ora nella settimana per convocarsi e dopo l'invocazione del Santo Spirito, fatta breve spiritual lettura, si tratteranno i progressi della Compagnia nella devozione e nelle virtù, si scioglieranno i dubbi, si purgheranno quelle pecche che la nostra debolezza avrebbe potuto commettere non però rimproverando apertamente la condotta di alcuno se non quando una troppo colpevole indifferenza abbia in lui scemato lo zelo nell'obbedienza ed il fervore.
  5. Separatamente però ci ammoniremo senza alcun riguardo di quei difetti di cui dobbiamo emendarci.
  6. Procureremo di evitar fra noi qualunque minimo dissapore sopportando i molesti e studiandoci di usar fra noi scambievoli servizi.
  7. Non è fissata alcuna pratica di preghiera, giacché il tempo che rimane dopo compiuto il dover nostro, sarà consacrato a quello scopo che parrà più utile all'anima nostra e ciò per timore che, a cagione del soverchio numero di esse, non venga minacciato l'adempimento di quelle che già ciascuno si è addossato per mancanza di tempo, tanto più che la vera devozione non consiste già in dilungate vocali preghiere, ma piuttosto nella purità del cuore e nel totale sacrificio di nostra volontà. Ammettiamo però queste poche pratiche: la frequenza ai santi sacramenti quanto più spesso ci verrà concesso d'accostarci ad essi. Confidiamo che quanto maggiore sarà l'uso che faremo di un mezzo sì salutare, tanto più ci sentiremo spinti a perseverare nell'intrapresa e tanto maggior forza [avremo] a vincere ogni ostacolo.
  8. La santa comunione dovrà consacrar tutte le doméniche, le feste di precetto, quelle dedicate ai santi protettori dell'Oratorio e tutte le solennità di Maria santissima.
  9. Nel corso della settimana procureremo di accostarvici costantemente il giovedì, a meno che ne siamo distolti da qualche grave occupazione.
  10. Alla frequenza dei santi sacramenti aggiungiamo il santo rosario, di cui vivamente raccomandiamo la recita, senza però determinarla come obbligo giornaliero.
  11. Ogni giorno raccomanderemo a Maria la nostra società, pregandola ad ottenerci la grazia della perseveranza, le virtù necessarie per l'esatta osservanza di queste regole ed il suo patrocinio.
  12. Ogni sabato procureremo di far qualche mortificazione o preghiera od altra pratica in onor di Maria.
  13. Sarà nostra cura di edificare il prossimo. Useremo quindi particolar contegno di modestia nella preghiera, nella lettura, nei divini uffici, nello studio e nella scuola. Custodiremo colla massima gelosia la santa parola di Dio e ne riandremo le verità meditate. Eviteremo qualunque minima perdita di tempo onde assicurar l'animo nostro dalle tentazioni che sogliono fortemente assalirci nell'ozio; e perciò:
  14. Dopo aver soddisfatto agli obblighi che incombono a ciascuno di noi consacreremo le ore rimaste in utili occupazioni, come in devote ed istruttive letture o nella preghiera.

15..La ricreazione è tollerata, voluta anzi, dopo il cibo e quando la mente, notabilmente stanca dello studio, non può far a meno di un sollievo, quando inoltre la compagnia di superiori o la civiltà vi ci trattenesse per non peccare di inurbanità.

  1. Procureremo di manifestar ai nostri superiori qualunque cosa di qualche rilievo si passi fra noi, per garantire così le nostre azioni sottoponendole nendole al giudizio di essi.
  2. Procureremo eziandio di far gran risparmio di quei permessi che vengono largiti dalla benignità dei nostri superiori, imperocché una delle mire principali che ci siamo prefisse è certamente l'osservanza esatta delle regole della casa, troppo spesso offesa dall'abuso di tali permessi.
  3. Nello studio osserveremo rigoroso silenzio, allontanando qualunque pretesto fosse per farci parlare, strepitare od uscire. Per l'esecuzione di questa regola raccomandiamo massima cautela e pazienza.
  4. Accettiamo dai nostri superiori quello che verrà destinato a nostro cibo, senza farne parte ai compagni né accettando quello che ci potrebbe venir offerto, a meno che ne tornasse danno ad alcuno.
  5. Ci asterremo dal lagnarci del cibo e procureremo di distogliere altri dal farlo, qualunque sia il gusto che abbia.
  6. Chi bramasse far parte di questa società dovrà anzitutto purgarsi la coscienza al tribunale della confessione e cibarsi alla mensa eucaristica; dar quindi saggio di sua condotta con una settimana di noviziato; leggere attentamente queste regole e prometterne a Dio, a Maria santissima Immacolata ed al suo spiritual direttore l'osservanza esatta.
  7. Nel giorno di sua ammissione i fratelli si accosteranno alla mensa degli angeli, pregando sua divina Maestà ad accordar al neofito la virtù della perseveranza e dell'ubbidienza, l'amor di Dio e di Maria nostra madre.
  8. La società è posta sotto gli auspici dell'Immacolata Concezione, di cui ricaviamo il titolo ed avremo devota medaglia. Una sincera, figliale, illimitata fiducia in Maria, una tenerezza singolare verso di lei, una devozione costante ci renderà superiori ad ogni ostacolo, tenaci nelle risoluzioni, rigidi verso di noi, amorevoli coi nostri prossimi ed esatti in tutto. Consigliamo inoltre i fratelli a scrivere i santi nomi di Gesù e di Maria, prima nel cuore e nella mente, poi sui libri e sopra tutti gli oggetti che ci possono cadere sott'occhio.

Il molto reverendo signor don Bosco è pregato di esaminar queste regole e manifestarci intorno ad esse il suo giudizio assicurandolo che noi tutti, interamente dipendiamo dalla sua volontà. Egli potrà far subire a questo regolamento quelle modificazioni o cangiamenti, che gli parranno convenienti. Egli sarà, siccome finora fu ottimo e tenero padre e noi saremo (ciò che finora purtroppo non fummo) verso di lui sinceri ed ubbidienti figliuoli.
E Maria? Benedica essa i nostri sforzi giacché l'ispirazione di dar vita a questa pia società fu tutta sua. Arrida alle nostre speranze, esaudisca i nostri voti e noi coperti dal suo manto, forti del suo patrocinio, sfideremo le procelle di questo mar infido, supereremo gli assalti del nemico infernale, saremo l'edificazione dei compagni, la consolazione dei superiori, affettuosa e diletta sua prole.
E se Dio ci concederà grazia e vita per servirlo nel sacerdotale ministero noi ci adopreremo a tutta possa per farlo col massimo zelo e diffidando nostre forze, illimitatamente fiduciosi nel divino aiuto potremo sperare che dopo un felice passaggio da questa valle di pianto, consolati dalla presenza di Maria in quell'ultima ora raggiungeremo sicuri quel guiderdone eterno che Dio può dare a chi lo serve in spirito e verità.
Visto. Si approva colle seguenti condizioni:

  1. Che le mentovate promesse non abbiano forza di voto.
  2. Non obblighino sotto pena di colpa.
  3. Nelle conferenze stabilirsi qualche opera di carità esterna: come la nettezza della chiesa, il patronato di quelli che appaiono più discoli nella casa, o più ignoranti ecc.
  4. Dividersi i giorni della settimana in modo che in ciascun giorno ci siano alcune comunioni.
  5. Non aggiungere alcuna pratica religiosa senza speciale permesso dei superiori.
  6. Proporsi per scopo fondamentale di promuovere la devozione verso di Maria santissima Immacolata e del santissimo Sacramento.
  7. Prima di accettare qualcheduno fargli leggere la vita di Luigi Comollo. Le due prime condizioni e la quinta sono obbligatorie, le altre sono consigliate.

Torino, 9 giugno 1856
Sac. Bosco Giovanni

208. Compagnia del santissimo Sacramento (1857)
ASC A2300202 Compagnia del SS. Sacramento, ms aut. di don Bosco (cf MB V, 759-761)'s
Ecco i principali articoli del regolamento di questa Compagnia:

  1. Lo scopo principale di questa Compagnia si è di promuovere l'adorazione verso alla santissima Eucaristia e risarcire Gesù Cristo degli oltraggi che dagli infedeli e dagli eretici e dai cattivi cristiani riceve in questo augustissimo Sacramento.
  2. A questo fine i confratelli procureranno di ripartire le loro comunioni in modo che vi possa essere la Comunione quotidiana. Ciascun confratello col permesso del confessore avrà cura di comunicarsi ogni giorno festivo ed una volta lungo la settimana.
  3. Si presterà con prontezza speciale a tutte le funzioni dirette al culto della santissima Eucaristia, come sarebbe servire la santa messa, assistere alla benedizione del Venerabile, accompagnare il viatico quando è portato agli infermi, visitare il santissimo Sacramento quando è esposto nelle quarant'ore.

Ogni socio procuri di imparare a servire bene la santa messa facendo con esattezza tutte le cerimonie e proferendo devotamente e distintamente le parole che occorrono in questo sublime ministero.
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15 Questo documento fu compilato da don Bosco quando scrisse la vita di Michele Magone e riprodotto in una nota del cap. XIII di detta vita, cf Giovanni Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele allievo dell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Torino, Tip. G. B. Paravia e Comp. 1861, pp. 69-70 (OE XIII, 223-224).
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  1. Si terrà una conferenza spirituale per settimana, cui ognuno si darà premura di intervenire e d'invitare gli altri a venirvi pure con puntualità.
  2. Nelle conferenze si tratteranno cose che riguardano direttamente il culto verso il santissimo Sacramento, come sarebbe incoraggiare a comunicarsi col massimo raccoglimento, istruire ed assistere quelli che fanno la loro prima comunione, aiutare a far la preparazione ed il ringraziamento quelli che ne avessero bisogno, diffondere libri, immagini, foglietti che tendano a questo scopo.
  3. Dopo la conferenza si tirerà un fioretto spirituale da mettere in pratica nel corso della settimana.

IV. FORMAZIONE SPIRITUALE DEI GIOVANI ATTRAVERSO LA PREDICAZIONE, LE "BUONE NOTTI" E IL RACCONTO DI SOGNI
Nel sistema educativo di don Bosco riveste particolare importanza la predicazione, sia quella legata al contesto liturgico o catechistico, sia quella informale e familiare. Il santo si rivolgeva spesso alla comunità giovanile, con brevi e fervidi discorsi, mirati a muovere gli affetti, a nutrire l'intelletto, a eccitare buoni propositi e sentimenti di devozione, a prospettare orizzonti stimolanti.
Nei familiari colloqui comunitari prima del riposo serale (le "buone notti') si mescolava il genere oratorio del fervorino' spirituale, il racconto fantastico e allegorico, la comunicazione, il richiamo educativo e l'esortazione.
Il materiale conservato in archivio è vastissimo: noi abbiamo scelto alcuni discorsi che offlono una panoramica dei temi preferiti da don Bosco e del suo stile espressivo. I testi qui riportati sono trascrizioni di appunti presi da alcuni ascoltatori durante o subito dopo l'intervento del santo. Non riferiscono alla lettera tutte le singole sue parole, ma certamente contengono la sostanza del suo discorso. Le Memorie biografiche valorizzano ampiamente questi materiali, correggendone la lingua, integrando il testo e amalgamando le diverse testimonianze. Noi abbiamo preferito attenerci alle fonti.
Nelle "buone notti" ai giovani, don Bosco fece ampio uso del racconto di sogni. Narratore abilissimo e suggestivo, in questo modo egli riusciva ad imprimere stabilmente nella mente degli ascoltatori i messaggi che gli stavano a cuore. Nel racconto di sogni alla comunità educativa di Valdocco "il motivo pedagogico risulta spesso intrecciato con quello ritenuto soprannaturale o scopertamente provvidenziale''''. Lo vediamo nei quattro esempi qid riportati (nn. 210, 213, 21Z 223) che, "nella loro costruzione allegorica", sono un eccellente esempio del suo stile comunicativo e delle sue preoccupazioni pastorali".
I discorsetti serali e la predicazione domenicale vertono generalmente sui temi ricorrenti del peccato e della grazia, della purificazione del cuore attraverso il sacramento della confessione, della frequente comunione, del fervore spirituale, dell'impegno nel compimento esatto dei propri doveri e nell'operare il bene, della tranquillità di coscienza (nn. 211, 214, 216, 218, 219, 220). L'istruzione sulla "bella virtù" (n. 209) — una delle tematiche preferite — è un sermoncino domenicale par‑
titolarmente interessante, sia per l'argomentazione, tutta costruita con esempi tratti dalla sacra scrittura, secondo un approccio che è caratteristico di don Bosco, sia per la particolare prospettiva spirituale ed escatologica in cui viene presentata la verginità: virtù "bella" che introduce al gusto della vita spirituale; permette un rapporto di più intensa intimità amorosa con Dio; rende capaci di una sequela integrale di Cristo; introduce nelle schiere degli spiriti beati che fanno "corona all'Agnello divino e lo seguono dovunque egli vada".
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16 P. BRAIDO, Don Bosco prete dei giovani..., I, p. 374.
17 Cf P. STELLA, Don Bosco nella storia delle religiosità cattolica..., II, p. 505.
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In particolare emerge l'insistenza sul discernimento vocazionale e sulla scelta dello stato di vita (nn. 212, 215, 221, 222). La conferenza del 19 marzo 1876 (n. 212) — riservata ai salesiani ma aperta a tutti i giovani interessati— rappresenta efficacemente  il modo in cui don Bosco sapeva prospettare la vocazione apostolica, spalancando orizzonti di senso ampi quanto il mondo, motivando ed entusiasmando. Tutti, egli afferma, sono chiamati a lavorare, nella vigna del Signore per la salvezza delle anime; è una messe vasta che necessita operai diversificati, alcuni dedicati alla predicazione e all'insegnamento, altri 'ad una varietà di servizi indispensabili; tutti quanti protesi a conquistare i cuori dei giovani per condurli a Dío, attraverso la preghiera; il buon esempio, la parola, le opere di carità, la mansuetudine, la correzione fraterna. L'unica condizione è la retta intenzione, cioè il desiderio sincero di cooperare alla salvezza dei fratelli e la generosa disponibilità a qualsiasi servizio e sacrificio, da buoni discepoli del Cristo crocifisso.

