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SEZIONE TERZA
ORIENTAMENTI PER UN CRISTIANESIMO COERENTE
E D'AZIONE

Presentazione
Questa terza sezione è costituita da una scelta di testi indirizzati al popolo, a cattolici impegnati, a Cooperatori salesiani laici ed ecclesiastici. Don Bosco insiste sullo spirito che deve animare il buon cristiano, immerso nel mondo, attivo nella carità, coerente con la sua fede.

Il cattolicesimo dell'Ottocento, in ogni classe sociale, è connotato da un accentuato fervore spirituale e operativo, unito al senso vivissimo della propria vocazione nella Chiesa e nella società, che spinge alla testimonianza evangelica, alla militanza e alle opere di carità. In questo terreno fecondo germogliano vivacissime iniziative pastorali, educative e sociali; sorgono associazioni laicali, nuove forme di vita consacrata maschile e femminile; prolificano le imprese missionarie e apostoliche. Un forte senso di coesione ecclesiale e di corresponsabilità animava questi cattolici generosi, ispirati da un clero zelante e ben formato, consacrato alla propria missione, intraprendente e creativo.

Le opere di don Bosco beneficiarono ampiamente di tale clima. Ecclesiastici e laici generosi, polarizzati dalla carità del santo, fin dai primi momenti dell'Oratorio prestarono generosamente la loro opera, senza mai abbandonarlo, al punto da diventare parte integrante e strategica della sua famiglia. La consapevolezza della propria vocazione cristiana li rendeva desiderosi di più ardente vita interiore, per una cooperazione non occasionale alla missione salesiana.

Don Bosco non cessò di alimentare questo anelito di carità in funzione educativa e apostolica, non solo attraverso l'animazione e organizzazione della cooperazione, ma anche tramite la cura spirituale. I testi qui raccolti ci mostrano il suo impegno nel promuovere una visione integrale, devota e attiva della vita cristiana: all'amore misericordioso e tenerissimo di Dio, alla sua carità senza limiti, si risponde con una fede viva e una carità ardente, con l'imitazione operosa di Cristo Gesù. Sostenuti dalla grazia dei sacramenti, uniti a Dio nella preghiera "per mezzo di santi pensieri e devoti sentimenti, staccati dalle lusinghe del mondo e protesi verso la santità nell'esercizio delle virtù, fiduciosi nella Provvidenza, i cristiani sono tenuti ad una vita interiore più consapevole e coltivata, alla testimonianza evangelica nel quotidiano, ad "esercitare la loro carità nel lavorare per la salvezza delle anime", ad aiutarsi "vicendevolmente nel fare il bene e tener lontano il male'.

' Giovanni Bosco, Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà con analoghe istruzioni secondo il bisogno dei tempi. Torino, Tip. dell'Oratorio di S. Franc. di Sales 1868, p. 1 (OE XIX, 9).

Questa visione emerge anche nella corrispondenza, nei consigli offerti agli amici, laici e sacerdoti. Secondo don Bosco il cattolico è chiamato ad essere lievito della società nel tessuto della vita quotidiana: testimonia la propria fede, esercita le opere di carità, 'si dona con generosità e senza paure, promuove la pietà, si prodiga per l'educazione cristiana della gioventù, diffonde la buona stampa, cura le vocazioni, sostiene l'azione missionaria.

Questa sezione è composta di tre parti.

Nella prima (Le risorse spirituali del cristiano) sono raccolti, a titolo esemplificativo, sei testi di don Bosco mirati alla formazione spirituale del laicato cattolico (nn. 266-271), semplici saggi di un vasto impegno formativo e istruttivo di popolo, che trova in alcune pubblicazioni del santo i migliori esempi: la Chiave del paradiso (1856), il Mese di maggio (1858), il Cattolico provveduto (1868).

Nella seconda parte sono trascritte due conferenze di don Bosco (nn. 272 e 273) che illustrano la vocazione dei Cooperatori salesiani e il ruolo determinate ad essi affidato per lo sviluppo dell'opera salesiana.

La terza parte contiene dodici esempi di lettere (nn. 274-285) ad amici, benefattori e cooperatori, con indirizzi e consigli di vita spirituale.

2 Giovanni Bosco, Cooperatori salesiani, ossia un modo pratico per giovare al buon costume ed alla civile società. San Pier d'Arena, Tipografia e Libreria di S. Vincenzo de' Paoli 1877, pp. 4 e 27 (OE XXVIII, 342 e 365).

I. LE RISORSE SPIRITUALI DEL CRISTIANO
Nella Chiesa si trovano tutti i mezzi di salvezza, vi fiorisce la santità e la carità. Don Bosco incessantemente invita adulti e giovani a cooperare all'azione della grazia con fede, speranza e carità, con l'offerta generosa di sé, con la preghiera costante, con la frequenza ai santi sacramenti; soprattutto facendosi imitatori di Gesù Cristo attraverso in una vita virtuosa e ricca di opere di carità.

266. Fede, speranza e carità
Ed. a stampa in [Giovanni Bosco], Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà con analoghe
istruzioni secondo il bisogno dei tempi. Torino, Tip. dell'Oratorio di S. Franc. di Sales 1868,
pp. 87-91 (OE XIX, 95-99)3.

L'apostolo san Paolo dice che senza la fede è impossibile piacere a Dio, sine fide impossibile est placere Deo [Eb 11,6]. Noi dunque dobbiamo sempre tenere accesa nel nostro cuore questa fiaccola della fede. Abbiamo bisogno che la fede ci illumini in tutti i passi della nostra vita. La fede deve essere il cibo che ci sostenta nella vita spirituale, secondo quello che dice la sacra Scrittura: iustus ex fide vivit, l'uomo giusto vive di fede. Affinché questa fede che noi abbiamo da Dio ricevuto nel santo battesimo non venga mai meno nel nostro cuore dobbiamo spesso eccitarla. Dobbiamo per ciò fare sovente atti di fede; protestare col cuore che noi crediamo fermamente alle principali verità della cattolica religione e a tutto quello che Dio per mezzo della sua Chiesa volle che ci fosse insegnato. Ciò che noi facciamo recitando la formola dell'atto di fede.

Ma, caro cristiano, la fede non basta per l'eterna salute, ché ci è pur anche necessaria la virtù della speranza, la quale ci faccia abbandonare noi medesimi nelle mani di Dio, come un figlio nelle braccia della tenera madre. Noi abbiamo bisogno di ottenere da Dio molti favori e questi non soglionsi da Dio concedere se noi non li speriamo. Noi abbiamo commesso chi sa quanti peccati; abbiamo perciò bisogno che Dio ci usi misericordih e ce li perdoni. Abbiamo continuamente bisogno dell'aiuto della grazia di Dio per vivere santamente su questa terra. Ora questa misericordia, questo perdono, questo aiuto della sua grazia Iddio non vuole concederlo se non a chi lo spera. Inoltre Iddio tiene preparato nell'altra vita un mare di delizie; ma nessuno potrà giungere a goderlo senza la virtù della speranza. Per la qual cosa noi dobbiamo fare frequenti atti di questa virtù; ravvivando nel nostro cuore una grande fiducia di tutto ottenere dalla somma bontà di Dio per i meriti del nostro Signore Gesù Cristo. Per risvegliare e mantenere sempre viva in noi questa virtù recitiamo dunque con divozione la formola dell'atto di speranza.

3 Questo volumetto è stato compilato da don Bosco con la collaborazione di don Giovanni Bonetti.

Fra tutte le virtù poi la carità è la maggiore e la più eccellente. Senza di essa tutte le altre non potrebbero farci ottenere l'eterna salute. Ma in che consiste questa virtù della carità? Consiste nell'amar Dio sopra tutte le cose ed il prossimo come noi stessi per amor suo. L'amore dunque verso Dio e verso il prossimo deve sempre essere come un fuoco acceso nel nostro cuore. Primieramente noi dobbiamo amare Dio con tutto il cuore perché egli è uno spirito perfettissimo, un essere d'infinita bontà, un bene sommo. Dobbiamo anche amarlo perché egli ci ha colmati d'innumerevoli benefici; ci ha cavati dal nulla col crearci; ci ha fatti nascere nella religione cattolica che è la sola che ci possa condurre al porto della salute. Egli, sebbene da noi tante volte offeso, non ci colpì colla morte come avrebbe potuto fare e come fece a molti altri ai quali dopo il primo peccato non diede più tempo a pentirsi. Egli per nostro amore discese dal cielo in terra fra gli stenti e le pene; per noi soffrì la morte la più dura. Egli per un eccesso d'amore si lasciò per nostro cibo nella santa Eucaristia. Egli infine ci tiene preparato un bel posto in cielo per tutta un'eternità. E chi è mai colui, il quale considerando questi tratti d'amore di Dio verso di noi non si senta ardere il cuore verso Dio?
Ma noi dobbiamo anche amare il prossimo come noi stessi. Tutti gli uomini del mondo sono nostri fratelli, perché figli di uno stesso padre che è Dio. Tutti hanno diritto che noi li amiamo. E Gesù Cristo di ciò fece un espresso comando dicendo; hoc est praeceptum meum ut diligatis invicem [Gv 15,12]: questo io vi comando che vi amiate l'un l'altro. E non solo dobbiamo amare gli amici, ma anche i nemici. Il nostro divin Salvatore ce ne diede l'esempio perdonando e pregando per gli stessi suoi crocifissori. Sia dunque sempre acceso in noi questo fuoco della carità. Per questo fine facciamo frequenti atti di questa virtù recitando la formula dell'atto di carità.

267. Gesù Cristo, modello di ogni cristiano
Ed. a stampa in Giovanni Bosco, La chiave del paradiso in mano al cattolico che pratica i doveri di buon cristiano. Torino, Tip. Paravia e Comp. 1856, pp. 20-23 (OE VIII, 20-23).

Disse un giorno Iddio a Mosè: "Ricordati bene di eseguire gli ordini miei e fa' ogni cosa secondo il modello che ti ho mostrato sopra la montagna". Lo stesso dice Iddio ai cristiani. Il modello che ogni cristiano deve copiare è Gesù Cristo. Niuno può vantarsi di appartenere a Gesù Cristo se non si adopera per imitarlo. Perciò nella vita e nelle azioni di un cristiano devonsi trovare la vita e le azioni di Gesù Cristo medesimo.

Il cristiano deve pregare, siccome pregò Gesù Cristo sopra la montagna con raccoglimento, con umiltà, con confidenza.

Il cristiano deve essere accessibile, come lo era Gesù Cristo, ai poveri, agli ignoranti, ai fanciulli. Egli non deve essere orgoglioso, non aver pretensione, non arroganza. Egli si fa tutto a tutti per guadagnare tutti a Gesù Cristo.

Il cristiano deve trattare col suo prossimo, siccome trattava Gesù Cristo coi suoi seguaci: perciò i suoi trattenimenti devono essere edificanti, caritatevoli, pieni di gravità, di dolcezza e di semplicità.

Il cristiano deve essere umile, siccome fu Gesù Cristo, il quale ginocchioni lavò i piedi ai suoi apostoli e li lavò anche a Giuda, quantunque conoscesse che quel perfido doveva tradirlo. Il vero cristiano si considera come il minore degli altri e come servo di tutti.

Il cristiano deve ubbidire come ubbidì Gesù Cristo, il quale fu sottomesso a Maria e a san Giuseppe, ed ubbidì al suo celeste Padre fino alla morte e alla morte di croce. Il vero cristiano obbedisce ai suoi genitori, ai suoi padroni, ai suoi superiori, perché egli non riconosce in quelli se non Dio medesimo, di cui quelli fanno le veci.

Il vero cristiano nel mangiare e nel bere deve essere come era Gesù Cristo alle nozze di Cana di Gallica e di Betania, cioè sobrio, temperante, attento ai bisogni altrui e più occupato del nutrimento spirituale che delle pietanze di cui nutrisce il suo corpo.

Il buon cristiano deve essere coi suoi amici siccome era Gesù Cristo con san Giovanni e san Lazzaro. Egli li deve amare nel Signore e per amor di Dio; loro confida cordialmente i segreti del suo cuore; e se essi cadono nel male, egli mette in opera ogni sollecitudine per farli ritornare nello stato di grazia.

Il vero cristiano deve soffrire con rassegnazione le privazioni e la povertà come le soffrì Gesù Cristo, il quale non aveva nemmeno un luogo ove appoggiare il suo capo. Egli sa tollerare le contraddizioni e le calunnie, come Gesù Cristo tollerò quelle degli scribi e dei farisei, lasciando a Dio la cura di giustificarlo. Egli sa tollerare gli affronti e gli oltraggi, siccome fece Gesù Cristo allorché gli diedero uno schiaffo, gli sputarono in faccia e lo insultarono in mille guise nel pretorio.

Il vero cristiano deve essere pronto a tollerare le pene di spirito, siccome Gesù Cristo quando fu tradito da uno dei suoi discepoli, rinnegato da un altro ed abbandonato da tutti.

Il buon cristiano deve essere disposto ad accogliere con pazienza ogni persecuzione, ogni malattia ed anche la morte, siccome fece Gesù Cristo, il quale colla testa coronata di pungenti spine, col corpo lacero per le battiture, coi piedi e colle mani trafitte da chiodi, rimise in pace l'anima sua nelle mani del suo celeste Padre.

Di maniera che il vero cristiano deve dire coll'apostolo san Paolo: Non sono io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me. Chi seguirà Gesù Cristo, secondo il modello quivi descritto, egli è certo di essere un giorno glorificato con Gesù Cristo in cielo e regnare con lui in eterno.

268. La preghiera
Ed. a stampa in [G. Bosco], Il cattolico provveduto..., pp. 1-3, 7-13 (OE XIX, 9-11. 15-21).

Pregare vuol dire innalzare il proprio cuore a Dio e intrattenersi con lui per mezzo di santi pensieri e devoti sentimenti. Perciò ogni pensiero di Dio e ogni sguardo a lui è preghiera, quando va congiunto ad un sentimento di pietà. Chi pertanto pensa al Signore o alle sue infinite perfezioni e in questo pensiero prova un affetto di gioia, di venerazione, di amore, di ammirazione, costui prega. Chi considera i grandi benefici ricevuti dal Creatore, Conservatore e Padre, e si sente da riconoscenza compreso, costui prega. Chiunque nei pericoli della sua innocenza e della virtù, conscio della propria debolezza supplica il Signore ad aiutarlo, costui prega. Chi finalmente nella contrizione del cuore si volge a Dio e ricorda che ha oltraggiato il proprio Padre, offeso il proprio Giudice ed ha perduto il più gran bene e implora perdono e propone di emendarsi, costui prega.

Il pregare è perciò cosa assai facile. Ognuno può in ogni luogo, in ogni momento sollevare il suo cuore a Dio per mezzo di pii sentimenti. Non sono necessarie parole ricercate e squisite, ma bastano semplici pensieri accompagnati da devoti interni affetti. Una preghiera che consista in soli pensieri per esempio in una tranquilla ammirazione della grandezza ed onnipotenza divina, è una preghiera interna o meditazione oppure contemplazione. Se si esterna per mezzo di parole si appella preghiera vocale.

Sia l'una che l'altra maniera di pregare deve essere cara al cristiano, che ama Iddio. Un buon figlio pensa volentieri al proprio padre e sfoga con lui gli affetti del proprio cuore. Come mai dunque un cristiano potrebbe non pensar volentieri a Dio, suo amorosissimo Padre e a Gesù suo misericordioso Redentore ed esternargli sentimenti di riverenza, di riconoscenza, di amore e con soave confidenza pregarlo di aiuto e di grazia? [...]
Affinché la preghiera del cristiano sia pienamente accetta a Dio e ottenga infallibilmente il suo effetto, deve avere alcune condizioni:
1. Chi prega deve essere nello stato di grazia santificante, cioè non avere sulla coscienza alcun peccato mortale che non sia stato cancellato colla confessione sacramentale o con la contrizione. Perché, come dice la Scrittura, il Signore si tiene lontano dall'empio, ed egli esaudisce la preghiera dei giusti (Pr 15, 29). Ciò nonostante chi è in stato di peccato mortale, se ha almeno un qualche desiderio di correggersi e prega con l'intenzione di onorare Iddio, quantunque egli non abbia diritto di essere esaudito, perché non è in amicizia con Dio, tuttavia la sua preghiera è sommamente utile e per la infinita bontà divina non manca mai di ottenere delle grazie.

2. Deve pregare inspirato da viva fede, perché senza la fede è impossibile piacere a Dio (Eb 11, 6) e dove manca la fede o non si prega di cuore, non si rende alla bontà, sapienza ed onnipotenza di Dio l'onore che egli da noi esige.

3. Deve pregare con umiltà e sentire per una parte il bisogno della grazia, per l'altra la totale mancanza in se stesso di qualunque merito o titolo atto ad ottenere quanto domanda. Imperocché Iddio resiste ai superbi e dà agli umili la sua grazia (Gc 4, 6).

4. Inoltre il cristiano nella preghiera deve osservare un ordine riguardo alle cose che domanda. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato per giunta (Mt 6, 33), ci dice Gesù Cristo. Perciò dobbiamo cercare in primo luogo i beni spirituali, come sono il perdono dei peccati, i lumi per conoscere la divina volontà e i nostri errori, la forza, l'aumento e la perseveranza nella virtù. Dopo ciò possiamo anche chiedere i beni temporali, la sanità, i mezzi onde campar la vita, la benedizione celeste sulle nostre occupazioni, sui nostri negozi, sulle nostre campagne e sulle nostre famiglie, l'allontanamento delle disgrazie, dei dolori e delle afflizioni in cui ci troviamo. Così c'insegna la quarta domanda del Pater noster e l'esempio di Gesù Cristo nell'orto degli Olivi. Ma questa domanda deve essere fatta colla condizione se è volontà di Dio, non dannosa all'anima nostra. Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu (Mt 26, 39).

5. Bisogna pregare in nome di Gesù Cristo, conciossiaché nessuna grazia si possa ottenere da Dio, se non pei meriti del nostro divin Redentore.

6. Bisogna pregare con una illimitata speranza di essere esauditi. Chi prega dubitando di essere esaudito fa ingiuria a Dio, il quale assicura di esaudirci purché Io preghiamo con fede viva, cioè con ferma speranza di essere da lui ascoltati ed esauditi. Perciò quando gli domandiamo un favore, abbandoniamoci in lui come un figlio si abbandonerebbe nelle mani della cara madre sicuro di essere da lei aiutato. La preghiera fatta in questo modo è onnipotente; e non si è mai udito al mondo né mai si udirà che alcuno il quale sia ricorso con fiducia a Dio, non sia stato esaudito.

Il nostro divin Redentore così ci assicura: Qualunque cosa domandiate nell'orazione abbiate fede di conseguirla e l'otterrete. L'apostolo san Giacomo avverte il cristiano di pregare senza esitare e senza dubitare se vuole ottenere quanto domanda.

7. Unire la nostra preghiera alle preghiere e ai meriti di Maria santissima, degli angeli e dei santi che sono nel cielo, delle anime del purgatorio e di tutti i giusti che vivono sulla terra.

8. Finalmente bisogna perseverare nella preghiera secondo ciò che ci raccomanda Gesù Cristo. Egli dice: Bisogna pregar sempre e non mai cessare. E se si chiede fino a quando dobbiamo durarla nella preghiera, si risponde: fino al termine della vita.

Molti cristiani pensano che le loro preghiere siano inutili o perché non ne veggono tosto l'effetto o non ottengono quelle grazie determinate che essi domandano. Ma è necessario sapere che Iddio esaudisce le nostre preghiere in quel modo ed in quel tempo che egli vede più opportuno e conveniente per la santificazione delle nostre anime e per l'avanzamento del suo regno, senza lasciarci sempre conoscere questo modo e questo tempo. Quando saremo nell'altro mondo, vedremo chiaro che neppure una parola delle nostre preghiere rimase senza effetto. Del resto tutte le volte che le nostre preghiere mancano di frutto, la colpa è nostra ché non preghiamo colle dovute disposizioni.

Per compimento di questa breve istruzione devesi osservare che non si può pregar bene senza preparazione. Prima dell'orazione prepara l'anima tua e non sii qual uomo che tenta Iddio (Sir 18, 23). Rifletti quale onore sia presentarti al Signore re del cielo e della terra, rifletti anche a ciò che vuoi chiedere a Dio; scegliti una formula di preghiera che sia adattata alle tue circostanze e ai tuoi bisogni; mettiti alla presenza di Dio e fa' che quelle parole le quali tu pronunzi a memoria o leggi sul libro, vengano dal cuore. In questo modo tu pregherai in spirito e verità.

Sebbene tu possa pregare devotamente in qualunque posizione, tuttavia è bene che tu scelga quella più atta a dimostrare anche esteriormente l'interna tua fede e devozione. Così vediamo il divin Salvatore, l'apostolo Paolo, il pubblicano, Maria Maddalena, Mosè, Salomone, Daniele, Michea pregare a mani giunte, in ginocchio, collo sguardo verso il cielo come in segno di fede o verso la terra come per sentimento d'umiltà. S'intende che pregando in chiesa dobbiamo tenere in modo particolare un contegno rispettoso e devoto, sia per rispetto al santissimo Sacramento dell'altare, in cui sta presente Gesù Cristo, sia per non dare cattivo esempio agli altri, ai quali dobbiamo anzi essere di edificazione col nostro esteriore atteggiamento.

269.I santi sacramenti
Ed. a stampa in Giovanni Bosco, Il mese di maggio consacrato a Maria SS. Immacolata ad uso del popolo. Torino, Tip. Paravia e Compagnia 1858, pp. 55-60 (OE X, 349-354).

1. Più consideriamo la nostra santa cattolica religione, più apprendiamo la sua bellezza, la sua grandezza e più rendesi manifesta la bontà, la sapienza e la misericordia di Dio, che ne è il fondatore. Ciò apparisce in maniera luminosa nei santi sacramenti. Egli è verità di fede che questi sacramenti sono sette, né più, né meno; essi furono tutti istituiti da nostro signor Gesù Cristo mentre era in questo mondo. Questi sacramenti sono: Battesimo, Cresima. Eucaristia, Penitenza, Estrema Unzione, Ordine e Matrimonio. Questi sacramenti sono altrettanti segni sensibili stabiliti da Dio per dare alle anime nostre le grazie che sono necessarie per salvarci, che è quanto dire che i sette sacramenti sono come sette canali con cui i celesti favori sono comunicati dalla divinità alla umanità.

2. Per mezzo del Battesimo noi siamo accolti nel seno di santa 'madre Chiesa, cessiamo di essere schiavi del demonio, siamo fatti figliuoli di Dio e perciò eredi del paradiso. Nella Cresima ovvero confermazione noi riceviamo la pienezza dei doni dello Spirito Santo e diventiamo perfetti cristiani. Nell'Eucaristia Gesù Cristo ci dà il suo corpo, il suo sangue, la sua anima e la sua divinità sotto le specie del pane e del vino consacrati. 'Questo è il più grande prodigio della potenza divina. Con un atto di amore immenso verso di noi, Dio trovò modo di dare alle anime nostre un cibo proporzionato e spirituale, dandoci cioè la medesima sua divinità. Nella Penitenza ci sono rimessi i peccati commessi dopo il Battesimo. Nell'Estrema unzione ovvero olio santo Dio viene in soccorso degli infermi e per mezzo della sacra unzione ci comunica le grazie necessarie per cancellare dall'anima nostra i peccati colle loro reliquie, per darci forza a sopportare pazientemente il male, fare una buona morte qualora Dio abbia decretato di chiamarci all'eternità ed anche per dare la sanità corporale se è utile alla salute dell'anima. Nel sacramento dell'Ordine ovvero nella sacra ordinazione Dio comunica ai sacri ministri le grazie necessarie per acquistare quell'alto grado di santità che è loro necessario; ed anche per poter guidare ed istruire i fedeli cristiani nelle verità della fede, nella fuga del vizio e nella pratica della virtù. Finalmente il Matrimonio è quel sacramento che dà la grazia ai coniugati di vivere tra loro in pace e carità ed allevare cristianamente la propria figliolanza qualora Dio nell'infinita sua sapienza giudichi di concederne.

3. Ecco, o cristiano, brevemente esposti i grandi mezzi che Gesù Cristo ha istituiti per la nostra salute. Egli ci procurò grandi benefizi colla sua incarnazione, ma tutti questi benefici sono comunicati per mezzo dei suoi santi sacramenti. Se tu intanto non ti dai sollecitudine di approfittare di questi mezzi di salvezza secondo lo stato in cui ti trovi, tu non puoi partecipare 91 gran mistero della redenzione e perciò non potrai salvare l'anima tua. Fermati alcuni istanti a considerare come hai corrisposto a questi grandi segni dell'amor divino; ché se ti accorgi che la tua coscienza ti rimorde di qualche peccato procura di porvi rimedio al più presto possibile specialmente col prepararti a fare una buona confessione e una buona comunione.

Esempio - Nelle vite dei santi padri leggiamo un fatto che dimostra quanto giovi la pietà ai nostri interessi spirituali e temporali. Vivevano nella città di Alessandria di Egitto due calzolai; uno aveva numerosa famiglia, ma mentre si occupava per mantenerla era assai sollecito delle cose dell'anima seguendo il consiglio di Cristo che disse: cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e delle altre cose Dio vi provvederà. Egli era molto frequente alla chiesa, cioè interveniva volentieri ad ascoltare la parola di Dio, era frequente alla santa confessione e comunione e agli altri esercizi di cristiana pietà; pure pareva che Dio moltiplicasse i suoi beni temporali. L'altro faceva il contrario, vale a dire era sollecito di guadagni temporali non curandosi di andare alla chiesa e pensare all'anima. Onde anche i suoi affari andavano a rovescio e sebbene fosse solo, senza famiglia e lavorasse più del compagno, nulladimeno stentava a guadagnarsi da nutrir se medesimo. Vedendo egli il suo vicino che con meno fatica manteneva sé e la sua famiglia, incominciò a meravigliarsi e a portargli invidia. Un giorno non poté trattenersi dall'indirizzargli queste parole: Come va questo affare! io mi affatico più di te nel lavoro e non guadagno da potermi nutrire; e tu lavorando meno provvedi a te ed alla tua famiglia? Alla quale domanda, volendo egli santamente ingannare il compagno e fargli frequentare la chiesa, gli rispose così: sappi, fratello, che io vado in certo luogo in cui trovo moneta, per la quale io sono arricchito; se tu vuoi venire con me, ogni dì ti chiamerò e ciò che troveremo sarà mezzo mio e mezzo tuo. Volentieri, rispose l'altro; e cominciò ad andargli insieme ed ogni giorno lo menava seco nella chiesa. Come piacque a Dio, in breve tempo diventò ricco ed agiato. Allora gli disse il compagno: or vedi, fratello mio, quanto ti è giovato frequentare la chiesa! Sappi che qui si trova la grazia di Dio, la quale è il miglior tesoro del mondo; e come tu stesso hai provato, a chi è sollecito di Dio, Iddio è sollecito di lui. Fa dunque come hai cominciato, frequenta la chiesa e Dio non ti verrà meno. Cristiani, molti vogliono far fortuna col peccato, mentre vivono a Dio nemici, non frequentano chiese, non pregano, non s'accostano ai sacramenti, non santificano le feste e intanto vorrebbero che Dio li prosperasse e li rendesse felici. Stolti! Non sanno che il peccato è quello che fa miseri ed infelici i popoli? Miseros fecit populos peccatum (Pr 14).

Giaculatoria: Gesù Signore, che ci hai redenti / al ciel mi guidino i sacramenti. // E tu, gran Vergine, madre d'amore, / nel cuore accendimi di re l'ardore.

270. La confessione
Ed. a stampa in G. Bosco, Il mese di maggio..., pp. 124-129 (OE X, 418-422).

1. Un tratto grande della misericordia di Dio verso i peccatori abbiamo nel sacramento della confessione. Se Dio avesse detto di perdonarci i nostri peccati solamente col battesimo e non più quelli che per disgrazia si sarebbero commessi dopo aver ricevuto questo sacramento, oh quanti cristiani certo se ne andrebbero alla perdizione! Ma Dio conoscendo l/ nostra grande miseria stabilì un altro sacramento, con cui ci sono rimessi i peccati commessi dopo il battesimo. È questo il sacramento della confessione. Ecco come parla il Vangelo: Otto giorni dopo la sua risurrezione Gesù apparve ai suoi discepoli e loro disse: la pace sia con voi. Come il Padre celeste mandò me, così io mando voi, cioè la facoltà datami dal Padre celeste di fare quanto si giudica bene per la salvezza delle anime, la medesima io do a voi. Di poi il Salvatore soffiando sopra di loro disse: ricevete lo Spirito Santo, quelli a cui rimetterete i peccati, sono rimessi; quelli a cui li riterrete, saranno ritenuti. Ognuno comprende che le parole ritenere o non ritenere vogliono dire, dare o non dare l'assoluzione. Questa è la grande facoltà data da Dio ai suoi apostoli e ai loro successori nell'amministrazione dei santi sacramenti. Da queste parole del Salvatore nasce una obbligazione ai sacri ministri di ascoltare le confessioni e nasce egualmente l'obbligazione per il cristiano di confessare le sue colpe, affinché si conosca quando si deve dare o non dare l'assoluzione, quali consigli suggerire per riparare il male fatto, dare insomma tutti quei paterni avvisi che giudica necessari per riparare ai mali della vita passata e non commetterli più per l'avvenire.

