DIREZIONE GENERALE OPERE DON BOSCO

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Il Consigliere generale per la formazione

                 

Una “lettura formativa” del Capitolo Generale XXVI

Il Capitolo generale XXVI, celebrato dal 23 febbraio al 12 aprile 2008, è stato un tempo di grazia particolarmente ricco di momenti salesiani, di esperienze ecclesiali, di gioiosa vita fraterna, di condivisione delle diversità culturali, di scelte coraggiose e profetiche, di sguardo lungimirante sul futuro. Lo è stato specialmente per me che ho avuto il compito di esserne il Regolatore; personalmente posso dire che ho vissuto un’esperienza indimenticabile.

Per cogliere la profondità dei suoi significati, occorre tener presente che il Capitolo è prima di tutto l’avvenimento vissuto da coloro che vi hanno partecipato e che ne risultano quindi i testimoni. Esso è inoltre il documento capitolare, ossia il testo scritto che tutti possono avere tra mano e la cui forza dipende dalla sua ispirazione, incisività ed impatto comunicativo. Esso è infine lo spirito che guida l’interpretazione dell’avvenimento e del documento capitolare, ossia l’anima che lo rende vivo nella sua immediatezza, capace di suggerire motivazioni, efficace nel coinvolgere gli affetti.

La prospettiva di questa “lettura” del Capitolo generale XXVI che vi indico è quella della formazione. In una visione sintetica cercherò cioè di cogliere alcuni aspetti fondamentali che possono aiutarci a crescere in fedeltà creativa alla vocazione consacrata salesiana, vissuta secondo il carisma di don Bosco, così come oggi viene proposta dal Capitolo generale stesso. Esso in particolare ci invita ad assumere e a realizzare, sull’esempio di don Bosco, il primato di Dio nella vita, la configurazione al Signore Gesù, la trasformazione interiore operata dallo Spirito.

Il percorso di lettura che vi propongo prende inizio dalla considerazione che la celebrazione capitolare è stata vissuta come esperienza pentecostale e perciò richiede di essere accolta nella disponibilità allo Spirito, perché solo lo Spirito può ravvivare e infiammare il cuore di ogni confratello. Da questa esperienza fondante possono maturare alcuni frutti spirituali: la “grazia di unità” intesa come sintesi tra vita spirituale e azione apostolica, tra mistica e ascetica; l’identità carismatica come esigenza di ripartire da don Bosco; la passione apostolica come slancio evangelizzatore; il discernimento come metodo di vita spirituale e azione pastorale. A questo punto della riflessione vengono considerati i soggetti del processo capitolare, che interpella direttamente il confratello, la comunità salesiana locale, l’ispettoria; in essi avviene il vero cambiamento che è trasformazione della mente e del cuore e non primariamente delle strutture. Questa lettura del CG26 si conclude infine con l’enucleazione dello spirito capitolare; esso, che è l’anima del Capitolo, potrà essere un utile riferimento ermeneutico per comprenderne gli impegni di formazione.

La prospettiva formativa che ho scelto nell’accostare il CG26 non è l’unica. Ci sono altre chiavi interpretative importanti, tra le quali è fondamentale la “lettura pastorale”. Essa richiederebbe di individuare le strategie e gli interventi necessari per apprendere le novità della metodologia e dei contenuti pastorali proposti. Ciò è lasciato ad altri o per un’altra volta.


1. Nuova pentecoste dello Spirito

Il Capitolo Generale 26 è stato un’esperienza pentecostale. Già dalla lettera di convocazione il Rettor Maggiore invita i salesiani a “guardare a questo evento come ad una nuova Pentecoste nella vita della Congregazione”[1]. In questa lettera egli descrive il modo di agire dello Spirito nella storia della salvezza; in particolare egli evidenzia l’azione dello Spirito oggi: lo Spirito “è un dolce ospite, che non opera forzando, ma convincendo e richiedendo docilità alle sue mozioni”[2]; lo Spirito “saprà rendere nuovo il nostro amore a don Bosco”[3].

Nel discorso di apertura del CG26 il Rettor Maggiore chiede di vivere il Capitolo come “evento pentecostale”, in cui lo Spirito Santo possa essere il principale protagonista. Egli, che è datore di vita, saprà rimuovere quelle situazioni di stagnazione o di morte. Dio infatti “invia il Suo Spirito per ridare vita e vitalità, trasformare le persone e, attraverso esse, rinnovare la faccia della terra”[4]. Tale discorso continua con la penetrante visione di Ezechiele sul popolo di Dio esiliato, senza re, tempio e legge,: “Sulle ossa inaridite, su questo popolo morto, Dio invia lo Spirito ed ecco riappaiono i nervi e cresce la carne. Egli ricopre questi corpi di pelle e soffia il suo alito di vita (cf. Ez 37, 8ss)”[5]. Certamente la novità di Dio può scontrarsi con la resistenza psicologica e spirituale a “rinascere dall’alto” (Gv 3, 3), come è stato per Nicodemo. Lo Spirito ci aiuta e ci sostiene in questo arduo compito, sull’esempio di Abramo e di Maria.

Anche il Papa Benedetto XVI nella lettera inviata al Rettor Maggiore per l’inizio del CG26 sottolinea con forza la necessità di creare una particolare apertura e disponibilità allo Spirito Santo; solo in questo modo si realizzeranno i prodigi della Pentecoste nella vita della Congregazione. “Il carisma di Don Bosco è un dono dello Spirito per l'intero Popolo di Dio, ma solo nell'ascolto docile e nella disponibilità all'azione divina è possibile interpretarlo e renderlo, anche in questo nostro tempo, attuale e fecondo. Lo Spirito Santo, che a Pentecoste scese con abbondanza sulla Chiesa nascente, continua come vento a soffiare dove vuole, come fuoco a sciogliere il ghiaccio dell'egoismo, come acqua a irrigare ciò che è arido. Riversando sui Capitolari l'abbondanza dei suoi doni, Egli raggiungerà il cuore dei Confratelli, li farà ardere del suo amore, li infiammerà del desiderio di santità, li spingerà ad aprirsi alla conversione e li rafforzerà nella loro audacia apostolica”[6].