209. Istruzione sulla bella virtù
ASC A0040601 Memoria di alcuni fatti 1858-1861, ms di Giovanni Bonetti, pp. 1-718
(cf MB VI, 62-66).
Domenica 17 ottobre 1858
Il mese di ottobre viene dalla Chiesa consacrato in gran parte a Maria santissima. La prima domenica di questo mese è consacrata alla Madonna del rosario in memoria delle innumerevoli grazie ottenute, degli stupendi prodigi per la sua intercessione operati, per stabilire una memoria 'sempre viva nel cuor dei fedeli di tanti favori che Maria santissima invocata con quel titolo compartì ai suoi devoti. La seconda domenica si celebra la maternità di Maria vergine per ricordare ai cristiani che Maria è nostra madre, che noi tutti siamo suoi cari figli. La terza domenica che è quest'oggi si celebra la sua purità, che è quella virtù che la rese tanto grande presso Dio, è quella virtù che la rese la più bella creatura che fosse mai uscita dalle mani del Signore.
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18 Si tratta dell'istruzione pomeridiana, che veniva fatta in chiesa dopo il canto dei vespri, prima della benedizione col santissimo Sacramento.
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Essendo che è già due domeniche che vi sentite narrare le glorie di Maria vergine, io questa sera invece di parlarvi di Maria santissima, parlarvi voglio di questa bella virtù, col dimostrarvi quanta stima ne fecero, non i gentili, che anch'essi onoravano con somma venerazione coloro che custodivano questa virtù, ma bensì vi voglio coi fatti dimostrare quale stima ne abbia fatta Iddio stesso. Oh quanto io mi stimerei felice se in questa sera io potessi insinuare nei teneri vostri [cuori] l'amor di questa angelica virtù! Statemi attenti, ed io incomincerò.
Che cosa è la virtù della purità? Dicono i teologi che per purità si intende un odio, un aborrimento a tutto ciò che è contro il sesto comandamento. Sicché qualunque persona, ciascuno nel suo stato, può conservare la virtù della purità. Questa purità è tanto grata a Dio, che se in ogni tempo punì severamente il vizio che le è contrario, premiò a costo dei più stupendi prodigi coloro che la conservarono. Già fin dai primi tempi del mondo, in cui gli uomini sebbene non si fossero ancora molto moltiplicati avevano già rotto la via al disordine, alla corruttela, come dice la Scrittura: omnis caro corruperat viam suam [Gen 6,12], Iddio premiò la purità. Enoch che tra tutti fu il solo [che] aveva conservato a Dio il suo cuore puro, fu creduto da Dio indegno di star tra quella sì viziosa gente e mandò perciò due dei suoi angeli, i quali tolsero Enoch dal consorzio degli uomini, trasportandolo in un luogo, da dove venne poi introdotto nel cielo da Gesù Cristo dopo la sua morte.
Andiamo più avanti. Già in gran numero essendosi gli uomini moltiplicati sulla terra, scordando-sì del loro Creatore, si erano dati ai piaceri carnali, si erano immersi nei vizi più vituperevoli, nel vizio della disonestà, dell'impurità. Sdegnato Iddio di tanta iniquità stabilì di schiantar la schiatta umana con un universal diluvio. Ma salva dall'universa) sterminio Noè colla sua moglie e tre suoi figliuoli colle loro mogli. Ma perché tanta preferenza a costoro? Perché conservarono la bella ed inestimabilissima virtù della purità.
Veniamo più avanti. Vi erano dopo il diluvio gli abitanti di Sodoma e Gomorra dati ad ogni sorta di disonestà. Determinò Iddio di sterminarli non più con un diluvio di acqua, ma con un diluvio di fuoco. Ma prima che fece? Girò gli occhi su quelle infelici città e vide che Lot colla sua moglie avevano conservato la purità. Subito manda un angelo a dirgli che fugga, che Iddio voleva incenerir tutta quella gente. Appena usciti dalla città ecco che un mar di fuoco con fragori orribili di tuoni e lampi piomba su quelle misere città ed in un cogli abitanti tutti le profondò. Si salvarono Lot e sua moglie dall'incendio, ma sua moglie per un tratto di sua curiosità, non sfuggì lo sdegno di Dio, poiché avendo loro l'angelo proibito di voltarsi indietro quando avessero sentito il castigo di Dio a piombar su quei abitanti, la moglie di Lot all'udire tanti rumori che pareva che l'inferno tutto si fosse colà infuriato, non poté tenersi dal rivoltarsi indietro; ed ecco che nell'istante medesimo rimase una statua di pietra. Così se Iddio l'aveva dal comune eccidio salvata per la sua purità, volle nondimeno castigare la immodestia dei suoi occhi, per dimostrare a noi che dobbiamo tenere gli occhi modesti, non appagar ogni nostra curiosità, altrimenti ne resteremo vittima, non solo nel corpo come fu di Sara, ma anche dell'anima, essendo gli occhi due porte per cui entra quasi sempre il demonio.
Andiamo innanzi. Portatevi col pensiero in Egitto e là vedrete un giovinetto, il quale per non aver voluto acconsentire ad una infame azione disonesta a cui l'impudica sua padrona lo voleva costringere, soffrì mille punizioni e persino la prigionia. Ma che? Permetterà forse Iddio che perisca Giuseppe? No, aspettate e voi lo vedrete ad uscire di prigione ed in un istante salire sul trono d'Egitto; voi lo vedrete che egli solo coi suoi consigli salva dalla morte non solo l'Egitto, ma la Giudea, la Siria, la Mesopotamia e mille altre nazioni. Ma donde tanta gloria? voi mi chiamerete. Da Dio, il quale volle premiar l'eroico atto di Giuseppe di non aver dato ascolto alle lusinghe e volle [premiare] il suo amor verso la bella virtù della parità, volle premiar la sua costanza a conservar casto e puro il suo cuore a costo della persecuzione e della prigionia stessa.
Io non la finirei più se volessi riportar tutti i fatti consimili e di una Giuditta, per la cui purità Iddio salvò Betulla da un esercito intero, di una casta Susanna esaltata fino ai cieli e di un'Ester salvatrice di tutta la nazione Ebrea. Ma perché operò Iddio tanti prodigi a favor di costoro? Per la loro purità. Sì, la virtù della purità è tanto bella, tanto grata a Dio, il quale in tutti i tempi ed in tutte le circostanze non mai lasciò senza protezione coloro che la possedevano.
Andiamo pure avanti, ché questo non basta. Già era giunto il tanto desiderato tempo che nascer doveva il sospirato dalle genti, il Salvator del mondo. Ma chi era colei da cui nascere voleva il figliuolo di Dio, il creator dell'universo? Gira i suoi occhi Iddio su tutte le figlie di Sion ed una ne trova che lo innamora. Ma chi è costei? È Maria santissima. Da costei nacque il Salvator del mondo, non per opera d'uomo, ma per opera dello Spirito Santo, volendo Dio operare un prodigio non mai operato e che non mai più opererà. Ma perché tanti privilegi? Per compensare, per premiare la purità di Maria che fra tutte le creature fu la più pura, la più casta.
Qual credete voi che fosse il motivo che il nostro divin Salvatore tanto aveva amore di stare coi fanciulli, di abbracciarli, se non perché questi non avevano ancora perduto la bella virtù della purità? Volevano gli apostoli cacciarli, perché loro riempivano di schiamazzi le orecchie, ma il divin Salvatore; riprendendoli, loro comandò che li lasciassero venire a lui, sinite pueros venire ad me [Mc 10,14]; loro dicendo che non sarebbero rientrati nel regno dei cieli se non fossero diventati semplici, puri e casti come quei fanciulletti. Risuscitò il divin Salvatore un fanciullo ed una fanciulla, ma perché? Perché, interpretano i santi padri, non avevano perduto la purità.
Perché Gesù Cristo dimostrò tanta, predilezione verso san- Giovanni? Vuole andare sul monte Tabor per la sua trasfigurazione? vuole seco lui san Giovanni. Vuole andare a pescare coi suoi Apostoli? ebbene, preferisce di montare sulla barca di san Giovanni. Va all'orto del Getsemani, ma vuole seco lui Giovanni. Confitto in croce, a Giovanni si rivolge e gli dice: "Figlio ecco qui tua madre; donna ecco qui tuo figlio". Ma come a Giovanni da Gesù viene affidata sua madre, la più grande creatura che sia uscita dalle mani di Dio e che non mai più simile uscirà? Ma perché tanta preferenza? Perché, o cari giovani, Giovanni più di tutti gli altri apostoli aveva conservato la bella virtù della verginità, della purità. Permetteva a Giovanni di riposare il suo capo sul petto divino, perché? Perché Giovanni ha conservato, perché Giovanni possedeva la bella virtù della purità. Se Gesù amò tutti i suoi apostoli con amore particolare, Giovanni fu da lui amato più di tutti; sicché già gli altri credevano cfié Giovanni non avesse a morire, perché Gesù aveva detto a Pietro: e se volessi che costui vivesse sino a che io venga, a te che importa? Difatti san Giovanni fu colui che più di tutti gli altri apostoli visse. Fu a lui che Gesù Cristo fece in spirito vedere la gloria che si godono in cielo coloro i quali hanno in questo mondo conservato la bella virtù della purità. Egli steso lasciò scritto nella sua Apocalisse che, essendo entrato nell'ultimo cielo, vide uno stuolo d'anime vestite di bianco, con un cingolo d'oro e portavano in mano una palma. Queste anime facevano di continuo corona all'Agnello divino e lo seguivano dovunque egli andava. Cantavano un inno così bello, così soave che egli, non potendo più reggere a tanta armonia, era rimasto fuori di sé e rivolto all'angelo che lo accompagnava gli disse: "Chi sono costoro che circondano l'Agnello e che cantano un inno sì bello che tutti gli altri beati non sanno cantare?". Allora l'angelo gli disse:
"Costoro sono quelle anime che hanno conservato la bella virtù della purità, irti sunt qui cum mulieribus non sunt coniugati" [Ap 14,4].
O anime fortunate che non avete ancora perduto la bella virtù della purità, deh! raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Voi avete un tesoro così bello, così grande che fino gli angeli ve lo invidiano. Voi siete, come dice il nostro stesso Redentore Gesù Cristo, voi siete simili agli angeli.
E voi che per vostra disgrazia l'avete già perduta, non perdetevi d'animo, fate ogni vostro possibile per ricuperarla. E vero, non sarete più vergini, non avrete più la bella sorte di essere di quello stuolo che in paradiso hanno un posto separato dagli altri, non potrete più andar [a] cantare quell'inno che solo i vergini possono cantare, ma non importa, un posto vi è ancora per voi in cielo così bello, così maestoso al cui confronto spariscono i troni dei più ricchi imperatori, dei più ricchi re che vi siano stati e che potranno esser su questa terra. Sarete nondimeno ancora circondati di tanta gloria che lingua né umana né angelica può spiegare. Potrete ancora godere quella bella compagnia di Gesù, di Maria, quella nostra buona madre che colà ansiosa ci aspetta, di tutti i santi, di tutti gli angeli che sempre sono pronti ad aiutarci purché ci stia a cuore di conservare la bella virtù della purità.

210.11 serpente e l'Ave Maria
ASC A0080302 Cronaca dell'Oratorio 1862, ms. di Francesco Provera19, pp. 1-6
(cf MB VII, 238-239. 241-243).
Mercoledì 20 agosto 1862
Voglio raccontarvi un mio sogno fatto poche notti or sono (dev'essere la notte della festa dell'Assunzione di Maria santissima). Sognai di trovarmi con tutti i giovani a Castelnuovo d'Asti a casa di mio fratello. Mentre tutti facevano ricreazione, viene uno (non si sa chi fosse), mi chiama di andare con lui. Menommi nel prato attiguo al cortile e indicommi lì fra l'erba un serpentaccio di lunghezza da 7 a 8 metri e di grandezza straordinaria. Inorridii a tale vista e volevo fuggirmene.

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19 Francesco Provera (1836-1874), nativo di Mirabello Monferrato, entrò nell'Oratorio di Valdocco all'età di 22 anni, nel 1858; fu uno dei soci fondatori della Società salesiana (18 dicembre 1859). Nel 1863, ancor chierico, venne inviato con don Michele Rua ad aprire in Mirabello (suo paese) il primo istituto salesiano fuori di Torino, con la carica di prefetto economo; l'anno successivo passò a Lanzo Torinese con lo stesso incarico, e in quell'anno fu ordinato sacerdote. Morì all'età di 38 anni per un'ulcera al piede che si trasformò in cancrena.
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— No, no, disse quel tale, non fugga, venga qui e veda.