2. Né la confessione fu cosa praticata solamente in qualche tempo e in qualche luogo. Appena gli apostoli cominciarono a predicare il Vangelo, tosto cominciò a praticarsi il sacramento della penitenza. Leggiamo che quando san Paolo predicava in Efeso, molti fedeli che già avevano abbracciata la fede venivano ai piedi degli apostoli e confessavano i loro peccati. Confitentes et annunciantes actus suos [At 19,18]. Dal tempo degli apostoli fino a noi fu sempre osservata la pratica di questo grande sacramento. La Chiesa cattolica condannò in ogni tempo come eretici quelli che ebbero l'ardimento di negare questa verità. Neppure avvi alcuno il quale se ne sia potuto. dispensare. Ricchi e poveri, servi e padroni, re, monarchi, imperatori, sacerdoti, vescovi, i medesimi sommi pontefici, tutti devono piegare le ginocchia ai piedi di un sacro ministro per ottenere il perdono di quelle colpe che per avventura avessero commesse dopo il battesimo. Ma ohimè! quanti cristiani approfittano di rado o approfittano male di questo sacramento! Chi si accosta senza fare esame, altri si confessano con indifferenza, senza dolore o senza proponimento, altri poi tacciono cose importanti in confessione o non adempiono le obbligazioni imposte dal confessore. Costoro prendono la cosa più santa e più utile per servirsene a rovina di loro medesimi. Santa Teresa ebbe a questo proposito una tremenda visione. Ella vide che le anime cadevano giù all'inferno come cade la neve d'inverno sul dorso delle montagne. Spaventata di tale rivelazione, domandò a Gesù Cristo la spiegazione e ne ebbe in risposta che coloro andavano alla perdizione per le confessioni mal fatte in vita loro.

3. Coraggio, o cristiani, approfittiamo di questo sacramento di misericordia, ma approfittiamone colle dovute disposizioni. Preceda un diligente esame delle nostre colpe, confessiamole tutte, certe come certe, dubbie come dubbie in quel modo che le conosciamo, ma con un gran dolore di averle commesse; promettiamo di non più commetterle in avvenire. Ma soprattutto facciamo vedere il frutto delle nostre confessioni con un miglioramento nella nostra vita. Dio dice nel Vangelo che dal frutto si conosce la bontà dell'albero, così dal miglioramento della nostra vita apparirà la bontà o la nullità delle nostre confessioni: ex fructibus eorum cognoscetis eos [Mt 7,20].

Esempio - Un giovanetto della città di Montmirail nella Francia era vissuto cristianamente fino all'età di quindici anni, quando ebbe la sventura di frequentare cattivi compagni. I cattivi discorsi, la lettura di libri pessimi lo gettarono nell'abisso dell'incredulità e del libertinaggio. I suoi genitori si adoperarono per condurlo a buoni sentimenti, ma non potendo riuscire andarono in chiesa nella sera dell'Immacolata Concezione (8 dicembre 1839) e lo raccomandarono alle preghiere degli aggregati al sacro Cuore di Maria. La sera stessa in cui era stato raccomandato, viene il giovine a casa e senza dire nulla, contro il suo solito, se ne va a riposo. Egli non pensava a Maria, ma ella pensava a lui. I110 dicembre quasi fuori di sé chiama suo padre e gli dice: "Padre mio, io sono infelice e soffro assai, sono trentasei ore dacché non mi è più dato né di mangiare né di dormire. Io sono un leone arrabbiato e non so più né che dire né che fare; forza è che io vada dal curato". Se ne parte, va dal curato e tutto agitato dai rimorsi della coscienza lo supplica di confessarlo. "Vi prego, disse al curato, di confessarmi subito. Non posso più vivere in questo stato". Il parroco lo animò, lo confortò e di lì a poco ascoltò la sua dolorosa confessione. Ricevuta l'assoluzione, sentì tosto inondarsi il cuore di tale consolazione che non la poteva in sé contenere. Giunto a casa manifesta al padre la grazia ricevuta e la tranquillità di paradiso che gustava. Ciò che ancora gli stava a cuore, era il ravvedimento di coloro che aveva coi suoi scandali trascinati al male. Pieno di cristiano coraggio, nulla curandosi di quello che avrebbero detto i suoi antichi compagni, manifestò loro l'accadutogli, le consolazioni che provava dopo la confessione e li esortò quanto seppe, a fare anch'essi la prova. Insomma questa novella preda della misericordia di Maria fece come il penitente Davide quando per riparare lo scandalo dato procurava di guadagnare anime a Dio. Docebo iniquos vias tuas [Sal 50,15].

Giaculatoria: Da Dio impetrami, Madre d'amore / delle mie colpe vivo dolore.

271. La santa comunione
Ed. a stampa in G. Bosco, Il mese di maggio..., pp. 139-144 (0E X, 433-438).

1. Comprendi, o cristiano, che cosa vuol dire fare la santa comunione? Vuol dire accostarsi alla mensa degli angeli per ricevere il corpo, il sangue,
l'anima e la divinità di nostro signor Gesù Cristo che viene dato in cibo all'anima nostra sotto alle specie del pane e del vino consacrato. Alla messa, al momento che il sacerdote proferisce sul pane e sul vino le parole della consacrazione, il pane ed il vino diventano corpo e sangue di Gesù Cristo. Le parole usate dal nostro divin Salvatore nell'instituire questo sacramento sono: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue: hoc est corpus meum, hic est calix sanguinis mei [Lc 22,19-20]. Queste medesime parole usano i sacerdoti a nome di Gesù Cristo nel sacrificio della santa messa. Pertanto quando noi andiamo a fare la comunione riceviamo il medesimo Gesù Cristo in corpo, sangue, anima e divinità, cioè vero Dio e vero uomo, vivo come è in cielo. Non è la sua immagine, nemmeno la sua figura, come è una statua, un crocifisso, ma è Gesù Cristo medesimo siccome è nato dall'Immacolata Vergine Maria e per noi morì sulla croce. Gesù Cristo medesimo ci assicurò di questa sua reale presenza nella santa Eucaristia quando disse: Questo è il mio corpo che sarà dato per la salvezza degli uomini: corpus, quod pro vobis tradetur [Gv 6,51]. Questo è quel pane vivo, che discese dal cielo: hic est panis vivus, qui de caelo descendit. Il pane che io darò è la mia carne. La bevanda che io do è il mio vero sangue. Chi non mangia di questo corpo e non beve di questo sangue, non ha con sé la vita.

2. Gesù avendo istituito questo sacramento per il bene delle anime nostre desidera che noi vi ci accostiamo sovente. Ecco le parole con cui egli ci invita: Venite a me tutti, o voi che siete stanchi ed oppressi ed io vi solleverò: venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos [Mt 11,28]. Altrove diceva agli Ebrei: "I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono; ma colui che mangia il cibo figurato nella manna, quel cibo che io do, quel cibo che è il mio corpo e il mio sangue, egli più non morrà in eterno. Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue egli abita in me ed io in lui; imperocché la mia carne è un vero cibo e il mio sangue una vera bevanda". Chi mai potrebbe resistere a questi amorevoli inviti del divin Salvatore? Per corrispondere a questi inviti i cristiani dei primi tempi andavano ogni giorno ad ascoltare la parola di Dio ed ogni giorno si accostavano alla santa comunione. Egli è in questo sacramento che i martiri trovavano la loro fortezza, le vergini il loro fervore, i santi il loro coraggio. E noi con quale frequenza ci accostiamo a questo cibo celeste? Se esaminiamo i desideri di Gesù Cristo e il nostro bisogno dobbiamo comunicarci assai sovente. Siccome la manna ogni giorno servì di cibo corporale agli Ebrei in tutto il tempo che vissero nel deserto, finché furono condotti nella terra promessa, così la santa comunione dovrebbe essere il nostro conforto, il cibo quotidiano nei pericoli di questo mondo per guidarci alla vera terra promessa del paradiso. Sant'Agostino dice così: Se ogni giorno domandiamo a Dio il pane corporale, perché non procureremo anche di cibarci ogni giorno del pane spirituale colla santa comunione? San Filippo Neri incoraggiava i cristiani a confessarsi ogni otto giorni e comunicarsi anche più spesso secondo l'avviso del confessore. Finalmente, la santa Chiesa manifesta il suo vivo desiderio della frequente comunione nel Concilio tridentino, ove dice: "Sarebbe cosa sommamente desiderevole che ogni fedel cristiano si mantenesse in tale stato di coscienza da poter fare la santa comunione ogni volta che interviene alla santa messa". Il pontefice Clemente XIII per incoraggiare i cristiani ad accostarsi con gran frequenza alla santa confessione e comunione concedette il seguente favore: quei fedeli cristiani che hanno la lodevole consuetudine di confessarsi ogni settimana possono acquistare indulgenza plenaria ogni qualvolta fanno la santa comunione.

3. Taluno dirà: io sono troppo peccatore. Se tu sei peccatore, procura di metterti in grazia col sacramento della confessione e poi accostati alla santa comunione e ne avrai rande aiuto. Un altro dirà: mi comunico di rado per avere maggior fervore. E questo un inganno. Le cose che si fanno di rado per lo più si fanno male. Altronde essendo frequenti i tuoi bisogni, frequente deve essere il soccorso per l'anima tua. Alcuni soggiungono: io sono pieno d'infermità spirituali e non oso comunicarmi sovente. Risponde Gesù Cristo: quelli che stanno bene non hanno bisogno del medico; perciò quelli che sono maggiormente soggetti ad incomodi, loro è mestieri essere sovente visitati dal medico. Coraggio dunque, o cristiano, se tu vuoi fare un'azione la più gloriosa a Dio, la più gradevole a tutti i santi del cielo, la più efficace per vincere le tentazioni, la più sicura a farti perseverare nel bene, ella è certamente la santa comunione.

Esempio - Un giovanetto di nome Savio Domenico per il vivo desiderio di piacere a Maria le offriva ogni giorno qualche preghiera, ma ogni sabato faceva la santa comunione in onore di colei, che egli soleva chiamare madre carissima. L'anno 1856 fece il mese di Maria con tale fervore che i tuoi compagni ne erano tutti edificati. Ogni giorno domandava a Maria che lo togliesse dal mondo piuttosto che avesse da perdere la virtù della purità. Nel giorno poi della chiusa domandò una sola grazia: di poter fare una buona comunione prima di morire. La santa Vergine lo esaudì. Nove mesi dopo (9 marzo 1857) egli moriva in età di anni quindici dopo di avér ricevuto il santissimo viatico coi più grandi trasporti di tenerezza e di devozione. Negli istanti che passavano tra il ricevimento del viatico fino alla sua morte, egli andava sempre dicendo: "O Maria, voi mi avete esaudito, io sono ricco abbastanza. Altro da voi non domando se non che mi assistiate in questi ultimi momenti di vita e mi accompagniate da questa vita all'eternità". Quasi nel momento stesso che egli cessava di proferire queste parole, l'anima sua volava al cielo certamente, accompagnata da Maria di cui in vita era stato fervoroso devoto.

Giaculatoria: Vi adoro ogni momento / o vivo pan del ciel / gran Sacramento.

II. COOPERATORI DELLA MISSIONE SALESIANA
Il primo testo (n. 272) qui riprodotto è un estratto della lunga conferenza tenuta da don Bosco in occasione dell'inaugurazione del Patronato di San Pietro a Nizza, il 12 marzo 1877. Dopo aver riassunto le vicende che portarono alla fondazione della prima casa salesiana in Francia, grazie all'impegno di un gruppo di laici appartenenti alla Società di san Vincenzo de' Paoli sostenuti dal vescovo mons. Pietro Sola, il santo afferma che l'opera si è potuta stabilire solo in virtù della feconda collaborazione tra Salesiani e cooperatori. Poi, illustrato lo scopo ultimo dell'istituzione ("il bene dell'umanità e la salvezza delle anime", conclude con la riflessione che qui proponiamo, tutta centrata sulla carità operativa, sulle opere di misericordia, come tratti costitutivi del vero discepolato cristiano, e sulla ricompensa eterna che ne deriverà (d'Il* 25, 34-35).

Il secondo documento (n. 273) è la trascrizione della prima conferenza fatta da don Bosco ai Cooperatori di Torino, il 16 maggio 1878. Il testo è importante perché il fondatore, ripercorrendo trentacinque anni di storia dell'Oratorio, mostra il ruolo decisivo avuto dalla cooperazione (intesa nel senso più ampio) nella realizzazione di opere provvidenziali che non si sarebbero potute stabilire senza il sostanzioso apporto di una schiera di generosi collaboratori, benefattori e cooperatori. Dal momento dell'insediamento nella misera casetta di Valdocco, destinata ai "giovani discoli" del quartiere, fino all'espansione mondiale dell'Opera salesiana, "col concorso di molte persone, Cooperatori e Cooperatrici, si poterono fare cose, che ciascuno separatamente non avrebbe mai più potuto fare". Ora che la divina Provvidenza ha ampliato gli orizzonti della missione salesiana, La finzione dei Cooperatori è più che mai decisiva: senza di essi — afferma don Bosco — i Salesiani "non potrebbero esercitare il loro zelo"; poiché "le persone non bastano, ci vogliono i mezzi" e questi sono affidati alla cooperazione salesiana. Il vibrante appello conclusivo definisce nel modo più compiuto la vocazione della famiglia salesiana: "Volete fare una cosa buona? Educate la gioventù. Volete fare una cosa santa? Educate la gioventù. Volete fare cosa santissima? Educate la gioventù. Volete fare cosa divina? Educate la gioventù. Anzi [questa] tra le divine è divinissima".

272. La carità verso i piccoli e i poveri
Ed. a stampa in Giovanni Bosco, Inaugurazione del Patronato di S. Pietro in Nizza a Mare. Scopo del medesimo ... con appendice sul sistema preventivo della educazione della gioventù. Torino,
Tipografia e Libreria Salesiana 1877, pp. 34-40 (OE XXVIII, 412-418).

[12 marzo 1877]
Dio è infinitamente ricco e di generosità infinita. Come ricco può darci largo guiderdone per ogni cosa fatta per amor suo; come padre di generosità infinita paga con buona ed abbondante misura ogni più piccola cosa facciamo per suo amore. Voi, dice il Vangelo, non darete un bicchiere d'acqua fresca in mio nome ad uno dei miei minimi, ossia ad un bisognoso, senza che abbiate la sua mercede.

L'elemosina, ci dice Dio nel libro di Tobia, libera dalla morte, purga l'anima dai peccati, fa trovare misericordia nel cospetto di Dio e ci conduce alla vita eterna. Elemosina est quae a morte liberat: purgat peccata, facit invenire misericordiam et vitam aeternam [Tb 12,9].

Fra le grandi ricompense avvi pure questa che il divin Salvatore reputa fatta a sé stesso ogni carità fatta agli infelici. Se noi vedessimo il divin Salvatore camminare mendico per le nostre piazze, bussare alla porta delle nostre case, Vi sarebbe un cristiano che non gli offra generosamente fin l'ultimo soldo di sua borsa? Pure nella persona dei poveri, dei più abbandonati è rappresentato il Salvatore. Tutto quello, egli dice, che farete ai più abbietti lo fate a me stesso. Dunque non sono più poveri fanciulli che domandano la carità, ma è Gesù nella persona dei suoi poverelli.

Che diremo poi della mercede eccezionale che Dio tiene riservata nel più importante e difficile momento in cui sarà decisa la nostra sorte con una vita o sempre beata o sempre infelice? Quando noi, o signori, ci presenteremo al tribunale del Giudice supremo per dar conto delle azioni della vita, la prima cosa che amorevolmente ci ricorderà non sono le case fabbricate, i risparmi fatti, la gloria acquistata o le ricchezze procacciate; di ciò non farà parola, ma unicamente dirà: Venite, o benedetti dal Padre mio celeste, venite al possesso del regno che vi sta preparato. Io avevo fame e voi nella persona dei poveri mi avete dato pane; avevo sete e voi mi deste da bere; io ero nudo, voi mi avete vestito; ero in mezzo d'una strada e voi mi avete dato ricovero. Tunc dicet rex his qui a dextris eius erunt:• Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi. Esurivi enim et dedistis mihi manducare; sitivi et dedistis mihi bibere; hospes eram et collegistis me; nudus et cooperuistis me (Mt 25, 34-35).

Queste e più altre parole dirà il divin Giudice siccome stanno registrate nel Vangelo: dopo di che darà loro la benedizione e li condurrà al possesso della vita eterna.

Ma Dio, padre di bontà, conoscendo che il nostro spirito è pronto e la carne assai inferma, vuole che la nostra carità abbia il centuplo eziandio nella vita presente. In quanti modi, o signori, su questa terra Dio ci dà il centuplo delle opere buone? Centuplo sono le speciali grazie di ben vivere e di ben morire; sono la fertilità delle campagne, la pace e concordia delle famiglie, il buon esito degli affari temporali, la sanità dei parenti e degli amici; la conservazione, la buona educazione della figliolanza. Ricompensa della carità cristiana è il piacere che ognuno prova nel cuor suo nel fare un'opera buona. Non è grande consolazione quando si riflette che con una piccola limosina si contribuisce a togliere degli esseri dannosi alla civile società per farli divenire uomini vantaggiosi a se stessi, al suo simile, alla Religione? Esseri che sono in procinto di diventare il flagello delle autorità, gli infrattori delle pubbliche leggi e andare a consumare i sudori altrui nelle prigioni e invece metterli in grado di onorare l'umanità, di lavorare e col lavoro guadagnarsi onesto sostentamento e ciò con decoro dei paesi in cui abitano, con onore delle famiglie a cui appartengono?
Oltre a tutte queste ricompense che Dio concede nella vita presente e nella futura, avvene ancor una che devono i beneficati porgere ai loro benefattori. Sì, o signori, noi non vogliamo defraudarvi di quella mercede che è tutta in nostro potere. Ascoltate: tutti i preti, i chierici, tutti i giovani raccolti ed educati nelle case della Congregazione salesiana e più specialmente quelli del Patronato di San Pietro, innalzeranno al cielo mattino e sera particolari preghiere per i loro benefattori. Mattina e sera i vostri beneficati con apposite preghiere invocheranno le divine benedizioni sopra di voi, sopra le vostre famiglie, sopra i vostri parenti, sopra i vostri amici. Supplicheranno Dio che conservi la pace e la concordia nelle vostre famiglie, vi conceda sanità stabile e vita felice, da voi tenga lontano le disgrazie tanto nelle cose spirituali, quanto nelle cose temporali e a tutto ciò aggiunga la perseveranza nel bene e, al più tardi che a Dio piacerà, i vostri giorni siano coronati da una santa morte. Se poi nel corso della vita mortale, o signori, avremo la buona ventura di incontrarvi per le vie della città od in qualsiasi altro luogo, oh sì allora ricorderemo con gioia i benefici ricevuti e rispettosi ci scopriremo il capo in segno d'incancellabile gratitudine sulla terra, mentre Iddio pietoso vi terrà assicurata la mercede dei giusti in cielo. Centuplum accipietis et vitam aeternam possidebitis [Mt 19,29].

273. "Volete fare cosa divina? Educate la gioventù"
ASC A0000205 Cronachetta, Quad. V, 1877-1878, ms di Giulio Barberis, pp. 48-614.

16 maggio 1878
Io non so, benemeriti Cooperatori e Cooperatrici, non so se io debba prima ringraziare voi o invitarvi che insieme ringraziamo il Signore, per averci radunati in un corpo compatto e messi nella posizione di poter fare del gran bene e d'averci stasera radunati insieme qui a fare la prima conferenza che si tenga dai Cooperatori salesiani in Torino.

Prima però di venire ad altro, voglio raccontarvi un po' di storia, la quale ci farà conoscere che cosa hanno già fatto qui in Torino i Cooperatori salesiani e quale sia il loro compito in questo tempo. Ascoltate.

Trentacinque anni fa l'area che presentemente è occupata da questa chiesa serviva da luogo come di convegno a molti giovani discoli i quali venivano a far battaglie, risse, a dir bestemmie. Qui accanto vi erano due case in cui si offendeva assai il Signore: una era una bettola in cui venivano gli ubriaconi ed ogni genere di cattiva gente; l'altra, posta qui nel luogo dov'è il pulpito ed allungantesi verso la mia sinistra, era una casa di scostumatezza e d'immoralità. Allora arrivava qui un prete povero affatto ed appigionava a grandissimo prezzo due camere di questa medesima casa. Quel prete era accompagnato dalla sua madre. Loro scopo era veder modo di fare un po' di bene alla povera gente del vicinato. Tutto il loro patrimonio consisteva in un cestello che si portava al braccio, in cui vi erano vari oggetti. Ebbene, questo prete vide i giovani che si radunavano qui per malfare, poté avvicinarsi a loro ed il Signore fece sì che la sua parola fosse ascoltata e compresa. Si vide subito la necessità di avere una cappella da dedicarsi al divin culto. Partendo dalla parte dell'epistola di questo altar maggiore andando verso destra di chi guarda, vi era una tettoia che serviva di rimessa. Si poté averla e non avendo altro si adattò a forma di chiesa. Quei giovani discoli poco alla volta si lasciarono attrarre e vennero in chiesa, ed in poco il loro numero si accrebbe talmente che era piena e nel piazzaletto stesso, ove ora è questa chiesa, si faceva il catechismo non potendo la chiesa tenerli tutti.

Ora questo prete era solo. Aveva bensì in suo aiuto quello zelantissimo
teologo Borel che fece tanto del bene a Torino; ma egli, occupato com'era nelle carceri, nell'assistere i condannati a morte, nelle opere del Cottolengo, della marchesa Barolo, del Rifugio ed altre, non poteva attendere che poco, avendo tutta la sua vita altrove. Il Signore provvide quanto mancava e poco alla volta vari benemeriti ecclesiastici si unirono col povero prete e, chi a confessare, chi a predicare, chi a fare i catechismi, prestavano l'opera loro. Ed ecco quell'opera dell'Oratorio essere sostenuta da questi benemeriti ecclesiastici. Ma questo non bastava. Crescendo i bisogni anche per scuole serali e domenicali non bastavano alcuni preti. Ed ecco che vari signori portarono anch'essi l'opera loro. Era proprio la divina Provvidenza che li mandava e col loro mezzo il bene si andò moltiplicando. Questi primi Cooperatori salesiani, sia ecclesiastici che secolari, non guardavano a disagi ed a fatiche, ma vedendo il bene che si faceva e come proprio molti giovani discoli si riducessero nella via della virtù, sacrificavano loro stessi. Molti io ne vidi lasciare i comodi loro e venire non solo tutte le domeniche, ma ben anche tutti i giorni della quaresima, sebbene in ora per loro incomodissima, ma che era la più comoda per i ragazzi, venire ad aiutare l'opera dell'Oratorio.

È la prima conferenza fatta da don Bosco ai Cooperatori salesiani di Torino; fu tenuta il pomeriggio del 16 maggio 1878, in Valdocco, nella chiesa di San Francesco di Sales (cf MB XIII, 624-630).
Intanto si scorse e si fece vieppiù sentire il bisogno di aiutare anche materialmente questi fanciulli. Ve n'erano di coloro i cui calzoni e la giubbetta erano a brandelli e pendevano i pezzi da ogni parte, anche a scapito della modestia; eravene di quelli che non avevano mai da cambiare quello straccio di camicia che avevano indosso. Fu qui che cominciò a campeggiare la bontà e l'utilità che arrecavano le Cooperatrici. Io vorrei ora, a gloria delle signore torinesi, raccontar ovunque come molte di esse,, sebbene di famiglie molto delicate, tuttavia non avessero a schifo prendere quelle giubbe, quei calzoni rattopparli colle loro mani; prendere quelle camicie già tutte lacere, ma forse ancor mai passate nell'acqua, prenderle esse stesse, dico, lavarle, rattopparle per consegnarle poi nuovamente ai poveri ragazzi, i quali attirati dall'odore della carità cristiana perseverarono nell'Oratorio e nella ,pratica delle virtù. Varie di queste benemerite signore poi mandavano vesti, danari, commestibili e quant'altro potevano. Alcune sono presentemente qui ad ascoltarmi e molte altre furono già chiamate dal Signore a ricevere il premio delle loro fatiche ed opere di carità.

Ecco adunque come col concorso di molte persone, Cooperatori e Cooperatrici, si poterono fare cose, che ciascuno separatamente non avrebbe mai più potuto fare. Coll'aiuto così potente di sacerdoti, signori e signore che avvenne? Migliaia di giovani vennero a prendere l'istruzione religiosa in quel medesimo luogo dove [prima] s'imparava a bestemmiare; vennero ad imparare la virtù in quello stesso luogo che era centro d'immoralità. Si poterono aprire scuole serali e domenicali ed i più poveri ed abbandonati dei giovani furono ritirati, ed il piccolo piazzale nel 1852 diventò questa chiesa e quella casa diventò l'ospizio dei poveri ragazzi. Tutto questo [è] opera vostra, o benemeriti Cooperatori e Cooperatrici.

I medesimi continuando i loro aiuti ed altri ogni giorno aggiungendosene si poté in due altri punti di questa città aprire due altri Oratori, uno in Vanchiglia chiamato dell'Angelo Custode, che poi, eretta la chiesa parrocchiale di santa Giulia, si trasportò accanto a detta parrocchia; l'altro detto di san Luigi fu aperto a Porta Nuova. Accanto a questo si va ora erigendo la chiesa di san Giovanni Evangelista.

Ma i bisogni sentiti in Torino cominciarono a sentirsi potentemente anche in altre città e paesi e continuando sempre l'aiuto dei Cooperatori, si poterono stabilire regole e poi anche estendersi fuori di Torino. Era necessario che si supplisse dai Cooperatori la grande deficienza di clero che tutto giorno si faceva sentire per tutto il Piemonte e fuori. Come fare? La religione cattolica non guarda a luogo, città, a paese; essa è universale e dovunque vuole che si faccia del bene e dovunque siavi bisogno maggiore quivi la religione richiede che maggiori siano gli sforzi. Ed ecco comincia ad aprirsi una casa in Mirabello, poi altra a Lanzo, poi altre ed altre. Ora sono cento e più tra chiese e case aperte ed oltre a 25 mila tra [ragazzi] interni ed esterni che ricevono istruzione religiosa nelle nostre case. Chi fece tutte queste cose? Un prete? No! due, dieci, cinquanta? Neppure, non avrebbero potuto fare tanto. Furono i tanti Cooperatori e Cooperatrici i quali in ogni parte, in ogni paese e città si unirono d'accordo ad aiutare questi pochi preti. Sì, sono essi, ma non solo essi. Bisogna, oh! bisogna riconoscere la mano di Dio, che dal niente volle far sorgere tanta opera. Sì, è la divina Provvidenza che mandò tanti mezzi onde poter salvare tante anime. Se non fosse stato che proprio il Signore voleva questo, io riputerei impossibile che chiunque potesse far tanto. Ma il bisogno era reale e grande ed il Signore ai grandi bisogni manda grandi aiuti. Questi bisogni si fanno tutti i giorni più grandi e sentiti. Ci abbandonerà il Signore?
Questo che vi dico, che i bisogni si sentono tutti i giorni di più, non è che una molto soda verità. Oh se voi vedeste quante domande da ogni parte del mondo vengono fatte perché apriamo case per poveri giovani abbandonati. Se sapeste in quanti luoghi si fa ora sentire questo bisogno che nei tempi andati non pareva necessario se non nelle città grandi. Vi è da sbalordirsi.

E poi per le missioni quanto non cresce ora il bisogno? E notate che già più non si tratta di andare a cimentare la propria vita tra i selvaggi con pericolo di martirio o di grandi patimenti. Ora sono i barbari stessi che cominciano a conoscere il miserando loro stato e desiderano d'istruirsi. Sono essi stessi, direi, che allungano le braccia verso di noi, chiedendo che si vada ad incivilirli, ad insegnar loro quella religione senza della quale si accorgono che la loro vita è infelice. Da tutte parti vengono queste domande di missioni. Dall'India, dalla Cina, da Santo Domingo, Brasile, Repubblica Argentina ci si fanno accalorate domande, in modo che se io in questo momento in cui vi parlo avessi duemila missionari, sull'istante saprei dove collocarli, sicuro del frutto che apporterebbero. Ebbene anche nelle missioni del bene se ne è già fatto coll'opera degli Oratori e speriamo che col sostegno e l'aiuto dei Cooperatori e Cooperatrici questo bene si possa a mille doppi aumentare a maggior gloria di Dio.

Vi è poi un'altra opera fatta e prodotta da questi Oratori, opera che non desidero che sia pubblicata, ma che da voi è bene che sia conosciuta. Questa è di cercare giovani di buona volontà e mettere loro in mano i mezzi onde poter farsi sacerdoti. Il numero dei ministri del Signore, lo vedete, ogni giorno diminuisce con una proporzione spaventosa. Si cercarono adunque per ogni dove giovani che dessero ferme speranze, si radunarono, si fecero studiare ed ecco che, benedicendo il Signore quest'opera, già centinaia e centinaia di preti uscirono dalle nostre case. Volete che vi dica con tutta segretezza il numero dei chierici che si fece l'anno scorso? Ascoltate. Tra tutte le nostre case sparse in Italia, in Francia, nell'Uruguay e nella Repubblica Argentina nel corso dell'anno passato si fecero 300 chierici. Questi in massima parte vanno nelle proprie diocesi e tanto per dirvi di una, vedete la diocesi di Casale, di 42 chierici che sono in seminario, 34 uscirono dalle nostre case. Altri poi si fanno religiosi, altri vanno alle missioni od anche si fermano con noi ad aiutarci con ogni loro possa. Vedete dove approdano le vostre elemosine, i vostri aiuti, la vostra carità?
Altra opera non piccola si è mettere un argine all'eresia che minaccia invadere tante città e paesi. Essa fa strage nei paesi cattolici e va dilatandosi tanto più quanto più cresce la libertà nel mondo politico; poiché quando col titolo di libertà si dà campo aperto al male di operare, ed intanto s'inciampa l'opera dei buoni, si avranno sempre delle conseguenze funeste. Si cercò adunque di opporre un argine all'eresia ed all'empietà sia con libri ben ordinati a questo scopo, i quali con grande fatica e spesa si facevano e si diffondevano tra il popolo cattolico. Ma i libri non fan tutto. Si vide bisogno come di una sentinella che stia alle vedette nei luoghi dove maggiore è il pericolo e nei luoghi acconci dove il pericolo è continuo mettere proprio un picchetto di soldati per paralizzare almeno il male ed ecco che qui in Torino, presso la chiesa dei protestanti, fino dal 1847 si aprì l'Oratorio di San Luigi, ed ora dopo tanti studi e fatiche si riesce a tirarvi su la chiesa di San Giovanni Evangelista che si sta costruendo.