Nel discorso di chiusura del CG26 il Rettor Maggiore parla ancora dell’esperienza capitolare come di “un momento particolare di apertura allo Spirito del Signore”. Egli dice: “In effetti, proprio così abbiamo voluto vivere il Capitolo: sotto la guida dello Spirito Santo, perché fosse Lui ad aiutarci a capire meglio, aggiornare e rendere fecondo il carisma del nostro Fondatore e Padre. Durante questi giorni, abbiamo sperimentato l’azione dello Spirito, che infiammava il nostro cuore per renderci testimoni eloquenti e coraggiosi del Signore Gesù, per portare ai giovani la buona novella della sua resurrezione e proporre loro l’esperienza gioiosa dell’incontro con Lui”[7].

L’invocazione frequente allo Spirito, l’invito ad aprirsi alla Sua guida, l’esortazione a vivere il Capitolo come evento pentecostale, sono temi ricorrenti in tutta l’esperienza capitolare. Questo clima di Pentecoste dovrà continuare durante tutto il sessennio; solo lo Spirito saprà infiammare il nostro cuore, lo farà ardere di amore appassionato per il Signore Gesù, lo renderà audace nell’azione evangelizzatrice, lo spingerà con speranza sulle frontiere della missione. Non ci sarà vero rinnovamento della Congregazione, non ci sarà vita e vitalità, senza l’azione trasformatrice dello Spirito nella profondità del cuore di ogni confratello. “Lo Spirito Santo non cambia le situazioni esteriori della vita, ma quelle interiori; Egli ha il potere di rinnovare le persone e di trasformare la terra”[8]. Parafrasando la visione che Santa Teresina di Gesù Bambino ebbe della sua vocazione, con l’aiuto dello Spirito ognuno di noi potrà dire: “Ecco, nella Chiesa io sarò il fuoco”; allora saremo veri discepoli di Gesù, che è “venuto a portare il fuoco sulla terra” (Lc 12, 49)

Maria è l’esperta dello Spirito Santo; è la Vergine piena di Spirito Santo. Fin dall’annunciazione Dio la colmò dei doni del suo Spirito e per opera dello stesso Spirito nell’incarnazione la rese feconda. Nella Chiesa nascente troviamo un mirabile esempio di orazione e di concordia: la Madre di Gesù unita agli Apostoli in preghiera unanime. Lei che attese pregando la venuta di Cristo, invoca nel Cenacolo con preghiera assidua lo Spirito promesso. Dove c’è la presenza orante di Maria, nello Spirito si generano nuovi discepoli di Cristo e inizia la presenza della Chiesa nella storia. Questo periodo postcapitolare si preannuncia quindi come un tempo “pentecostale e mariano”; lo Spirito e Maria sapranno rinnovarci e fare la “bella copia” della Congregazione.

2. Doni e frutti spirituali

Ci domandiamo ora: quali sono i doni che lo Spirito ci comunicherà in questo tempo postcapitolare? Quali sono i frutti che con l’impegno responsabile siamo chiamati a far maturare nella nostra vita personale e comunitaria? Come avverrà che i doni si potranno trasformare in frutti?

2.1. “Grazia di unità”

Il primo dono dello Spirito da accogliere e far fruttificare, secondo il CG26, è la “grazia di unità”. Le Costituzioni salesiane pongono nell’articolo 3 il fondamento per riconoscere e quindi accogliere tale dono. In esso si dice: “La nostra vita di discepoli del Signore è una grazia del Padre che ci consacra con il dono del suo Spirito e ci invia ad essere apostoli dei giovani”. Dio ci riserva a sé per mandarci; la nostra vita diventa dedizione totale a Dio per i giovani. La missione apostolica, la vita fraterna in comunità e la sequela radicale di Cristo attraverso i consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra consacrazione, che è opera dello Spirito e che fonda la grazia di unità.

Le Costituzioni salesiane poi ci presentano la figura di Don Bosco come esistenza unificata, invitandoci ad ammirare in lui “uno splendido accordo di natura e di grazia” (Cost. 21). Egli accolse e realizzò nella sua vita la grazia di unità: “Profondamente uomo, ricco delle virtù della sua gente, egli era aperto alle realtà terrestri; profondamente uomo di Dio, ricolmo dei doni dello Spirito Santo, viveva ‘come se vedesse l’invisibile’ (Eb. 11, 27)”. Questa abbondanza di doni divennero in don Bosco un progetto di vita fortemente unitario, caratterizzato dal servizio ai giovani. Come diceva Don Rua: “Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù … Realmente non ebbe a cuore altro che le anime”.

Il motto “Da mihi animas, cetera tolle”, che il CG26 propone ad ogni salesiano come programma di vita, esprime l’unità tra l’esperienza spirituale e l’azione apostolica. Esso è prima di tutto una invocazione. Si tratta della “preghiera rivolta a Dio da chi, nella fatica, nell’impegno e nella sfida apostolica condotti nel Suo nome, rinuncia a tutto e vuol farsi carico di tutti”[9]. E’ sorprendente che per don Bosco e per il salesiano il progetto di vita sia una preghiera ardente e appassionata; essa fonda, accompagna e finalizza l’azione apostolica. La missione perciò non coincide con iniziative e attività pastorali; essa è dono di Dio e la sua realizzazione è preghiera in atto. L’attivismo sfrenato, che spesso caratterizza la vita salesiana, è qui superato alla sua radice; il rischio di essere “bruciati nell’azione” si trasforma nella proposta esaltante di essere “bruciati dall’amore”.