  1. E come, io risposi, vuoi che io osi avvicinarmi a quella bestiaccia? Non sai che è capace di avventarmisi addosso e divorarmi in un istante?
  2. Non abbia paura, non gli recherà alcun male. Venga con me. — Ah, non son così pazzo di andarmi a gettare in tal pericolo.
  3. Allora, continuò, si fermi qui. Poi andò a prendere una corda e la portò là dov'ero io e disse:
  4. Prenda questa corda per un capo e la tenga ben stretta fra le mani, io prenderò l'altro e andrò alla parte opposta e la sospenderemo sul serpente.
  5. E poi?

— E poi gliela lasceremo cadere attraverso la schiena.
— Ah! No, per carità! Perché guai se noi faremo questo, egli salterà su indispettito e ci farà a pezzi.

  1. No, no; lasci far a me.

— Là, là! io non voglio prendermi questa soddisfazione che può costarmi la vita. E già volevo fuggire. Egli insistette di nuovo che non avevo di che temere, che niun male m'avrebbe fatto. V'acconsentii e rimasi. Egli intanto passò ciall'akra parte, alzò la corda e poi giù sulla schiena del serpente. Il serpente fa un salto, volgendo indietro la testa per mordere, in quel che l'aveva percosso, ma invece di mordere la corda ne fu allacciato. Allora gridò quell'uomo:

  1. Tenga stretto, tenga stretto e non lasci fuggire la corda. E corse ad un pero che era là vicino e legò a quello la corda. Corse quindi da me e mi prese la corda di mano e andò a legarla all'inferriata d'una finestra della casa. Frattanto il serpente si dimena-v-a, si dibatteva, dava giù di tali colpi in terra che laceravasi la carne e faceva saltare i pezzi a buona distanza. Così continuò finché ebbe vita e morì che più non aveva se non lo scheletro spolpato.

Quando il serpente fu morto, quel medesimo slegò la corda, la raccolse in un fascio e poi disse:

  1. Stia attento, neh! La mise così in una cassetta, la chiuse e poi l'aprì. Fummo tutti stupiti. Quella corda non era più in un fascio, ma s'era disposta in modo che formava le parole Ave Maria.

— Ma come va? ho detto. Fu messa quella corda nella cassetta così alla rinfusa ed ora è così ordinata.

  1. Ecco, disse: il serpente figura il demonio e la corda l'Ave Maria, o piuttosto il rosario che è una continuazione di Ave Maria, colle quali si possono distruggere tutti i demoni dell'inferno.

Fin qua la prima parte. C'è ancora un'altra parte, la quale è ancor più curiosa e interessa tutti. Ma l'ora è già tarda e perciò differiremo di raccontarla domani a sera. Frattanto teniamo in considerazione quello che disse quel tale riguardo all'Ave Maria: recitiamola devotamente ad ogni assalto di tentazione, sicuri di esserne sempre vittoriosi. Buona notte.
Giovedì 21 agosto 1862
Dietro molte vostre istanze racconterò la seconda parte del sogno, se non tutta, almeno quel tanto che potrò raccontavi. Ma prima debbo premettervi due condizioni. La prima si è che nessuno scriva o si dica fuori quello che io racconterò: parlatene tra di voi, ridete, fate tutto quello che volete, ma tra di voi.
Mentre dunque noi parlavamo della corda, del serpente e dei loro significati, mi volgo indietro e vedo giovani che raccoglievano di quei pezzi di carne del serpente e mangiavano. Gridai io subito allora:

  1. Ma che cosa fate? Pazzi che siete, non sapete che quella carne è velenosa e faravvi molto male?
  2. No, no, dicevano essi, è tanto buona. Ma intanto, mangiato che avevano, cadevano in terra, gonfiavano e restavano duri come pietra. Io non sapevo darmi pace, gridavo all'uno, gridavo all'altro; davo schiaffi a questo, pugni a quello, cercando di impedire che mangiassero, ma inutilmente. Quindi cadeva là un altro che si metteva a mangiare.

Allora chiamai i chierici in aiuto e dissi loro che usassero ogni mezzo perché più nessuno assaggiasse quella carne, ma senza effetto. (Interrogato dopo privatamente riguardo ai chierici, rispose che anzi alcuni degli stessi chierici si misero a mangiare e caddero egualmente che gli altri). Io era fuori di me stesso, allorché vidi un gran numero di giovani distesi a terra. Mi rivolsi a quel tale e dissi:

  1. Ma che cosa vuoi dire che questi giovani vedono che questa carne reca loro la morte, tuttavia la vogliono mangiare? Rispose.egli:
  2. Sai bene che carnalis homo non percipit quae Dei sunt [lCor 2,14].
  3. Ma ora non c'è più rimedio per riavere di nuovo questi giovani?
  4. Sì che c'è. — Qual sarebbe?
  5. Non v'è altro che l'incudine ed il martello.
  6. L'incudine ed il martello? Che cosa fare di tali cose?
  7. Bisogna sottoporli alla loro azione.
  8. Come, debbo io forse metterli su d'un incudine e poi batterli con un martello? Allora l'altro si spiegò e disse:
  9. Ecco, il martello significa la confessione e l'incudine la santa comunione. Bisogna far uso di questi due mezzi.

Mi misi all'opera e trovai sì proficuo questo rimedio, ma non per tutti. Moltissimi ritornavano in vita e guarivano, ma [per] alcuni era inutile. Questi erano quelli che non facevano buone confessioni.

211. La tempesta nel cuore del peccatore
ASC A0000309 Piccole locuzioni del molto R.do don Giovanni Bosco, Quad. IX, 1876,
ms di Francesco Ghigliotto20, pp. 3-7 (cf MB XII, 131-132).
Martedì 14 marzo 1876
Ho visitato varie case della Liguria ed ho veduto che c'è molto da fare. Sì, c'è molto bene da fare e se tutti voi che m'ascoltate già foste ordinati sacerdoti e veri operai evangelici, tutti avreste a fare del bene. Mi fece meraviglia il vedere quanto bene si è già fatto con sì pochi operai, e specialmente a Bordighera ove, come sapete, c'è per direttore don Cibrario, il chierico Cerruti per maestro e Martini per coadiutore ed anche sacrestano e che porta le pagnotte e ne mangia anche. [...]
Venendo poi per la riviera del mare, ho potuto vedere questo tempestoso. Per circa cinque giorni fu tempesta in mare, ma specialmente in uno. Io avevo già udito parlare di ciò, ma giammai avevalo veduto, ma so dirvi che mi fece meraviglia. Venivano le onde alte come la nostra casa e correndo l'una contro l'altra, battendo insieme producevano un rumore più cupo e forte di quello che possono fare quattro cannoni. Risultava quindi da questo cozzamento una bianca schiuma e tanto andava in alto che se si fosse trovato tra quell'onde che battevano insieme un bastimento, sarebbe stato gettato in aria e tanto alto che gli uomini che in esso fossero stati, avrebbero avuto tempo a morire per aria. Però nessun bastimento vi era allora. Io mi trovavo circa trecento metri lungi dal mare e spesso ho dovuto ritirarmi per non essere bagnato. Io osservando questo spettacolo ho ammirato in ciò la potenza di Dio, il quale quando vuole fa che il mare sia pacato e tranquillo e che si possa correre su di esso. Ma con una parola sola poi lo mette tutto in moto per una grandissima estensione, tal che fa orrore il vederlo. Fossero allora andati i deputati ed i senatori a gridare al mare che stesse fermo, eh si vedrebbe quanto possono.
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2° Francesco Ghigliotto (1859-1900) in quell'anno era novizio ed aveva ricevuto dal maestro dei novizi don Barberis l'incarico di scrivere i discorsetti di don Bosco ai giovani e ai novizi.
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Osservando il mare io pensavo al peccatore il quale è continuamente in tempesta come allora il mare. Sempre la coscienza lo rimorde e mai ha pace e tranquillità. Ora fa un po' di ricreazione, ora si ritira malinconico. I compagni l'invitano a divertirsi, ma egli crolla le spalle e non ha voglia di ciò fare, perché il cuore lo rimprovera dicendogli: "Tu non sei amico di Dio". Va a pranzo e cerca allora di stare allegro, cercando di scacciare ogni pensiero che lo rimorde, ma intanto il cuore gli dice: "E se ora, mentre ti cibi, morissi, tu saresti escluso dal paradiso e ti sarebbe preparato l'inferno". Va a letto la sera e cerca pure di allontanare da sé i funesti e giusti rimorsi della coscienza dicendo: "Ora voglio mettermi tranquillamente a dormire; almeno sarò libero da questi pensieri tormentosi". Anzi, in quella sera non ha nemmeno recitate le orazioni, per reprimere vieppiù i rimorsi. Ma intanto invano si sforza poiché il cuor gli dice: "E se in questa notte dovessi morire, passeresti all'eternità in disgrazia di Dio". Insomma egli non ha pace e tranquillità, ma sempre è in tempesta.
Questi pensieri mi passavano per la mente al rimirare il mare così tempestoso. Buona notte.