A San Pier d'Arena l'eresia era anche minacciante e quivi si pose un ospizio. In Nizza Mare, proprio daccanto alla chiesa protestantica, s'innalzò il Patronato di San Pietro. A Spezia l'eresia fece già progressi straordinari: qui si fece ogni sforzo ed ecco che sono aperte scuole apposite. Ma per non stare a nominare tutto, racconterò quanto avvenne presso Ventimiglia. Quivi in pochi anni crescendo il numero degli abitanti si riempì di case una valle detta Valle Crosia. Il numero degli abitanti crebbe a centinaia ed anche a migliaia. Essendo tutte case nuove, non si pensò o non si poté erigervi nessuna chiesa. I protestanti, vista la convenienza, vi eressero nel bel centro un grande edificio, perché servisse d'ospizio e di scuole, ed una loro chiesa. Gli abitanti di questa valle, non avendo altre scuole, furono attratti ad andare a queste e poi anche da vari si andava alla loro chiesa. Il vescovo non sapeva come fare; erigere una chiesa, dotarla come parrocchia sono cose che ai nostri giorni non si possono più fare da persona privata. Chiamati noi prestammo volentieri l'opera nostra. Non vi erano mezzi, ma la Provvidenza ci aiutò e non potendo di più, si affitta una casa, nel magazzino a pian terreno si aggiusta un po', si fa un altare ed ecco la chiesa fatta. Nelle camere a destra e al primo piano si aprono due scuole per i ragazzi; nelle camere a sinistra di questa piccola chiesa si chiamano le suore di Maria Ausiliatrice e si aprono scuole per le ragazze. Ecco mutazione! L'Oratorio festivo attira piccoli, e grandi e tutti gli abitanti del dintorno hanno comodità di udire la santa messa; le scuole dei ragazzi sono subito frequentate; quelle delle ragazze pure. Le cose si prendono così con impegno, che ora le scuole dei protestanti sono assolutamente chiuse perché non vi è più neppure uno, né tra i fanciulli né tra le fanciulle, che le frequentino. Anche vari che si erano messi a frequentare la chiesa protestantica, potutisi attrarre in bel modo ai sacramenti per la Pasqua, lasciarono abbandonato un sito che era per diventare centro dell'eresia in Liguria.

Tutte queste varie opere è impossibile che si facciano da uno isolatamente. È necessario avere dei Cooperatori. I loro sussidi aiutano per esempio a poter andare fin là e a fare i primi impianti: quando si è là si uniscono Cooperatori sul luogo stesso e si procede avanti. Senza l'opera dei Cooperatori, i Salesiani sarebbero ben incagliati e non potrebbero esercitare il loro zelo. È vero che delle difficoltà se ne incontrarono sempre per compiere queste opere; ma il Signore dispose che sempre si potessero superare.

Quest'anno poi le difficoltà si moltiplicarono; tuttavia noi vediamo che la mano del Signore sempre ci sostiene. E morto in quest'anno l'incomparabile nostro benefattore Pio IX; quel Pio IX che approvò l'associazione dei Cooperatori e la arricchì di tanto insigni indulgenze; quel Pio IX che volle essere ascritto per il primo tra i Cooperatori salesiani; quel Pio IX che non lasciava mai passare occasione che gli si presentasse propizia per beneficarci. Egli è morto bensì, ma il Signore dispose che gli succedesse un Leone XIII. Io mi sono presentato a lui, gli ho parlato dei Cooperatori salesiani. L'ho pregato che permettesse che il suo augusto nome, come già il nome del suo antecessore di felice memoria:, comparisse tra i Cooperatori salesiani. Egli informatosi bene del loro spirito, soggiunse: "Non solo Cooperatore salesiano intendo essere, ma operatore. Il papa non deve essere egli il' primo a dare incremento alle opere di carità?". Ecco dunque corne, perduto un padre, il Signore ce ne ha procurato un altro non meno benevolo del primo. In questo medesimo anno morirono vari benemeriti signori tarli() propensí a beneficare l'Oratorio; ma il Signore dispose che altri li surrogassero e la carità dei fedeli non ci lascia mancare quello' che è necessario.

Ora dunque ecco quale dev'esser più direttamente lo scopo dei Cooperatori salesiani; ecco in che cosa debbono occuparsi. Bisogna continuare le opere cominciate, delle quali parlai; anzi queste opere bisogna centuplicarle. Per questo vi è bisogno di persone e di mezzi. Noi sacrifichiamo le nostre persone: il Signore tutto giorno ci manda personale pronto a qualunque sacrificio, anche dare la vita per la salute delle anime. Le persone non bastano: ci vogliono i mezzi. I mezzi tocca a voi il procurarli, o benemeriti Cooperatori. Io incarico voi dei mezzi materiali; procurate che non manchino. Notate bene come è grande la grazia del Signore che vi mette in mano i mezzi per cooperare alla salute delle anime. Eh sì, in mano vostra sta la salute di molte anime. Si è visto, col fatto nostro, finora narrato, che dalla cooperazione dei buoni ne risulta la salute di tante anime.

Ora sarebbe il caso che io vi facessi i ringraziamenti. Ma che ringraziamenti? Io non posso farveli. Sarebbe troppo piccola ricompensa alle vostre opere buone il ringraziarvene io. Lascerò al Signore che vi ringrazi poi esso. Sì, lo disse più volte che esso considera come fatto a lui quanto si fa al prossimo. D'altra parte è certo che la carità non prettamente corporale, ma che ha uno scopo anche spirituale, ha un merito ancor maggiore. E vorrei dire, non solo ha un pregio maggiore, ma ha del divino. I santi padri vanno d'accordo nel ripetere quel detto di san Dionigi, che dice: Divinorum divinissimum est cooperari Deo in salutem animarum. E spiegando questo passo con sant'Agostino si dice che questa opera divina è un pegno assoluto della predestinazione propria: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti.

Volete fare una cosa buona? Educate la gioventù. Volete fare una cosa santa? Educate la gioventù. Volete fare cosa santissima? Educate la gioventù. Volete fare cosa divina? Educate la gioventù. Anzi [questa] tra le divine è divinissima.

Oh! adunque, voi col concorrere a fare questi grandi beni a cui si accennò, voi potete star sicuri di mettere in salvo l'anima vostra. Io lascio perciò di farvi speciali ringraziamenti. Sappiate solo che nella chiesa di Maria Ausiliatrice mattino e sera, e posso dire tutto il giorno, si fanno speciali preghiere per voi, affinché il Signore possa esso farvi i ringraziamenti con quelle parole che vi dirà nel giorno decisivo del giudizio. Euge, serve bone etfidelis... [Mt 25,23]. Voi fate dei sacrifici, ma tenete a mente che Gesù Cristo fece di sé sacrificio ben più grande e non ci avvicineremo mai abbastanza al sacrificio che fece egli per noi. Ma coloro che si sforzano di imitarlo [nel] fare sacrifici per salvare delle anime, possono stare tranquilli che l'animam salvasti, animam tuam praedestinasti non è esagerato e saranno certamente coronati intra in gaudium Domini tui [Mt 25,23] che a tutti tanto ardentemente desidero e prego.

III. CONSIGLI SPIRITUALI AD AMICI, COOPERATORI
E BENEFATTORI
La corrispondenza di don Bosco con i Cooperatori e gli amici, laici ed ecclesiastici, contiene sempre puntuali e sostanziosi suggerimenti spirituali, mirati alla proposta di un cammino di vita interiore che unisca alla devozione e al fervore spirituale l'esercizio delle virtù, la carità operativa, il compimento amoroso e fedele dei doveri del proprio stato.

Da questi piccoli testi emerge l'ispirazione "salesiana" del nostro santo, la sintonia con gli insegnamenti espressi da san Francesco di Sales nella Introduzione alla vita devota e nelle lettere di direzione spirituale.

Qui riportiamo dodici corrispondenze che documentano la gamma delle relazioni di don Bosco e la concretezza della sua scuola" spirituale.

274. A un laico desideroso di perfezione
Ed. critica in E(m) I, pp. 525-526.

Torino, 24 settembre 1862
Carissimo nel Signore,
La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi.

Ho ricevuto a suo tempo le due lettere che ebbe la bontà d'indirizzarmi e non le risposi perché incerto del luogo di sua permanenza.

Le unisco il biglietto rosso [della lotteria], anzi due affinché guadagni due premi. I biglietti che le avevo mandati non erano tanto da smerciarsi, ma piuttosto da ritenersi da lei e così aiutasse il povero don Bosco a dar pane ai suoi poveri giovanetti.

Ripigliando le cose della sua prima lettera, io ammiro molto lo slancio
del suo cuore nel voler seguire ciecamente i consigli di un povero prete quale io sono. La cosa è ardua per ambedue, ma proviamo.

Come ho da fare per intraprendere una vita, ella diceva, che stacchi dal mondo e mi leghi questo cuore col Signore in modo che ami costantemente la virtù?
R. La buona volontà coadiuvata dalla grazia di Dio produrrà questo effetto meraviglioso. Ma per riuscire ella deve adoperarsi per conoscere e gustare la bellezza della virtù e la gioia che prova in cuore chi tende a Dio.

Consideri poi la nullità delle cose del mondo. Esse non possono darci la minima consolazione. Metta insieme tutti i suoi viaggi, quanto ha veduto, goduto, letto ed osservato. Confronti tutto colla gioia che prova un uomo dopo che si è accostato ai santi sacramenti, si accorgerà che le prime sono un nulla, che il secondo ha tutto.

Stabilita così una base veniamo alla pratica. Ella: 1° Ogni mattino messa e meditazione. 2° Nel dopo mezzogiorno un po' di lettura spirituale. 3° Ogni domenica predica e benedizione. 4° ... Adagio, ella mi grida, poco per volta. Ha ragione; cominci a mettere in pratica quanto qui le scrivo di passaggio e se ella sentesi di tenermi passo, io spero, coll'aiuto del Signore di poterla condurre al terzo cielo.

Quando verrà a Torino ci parleremo di progetti un po' più in grande. Intanto non manchi di pregare il Signore per me, che di vivo cuore le auguro ogni bene dal Signore e mi professo di vostra signoria carissima
Affezionatissimo servitore amico
Sac. Bosco Gio.

275. A una persona religiosa
Ed. critica in E(m) II, p. 276.

Torino, 22 luglio 1866
Pregiatissima signora,
La tiepidezza, quando non è promossa dalla volontà, va totalmente scevra di colpa. Anzi io credo che tale tiepidezza, che prende il nome di aridità di spirito, sia meritoria davanti al Signore. Tuttavia se vuole alcuni fiammiferi che eccitano scintille di fuoco, io li ritrovo in giaculatorie verso il santissimo sacramento, qualche visita al medesimo, baciare la medaglia od il crocifisso. Ma più di ogni altra cosa il pensiero che le tribolazioni, le pene e le aridità del tempo sono altrettante odorifere rose per l'eternità.

Io non mancherò di raccomandarla debolmente al Signore nella santa messa e, nell'atto che raccomando me e i miei poveri giovanetti alla carità delle sante sue preghiere, ho l'onore di potermi professare con gratitudine sincera di vostra signoria pregiatissima
Obbl.mo servitore
Sac. Bosco Gio.

276. Al marchese Ignazio Pallavicini
Ed. critica in E(m) II, pp. 423-424.

Settembre 1867
Eccellenza,
La grazia di nostro Signor Gesù Cristo sia sempre con noi. Amen.

Eccomi a parlare con vostra eccellenza come farei con mio fratello. Quanto le scrissi in agosto non è né minaccevole né di tempo instante; ma è tutta [cosa] amorevole e preventiva. Ciò posto ella deve portar il suo pensiero sopra tre cose: sé — suoi — cose sue.

Sé. Dia un'occhiata sui proponimenti fatti in confessione e non mantenuti; sui consigli avuti per evitare il male e praticare il bene, ma dimenticati. Anche un gran difetto nel dolore dei peccati. Ciò si potrà rimediare colla meditazione e coll'esame di coscienza alla sera o in altra ora a lei più adattata. Al presente Dio vuole maggior pazienza nelle sue occupazioni, specialmente in famiglia; più confidenza nella bontà del Signore; più tranquillità di spirito, né mai avere timore che la morte- la sorprenda di notte od altro tempo inaspettato. Faccia uno sforzo per praticare la virtù dell'umiltà e fiducia nel Signore e non tema niente. Per [il] futuro frequenti la confessione e comunione in modo da servire di modello a quanti la conoscono.

Suoi. Vedere che i suoi dipendenti compiano ed abbiano tempo di compiere i loro doveri religiosi, disporre le cose che loro riguardano in guisa che nella morte e dopo morte abbiano motivi di benedire il loro padrone. In famiglia carità e benevolenza con tutti; ma non mai lasciar fuggire alcuna occasione per dare avvisi o consigli che possano servire di regola di vita e di buon esempio.

Sue cose. Qui bisognerebbe scrivere molto. Lunedì debbo andare in Alessandria e di là farò una gita a Mombaruzzo, dove spero di scrivere o parlarle con qualche tranquillità. La cosa che Dio vuole specialmente da lei si. è di promuovere per quanto può la venerazione a Gesù sacramentato e la divozione verso la beata Vergine Maria.

Dio ci aiuti a camminare per la via del cielo. Così sia.

Con gratitudine mi professo della eccellenza vostra
Obbligatissimo servitore
Sac. Giovanni Bosco

277. A Cesare Callori
Ed. critica in E(m) H p. 426.

Torino, 6 settembre 1867
Carissimo Sig. Cesare,
Questa volta non è più Cesare, ma è D. Bosco che confessa la colpa.

Gira di ''qua, trotta di là e intanto non ho compiuto il mio dovere coll'inviare il libro che il nostro Cesare erari offerto di tradurre per le nostre Letture Cattoliche.

Ora aggiustiamo le cose in famiglia. Un fascicolo per lei, l'altro per la damigella Gloria; e siccome io fui in ritardo nella spedizione, così ella aggiusterà o meglio compenserà il tempo perduto con una diligenza e sollecitudine speciale nell'esecuzione del lavoro.

Che disinvoltura ha D. Bosco nel comandare! Fortuna che ha da fare con gente docile ed obbediente, altrimenti mi lascerebbe solo per cantare e portare la croce.

Mentre per altro mi confesso colpevole vorrei comandarle, dirò meglio, vorrei raccomandarle due cose, di cui abbiamo già qualche volta trattato.

Nei vari compartimenti del suo tempo stabilisca di confessarsi ogni quindici giorni od una volta al mese; non ometta mai giorno senza fare un po' di lettura spirituale... Ma zitto: non facciamo la predica. Bene, terminiamo.

Faccia tanti saluti a papà e mamma e a tutti quelli della sua rispettabile famiglia. Mi dia qualche buon consiglio; gradisca che le auguri ogni benedizione celeste e mi creda colla più sentita gratitudine
Di vostra signoria carissima
Obbligatissimo servitore
Sac. Giovanni Bosco

278. A una madre di famiglia
Ed. critica in E(m) III, pp. 133-134.

11 settembre 1869
Per mano della zelante suor Filomena ho ricevuto la vistosa somma di fr. 10.000 che nella sua carità offre ad onore di Maria Ausiliatrice e da impiegarsi pei vari e gravi bisogni di questo novello edificio. Io non ho potuto trattenermi a parlare con quella religiosa se non di volo e perciò non potei incaricarla dei miei sentiti ringraziamenti di cui volevo pregarla. Ora mentre compio questo mio dovere di gratitudine l'assicuro che continuerò a fare in comune ogni giorno speciali preghiere all'altare di Maria Ausiliatrice e spero che la grazia che domanda le verrà senza fallo concessa.

Ella dice che finora non si è ancora ottenuta; mi dice che è una tribolazione di famiglia, che non so quale sia, ma ecco quanto le posso dire di positivo: continui a pregare e si rassegni ai divini voleri. La tribolazione volge al suo fine. Vi sono cose che adesso sembrano spine, che Dio cangerà in fiori. Un guardo al crocifisso ed un fiat voluntas tua, è quello che Dio vuole da lei.

Intanto prenda questo consiglio: le piaghe in famiglia si devono medicare e non amputare. Dissimulare ciò che dispiace, parlare con tutti e consigliare con tutta carità e fermezza è il rimedio con cui ella guarirà ogni cosa. Mi perdoni questa libertà: io do lezioni a Minerva, me ne dia compatimento.

Domani (12) io celebrerò la santa messa ed i miei ragazzi faranno la loro comunione secondo la pia di lei intenzione. Dio benedica lei e tutta la sua famiglia e a tutti conceda lunghi anni di vita felice col prezioso dono della perseveranza finale.

Gradisca i profondi atti della mia gratitudine con cui ho l'onore di potermi professare di vostra signoria benemerita
Obbligatissimo servitore
Sac. Giovanni Bosco

279. Ad una vedova afflitta
Ed. critica in E(m) III, pp. 211-212.

Torino, 28 maggio 1870
Chiarissima signora,
Ho ricevuto la onorata sua lettera e mi ha fatto veramente piacere.

Da essa scorgo che il suo cuore è tutto esacerbato per la perdita del compianto marito, ma si è alquanto calmato per dar luogo alla rassegnazione ai divini voleri cui, volere o non volere, è d'uopo sottomettersi. Non tema che diminuisca l'affetto del marito per lei nell'altra vita, anzi, sarà di gran lunga più perfetto. Abbia fede; ella lo vedrà in una posizione molto migliore di quando era tra noi. La cosa più gradita che ella possa fare per lui si è di offrire a Dio ogni affanno per riposo dell'anima di lui.

Ora mi dia un po' di libertà di parlare. È di fede che in cielo si gode una vita infinitamente migliore della terrestre. Dunque perché dolersi se suo marito ne andò al possesso? È di fede che la morte presso noi cristiani non sia separazione, ma dilazione di vedersi. Dunque pazienza quando qualcuno ci precede; egli non fa altro che andare a preparare il luogo.

E pure di fede che ella ad ogni momento colle opere di pietà e di carità può fare del bene *all'anima del defunto: dunque non deve godere in cuor suo se Dio le ha concesso di sopravvivere? Poi l'assistenza dei bambini, il conforto al bon père, la-pratica della religione, diffondere buoni libri, dare bilioni consigli a chi ne ha bisogno non sono tutte cose che ci devono, ad ogni momento, far benedire il Signore per gli anni che ci concede?
Vi sono poi ancora altri motivi che per ora non giudico ancora di manifestare.

Insomma, adoriamo Iddio in ogni cosa, nelle consolazioni e nelle afflizioni e stiamo sicuri che è un buon padre e che non permette afflizioni oltre le nostre forze ed è onnipotente e perciò può sollevarci quando vuole.

Intanto ho sempre raccomandato lei e la sua famiglia al Signore nella santa messa e continuerò a far lo stesso sia in particolare sia nelle comuni preghiere che si fanno all'altare di Maria.

Dio benedica lei e le sue fatiche; preghi per me che con gratitudine mi professo di vostra signoria illustrissima
Obbligatissimo servitore
Sac. G. Bosco

280. A un cattolico impegnato
Ed. critica in E(m) III, pp. 227-228.

Torino, 13 luglio 1870
Carissimo nel Signore,
Dio sia in ogni cosa benedetto. Non dissi pena perché non può fare molte cose. Davanti a Dio fa molto chi nel poco fa la sua santa volontà. Prenda adunque dalla santa mano del Signore gli incomodi cui va soggetto, faccia quel poco che può e stia per ogni lato tranquillo.

In questi tempi si fa gravemente sentire il bisogno di propagandare la buona stampa. E un campo vasto, ciascuno facendo quello che può si potrà ottenere molto.

Non mancherò di pregare per lei e per tutti i suoi compagni. Me li riverisca tanto nel Signore. Preghi anch'ella per me. che con verace affezione mi professo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

281. A un amico sacerdote
Ed. critica in E(rh) V, p. 142. '
Roma, 8 maggio 1876
Carissimo don Perino,
Godo assai della tua promozione a parroco di Piedicavallo.

Avrai più vasto campo di guadagnar anime a Dio. Il fondamento della tua buona riuscita parrocchiale è di aver cura dei fanciulli, assistere gli ammalati, voler bene ai vecchi.

Per te: confessione frequente, ogni giorno un po' di meditaziohe, una volta al mese l'esercizio della buona morte.

Per don Bosco: diffondere le Letture Cattoliche e venire a pranzo all'Oratorio ogni volta che verrai a Torino. Il resto a voce.

Dio benedica te, le tue fatiche, la tua futura parrocchia e prega per me, che ti sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

282. A un sacerdote in difficoltà
ASC A1780133 Orig: aut. di recente recupero, Fassio. Ed. in E III, pp. 271-272.

Roma, 12 [gennaio] 1878
Mio caro Don ....

Dio ti permette una grande prova, ma ne avrai grande guadagno. La preghiera supererà tutto. Lavoro, temperanza specialmente alla sera, non fare riposo lungo il giorno, non mai oltrepassare le sette ore in letto, sono cose utilissime.

Pricipiis obsta; perciò appena ti accorgi d'essere tentato mettiti a lavorare, se di giorno; a pregare, se di notte; non sospendere la preghiera, se non vinto dal sonno. Metti in pratica questi suggerimenti; io ti raccomanderò nella santa messa, Dio farà il resto. Coraggio, caro Don ...; chiudi il cuore, spera nel Signore e va' avanti senza inquietarti.

Prega per me che ti sarò sempre in Gesù Cristo
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

283. A mons. Edoardo Rosaz, vescovo di Susa (beato)
Ed. in E III, pp. 293-294.

Roma, 7 febbraio 1878
Carissimo e reverendissimo monsignore5,
A suo tempo ho ricevuto da Torino e poi dalla cara sua lettera come il gran pontefice Pio DC portò il paterno suo pensiero sopra di lei e lo proclamava vescovo di Susa. Io sono stato non poco meravigliato, perché conosco quanto ella senta basso di se stesso e come dovrà prendere un atteggiamento nuovo verbo et opere. Ma ho tosto benedetto il Signore, perché ne era e ne sono convinto che la Chiesa acquistava un vescovo secondo il cuore di Dio e che ella avrebbe fatto molto bene alla diocesi di Susa.

5 Mons. Edoardo Giuseppe Rosaz (1830-1903), fondatore delle suore Missionarie Francescane (1874) per l'educazione delle ragazze povere ed orfane, era stato nominato vescovo di Susa nel concistoro del 31 dicembre 1877.

Io ne godo assai e con tutto l'affetto del cuore, le offro tutte le case della nostra Congregazione per qualunque servizio possano prestare alla rispettabile di lei persona o alla diocesi che la divina Provvidenza le ha affidato.

Io non pretendo farla da maestro, ma credo che ella avrà presto nelle mani il cuore di tutti:
1° Se prenderà cura speciale degli ammalati, dei vecchi e dei poveri fanciulli.

2° Andare molto adagio nel fare mutazioni nel personale già stabilito dal suo antecessore.

3° Fare quello che può per guadagnarsi la stima e l'affetto di alcuni che tenevano o tengono posti elevati in diocesi; i quali giudicano di essere stati trascurati e vostra signoria preferita.

4° Nel prendere misure severe contro a chicchessia del clero, vada cauto e per quanto potrà ascolti l'imputato. Del resto spero che in marzo potremo parlarci personalmente.

Oggi circa alle tre e mezza si estingueva il sommo e incomparabile astro della Chiesa, Pio IX. I giornali le daranno i particolari. Roma è tutta in costernazione e credo lo stesso in tutto il mondo. Entro brevissimo tempo sarà certamente sugli altari.

Credo che vostra signoria mi permetterà di sempre scrivere colla confidenza del passato; e pregando Dio che la illumini e conservi in buona sanità, mi raccomando alla carità delle sante sue preghiere e mi professo colla massima venerazione
Di vostra signoria reverendissima e carissima
Affezionatissimo amico
Sac. Giovanni Bosco

284. A una signora scrupolosa
ASC A1780410 Lett. orig. di recente recupero, Armelonghi. Ed. in E III, pp. 388-389.

Torino, 26 settembre 1878
Stimatissima in Gesù Cristo,
Riguardo alla vostra coscienza ritenete:
1° Non mai cercare di rifare le confessioni passate.

2° I pensieri, i desideri ed ogni cosa interna non sia mai materia di confessione.

3° Confessate soltanto le opere, i discorsi che il confessore giudicherà colpevoli e non altro.

4° Ubbidienza cieca al confessore.

State tranquilla di coscienza e pregate per me che vi sarò sempre in Gesù Cristo
Umile servitore
Sac. Giovanni Bosco

285. A un parroco scoraggiato ASC A1940605 Copie di orig. Ed. in E III, p. 399.

Torino, 25 ottobre 1878
Carissimo nel Signore,
Ho ricevuto la sua buona lettera e i franchi 18 entro la medesima. La ringrazio: Dio la rimeriti. È manna che cade in sollievo delle nostre strettezze. Ella poi stia tranquilla. Non parli d'esentarsi dalla parrocchia.

C'è da lavorare? Morrò nel campo di lavoro, sicut bonus miles Christi [2Tiin 2,3].

Sono buono a poco? Omnia possum in eo qui me confortat [Fil 4,13].

Ci sono spine? Con le spine cangiate in fiori gli angeli tesseranno per lei una corona in cielo.

I tempi sono difficili? Furono sempre così, ma Dio non mancò mai del suo aiuto. Christus heri et hodie.

Domanda un consiglio? Eccolo: prenda cura speciale dei fanciulli, dei vecchi e degli ammalati e diverrà padrone del cuore di tutti. Del resto quando venga a farmi una visita, ci parleremo più a lungo.

Sac. Giovanni Bosco

SEZIONE QUARTA
LA DIMENSIONE MARIANA
DELLA SPIRITUALITÀ SALESIANA
Presentazione
Don Bosco, instancabile apostolo della devozione mariana, nel Giovane provveduto sottolinea il ruolo della santa Vergine in ordine alla salvezza individuale: ella è mediatrice di grazie, difesa dagli assalti del male, sostegno nell'impegno di vita cristiana e nel cammino verso la santità. Questi sono elementi che egli attinge da sant'Alfonso de' Liguori: la vera devozione, che si esprime soprattutto in una vita virtuosa, garantisce il patrocinio più possente che si possa avere in vita e in morte.

Gli argomenti sono ripresi nel libretto Il mese di maggio (1858), dove il santo inquadra esplicitamente la devozione mariana popolare e giovanile in un contesto finalizzato ad un serio fervoroso impegno etico e spirituale e collega devozione mariana e salvezza eterna.

Dieci anni più tardi (1868), in occasione dell'inaugurazione della chiesa di Maria Ausiliatrice, compila un opuscolo intitolato Maraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice2. In esso è particolarmente evidente un inquadramento della devozione mariana in prospettiva ecclesiale, sulla quale si va sempre più aprendo lo sguardo di don Bosco e in ordine alla quale si orientano le sue preoccupazioni missionarie ed educative. Attraverso alcune meditazioni evangeliche il santo vi sviluppa anche altri aspetti in relazione alla vita spirituale: Maria è modello di unione con Dio, di servizio verso il prossimo, di attenzione operativa alle necessità dei fratelli ed ha un compito di maternità universale.

Dal momento della consacrazione del santuario di Valdocco, don Bosco diventa instancabile apostolo della devozione all'Ausiliatrice: aiuto della Chiesa nelle battaglie della storia; ispiratrice e sostegno potente dell'opera salesiana; presenza materna operativa e benefica nella vita di coloro che a lei si affidano.

L’Associazione dei devoti di Maria Ausiliatrice (fondata nel 1869),* mirata a "promuovere la devozione verso la Madre di Dio e la venerazione verso l'augusto
1 Giovanni Bosco, Il mese di maggio consacrato a Maria SS. Immacolata ad uso del popolo. Torino, Tip. Paravia e Compagnia 1858 (OE X, 295-486).

2 Giovanni Bosco, Maraviglie della madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice. Torino, Tip. Dell'Oratorio di S. Franc. di Sales 1868 (OE XX, 192-376).

sacramento dell'Eucaristia'5, risponde certamente alla sensibilità religiosa del tempo, ma esprime in modo eccellente lo sforzo di don Bosco per incoraggiare l'affidamento a Maria e stimolare in tutti l'imitazione delle sue "belle virtù".

Con la diffusione mondiale dell'opera salesiana il culto dell’Ausiliatrice si propaga ovunque, inscindibilmente connesso con la figura di don Bosco e con la sua missione.