Il programma di vita di don Bosco fonda inoltre l’unità tra mistica e ascetica, che risultano inseparabili in una esistenza spiritualmente unificata. Il Papa Benedetto così ha scritto al riguardo: “Il motto “Da mihi animas, cetera tolle” esprime in sintesi la mistica e l’ascetica del salesiano. Non vi può essere un’ardente mistica senza una robusta ascesi che la sostenga; e viceversa nessuno è disponibile a pagare un prezzo alto ed esigente, se non ha scoperto un tesoro affascinante e inestimabile. In un tempo di frammentazione e di fragilità qual è il nostro, è necessario superare la dispersione dell'attivismo e coltivare l'unità della vita spirituale attraverso l'acquisizione di una profonda mistica e di una solida ascetica. Ciò alimenta l'impegno apostolico ed è garanzia di efficacia pastorale. In questo deve consistere il cammino di santità di ogni Salesiano, su questo deve concentrarsi la formazione delle nuove vocazioni alla vita consacrata salesiana”[10].

La cultura postmoderna, la frammentazione della vita, l’attivismo frenetico, la mancanza di concentrazione sull’essenziale, la dispersione del vissuto nell’effimero, la rincorsa a esperienze dalle forti emozioni, il frastuono assordante, la carenza di silenzio ci domandano di trovare una nuova qualità di vita spirituale. Il CG26 ci invita ad accogliere il dono della “grazia di unità” e ad impegnarci nella concentrazione e unificazione della vita, assumendo il motto di don Bosco come criterio di unità e traducendolo operativamente nelle scelte personali e comunitarie.

2.2. Identità carismatica

Un altro dono dello Spirito, a cui il CG26 presta attenzione, è l’identità carismatica[11]. Il “Da mihi animas, cetera tolle”, rimandando immediatamente a don Bosco, richiama l’identità salesiana che consiste nel vivere “per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime”. Don Bosco ha voluto che la continuità del suo carisma fosse assicurata dalla vita consacrata. Anche oggi il movimento salesiano può crescere in fedeltà carismatica, se al suo interno permane un nucleo forte e vitale di persone consacrate. Per irrobustire tale identità carismatica occorre quindi rafforzare la vocazione di ogni salesiano alla vita consacrata, ad essere cioè “memoria vivente del modo di essere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli”[12]. Da questa vocazione sgorga l’amore ardente per il Signore Gesù, il desiderio di assumerne la forma di vita ed i sentimenti, l’abbandono filiale al Padre, l’ascolto dello Spirito, la dedizione alla missione evangelizzatrice.

L’amore del Signore Gesù è un fuoco che brucia ogni tristezza, purifica ogni bruttura, infiamma ogni cuore. L’amore per Lui aiuta la vita consacrata a superare l’atonia spirituale, la tiepidezza nelle relazioni fraterne, l’apatia apostolica. Il Signore Gesù, attraverso il suo Spirito, si fa carico di ridare slancio, fascino e amore ardente in coloro che lo seguono più da vicino. La vita consacrata deve tornare a suscitare testimoni credibili e appassionati di Cristo. Essa saprà allora essere proposta alternativa, vita controcorrente, segno provocante. Anche la vita salesiana ha bisogno di questa terapia della testimonianza appassionata, che si alimenta al cuore mite e umile e al fianco squarciato di Cristo morente sulla croce, che è venuto a portare il fuoco del suo Spirito sulla terra.

Il Papa Benedetto XVI ha ricordato ai capitolari questa carica profetica e alternativa della vita consacrata nei confronti della cultura del tempo: “I figli di Don Bosco appartengono alla folta schiera di quei discepoli che Cristo ha consacrato a sé per mezzo del suo Spirito con uno speciale atto di amore. Egli li ha riservati per sé; per questo il primato di Dio e della sua iniziativa deve risplendere nella loro testimonianza. Quando si rinuncia a tutto per seguire il Signore, quando Gli si dà ciò che si ha di più caro affrontando ogni sacrificio, allora non deve sorprendere se, come è avvenuto per il divin Maestro, si diventa "segno di contraddizione", perché il modo di pensare e di vivere della persona consacrata finisce per trovarsi spesso in contrasto con la logica del mondo. In realtà, ciò è motivo di conforto perché testimonia che il suo stile di vita è alternativo rispetto alla cultura del tempo e può svolgere in essa una funzione in qualche modo profetica”[13].

Il Papa Benedetto XVI ha anche ricordato loro che la vita consacrata può essere insidiata dalla modernità: “Il processo di secolarizzazione, che avanza nella cultura contemporanea, non risparmia purtroppo nemmeno le comunità di vita consacrata. Occorre per questo vigilare su forme e stili di vita che rischiano di rendere debole la testimonianza evangelica, inefficace l’azione pastorale e fragile la risposta vocazionale. Vi domando perciò di aiutare i vostri confratelli a custodire e a ravvivare la fedeltà alla chiamata. La preghiera rivolta da Gesù al Padre prima della sua Passione, perché custodisse nel suo nome tutti i discepoli che Gli aveva dato e perché nessuno di loro si perdesse (cfr Gv 17,11-12), vale in particolare per le vocazioni di speciale consacrazione”[14].

Per questo “la vita spirituale deve essere al primo posto nel programma”[15] della Congregazione. La “lectio divina”, praticata quotidianamente da ogni salesiano, e l’Eucaristia, celebrata ogni giorno nella comunità, sono l’alimento. Il riferimento al Vangelo e alla Regola di vita sono garanzia di fedeltà. La vita povera e austera aiutano il superamento dell’insidia dell’imborghesimento. Nostro compito è restituire fascino alla vita consacrata; essa deve continuare a suscitare grazia e simpatia, fantasia e immaginazione; essa deve far sorgere forza, entusiasmo, aspettativa. E’ un fascino che deriva dalla centralità di Cristo, dalla profondità della vita spirituale, dalla forza della missione, dall’ascolto del grido dell’umanità povera, dall’accoglienza fraterna nelle comunità. Tale fascino genera vocazioni; affascinati da Cristo, diventeremo proposta vocazionale attraente per i giovani.