212. Tutti sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore ASC A0000408 Conferenze e prediche di D. Bosco 1875/1876, Quad. XIX, ms di Giulio Barberis21, pp. 63-7822 (cf MB XII, 625-631).
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21Giulio Barberis (1847-1927), intimo confidente di don Bosco, venne da lui nominato primo maestro dei novizi della Congregazione (1874), una carica che ricoprì per 25 anni. La sua opera formativa fu determinate per il consolidamento spirituale della Congregazione. Fu membro del Consiglio superiore e, dal 1910, direttore spirituale'generale della Società salesiana. Il suo Vade mecum dei giovani salesiani (1901, 2 voll.; /ed. 1905, 3 voll.) si può considerare il primo testo organico di spiritualità salesiana.
22 Don Barberis introduce il testo con questa annotazione: "Conferenza tenuta dal sig. don Bosco la sera di san Giuseppe, 19 Marzo 1876, dopo le orazioni nella chiesa piccola a tutti i professi, ascritti, aspiranti ed a coloro che desiderano farsi aspiranti nell'Oratorio di San Francesco di Sales. S'erano invitati in pubblico a quella conferenza tutti quelli che appartenevano e coloro che desiderano appartenere alla Congregazione, tra gli adulti furono radunati 203 e fece un grande effetto" (A0000408 Conferenze e prediche di D. Bosco..., p. 63).
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Domenica 19 marzo 1876
Un giorno il divin Salvatore, passeggiando per le campagne vicine alla città di Samaria, volgendo gli sguardi attorno e per le pianure e per le valli, vedendo che la messe in ogni luogo era molto copiosa invitò i suoi apostoli a ricreare anche essi la loro vista a quel ridente aspetto delle campagne, ma subito s'accorsero che malgrado della quantità della messe non vi era nessuno che ne raccogliesse le biade. Allora esso, certo alludendo a qualche cosa ben superiore, voltosi agli apostoli disse loro: Messis quidem multa operarii autem pauci [Mt 9,37], è bensì molta la messe da raccogliersi, ma vedete come sono pochi gli operai. Questo è il grido straziante che in ogni tempo fecero sentire la Chiesa ed i popoli: la messe è molta, ma pochi gli operai.
Il divin Salvatore, e voi lo capite a sufficienza, per campo o vigna che gli stava d'attorno intendeva di parlare della Chiesa e di tutti gli uomini del mondo; la messe da farsi consiste nella salvezza delle anime, ché tutte le anime devono esser raccolte e portate nel granaio del Signore; oh quanto copiosa è questa messe; quanti milioni d'uomini sono su questa terra! quanto lavoro sarebbe ancora a farsi per ottenere che tutti si salvino; ma operarii autem pauci, gli operai son pochi. Per operai che lavorano nella vigna del Signore s'intendono tutti coloro che in qualche modo concorrono alla salvezza delle anime. E, notate bene, che operai qui non s'intendono solo, come alcuno può credere, i sacerdoti, predicatori e confessori, che certo più di proposito son posti a lavorare e più direttamente s'affaticano a raccoglier la messe, ma essi non son soli, né essi basterebbero.
Operai son tutti quelli che in qualche modo concorrono alla salvezza delle anime; come operai nel campo non son solo quelli che raccolgono il grano, ma anche tutti gli altri. Guardate in un campo, questa varietà di operai. Vi è chi ara, chi dissoda la terra; altri che colla zappa l'aggiusta; chi col rastrello o randello rompe le zolle e le appiana; altri getta la semente, altri la copre; chi toglie poi l'erba cattiva, la zizzania, il loglio, la veccia; chi sarchia, chi sradica, chi taglia; altri poi innaffia a tempo opportuno ed incalza; altri invece miete e fa manipoli e covoni e borle23, e chi carica sul carro e chi conduce; chi stende, chi batte il grano; chi separa il grano dalla paglia; altri lo avaccia, lo purga, lo vaglia, lo mette nella sacca, lo porta al molino e qui
da vari si rende in farina; poi chi lo buratta24, chi l'impasta, chi l'inforna. Vedete miei cari, quanta varietà d'operai si richiede prima che la messe possa riuscire al suo scopo a ridarci cioè pane eletto del paradiso.
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23 Borla, in dialetto piemontese significa cumulo di covoni (cf Casimiro ZALLI, Disionari piemonteis, italian, latin e franseis. Carmagnola, Barbiè 1815, vol. I, p. 151).
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Come nel campo, così nella Chiesa, c'è bisogno d'ogni sorta d'operai, ma proprio di tutti i generi; non c'è uno il quale possa dire: "Io benché tenga condotta irreprensibile, sarò buono a niente nel lavorare a maggior gloria di Dio". No, non si dica così da nessuno; tutti possono in qualche modo far qualche cosa. Gli operai son pochi. Oh se si potessero avere tanti sacerdoti da mandare in ogni regione della terra, in ogni città, paese, villaggio, campagna e convertir il mondo. Ma tanti sacerdoti è impossibile averli; bisogna dunque che vi siano anche altri; poi i sacerdoti come potrebbero esser liberi nel loro ministero se non avessero chi loro cuoce il pane e le vivande; se avesse[ro] da sé a farsi le scarpe e gli abiti? Il sacerdote ha necessità d'esser coadiuvato; e io credo di non dire errore se asserisco che quanti siete qui, e preti e studenti e artigiani e coadiutori, tutti, tutti potete essere veri operai evangelici e far del bene nella vigna del Signore. E come? In molti modi.
Tutti ad esempio potete pregare. Certo non c'è chi questo non possa. Oh vedete, tutti dunque potete fare la parte principale di cui parla il divin Salvatore in questo luogo; poiché, dopo d'aver detto che pochi sono gli operai, soggiunge: "Pregate adunque il padrone della messe che mandi gli operai nella messe sua", Rogate ergo dominum messis ut mittat operarios in messem suam [Mt 9,38]. La preghiera fa violenza al cuore di Dio; Dio è in certo qual modo obbligato a mandarli. Preghiamolo per i nostri paesi, preghiamolo per i paesi lontani; preghiamolo per i bisogni delle nostre famiglie e delle nostre città; e preghiamolo per coloro che sono ancora involti nelle tenebre dell'idolatria, della superstizione, dell'eresia. Oh tutti preghiamo di vero cuore, preghiamo molto il padrone della messe.
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24 Burattare è termine arcaico per setacciare.
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Una cosa che si può anche fare da tutti, ed è di massima utilità e un vero lavorare nella vigna del Signore, si è il dare buon esempio. Oh quanto del bene si può fare in questo modo; buon esempio colle parole incoraggiando gli altri al bene, dando buoni avvisi, buoni consigli. Qui c'è and che è in dubbio di sua vocazione; là c'è un altro che è in procinto di prendere una risoluzione che gli arrecherà poi danno sempre; ebbene costoro se sono consigliati, confortati nel bene, quanto non ne potranno avvantaggiare! Molte volte basta una sola parola per far sì che uno stia o si metta sulla buona strada. San Paolo diceva ai fedeli che cercassero di essere lucerna lucens et arder [Gv 5,35]. Se proprio si vedesse in noi questa luce! Che tutti restassero edificati dalle nostre parole. Ma non basta: che ci fossero anche le opere. Ci fosse quella carità infiammata che ci fa tenere in non cale ogni cosa, purché possiamo far del bene ai nostri fratelli; se ci fosse proprio quella castità perfetta che fa riportar vittoria su tutti gli altri vizi; se ci fosse proprio quella mansuetudine che ci attira il cuore degli altri! Oh io credo che tutto il mondo resterebbe attirato nelle nostre reti.
Altra cosa che tutti possono fare si è la frequenza nelle cose di religione, nelle pratiche di pietà, nel prender parte a tutte le cose che possono promuovere la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime. Il parlar bene della Chiesa, dei ministri della religione, del papa in special modo, delle disposizioni ecclesiastiche. Son queste cose che chiunque può fare dal più grande al più piccolo di voi; e tra noi qui in casa, il parlar bene dei superiori, della Congregazione, della casa, degli apprestamenti.
Ma non basta. Una cosa che tutti possono fare si è di aiutare ad estirpare le erbe cattive, la zizania, il loglio, la gramigna, la veccia ed ogni altra erba che non faccia che recar del male; voglio dire che quando c'è qualche scandalo non si tolleri; ma chi è nel caso di poterlo togliere lui, lo tolga e adoperi ogni mezzo per farlo cessare; chi non può, non stia neghittoso, ma ne parli a chi di ragione e se non basta una volta, ne parli due e tre e più; ma che lo scandalo si tolga.
Tutti potete, sentendo qualcuno lamentarsi degli apprestamenti di tavola, correggerlo; vi sarà chi desidera d'uscire senza permesso o chi si lamenta perché non può uscire, tutti potete animarlo, incoraggialo, consigliarlo a pazienza. Una gran cosa poi si è. estirpare la zizzania, cioè lo scandalo col parlare. Avviene molte volte che vi è qualche disordine in casa ed i superiori non lo sanno e perciò non possono porvi rimedio; è di assoluta necessità che voi ne parliate, li rendiate consapevoli del male; voi vi trovate a contatto con costoro mentre dai superiori stanno lontano.
Altro modo di estirpar zizzania si è la correzione fraterna. Avviene e mentre si è qui e mentre si è a casa dei genitori al proprio paese che nostri amici inavvertitamente in nostra presenza tengono discorsi non dicevoli ad un giovane cristiano; scrivono lettere servendosi di frasi non cristiane e d'espressioni che possono suscitare la nostra ira o cattivi pensieri. Ebbene? Si risponda a quel tale con bei modi: "Vedi, tu dici così e così; ma osserva che queste parole non stan bene in bocca a un cristiano. Io so che tu mi sei amico e scrivesti questo senza avvedertene; ma appunto perché amico io
credo che tu non ti offenderai se io ti correggo in questo e quello". Oppure: "Abbimi per scusato, ma io non posso accettare quelle proposte che tu mi fai le quali non son conformi alla vita che deve tenere un giovane cristiano". Molte volte qualche correzione amichevole così fatta produce nel cuore dei compagni e fratelli l'effetto di più prediche, ed avviene che si mettano a servir Dio o per lo meno ad amare più la religione, solo perché trovano questa cortesia di modi in chi sanno che pratica la religione.
E pur troppo che varie volte avviene che coi genitori stessi bisogna usare questa carità di istruirli, correggerli, riprenderli. Si usi fortezza, si faccia anche questo; si faccia coraggiosamente, ma nel modo si usi proprio tutta quella carità, quell'amorevolezza, quella mansuetudine che avrebbe usato san Francesco di Sales trovandosi nel nostro caso. Tutti questi e mille altri sono modi che ciascuno, sia prete, sia chierico, sia laico di qualunque età o condizione, può usare nel lavorare nella vigna del Signore. Vedete adunque che attorno alla messe evangelica tutti possono lavorare in molti e vari modi, solo che ciascuno sia zelante dell'onor di Dio e della salvezza delle anime.
Adesso qualcuno domanderà: "Ma, Signor don Bosco, ed a che cosa vuol ella alludere con questo? Che cosa intende ella di dirci? Per qual motivo ci manifestò queste cose stasera?". Oh, miei cari! quel grido "operarii autem pauci" non si faceva solo sentire nei tempi antichi, nei secoli scorsi; ma a noi, a noi in questi nostri tempi si fa sentire imperioso più che mai. Alla Congregazione salesiana cresce di giorno in giorno così smisuratamente la messe che quasi direi non si sa più da che parte cominciare o come nel lavoro regolarci. Egli è per questo che io vorrei vedervi tutti e presto buoni operai nella vigna del Signore! Le domande di collegi; di case, di missioni vengono in numero straordinario sia dai nostri paesi qui d'Italia, sia dalla Francia, sia dalle estere regioni. Dall'Algeria, dall'Egitto, dalla Nigrizia in Africa, dall'Arabia, dall'India, dalla Cina e dal Giappone in Asia; dall'Australia, dalla repubblica Argentina, dal Paraguay, da Gibilterra e si può dire da tutta l'America si fanno domande di aprire nuove case poiché dappertutto vi è una scarsità tale di operai evangelici che spaventa chi osserva il tanto bene che si potrebbe fare e che si deve lasciar indietro per mancanza di missionari.
Dalla repubblica Argentina poi abbiamo notizie proprio strazianti da don Cagliero. Là per lo più quando vanno a confessarsi non si domanda: da quanto tempo è che non vi siete più confessato, ma si dice vi siete già confessato qualche volta? E non raro capita di avere uomini e donne sui trenta o quaranta anni che non si sono confessati ancora mai. E non è che odino le cose di chiesa o di confessione, no; ma questo avviene perché non ebbero ancor comodità. E figuratevi quanti, oh quanti si trovano in punto di morte e desidererebbero per lo meno allora avere un prete cui confessare le proprie colpe ed averne l'assoluzione, ma neppure quello non è loro concesso perché raramente trovano il sacerdote che possa soddisfarli!
Non è però mio scopo di invitarvi ad andare in luoghi così lontani; questo si può fare da vari e non da tutti, sia perché il bisogno è anche tanto urgente qui, sia perché per varie cagioni non tutti coloro che si sentono chiamati alla Congregazione salesiana sarebbero disposti a recarsi in così immense distanze. Ma in vista di tanti bisogni, di tanta mancanza di operai evangelici, notando che tutti voi chi in un modo chi in un altro potete lavorare nella vigna del Signore, potrei io stare quieto e non manifestarvi il secreto desiderio del mio cuore? Oh sì che desidererei di vedervi tutti slanciati a lavorare come altrettanti apostoli! A questo tendono tutti i miei pensieri, tutte le mie cure, tutte le mie fatiche. Egli è per questo che si accelerano gli studi, si dà ogni comodità affinché si possa far presto ad indossare l'abito ecclesiastico, si imprendono scuole particolari.
E potrei io in vista di tanti e sì pressanti bisogni tacere? E potrei io, mentre da ogni parte ci chiamano e par proprio la voce di Dio che si manifesti per le bocche di tanti, ritirarmi? E, dopo i manifesti segni della divina Provvidenza che tanto grandi cose vuol operare per mezzo dei Salesiani, [potrei io] stare muto e non cercare di aumentare il numero degli apostoli evangelici?
Ora ho ancora una cosa a dirvi ed è la più importante. Nel mentre che io invito tutti voi a star costanti o a farsi iscrivere nella Congregazione salesiana, non voglio che chi non ha là- Vocazione cerchi di entrarvi. Io vedo il gran bene che possiamo fare; vi espongo come sia grande la messe che sta avanti ai nostri occhi, come abbisogni di molti coltivatori la vigna del Signore affinché coloro che si sentono un'interna voce che gli dica: tu nella Congregazione potrai fare più facilmente la salute dell'anima tua e la salute delle anime del prossimo; sappia le cose come stanno ed abbia comodità di farsi inscrivere. Mentre intendo che tutti gli altri secondino la propria vocazione. Quello che voglio e quello su cui tanto insisto si è in questo, che dovunque uno sia, sia proprio, come si legge là nel Vangelo, "lucerna lucens et ardens".
Io non son contrario ad un giovane che voglia andare in seminario e farsi prete nel secolo. Quello che io voglio e su cui insisto e insisterò finché avrò fiato e voce si è che colui il quale si fa chierico sia santo chierico; colui il quale si fa prete sia santo prete; si è che colui il quale vuole partecipare
dell'eredità del Signore abbracciando lo stato ecclesiastico, non si impigli in cose secolaresche, ma intenda solo a salvar delle anime. Questo io domando che tutti, ma specialmente l'ecclesiastico sia luce che illumini tutti coloro che lo circondano e non tenebre che inganni chi lo segue.
Ma questa luce non si manifesti solo in parole: venga alle opere. Ciascuno procuri di ornarsi il cuore di quella carità che fa dar la vita per salvar le anime; la quale fa sì che non si guardi a nessun interesse corporale quando si tratta di far del bene e proprio dire con San Paolo che gli interessi mondani e le cose di questa terra le riteneva come sozzure per far lucro d'anime a Gesù Cristo: omnia arbitror ut stercora ut Christum lucrifaciam [Fil 3,8]. Bisogna che nessun si lasci dominare dalla gola, dall'intemperanza che è quella che miseramente mena a naufragio tanta gioventù e, diciamolo pure, tanti ecclesiastici. Bisogna che si sappia moderare e mortificare specialmente nel vino colui che desidera lavorare con frutto quella vigna del Signore, in qualunque stato si trovi.
Vero operaio evangelico, dovunque si trovi, è colui che prende parte volentieri alle pratiche di religione, le promuove, le rende solenni. Se c'è una novena essi ne sono contenti; fanno essi qualche pratica speciale, invitano altri a farne.
Per esser vero operaio evangelico bisogna non perder tempo, ma lavorare: chi da una parte, chi da un'altra; chi tra gli studi, tra le assistenze e tra le cattedre; chi tra le cose materiali; chi tra i pulpiti e confessionali; chi tra uffizi e prefetture. Ma si tenga bene a mente che il tempo è prezioso e che chi lo perde o non si sforza di occuparlo bene, non potrà mai esser un buon operaio evangelico.
Ecco, miei cari figliuoli, le cose che vi ho esposte per divenir buon operaio evangelico. Oh se queste cose esattamente si praticassero da noi! Volgiamo un po' uno sguardo: si praticano esse nella nostra Congregazione? Oh se io potessi un po' dire che veramente queste cose ci sono e son praticate esattamente; me fortunato, io potrei veramente andarne superbo. Oh se i Salesiani mettessero veramente in pratica la religione nel modo in cui la intendeva san Francesco di Sales, con quello zelo che aveva lui, diretto da quella carità che aveva lui; moderato da quello zelo e da, quella mansuetudine che aveva lui,, sì che potrei andarne veramente superbo e vi sarebbe motivo di sperare un bene immenso nel mondo. Anzi io vorrei dire che il mondo verrebbe dietro a noi e noi c'impadroniremmo di lui.,
Ancora una cosa che io credo d'un'importanza proprio straordinaria e che bisogna che cerchiamo proprio che ci sia in noi ora e che si conservi sempre. Questo è l'amor fraterno. Credetelo, il vincolo che tiene unite le società, le congregazioni è questo amor fraterno. Io credo di poterlo chiamare il vincolo, il perno su cui s'aggirano le congregazioni ecclesiastiche. Ma a che grado dovrebbe esso ascendere? Il divin Salvatore ce lo disse: Diligite vos alterutrum sicut et ego dilexi vos [Gv 13,34]. Amatevi a vicenda nel modo, con quella misura con cui io amai voi. E nelle sacre scritture ad ogni passo è ripetuta questa cosa che noi ci amiamo molto. Ma quest'amore per essere come si richiede dev'essere tale che il bene di uno sia bene di tutti ed il male di uno sia il male di tutti. Bisogna che ci sosteniamo a vicenda e che non mai uno biasimi quello che l'altro fa; non mai si abbia un po' d'invidia: "A quel tale quella carica, a me invece no"; "Quel tale è il più ben visto, mentre io non ho nessuno che mi guardi". "Ecco, se c'è qualche cosa di bello e di buono bisogna che capiti a quel tale mentre a me nessuno pensa". No, bando a queste invidie, il bene di uno deve essere il bene di tutti. Il male di uno poi anche male di tutti. C'è qualcuno che sia perseguitato? bisogna che ci figuriamo perseguitati tutti e compatirlo e aiutarlo. C'è qualcuno malato? esserne malcontento come se lo fossimo noi. Promuovere poi insieme d'accordo le cose buone, l'iniziativa venga da chi si vuole. E si sa ben che non tutti hanno la stessa capacità, studi, mezzi. Adunque grande amor fraterno. Se faremo 'così sapete che ne avverrà? Ne avverrà ciò che venne nella Chiesa. Alcuni erano apostoli, ma oltre gli apostoli vi erano i 72 discepoli; poi vi erano i diaconi, vi erano i cooperatori evangelici; ma tutti costoro lavoravano d'accordo, tutti insieme con grande amor fraterno e per ciò riuscirono a quello che riuscirono, cioè il cambiar la faccia al mondo. Così noi, dovunque siam posti, in qualunque maniera siamo adoperati, purché possiamo salvare delle anime ed in cima a tutte possiamo salvare l'anima nostra e noi ne abbiamo abbastanza.
Ma tutte queste cose non si ottengono se non a prezzo di grandi sacrifici, senza aver da patire qualche cosa. Senza grandi fatiche non si arriva mai a poter fare cose grandi; e perciò noi dobbiamo mostrarci pronti a tutto.
Sì, ciascuno si faccia ascrivere alla Congregazione salesiana, ma dica: io voglio mettermi per questa via col solo motivo di salvar delle anime; inteso che volendo salvarne delle altre voglio prima di tutto salvare la mia. Questo non si può ottenere senza sacrifici? Ebbene, io son pronto a fare qualunque sacrificio. Io mi voglio porre'alla sequela di Gesù crocifisso; se esso muore in croce, patendo orribili dolori, io che voglio essere suo seguace devo mostrar--mi pronto a qualunque patimento, fosse pure di morire in croce con lui.
D'altronde guardate, nel Vangelo io trovo scritto beati i tribolati e non mai, beati coloro che se la godono. Tocca adunque di soffrire qualche cosa? Beato me, così potrò più da vicino seguire le orme del divin Redentore. I gaudenti di questo mondo godono per un momento e poi dei loro goderi ne avran ben poco, anzi nulla e peggio che nulla per l'eternità. I tribolati invece patiscono bensì qualche cosa, ma questo durerà poco ed ogni patimento gli sarà cambiato in gemma preziosa lassù in cielo che li consolerà per tutti i secoli.
Io finisco con quel detto di san Paolo, "Vos delectat magnitudo praemiorum; non vos deterreat magnitudo laborum": vi diletta il pensiero della gran ricompensa del paradiso? Non vi spaventi se dovrete soffrire qualche cosa su questa terra.