Questa sezione, che è una semplice campionatura tratta da un materiale vastissimo, include sette meditazioni (nn. 286-291 e 293), alcune preghiere proposte ai membri dell'Associazione dei devoti di Maria Ausiliatrice (n. 292) e una "buona notte" ai giovani sull'efficacia del ricorso all'Ausiliatrice (n. 294).

286. Motivi di essere devoti di Maria
Ed. a stampa in G. Bosco, Il mese di maggio..., pp. 12-18 (OE X, 306-312).

Vieni meco, o cristiano, e considera gli innumerevoli motivi che tutti abbiamo di essere devoti di Maria. Io comincerò per accennare i tre principali e sono i seguenti: Maria è più santa di tutte le creature, Maria è madre di Dio, Maria è madre nostra.

1. In tutto il Vecchio Testamento Maria è chiamata tutta bella e senza macchia: è paragonata al sole risplendente; alla luna che è nella pienezza di sua luce; alle stelle più luminose; ad un giardino pieno di fiori i più deliziosi; ad una fonte sigillata da cui scaturisce acqua la più limpida; ad un'umile colomba; ad un giglio purissimo. Nel Vangelo poi viene dall'angelo Gabriele chiamata piena di grazia, "Ave, gratia piena". Piena di grazia, ossia creata e formata nella grazia, il che vuol dire che Maria dal primo istante di sua esistenza fu senza macchia originale ed attuale e senza macchia perseverò fino all'ultimo respiro di vita. Piena di grazia e perciò non vi fu il minimo difetto che sia entrato nel cuore purissimo di lei; neppure avvi alcuna virtù che in grado il più sublime non sia stata praticata da Maria. La Chiesa cattolica esprime questa santità di Maria col definire che ella fu sempre esente da ogni colpa e ci invita ad invocarla colle seguenti preziose parole: Regina sine labe originali concepta, ora pro nobis. Regina concepita senza peccato originale, pregate per noi che ricorriamo a voi.

2. L'essere Maria esente da ogni macchia di peccato originale ed attuale; essere adorna di tutte le virtù che noi possiamo immaginare; essere stata da Dio ricolma di grazia più di ogni altra creatura, tutte queste prerogative la fecero trascegliere fra tutte le donne ad essere innalzata alla dignità di madre di Dio. Questo è l'annunzio che le fece l'angelo: questo ripeté santa Elisabetta quando fu dalla santa Vergine visitata: questo è il saluto che le fanno ogni giorno i fedeli cristiani dicendo: santa Maria, madre di Dio, pregate per noi. Al glorioso nome di madre di Dio vien meno l'ingegno umano, perciò chinando la fronte in segno della più profonda venerazione, ci limitiamo a dire che niuna creatura può essere elevata a dignità più sublime, nessuna creatura può conseguire maggior grado di gloria; e per conseguenza nessuna creatura può essere più potente presso Dio quanto è Maria.
Cf il doc. n. 41: Supplica a Pio IX per le indulgenze in favore dell'erigenda Associazione dei Divoti di Maria Ausiliatrice.

3. Ma se il titolo di madre di Dio è glorioso a Maria, è poi molto consolante ed utile per noi che siamo suoi figli. Perciocché divenendo ella madre di Gesù vero Dio e vero uomo, divenne eziandio madre nostra. Gesù Cristo nella sua grande misericordia volle chiamarci suoi fratelli e con tal nome ci costituisce tutti figliuoli adottivi di Maria. Il Vangelo conferma quanto qui diciamo. Il divin Salvatore era in croce e pativa i dolori della più penosa agonia. La madre sua santissima e l'apostolo san Giovanni stavano ai suoi piedi immersi nel più profondo dolore; quando Gesù aprendo gli occhi, e forse fu l'ultima volta che li aprì in sua vita mortale, vide il discepolo prediletto e la sua cara madre. Scioglie allora le moribonde labbra, — Donna, disse a Maria, ecco in Giovanni il tuo figliuolo; dipoi disse a Giovanni: — Ecco in Maria la madre tua; mulier, ecce filius tuus; ecce mater tua [Gv 19,26-27]. In questo fatto i santi padri riconoscono unanimi la volontà del divin Salvatore, il quale prima di lasciare il mondo voleva darci Maria per madre nostra amorosa e noi tutti costituiva suoi figli. Maria inoltre è nostra madre perché ci rigenerò per mezzo di Gesù Cristo nella grazia. Perciocché, siccome Eva è detta madre dei viventi, così Maria è madre di tutti i fedeli per grazia (Riccardo da San Lorenzo). Al quale proposito san Guglielmo abate si esprime così: Maria è madre del capo, quindi è anche madre delle membra, che siamo noi: Nos sumus membra Christi. Maria dando alla luce Gesù rigenerò anche noi spiritualmente. Perciò Maria con ragione è da tutti appéllata madre e come tale merita di essere onorata (Guglielmo abate, Cant. 4).

Eccovi, o cristiani, la persona che io vengo a proporre alla vostra venerazione nel corso di questo mese. Ella è la più santa fra tutte le creature; la madre di Dio, la madre nostra, madre potente e pietosa che ardentemente desidera di colmarci di celesti favori. Io, ella ci dice, io abito nel più alto dei cieli per colmare di grazie e di benedizioni i miei devoti: ut ditem diligentes me, ecc. thesauros eorum repleam [Pr 8,21].

Coraggio dunque, o devoti di Maria; trattasi di fare una gran festa alla madre nostra, alla madre di Gesù. Allorché viene il giorno della festa di nostra madre temporale noi godiamo di poter radunare i parenti e gli amici per metterci in loro compagnia ed offrire un mazzetto di fiori con alcune espressioni di affetto. Il mese di maggio è la festa della nostra vera madre, della nostra celeste protettrice. Facciamola adunque con gioia. Il più bel mazzetto che noi le possiamo offrire è quello che sarà composto delle virtù di cui ella ci ha donati luminosi esempi. Risolviamo in questo giorno di voler indirizzare mattina e sera le preghiere e tutti gli affetti del nostro cuore a colei che noi godiamo poter chiamare nostra madre. Preghiamo fin d'ora che ci voglia intercedere una grazia particolare presso suo figlio Gesù. Chiediamole quella grazia di cui noi sappiamo aver maggior bisogno.

Esempio - Per eccitarvi a solennizzare con fervore il mese di maggio in onore di Maria valga l'esempio dell'armata d'Oriente quando trovavasi a Costantinopoli. Lungi dalla patria, privi di chiese e quasi anche privi di sacri ministri, quei soldati cristiani portarono dalle loro case la divozione e la confidenza in Maria. Ecco la relazione che ne fa un periodico stampato il 7 giugno 1855: "Il mese di maggio fu celebrato in alcuni ospedali con una pia e regolare solennità, che altamente onora l'armata d'Oriente. Non avvi alcun dubbio che le benedizioni del cielo piovute sopra molte anime tocche dalla grazia si riverseranno sopra l'intera armata e saranno coronate con un esito felice della guerra medesima. Prima che quelle sale fossero in nostro potere, erano moschee, cioè chiese consacrate a Maometto. In quest'anno cominciarono ivi a risuonare le lodi della regina del cielo. Venne qui innalzato un altare a Maria e fu adornato con un gusto che dimostra come ciascun reggimento abbia i suoi artisti. Colà si vedono colonne scolpite come per incanto. Quivi marmi artefatti che presentano tutta la somiglianza con i marmi i più fini. Colà apparati in carta e in colore che sono lavori di alcuni convalescenti che consacrano il loro tempo in cose che servano ad accrescere il decoro del culto verso la santa Vergine. Ciascheduna casa ha organizzato il suo coro di cantici. Tutti i musici e tutti i più valenti della società armonica si danno premura di prendervi parte. Alcuni poi composero canzoncine spirituali che con trasporto di gioia tutti insieme vanno cantando in onor di Maria. Alla sera quando è terminato il canto delle lodi sacre e delle litanie della santa Vergine il cappellano o altro invitato fa un'istruzione adattata a quel giorno, che è ascoltata con avidità dagli uditori in gran numero raccolti e devoti. Spesso la sala non può contenere la folla di uditori. I medesimi feriti si fanno ivi portare una mezz'ora prima, per essere assicurati di avervi posto. Questo è per loro il più bel momento della giornata". Ecco, o cristiano, come possiamo anche noi celebrare questo mese e dare a Maria un segno di tenera divozione. Nelle città, nelle campagne, nelle case, nella solitudine, nei chiostri e nei reggimenti dei medesimi militari si possono offrire omaggi di divozione alla regina di tutti i santi.

Giaculatoria: Pietosa Vergine, / ecco il mio cuore // voi infiammatelo / di santo amore.

Preghiera - Ricordatevi o piissima Vergine Maria, che non si è mai udito al mondo, che da voi sia stato rigettato od abbandonato alcuno, il quale implori i vostri favori. Io animato da questa fiducia, mi presento a voi. Non vogliate o madre del Verbo Eterno disprezzare le preghiere di questo vostro umilissimo figlio, uditelo favorevolmente, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

287. Maria nostra protettrice nella vita presente
Ed. a stampa in G. Bosco, Il mese di maggio..., pp. 169-175 (OE X, 463-469).

1. Noi siamo in questo mondo come in un mar burrascoso, come in un esilio, in una valle di lacrime. Maria è la stella del mare, il conforto nel nostro esilio, la luce che ci addita la via del cielo asciugandoci le lacrime. E ciò fa questa tenera madre coll'ottenerci continui aiuti spirituali e temporali. Noi non possiamo entrare in alcuna città, in alcun paese ove non vi sia qualche monumento delle grazie ottenute da Maria ai suoi devoti. Lasciando a parte moltissimi celebri santuari della cristianità, ove a migliaia pendono dalle mura le testimonianze di grazie ricevute, io accenno solamente a quello della Consolata, che fortunatamente abbiamo noi in Torino. Va, o lettore, e con fede di buon cristiano entra in quelle sacre mura e rimira i segni di gratitudine verso Maria per i benefici ricevuti. Qui tu vedi un infermo spedito dai medici che riacquista la sanità. Là grazia ricevuta ed è uno che è stato liberato dalle febbri; colà un altro risanato dalla cancrena. Qua grazia ricevuta ed è uno che è stato liberato per intercessione di Maria dalle mani degli assassini; colà un altro che non fu schiacciato sotto un enorme macigno cadente; là per la pioggia o serenità ottenuta. Se poi dai uno sguardo sulla piazzetta del santuario, vedrai un monumento che la città di Torino innalzava a Maria l'anno 1835, quando era liberata da micidiale choleramorbus, che orribilmente infestava le vicine contrade.

2. I favori accennati riguardano solamente i bisogni temporali, che cosa diremo delle grazie spirituali che Maria ha ottenuto e ottiene ai suoi devoti?
Bisognerebbe scrivere grossi volumi per enumerare le grazie spirituali, che i suoi devoti hanno ricevute e ricevono tutti i giorni per mano di questa grande benefattrice del genere umano. Quante vergini devono la preservazione di tale stato alla protezione di lei! Quanti conforti agli afflitti! Quante passioni combattute! Quanti martiri fortificati! Quante insidie del demonio superate! San Bernardo dopo avere enumerato una lunga serie di favori che Maria tuttodì ottiene ai suoi devoti, finisce con dire che tutto il bene che ci viene da Dio, ci viene col mezzo di Maria: Totum nos Deus habere voluit per Mariam.

3. Né solamente è l'aiuto dei cristiani, ma eziandio il sostegno della Chiesa universale. Tutti i titoli che noi diamo a lei ricordano un favore; tutte le solennità che si celebrano nella Chiesa ebbero origine da qualche grande miracolo, da qualche grazia straordinaria che Maria ottenne a favore della Chiesa. Quanti eretici confusi, quante eresie estirpate, a segno che la Chiesa esprime la sua gratitudine dicendo a Maria: Tu sola, o gran Vergine, fosti colei, che sradicasti tutte le eresie: Cunctas haereses sola interemisti in universo mundo.

Esempi - Riferiremo alcuni esempi che confermano i grandi favori che Maria ottenne ai suoi devoti. Cominciamo dall'Ave Maria. La salutazione angelica, ossia Ave Maria è composta dalle parole dette dall'angelo alla santa Vergine e di quelle che aggiunse santa Elisabetta allorché l'andò a visitare. La santa Maria fu aggiunta dalla Chiesa nel secolo V. In questo secolo viveva a Costantinopoli un eretico di nome Nestorio, uomo pieno di superbia. Egli giunse all'empietà di negare pubblicamente l'augusto nome di Madre di Dio alla santa Vergine. Era questa un'eresia che mirava ad abbattere tutti i principi di nostra santa religione. Il popolo di Costantinopoli fremeva di sdegno a tale bestemmia; e per rischiarire la verità furono mandate suppliche al sommo pontefice che allora si chiamava Celestino, chiedendo insistentemente una riparazione allo scandalo. Il pontefice nell'anno 431 fece radunare un concilio generale in Efeso, città dell'Asia minore sulle rive dell'Arcipelago. A questo concilio intervennero i vescovi da tutte le parti del mondo cattolico. San Cirillo patriarca di Alessandria vi presiedeva a nome del papa. Tutto il popolo dalla mattina alla sera stette alle porte della chiesa ove erano radunati i vescovi; allorché vide aprirsi la porta e comparire san Cirillo alla testa di 200 e più vescovi ed udì pronunziare la condanna dell'empio Nestorio, le parole di giubilo risuonarono in ogni angolo della città. Nella bocca di tutti erano ripetute le seguenti parole: il nemico di Maria è vinto! Viva Maria! Viva la grande, la eccelsa, la gloriosa madre di Dio. Fu in questa occasione che la Chiesa aggiunse alrA.ve Maria quelle altre parole: santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori. Così sia. Le altre parole, adesso e nell'ora della morte nostra, furono introdotte dalla Chiesa nei tempi posteriori. La solenne dichiarazione del concilio Efesino, l'augusto titolo di madre di Dio dato a Maria fu eziandio confermato in altri concili, finché la Chiesa istituì la festa della maternità della beata Vergine che si celebra ogni anno la seconda domenica di ottobre. Nestorio che osò ribellarsi alla Chiesa e bestemmiare contro alla gran madre di Dio, fu severamente punito anche nella vita presente.

Altro esempio. Al tempo di san Gregorio Magno infieriva in molte parti d'Europa e specialmente in Roma una grande pestilenza. San Gregorio per far cessare questo flagello invocò la protezione della gran madre di Dio. Tra le opere pubbliche di penitenza ordinò una solenne processione all'immagine miracolosa di Maria che si venerava nella basilica di Liberio, oggi Santa Maria Maggiore. A mano a mano che la processione si avanzava il morbo contagioso si allontanava da quelle contrade, finché giunta al luogo ove era il monumento dell'imperatore Adriano (che per questo fu chiamato Castel Sant'Angelo), comparve sopra di esso un angelo in forma umana. Egli riponeva nel fodero la spada insanguinata in segno che l'ira divina era placata e che per l'intercessione di Maria era per cessare il terribile flagello. Nel medesimo tempo si udì un coro di angeli a cantare l'inno: Regina coeli laetare alleluia. Il santo pontefice aggiunse a quest'inno altri due versetti coll'orazione e da quel tempo si cominciò ad usare dai fedeli per onorare la Vergine nel tempo pasquale, tempo di tutta allegrezza per la risurrezione del Salvatore. Benedetto XIV concedette le medesime indulgenze dell'Angelus Domini ai fedeli che lo recitano in tempo pasquale. L'uso di recitare l’Angelus è antichissimo nella Chiesa. Non sapendosi l'ora precisa nella quale la Vergine fu annunziata, se di mattina o verso sera, i primitivi fedeli la salutavano in questi due tempi coll'Ave Maria. Da ciò venne più tardi l'uso di suonare alla mattina e alla sera le campane, per ricordare ai cristiani questa pia consuetudine. Si crede che questa sia stata introdotta dal pontefice Urbano II l'anno 1088. Egli aveva talcosa ordinata per eccitare i cristiani a ricorrere a Maria per implorare la mattina la protezione di lei nella guerra che allora ardeva fra i cristiani ed i turchi, la sera per implorare la felicità e la concordia fra i principi cristiani. Gregorio IX nel 1221 vi aggiunse anche il suono delle campane al mezzogiorno. I pontefici arricchirono questo esercizio di devozione di molte indulgenze. Benedetto XIII nel 1724 concedette la indulgenza di 100 giorni per ogni volta che si recita e a Chi l'avesse recitata per un mese intero indulgenza plenaria, purché in un giorno del mese avesse fatta la sacramentale confessione e comunione.

Giaculatoria: O Maria, nostra avvocata, / d'ogni grazia dispensiera, // di salute messaggera / all'uom giusto e al peccator. // Deh! dal ciel, madre pietosa, / volgi un guardo ai tuoi devoti, // esaudisci i nostri voti, / o gran madre del Signor.

288. Modo di assicurarsi la protezione di Maria
Ed. a stampa in G. Bosco, Il mese di maggio..., pp. 179-183 (OE X, 473-477).

1. Ora che abbiamo terminato il mese di Maria, giudico bene per conclusione del medesimo darvi alcuni ricordi utili ad assicurarsi la protezione di questa nostra gran madre in vita ed in morte. Maria, essendo nostra madre, deve certamente abborrire gli oltraggi che si fanno a Gesù suo figlio. Perciò chi desidera di godere il patrocinio di lei in vita ed in morte deve astenersi dal peccato. Sarebbe vana la nostra speranza se credessimo di godere della protezione di Maria, offendendo il suo figliuolo Gesù da lei amato sopra ogni cosa. Ma noi dobbiamo non solo guardarci dall'offendere Gesù, ma ancora con tutte le forze del nostro cuore meditare i divini misteri della sua passione, seguirlo nella penitenza. Maria medesima disse un giorno a santa Brigida: Figliuola, se vuoi farmi cosa grata, ama di cuore il mio figliuolo Gesù. Maria è rifugio dei peccatori, perciò dobbiamo anche noi adoperarci con santi consigli, con sollecitudini, preghiere, con buoni libri e in altre maniere di condurre anime a Gesù ed accrescere i figli di Maria. Nulla sta più a cuore a Gesù che la salute delle anime; perciò Maria, che teneramente ama suo figlio, non può ricevere ossequio più gradito di quello che si fa guadagnandole qualche anima. Dobbiamo inoltre procurare di offrire a lei in ossequio la vittoria di qualche passione. Così se taluno di natura collerico prorompe spesso in atti d'impazienza, in imprecazioni ed in bestemmie, oppure ha contratto abitudine di parlare sconcio e con poco rispetto delle cose di religione, conviene che raffreni la sua lingua per fare un ossequio gradito alla Vergine. Insomma bisogna che ciascuno si studi di fuggire quello che è male e fare quello che è bene per amor di Maria.

2. Tra i molti ossequi poi che possiamo fare a Maria sono il prepararci a celebrare devotamente le sue solennità con tridui, novene, ottavari, secondo che soglionsi fare o nelle pubbliche chiese od anche nelle case private. Santa Elisabetta regina di Portogallo in tutti i sabati e in tutte le vigilie precedenti alle solennità della Vergine digiunava con pane ed acqua. Alcuni altri sogliono confessarsi e comunicarsi in tutti i giorni festivi, come faceva san Luigi Gonzaga, san Stanislao Kostka ed altri. Altri danno limosina ai poverelli e la danno in suffragio di quelle anime che furono più devote di Maria in vita. Vi sono anche alcuni devoti di Maria, che in onore di lei assistono spesso alla santa messa con intenzione di ringraziare la santa Trinità che innalzò Maria sul più bel trono in cielo. Riveriscono altri con culto speciale i santi a lei più stretti in parentela, come san Giuseppe suo santissimo sposo, san Gioachino e sant'Anna suoi felicissimi genitori.

3. Vi sono poi speciali pratiche di devozione che sono come fiamme di fuoco che fanno ardere questa pietosa Madre di amore per noi. Per esempio l'Angelus al mattino, a mezzogiorno, alla sera; il rosario ogni giorno o almeno in ciascun giorno festivo; assistere ai vespri, l'intervenire agli esercizi di pietà, che si fanno al sabato in onore del suo cuore immacolato. Ma vi raccomando di dire ogni sera prima di coricarvi tre volte la seguente giaculatoria: Cara Madre Vergine Maria, fate che io salvi l'anima mia. Ricordiamoci poi sempre che l'essere devoti di Maria è un mezzo dei più sicuri per conseguire la vita eterna. Ella medesima ce ne assicura dicendo: Quelli, che sono miei devoti, avranno la vita eterna: Qui elucidant me, vitam aeternam habebunt [Sir 24,31].

Esempio - Io vi raccomando di non mai lasciar passare alcun sabato senza fare qualche cosa in onore di Maria. Fin dai primi tempi della Chiesa i cristiani solevano praticare qualche devozione alla santa Vergine in giorno di sabato. Il giorno di sabato significa riposo e si vuole scelto per alludere al riposo, ovvero dimora che il Verbo divino si degnò di fare nel seno purissimo di Maria. Uno dei più caldi propagatori del culto di Maria nel giorno di sabato fu sant'Ildefonso arcivescovo di Toledo. Aveva egli composto alcuni cantici in lode di questa madre di misericordia e nel sabato seguente udì gli angeli che li cantavano nella chiesa, in mezzo ai quali stava la Vergine medesima. Dopo questo fatto il culto del sabato si propagò rapidamente per tutta l'Europa. Fin dal secolo X era in uso l'astinenza dalle carni in tal giorno in onore di Maria. Poco appresso fu composta la messa e l'ufficio proprio da recitarsi in tal giorno. Tanto la messa quanto l'ufficio filrono approvati dal pontefice Urbano II nel concilio di Chiaramonti [Clermont] l'anno 1095. Non lasciamo passare mai alcun sabato senza praticare qualche atto di virtù in onore di Maria e se possiamo facciamo la santa comunione o almeno andiamo ad ascoltare una messa in suffragio delle anime del purgatorio.

Giaculatoria: Oh se un giorno veder io potessi / tutti i cuori d'amore languire / per sì bella regina e sentire / il suo nome per tutto lodar; // sicché
in terra per ogni confine / risuonasse con dolce armonia, / viva, viva per sempre Maria, / viva Dio che tanto l'amò.

289. Maria manifesta nelle nozze di Cana il suo zelo e la sua potenza presso il figlio Gesù
Ed. a stampa in Giovanni Bosco, Maraviglie della madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice. Torino, Tip. Dell'Oratorio di S. Franc. di Sales 1868, pp. 31-37 (OE )0C, 223-229).

Nel Vangelo di san Giovanni troviamo un fatto che dimostra chiaramente la potenza e lo zelo di Maria nell'accorrere in nostro aiuto. Noi riferiamo il fatto quale ce lo narra l'evangelista san Giovanni al capitolo II.

In Cana di Galilea vi fu uno sposalizio ed era quivi la madre di Gesù. E fu invitato anche Gesù coi suoi discepoli alle nozze. Essendo venuto a mancare il vino, disse a Gesù la madre: — Essi non hanno più vino. E Gesù le disse: — Che ho io a fare con te, o donna? non è per anco venuta la mia ora. Disse la madre a coloro che servivano: — Fate quello che ei vi dirà. Ora vi erano sei idrie di pietra preparate per la purificazione giudaica, le quali contenevano ciascuna da due a tre metrete. Gesù disse loro: — Empite d'acqua quelle idrie. Ed essi le empirono fino all'orlo. E Gesù disse loro: —Attingete adesso e portate al maestro di casa. E ne portarono. E appena ebbe fatto il saggio dell'acqua convertita in vino, il maestro di casa, che non sapeva d'onde questo uscisse (lo sapevano però i servi che avevano attinta l'acqua), il maestro di casa chiama lo sposo e gli dice: — Tutti servono da principio il vino di miglior qualità e quando la gente si è esilarata, allora danno dell'inferiore, ma tu hai serbato il migliore fino ad ora. Così Gesù in Cana di Galilea diede principio a far miracoli e manifestò la sua gloria e in lui credettero i suoi discepoli.

Qui san Giovanni Crisostomo domanda: Perché Maria aspettò a questa occasione delle nozze di Cana ad invitare Gesù a far miracoli e non lo pregò di farne prima? E risponde, che ciò fece Maria per spirito di sommissione alla divina provvidenza. Per trent'anni Gesù aveva menato vita nascosta. E Maria che faceva preziosa conserva di tutti gli atti di Gesù, conservabat haec omnia conferens in corde suo, come dice san Luca (capo II, v. 19), venerava con rispettoso silenzio quell'umiliazione di Gesù. Quando poi si accorse che Gesù aveva cominciata la sua vita pubblica, che san Giovanni nel deserto aveva già cominciato nelle sue prediche a parlare di lui e che Gesù aveva già dei discepoli, allora secondò l'avviamento della grazia con quello stesso spirito di unione a Gesù con cui aveva per trent'anni rispettato il suo nascondimento ed interpose la sua preghiera per sollecitarlo a fare un miracolo e manifestarsi agli uomini.

San Bernardo, nelle parole Vinum non habent, non hanno vino, ravvisa una grande delicatezza di Maria. Ella non fa una prolissa preghiera a Gesù come Signore, né gli comanda come a figlio; non fa che annunziargli il bisogno, la mancanza del vino. Coi cuori benefici e propensi alla liberalità non occorre di strappare colle industrie e colla violenza la grazia, basta proporre l'occasione (san Bernardo, Serm. 4 in Cant.).

L'angelico dottore san Tommaso ammira in questa breve preghiera la tenerezza e la misericordia di Maria. Imperocché è proprio della misericordia il reputar nostro il bisogno altrui, giacché la parola misericordioso vuol quasi dire cuore fatto pei miseri, per sollevare i miseri e cita qui il testo di san Paolo ai Corinti: Quis infirmatur et ego non infirmor? [2Cor 11,29]. Chi è infermo, che non sia io infermo? Or siccome Maria era piena di misericordia, voleva provvedere alla necessità di questi ospiti e perciò dice il Vangelo: — Mancando il vino, lo disse la Madre di Gesù a lui. Onde ci anima san Bernardo a ricorrere a Maria perché se ebbe tanta compassione della vergogna di quella povera gente e loro provvide, quantunque non pregata, quanto più avrà pietà di noi se la invochiamo con fiducia? (san Bernardo, Serm. 2 Dominicae II Epif.).

San Tommaso loda poi ancora la sollecitudine e diligenza di Maria nel non aspettare che il vino fosse del tutto mancato ed i convitati venissero ad accorgersene con disonore degli invitanti. Appena fu imminente il bisogno trasse opportuno il soccorso secondo il detto del Salmo 9: Adiutor in opportunitatibus, in tribulatione [Sal 9,10].

La bontà di Maria verso di noi dimostrata in questo fatto splende maggiormente nella condotta che tenne dopo la risposta del suo divin figliuolo.

Alle parole di Gesù un'anima meno confidente, meno coraggiosa di Maria, avrebbe desistito (Nilo sperare più in là. Maria invece per nulla conturbata si rivolge ai servi della mensa e dice loro: — Fate quello che egli vi dirà: Quodcumque dixerit vobis, facite (Gv 2, 5). Come se dicesse: Sebbene sembra che neghi di fare, tuttavia farà (Beda).

Il dotto P. Silveira enumera un gran complesso di virtù che risplendono in queste parole di Maria. Diede la Vergine (dice questo autore) luminoso esempio di fede, imperocché sebbene udisse dal figliuolo la dura risposta: — Che ho da fare con te, tuttavia non esitò. La fede quando è perfetta, non esita a fronte di qualunque avversità. Insegnò la fiducia: imperocché sebbene udisse dal figliuolo parole che sembravano esprimere una' negativa, anzi, come dice il venerabile Beda sopracitato, poteva la Vergine credere benissimo che Cristo avrebbe respinto le sue preghiere, tuttavia operò contro la speranza, molto confidando nella misericordia del figlio. Insegnò l'amore verso Dio, mentre procurò che con un miracolo se ne manifestasse la gloria. Insegnò l'obbedienza mentre persuase ai servi di obbedire a Dio non in questo né in quello, ma in ogni cosa senza distinzione; quodcumque dixerit [Gv 2,5], qualunque cosa vi dirà. Diede pure esempio di modestia mentre non approfittò di questa occasione per gloriarsi d'essere madre d'un tanto figlio giacché non disse: — Qualunque cosa vi dirà mio figlio; ma parlò in terza persona. Ispirò ancora la riverenza verso Dio col non pronunziare il santo nome di Gesù. Non ho ancora mai trovato, dice questo autore, nella scrittura che la beata Vergine abbia pronunziato questo santissimo nome per la somma venerazione che ne professava. Diede esempio di prontezza, imperocché non li esorta ad udire ciò che avrebbe detto, ma a farlo. Insegnò finalmente la prudenza colla misericordia, poiché disse ai servi che facessero qualunque cosa avesse loro detto, affinché quando avessero inteso l'ordine di Gesù di riempir d'acqua le idrie, non lo avessero imputato una ridicolaggine: era proprio d'una misericordia somma e prudente il prevenire che altri cada nel male (P. Silveira, tom. 2, lib. 4, quest. 21).

290. Maria eletta aiuto dei cristiani sul monte Calvario
da Gesù moribondo
Ed. a stampa in G. Bosco, Maraviglie della madre di Dio..., pp. 37-42
(OE XX, 229-234).