Occorre confermare i fratelli nella vocazione; la formazione offre loro motivazioni, indica cammini di crescita, aiuta a rafforzarli vocazionalmente. Senza una proposta carismatica, avvincente e coinvolgente, è difficile il processo di identificazione vocazionale. La debolezza di proposta provoca lo sviluppo di identità incerte e confuse. Don Bosco si preoccupò non solo di scegliere dei collaboratori, ma di farli discepoli, ossia di appassionarli, di renderli responsabili del carisma. Le fragilità dei confratelli, soprattutto di quelli più giovani, sono una invocazione; esse sottendono una domanda formativa. I giovani confratelli da una parte cercano autenticità, affetto, grandezza d’orizzonti; d’altra parte sono fondamentalmente soli, attratti e feriti dal benessere, confusi dal disorientamento etico. A tutti, e a loro specialmente, va riservata una cura amorevole.

Il consacrato salesiano, che ha fatto l’esperienza gioiosa dell’incontro con il Signore Gesù, avrà il coraggio di comunicare il vangelo a tutti; cercherà vie inedite per far conoscere, specialmente ai giovani, la figura di Gesù, perché ne percepiscano il perenne fascino; concentrerà il suo compito evangelizzatore nel “proporre a tutti di vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù”[16]. Da questo amore appassionato per il Signore Gesù nascerà cioè la sua passione apostolica.

2.3. Passione apostolica

Anche la passione apostolica è un dono e un frutto dello Spirito, che il CG26 propone alla nostra attenzione. Il motto “da mihi animas, cetera tolle” invita ogni salesiano ad assumere la passione apostolica, di cui don Bosco è splendido esempio[17]. Tale programma di vita è proposto ad ogni salesiano. Si tratta di ritornare a don Bosco, per ripartire dalla sua passione apostolica. Alla scuola di San Giuseppe Cafasso, egli imparò ad assumere questo motto come sintesi di un modello di azione pastorale ispirato alla figura e alla spiritualità di San Francesco di Sales.

Nell’udienza concessa ai capitolari il Papa Benedetto XVI così ha descritto il modello pastorale assunto da don Bosco e alimentato dalla passione apostolica: “L’orizzonte in cui si colloca tale modello è quello del primato assoluto dell’amore di Dio, un amore che giunge a plasmare personalità ardenti, desiderose di contribuire alla missione di Cristo per accendere tutta la terra con il fuoco del suo amore (cfr Lc 12,49). Accanto all’ardore dell’amore di Dio, l’altra caratteristica del modello salesiano è la coscienza del valore inestimabile delle “anime”. Questa percezione genera, per contrasto, un acuto senso del peccato e delle sue devastanti conseguenze nel tempo e nell’eternità. L’apostolo è chiamato a collaborare all’azione redentrice del Salvatore, affinché nessuno vada perduto. “Salvare le anime” fu quindi l’unica ragion d’essere di Don Bosco. Il Beato Michele Rua, suo primo successore, così sintetizzò tutta la vita del vostro amato Padre e Fondatore: ‘Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù ... Realmente non ebbe a cuore altro che le anime’”[18].

Nelle situazioni difficili di oggi occorrono profeti, ricolmi di Spirito Santo, che sappiano rincuorare, accompagnare oltre il deserto e l’esilio, indicare nuovi percorsi di evangelizzazione, incoraggiare a sostenere la prova della fede. Dopo il deserto e l’esilio c’è di nuovo la terra e la città, il tempio ed il culto, i canti e le feste. Oggi a noi è chiesto di risvegliare il cuore di ogni confratello per superare la prova dell’apatia, dell’indifferenza, dell’atonia e per ridare entusiasmo alle comunità. La vita consacrata è minacciata dall’insidia della mediocrità e dell’inerzia, dal pericolo di confondersi e appiattirsi sui valori del mondo, dall’imborghesimento e dal consumismo. Il ritorno a Don Bosco e l’accendere in ogni confratello il fuoco della passione apostolica ci aiutano ad assumere agilità, slancio ed entusiasmo, che sono segni dell’azione dello Spirito, per la causa del vangelo.

La passione apostolica è in grado di ravvivare il cuore di ogni confratello; da qui sarà facile assumere le sfide che il CG26 ci propone e affrontarle con impegni concreti nell’evangelizzazione, nella cura delle vocazioni, nello stile di vita semplice e povero e nella scelta delle nuove frontiere. Nessun dei nuovi e sfidanti impegni che il CG26 ci propone potrà essere assunto senza un cuore appassionato apostolicamente. Così ancora continuava il Papa Benedetto XVI: “Anche oggi è urgente alimentare nel cuore di ogni salesiano questa passione. Egli non avrà così paura di spingersi con audacia negli ambiti più difficili dell’azione evangelizzatrice a favore dei giovani, specialmente dei più poveri materialmente e spiritualmente. Avrà la pazienza ed il coraggio di proporre ai giovani di vivere la stessa totalità di dedizione nella vita consacrata. Egli avrà il cuore aperto a individuare i nuovi bisogni dei giovani e ad ascoltare la loro invocazione di aiuto, lasciando eventualmente ad altri i campi già consolidati di intervento pastorale. Egli affronterà per questo le esigenze totalizzanti della missione con una vita semplice, povera ed austera, nella condivisione delle stesse condizioni dei più poveri ed avrà la gioia di dare di più a chi nella vita ha avuto di meno”[19].

La passione apostolica dovrà essere comunicata anche ai giovani, ai laici, alle famiglie, suscitando in questo modo vocazioni all’impegno apostolico: “La passione apostolica si farà così contagiosa e coinvolgerà anche altri. Il salesiano diventa pertanto promotore del senso apostolico, aiutando prima di tutto i giovani a conoscere ed amare il Signore Gesù, a lasciarsi affascinare da Lui, a coltivare l’impegno evangelizzatore, a voler far del bene ai propri coetanei, ad essere apostoli di altri giovani, come San Domenico Savio, la Beata Laura Vicuña ed il Beato Zefirino Namuncurà e i cinque giovani Beati Martiri dell’oratorio di Poznań. Cari salesiani, sia vostro impegno formare laici con cuore apostolico, invitando tutti a camminare nella santità di vita che fa maturare discepoli coraggiosi ed autentici apostoli”[20].