213. La fede, la temperanza e l'ozio
ASC A0000301 Conferenze e sogni, Quad. I, 1876, ms di Giacomo Gresino", pp. 1-9
(cf MB XII, 349-356).
Domenica 15 giugno 1876, solennità del Corpus Domini
Mi parve di trovarmi nel mezzo del cortile, che mi avviavo verso la porta d'uscita circondato dai miei giovani, chi per salutarmi, chi per dirmi qualche cosa, secondo il solito. Quando sento dalla parte degli artigiani forti grida: "Ahi! Ahi!"; e vedo che a precipizio fuggono di qua, passando molti dalla porta del fondo del cortile. E quindi anche gli studenti si mettono a gridare, affollandosi a me d'intorno. Volendo io avanzarmi per osservare che mai fosse che così spaventava i miei giovani, essi mi ripetevano che non mi avanzassi, che vi era un mostro che m'avrebbe divorato, ed intanto' mi trattenevano in mezzo al loro numero.
Mentre che così io stavo dubbioso, ecco apparire un orrendo mostro che si avvicinava alla nostra volta. Quell'animale o demonio che si fosse, era. così brutto, schifoso, terribile, enorme che tale non esiste in tutta la terra. Aveva qualche somiglianza coll'orso, ma era di dietro più piccolo a proporzione delle altre membra; aveva spalle e stomaco molto largo e grosso, con una enorme testa ed una smisurata bocca da cui sporgevano fuori due lunghissimi denti a guisa di spade.
25 Giacomo. Gresino (1859-1946) in quell'anno era novizio ed aveva ricevuto dal maestro dei novizi don Barberis l'incarico di registrare le conferenze e i discorsétti di don Bosco.
Tutti i giovani spaventati si rivolgevano a me perché loro dessi qualche consiglio; ma neppure io ero libero dallo spavento ed ero non poco imbarazzato. Dissi pertanto di radunarci tutti qui sotto i portici ed inginocchiati domandare aiuto alla beata Vergine. In un momento fummo tutti qui in ginocchio a pregar con maggior divozione del solito Maria Ausiliatrice a liberarci da quel mostro, che frattanto a lenti passi si avanzava verso di noi, come chi cerca di assalire.
Erano pochi minuti che eravamo lì, quando, non so come né quando, ci trovammo tutti di là nel refettorio dei chierici, il quale era di molto più ampio e comparve tutto illuminato. E nel mezzo si vedeva la Madonna, che aveva somiglianza con la statua che si trova lì a capo dei portici o con quella della cupola o quella della chiesa, non so più bene; ma comunque sia, era tutta raggiante di vivissimi raggi, attorniata da beati e da angeli, talché il refettorio pareva un paradiso. Allo spavento sottentrò lo stupore, noi tutti eravamo rivolti e attenti alla Madonna, la quale sembrava avesse qualche cosa da dirci; ed infatti così ci rassicurò: "Non temete, abbiate fede; questa è solo una prova che di voi vuol fare il mio divin Figlio".
Osservai allora attentamente coloro che facevano corona alla santa Vergine e riconobbi don Alasonatti, don Ruffino e fratel Michele delle Scuole Cristiane, mio fratello ed altri i quali furono anticamente appartenenti alla nostra Congregazione e ora sono in paradiso. Quand'ecco che uno di loro dice ad alta voce: "Surgamus". Noi eravamo in piedi e non sapevamo che cosa volesse dire. Ma la stessa voce ripeté più forte: "Surgamus"; e noi fermi stando lì attenti a vedere come finiva la cosa. Ed io stavo già per domandarne la spiegazione, quando la Madonna così prese a dire, con voce mirabilmente robusta: "Ma tu,- Che sei sacerdote, dovresti intendere questo surgamus: quando celebri la santa messa e dici: Sursum corda, che intendi tu? Intendi forse di alzarti, oppure d'innalzare gli affetti del cuore a Dio?".
Allora così io dissi ai miei giovani: "Facciamo adunque, per quanto meglio possiamo, un atto d'amore e di pentimento a Dio". E tutti gettatici in terra, sommessamente, pregammo. Un momento dopo sentimmo nuovamente un "Surgite" e fummo tutti in piedi. Uscì allora dalla Madonna una voce così armoniosa che cantava l'inno di san Paolo: "Sumite scutum fidei" [Ef 6,16], così unita, organizzata e melodiosa, che noi eravamo come in estasi, poiché in una sola voce si sentivano tutte le note dalla più bassa alla più alta e pareva che cento voci cantassero in una sola.
Mentre che noi stavamo estatici, ascoltando quel concerto, ad un tratto ci trovammo tutti in alto per forza soprannaturale e chi si teneva ad un chiodo, chi alla cornice della volta. Io poi mi tenevo al telaio di una finestra, ed ero stupito che non cadessimo a terra, dove io vedevo una innumerevole quantità di bestie di varia specie, ma tutte feroci, che scorrazzando per il refettorio ci guatavano e pareva che ad ogni momento ci fossero addosso con un salto, ma non si provavano ancora.
Mentre si ascoltava quel canto di paradiso, partirono da attorno alla Madonna molti leggiadri giovanetti forniti di ali ed avvicinandosi a noi posero sul cuore di ciascheduno uno scudo che era nel centro di ferro, vicino al circolo di ferro un cerchio di argento, poscia più in fuori un altro di diamante ed infine uno d'oro. Quando fummo tutti muniti di questo scudo e cessato il canto, si udì questa voce: "Ad pugnam"; vedemmo quegli animali agitarsi maggiormente, lanciare verso di noi palle di piombo, saette ed altro, ma queste cose non ci arrivavano o colpivano i nostri scudi; e tutti dopo lunga pugna ci trovammo incolumi. Si sentì allora la Madonna dire: "Haec est victoria vestra, fides vestra" [lGv 5,4]; e noi ci trovammo tutti in terra, essendo spariti quegli animali.
Subito dopo udimmo strazianti grida nel cortile: erano i nostri giovani che parevano dilaniati da quelle fiere. Io volli uscire dal refettorio per vedere se potevo in qualche modo portar loro sollievo. Non mi volevano lasciar passaggio, per paura non mi accadesse qualche cattivo accidente. Non curai il loro timore e loro risposi: "Voglio andare a vedere che cosa è, a costo di morire con loro". Uscii e vidi uno strazio orrendo: tutti quegli animali inseguivano i nostri giovani, li ferivano, li dilaniavano. Ma soprattutto faceva spaventoso macello quel mostro che prima apparve: egli feriva da ambi i lati dello stomaco, cioè nel cuore e nella parte destra che è a quella mira, con quei due dentacci e molti giacevano per terra, chi morto, chi ferito. Al mio apparire mi corse incontro quel mostro, ma non poteva ferire tanto me quanto alcuni che avevanmi seguito fino sulla soglia, perché eravamo difesi d2llo scudo.
Osservai bene quelle due spade del mostro, che tanto macello facevano dei miei giovani e vidi sulla punta dell'una scritto Otium, dell'altra Gula. Allora capii com'era la cosa, ma non in modo da potermi dar ragione che i miei giovani peccassero di ozio, oppure di gola, essendo ché, mi pare, essi lavorino o studino a tempo e luogo, e in ricreazione non perdano tempo; e riguardo alla gola, mi sembra che non abbiano guari di che essere intemperanti.
Ritornai in refettorio tutto triste e domandai spiegazione di questa cosa ad uno che era colla Madonna, il quale così mi rispose "Eh, mio caro, in questa parte sei ancora novizio, tu che ti credi d'aver molta esperienza. Sappi, dunque, che per ozio non intendesi solo il non lavorare e nemmeno l'occupare o no il tempo di ricreazione in divertirsi, ma sebbene quel tempo che si lascia libero alla immaginazione, a pensare a cose che sono pericolose; quei ritagli di tempo che non si occupano come si deve e specialmente in chiesa. Riguardo poi alla gola, hai da sapere che si può peccare d'intemperanza con sola acqua e quando si mangia o si beve più del bisognevole, è sempre intemperanza. Se potrai ottenere dai tuoi giovani che in queste piccole cose siano temperanti, essi vinceranno sempre il demonio; e colla temperanza verranno loro l'umiltà e la castità e le altre virtù. Se occuperanno interamente il tempo a dovere, non cadranno giammai nella tentazione del demonio e vivranno e morranno da santi cristiani".
Lo ringraziai di così bella istruzione e mi avvicinai a fratel Michele e agli altri che conoscevo, per apprender da loro se quello che io vedevo ed operavo era realtà o puro sogno. Ma mentre io mi provo di stringer loro la mano, resto come fuori di me al non palparla. Vedendo il mio stupore uno di questi così mi parlò: "Dovresti sapere e lo hai studiato, che noi siamo puri spiriti e per farci vedere dai mortali dobbiamo prendere una figura, finché non saremo risuscitati, ché allora prenderemo il nostro corpo che avrà le doti dell'immortalità". Allora volli appressarmi alla Madonna, che pareva avesse qualche cosa da dirmi, ma quando mi trovai quasi vicino, udii di fuori un alto grido, che mi svegliò.