La più splendida prova che Maria è aiuto dei cristiani noi la troviamo sul monte Calvario. Mentre Gesù pendeva agonizzante sulla croce, Maria superando la naturale debolezza lo assisteva con fortezza inaudita. Pareva che nulla più rimanesse a Gesù da fare per dimostrar quanto ci amava. Il suo affetto però gli fece ancora trovare un dono che doveva suggellare tutta la serie dei suoi benefizi. Dall'alto della croce volge lo sguardo moribondo sulla sua madre, l'unico tesoro che gli rimanesse sulla terra. — Donna, disse Gesù a Maria, ecco il tuo figliuolo; dipoi disse al discepolo Giovanni: — Ecco la madre tua. E da quel punto, conchiude l'evangelista, il discepolo la prese fra i beni suoi.

I santi padri in queste parole riconoscono tre grandi verità: 1. Che san Giovanni successe in tutto e per tutto a Gesù come figliuolo di Maria; 2. Che perciò tutti gli uffizi di maternità che Maria esercitava sopra Gesù passarono in favore del nuovo figliuolo Giovanni; 3. Che nella persona di Giovanni Gesù ha inteso di comprendere tutto il genere umano.

Maria, dice san Bernardino da Siena, colla sua cooperazione amorosa al ministero della Redenzione ci ha veramente generati sul Calvario alla vita della grazia; nell'ordine della salute tutti siamo nati dai dolori di Maria come dall'amore del Padre eterno e dai parimenti del suo figliuolo. In quei preziosi momenti Maria divenne rigorosamente nostra Madre.

Le circostanze che accompagnarono quest'atto solenne di Gesù sul Calvario confermano quanto asseriamo. Le parole scelte da Gesù sono generiche ed appellative, osserva il detto P. Silveira, ma bastano a farci conoscere che qui si tratta d'un mistero universale, che comprende non già un solo uomo, ma tutti quegli uomini ai quali conviene questo titolo di discepolo diletto di Gesù. Sicché le parole del Signore sono una dichiarazione amplissima e solenne, che la Madre di Gesù è divenuta la madre di tutti i cristiani: Ioannes est nomen particulare, discipulus commune ut denotetur quod Maria omnibus detur in matrem.

Gesù sulla croce non era una semplice vittima della malignità dei Giudei, era un pontefice universale che operava come riparatore a pro di tutto il genere umano. Quindi nella stessa maniera che implorando il perdono ai crocifissori lo ottenne a tutti i peccatori; aprendo il paradiso al buon ladrone lo aprì a tutti i penitenti. E come i crocifissori sul Calvario, secondo l'energica espressione di san Paolo, rappresentarono tutti i peccatori ed il buon ladrone tutti i veri penitenti, così san Giovanni rappresentò tutti i veri discepoli di Gesù, i cristiani, la Chiesa cattolica. E Maria divenne, come dice sant'Agostino, la vera Eva, la madre di tutti coloro che spiritualmente vivono, Mater viventium; o come sant'Ambrogio afferma, la madre di tutti coloro che cristianamente credono, Mater omnium credentium.

Maria pertanto diventando nostra madre sul monte Calvario non solo ebbe il titolo di aiuto dei cristiani, ma ne acquistò l'uffizio, il magistero, il dovere. Noi abbiamo dunque un sacro diritto di ricorrere all'aiuto di Maria. Questo diritto è consacrato dalla parola di Gesù e garantito dalla tenerezza materna di Maria. Ora che Maria abbia interpretato l'intenzione di Gesù Cristo in croce in questo senso e che egli la facesse madre ed ausiliatrice di tutti i cristiani, lo prova la condotta che essa tenne di poi. Sappiamo dagli scrittori della sua vita quanto zelo essa dimostrasse in tutti i tempi per la salute del mondo e per l'incremento e la gloria di santa Chiesa. Essa dirigeva e consigliava gli apostoli ed i discepoli, esortava, animava tutti a mantener la fede, a conservar la grazia e renderla operosa. Sappiamo dagli Atti degli apostoli come ella fosse assidua a tutte le radunanze religiose che tenevano quei primi fedeli di Gerusalemme, perché non mai si celebravano i divini misteri senza che ella vi prendesse parte. Quando Gesù salì al cielo ella lo seguì coi discepoli sul monte Oliveto, al luogo dell'Ascensione. Quando lo Spirito Santo discese sugli apostoli, il giorno della Pentecoste, ella si trovava nel cenacolo con essi. Così racconta san Luca il quale dopo aver nominato ad uno ad uno gli apostoli radunati nel cenacolo dice: "Tutti questi perseveravano di concordia nell'orazione insieme colle donne e con Maria madre di Gesù".

Gli apostoli inoltre e i discepoli e quanti cristiani vivevano in quel tempo in Gerusalemme e nei dintorni, tutti accorrevano a Maria per essere consigliati e diretti.

291. Il titolo di "Ausiliatrice"
Ed. a stampa in Giovanni Bosco, Associazione de' divoti di Maria Ausiliatrice canonicamente eretta nella chiesa a lei dedicata in Torino. Con ragguaglio storico su questo titolo. Torino,
Tip. dell'Orat. di S. Franc. di Sales 1869, pp. 5-9 (OE XXI, 343-347).

Il titolo di Ausiliatrice, attribuito all'augusta madre del Salvatore, non è cosa nuova. Negli stessi libri santi Maria è chiamata regina che sta alla destra del suo divin figliuolo, vestita in oro e circondata di varietà. Adstitit regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate (Sal 45, 10). Questo manto indorato e circondato di varietà, secondo lo spirito della Chiesa, sono altrettante gemme e diamanti, ovvero titoli, con cui si suole appellare Maria. Quando pertanto chiamiamo la santa Vergine Aiuto dei cristiani, non è altro che nominare un titolo speciale che a lei conviene, come diamante sopra i suoi abiti indorati. In questo senso Maria fu salutata Aiuto del genere umano fino dai primi tempi del mondo, quando Adamo cadendo nella colpa, fu promesso un liberatore, che doveva nascere da una donna, la quale coll'immacolato suo piede avrebbe schiacciato il capo del serpente insidiatore.

Difatti questa gran donna è simboleggiata nell'albero della vita, che esisteva nel paradiso terrestre; nell'arca di Noè, che salva dall'universale diluvio gli adoratori del vero Dio; nella scala di Giacobbe, che si solleva fino al cielo; nel roveto di Mosè, che arde e non si consuma e che allude a Maria vergine dopo il parto; nell'arca dell'alleanza; nella torre di Davide, che difende da ogni assalto; nella rosa di Gerico; nella fontana sigillata; nell'orto ben coltivato e custodito di Salomone; è figurata in un acquedotto di benedizione: nel vello di Gedeone. Altrove è chiamata stella di Giacobbe, bella come la luna, eletta come il sole, iride di pace, pupilla dell'occhio di Dio, aurora portatrice di consolazioni, vergine e madre e genitrice del suo Signore. Questi simboli ed espressioni, che la Chiesa applica a Maria, fanno manifesti i di segni provvidenziali di Dio, che voleva farcela conoscere prima della sua nascita come la primogenita fra tutte le creature, la più eccellente protettrice, aiuto e sostegno, anzi riparatrice dei mali, cui soggiacque il genere umano.

Nel Nuovo Testamento non è solo con simboli e profezie appellata aiuto degli uomini in genere, ma aiuto, sostegno e difesa dei cristiani. Non più figure, non più espressioni simboliche; nel Vangelo tutto è realtà e avveramento del passato. Maria è salutata dall'arcangelo Gabriele che la chiama piena di grazia; rimira Iddio la grande umiltà di Maria e la solleva alla dignità di madre del Verbo eterno. Gesù, Dio immenso, diventa figliuolo di Maria. Da lei nasce, è educato, assistito; e il Verbo eterno fatto carne sottomettesi in tutto all'ubbidienza dell'augusta sua genitrice. A richiesta di lei Gesù opera il primo dei suoi miracoli in Cana di Galilea; sul Calvario è costituita di fatto madre comune dei cristiani. Gli apostoli se la fanno guida e maestra di virtù. Con lei si raccolgono a pregare nel Cenacolo; con lei attendono all'orazione e in fine ricevono lo Spirito Santo. Agli apostoli dirige le sue ultime parole e se ne vola gloriosa al cielo.

Dall'altissimo suo seggio di gloria volge i suoi materni sguardi e va dicendo: Ego in altissimis habito, ut ditem diligentes me et thesauros eorum repleam [Pr 8,21]. Io abito il più alto trono di gloria per arricchire di benedizioni quelli che mi amano e per riempiere i loro tesori di celesti favori. Onde dalla sua Assunzione al cielo cominciò il costante e non mai interrotto concorso dei cristiani a Maria né mai si udì, dice san Bernardo, che alcuno abbia con fiducia fatto ricorso a questa pietosissima Vergine e non sia stato esaudito. Di qui si ha la ragione per cui ogni secolo, ogni anno, ogni giorno e, possiamo dire, ogni momento è segnalato nella storia da qualche gran favore concesso a chi con fede l'ha invocata. Di qui pure la ragione per cui ogni regno, ogni città, ogni paese, ogni famiglia ha una chiesa, una cappella, un altare, una immagine, un dipinto o qualche segno che rammenta la venerazione universale prestata a Maria e nel tempo stesso ricorda alcuna delle molte grazie concesse a chi fece a lei ricorso nelle necessità della vita.

292. Preghiere convenienti allo spirito dell'associazione dei divoti
di Maria Ausiliatrice
Ed. a stampa in G. Bosco, Associazione de' divoti di Maria Ausiliatrice..., pp. 55-59
(OE XXI, 393-397).

Vergine Maria, regina del cielo e della terra, in cui dopo Dio ho posto tutta la mia confidenza, mi getto umilmente ai vostri piedi, come l'ultimo dei vostri servi, per consacrarmi al vostro servizio in questa pia associazione eretta sotto la vostra protezione e prometto con tutto il mio cuore di praticare tutte le cose che le regole di essa prescrivono colla maggior possibile divozione, affinché per i meriti di Gesù Cristo vostro caro figliuolo e per la vostra potente intercessione tutti gli associati siano preservati da ogni male spirituale e corporale nella loro vita; che siano benedetti dal Signore in tutte le loro azioni e che finalmente ottengano la grazia di morire della morte dei giusti. Siccome il solo desiderio di piacervi è quello che mi porta ad abbracciare questa devota associazione; così umilmente vi supplico, o santa Vergine, di volermi ricevere nel novero dei vostri figli e ottenermi la grazia di corrispondere colla bontà dei costumi e colla santità delle opere all'eccelso carattere di vostro servo.

O gloriosa Vergine Maria, degnatevi dall'alto vostro trono di guardarmi con quel benigno occhio che è sempre aperto per chi si è consacrato al vostro servizio; e poiché oggi faccio notare il mio nome nel libro di questa pia associazione, così degnatevi di scriverlo nel vostro materno cuore; pregate il vostro divin Figliuolo affinché si compiaccia annoverarmi fra coloro, che sono scritti nel libro dell'eterna vita. Così sia.

Atto di filiazione con cui si prende per madre Maria Vergine
Signor mio Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, figliuolo unico di Dio e della santa Vergine, io vi riconosco e vi adoro come mio primo principio ed ultimo fine. Vi supplico di rinnovare in favor mio quel misterioso amorevole testamento che avete fatto sulla croce, dando al prediletto apostolo san Giovanni la qualità ed il titolo di figliuolo della vostra madre Maria. Ditele anche per me queste parole: Donna, ecco il tuo figlio. Fatemi grazia di poter appartenere a lei come figliuolo e di averla per madre in tutto il tempo della mia vita mortale su questa terra.

Beatissima Vergine Maria, mia principale avvocata e mediatrice, io N. N. peccatore miserabile, il più indegno e l'infimo dei vostri servi, umilmente prostrato dinanzi a voi, affidato alla vostra bontà e misericordia, ed animato da un vivo desiderio d'imitare le vostre belle virtù, vi eleggo quest'oggi per mia madre, supplicandovi, che mi riceviate nel numero fortunato dei vostri cari figliuoli. Vi faccio una donazione intera ed irrevocabile di tutto me stesso. Ricevete di grazia la mia protesta; gradite la confidenza, con cui mi abbandono nelle vostre braccia. Accordatemi la vostra materna protezione in tutto il corso della mia vita e particolarmente nell'ora della morte, onde l'anima mia, sciolta dai lacci del corpo, passi da questa valle di pianto a godere con voi l'eterna gloria nel regno dei cieli. Così sia.

Preghiera di Sua Santità Pio IX
Signore, Dio onnipotente, che permettete il male per ricavarne il bene, ascoltate le nostre umili preghiere, colle quali vi domandiamo di restarvi fedeli in mezzo a tanti assalti e perseverare fedeli fino alla morte. Nel resto dateci forza colla mediazione di Maria santissima, di poter sempre uniformarci alla vostra santissima volontà.

293. Maria aiuto nei bisogni della vita
Ed. a stampa in Giovanni Bosco, Nove giorni consacrati alla augusta Madre del Salvatore sotto al titolo di Maria Ausiliatrice. Torino, Tip. dell'Orat. di S. Francesco di Sales 1870, pp. 7-14
(OE XXII, 259-266).

1. Una buona madre è sempre un vero tesoro ed un gran conforto per la sua famiglia. Così Maria madre nostra pietosa sarà certamente sorgente di grazie e di benedizioni alle famiglie dei cristiani sparsi per tutto il mondo. Noi viviamo come in mare burrascoso, come in esilio, come in valle di lagrime. Or bene, Maria è la stella del mare, il conforto del nostro esilio, la luce che ci rischiara, la via del cielo, è insomma la vita, la dolcezza, la speranza nostra: vita, dulcedo, et spes nostra. Ella a noi si mostra tale coll'ottenerci continui aiuti spirituali e temporali. Maria, dice san Girolamo, ha un cuor sì pietoso e tenero verso gli uomini, che non è stata mai persona, la quale talmente si affliggesse delle proprie pene, quanto Maria delle pene altrui (Epist. ad Eustoc.). Perciò non sì tosto scorge un bisogno che subito ci porta soccorso. Così Maria appena conobbe dall'arcangelo che la famiglia di Zaccaria e specialmente Elisabetta aveva bisogno di aiuto, in tutta fretta a lei si portò, facendo per aspre montagne un viaggio di circa settanta miglia: abiit in montana cumfestinatione (Lc 1, 39). Giunta poi in quella casa avventurata, Maria per tre mesi la servì quale umile ancella, né più l'abbandonò finché più non ebbe bisogno del suo servizio. Lo stesso ella fece in Cana di Galilea. Trovavasi Maria a nozze invitata con Gesù e altri insigni personaggi:quando in sul più buono del pranzo viene a mancare il vino. Maria coll'occhio suo materno si avvede che gli sposi sono in pena e si coprono ormai di vergogna. A quella vista Maria si commuove e senza punto esserne pregata pensa a portar loro soccorso. Si assunse tosto, come riflette san Bernardino da Siena, l'uffizio di pia ausiliatrice: ufficium piae auxiliatricis assumsit non rogata (sant'Alfonso de' Liguori, Glorie di Maria). — Figlio, dice sotto voce a Gesù, non hanno vino. Maria pronunzia queste parole con tale espressione da far conoscere che desidera un miracolo in favore di quei suoi devoti e l'ottiene e li consola (Gv 2, 3).

2. Questa tenera sollecitudine Maria non scemò dacché fu dagli angeli assunta in cielo; anzi viepiù l'accrebbe. Oh! sì tuttora ella si ricorda che in sul monte Calvario Gesù la fece nostra madre. Mulier, ecce filius tuus, e poi al prediletto discepolo: Ecce mater tua (Gv 19, 26-27). In quel momento Gesù le toccò -siffattarnente il cuore e di tanta tenerezza per noi glielo riempì che immaginar non si può da mente umana. Mettiamo pure insieme l'amore che le madri tutte portano ai loro bambini; ma la pienezza di affetto di tutte queste madri non varrà giammai ad eguagliare l'amore che Maria sola porta a ciascuno di noi. O caro pensiero, o dolce conforto! possedere in cielo una madre così tenera ed amorevole! Questa è la ragione, o devoto cristiano, per cui non si legge che nel corso di tanti secoli Maria non sia sempre venuta in aiuto ai cristiani in qualsiasi loro bisogno. Oh! no, esclamano ad una voce sant'Agostino e san Bernardo, nel mondo non si udì giammai che alcuno nelle sue necessità abbia con fiducia fatto ricorso a Maria e sia stato da lei abbandonato (sant'Alfonso, Novena di Meditazioni). Svolgi pure le pagine dei libri santi e delle storie tutte, scorri per ogni parte il mondo cristiano, interroga, i popoli, i regni, le città, i villaggi, le famiglie e domanda se mai tra di loro sia accaduto che Maria abbia mancato di correre in aiuto dei bisognosi suoi figli. Alla tua domanda tutti con voce concorde risponderanno: no, giammai. Per meglio persuaderti di questa verità entra, o lettor mio, in qualche santuario dedicato a Maria e tu non tarderai a convincerti che essa è L'Aiuto dei cristiani nei bisogni della vita. Mira appesi a quei sacrati muri i segni della bontà e potenza di lei. Colà tu vedi un malato già spedito dai medici, ma che per Maria acquista invece la salute; qui uno dalle febbri, altro dal mal caduco, un terzo dalla cancrena liberato. Altri ancor ne osservi, i quali per sua intercessione scamparono dalle mani degli"assassini o dalle acque o dagli incendi o da una caduta e via dicendo. All'uscire di colà tu non potrai a meno che esclamare: O Maria, quanto sei potente e quanto sei buona, quanto mai è vero che tu porti aiuto a chi ti invoca nelle necessità della vita.

3. Se Maria viene in nostro aiuto nei bisogni temporali, con assai maggior premura ci soccorre nei bisogni spirituali. Sarebbe necessario scrivere grossi volumi per tutti enumerare i grandi benefizi che Maria fece ai suoi devoti. San Bernardo esprime questa verità dicendo: — Iddio volle che ogni bene ci venisse per mezzo di Maria; totum nos habere voluit per Mariam; e san Bernardino da Siena soggiunge: — Tutte le grazie che noi riceviamo da Dio si dispensano per mezzo di Maria e si dispensano a chi vuole Maria, quando vuole e come vuole Maria (sant'Alfonso, Glorie di Maria). Ed oh! quante vergini devono il verginal candore alla protezione di lei! quanti giovani la vittoria delle passioni! quanti padri, quante madri la salute eterna dei loro figliuoli! Si può dire che nella nuova legge non vi è santo il quale non riconosca la sua santità dall'intercessione di Maria. La storia ci dice che i più insigni di essi furono anche di Maria i più devoti. Né solamente Maria è l'aiuto dei cristiani in particolare, ma il sostegno della Chiesa universale. Per l'aiuto di Maria gli apostoli, i martiri, la primitiva Chiesa vinsero i persecutori; per l'aiuto di lei fu debellata l'idolatria; per lei il vessillo della croce sventolò per tutto il mondo e trionfa (san Cirillo Aless., Homil. cont. Nest.; Octava Nativitatis B. V.). Per lei superati i barbari, per lei confusi gli eretici, per lei estirpate le eresie. Quindi con ragione san Giovanni Crisostomo già chiamava Maria il decoro, la gloria, la fermezza della Chiesa: Ecclesiae nostrae decus, gloria et firmamentum (Serm. apud Metaph., die 5 Nativitatis B. V. in Off.). Pertanto, o devoto lettore, diciamo con san Bernardo: Nei pericoli, nelle angustie, nei dubbi, pensa a Maria, invoca Maria. Maria non parta giammai dalla tua bocca; Maria non mai si allontani dal tuo cuore. In periculis, in angustiis, Mariam cogita, Mariam invoca; non recedat ab ore, non recedat a corde (Hom. 2 super Missus est).

294. Efficacia del ricorso a Maria Ausiliatrice
ASC A000303 Conferenze, Quad. III, 1877-1878, ms di Giacomo Gresino, pp. 4-104. Discorsetto di buona notte ai giovani dell'Oratorio.

Domenica 20 maggio 1877
Siamo nella festa di Pentecoste e nella novena di Maria santissima Ausiliatrice. In questi giorni non una, ma molte per giorno si ottengono grazie da Maria santissima, sia che si venga qui a chiederle e si ottengono, sia le relazioni che abbiamo da lontano di grazie strepitose ottenute da Maria Ausiliatrice.

E veramente la Chiesa ce la fa conoscere questa potenza e benignità di Maria con quel salmo che incomincia: Si caeli quaeris ianuas, Mariae nomee invoca, se cerchi le porte del cielo, invoca il nome di Maria. Se per entrare in paradiso basta invocare il nome di Maria, bisogna pur dirlo che ella sia potente. Ed appunto la Chiesa in altro luogo ce la raffigura da sé,sola come un esercito ordinato alla battaglia. E quantunque il senso letterale delle parole vogliano intendere i nemici esterni della Chiesa, lo spirito però della Chiesa le prese anche per riguardo ai nostri nemici particolari.

Io dunque vi raccomando, quanto so e posso, che abbiate sempre scolpito nella mente e nel cuore e che invochiate sempre il nome di Maria, in questa maniera: Maria Auxilium Christianorum, ora pro me. È una preghiera non tanto lunga, ma che si vide molto efficace. Quando dunque vogliate ottenere qualche`grazia spirituale, e per grazia spirituale si possono intendere liberazione da tentazioni, da afflizioni di spirito, da mancanza di fervore, ecc., se alcuno di voi voglia liberarsi da qualche tentazione o acquistare qualche grande virtù, non ha da far altro che invocare Maria. Queste ed altre grazie spirituali sono quelle che si ottengono in maggior quantità e sono quelle che non si sanno e che fanno maggior bene fra le anime. E la maggior parte di quelli che vi trovate qui, senza che io li nomini, mi confessarono che se si poterono liberare da qualche tentazione è per Maria Ausiliatrice.

Tantissimi poi, a cui avevo raccomandato questa giaculatoria, Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis, mi confessarono che ne avevano sentito gli effetti. E dei cento e mille di quelli che sono qui o che furonvi, dei nostri e degli stranieri, cui io mi son raccomandato che se non erano esauditi con questa preghiera me lo dicessero, finora non vi fu ancora alcuno che me lo abbia detto. Vi fu ben alcuno cioè che mi venne a dire di non essere stato esaudito, ma poi interrogato mi confessò che aveva bensì avuta l'intenzione di pregare, ma che non l'aveva fatto. Allora non è più la santa Vergine che non esaudisce, ma è lui che non vuol essere esaudito. Perché la preghiera deve farsi con insistenza, con perseveranza, con fede, con intenzione proprio di essere esaudito.

Io voglio che la facciate tutti questa prova e che la facciate fare anche a tutti i vostri parenti ed amici, dicendo loro o per lettera o in questa prossima festa di Maria Ausiliatrice, venendovi a trovare o altrimenti, che don Bosco loro dice che se hanno qualche grazia spirituale da ottenere preghino la Madonna in questa forma: Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis; e se non saranno esauditi che mi faranno un gran piacere a farmelo sapere. E se io verrò a sapere che uno non abbia ottenuto qualsiasi grazia spirituale da Maria, scriverò subito una lettera a san Bernardo che si è sbagliato nel dire: "Ricordatevi o piissima Vergine Maria, che non si è mai udito al mondo, che da voi sia stato rigettato od abbandonato alcuno il quale implori i vostri favori". State pur certi che non mi accadrà di dover scrivere una lettera a san Bernardo. Voi ridete sul mandar una lettera a san Bernardo. E non sappiamo noi dove si trovi san Bernardo? "Vi è difficoltà nelle poste", si udì don Rua a dire. Oh, noi per scrivere ai santi abbiamo un espediente più veloce che le vetture, che il vapore, che il telegrafo. Perché il telegrafo, quantunque vada così istantaneamente, tuttavia qualche tempo impiega; ma io, mentre ora vi parlo, col mio pensiero vado su su, sopra le stelle, davanti al trono di san Bernardo. E non temete che egli riceverà le nostre lettere e subito, anche se il fattorino fosse in ritardo. Fate dunque la prova e se non sarete esauditi non troveremo difficoltà a mandare una lettera a san Bernardo.

Per il fine di questa novena, che è ancor in corso, io vorrei che vi scolpiste nel cuore queste parole: Maria Auxilium Christianorum, ora pro me, e che la recitiate ad ogni pericolo, ad ogni tentazione, ad ogni bisogno e sempre; e che domandaste a Maria Ausiliatrice altresì la grazia di poterla invocare nei vostri bisogni. Ed allora vi prometto io che il demonio farà bancarotta. Sapete che cosa vuol dire che il demonio farà bancarotta? Vuol dire che non avrà più alcun potere sopra di noi e dovrà ritirarsi. Io intanto vi raccomando tutti al Signore ed a Maria Ausiliatrice, che vi benedica c vi protegga, e buona notte.

SEZIONE QUINTA
LO ZELO PER LA SALVEZZA DELLE ANIME
I MODELLI DI DON BOSCO
Presentazione
Gli .sforzi per la riforma cristiana della società, messi in atto nella diocesi di Torino dopo il crollo dell'impero napoleonico, oltre alla ripresa della catechesi parrocchiale metodica, alla promozione di missioni popolari, di quarantore e di esercizi spirituali per tutti i ceti sociali, si concentrarono soprattutto sulla riforma del clero, a cominciare da una più attenta selezione dei candidati al sacerdozio e dalla cura diligente della loro qualificazione. A questo scopo le autorità diocesane dapprima riorganizzarono il seminario della capitale (1819), rafforzandone gli aspetti disciplinari e spirituali, e favorirono le iniziative del teologo Luigi Guala, approvando il regolamento del Convitto ecclesiastico (1821), poi ampliarono il seminario di Bra (1824-1825), infine istituirono un nuovo seminario a Chieri (1829), nell'antica casa dei padri Filippini, affidandolo a formatori di fiducia'. Il modello formativo propugnato dall'arcivescovo, il camaldolese Colombano Chiaveroti (1754-1831), si ispirava agli ideali sacerdotali della tradizione cattolica postridentina, con forte accentuazione della carità apostolica e dell'oblatività pastorale (il prete deve essere una "victima charitatis')2. Nel frattempo gruppi di ecclesiastici generosi, assecondando i suoi sforzi riformatori, si rendevano disponibili per la predicazione popolare, il ministero delle confessioni e la direzione spirituale, insieme ai membri di alcuni ordini e congregazioni ricostituite dopo le soppressioni dell'epoca francese.

Progressivamente l'impegno formativo produsse i suoi frutti. A partire dagli anni Quaranta una schiera di giovani sacerdoti, ben preparati e motivati, si inserì nelle parrocchie e nelle istituzioni caritative della diocesi, contribuendo efficacemente al rinnovamento spirituale della società e alla ripresa della pratica religiosa tra la popolazione. Si dischiusero nuove frontiere apostoliche. Sorsero istituzioni pastorali, educative e assistenziali inedite.

Don Bosco, educato in questi anni, assimilò il fervore spirituale e apostolico degli ambienti in cui fu formato. Modelli di riferimento erano i santi pastori della Riforma cattolica — san Filippo Neri, san Carlo Borromeo, san Francesco di Sales e san Vincenzo de' Paoli — il loro ardente dinamismo apostolico e la loro carità operante.

' Cf Aldo GIRAUDO, Clero, seminario e società. Aspetti della Restaurazione religiosa a Torino. Roma, LAS 1993, pp. 177-213.

2 Ibid., pp. 245-254, 277-288.
Giuseppe Cafasso, collaboratore e successore del Guala nel Convitto ecclesiastico, emerse per il suo straordinario talento di guida spirituale dei sacerdoti e di insegnante di morale. Direttore spirituale apprezzatissimo, predicatore ardente, confessore instancabile e illuminato, apostolo della carità presso i carcerati e i più miseri, svolse, coll'esempio della sua vita sacerdotale, con i carismi di cui era dotato e con l'ardore della sua carità, un ruolo determinante per la rigenerazione spirituale e pastorale del clero e del laicato piemontese. Morì consumato dalle fatiche all'età di 49 anni. Don Bosco lo ebbe come maestro e guida, come modello stimolante. Da lui fu indirizzato e incoraggiato al ministero tra i giovani poveri e abbandonati. Da lui attinse importanti lezioni di vita spirituale, insieme alla passione per la salvezza delle anime, alla carità instancabile, alla fede ardente, al coraggio pastorale.

In questa quinta sezione trascriviamo due splendidi discorsi di don Bosco, uno su don Cafasso (n. 295), l'altro su san Filippo Neri (n. 296), dai quali emerge l'importanza spirituale, per le sue scelte e per il dinamismo apostolico impresso all'opera salesiana, di questi modelli di riferimento, così radicali e ardenti nella loro dedizione.

295. Discorso funebre sul sacerdote Cafasso Giuseppe
Ed. a stampa in Giovanni Bosco, Biografia del sacerdote Giuseppe Cafasso esposta in due ragionamenti funebri. Torino, Tip. G. B. Paravia e Comp. 1860, pp. 9-45 (OE XII, 359-395)3.

I. Esordio
Non so, miei cari giovani e venerati signori, non so se l'argomento di questa mattina debba per noi considerarsi come oggetto di dolore o di consolazione. Certamente se nella morte del sacerdote Cafasso noi consideriamo la perdita di un benefattore della misera umanità, noi abbiamo gravi motivi di dolerci e piangere come colpiti da grave sciagura. Sciagura pei buoni, infortunio pei poveri, disastro pel clero, calamità pubblica per la religione.