E’ urgente quindi la formazione alla passione, come già proponeva il Congresso internazionale della vita consacrata “Passione per Cristo, passione per l’umanità” del novembre 2004. La passione apostolica è il centro della vita spirituale, perché non è altro che una forma della carità pastorale. Lo Spirito Santo è il primo protagonista impegnato nell’azione evangelizzatrice, anche di fronte alle nuove sfide del secolarismo, dell’indifferenza religiosa, dell’emarginazione della fede cristiana. Egli c’è e sta operando: arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi. A noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto alle sfide del nostro tempo, anzi arriva là dove mai avremmo immaginato e sta giocando nell’invisibilità la sua partita vittoriosa. Lo Spirito saprà suscitare e alimentare la passione apostolica nel nostro cuore.

 

2.4. Discernimento spirituale e pastorale

Il CG26 ci affida il compito di acquisire capacità di discernimento. Lo Spirito Santo ci aiuta ad accogliere e a praticare il discernimento. Esso è un dono dello Spirito, ma anche una operazione realizzata dallo Spirito e nello Spirito. Come già il CG25, per lo studio dei nuclei tematici il CG26 ha adottato il discernimento. Tale metodo era stato utilizzato precedentemente anche per il progetto di vita personale e il progetto di vita comunitaria. Ciò è stato di grande aiuto nel lavoro capitolare, perché il metodo era già conosciuto, la strada era già praticata, le difficoltà erano già note. Ciò ha permesso l’approfondimento agile dei contenuti, il conseguimento facile dei traguardi, lo sviluppo progettuale e non solo dottrinale del tema. Attraverso lo studio del testo capitolare ci è offerta un’altra opportunità per acquisire tale metodo. Il discernimento è una esigenza della vita cristiana, oggi particolarmente tematizzata, che è sempre stata presente nella tradizione spirituale cristiana ed anche salesiana. E’ questa l’occasione per apprenderlo ed assumerlo decisamente.

Di fronte ai contesti e ai momenti della storia e della vita, soprattutto i più impegnativi, abbiamo imparato ad interrogarci su che cosa Dio ci stia dicendo e chiedendo. Abbiamo appreso a rispondere alla provocazione degli avvenimenti e a ricercare quali sono le strade che in essi Dio ci indichi. Questo modo di porsi di fronte alle situazioni richiede da noi una visione di fede. Sapere interrogare le Sacre Scritture, soprattutto attraverso l’esercizio della “lectio divina”, ci abilita ad interrogare le situazioni e a scoprire la chiamata di Dio “hic et nunc”. “Non spegnete lo Spirito; non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa; tenete ciò che è buono” (1 Tes. 5, 19). Chi vive l’esercizio quotidiano della “lectio divina” impara a fare il discernimento e a rispondere agli appelli di Dio. Il discernimento richiede esercizio e domanda apprendimento.

Il discernimento è fondamentalmente esercizio di obbedienza, che è ricerca e poi attuazione della volontà di Dio individuata nelle situazioni. La lunga tradizione del discernimento, tanto centrale nell’obbedienza, è fondata sull’attenzione e sulla sensibilità ai segni dello Spirito nella vita e nel cuore del credente. I segni della volontà di Dio si rintracciano più facilmente, se si vive in sintonia e in disponibilità allo Spirito. La recente istruzione della Congregazione per gli istituti di vita consacrata “Faciem tuam requiram”[21] sull’esercizio dell’autorità e sull’obbedienza ci domanda di porci in continua ricerca della volontà di Dio, alla sequela di Gesù, Figlio obbediente del Padre, in ascolto dello Spirito; ci domanda quindi di essere in stato permanente di discernimento.

Anche le Costituzioni salesiane agli articoli 44 e 66 indicano il discernimento come la modalità fondamentale per vivere il servizio di autorità e l’obbedienza. “Nella comunità e in vista della missione, tutti obbediamo, pur con compiti diversi. Nell'ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione dell'Eucaristia esprimiamo e rinnoviamo la nostra comune dedizione al divino volere. Nelle cose di rilievo cerchiamo insieme la volontà del Signore in fraterno e paziente dialogo e con vivo senso di corresponsabilità. Il superiore esercita la sua autorità ascoltando i confratelli, stimolando la partecipazione di tutti e promuovendo l'unione delle volontà nella fede e nella carità. Egli conclude il momento della ricerca comune prendendo le opportune decisioni, che normalmente emergeranno dalla convergenza delle vedute. Tutti quindi ci impegniamo nell'esecuzione collaborando sinceramente, anche quando i propri punti di vista non sono stati accolti”. (Cost. 66)

Il discernimento ci chiede di stare aperti alle sorprese di Dio. Nel discernimento sappiamo come si entra, ma non come si esce. Esso non è progettazione di ciò che desideriamo che avvenga, ma apertura e disponibilità anche all’imprevisto. L’imprevedibilità di Dio è la nostra unica speranza. “Lasciamoci sorprendere da Dio” è l’invito che più volte il Papa Benedetto ci rivolge. La sorpresa è compagna inseparabile, anche se inattesa e insperata, di un discernimento reale e profondo. Se ciò che cerchiamo con tutto il cuore è la volontà di Dio e se Dio è libero di manifestarsi e di guidare coloro che lo cercano, occorre lasciare una porta aperta alle sorprese. La Sacra Scrittura testimonia continuamente quanto ci costi vivere aperti alle novità di Dio.

Il discernimento in un secondo momento ci chiede di confrontare gli appelli di Dio con la situazione, evidenziando gli aspetti positivi e quelli problematici, le risorse e le difficoltà, le disponibilità e le resistenze, le luci e le ombre. Infine esso ci domanda di individuare le linee di azione, scegliendo obiettivi, strategie, interventi. Il discernimento ci aiuta a scoprire che “qui e ora” c’è qualche cosa di inedito da ascoltare e da vedere; l’ascolto e la visione ci aprono alle decisioni evangeliche; il discernimento ci conduce fino a scelte, che richiedono lungimiranza e magnanimità.