214. Il fervore spirituale
ASC A0000310 Discorsetti di D. Bosco, Quad. X, 1876/1877, ms di Giacomo Gresino, pp. 4-6 (cf MB XII, 557).
Venerdì 27 ottobre 1876
La novena dei Santi va avanti ed io aspetto sempre che alcuno si faccia santo, o almeno faccia dei miracoli: potrebbe essere che alcuno ci sia, ma io non me ne sono ancora accorto. Al tempo di Savio Domenico, di Besucco, di Magone queste novene si facevano con più impegno; non vi era la minima cosa su cui si potesse desiderare di più. Non dico che adesso si facciano male, no, che dei buoni ve ne sono; ma non c'è più quello slancio. Non so da che cosa venga che adesso non sia più così. Forse da parte mia, che non parlo più ai miei giovani, che non mi faccio più capire; oppure da parte loro, che non mi vogliono più capire; oppure anche da tutti e due. Comunque sia, io non vedo più quell'ardore universale come in quei tempi che vi dissi, in cui erano sessanta o settanta giovani e vi erano alla mattina
sessanta o settanta comunioni. Ma c'è ancora tempo. Dico questo perché, stando così, tutto in un momento con uno zolfanello si mette il fuoco in un pagliaio e si desta un grande incendio, un bel falò. Questo può farsi da ciascuno di noi. Ciascuno pensi al paradiso, dove chi ha dei fratelli, delle sorelle, chi degli amici e dei compagni, chi dei superiori o degli inferiori, i quali godono il premio della loro virtù. Essi erano carne ed ossa come noi; e noi siamo fuori dei pericoli, abbiamo comodità di praticare la religione, comodità di aggiustare le cose della propria coscienza: se essi si fecero santi, perché non lo potremo anche noi? — Ma, dice, ci vuole la grazia di Dio! La grazia di Dio, vi assicuro che il Signore ve la dà. — Che cosa ci manca? Ci manca un po' di buona volontà. E se non l'avete la buona volontà, se non potete metterla da voi, domandatela al Signore, domandatela con istanza [insistenza], che egli ve la metterà. E se poi non bastassero le vostre preghiere, rivolgetevi ai santi, che in questo tempo son disposti a tutto per noi e specialmente a Maria santissima: che domandino per voi un ardente amor divino, un amore costante; e il Signore, se a voi non lo concede, non potrà negarlo a tanti santi. Buona notte.

215. Crescere in fretta per essere apostoli
ASC A0000302 Discorsetti di D. Bosco, Quad. II, 1876, ms di Emanuele Dompè26, pp. 7-9 (cf MB XII, 557-558).
Domenica 29 ottobre 1876
Quest'oggi c'è stata una partenza per Roma, non ancora definitivamente per andare in America, no, ma per stabilire un piccolo collegio in un paesello vicino a Roma che si chiama Albano, proprio nello stesso luogo dov'era una volta Alba la Lunga. Poi di qui a tre o quattro giorni vi sarà di nuovo un'altra piccola partenza per stabilire un altro piccolo collegio ad Ariccia; poi un'altra per stabilire un collegetto a Trinità. Noi intanto preghiamo per quelli che sono in viaggio da stasera forse fino a domani alle due pomeridiane. Ora siamo nella novena dei Santi e bisogna ricordarci di non lasciar perdere alcuno di questi giorni, si preghi per quelli che dovranno andare in America, ed anche i sacerdoti li raccomandino nella loro messa. Questa volta partiranno in nu‑
mero di 24, non so se tutti in una sola volta, ma la differenza di tempo sarà o di una settimana o al più di due settimane, ma il numero dell'esercito per ciò non avrà a diminuire. ______________
26 Emanuele Dompè (1860-1926) in quell'anno era novizio ed aveva ricevuto dal maestro dei novizi don Barberis l'incarico di registrare le conferenze e i discorsetti di don Bosco.
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Adesso che vanno via i più grandicelli bisognerebbe che gli altri piccoli crescessero e facessero al loro posto. Bisognerebbe che le pagnotte, che si fanno qui sotto la protezione di Maria Ausiliatrice, [vi] facessero crescere volta per volta un metro e così farvi tutti grandi in una volta. Ma confidiamo nella divina Provvidenza e spero che coll'aiuto del Signore un po' per volta ci faremo. Intanto avverto che domani a sera forse alle cinque e mezza, come mi hanno detto, vi sarà una conferenza per quelli della Congregazione e lo dico qui in pubblico perché tutti lo sappiano. Intanto teniamoci sempre col Signore, il quale è quello che guida ogni nostra azione; e diportiamoci in modo che egli non abbia poi a rimproverarci nel giorno del giudizio in cui ci verrà a giudicare. Buona sera.

216. All'inizio dell'anno scolastico
ASC A0000302 Discorsetti di D. Bosco, Quad. II, 1876, ms di Emanuele Dompè, pp. 18-21 (cf MB XII, 565-567).
Giovedì 2 novembre 1876
Domani comincia l'orario regolare. Alcuni cominciavano già a lamentarsi: troppa ricreazione, troppe passeggiate, poco di studio. Domani almeno comincerà l'orario regolare e saranno contentati tutti. Ma non basta che cominci l'orario, bisogna anche studiare; quindi cominciando da domani mettere tutto l'impegno possibile per fuggir l'ozio. Se sapeste quanto è prezioso il tempo! Dicono i savi che il tempo è un tesoro, quindi chi perde un minuto di tempo perde una parte di questo tesoro. Bisogna perciò metterci da principio, acciocché al fine dell'anno non abbiamo a lamentarci del tempo perduto. Ma la vera sapienza viene solo dal Signore: Initium sapientiae est timor Domini [Sa] 110,10]. Perciò dobbiamo prima aggiustar bene la nostra coscienza. Sapientia non introit in animam malevolentem, questo era scritto in un cartello appese nello studio, non so se ci sia ancora, se non c'è più, don Durando ne faccia attaccare un altro. E qui son sempre al medesimo avviso che sono solito dare al principio dell'anno: la frequente confessione e la frequente comunione.
Quanto alla frequente confessione, i santi padri dicono chi ogni settimana, chi ogni quindici giorni o una volta al mese. Sant'Ambrogio e sant'Agostino vanno d'accordo nel dirci: ogni otto giorni. Io per me vi do nessun consiglio speciale, solo [che] andiate dal confessore quando la coscienza vi duole di qualche cosa. Alcuno può stare dieci giorni senza offendere il Signore, altri quindici ed altri anche venti. Ma alcuno può solamente stare tre o quattro giorni e poi cade subito in peccato; costui si accosti più frequentemente, a meno che siano inezie da nulla.
Quanto alla frequente comunione, io non voglio prescrivervi il tempo, voglio però raccontarvi un fatterello. Prima voglio guardare l'orologio se non è ancor troppo tardi: sono solamente le nove e otto minuti. Son fatti che si raccontano in cinque minuti. Vi era un cotal uomo che era solito ad andarsi a confessare da san Vincenzo de' Paoli. Non gli piaceva frequentare questo confessore perché gli ordinava la frequente comunione. Pensò quindi di cambiar consiglio e di andare da un altro confessore e gli disse: "Io era solito andare da padre Vincenzo, ma mi ordinò la comunione troppo frequente, perciò sono venuto da lei per ricevere il suo consiglio". Questo padre si sbrogliò e gli disse: "Figliuol mio, comincia dal poco: andrai ogni otto giorni, poi ogni 15, dopo potrai andare una volta al mese". Seguì questo consiglio il povero uomo ed in poco tempo passò dalla comunione solamente più alla confessione, dalla confessione ai teatri e ai balli, ecc. Poi addio confessione, addio comunione: si diede a menare una vita licenziosa. Ma dopo passato qualche tempo, non era più contento come prima, la coscienza gli rimordeva delle sue colpe, fece ritorno a san Vincenzo e gli disse: "Io vedo che lasciando la santa comunione lascio anche la pietà e divento peggiore; da ora in avvenire voglio seguire il suo consiglio, ed accostarmi di frequente alla santa comunione". Io vi raccomando la medesima cosa, praticatela per conservare senza pena la vostra coscienza se volete acquistare quella vera sapienza del Signore. Buona notte.

217. Sogno di Lanzo o del giardino salesiano
Ed. critica in Cecilia ROMERO, I sogni di Don Bosco. Edizione critica. Presentazione di Pietro Stella. Leumann (Torino), Elle Di Ci 1978, pp. 40-4427.
Venerdì 22 dicembre 1876
Una pianura simile al mare quando è in perfetta calma, ma formata di brillanti cristalli. L'occhio si perdeva nella sua vasta superficie.
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27 È un sogno molto valorizzato nella tradizione salesiana. Il, santo scrive in un linguaggio semplice, non studiato; mentre la versione delle Memorie biografiche (MB MI, 586-595) riporta una trascrizione più elaborata, fatta dopo il racconto orale nella buonanotte del 22 dicembre 1876.
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Moltitudine di piante, erbe, fiori, vigneti, boschetti, fiori di ogni qualità coprivano quella superficie. Meravigliosi viali, magnifici edifici aggiungevano ornamento. Erano tutte cose somiglianti a quelle della terra, ma di bellezza, di forma inesprimibile.
Musica strumentale che pareva composta di migliaia di vari strumenti, di cui ciascuno faceva un suono diverso, più alto o più basso, ma sempre con perfetto accordo. Lo stesso dicasi delle voci. Si vedeva un immenso numero di abitanti che tutti si dilettavano nell'udire e nel prendere parte a cantare e a suonare. Più si stava ascoltando più cresceva il desiderio di ascoltare e tutti se ne mostravano sempre più ansiosi.
Ad un certo punto cessò ogni musica ed allora molti uditori si volsero verso di me, che non ero sopra quella meravigliosa superficie, ma colà vicino sopra di un rialzo di terra. Ne conobbi molti. Ma quelli che mi vennero più vicini furono Savio Domenico, don Alasonatti, don Chiala, don Giulitto di cui avevo pensato molto nella passata giornata. Erano alla distanza da potersi toccare la mano. Io ero tremante, non osavo fare parola. Gli altri mi guardarono con volto allegro come se avessero voluto parlare, ma tacevano.
Savio Domenico era vestito così: una veste bianca intrecciata di diamanti gli copriva la persona; una fascia rossa orlata in oro gli cingeva i fianchi. In volto era florido, luminoso, bello come un angelo. Da una mano teneva un mazzo di fiori come per regalare. Ho notato il giglio, la rosa, la violetta, il girasole, la perpetua, la spiga di grano, fiore genziana ed altri, ma con intreccio e di una bellezza indescrivibile.
Savio colla mano che aveva libera mi fe' segno di ascoltar e cominciò a parlare così:
— Perché temi qui dove tutto deve inspirare coraggio?

  1. Temo per il luogo dove mi trovo e che ignoro; e non so che sia tutto questo e questi che io veggo.
  2. La terra che tu abiti adesso, se coltivata diverrà un pavimento di pietre preziose in cielo. Costoro sono servi del Signore, che ebbero fede in lui ed ora godono il frutto delle loro fatiche.
  3. Ma perché parli tu solo e non altri?
  4. Perché io sono il più frequente e il più antico di quelli che sono qui.
  5. Che vuol [dire] questa veste bianca che ti copre?

Tacque Savio e gli altri in coro si posero a cantare: Dealbaverunt stolas in sanguine Agni, ideo sunt ante tronum Dei [Ap 22,14].

  1. Perché questa fascia?

Don Alasonatti, don Chiala ed altri risposero cantando: Habuerunt lumbos praecinctos, virgines enim sunt, ipsi sequuntur agnum quocumque ierit [Ap 14,4].

  1. Questo giardino è forse il paradiso che voi godete?

— Niente affatto. Non è altro che una bellezza materiale, ogni mortale che vede una luce soprannaturale cadrebbe morto. Vuoi vedere un piccolissimo raggio di luce soprannaturale? Chiudi gli occhi e tosto aprili di nuovo.
Appena aprii gli occhi vidi una luce di cui un piccolissimo raggio come del fulmine veniva verso di me, ma così ardente che mi fece dare un grido involontario come mi fossero strappati gli occhi. Poco dopo riaprii gli occhi ed ogni cosa era come prima.

  1. Questa, disse Savio, è ancora luce tutta naturale, cioè formata da sostanze materiali ed è cento milioni di volte meno risplendente del più piccolo raggio anzi di un'ombra separata dalla materia. L'uomo finché vive su questa terra non può vedere, alcun raggio di luce divino senza morire. La ragione è questa: la creatura materiale non può reggere in confronto del Creatore infinito che è purissimo spirito. L'anima soltanto come principio spirituale, separata dal corpo, vola a contemplare la luce inaccessibile della divinità e vedrà Dio come è in se stesso.
  2. Quello che vedo in te è corpo o spirito? Ciò dicendo misi la mia mano sopra la sua. Ma ho toccato niente e fu di me come di chi tocca un'ombra.

— E inutile cercare di toccarmi. Ciò che vedi non è altro che la forma ovvero l'ombra del mio corpo e Dio conserva questa apparenza agli spiriti fino al giorno dell'universale risorgimento, quando ciascuno vestirà la materia immortale ripigliando il corpo che si aveva prima di morire.
— Ma dimmi quale è lo scopo di questa tua visita e prima ancora dimmi se io sono svegliato o nel sonno.

  1. Né l'uno né l'altro. Sei in atto di ricevere severi ordini dalla parte del Signore e guai a te se non ti adoperi per eseguirli. Alcune cose si riferiscono al passato, altre al presente, non poche si riferiscono all'avvenire. Riguardo al passato è la mancanza di fede, troppa timidità. Guarda quante anime condussero al cielo gli Oratori e ne vediamo moltitudini. Sarebbero cento mila di più se avessi avuto la fede viva come devono avere tutti i ministri del Re dei re.

— Ma tu mi spaventi troppo: dimmi qualche cosa del presente.

  1. Per il presente avvi qui un bouquet di fiori e prendilo, e fanne un regalo a tutti i tuoi figli di ogni età e condizione e assicurerai loro il regno dei cieli — Ma io non ne comprendo il senso.