3 La commemorazione si tenne il 10 luglio 1860 nella chiesa di san Francesco di Sales, al termine della messa esequiale celebrata diciassette giorni dopo la morte del Cafasso (G. Bosco, Biografia del sacerdote Giuseppe Cafasso..., p. 3). Il chierici) Domenico Ruffino (1840-1865) scrive nella sua cronaca: "10 luglio. Si fece il funerale a don Cafasso dai giovani dell'Oratorio, i quali si diedero premura per fare la santa Comunione. [...] Alle 6 1/2 si cominciò la messa parata, cantata dal teol. Borel; dopo fece l'orazione funebre don Bosco, anzi la lesse perché per la commozione non avrebbe altrimenti potuto continuare; ciò non ostante gli sgorgarono più volte le lagrime e le cose che narrò e tutta la predica rapirono gli uditori che lo videro finire con rincrescimento; promise però che si sarebbe scritta la vita in disteso" (ASC A0120201 Cronaca dell'Oratorio di S. Francesco di Sales N 1, 1860, ms di Domenico Ruffino, p. 23).

Ma se giudichiamo questa perdita nel cospetto della fede noi abbiamo ragionevole motivo di cangiare l'affanno in consolazione, perciocché se abbiamo perduto un uomo che ci beneficava sopra la terra, abbiamo ferma fiducia d'aver acquistato un protettore presso Dio in cielo.

Difatti se noi diamo un'occhiata sopra la vita del sacerdote Cafasso, sopra l'innocenza dei suoi costumi, sopra lo zelo per la gloria di Dio e per la salute delle anime, sopra la sua fede, speranza, carità, umiltà e penitenza; noi dobbiamo conchiudere che a tante virtù sia stato compartito un gran premio e che egli morendo non abbia fatto altro che abbandonare questa vita mortale piena di miserie, per volare al possesso della beata eternità.

Inoltre, secondo san Paolo, le virtù dell'uomo mortale sono imperfette e sono neppur degne di essere paragonate colle celesti: perciò se la carità del sacerdote Cafasso fu grande in terra, quanto più lo sarà ora che lo crediamo in cielo? Quindi, se in terra egli ci beneficava come uno, in cielo ci beneficherà come dieci, come cento, come mille. Fortunati adunque coloro che poterono godere della carità di don Cafasso quando era sopra la terra, ma assai più fortunati essi e quelli tutti che ora lo riconoscono protettore presso Dio in cielo.

Affinché siamo persuasi di quello che dico, vi prego di accompagnarmi colla vostra pietosa attenzione, mentre vi andrò esponendo le principali azioni della vita di quest'uomo meraviglioso. Dico di esporvi soltanto le principali azioni, perché la maggior parte di esse sono ancora sconosciute, che col tempo però si andranno con diligenza raccogliendo a fine di farne glorioso deposito per la storia. Io pertanto mi limiterò a quelle sole cose che io stesso ho vedute, oppure udite. Queste pure debbo in parte tacere sia per tenermi alla brevità voluta in un discorso, sia perché molte di esse mi cagionerebbero troppo grande commozione da cui forse mi sarebbe impedito di poterle esporre. Tuttavia stando pure alla brevità di un discorso e tenendomi al solo racconto delle cose per lo più note a quanti lo conobbero, credo che esse basteranno a persuaderci che il sacerdote Cafasso Giuseppe visse una santa vita, cui tenne dietro una santa morte.

Sono questi i due pensieri che primi ci corrono alla mente ricordando questo caro e compianto amico; e questi due pensieri sono eziandio la materia del nostro trattenimento. Intanto mentre noi andremo ricordando le virtuose azioni e la preziosa morte del sacerdote Cafasso, diremo che egli fu maestro di ben vivere e modello a tutti quelli che desiderano di fare una santa morte.

11. Giovinezza del sacerdote Cafasso
Accade a molti giovanetti che per lo sfortunato incontro di perversi compagni, o per la trascuratezza dei genitori e spesso ancora per la loro indole infedele alla buona educazione, dalla più tenera età diventano preda infelice del vizio, perdendo così l'inestimabile tesoro dell'innocenza prima di averne conosciuto il pregio e divenendo schiavi di satanasso senza nemmeno aver potuto gustare le dolcezze dei figliuoli di Dio. Per don Cafasso non fu così. Nacque egli nel gennaio del 1811 in Castelnuovo d'Asti da onesti contadini. La docilità, l'ubbidienza, la ritiratezza, l'amore allo studio ed alla pietà del giovinetto Cafasso, fecero sì che egli presto divenisse l'oggetto della compiacenza dei genitori e dei suoi maestri.

La cosa caratteristica fin da quella giovanile età era la sua ritiratezza congiunta ad una propensione quasi irresistibile a fare del bene al prossimo. Egli stimava giorno per lui il più felice quando poteva dare un buon consiglio, riusciva a promuovere un bene o ad impedire un male. All'età di dieci anni la faceva già da piccolo apostolo in sua patria. Fu spesso visto uscire di casa, andare in cerca di compagni, di parenti e di amici. Grandi e piccoli, giovani e vecchi tutti invitaveli a venire in casa sua, di poi accennava loro d'inginocchiarsi e fare con lui breve preghiera; poscia montava sopra una sedia che per lui diveniva un pulpito e da questa faceva la predica, cioè andava ripetendo le prediche udite in chiesa o raccontando esempi edificanti. Egli era di piccola corporatura ed il suo corpo era quasi tutto nella voce; perciò ognuno al rimirare quel volto angelico, quella bocca da cui uscivano parole e discorsi cotanto superiori a quella età, andava pieno di meraviglia esclamando colle parole proferite da quelli che rimiravano il fanciulletto san Giovanni Battista: chi mai sarà questo fanciullo? Quis putas puer irte erit? [Lc 1,66].

Voi, o Castelnovesi, che attoniti ascoltando il fanciullo Cafasso domandaste chi egli sarà per essere, allora non lo sapevate, ma io adesso sono in grado di appagarvi. Quel fanciullo sarà modello di virtù nelle scuole, quello che i maestri proporranno come esempio di diligenza ai condiscepoli; sarà lo specchio di divozione, egli dovrà guidare tanti discoli sul cammino della virtù, confermare tanti buoni nella via del bene; egli sarà il padre dei poveri,
la delizia dei genitori; egli sarà colui che in breve giungerà a tal grado di virtù da non conoscere più alcuna strada se non quella che conduce alla chiesa ed alla scuola; egli sarà colui che dopo aver passato quindici anni nello studio e nella virtù risolve di darsi tutto a Dio nello stato ecclesiastico; lavorare unicamente per la gloria di Dio; egli sarà colui.che un giorno divenuto maestro del clero somministrerà molti degni ministri alla Chiesa e guadagnerà molte anime al cielo.

III. Vita clericale di don Cafasso
Qui la brevità mi obbliga ad omettere molti fatti per tosto portarmi a quel momento per me fortunato che feci la prima personale di lui conoscenza. Era l'anno 1827 ed in Murialdo, che è borgata di Castelnuovo d'Asti, si festeggiava la Maternità di Maria santissima che era la solennità principale fra quegli abitanti. Ognuno era in faccende per le cose di casa o di chiesa, mentre altri erano spettatori o prendevano parte a giuochi o a trastulli diversi.

Un solo io vidi lungi da ogni spettacolo; ed era un chierico, piccolo nella persona, occhi scintillanti, aria affabile, volto angelico; Egli era appoggiato alla polta della chiesa. Io ne fui come rapito dal suo sembiante e sebbene io toccassi soltanto l'età di dodici anni, tuttavia mosso dal desiderio di parlargli, mi avvicinai e gl'indirizzai queste parole: "Signor abate, desiderate di vedere qualche spettacolo della nostra festa? io vi condurrò di buon grado ove desiderate".

Egli mi fe' grazioso cenno di avvicinarmi e prese ad interrogarmi sulla mia età, sullo studio, se io era già stato promosso alla santa comunione, con che frequenza andava a confessarmi, ove andava al catechismo e simili. Io rimasi come incantato a quelle edificanti maniere di parlare; risposi volentieri ad ogni domanda; di poi quasi per ringraziarlo della sua affabilità, ripetei l'offerta di accompagnarlo a visitare qualche spettacolo o qualche novità.

— Mio caro amico, egli ripigliò, gli spettacoli dei preti sono le funzioni di chiesa; quanto più esse sono devotamente celebrate, tanto più grati ci riescono i nostri spettacoli. Le nostre novità sono le pratiche della religione che sono sempre nuove e perciò da frequentarsi con assiduità; io attendo solo che si apra la chiesa per poter entrare.

Mi feci animo a continuare il discorso e soggiunsi: "È vero quanto mi dite; ma v'è tempo per tutto; tempo di andare in chiesa e tempo per ricrearci".

Egli si pose a ridere e conchiuse con queste memorande parole che furono come il programma delle azioni di tutta la sua vita: "Colui che abbraccia lo stato ecclesiastico si vende al Signore; e di quanto avvi nel mondo, nulla deve più stargli a cuore se non quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime".

Allora tutto meravigliato volli sapere il nome di quel chierico, le cui parole e il cui contegno cotanto manifestavano lo spirito del Signore. Seppi che egli era il chierico Giuseppe Cafasso studente del 1° anno di teologia, di cui più volte aveva già udito a parlare come di uno specchio di virtù.

Se mai avessi tempo di venire ad un minuto racconto delle virtù luminose che egli fece risplendere negli anni del suo chiericato, sia quando viveva in patria, sia quando viveva in seminario a Chieri, quanti curiosi edificanti fatti vorrei esporvi! Dico solo che la carità verso i compagni, la sommessione ai superiori, la pazienza nel sopportare i difetti degli altri, la cautela di non mai offendere alcuno, la piacevolezza nell'accondiscendere, consigliare, favorire i suoi compagni, l'indifferenza negli apprestamenti di tavola, la rassegnazione nelle vicende delle stagioni, la prontezza nel fare catechismo ai ragazzi, il contegno ovunque edificante, la sollecitudine nello studio e nelle cose di pietà sono le doti che adornarono la vita clericale di don Cafasso; doti che praticate in grado eroico fecero diventar familiare ai suoi compagni ed amici il dire che il chierico Cafasso non era stato affetto dal peccato originale.

Giunto a questo punto io sono costretto di omettere una lunga serie di fatti edificanti compiuti dal chierico Cafasso per aver tempo a dir qualche cosa della vita di lui sacerdotale.

IV Vita sacerdotale pubblica di don Cafasso
Ma chi sei tu, io domando a me stesso, che pretendi esporre le meravigliose gesta di questo eroe? Non sai che le più belle azioni di lui sono soltanto note a Dio? e non sai che le più dotte penne dovrebbero scrivere grossi volumi per parlare degnamente delle cose che son note al mondo? Lo so: e vi assicuro che mi trovo come ragazzo che per fare un mazzetto di fiori entra in un giardino e lo trova in ogni angolo pieno di fiori così belli e svariati che rimane confuso e non sa che farsi. Così io volendo parlare delle virtù sacerdotali di don Cafasso, non so né dove cominciare né che cosa dir prima o di poi. Perciò mi limito a raccogliere e mettere insieme un piccolo serto delle virtù che egli fece in modo particolare risplendere nella sua vita sacerdotale pubblica, nella sua vita privata e mortificata. Cominciamo dalla vita pubblica.

Il suo zelo, la sua facilità nell'esporre la parola di Dio, il buon successo delle sue prediche lo facevano cercare da tutte parti per dettar tridui, novene, esercizi spirituali e missioni al popolo di vari paesi. Egli coraggioso facevasi tutto a tutti per guadagnare tutti a Gesù Cristo. Ma dopo alcuni anni non potendo più reggere a così gravi e continue fatiche dovette limitarsi a predicare al clero, che pareva la porzione dell'umana società in modo speciale dalla divina provvidenza a lui affidata. E qui chi può enumerare il gran bene che ha fatto cogli esercizi spirituali, colle conferenze pubbliche e private, col somministrare libri, mezzi pecuniari ai sacerdoti ristretti di mezzi di fortuna affinché potessero compiere i loro studi, ed esercitare così degnamente il sacro loro ministero?
Appartiene alla vita pubblica di don Cafasso la sollecitudine che egli prendevasi specialmente dei poveri giovanetti. Questi istruiva nelle verità delle fede; quelli provvedeva di abiti affinché potessero decentemente intervenire alla chiesa e collocarsi al lavoro presso ad onesto padrone; ad altri poi pagava la spesa dell'apprendimento o somministrava pane finché avesse potuto guadagnarsi di che campare colle proprie fatiche. Questo spirito ardente di carità cominciò a mettere in pratica quando era semplice borghese e continuò quando fu chierico e con zelo raddoppiato fece vie più risplendere quando fu sacerdote. Il primo catechista di questo nostro Oratorio fu don Cafasso e ne fu costante promotore e benefattore in vita e dopo morte ancora.

Appartengono alla vita pubblica di don Cafasso le intere giornate che passava nelle carceri a predicare, confortare, catechizzare quegli infelici detenuti ed ascoltarne le confessioni. Qui non so se sia degno di maggior lode il suo coraggio o la sua carità. Se non vogliamo dire che l'ardente sua carità ispiravagli coraggio eroico. Dei moltissimi atti di cui sono stato testimonio trascelgo il seguente; ascoltatelo, che è curioso.

Egli, per disporre i carcerati a celebrare una festa che occorreva in onore di Maria santissima, aveva impiegata un'intera settimana ad istruire ed animare i detenuti di un colloquio, ovvero camerone, ove erano circa quarantacinque dei più famosi carcerati. Quasi tutti avevano promesso di accostarsi alla confessione alla vigilia di quella solennità. Ma venuto il giorno stabilito niuno risolvevasi a cominciare la santa impresa di confessarsi. Egli rinnovò l'invito, richiamò in breve quanto aveva loro detto nei giorni trascorsi, ricordò la promessa fattagli; ma fosse rispetto umano, fosse inganno del demonio od altro vano pretesto, niuno si voleva confessare. Che fare adunque?
La carità industriosa di don Cafasso saprà che cosa fare. Egli ridendo si avvicina ad uno che a vista sembra il più grande, il più forte e il più robusto dei carcerati. Senza proferir parola, colle sue piccole mani lo piglia per la folta e lunga barba. Il detenuto da prima pensava che don Cafasso facesse per burla, perciò in modo garbato, quanto si può aspettare da tale gente: "Mi prenda tutto, disse, ma mi lasci stare la mia barba".

— Non vi lascio più andare finché non siate venuto a confessarvi. — Ma io non ci vado.

— Ma io non vi lascio andare.

— Ma... io non voglio confessarmi.

— Dite quello che volete, voi non mi scapperete più ed io non vi lascerò andare via finché non vi siate confessato.

— Io non sono preparato.

— Io vi preparerò.

Certamente se quel carcerato avesse voluto,- avrebbe potuto svincolarsi (-611e mani di don Cafasso col più leggiero urto, ma fosse rispetto alla persona o meglio frutto della grazia del Signore, fatto sta che il prigioniero si arrese e si lasciò tirar da don Cafasso in un angolo del camerone. Il venerando sacerdote si asside sopra un pagliericcio e prepara il suo amico alla confessione. Ma che? In breve questi si mostra commosso e tra le lacrime e tra i sospiri, appena poté terminare la dichiarazione delle sue colpe.

Allora apparve una grande meraviglia. Colui che prima bestemmiando ricusava di confessarsi, dopo andava dai suoi compagni predicando non essere mai stato cotanto felice in sua vita. Quindi tanto fece e tanto disse che tutti si ridussero a fare la loro confessione.

Questo fatto, che scelgo tra migliaia di tal genere, sia che si voglia chiamare miracolo della grazia di Dio, sia che si voglia dire miracolo della carità di don Cafasso è forza di conoscere in esso l'intervento della mano del Signore (4).

4 È bene qui notare che quel giorno don Cafasso confessò fino a notte molto avanzata, e non essendogli stati aperti i fermagli e gli usci del carcere, era sul punto di dover dormire coi carcerati. Ma ad una cert'ora della notte entrano i birri ed i custodi armati di fucili, pistole e sciabole, e si mettono a fare la solita visita, tenendo lumi sulle estremità di alcune lunghe bacchette di ferro. Andavano qua e là osservando se per caso apparissero rotture sui muri, o nel pavimento, e se non fossero a temersi trame o disordini tra i carcerati. Al vedere uno sconosciuto si mettono tutti a gridare: chi va là. E senza attendere risposta lo intorniano e lo minacciano dicendo: che cosa fate, che cosa volete fare qui, chi siete, ove volete andare? Don Cafasso voleva parlare, ma non gli fu possibile, perciocché i birri tutti ad una voce gridano: si fermi, si fermi! e ci dica chi è. "Sono don Cafasso". "Don Cafasso...! Come... a quest'ora... perché non andare via per tempo; noi non possiamo più lasciarvi uscire senza farne relazione al direttore delle carceri". "A me non importa; fate pure la relazione a chi volete, ma badate bene a voi, perciocché all'avvicinarsi della notte voi dovevate venire a vedere e fare uscire quelli che erano estranei alle carceri. Era questo il vostro dovere e siete in colpa per non averlo fatto". Allora tutti si tacquero e prendendo don Cafasso alle buone e pregandolo a non pubblicare quanto era avvenuto, gli aprirono la porta e per cattivarsene la benevolenza, l'accompagnarono sino a casa sua (nota nel testo originale).

Il rimanente della vita pubblica di don Cafasso lo vengano a raccontare quei molti sacerdoti e borghesi, ricchi e poveri che a lui sono debitori chi della scienza, chi dei mezzi di acquistarla, chi dell'impiego o della felicità che gode in famiglia, chi del mestiere che esercita e del pane che mangia (5).

Lo vengano a raccontare quei molti infermi da lui confortati, i moribondi assistiti, le lunghe schiere di penitenti d'ogni età e condizione che in ogni giorno e in ogni ora del giorno trovavano in lui un pio, dotto e prudente direttore delle loro coscienze.

Lo vengano a raccontare tanti infelici condannati all'ultimo supplizio che datisi in preda alla disperazione non volevano saperne di religione; ma che assistiti e, direi, vinti dall'irresistibile carità di don Cafasso morirono nel modo più consolante, lasciando morale certezza della eterna loro salute.

Oh! se il paradiso venisse a raccontarci la vita pubblica di don Cafasso, sarebbero, io credo, a migliaia, a migliaia le anime che ad alta voce direbbero: se noi siamo salvi, se noi godiamo la gloria del cielo, ne siamo debitori alla carità, allo zelo, alle fatiche di don Cafasso. Egli ci scampò dai pericoli, ci guidò per la via della virtù; egli ci tolse dall'orlo dell'inferno, egli ci mandò al paradiso.

(5) Io conosco molti che per la povera loro condizione o pei gravi disastri avvenuti in famiglia non potevano percorrere carriera alcuna. Ora di costoro parecchi sono parroci, viceparroci, maestri di scuola. Alcuni sono notai, avvocati, medici, farmacisti, causidici. Altri sono agenti di campagna, padroni di bottega, negozianti e commercianti, e mentre costoro lamentano in don Cafasso la perdita di un tenero padre, rendono gloria alla verità dicendo: Don Cafasso fu nostro benefattore, egli ci aiutò nel vestirci, ci aiutò a pagare la pensione, a subire gli esami. Egli ci consigliò, ci raccomandò, ci sostenne spiritualmente e corporalmente. A lui dobbiamo il nostro onore, il nostro studio, il nostro impiego, il pane che mangiamo (nota nel testo originale).

V Vita sacerdotale privata di don Cafasso
Ma sospendiamo di parlare della vita pubblica di don Cafasso per trattenerci un momento intorno alla vita privata. Per vita privata intendo particolarmente l'esercizio delle virtù praticate nelle private sue occupazioni familiari, quelle cose che per lo più appaiono dappoco agli occhi del mondo, ma che forse sono le più meritorie davanti a Dio. E qui che lunga serie di fatti edificanti, di virtù luminose si presentano alla nostra considerazione! Quante mortificazioni, penitenze, astinenze, preghiere, digiuni, si compierono tra le mura di quella sua abitazione. Ogni momento libero dalle occupazioni del sacro ministero era impiegata nella prolungata udienza che si può dire illimitata. Egli era sempre pronto a ricevere, consolare, consigliare e confessare nella medesima sua camera. Talvolta era stanco a segno che non poteva più far sentire il suono della voce e non di rado egli doveva trattare con gente rozza che nulla capiva o di nulla mostravasi appagata. Nondimeno era sempre sereno in volto, affabile nelle parole, senza mai lasciare trasparir una parola, un atto che desse alcun segno d'impazienza.

Oh se le pareti di quel fortunato abitacolo potessero parlare, di quante virtù, di quanti atti di carità, di pazienza, di sofferenza ci renderebbero gloriosa testimonianza! Sempre affabile, benefico, non lasciava mai partire alcuno da lui senza renderlo consolato con spirituali o temporali conforti, o almeno senza aver prima loro suggerito qualche massima utile per l'anima. La moltitudine di quelli che chiedevano di parlargli lo costringeva ad esser molto spedito. Perciò senza perdersi in complimenti o in cerimonie entrava subito in argomento e con una sorprendente disinvoltura al primo cenno comprendeva quanto gli si voleva dire e ne dava pronta, franca e compiuta risposta. Ma ciò faceva con umiltà, con rispetto e con tale prestezza che una persona assai stimata non seppe altrimenti esprimere questa singolare prerogativa di don Cafasso se non con queste parole: "Egli aveva niente per l'umanità, ma tutto per la carità".

Sapeva e lo andava predicando che ogni spazio di tempo è un gran tesoro, perciò approfittava di ogni momento e di ogni occasione per fare del bene. Nel salire o discendere le scale, nell'andare o venire dal visitare gli infermi o i carcerati per lo più era sempre accompagnato da qualcheduno con cui trattava di cose del sacro ministero o dava parole di conforto a persone che in altra guisa non avrebbero potuto parlare con lui.

Dopo la mensa avvi un po' di ricreazione. E questo era il tempo della meravigliosa scuola di don Cafasso. Qui i suoi alunni succhiavano come latte la bella maniera di vivere in società; di trattare col mondo senza farsi schiavo del mondo e diventar veri sacerdoti forniti delle necessarie virtù per formare ministri capaci di dare a Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio.

Ma ninna cosa è tanto meravigliosa nella vita privata di don Cafasso, quanto l'esattezza nell'osservanza delle regole del Convitto ecclesiastico di San Francesco. Come superiore da più cose avrebbesi potuto dispensare, sia a motivo della sua cagionevole sanità, sia per la gravità e moltitudine delle occupazioni che in certo modo lo opprimevano. Ma egli aveva fisso nella mente che il più efficace comando di un superiore è il buon esempio, è il precedere i sudditi nell'adempimento dei rispettivi doveri. Perciò nelle più piccole cose, nelle pratiche di pietà, nel trovarsi per le conferenze, alle ore della meditazione, della mensa egli era come una macchina che il suono del campanello portava quasi istantaneamente all'adempimento di quel determinato dovere.

Mi ricordo che un giorno per bisogno gli fu portato un bicchiere d'acqua. Già l'aveva in mano, quando udì suonare il campanello pel rosario. Non bavette più, lo depose e si recò immediatamente a quella pratica di pietà. "Beva, gli dissi, e poi andrà ancora a tempo per questa preghiera". "Volete, mi rispose, volete preferire un bicchiere d'acqua ad una preghiera così preziosa quale si è il rosario che diciamo in onore di Maria santissima?".

VI Vita mortificata di don Cafasso
Parte della vita privata di Don Cafasso è quella segreta, ma continua mortificazione di se stesso. Qui si scorge un'arte grande usata da lui per farsi santo. Si giudica con fondamento che egli usasse il cilicio, mettesse oggetti per incomodarsi nel letto, facesse altre gravi penitenze. Lascio per ora queste cose da parte. Dico soltanto quelle che io e tutti quelli che lo conobbero, abbiamo veduto. Comunque stanco non si appoggiava mai né col gomito né altrimenti per riposare. Non accavallava mai un ginocchio sull'altro; a mensa non diceva mai: "Questo mi piace più o meno"; tutto era di suo gusto. Fin dalla più giovanile età aveva consacrato certi giorni ad atti particolari di mortificazione. Il sabato era con rigoroso digiuno dedicato a Maria santissima. Ma che vo dicendo del digiuno del sabato, mentre che ogni settimana, ogni mese, l'anno intero erano per lui un rigido e spaventevole digiuno? Dapprima egli diminuì il numero delle refezioni e si ridusse a mangiare una sola volta al giorno, e il suo vitto era una minestra ed una piccola pietanza.

Alcuni al mirare tale prolungata austerità gliene fecero rispettoso rimprovero accennando al danno che avrebbe cagionato alla sanità. "Si usi qualche riguardo, gli dicevano; se ciò non vuol fare per amor di sé, lo faccia pel bene degli altri". Egli ridendo rispondeva: "Godo miglior salute facendo così". Ma adducendogli lo sfinimento di sue forze che andavano ogni giorno diminuendo; tosto conchiudeva: "O paradiso! paradiso! che fortezza e sanità tu darai a coloro che ci entreranno!". Fosse intirizzito dal freddo, soffocato dal caldo, oppresso dal sudore non mai ne cercava conforto, neppure si udiva proferire voce di lamento o di pena.

In ogni tempo dell'anno passava molte ore ad ascoltare le confessioni dei fedeli e non di rado entrava in confessionale alle sei del mattino e ne usciva alle dodici. Lo stare immobile così lungo tempo anche quando il freddo è essai crudo faceva sì che uscendo egli per recarsi in sacrestia traviava e doveva appoggiarsi di banco in banco per non cadere e talvolta a metà della chiesa era costretto ad inginocchiarsi o porsi a sedere. A quella vista ognuno sentivasi commosso e parecchi volevano a loro spese comperare uno sgabelletto calorifero, sopra cui appoggiasse i piedi e così potesse ripararsi alquanto dalla crudezza della stagione. Per timore che egli non lo permettesse qualora ne fosse a lui fatta parola preventivamente, il chierico di sacrestia comperò tale sgabelletto ad insaputa del padrone e lo portò al confessionale prima che egli vi giungesse. Appena vide quell'oggetto di agiatezza, come egli lo chiamava, lo respinse con un piede in un angolo del confessionale e dopo ordinò che più non si portasse dicendo: "Queste cose sono inutili, danno idea di troppo riguardo in un prete che non ne ha bisogno".

Gli si fecero vari riflessi, ma né in questa né in altre circostanze fu mai possibile di piegarlo a temperare quell'ardore di penitenza che certamente contribuì a consumare una vita cotanto preziosa.

Era alieno da ogni specie di divertimenti. In trentadue anni che io conobbi non lo vidi mai a prendere parte a giuoco di carte, tarocchi, scacchi, bigliardo od altro trastullo. Invitato qualche volta ad uno di questi divertimenti, "Ho ben altro a divertirmi, rispose. Quando io non abbia più alcuna cosa di premura andrò a divertirmi".

— Quando sarà questo tempo?
— Quando saremo in paradiso.

Oltre il mortificare costantemente i sentimenti del corpo, era nemicissimo di ogni abitudine anche la più indifferente. "Dobbiamo a.bituarci a fare del bene e non altro, soleva dire. Il nostro corpo è insaziabile. Più gliene diamo, più ne domanda, meno gliene si dà, meno egli domanda".

Quindi non si è mai voluto abituare al tabacco né a commestibili dolci né a bibite particolari, ad eccezione di quelle ordinate dal medico. Nel corso dei suoi studi, in collegio, in seminario non volle far uso né di caffè né di frutta a colazione ed a merenda.

Egli era da dieci anni al Convitto ecclesiastico, era già prefetto di conferenza e la sua colazione consisteva tuttora in alcuni tozzi di pane asciutto. In vista delle dure fatiche da lui sopportate, un giorno gli dissi di prendere qualche cosa più confacente alla sua gracile complessione. "Pur troppo, egli soggiunse con ilarità, verrà tempo in cui si dovrà concedere qualche cosa di più a questo corpo; ma non voglio appagarlo finché non possa più farne a meno".

Soltanto alcuni anni dopo fu dall'ubbidienza costretto a temperare tale rigida maniera di vivere. Non ostante però la debole sua complessione e la sua sanità cagionevole, non volle mai abituarsi ad alcun cibo particolare, anzi lo andò sempre diminuendo finché, come or ora ho detto, si ridusse ad una sola refezione al giorno e refezione di una minestra e di una pietanza. Sebbene soggetto a molti incomodi non volle prolungare un momento l'ordinario suo riposo che era di sole cinque scarse ore ogni notte. Onde nel crudo freddo d'inverno, anche quando pativa malori di stomaco, di capo, di denti, per cui a stento reggevasi in piedi, egli prima delle quattro del mattino era già in ginocchio a pregare, a meditare o disimpegnare qualche sua particolare occupazione.

Questo tenor di vita laboriosa, penitente, vita di preghiera, di carità, di stenti e di abnegazione praticò fino alla morte che venne a colpirlo nel momento che noi avevamo maggior bisogno di lui, nel momento da noi inaspettato, ma da lui atteso con calma ed a cui tutta la vita fu una costante preparazione.

Ma tu, o tempo, perché fuggi cotanto in fretta e mi costringi a tacere tante cose ch'io vorrei ancora raccontare? Sebbene sia già alquanto prolungato il mio discorso, spero che vorrete ancora usarmi un momento di pazienza per ascoltare il racconto delle ultime ore del sacerdote Cafasso. E questo farò dopo breve respiro.

VII. Sua santa morte
Tiriamo un velo sopra gli avvenimenti che certamente contribuirono a privarci d'una persona cotanto cara, utile e preziosa. Diciamo solo che una vita così pura, così santa, così simile a quella del Salvatore, doveva pure essere con ingratitudine pagata da quel mondo, che non lo conobbe; da quel mondo a cui vantaggio aveva impiegate le sue sostanze, la sua sanità, la sua vita. Noi in ciò adoriamo i decreti della divina Provvidenza.