La parabola evangelica del costruttore, che valuta le possibilità di far fronte alla realizzazione di un’opera edilizia, è un invito a ponderare bene i traguardi che Dio ci indica, le risorse che abbiamo, le conseguenze e i rischi delle nostre decisioni. “Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro” (Lc. 14, 28 - 30). Ora con il CG26 è ormai tempo che diamo attuazione più decisa a questo stile e metodo di discernimento.


3. Soggetti rinati dallo Spirito

In questo terzo passo ci domandiamo: quali sono i soggetti a cui sono affidati gli impegni formativi del CG26? Quali sono i compiti che essi responsabilmente debbono assumere per rinascere dallo Spirito? Quali cammini formativi debbono intraprendere?

3.1. Unicità della vocazione consacrata salesiana

Il CG26 propone un interessante cambio di prospettiva nella considerazione della vocazione del salesiano prete e del salesiano coadiutore. A fondamento della diversità delle nostre due forme vocazionali, c’è l’unicità della vocazione consacrata salesiana. Come nell’ecclesiologia di comunione gli aspetti comuni della vocazione cristiana hanno la precedenza sulle specificazioni delle diverse vocazioni, così anche per noi la vita consacrata salesiana precede le diversità delle forme vocazionali. Nel documento capitolare questa prospettiva è presente nei numeri m55, 59 e 74; essa può costituire l’inizio di sviluppi promettenti.

A titolo di esempio, vediamo quella mirabile sintesi che il documento capitolare riporta al numero 55: “Don Bosco ha voluto che la Congregazione si caratterizzasse per la presenza complementare di salesiani laici e salesiani ministri ordinati. Siamo perciò chiamati a dare priorità e visibilità all’unità della consacrazione apostolica, pur realizzandola nelle due forme diverse. Possiamo fare questo rafforzando il primato di Dio e la sequela radicale di Cristo come fondamento della nostra vita. La consacrazione apostolica salesiana dà una particolare connotazione educativa al modo di essere ministro ordinato ponendo annuncio della parola, celebrazione liturgica e guida della comunità a servizio della crescita dei giovani; è questo l’apporto specifico che egli deve offrire alle comunità educative pastorali e alle Chiese locali. La medesima consacrazione caratterizza il salesiano coadiutore, facendone un educatore e un evangelizzatore a tempo pieno, capace di portare in tutti i campi educativi e pastorali il valore della sua laicità e di essere vicino ai giovani e alle realtà del lavoro (cfr. Cost 45). Consapevoli che la Congregazione metterebbe a rischio la sua identità, se non conservasse questa complementarità, siamo chiamati ad approfondire l’originalità salesiana del ministero ordinato e a promuovere maggiormente la vocazione del salesiano coadiutore”[22].

Il primo e fondamentale guadagno di questa prospettiva deriva dall’imprescindibile riferimento alla vita consacrata, che fonda e favorisce la comunione nella comunità e la comune testimonianza evangelica. La vita consacrata precede ogni distinzione funzionale tra le due forme vocazionali, specialmente se si rafforza in essa il primato di Dio e la sequela radicale di Cristo. Per questo nell’animazione e nel discernimento vocazionali occorre presentare sempre insieme le due vocazioni e il loro fondamento comune di vita consacrata e di salesianità; ciò aiuta a valorizzare maggiormente la vocazione del salesiano coadiutore. Tale riferimento comune favorisce pure una migliore comprensione dell’identità delle due forme vocazionali, come anche una loro concreta complementarità; le due forme della vocazione consacrata salesiana risultano infatti complementari non solo a livello di azione educativa pastorale, ma anche di identità.

La precedenza dell’unica vocazione consacrata salesiana rispetto alla sue due forme non vanifica le specificità delle due identità, anzi richiede di approfondirle, ossia di individuare le caratteristiche del salesiano prete e del salesiano coadiutore. L’unità vocazionale richiede di creare consapevolezza e di tenere conto delle differenze, che sono una ricchezza. Nello stesso tempo il fondamento comune non può sminuire il particolare impegno per la cura e la promozione della vocazione del salesiano coadiutore che oggi è richiesto; sono ancora infatti notevoli le debolezze negli ambiti della comprensione dell’identità di questa figura, nella sua visibilità, nella formazione e nell’animazione vocazionale. E’ da notare infine che questa visione delle due forme della vocazione consacrata salesiana, considerata nella sua unicità, nelle sue specificità e nella sua complementarità, sta a fondamento sia della formazione iniziale che di quella permanete.

3.2. Centralità della persona del salesiano

Già la lettera di convocazione del CG26 propone nel suo obiettivo fondamentale una grande attenzione alla persona del singolo confratello, la cui vocazione è un dono di Dio alla Chiesa, alla Congregazione e ai giovani. Oltre a rafforzare l’identità carismatica attraverso il ritorno a Don Bosco, il CG26 “domanda pure di accendere il fuoco della passione spirituale e apostolica nel cuore di ogni confratello, aiutandolo a motivare e a unificare la sua vita con l’impegno della realizzazione della ‘gloria di Dio e della salvezza delle anime’”.[23] Identificarsi con don Bosco, con la sua esperienza spirituale e con la sua azione apostolica è compito di ogni salesiano. Egli è interpellato direttamente ad assumere questo impegno ed è chiamato a riscaldare il proprio cuore.

Il CG26 non ha deluso questa intenzionalità; esso ha dato finalmente centralità alla persona del salesiano consacrato. Le strategie dei tre Capitoli generali precedenti avevano posto l’accento sulla comunità salesiana locale come soggetto principale dell’educazione alla fede dei giovani, del coinvolgimento dei laici e della testimonianza evangelica, fraterna e apostolica. Il CG26 decide di creare un nuovo equilibrio e uno spostamento di attenzione sulla persona del confratello. In quasi tutte le linee di azione infatti, oltre che ad altri soggetti, il CG 26 si rivolge direttamente al salesiano senza mediazioni: lo provoca, lo interpella, ne chiede la risposta.