— Te ne darò un cenno: la rosa è la carità; la violetta l'umiltà; il giglio la castità; il girasole l'ubbidienza; la perpetua la perseveranza; l'edera la mortificazione; la spiga di grano la santa comunione; la genziana la penitenza. Ognuna di queste cose sia a dovere e a lungo spiegata e darai ai tuoi un tesoro finito che li condurrà ad un premio infinito.
— Aggiungi anche qualche cosa per l'avvenire.
— Non parlo più io, ma è Dio misericordioso che solo il sa e si esprime così: Nell'anno prossimo sarai privato di sei e poi ancora di due altre persone assai care; ma che devono dalla terra essere trapiantate nel luogo di delizia ossia nel paradiso dell'Increato.
Alla Congregazione salesiana spunterà una luminosa aurora dai quattro angoli della terra. Battaglie e trionfi, ma i suoi militi cresceranno assai, se i capi non lasceranno fuorviare le ruote del carro sopra cui è assiso il Signore. E vicino il tempo in cui i buoni ed i malvagi saranno sbalorditi per le meraviglie che si succederanno rapidamente, ma è tutto misericordia ed ognuno sarà consolato.
— Quale è lo stato attuale dei miei giovani?
— Devi dire dei figli di Dio, che te li affidò e di cui dovrai a suo tempo rendere conto. Prendi questi tre fogli e sopra ciascuno vedrai quello che è necessario.
Io presi quei fogli e sopra di uno era scritto quanto segue: Nota di coloro che al presente camminano diritto per la via del cielo. E vidi molti nomi che conoscevo e molti che affatto ignoravo. La seconda nota era intitolata: Vulnerati in basso e il numero era pure grande; ma non come il primo. Nella terza stava questo titolo: Lassati sumus in via iniquitatis [Sap 5,7].
— Le due prime note tu puoi ;:réderle e i loro nomi si possono vedere dagli spiriti. Non così quei della terza. Quelli che abitano in cielo, sebbene siano purissimi spiriti, tuttavia sentono una puzza insopportabile al solo vederli. Se tu vuoi saperne i nomi e vederli volta la nota in parte opposta. Voltai il foglio e in un istante vidi non i nomi, ma gli individui in atto il più aborrevole. Si udì una voce a guisa di un tuono che mi assordò l'udito: Execrabiles viae eorum coram Deo et coram omnibus viventibus.
In quel momento a quel rumore mi svegliai. Alzo lo sguardo, ma tutto era divenuto oscuro, né più vidi alcuno e fu soltanto allora che mi accorsi di essere in letto, ma talmente abbattuto e talmente travagliato da quel sogno, che non potei né riposare, né pensare ad altro se non a quel sogno, che giorno e notte mi travaglia tuttora la mente mia.

218. La coscienza tranquilla
ASC A000303 Conferenze, Quad. III, 1877-1878, ms di Giacomo Gresino, pp. 10-13
(cf MB XIII, 427-429).
Martedì 21 agosto 1877
Si avvicina il tempo delle vacanze, tanto per gli studenti come per gli artigiani: gli uni per riposarsi la testa, gli altri per riposarsi le spalle e le braccia; tutti per fare vacanza. E per queste vacanze bisogna che io vi dia qualche consiglio. Il consiglio che io vi do è uno solo ed è che vi poniate pure in libertà, che facciate anche dei disordini, ma che per far questo vi ritiriate in luogo dove Iddio non vi veda. Ciascuno saprà qual sia questo luogo o una casa o il campanile o la cantina. Credo che non vi sarà alcuno così gonzo da credersi di trovare un luogo dove il Signore non possa vederlo. E questo pensiero della presenza di Dio ci deve accompagnare in ogni tempo, in ogni luogo ed in ogni azione. E chi avrà ancora il coraggio di commettere una cosa, che possa offendere il Signore, quando pensa che colui che egli vuole offendere può, sull'istante che egli vuole pronunziare quella parola, inaridirgli la lingua, può fargli paralizzar la mano con cui pensa di peccare?
Non bisogna poi prendere il Signore come tutto giustizia, credete, inflessibile. No, anzi egli è tutto misericordia, bontà, amore. E come deve paventarlo chi l'offende, così deve star contento chi può dir di se stesso: "Io ho nulla sulla coscienza". A costui io dico: va' pure a dormire tranquillo, fa' le allegre tue ricreazioni, vivi felice. Se colui che è in armonia con Dio deve menar vita felice, colui che non potesse dirlo d'essere colla coscienza netta, deve temere che Iddio non gli tolga il tempo. Ieri per esempio passeggiava in giardino il vicecurato di Lanzo col suo parroco, che lodava la predica [che] egli aveva fatto; ed egli ne godeva, perché aveva soddisfatto gli uditori. Quando ad un tratto il curato vide mancarsi da lato don Oggero e guarda e lo vede là per terra: "don Oggero, don Oggero!". Non risponde. Va a scuoterlo: "Che c'è? Come va?". Era già morto. Non è da temere di questo prete, che fu dell'Oratorio e che era una santa persona, ma per dire che si può morire o passeggiando o mangiando, dormendo ed in qualunque momento. Similmente, qualche tempo fa morì in San NicoUs, vicino a don Cagliero, un prete della parrocchia che fu qui, passò all'Oratorio ed io me ne ricordo. Dico di questi due, ma potrei dire di tanti e tantissimi che morirono improvvisamente ed in ogni maniera. Così, domani levandoci potrebbe essere che qualcuno di noi mancasse. Chi è morto? Don Bosco. Oh, come va? Egli non è più. E quel che potrebbe accadere a Don Bosco, lo potrebbe anche di ciascuno di voi. E chi non fosse preparato, pensi a rimediare, pensi ad aggiustar le sue cose. Quando uno è tranquillo della sua coscienza, può vivere allegro, può dormire tranquillo i suoi sonni, perché non ha paura del giudizio di Dio. Buona notte.

219. Ripulire i vestiti al ritorno da un viaggio
ASC A000303 Conferenze, Quad. III, 1877-1878, ms di Giacomo Gresino, pp. 24-26
(cf MB XIII, 438-440).
Domenica 29 ottobre 1877
Il motivo per cui vi ho qui radunati tutti, è per salutarvi tutti insieme e per dirvi alcune parole dopo le vostre vacanze. Una delle quali è fresca fresca, arrivatami or ora da don Ronchail e si è l'apertura di una nuova casa a Cannes, città poco distante da Nizza. Fra poco se ne apriranno altre in altri siti e continueremo fino all'America. Così se ne apriranno a La Navarre, a Tonon, a Marsiglia, a Bordeaux...; avanti: a Barcellona ecc. Tutto il litorale e poi un salto di 15 giorni consecutivi di viaggio a vapore fino a Rio de Janeiro: Ma ho bisogno che voi veniate su buoni preti e buoni maestri.
La cosa, però, che volevo dirvi si è che dopo un viaggio si han sempre le vesti imbrattate di fango o almeno impolverate. E così, sebbene in queste vacanze non vi sia staio fango, della polvere almeno sulle vestimenta o qualche zacchera si è riportata. Delle vacanze più o meno ne avete fatte tutti e perciò bisogna pensare, come dopo il ritorno da un viaggio, a ripulire le vesti. Ora vi è appunto l'opportunità in questa festa dei Santi di far questa rivista della propria coscienza; e perché vi possiate preparare bene si è pensato di far un triduo con una piccola predica alla sera. E voi procurate di eseguire ciò che in essa vi si dirà. Quello che io vi suggerisco in questi giorni, dedicati dalla Chiesa alle anime dei defunti, è di procurar in ogni modo di suffragarle. Coloro che possono far la comunione, la facciano. Tutti poi pregate e pregate molto e le indulgenze specialmente che acquisterete, applicatele a loro, che questo è il più bel modo di suffragare quelle anime. Usate loro questa carità, specialmente a quelle dei vostri parenti, ché, chi più prossimi chi più remoti, dei parenti defunti ne avete tutti. E poi queste preghiere, questo bene che fate alle anime dei purganti, resta in realtà un bene fatto per voi; resta come il cibo, che si dona alla bocca che lo gusta, ma che in realtà nutriste la persona che lo prende.
Vi raccomando adunque che passiate bene questi giorni, facendo una rivista alla propria coscienza, ed offrendo tutto il bene che farete per le anime del purgatorio; e così quando noi ci presenteremo all'eternità ci troveremo già preparato del bene, che ci preserverà dalle fiamme del purgatorio e ci aprirà le porte del paradiso. Buona notte.

220. "Esattezza e pulitezza"
ASC A000303 Conferenze, Quad. III, 1877-1878, ms di Giacomo Gresino, pp. 27-30
(cf MB XIII, 417-419).
Mercoledì 28 novembre 1877
Ecco che don Bosco viene a salutarvi tutti insieme ed a portarvi una buona notizia. Domani incomincia la novena di Maria santissima Immacolata. Tra i nostri giovani vi fu sempre una special devozione verso Maria Immacolata. Ed infatti esiste una compagnia chiamata dell'Immacolata, a cui diede principio Savio Domenico, come si trova nella sua vita, insieme col regolamento che egli con vari compagni si prescrissero. A questa compagnia appartengono molti di voi (ma quelli solo che risplendono in tutte le virtù).
Io mi ricordo come al principio della novena dell'Immacolata Concezione Savio Domenico propose di passarla bene; venne da me e volle fare la confessione generale (non l'aveva ancora fatta, per quanto io sappia); e poi conservò talmente in tutta la novena la sua coscienza netta da poter tutti i giorni fare la santa comunione. Come è desiderio ardente della Chiesa che tutti i cristiani, ed io aggiungerò che tutti i giovanetti dell'Oratorio, si regolino [bene] affinché possano tutte le mattine partecipare alla mensa eucaristica.
E per ricordo in questa novena che consiglio vi darò? Ecco, due cose: esattezza e pulitezza. Son due parole che fanno rima insieme e che vanno molto d'accordo. Esattezza nell'osservanza di tutte le regole della casa, di tutte e senza eccezione. Quindi, esattezza nell'andare in chiesa. o nello studio, esattezza nell'andare a mangiare e nell'andare a dormire. Esattezza in tutto. L'altra cosa è la pulitezza, non nel lucidar le scarpe, ma nel tener netta la coscienza. È anche bene il tenersi ben puliti come si conviene, ma se qualcheduno si sentisse un prurito qui nel cuore e dando un'occhiata alle sue confessioni vedesse d'aver sempre le stesse cose: le stesse bugie, le stesse perdite di tempo, le stesse mancanze, di modo che egli si trovasse una serie di peccati e confessioni, di confessioni e peccati; ebbene, costui manifesti queste cose e, se egli lo crede bene, faccia anche una rivista delle sue cose o con una confessione generale o solo su quei punti che crede necessari. Vi sarà un altro che sentirà anche lui un prurito nel cuore e dirà: "Ma io temo di aver fatto male una confessione e di non trovarmi in buono stato; è vero che di quel peccato mi ero dimenticato, ma me n'ero dimenticato apposta". E anche costui — e se ne trovano — parli al proprio direttore di questa cosa e si rimetta interamente a lui. Un altro dirà: "Io da qualche tempo mi trovo inquieto, temo di non aver la mia coscienza in buono stato". Ebbene, si confidi al suo padre spirituale e, se vuole, faccia pur anche una confessione generale, ché questo è appunto tempo opportuno per ciò. Così pure sia detto per tutti coloro che si accorgessero che le loro confessioni mancassero di dolore o di proponimento o di esame.
Ricordatevi dunque, sempre, ma specialmente in questa novena, esattezza e pulitezza. Siate esatti in tutto e conservate la vostra coscienza talmente pulita da poter frequentare la santa comunione. Come mi ricordo che fece tanto esemplarmente Savio Domenico nell'ultima novena dell'Immacolata Concezione, regolandosi in tutto degno imitatore di san Luigi; degno di un giovanetto che all'età di sette anni e mezzo, facendo la prima comunione, si propose: morte, ma non peccati. Così facendo anche noi, Maria Immacolata avrà per tutti un favore da farci e sarà quello che più gioverà all'anima nostra. Buona notte.