È verità di fede che in punto di morte l'uomo raccoglie il frutto di quanto ha seminato nel corso della vita: quae seminaverit homo, haec et metet [Gal 6,8]. Ora don Cafasso avendo vissuto una vita piena di buone e sante opere, buona e santa ne doveva essere la morte. Egli stesso aveva per detto familiare e spesso lo andava ripetendo specialmente nelle conferenze morali: "Fortunato quel prete che consuma la sua vita pel bene delle anime; fortunatissimo colui che muore lavorando per la gloria di Dio; egli avrà certamente una grande ricompensa da quel supremo padrone per cui lavora".

Ora colle stesse vostre parole diremo noi: Fortunato voi, o don Cafasso, che avete consumata l'intera vostra vita nel promuovere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; voi fortunatissimo che terminaste la vostra vita in mezzo alle fatiche del sacro ministero.

Si crede con fondamento che egli abbia ricevuto da Dio speciale rivelazione del giorno e dell'ora di sua morte, e ne diede non dubbi segni a quelli che negli ultimi giorni ebbero la bella fortuna di potergli parlare. Egli era solito di aggiustare i suoi affari ogni giorno come se si trovasse alla vigilia di sua morte. E prima di coricarsi ogni sera disponeva le cose di casa come se quella notte fosse l'ultima di sua vita. Ma i tre giorni che precedettero la sua malattia, li passò quasi sempre chiuso in camera. Aggiustò ogni cosa che riguardasse il buon andamento del Convitto. Diede gli ordini opportuni ai suoi famigli; rispose ad alcune lettere; ordinò ogni scritto; mise a posto regolare ogni pezzetto di carta; notò alcune cose da aggiungersi alle sue disposizioni testamentarie; poscia fece l'esercizio della buona morte che egli soleva fare inalterabilmente una volta al mese.

Intanto giunge il mattino del lunedì 11 giugno dell'anno corrente; e don Cafasso che cosa fa? Egli ha ogni cosa aggiustata, tutto è preparato pel suo viaggio all'eternità. Egli va passeggiando per la sua camera aspettando la voce del Signore che gli dica: vieni. Ma che? pensando allo stato di sde forze, gli pare di poter ancora impiegare alcuni momenti a vantaggio delle anime. Con animo allegro, ma con fatica, dalla camera si porta al confessionale e là impiega più ore nell'ascoltare le confessioni dei fedeli, di quei fedeli che egli con singolare dottrina, prudenza e pietà guidava per la via del cielo. Fu però osservato che il suo modo di confessare non era il Consueto. A tutti raccomandava di staccare il cuore dalle cose terrene; amar con tutte le forze Dio creatore; pregarlo di toglierci presto dagli affanni della vita per darci il bel paradiso. "Oh paradiso, paradiso, disse ad un penitente, perché tu non sei cercato, desiderato da tutti? perché ritardi ancora, perché, perché...?". Ma l'uomo vale per un uomo; l'ardore di guadagnar anime a Dio continua in quell'anima grande; le forze però gli mancano. Egli è costretto di abbandonare quel confessionale ove per lo spazio di circa venticinque anni era stato fedele dispensatore dei celesti favori a pro di tante anime e questo confessionale deve abbandonarlo per non ritornarvi mai più.

A passo lento si reca nella sua camera. Ma prima di porsi a letto s'inginocchia e dice queste memorabili parole che egli si teneva scritte: "Il dolore ch'io provo, o Signore, per non avervi amato, il desiderio che io sento vie più d'amarvi, mi rendono oltremodo noiosa e pesante questa vita e mi sforzano a pregarvi a voler abbreviare i miei giorni sulla terra e perdonarmi il purgatorio nell'altra vita, sicché presto io possa andarvi a godere in paradiso...". Non poté più dire e per non cadere sfinito andò a porsi a letto circa alle undici del mattino.

La malattia era un'affezione ai polmoni con corso di sangue allo stomaco. I medici praticarono quanto suggerisce l'arte loro, ma tutto invano. Quasi tutti i giorni loro sembrava che l'infermo fosse in via di miglioramento, ma in realtà, com'esso diceva, si andava avvicinando al momento di volare al cielo.

Fin dal primo giorno di malattia egli disse francamente che non guarirebbe più e che voleva andarsene al paradiso.

A chi gli domandava se stava meglio, se aveva riposato bene, rispondeva sempre: — Come Dio vuole. Si raccomandava alle preghiere di tutti. Mi disse un giorno di ordinare speciali preghiere in casa fra i nostri giovani. "L'abbiamo già fatte, gli risposi, e continueremo a pregare; ma ho detto ai nostri giovani che voi sareste, poi venuto un giorno festivo a darci la benedizione col santissimo Sacramento". "State tranquillo, egli soggiunse: andate, pregate e dite ai vostri giovani che vi benedirò tutti dal paradiso".

Domandato se aveva qualche cosa a fare scrivere, qualche memoria a prendere, commissione a lasciare, egli mi guardò ridendo e disse: "Sarebbe bella che avessi aspettato a quest'ora ad aggiustare le mie faccende. Tutto è aggiustato per me nel mondo; una cosa sola mi rimane ad aggiustare con Dio; ed è che nella sua grande misericordia voglia darmi presto il paradiso".

Una singolarità era da tutti notata ed era il ricevere colla solita bontà chiunque si avvicinasse al suo letto; ma dopo alcuni minuti dava segno che se ne partissero. Sicché non voleva che alcuno si trattenesse con lui più del tempo richiesto dallo stretto bisogno. Per questo motivo io partendo lo stavo qualche volta osservando dall'uscio della sua camera. Io lo vedevo giungere le mani, baciare e ribaciare il crocifisso, poi cogli sguardi volti al cielo parlare interrottamente come in discorso famigliare.

Da ciò potei convincermi che desiderava d'essere solo a fine di potersi più liberamente trattenere col suo Dio. Tuttavia un giorno rimasto solo con lui mi feci animo a dirgli essere cosa migliore l'avere regolarmente persona presso al suo letto, sia per quei servigi che frequentemente gli occorrevano, sia anche per ricevere qualche parola di conforto. "No, tosto rispose, no". Di poi alzando gli occhi al cielo disse con forza: "E non sapete che ogni parola detta agli uomini, è una parola rubata al Signore?".

Eziandio quando la malattia gli minacciava la vita; nella stessa agonia amava di essere solo; anzi non dava segno di gradimento neppure quando gli erano suggerite giaculatorie, quasi che tali preghiere gl'interrompessero gli ordinari colloqui che egli certamente aveva con Dio. Diceva però a tutti di pregate per lui e di raccomandarlo alla protezione della beata Vergine e di san Giuseppe. Una persona di grave autorità e che frequentò don Cafasso nel corso della vita, lo visitò più volte nel corso della malattia, dopo averne esaminato attentamente il contegno, quanto diceva e faceva, proferì questo franco giudizio: "Egli, don Cafasso, non ha bisogno dei nostri suggerimenti; egli è in diretta comunicazione con Dio, egli si trattiene in familiari colloqui colla madre del Salvatore, col suo angelo custode e con san Giuseppe".

Molte cose dovrei raccontarvi dell'ammirabile sua pazienza nel tollerare il male, delle parole indirizzate ai suoi amici, della benedizione data a molti e specialmente ai suoi cari convittori; intorno al modo edificante con cui ricevette gli ultimi sacramenti; ma queste cose mi cagionano troppo grande commozione e non potrei forse reggerne il racconto.

Vi dirò soltanto che confrontando la malattia e la morte del sacerdote Cafasso con quella di san Carlo Borromeo, di san Francesco di Sales, di san Filippo Neri e di altri gran santi, parmi di poter asserire essere egualmente preziosa agli occhi di Dio. E come poteva essere altrimenti? Se fu santa la sua vita, perché non doveva esserne del pari santa la morte?
Egli fu gran devoto di Maria e fu costantemente promotore della divozione verso di questa madre celeste. Ogni giorno, e si può dire ogni momento, faceva qualche pratica o qualche giaculatoria in onore di lei. Il sabato era giorno tutto di Maria. Lo passava in rigoroso digiuno; ogni cosa chiestagli in quel giorno era con prontezza conceduta. E molte volte avéva esternato il desiderio di morire in giorno di sabato. Spesso in vita andava dicendo e lo lasciò pure scritto: "Che bella morte morire per amor di Maria. Morire nominando Maria. Morire in un giorno dedicato a Maria. Morire nel momento più glorioso per Maria. Spirare tra le braccia di Maria. Partire per il paradiso con Maria. Godere in eterno vicino a Maria".

O anima fortunata! i tuoi desideri sono appagati; tu sei al decimoterzo giorno di tua malattia; è giorno di sabato; giorno di Maria; tu hai ricevuto da poche ore il sacratissimo corpo di Gesù. Or bene, Gesù ti chiama e vuole darti quel paradiso che tanto desideri, per cui hai impiegata tutta la tua vita. Maria tua Madre, di cui fosti cotanto devoto in vita, ora ti assiste e ti vuole ella stessa condurre al cielo. Ed ecco il nostro don Cafasso fare un sorriso... egli manda l'ultimo respiro... L'anima sua con Gesù e con Maria vola a godere la beata eternità.

Noi speriamo fondatamente che dopo una morte così preziosa agli occhi di Dio l'anima di don Cafasso abbia nemmeno toccato le pene del purgatorio e sia immantinente volata al paradiso. Per questo motivo invece d'invitarvi a pregare per lui, vi suggerirei piuttosto di ricorrere alla sua celeste intercessione. Ma siccome Iddio santissimo e purissimo trova macchie negli angeli stessi; così noi adempiendo un dovere di gratitudine e di amicizia offriamo a Dio qualche preghiera, qualche comunione, qualche limosina, qualche opera di carità in suffragio dell'anima del compianto nostro benefattore:Che se tali opere non saranno più necessarie per liberarlo dalle pene del purgatorio, serviranno a suffragare quelle anime purganti al cui sollievo cotanto lavorò nella vita mortale e che tanto raccomandò di suffragare.

Animo, uditori, ancora un momento. Tra le ultime parole di don Cafasso sono le seguenti e sono veramente degne di eterna ricordanza: "Quando sarò disceso nel sepolcro, egli disse, desidero e prego il Signore di far perire sulla terra la mia memoria, sicché mai più nessuno abbia a pensare a me fuori di quei fedeli che nella loro carità vorranno, siccome spero, pregare per l'anima mia. Io accetto in penitenza dei miei peccati tutto quello che dopo la mia morte nel mondo si dirà contro di me".

Caro don Cafasso, questa vostra preghiera non sarà esaudita; voi desideravate d'umiliarvi in modo che la vostra gloria andasse con voi nella tomba. Ma Dio vuole altrimenti. Dio vuole che la grande vostra umiltà sia esaltata e voi siate coronato di gloria in cielo. La vostra memoria è quella del giusto che durerà in eterno. In memoria aeterna erit iustus [Sal 111,7].

La vostra memoria durerà presso i sacerdoti perché foste loro modello nella santità della vita e maestro nella scienza del Signore. La vostra memoria durerà presso i poveri che piangono la vostra morte come quella d'un tenero padre; durerà presso i dubbiosi cui deste santi e salutari consigli; presso gli afflitti, cui in tante guise avete portato consolazione; durerà presso gli agonizzanti da voi confortati; nelle carceri ove sollevaste tanti infelici; presso tanti condannati che la vostra carità mandò al cielo. Durerà presso i vostri amici, e vostri amici sono tutti quelli che vi hanno conosciuto; presso tutti quelli che stimano i grandi benefattori dell'umanità quale foste voi in tutto il corso della vostra vita mortale. Infine la vostra memoria durerà tra di noi, perché la carità che aveste per noi in terra ci assicura che voi siate nostro protettore presso Dio, ora che siete glorioso in cielo.

Vivi adunque in eterno con Dio, o anima grande, anima fedele. Il tempo dei patimenti per te è trascorso; non più pene, non più afflizioni, non più malattie, non più dispiaceri, non più morte, non più. Dio è tua mercede; tu sei in lui; e con lui e presso di lui godrai ogni bene in eterno. Maria, quella celeste madre che cotanto amasti e facesti amare in terra, ora ti vuole presso di sé per darti la debita ricompensa del filiale affetto che le hai portato. Ma dal mezzo di tua gloria, deh! volgi pietoso uno sguardo sopra di noi che colla tua partenza dal mondo rendesti miseri ed orfani. Deh! per noi intercedi e fa' che vivendo secondo i consigli che ci hai dati, seguendo i luminosi esempi di virtù che ci hai lasciati, possiamo noi pure un giorno pervenire al possesso di quella gloria che con Gesù e con Maria, con tutti i santi del paradiso si gode per tutti i secoli dei secoli. Così sia.

296. Panegirico in onore di san Filippo Neri
ASC A2250704, ms aut. di don Bosco6 (cf MB IX, 213-221).

[I. Esordio]
Le virtù e le azioni dei santi sebbene siano tutte indirizzate allo stesso fine, che è la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime, tuttavia è diversa la strada tenuta per giungere al sublime grado di santità cui Dio li chiamava. La cagione sembra essere questa: nella meravigliosa dispensazione dei suoi doni Iddio per vari modi e per diverse vie chiamaci a sé affinché le varie virtù concorrendo tutte ad adornare ed abbellire la nostra santa religione coprano, per così dire, la santa Chiesa con manto di varietà che la faccia comparire agli occhi del celeste sposo come una regina assisa sul trono della gloria e della maestà. Di fatto noi ammiriamo il fervore di tanti solitari che o diffidenti di se stessi in tempo delle persecuzioni o per timore di naufragare nel secolo abbandonarono casa, parenti, amici ed ogni sostanza per andare in deserti sterili e appena abitabili dalle fiere. Altri, quasi coraggiosi soldati del re dei cieli, affrontarono ogni pericolo e disprezzando il ferro, il fuoco la morte stessa offrirono con gioia la vita, confessando Gesù Cristo e sigillando col proprio sangue le verità che altamente proclamavano. Quindi una schiera mossa dal desiderio di salvare anime portavasi in lontani paesi, mentre molti altri tra noi collo studio, colla predicazione, colla ritiratezza colla pratica di altre virtù aggiungono splendore a splendore alla Chiesa di Gesù Cristo. Ve ne sono poi alcuni fatti secondo il cuore di Dio, i quali racchiudono tale un complesso di virtù, di scienza, di coraggio e di eroiche operazioni, che ci fanno altamente palese quanto Dio sia meraviglioso nei santi suoi: Mirabilis Deus in sanctis suis (Sal 66, 36). Tutte le epoche della Chiesa sono glorificate da qualcuno di questi eroi della fede. Il secolo decimosesto fra gli altri ha un san Filippo Neri, le cui virtù sono oggetto di questa rispettabile adunanza e di questo nostro qualsiasi trattenimento.

6 Il panegirico di san Filippo Neri fu tenuto da don Bosco ai sacerdoti della diocesi di Alba (Cuneo), su invito del vescovo mons. Eugenio Galletti, nel maggio 1868 (cf MB II, 46-48).

Ma in un trattenimento che cosa potrassi mai dire di un santo, le cui azioni raccolte soltanto in compendio formano grossi volumi? Azioni che sole bi.stano a dare un perfetto modello di virtù al semplice cristiano, al fervoroso claustrale, al più laborioso ecclesiastico? Per queste ragioni io non intendo di esporvi diffusamente tutte le azioni e tutte le virtù di Filippo, perché voi meglio di me le avete già lette, meditate ed imitate, io mi limiterò a darvi solamente un cenno di quello che è come il cardine intorno a cui si compiono, per così dire, tutte le altre virtù; cioè lo zelo per la salvezza delle anime! Questo è lo zelo raccomandato dal divin Salvatore quando disse: Io son venuto a portare un fuoco sopra la terra e che cosa io voglio se non che si accenda? Ignem veni mittere in terram et quid volo visi ut accendatur? (Lc 12, 49). Zelo che faceva esclamare l'apostolo Paolo di essere anatema da Gesù Cristo pe' suoi fratelli: Optabam ego ipse anathema esse a Christo pro fratibus meis (Rm 9, 3).

Ma in quale critica posizione mi sono mai messo, o Signori! Io che appena potrei essere vostro allievo, pretendo ora di farvela da maestro? È vero, ed appunto per fuggire la taccia di temerario richiedo preventivamente benevolo compatimento, se nella mia pochezza non potrò corrispondere alla vostra aspettazione. Spero peraltro tutto dalla grazia del Signore e dalla protezione del nostro santo.
[IL Filippo a Roma]
Per farmi strada al proposto argomento ascoltate un curioso episodio. P, di un giovanetto che appena in sui vent'anni di età mosso dal desiderio della gloria di Dio, abbandona i propri genitori, di cui era unico figlio, rinuncia alle vistose sostanze del padre e di un ricco zio che lo wole suo erede, solo, all'insaputa di tutti, senza mezzi di sorta, appoggiato alla sola divina Provvidenza, lascia Firenze, va a -Roma. Ora miratelo: egli è caritatevolmente accolto da un suo concittadino (Caccia Galeotto); egli si arresta in un angolo del cortile di casa: sta col guardo verso la città assorto in gravi pensieri. Avviciniamoci ed interroghiamolo.

— Giovane, chi siete voi e che cosa rimirate con tanta ansietà?
— Io sono un povero giovanetto forestiero; rimiro questa grande città e un gran pensiero occupa la mente mia, ma temo che sia follia e temerità.

— Quale?
— Consacrarmi al bene di tante povere anime, di tanti poveri fanciulli, che per mancanza, di religiosa istruzione camminano la strada della perdizione.

— Avete scienza?
— Ho appena fatte le prime scuole.

— Avete mezzi materiali?
— Niente; non ho un tozzo di pane fuor di quello che caritatevolmente mi dà ogni giorno il mio padrone.

— Avete chiese, avete case?
— Non ho altro che una bassa e stretta camera, il cui uso mi è per carità concesso. Le mie guardarobe sono una semplice fune tirata dall'uno muro, sopra cui metto i miei abiti e tutto il mio corredo.

— Come dunque far volete senza nome, senza scienza, senza sostanze e senza sito [per] intraprendere un'impresa così gigantesca?
— È vero: appunto la mancanza di mezzi e di meriti mi tiene sopra pensiero. Dio per altro che me ne inspirò il coraggio, Dio che dalle pietre suscita figliuoli di Abramo, quel medesimo Dio è quello che...

Questo povero giovane, o Signori, è Filippo Neri che sta meditando la riforma dei cristiani di Roma. Egli mira quella città, ma ahi! come la vede!
La vede da tanti anni schiava degli stranieri; la vede orribilmente travagliata da pestilenze, da miseria; la vede dopo essere stata per tre mesi assediata, combattuta, vinta, saccheggiata e si può dire distrutta. Qtíesta città deve essere il campo in cui il giovane Filippo raccoglierà copiosissimi frutti. Vediamo come si accinge all'opera.

Col solito aiuto della divina Provvidenza egli ripiglia il corso degli studi, compie la filosofia, la teologia e seguendo il consiglio del suo direttore si consacra a Dio nello stato sacerdotale. Colla sacra ordinazione si raddoppia il suo zelo per la gloria di Dio. Filippo divenendo sacerdote si persuade con san Ambrogio che collo zelo si acquista la fede e collo zelo l'uomo è condotto al possesso della giustizia. Zelo fides acquiritur, zelo iustitia possidetur (sanctus Ambrosius, in Psal. 118).

Filippo è persuaso che niun sacrificio è tanto grato a Dio quanto lo zelo per la salvezza delle anime. Nullum Deo gratius sacrificum offerri potest quam zelus animarum (Greg. M. in Ezech.). Mosso da questi pensieri parvegli che turbe di cristiani specialmente di poveri ragazzi, di continuo gridassero col profeta contro di lui: Parvuli petierunt panem, et non erat qui frangerit eis (Lam 4, 4). Ma quando egli poté frequentare le pubbliche officine, penetrare negli ospedali e nelle carceri e vide gente di ogni età e di ogni condizione data alle risse, alle bestemmie, ai furti e vivere schiava del peccato; allorché cominciò a riflettere come molti oltraggiavano Dio creatore quasi senza conoscerlo, non osservavano la divina legge perché la ignoravano, allora gli vennero in mente i sospiri di Osea (4, 1-2), che dice: a motivo che il popolo non sa le cose della eterna salvezza, i più grandi, i più abbominevoli delitti hanno inondato la terra. Ma quanto non fu amareggiato l'innocente suo cuore quando si accorse che gran parte di quelle povere anime andavano unicamente perdute perché non erano istruite nelle verità della fede. Questo popolo, egli esclamava con Isaia, non ha avuto intelligenza delle cose della salute, perciò l'inferno ha dilatato il suo seno, ha aperte le sue smisurate voragini e vi cadranno i loro campioni, il popolo, i grandi ed i potenti: Quia populus meus non habuit scientiam, propterea infernus aperuit os suum absque ulto termino; et descendunt fortes eius, et populus eius, et sublimes gloriosisque eius ad eum (Is 5, 13-14).

Alla vista di quei mali ognor crescenti Filippo ad esempio del divin Salvatore che quando diede principio alla sua predicazione altro non possedeva nel mondo se non quel gran fuoco di divina carità che lo spinse a venire dal cielo in terra; ad esempio degli apostoli che erano privi di ogni mezzo umano quando furono inviati a predicare il Vangelo alle nazioni della terra, che erano tutte miseramente ingolfate nell'idolatria, in ogni vizio o secondo la frase della Bibbia: sepolte nelle tenebre e nell'ombra di morte, Filippo si fa tutto a tutti nelle vie, nelle piazze, nelle pubbliche officine; s'insinua nei pubblici e privati stabilimenti e con quei modi garbati, dolci, ameni che suggerisce la sua carità verso il prossimo, comincia a parlare di virtù, di religione a chi non voleva sapere né dell'una né dell'altra. Immaginatevi le dicerie che si andavano spargendo a suo conto! Chi lo dice stupido, chi lo dice ignorante, altri lo chiamano ubriaco, né mancò chi lo proclamava pazzo.

Il coraggioso Filippo lascia che ciascuno dica la parte sua; anzi, dal biasimo del mondo egli è assicurato che le opere sue sono di gloria di Dio, perché quanto il mondo dice sapienza è stoltezza presso Dio. Perciò procede intrepido nella santa impresa. E chi può mai resistere a quella terribile spada a due tagli qual è la parola di Dio? Ad un sacerdote che corrisponde alla santità del suo ministero?
In breve tempo le persone di ogni età, di ogni condizione, ricchi e poveri, dotti ed ignoranti, ecclesiastici e borghesi, dalla più alta classe fino agli apprendisti, agli spazzini, ai mozzi, al piccolo, al grande muratore cominciano ammirare lo zelo del servo di Dio; vanno ad ascoltarlo, la scienza della fede si fa strada nei loro cuori; cangiano il disprezzo in ammirazione, l'ammirazione in rispetto. Quindi in Filippo altro più non si vede che un vero amico del popolo, uno zelante ministro di Gesù Cristo che tutto guadagna, tutto vince a segno che tutti cadono vittime fortunate della carità del novello apostolo. Roma cangia di aspetto; ognuno si professa amico di Filippo, tutti lodano Filippo, parlano di Filippo, vogliono veder Filippo. Di qui cominciarono le meravigliose conversioni, gli strepitosi guadagni di tanti ostinati peccatori, di cui a lungo parla l'autore della vita del santo (vedi Bacci)7.

[III. Filippo apostolo della gioventù]
Ma Dio aveva inviato Filippo specialmente per la gioventù, perciò a questa rivolge le sue speciali sollecitudini.

Considerava egli il genere umano come un gran campo da coltivarsi. Se per tempo si semina buon frumento, si avrà abbondante raccolto; ma se la seminagione è fuori di stagione, si raccoglierà paglia e loppa8. Sapeva eziandio che in questo campo mistico vi è un gran tesoro nascosto, vale a dire le anime di tanti giovanetti per lo più innocenti e spesso perversi seyza saperlo. Questo tesoro, diceva Filippo in cuor suo, è totalmente confidato ai sacerdoti e per lo più da essi dipende il salvarlo o il dannarlo.

7 Pietro Giacomo BACCI, Vita di S. Filippo Neri fondatore della congr. dell'Oratorio. Monza, Tipografia dell'Istituto dei Paolini 1851.

8 Termine arcaico per indicare l'involucro dei cereali, la pula: roba di scarso valore, di nessuna importanza.

Non ignorava Filippo che tocca ai genitori aver cura della loro figliolanza; tocca ai padroni aver cura dei loro soggetti, ma quando questi non possono o non sono capaci oppure non vogliono si dovranno lasciar andare queste anime alla perdizione? Tanto più che le labbra del sacerdote devono essere il custode della scienza e i popoli hanno diritto di cercarla dalla bocca di lui e non da altro.

Una cosa a primo aspetto sembrò scoraggiare Filippo nella coltura dei poveri ragazzi ed era la loro instabilità, le loro ricadute nel medesimo male e peggio ancora. Ma si riebbe da questo panico timore al riflettere che molti erano perseveranti nel bene, che i recidivi non erano in numero stragrande e che costoro medesimi colla pazienza, colla carità e colla grazia del Signore per lo più si mettevano in fine sulla buona strada e che perciò la parola di Dio era un germe, il quale più presto o più tardi produceva il sospirato frutto.

Egli pertanto sull'esempio del Salvatore che ogni giorno ammaestrava il popolo: erat quotidie docens in tempio. (Lc 19, 47), e che con premura chiamava i ragazzi più discoli a sé, andava ovunque esclamando: Figliuoli, venite da me, io vi additerò il mezzo di farvi ricchi; ma delle vere ricchezze che non falliranno mai; io v'insegnerò il santo timor di Dio: Venite, _fluii, audite me: timorem Domini docebo vos (Sal 33, 11). Queste parole, accompagnate dalla grande sua carità e da una vita che era il complesso di ogni virtù, facevano sì che turbe di fanciulli da tutte le parti corressero al nostro santo. Il quale ora indirizzava la parola ad uno, ora ad un altro: collo studente faceva il letterato, col ferraio il ferraio, col falegname il capo falegname, col barbiere il barbiere, col muratore il capo mastro, col calzolaio il mastro ciabattino. In tal modo, facendosi tutto a tutti, guadagnava tutti a Gesù Cristo. A guisa che quei giovanetti allettati da quelle caritatevoli maniere, da quegli edificanti discorsi, sentivansi come tratti dove Filippo voleva; a segno che succedeva l'inudito spettacolo, che per le vie, per le piazze, per le chiese, per le sacrestie, nella stessa sua cella, durante la mensa e fino in tempo di preghiera egli era preceduto, seguito, intorniato da ragazzi che pendevano dalle sue labbra, ascoltavano gli esempi che raccontava, i principi di catechismo che loro andava esponendo.

E poi? Ascoltate. Quella turba di ragazzi indisciplinati ed ignoranti di mano in mano [che] venivano istruiti nel catechismo domandavano di accostarsi al sacramento della confessione e della comunione; cercavano di ascoltare la santa messa, udire le prediche e a poco a poco cessavano dalle bestemmie, dall'insubordinazione e infine abbandonavano i vizi, miglioravano i costumi; talmente che migliaia di sventurati fanciulli, i quali già battendo la via del disonore avrebbero forse terminata la loro vita nelle carceri o col capestro, con loro eterna perdizione, per lo zelo di Filippo, furono ai loro parenti restituiti docili, ubbidienti, buoni cristiani, avviati per la strada del cielo. Oh santa cattolica religione! Oh portenti della parola di Dio! Quali meraviglie non operi mai tu per mezzo del ministro che conosca e compia i doveri di sua vocazione!
Qualcuno dirà: "Queste meraviglie operò san Filippo perché era una santo". Io dico diversamente: "Filippo operò queste meraviglie perché era un sacerdote che corrispondeva allo spirito della sua vocazione". Io credo che se animati dallo spirito di zelo, di confidenza in Dio ci dessimo noi pure davvero ad imitare questo santo otterremo certamente gran risultato nel guadagno delle anime. Chi di noi non può radunare alcuni fanciulli, far loro un po' di catechismo in sua casa od in chiesa e se fosse mestieri anche nell'angolo di una piazza o di una via e colà istruirli nella fede; animarli a confessarsi e quando occorre ascoltarli in confessione? Non possiamo noi ripetere con san Filippo: Fanciulli, venite a confessarvi ogni otto giorni e comunicatevi secondo il consiglio del confessore? Ma come mai fanciulli dissipati, amanti del mangiare, del bere e di trastullarsi, come mai poterli piegare alle cose della chiesa e di pietà?
Filippo trovò questo segreto. Ascoltate. Imitando la dolcezza e la mansuetudine del Salvatore, Filippo li prendeva alle buone, li accarezzava, agli uni regalava un confetto, agli altri una medaglia, un'immaginetta, un libro e simili. Ai più discoli poi e ai più ignoranti che non erano in grado di gustare quei sublimi tratti di paterna benevolenza, preparava un pane loro più adattato. Appena egli poteva averli intorno a sé subito si faceva a raccontare loro amene storielle, li invitava a cantare, a suonare, a rappresentazioni drammatiche, a salti, a trastulli di ogni genere.