Il porre al centro la persona del confratello è anche segno di attenzione alla cultura odierna delle nuove generazioni di salesiani, che esprimono sensibilità per le relazioni interpersonali, per la cura e l’edificazione di sé, per gli affetti e le emozioni, per la storia personale di vita. Si tratta di una “svolta copernicana” intenzionalmente annunciata, che domanda di essere effettivamente realizzata. In tale processo di personalizzazione non si abbia paura di un rafforzamento dell’individualismo o di un ripiegamento nel soggettivismo. Si tratta infatti sempre del “confratello nella comunità”, ossia del salesiano al centro di una rete di relazioni e non ripiegato narcisisticamente su di sé.

Il CG26 chiede ad ogni salesiano di assumere lo stesso programma di vita di Don Bosco. In questo modo egli diventa una ripresentazione di don Bosco per i giovani di oggi. “Don Bosco ritorna tra i giovani ancora” proprio attraverso la dedizione, la passione e il cuore di ogni salesiano. Noi non sappiamo cosa farebbe don Bosco oggi; conosciamo cosa ha fatto ai suoi tempi; tocca a noi discernere e scegliere cosa fare oggi, lasciandoci ispirare da lui. Dice il Papa Benedetto XVI parlando del motto programmatico di Don Bosco: “In esso è racchiusa tutta la personalità del grande Santo: una profonda spiritualità, l'intraprendenza creativa, il dinamismo apostolico, la laboriosità instancabile, l'audacia pastorale e soprattutto il suo consacrarsi senza riserve a Dio e ai giovani. Egli fu un santo di una sola passione: "la gloria di Dio e la salvezza delle anime". È di vitale importanza che ogni salesiano tragga continuamente ispirazione da Don Bosco: lo conosca, lo studi, lo ami, lo imiti, lo invochi, faccia propria la sua stessa passione apostolica, che sgorga dal cuore di Cristo. Tale passione è capacità di donarsi, di appassionarsi per le anime, di patire per amore, di accettare con serenità e gioia le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica”.[24]

Dagli stimoli che CG26 offre ad ogni confratello emerge il profilo del salesiano con una identità propositiva e attraente. Ognuno, senza attendere le scelte della comunità o dell’ispettoria, può subito iniziare ad assumerlo, a farlo proprio, a concretizzarlo nella sua situazione. “Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza” (1 Gv 3, 20). Lo Spirito che parla e agisce dentro di noi ci ispira e ci smuove direttamente; la nuova Pentecoste della Congregazione riguarda il cuore di ciascuno. Lo Spirito è agile e penetra dove vuole, come vuole e quando vuole. Non attende i cambiamenti strutturali, che spesso sono lenti e incontrano resistenze. Nell’applicazione del CG26 lo Spirito mette in moto in ciascun confratello una freschezza e una novità di vita che provoca e richiede l’unico cambiamento veramente efficace e decisivo: la conversione del cuore.

Ora ci troviamo in una fase nuova della nostra vita e della storia della Congregazione. Dopo il CG26 nasce spontaneo il bisogno di aggiornare il progetto personale di vita a partire da queste nuove prospettive. Il “da mihi animas, cetera tolle” chiede ad ogni salesiano di essere un mistico e un asceta. Il progetto ci aiuta a unificare la vita, a dare attuazione alle nostre scelte, ad individuare il cammino di crescita, a discernere le priorità. Esso è assunzione di responsabilità nella cura di sé, nel cammino di santità e nell’autoformazione. Il progetto ci aiuta ad assumere una mentalità di fedeltà vocazionale e di formazione permanente, che domandano la preghiera personale, lo studio, l’aggiornamento e quindi il rinnovamento della nostra vita.

3.3. Significatività della comunità salesiana

Il singolo confratello, pur essendo visto dal CG26 come il primo responsabile della propria formazione, vive in relazione con la sua comunità ed ha bisogno dell’aiuto della comunità per realizzare i compiti che il CG26 gli affida. La comunità è vista dal CG26 secondo tre caratteristiche fondamentali: essa è attenta ad mettersi con amore al seguito del Signore Gesù e a vivere le esigenze del Vangelo e per questo diventa evangelizzatrice[25]; essa vive con gioia la vocazione consacrata salesiana, testimonia la sua vita spirituale, fraterna ed apostolica, diventa la prima proposta vocazionale ai giovani[26]; essa conduce una vita semplice, povera e austera, testimonia la povertà credibile del “cetera tolle” e diventa solidale con i più poveri[27].

La comunità appoggia il confratello, offrendogli i mezzi per consolidare la sua crescita vocazionale. La vita quotidiana della comunità è la “via regia” della formazione: valorizzare i momenti ordinari, preparati e realizzati con cura, forma la comunità. Le occasioni comunitarie di formazione sono molteplici: la “lectio divina”, la preghiera e le celebrazioni liturgiche, in particolare l’Eucaristia e la Riconciliazione, il giorno settimanale della comunità, le feste salesiane come opportunità di comunicazione del carisma, il sostegno per la maturazione affettiva, lo scrutinio della povertà e della testimonianza di vita, il riferimento alle Costituzioni e il radicamento nella salesianità.

Si tratta di aiutare la comunità ad approfondire e consolidare la propria vita consacrata e carismatica attraverso l’animazione comunitaria. Certamente alcuni orientamenti del CG26 non sono una novità; ciò probabilmente indica che è necessario far uscire i confratelli dalla routine e impegnarli ad assumere responsabilità per utilizzare meglio questi mezzi più significato. Per la salesianità si tratta di ricuperare il terreno perso negli ultimi anni e di stimolare un nuovo interesse e impegno per il carisma. E’ strategico considerare il fatto che il rafforzamento della vita spirituale e carismatica non avverrà se manca il servizio animatore del direttore attraverso la buonanotte, le conferenze, il colloquio fraterno, comunicazione del carisma (Cfr. CG26, 21). Qui si trova una delle necessità più importanti che sfida la Congregazione: la preparazione adeguata dei direttori.