221. Come fare gli esercizi spirituali
ASC A000303 Conferenze, Quad. III, 1877-1878, ms di Giacomo Gresino, pp. 31-35
(cf MB XIII, 752-754).
Domenica 2 giugno 1878
Una parola dopo circa sei mesi! Vedete quanto tempo senza più venirvi a dare la buona sera. Ma se non venni personalmente, la mia mente si trovava sempre qui fra voi. E quando mi trovavo a Roma e quando ero per viaggio a Nizza o a san Pier d'Arena, alla mattina nella messa pensavo a voi, ma alla sera poi irresistibilmente il mio pensiero si portava fra voi. Adesso però da qualche tempo ci troviamo qui e speriamo di non allontanarcene tanto presto. Siamo qui per procurare il vostro vantaggio spirituale ed anche temporale.
La cosa però che son venuto per dirvi è che domani a sera incominceranno gli esercizi spirituali per gli studenti e subito dopo per gli artigiani. Tutte  le cose che io sono solito di raccomandare durante gli esercizi si riducono ad una sola: star attento e mettere in pratica quello che si predica o si legge. E come metterlo in pratica? In tutte le prediche, in tutte le letture vi è sempre qualche cosa che fa per noi: ora sarà dell'esame mal fatto o del dolore o del proponimento mancante; ora sarà dei consigli del confessore dimenticati, ecc. Pensiamo a ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà; se abbiamo nulla a riprenderci delle nostre passate azioni; se ora camminiamo diritti per la via che ci addita Gesù Cristo e che cosa dobbiamo fare per l'avvenire.
E perciò questo è il tempo più acconcio a pensare alla propria vocazione, perché in solitudine Deus loquitur, e gli esercizi spirituali sono appunto giorni di ritiro e di solitudine. Anche gli artigiani hanno da pensare alla loro vocazione, perché alcuni debbono ponderare se Dio disponga che si fermino a lavorare qui in Congregazione e farne parte o se li chiami a far bene altrove. Tutti poi hanno bisogno di cessare per qualche giorno dalle consuete occupazioni per applicarsi esclusivamente alle cose dell'anima.
Pensate che le grazie grandi non si ricevono tanto sovente; e il poter fare gli esercizi spirituali è una grazia grande. Quanti l'anno scorso erano qui ad udire forse le stesse parole ed ora sono già passati all'altra vita. Credo che tutti abbiano fatto bene gli esercizi dell'anno scorso, ma se non li avessero fatti bene ne avrebbero ancora il tempo? E chi ci promette che un altro anno tutti [noi] che ci troviamo qui potremo farli ancora? Io non posso assicurarvelo. Dio solo che potrebbe dircelo, ci dice anzi il contrario: Estote parati, quia qua hora non putatis filius hominis veniet [Lc 12,40]; e ci mostra coll'esperienza che anche da giovani si muore. Se così è, teniamoci sempre in acconcio, che in qualunque ora venga la morte possiamo presentarci tranquilli alle porte dell'eternità.
Perciò, ora che n'abbiamo comodità, facciamo bene questi esercizi spirituali. E siccome il Signore ci dice: Ante orationem praepara animam tuam [Sir 18,23], così io dico a voi: prima degli esercizi spirituali preparate l'anima vostra; cioè prima d'incominciarli abbiate desiderio di farne profitto.
Io poi in questi giorni, se sempre giorno e notte mi occupo di voi, •in questi giorni degli esercizi io mi consacro tutto interamente per il vostro vantaggio spirituale. Nella messa farò sempre una preghiera speciale per questo fine, che gli esercizi vadano bene — e quello che dico di me intendo anche di dirlo di quelli che fanno parte con me e di quelli che vengono per questo. In queste sere spero di potervi parlare anche altre volte e per non tenervi più a lungo possiamo mettere fine a queste poche parole con questa bella conclusione: il poter fare gli esercizi spirituali è una grande grazia, che non si ha sempre; e perciò dobbiamo farli bene; per farli bene metteremo in pratica quello che ascolteremo nelle prediche e nelle letture; e poi siccome tutti i favori ci vengono dal cielo, io per parte mia e voi per parte vostra, pregheremo Iddio che ci conceda di ricavarne il maggior frutto possibile per le nostre anime. Buona notte.

222. Discernere la propria vocazione e decidere
ASC A000303 Conferenze, Quad. III, 1877-1878, ms di Giacomo Gresino, pp. 35-40
(cf MB XIII, 807-808).
Martedì 18 giugno 1878
In tutte queste solennità che vi furono o che vi sono ancora della Madonna, della Consolata, di san Luigi e di san Giovanni, di san Pietro ed altre che vi saran prima del fine dell'anno, una cosa che sarebbe di grande importanza farsi si è il deliberare sulla propria vocazione. Alcuni vi avranno già meditato e solo aspettavano di settimana in settimana, di giorno in giorno per deliberare definitivamente. Perciò in tutti gli anni io era solito di concedere un tempo per chi volesse parlare di questo ed anche quest'anno son contento che i giovani della 5a e della 4a ed anche gli altri, che volessero deliberare sulla loro vocazione, vengano in mia camera in qualunque festa dopo i vespri.
Tuttavia qualche cosa in generale si può dire anche qui. Quando si conosce che si è chiamati allo stato ecclesiastico, è cosa ancora della maggiore importanza il vedere se sia meglio il gettarsi nel secolo o ritirarsi in qualche religione. Chi poi vuol abbracciare lo stato ecclesiastico deve avere un fine retto e santo: quello, cioè, di salvar l'anima propria. E aiutare i parenti non si potrà? È cosa giusta e santa l'aiutare i parenti; perciò potrete farvi negozianti, calzolai o quel che meglio volete e quindi aiutare i parenti e altri e far quel che vi piace dei vostri guadagni. Ma un prete no, potrà far loro elemosina come a qualunque altro, qualora si trovassero a quel punto, ma non più in là. Si porta sempre a questo proposito là solita obiezione: "Ma molti preti il tale, il tal altro — hanno fatto questo, comprato quello; si sono fatti ricchi, hanno arricchito la famiglia ecc.". Dunque, tutti questi fanno male? Io non voglio qui giudicare nessuno, solamente osservo quel che dice il divi Salvatore e la santa Chiesa. Gesù Cristo dice espressamente: Chi vuol darsi al ministero di Dio, non si occupi dei negozi temporali; anzi, non solo non se ne occupi, ma non implicet se, dice precisamente la Scrittura, non s'impicci, non se ne immischi: non implicet se in negotiis [2Tm 2,4]. Le parole son chiare. E sant'Arnbrogio o san Gregorio dice che ciò che possiede il sacerdote è patrimonio dei poveri: non è neppur suo, vedete, è dei poveri. Le sue fatiche sono per Dio, i mezzi sono di Dio e quindi anche i guadagni devono essere di. Dio e perciò dei poveri. Non deve dunque tendere ad altro il prete che alla salute delle anime: ci vuole, cioè, un fine santo.
Quello ancora che vi posso dire è che colui, che non si sente chiamato allo stato ecclesiastico, non pensi neppure a farsi prete, non ne ricaverebbe nulla di bene. Chi non si sentisse di conservare la virtù della castità, non è fatto per il sacerdozio, si rivolga ad altro, poiché da prete non farebbe che del male a sé e agli altri. Vi dico queste cose perché abbiate tempo a pensare e facciate poi le vostre cose bene. Buona notte.

223.. Gli agnellini e la tempesta
ASC A000303 Conferenze, Quad. III, 1877-1878, ms di Giacomo Gresino, pp. 41-48
(cf MB XIII, 761-764).
Giovedì 24 ottobre 1878
Io son contento di rivedere il mio esercito di armati contra diabolum. Questa espressione, quantunque latina, è capita anche da Cottini. E tante cose avrei a dirvi essendo la prima volta che vi parlo dopo le vacanze, ma per ora vi voglio solo raccontare un sogno. Voi sapete che i sogni si fanno dormendo e che non bisogna prestarvi fede; ma se non c'è male a non credere, talvolta non c'è male neppure a credere e possono anzi servirci d'istruzione, come per esempio questo.
Io ero a Lanzo alla prima muta degli esercizi e dormivo, come dicevo, quando feci questo sogno. Io mi trovavo in un luogo che non potei conoscere dove fosse, ma ero vicino ad un paese, dove eravi un giardino e vicino a questo giardino un vastissimo prato. Ero in compagnia di alcuni amici che mi invitarono ad entrare nel giardino. Entro e vedo una gran quantità di agnellini che saltavano, correvano, facevano capriole secondo il loro èostume. Quand'ecco s'apre una porta che mette nel prato e quegli agnellini corrono fuori per andare a pascolare. Ma molti non si curano di uscire, si fermano nel giardino e andavano qua e là brucando qualche filo d'erba e così si pascevano, quantunque non vi fosse l'erba in quell'abbondanza che v'era fuori ove accorsero il più gran numero.
"Voglio vedere cosa fanno questi agnellini di fuori". Vi andiamo e li vediamo pascolare tranquillamente; ed ecco, quasi subito, si oscura il cielo, seguono lampi e tuoni e s'approssima un temporale. "Cosa sarà di questi agnellini se prendono la tempesta? andavo dicendo; ritiriamoli in salvo". E andavo chiamandoli. Poi io da una parte, quei compagni miei in altri luoghi, cercavamo di spingerli verso l'uscio del giardino, ma essi non ne volevano sapere. Caccia di qui, scappa di là; eh, sì, avevano le gambe migliori di noi. E frattanto cominciava a gocciolare, poi a piovere e non mi veniva fatto di poterli accogliere. Uno o due entrarono bensì nel giardino, ma tutti gli altri, ed erano in gran quantità; continuarono a stare nel prato. "Ebbene, se non vogliono venire peggio per loro; intanto noi ritiriamoci". Ed andammo nel giardino.
Colà vi era una fontana su cui era scritto a caratteri cubitali: Fons signatus, fontana sigillata. Essa era coperta. Ed ecco che si apre, l'acqua sale in alto, si divide e forma un arcobaleno, ma a guisa di volta come questo porticato. Frattanto si vedevano più frequenti i lampi, seguivano più rumorosi i tuoni e si mise a cader la grandine. Noi con tutti gli agnellini che erano nel giardino ci stringemmo là sotto e non vi penetrava l'acqua e la grandine. "Ma cos'è questo? andavo chiedendo agli amici; e cosa sarà mai dei poveretti che stanno fuori?". "Vedrai, mi rispondevano. Osserva sulla fronte di questi agnelli, che cosa vi trovi?". Osservai e vidi che sulla fronte di ciascheduno di quegli animali eravi scritto il nome di un giovane dell'Oratorio. "Che è questo?". "Vedrai, vedrai".
Intanto io non potevo più trattenermi e volli uscire a vedere cosa facessero quei poveri agnelli che s'erano fermati fuori. "Raccoglierò quelli che furono uccisi e li spedirò all'Oratorio", pensavo io. Presi la pioggia anch'io ed ho vedute quelle povere bestiole stramazzate a terra che movendo le zampe cercavano di venire al giardino, ma non potevano camminare. Apersi l'uscio, ma i loro sforzi erano- inutili. La pioggia e la grandine li aveva così malconci e continuava a maltrattarli che facevano pietà. Uno veniva percosso sulla testa, un altro sulla guancia, questo su un orecchio, quello sulla zampa, altri altrove. Frattanto era cessata la tempesta.
"Osserva, mi dice quegli che avevo accanto, sulla fronte di questi agnelli". Osservai e lessi su ciascuna fronte il nome di un giovane dell'Oratorio. "Ma, dissi io, conosco il giovane che ha questo nome e non mi pare un agnellino". "Vedrai, vedrai". Quindi mi fu presentato un vaso d'oro con coperchio d'argento, dicendomi: "Tocca colla tua mano intinta di questo unguento le ferite di queste bestiole e subito guariranno". Io mi metto a chiamarli: "Berr! Berr!". Ed essi niente, come se nulla fosse. Cerco di avvicinarmi ad uno ed esso via. "Non vuole, peggio per lui!". Vado ad un altro e scappa. E ripetevo inutilmente questo giuoco.
Ne raggiungo uno alfine, che aveva poverino gli occhi fuor dell'orbita così malconci, che era una compassione. Glieli toccai colla mia mano ed esso guarì e se ne andò nel giardino. Molti altri non ebbero più ripugnanza e si lasciarono toccare e guarire, ed entrarono nel giardino. Ma ve ne restarono ancora molti e generalmente i più piagati, che non fu possibile avvicinarli.

  1. Se non vogliono guarire, peggio per loro; ma non so come potrò farli rientrare in giardino.
  2. Lascia fare, mi disse uno degli amici che erano con me, verranno, verranno.
  3. Vedremo. Riposi il vaso dove era prima e ritornai al giardino. Erasi tutto mutato e vi lessi all'ingresso: Oratorio. Appena entrato, ecco che quegli agnelli che non volevano venire, entrano di soppiatto e corrono a rimpiattarsi qua e là; e neppure allora potei avvicinarmi ad alcuno. Vi furono anche parecchi, che non ricevendo volentieri l'unguento, si convertì per loro in veleno che invece di guarirli inaspriva le loro piaghe.
  4. Guarda, vedi quello stendardo?
  5. Sì, lo vedo. Vi leggevo a grossi caratteri questa parola: Vacanze.
  6. Ecco, questo è l'effetto delle vacanze, mi spiegò uno che m'accompagnava, poiché io ero già fuori di me. I tuoi giovani escono con buona volontà di pascolarsi, ma poi sopravviene il temporale, che sono le tentazioni; poi la pioggia, che sono gli assalti del demonio; quindi cade la grandine ed è quando cadono nella colpa. Alcuni risanano ancora colla confessione, ma altri o non ne usano bene o non ne usano punto. Abbilo a mente e non stancarti mai di ripeterlo ai tuoi giovani che le vacanze sono una gran tempesta per le loro anime.

Osservavo io quegli agnelli e vi scorgevo in alcuni ferite mortali; andavo cercando modo di guarirli, quando, come v'ho detto che dormivo, don Scappini fece rumore nella camera attigua alzandosi e mi svegliò.
Questo è il sogno e, quantunque sogno, ha tuttavia un significato che non farà male a chi vi presterà fede. E posso anche dirvi che io notai alcuni nomi fra quegli agnelli del sogno e confrontandoli coi giovani, che questi si regolarono appunto come accadde nel sogno. Comunque stia la cosa, noi dobbiamo in questa novena dei Santi corrispondere alla bontà di Dio che ci vuole usare misericordia e con una buona confessione purgare le ferite della nostra coscienza. Dobbiamo poi metterci tutti d'accordo per combattere il demonio e coll'aiuto di Dio ne usciremo vincitori e andremo a ricevere il premio della vittoria in paradiso.