Finalmente i più restii, i più vanerelli erano per così dire strascinati nei giardini di ricreazione cogli strumenti musicali, colle bocce, colle stampelle, colle piastrelle, con offerte di frutta e di piccole refezioni, di colazioni, di merende. Ogni spesa, diceva Filippo, ogni fatica, ogni disturbi), ogni sacrificio è poco quando contribuisce a guadagnare anime a Dio. Così .la camera di Filippo era divenuta quasi una bottega da negoziante, come luogo di pubblico spettacolo, ma nel tempo stesso santa casa di orazione e come luogo di santificazione. Così Roma vide un sol uomo senza titoli, senza mezzi e senza autorità, armato del solo usbergo della carità, combattere la frode, l'inganno, la scostumatezza ed ogni sorta di vizio e tutto superare e tutto vincere a segno che molti che la voce pubblica chiamava lupi rapaci, divennero mansueti agnelli. Queste gravi fatiche, questi schiamazzi e disturbi che a noi sembrano forse appena sopportabili qualche momento furono il lavoro e la delizia di san Filippo per lo spazio di oltre a sessant'anni, cioè durante tutta la sua vita sacerdotale, fino alla più tarda vecchiaia, fino a tanto che Dio lo chiamò a godere il frutto di tante e così prolungate fatiche.

[IV Perorazione: noi dobbiamo salvare le anime]
Rispettabili Signori, avvi qualche cosa in questo servo fedele che non si possa da noi imitare? No, che non v'è. Ciascuno di noi nella sua condizione è abbastanza istruito, è abbastanza ricco per imitarlo se non in tutto almeno in parte. Non lasciamoci illudere da quel vano pretesto che talvolta ci avviene di ascoltare: Io non sono obbligato, ci pensi chi ne ha il dovere. Quando dicevano a Filippo che non avendo cura di anime non era tenuto a lavorare cotanto, rispondeva: "Il mio buon Gesù aveva forse qualche obbligo di spargere per me tutto il suo sangue? Egli muore in croce per salvare anime ed io suo ministro mi rifiuterò di sostenere qualche disturbo, qualche fatica per corrispondervi?".

Ecclesiastici, mettiamoci all'opera. Le anime sono in pericolo e noi dobbiamo salvarle. Noi siamo a ciò obbligati come semplici cristiani cui Dio comandò aver cura del prossimo: Unicuisque Deus mandavit de proximo suo (Sir 17, 12). Siamo obbligati perché si tratta delle anime dei nostri fratelli essendo noi tutti figli del medesimo Padre celeste. Dobbiamo anche sentirci in modo eccezionale stimolati a lavorare per salvar anime, perché questa è la più santa delle azioni sante: Divinarum divinissimum est cooperaci Deo in salutem animarum (Areopagita). Ma ciò che ci deve assolutamente spingere a compiere con zelo quest'ufficio si è il conto strettissimo che noi come ministri di Gesù Cristo dovremo rendere al suo divin tribunale delle anime a noi affidate. Ah il gran conto, conto terribile che i genitori, i padroni, i direttori e in generale tutti i sacerdoti dovranno rendere al tribunale di Gesù Cristo delle anime loro affidate! Quel momento supremo verrà per tutti i cristiani, ma non facciamoci illusioni, verrà anche per noi sacerdoti. Appena saremo svincolati dai lacci del corpo e compariremo davanti al divin giudice vedremo in modo chiaro quali fossero gli obblighi del nostro stato e quale ne sia stata la negligenza. Davanti agli occhi apparirà l'immensa gloria da Dio preparata ai suoi fedeli e vedremo le anime... Sì tante anime che dovevano andare a godere e che per nostra trascuratezza nello istruirle nella fede andarono perdute!
Signori, che diremo noi al divin Salvatore quando ci dirà come per salvare anime aveva lasciata la destra del suo divin Padre, era venuto sopra la terra; erat quotidie docens in tempio [Le 19,47]: egli che non badò alle fatiche, ai sudori, agli stenti, alle umiliazioni, alle contraddizioni, agli affanni, ai parimenti di ogni genere e finalmente egli che sparse sino all'ultima goccia il suo sangue per salvare anime? Che cosa potremo rispondere noi che ce la siamo goduta in tranquillo riposo e forse in passatempi e forse peggio?
Che terribile posizione è mai quella di un sacerdote quando comparirà davanti al divin giudice che gli dirà: "Guarda giù nel mondo: Quante anime camminano nella via dell'iniquità e battono la strada della perdizione. Si trovano in quella mala via per cagion tua; tu non ti sei occupato a far udire la voce del dovere, non le hai cercate, non le hai salvate. Altre poi per ignoranza camminando di peccato in peccato ora sono già precipitate nell'inferno. Oh! Guarda quanto grande è il loro numero. Quelle anime gridano vendetta contro di te. Ora, o servo infedele, serve nequam, dammene conto. Dammi conto di quel tesoro prezioso che ti ho affidato, tesoro che costò la mia passione, il mio sangue, la mia morte. L'anima tua sia per l'anima di colui che per tua colpa si è perduta: Erit anima tua pro anima illius".

Ma no, mio buon Gesù, noi speriamo nella vostra grazia e nella vostra infinita misericordia che questo rimprovero non sarà per noi. Noi siamo intimamente persuasi del gran dovere che ci stringe d'istruire le anime affinché per cagion nostra non vadano miseramente perdute. Onde per l'avvenire, per tutto il tempo della vita mortale, noi useremo la più grande sollecitudine affinché nessuna anima per nostra colpa abbia da perdersi. Dovremo sostenere fatiche, stenti, povertà, dispiaceri, persecuzioni ed anche la morte? Ciò faremo volentieri, perché voi ce ne deste luminoso esempio. Ma voi, o Dio di bontà e di clemenza, infondete nei nostri cuori il vero zelo sacerdotale e fate che siamo costanti imitatori di quel santo, che oggi scegliamo a nostro modello; e quando verrà il gran giorno, in cui dovremo presentarci al vostro divin tribunale per essere giudicati possiamo avere non già un biasimo di riprovazione, ma una parola di conforto e di consolazione.

E voi, o glorioso san Filippo, degnatevi d'intercedere per me indegno vostro devoto, intercedete per tutti questi zelanti sacerdoti che ebbero la bontà di ascoltarmi e fate che in fine della vita tutti possiamo udirci quelle consolanti parole: Hai salvate anime, hai salvata la tua: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti.

SEZIONE SESTA

TESTAMENTO SPIRITUALE
Presentazione
La sesta sezione contiene la parte più sostanziosa di quello che, nella tradizione salesiana, venne chiamato "Testamento spirituale". Si tratta di un taccuino autografo, intitolato Memorie dal 1841 al 1884-5-6 pel sac. Gio. Bosco a' suoi figliuoli Salesiani', nel quale il santo, in tempi diversi, specialmente durante gli ultimi anni di vita, scrisse esortazioni e ricordi per i discepoli, per gli amici, i benefattori e i Cooperatori.

Sulle prime pagine del taccuino, sono riportati i proponimenti formulati da don Bosco in occasione dell'ordinazione sacerdotale (5 giugno 1841) e durante gli esercizi spirituali dell'estate 1842 (n. 298): documento raro e interessante dei passi iniziali del giovane sacerdote, prima delle sue scelte di campo definitive.

Seguono sette brevi testi di notevole significato (nn. 299-305), nei quali è possibile cogliere una visione di sintesi sulla vocazione e la missione salesiana, insieme all'indicazione di prospettive ritenute rilevanti per una fedeltà dinamica: la determinazione di rimanere saldi nella vocazione fino alla morte; l'importanza dell'esatta osservanza delle Costituzioni; la fuga del trionfalismo, nella consapevolezza che ogni successo è un dono di Dio; il legame tra missione salesiana e devozione mariana, con l'impegno ad alimentare e diffondere tale devozione; la cura delle vocazioni, formando i giovani al desiderio "di consacrarsi al Signore in gioventù" e al distacco dal mondo e dalle sue lusinghe; la missione del direttore salesiano come modello e anima delle comunità, con finzione prevalentemente formativa; la cura della carità fraterna; l'evitare "comodità" e "agiatezze", poiché sono pericoli letali per la sopravvivenza della Congregazione; l'attenzione privilegiata ai "fanciulli più poveri, più pericolanti della società'; la saggia amministrazione delle case e delle sostanze; il primato del Lavoro per la salvezza delle anime; il senso di riconoscenza per i benefattori, i Cooperatori e i collaboratori: senza la loro carità nulla si sarebbe potuto fare, con La loro collaborazione l'opera salesiana potrà continuare sicura nella storia.

' Ed. critica in Giovanni Bosco, Memorie dal 1841 al 1884-5-6 a' suoi figliuoli Salesiani. A cura di Francesco Motto, in DBE, Scritti, pp. 391-438.

297. Risoluzioni fatte dal giovane don Bosco in occasione
di esercizi spirituali
Ed. critica in Giovanni Bosco, Memorie da11841 al 1884-5-6 a' suoi figliuoli Salesiani.

A cura di Francesco Motto, in DBE, Scritti, pp. 399-401.

Ho cominciato gli esercizi spirituali nella casa della Missione il giorno 26 maggio festa di san Filippo Neri, 1841.

La sacra ordinazione sacerdotale fu tenuta da mons. Luigi Fransoni nostro arcivescovo nel suo episcopio il 5 giugno di quell'anno.

La prima messa venne celebrata in San Francesco di Assisi assistita dal mio insigne benefattore [e] direttore don Giuseppe Cafasso di Castelnuovo d'Asti nel giorno 6 giugno domenica della SS. Trinità.

Conclusione degli esercizi fatti in preparazione alla celebrazione della prima santa messa, fu: Il prete non va solo al cielo, non va solo all'inferno. Se fa bene andrà al cielo con le anime da lui salvate col suo buon esempio; se fa male; se dà scandalo andrà alla perdizione colle anime dannate per il suo scandalo.

Risoluzioni
1° Non fare mai passeggiate se non per gravi necessità: visite a malati ecc. 2° Occupare rigorosamente bene il tempo.

3° Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre, quando trattasi di salvare anime.

4° La carità e la dolcezza di san Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa.

5° Mi mostrerò sempre contento del cibo che mi sarà apprestato, purché
non sia cosa nocevole alla sanità.

6° Berrò vino adacquato e soltanto come rimedio: vale a dire solamente quando e quanto sarà richiesto dalla sanità.

7° Il lavoro è un'arma potente contro ai nemici dell'anima, perciò non: darò al corpo più di, cinque ore di sonno ogni notte. Lungo il giorno, specialmente dopo pranzo, non prenderò alcun riposo: Farò qualche eccezione in casi di malattia.

8° Ogni giorno darò qualche tempo alla meditazione, alla lettura spirituale. Nel corso della giornata , farò breve visita o almeno una preghiera al santissimo Sacramento. Farò almeno un quarto d'ora di preparazione, ed altro quarto d'ora di ringraziamento alla santa messa.

9° Non farò mai conversazioni con donne fuori del caso di ascoltarle in confessione o di qualche altra necessità spirituale. Queste memorie furono scritte nel 1841.

1842 - Breviario e confessione
Procurerò di recitare devotamente il breviario e recitarlo preferibilmente in chiesa affinché serva come di visita al santissimo Sacramento.

Mi accosterò al Sacramento della penitenza ogni otto giorni e procurerò di praticare i proponimenti che ciascuna volta farò in confessione.

Quando sono richiesto ad ascoltare le confessioni dei fedeli, se vi è premura, interromperò il santo uffizio e farò anche più breve la preparazione ed il ringraziamento della messa a fine di prestarmi ad esercitare questo sacro ministero.

298. Addio, miei cari ed amati figliuoli in Gesù Cristo
Ed. critica in Giovanni Bosco, Memorie dal 1841 al 1884-5-6_, in DBE, Scritti, pp. 410-411.

Prima di partire per la mia eternità io debbo compiere verso di voi alcuni doveri é così appagare un vivo desiderio del mio cuore.

Anzitutto io vi ringrazio col più vivo affetto dell'animo per l'ubbidienza che mi avete prestata e di quanto avete lavorato per sostenere e propagare la nostra Congregazione. Io vi lascio qui in terra, ma solo per un po' di tempo. Spero che la infinita misericordia di Dio farà che ci possiamo tutti trovare un dì nella beata eternità. Colà io vi attendo.

Vi raccomando di non piangere la mia morte. Questo è un debito che tutti dobbiamo pagare, ma dopo ci sarà largamente ricompensata ogni fatica sostenuta per amor del nostro maestro, il nostro buon Gesù. Invece di piangere fate delle ferme ed efficaci risoluzioni di rimanere saldi nella vocazione fino alla morte.

Vegliate e fate che né l'amor del mondo né l'affetto ai parenti né il desiderio di una vita più agiata vi muovano al grande sproposito di profanare i sacri voti e così tradire la professione religiosa con cui ci siamo consacrati al Signore. Niuno riprenda quello che abbiamo dato a Dio.

Se mi avete amato in passato, continuate ad amarmi in avvenire colla esatta osservanza delle nostre costituzioni. Il vostro primo rettore è morto. Ma il nostro vero superiore, Cristo Gesù, non morrà. Egli sarà sempre nostro maestro, nostra guida, nostro modello; ma ritenete che a suo tempo egli stesso sarà nostro giudice e rimuneratore della nostra fedeltà nel suo servizio.

Il vostro rettore è morto, ma ne sarà eletto un altro che avrà cura di voi e della vostra eterna salvezza. Ascoltatelo, amatelo, ubbiditelo, pregate per lui, come avete fatto per me.

Addio, o cari figliuoli, addio. Io vi attendo al cielo. Là parleremo di Dio, di Maria, madre e sostegno della nostra Congregazione; là benediremo in eterno questa nostra Congregazione, la cui osservanza delle regole contribuì potentemente ed efficacemente a salvarci. Sit nomen Domini benedictum ex hoc nunc et usque in saeculum. In te Domine speravi, non confindar in aeternum.

299. Avvisi speciali per tutti
Ed. critica in Giovanni Bosco, Memorie dal 1841 al 1884S-6..., in DBE, Scritti, pp. 414-415.

1° Io raccomando caldamente a tutti i miei figli di vegliare, sia nel parlare sia nello scrivere, di non mai né raccontare né asserire che don Bosco abbia ottenuto grazie da Dio od abbia in qualsiasi maniera operato miracoli. Egli commetterebbe un dannoso errore. Sebbene la bontà di Dio sia stata in misura generosa verso di me, tuttavia io non ho mai preteso di conoscere od operare cose soprannaturali. Io non ho fatto altro che pregare e far domandare delle grazie al Signore da anime buone. Ho poi sempre sperimentato efficaci le preghiere e le comunioni dei nostri giovani. Dio pietoso e la sua Madre santissima ci vennero in aiuto nei nostri bisogni. Ciò si verificò specialmente ogni volta che eravamo in bisogno di provvedere ai nostri giovanetti poveri ed abbandonati e più ancora quando essi trovavansi in pericolo delle anime loro.

2° La santa Vergine Maria continuerà certamente a proteggere la nostra Congregazione e le opere salesiane, se noi continueremo la nostra fiducia in lei e continueremo a promuovere il suo culto. Le sue feste e più ancora le sue solennità, le sue novene, i suoi tridui, il mese a lei consacrato siano sempre caldamente inculcati in pubblico ed in privato; coi foglietti, coi libri:colle' medaglie, colle immagini, col pubblicare o semplicemente raccontare le grazie e le benedizioni che questa nostra celeste benefattrice ad ogni momento concede alla sofferente umanità.

3° Due fonti di grazie per noi sono: raccomandare preventivamente in tutte le occasioni di cui possiamo servirci per inculcare ai nostri giovani allievi che in onore di Maria si accostino ai santi sacramenti od esercitino almeno qualche opera di pietà. L'ascoltare con divozione la santa messa, la
visita a Gesù sacramentato, la frequente comunione sacramentale o almeno spirituale, sono di sommo gradimento a Maria e un mezzo potente per ottenere grazie speciali.

300. Aspiranti alla vocazione salesiana
Ed. critica in Giovanni Bosco, Memorie dal 1841 al 1884-5-6_, in DBE, Scritti, pp. 418-419.

Per aspiranti noi qui intendiamo quei giovanetti che desiderano formarsi un tenore di vita cristiana che li renda degni a suo tempo di abbracciare la Congregazione salesiana o come chierici o come confratelli coadiutori.

A costoro sia usata diligenza particolare. Ma siano soltanto tenuti in questo numero quelli che hanno intenzione di farsi Salesiani o almeno non ne siano contrari, quando tale sia la volontà di Dio.

Sia loro fatta una conferenza particolare almeno due volte al mese. In tali conferenze si tratti di quanto un giovanetto debba praticare o fuggire per divenire buon cristiano. Il Giovane provveduto somministra i principali argomenti su tale materia.

Non si parli però loro delle nostre regole in particolare né dei voti né dell'abbandonare casa o parenti; sono cose che entreranno in cuore senza che, se ne faccia tema di ragionamento.

Si tenga fermo il gran principio: bisogna darsi a Dio o più presto o più tardi e Dio chiama beato colui che comincia a consacrarsi al Sign-ore in gioventù. Beatus homo cum portaverit iugum ab adolescentia sua [Lam 3,27]. Il mondo poi, con tutte le sue lusinghe, parenti, amici, casa, o Più presto o più tardi o per amore o per forza bisogna abbandonar tutto e lasciarlo per sempre.

301. Il direttore di una casa coi suoi confratelli
Ed. critica in Giovanni Bosco, Memorie dal 1841 al 1884-5-6_, in DBE, Scritti, pp. 426-428.

Il direttore deve essere modello di pazienza, di carità con i suoi confratelli che da lui dipendono e perciò:
- 1° Assisterli, aiutarli, istruirli sul modo di adempire i propri doveri, ma non mai con parole aspre od offensive.

2° Faccia vedere che ha con loro grande confidenza; tratti con benevolenza degli affari che li riguardano. Non faccia mai rimproveri, né dia mai severi avvisi in presenza altrui. Ma procuri di ciò far sempre in camera caritatis, ossia dolcemente, strettamente in privato.

3° Qualora poi i motivi di tali avvisi o rimproveri:fossero pubblici, sarà pure necessario di avvisare pubblicamente, ma tanto in chiesa, quanto nelle conferenze speciali non si facciano mai allusioni personali. Gli avvisi, .i rimproveri, le allusioni fatte palesemente offendono e non ottengono l'emendazione:
4° Non dimentichi mai il rendiconto mensile per quanto è possibile; ed in quell'occasione ogni direttore diventi l'amico, il fratello, il padre dei suoi dipendenti. Dia a tutti tempo e libertà di fare i loro riflessi, esprimere i loro bisogni e le loro intenzioni. Egli poi dal canto suo apra a tutti il suo cuore senza mai far conoscere rancore alcuno; neppure ricordare le mancanze passate se non per darne paterni avvisi o richiamare caritatevolmente al dovere
chi ne fosse negligente.

5°, Faccia in modo di non mai trattare di cose relative alla confessione a meno che il confratello ne faccia domanda. In tali casi- non prenda mai risoluzioni da tradursi in foro esterno senza essere ben inteso col socio di cui si tratta.

6° Per lo più il direttore 'è il confessore ordinario dei confratelli. Ma con prudenza procuri di dare ampia libertà a chi avesse 'bisogno di confessarsi da un altro. Resta però inteso che tali confessori particolari devono essere
conosciuti ed approvati dal superiore secondo le nostre regole.

7° Siccome, poi chi -va in Cerca di confessori eccezionali dimostra poca confidenza col direttore, così esso,1 direttore, deve aprireggli occhi e portare l'attenzione particolare sopra l'osservanza delle altre regole e non affidare a quel confratello certe incombenze che sembrassero superiori alle forze-morali o fisiche di lui.

N.B. Quanto dico qui è affatto estraneo ai confessori straordinari che il superiore, direttore, ispettore, avranno:Cura di fissare a tempo opportuno.

8° In generale poi il direttore di una"casa tratti sovente e con molta fainigliarità coi confratelli, insistendo sulla necessità della uniforme osservanza delle costituzioni e per quanto è possibile ricordi anche le parole testuali delle medesime.

9° Nei casi di malattia osservi quanto le regole prescrivono e quanto
stabiliscono le deliberazioni capitolai.

10° Sia facile a dimenticare i dispiaceri e le offese personali e colla benevolenza e coi riguardi studi di vincere o meglio di correggere, i negligenti, i diffidenti ed i sospettosi. Vince in bono malum [Rm 12;21].

302. Raccomandazione fondamentale
a tutti i Salesiani e le Salesiane
Ed. critica in Giovanni Bosco, Memorie dal 1841 al 1884-5-6_, in DBE, Scritti, pp. 435-436.

Amate la povertà se volete conservare in buono stato le finanze della Congregazione.

Procurate che niuno abbia a dire: questo suppellettile non dà segno di povertà, questa mensa, questo abito, questa camera non è da povero. Chi porge motivi ragionevoli di fare tali discorsi, egli cagiona un disastro alla nostra Congregazione che deve sempre gloriarsi del voto di povertà. Guai a noi se coloro da cui attendiamo carità potranno dire che teniamo vita più agiata della vita loro. Ciò s'intende sempre da praticarsi rigorosamente quando ci troviamo nello stato normale di sanità, perciocché nei casi di malattia devono usarsi tutti i riguardi che le nostre regole permettono.

Ricordatevi che sarà per voi sempre una bella giornata quando vi riesce vincere coi benefici un nemico o farvi un amico.

Non mai tramonti il sole sopra la vostra iracondia, né mai richiamate alla memoria le offese perdonate, non mai ricordare il danno, il torto dimenticato. Diciamo sempre di cuore: Dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittiMus debitoribus nostris [Mt 6,121. Ma con una dimenticanza assoluta e definitiva di tutto ciò che in passato ci abbia cagionato qualche oltraggio. Amiamo tutti con amore fraterno.

Queste cose siano esemplarmente osservate da quelli che esercitano sopra gli altri qualche autorità.

303. L'avvenire
Ed. critica in Giovanni Bosco, Memorie da11841 al 1884-5-6..., in DBE, Scritti, pp. 437-438.

La nostra Congregazione ha davanti un lieto avvenire preparato dalla divina Provvidenza e la sua gloria sarà duratura fino a tanto che si osserveranno le nostre regole.

Quando cominceranno tra noi le comodità o le agiatezze, la nostra pia Società ha compiuto il suo corso.

Il mondo ci riceverà sempre con piacere fino a tanto che le nostre sollecitudini saranno dirette ai selvaggi, ai fanciulli più poveri, più pericolanti della società. Questa è per noi la vera agiatezza che niuno invidierà e niuno verrà a rapirci.

Non si vadano a fondare case se non avvi il necessario personale per la direzione delle medesime.

Non molte case vicine. Se una è distante dall'altra i pericoli sono assai minori.

Cominciata una missione all'estero si continui con energia e sacrificio. Lo sforzo sia sempre a fare e stabilire delle scuole e tirare su qualche vocazione per lo stato ecclesiastico o qualche suora tra le fanciulle.

A suo tempo si porteranno le nostre missioni nella Cina e precisamente a Pechino. Ma non si dimentichi che noi andiamo pei fanciulli poveri ed abbandonati. Là fra popoli sconosciuti ed ignoranti del vero Dio si vedranno le meraviglie finora non credute, ma che Iddio potente farà palesi al mondo.

Non si conservino proprietà stabili fuori delle abitazioni di cui abbiamo bisogno.

Quando in qualche impresa religiosa vengono a mancarci i mezzi pecuniari, si sospendano, ma siano continuate le opere cominciate appena le nostre economie, i sacrifici lo permetteranno.

Quando avverrà che un salesiano soccomba e cessi di vivere lavorando per le anime, allora direte che la nostra Congregazione ha riportato un gran trionfo e sopra di essa discenderanno copiose le benedizioni del cielo.

304. Ultimo saluto ai benefattori e ai Cooperatori
Ed. a stampa in Lettere circolari di DB, pp. 46-49.

Miei buoni benefattori e mie buone benefattrici,
Sento che si avvicina la fine di mia vita, ed è prossimo il giorno, in cui dovrò pagare il comune tributo alla morte e discendere nella tomba. Prima di lasciarvi per sempre in questa terra io debbo sciogliere un debito verso di voi e così soddisfare ad un grande bisogno del mio cuore.

Il debito che io debbo sciogliere è quello della gratitudine per tutto ciò che voi avete fatto coll'aiutarmi nell'educare cristianamente e. mettere sulla via della virtù e del lavoro tanti poveri giovanetti, affinché riuscissero la consolazione della famiglia, utili a se stessi ed alla civile società e soprattutto affinché salvassero la loro anima e in tal modo si rendessero eternamente felici.

Senza la vostra carità io avrei potuto fare poco o nulla; colla vostra carità abbiamo invece cooperato colla grazia di Dio ad asciugare molte lacrime .e a salvare molte anime. Colla vostra carità abbiamo fondato numerosi collegi ed ospizi, dove furono e sono mantenuti migliaia di orfanelli tolti dall'abbandono, strappati dal pericolo della irreligione e della immoralità e mediante una buona educazione, collo studio e coll'apprendimento di un'arte, fatti buoni cristiani e savi cittadini.

Colla vostra carità abbiamo stabilito le missioni sino agli ultimi confini della terra, nella Patagonia e nella Terra del Fuoco e inviato centinaia di operai evangelici ad estendere e coltivare la vigna del Signore.

Colla vostra carità abbiamo impiantato tipografie in varie città e paesi, pubblicato tra il popolo a più milioni di copie libri e fogli in difesa della verità, a fomenta della pietà e a sostegno del buon costume.

Colla vostra.. carità ancora abbiamo innalzate molte cappelle e chiese, nelle quali per secoli e secoli sino alla fine del mondo si canteranno ogni giorno le lodi di Dio e della beata Vergine e si salveranno moltissime anime.

Convinto che, dopo Dio, tutto questo ed altro moltissimo bene fu fatto mediante l'aiuto efficace della vostra carità, io sento il bisogno di esternarvene e perciò prima di chiudere gli, ultimi miei giorni ve ne esterno la più profonda gratitudine e ve ne ringrazio dal più intimo del cuore..

Ma se avete. aiutato me con tanta: bontà e perseveranza, ora vi prego che continuiate ad aiutare il mio successore-dopo la mia morte. Le opere che col vostro appoggio io ho cominciate non hanno più bisogno di me, ma continuano ad avere bisogno di voi e di tutti quelli che come voi amano di promuovere il bene sù questa terra. A tutti pertanto io le affidò e le raccomando.

A vostro incoraggiamento e conforto lascio al mio successore che nelle comuni e private preghiere, che si fanno e si faranno nelle case salesiane, siano sempre compresi i nostri benefattori e le nostre benefattrici, e che metta ognora l'intenzione che Dio conceda il centuplo della loro carità anche nella vita presente colla sanità e concordia nella famiglia, colla prosperità nelle campagne e 'negli affari e colla liberazione ed allontanamento da ogni disgrazia.

A vostro incoraggiamento e conforto noto ancora che l'opera più efficace adi ottenerci il perdono dei peccati ed assicurarci la vita eterna:è la carità fatta ai piccoli fanciulli: Uni ex minimis, ad un' piccolino abbandonato, come ne assicura il divino maestro. Gesù. Vi fo eziandio notare come in questi tempi, facendosi malto sentire la mancanza' ei mezzi materiali per educare e fare educare nella fede e nel buon costume i giovanetti più poveri ed abbandanati, la' santa:Vergine si costituì essa medesima loro protettrice; e perciò ottiene- ai lora .benefattori e alle loro benefattrici molte grazie e spirituali ed anche temporali straordinarie.

Io stesso e con me tutti i Salesiani siamo testimoni che molti nostri benefattori, i quali prima erano di scarsa fortuna, divennero assai benestanti dopo che cominciarono a largheggiare in carità verso i nostri orfanelli.

In vista di ciò e ammaestrati dalla esperienza parecchi di loro, chi in un modo e chi in un altro, mi dissero più volte queste ed altre consimili parole: Non voglio che lei mi ringrazi quando fo la carità ai suoi poverelli; ma debbo io ringraziare lei che me ne fa domanda. Dacché ho cominciato a sovvenire i suoi orfanelli le mie sostanze hanno triplicato. Un altro signore, il commendator Antonio Cotta, veniva sovente egli stesso a portare limosine, dicendo: Più le porto danaro per le sue opere e più i miei affari vanno bene. Io provo col fatto che il Signore mi dà anche nella vita presente il centuplo di quanto io dono per amor suo. Egli fu nostro insigne benefattore fino alla età di 86 anni, quando Iddio lo chiamò alla vita eterna per godere colà il frutto della sua beneficenza.

Sebbene stanco e sfinito di forze io non lascerei più di parlarvi e raccomandarvi i miei fanciulli, che sto per abbandonare; ma pur debbo far punto e deporre la penna.

Addio, miei cari benefattori, Cooperatori salesiani e Cooperatrici, addio.

Molti di voi io non ho potuto conoscere di persona in questa vita, ma non importa: nell'altro mondo ci conosceremo tutti e in eterno ci rallegreremo insieme del bene che colla grazia di Dio abbiamo fatto in questa terra, specialmente a vantaggio della povera gioventù.

Se dopo la mia morte, la divina misericordia, pei meriti di Gesù Cristo e per la protezione di Maria Ausiliatrice, mi troverà degno di essere ricevuto in paradiso, io pregherò sempre per voi, pregherò per le vostre famiglie, pregherò pei vostri cari, affinché un giorno vengano tutti a lodare in eterno la maestà del Creatore, ad inebriarsi delle sue divine delizie, a cantare le sue infinite misericordie, Amen.

Sempre vostro obbligatissimo servitore
Sac. Giovanni Bosco.