In generale, gli orientamenti del CG26 riguardanti la comunità salesiana e il suo compito formativo non si scostano molto dalle indicazioni dei Capitoli generali precedenti; vi è però una nuova urgenza e ci sono delle nuove sottolineature. C’è in particolare una continuità necessaria con il CG25, che in caso contrario rischia di essere dimenticato e che ha bisogno di più tempo per essere assunto. Il progetto comunitario di vita e la programmazione formativa annuale aiuteranno la comunità ad assumere più consapevolmente i propri impegni. La formazione è a servizio della profezia della comunità e della sua significatività.

Le linee d’azione del CG26 trovano nuovi spazi per la formazione in comunità. Essa non è concepita come una realtà ridotta ad alcuni incontri dentro il circolo ristretto della comunità; essa si apre ad ampi e nuovi orizzonti in termini di corresponsabili, contenuti, e destinatari. In certi ambiti, come nella salesianità, la formazione e l’aggiornamento vanno fatti insieme ai laici corresponsabili della missione; così pure la ricomprensione e il rinnovamento della prassi dell’assistenza salesiana.

Inoltre i contenuti della formazione del salesiano e della comunità devono abbracciare il mondo circostante, specialmente i giovani. Ecco perché nella programmazione annuale della comunità ci devono essere alcuni incontri di formazione per uno studio approfondito della condizione giovanile; si propone la partecipazione dei giovani stessi negli incontri di riflessione e di condivisione o l’incontro nei loro ambienti di vita. La comunità salesiana ha bisogno di una buona conoscenza delle nuove povertà giovanili a cui è chiamata a rispondere e deve riflettere sul rapporto tra fede, cultura e religioni se vuole essere in grado di annunciare il Vangelo dentro le grandi questioni che attraversano la coscienza dell’uomo d’oggi.

Il CG26 richiede alla comunità di offrire una formazione apostolica ai laici della comunità educativa pastorale, che hanno già fatto una scelta cristiana, una formazione che li aiuti ad avere la passione apostolica e ad essere educatori della fede. Come pure essa deve formare le famiglie, coinvolgere i genitori nell’azione educativa ed evangelizzatrice dei figli, deve curare la pastorale familiare, deve aiutare i genitori perché siano aperti alla vocazioni dei loro figli.

3.4. Sussidiarietà dell’ispettoria

Secondo le nostre Costituzioni all’articolo 58, spetta all’ispettoria seguire “con amore i nuovi confratelli” ed essere “sollecita per la formazione di tutti.” Essa adempie questa sua responsabilità mediante le sue strutture di animazione e governo che sono costituite principalmente dall’Ispettore con il suo Consiglio, assistiti dal Delegato ispettoriale per la formazione con la sua Commissione. Ad ogni Ispettoria il CG26 affida dei compiti in tre aree importanti della formazione.

In primo luogo il CG26 indica il campo della formazione iniziale. Le diverse fasi formatrici giocano un ruolo importante nell’arco della formazione. Vi è un consenso oggi circa il bisogno di un accompagnamento per i candidati attraverso l’aspirantato, che può assumere diverse forme. Essendo l’aspirantato il punto di incontro della pastorale giovanile e della formazione, il CG26 favorisce la riflessione e la collaborazione comune tra questi ambiti, senza limitarsi a questo aspetto. Conscia però delle difficoltà formative di questo fase, l’ispettoria deve provvedere all’aggiornamento di salesiani e laici corresponsabili per il discernimento vocazionale e l’accompagnamento. Il CG26 segnala altre fasi che hanno bisogno di attenzione: il tirocinio che necessita di un buon accompagnamento da parte del direttore e della comunità; la formazione specifica del salesiano coadiutore; la formazione pastorale per i candidati al presbiterato; la preparazione immediata alla professione perpetua che è un’occasione privilegiata per approfondire temi di salesianità e per fare una rilettura delle Costituzioni. Il Capitolo evidenzia pure il tema della povertà, richiedendo la sensibilizzazione dei formandi all’uso corretto di tempo, beni e denaro; il loro coinvolgimento con i giovani più svantaggiati; lo sviluppo di una sensibilità missionaria e un’apertura al dialogo con le diverse tradizioni culturali e religiose. C’è bisogno pure di formazione all’uso dei “personal media”.

Il CG26 chiama poi le ispettorie a promuovere la formazione permanente dei confratelli. Esse garantiscano percorsi di formazione per i confratelli di tutte le età, curino il quinquennio che ha bisogno di una buona impostazione per diventare un mezzo efficace di accompagnamento formativo per i giovani sacerdoti e coadiutori, offrano cammini di forte rinnovamento e sussidi adeguati, curino la qualità degli Esercizi spirituali, dei ritiri mensili e delle “lectio divina”. Esse provvedano interventi formativi per aiutare i confratelli a vivere la castità gioiosamente. Favoriscano l’aggiornamento di confratelli, laici e membri della Famiglia salesiana negli studi salesiani, la promozione di corsi di esercizi spirituali con riferimento, oltre che alla Parola di Dio, alle fonti del carisma, la proposta di pellegrinaggi nei luoghi salesiani. Per tradurre in pratica gli orientamenti del CG26 in materia di povertà, è necessario creare nei confratelli non solo una sensibilità ecologica, ma anche una sensibilità etica nella gestione e nell’utilizzo dei mezzi finanziari, avvalendosi delle professionalità disponibili in tale ambito. Occorre promuovere lo spirito missionario e iniziative di formazione tra confratelli e laici circa l’inculturazione della fede.

La realizzazione di questi orientamenti dipende in gran parte da animatori capaci di motivare ed infiammare confratelli e laici. Per questo il CG26 pone l’accento sulla qualificazione dei confratelli e dei laici. Data la mancanza di direttori preparati e la carenza nell’accompagnamento personale, il CG26 vuole che le ispettorie preparino confratelli per svolgere il ruolo di guide spirituali nelle comunità, con particolare attenzione a quelle di formazione iniziale. Per colmare la debolezza circa la salesianità, le ispettorie sono invitate a preparare personale qualificato in studi salesiani presso l’UPS o altri centri. L’urgenza dell’evangelizzazione richiede la preparazione di confratelli e laici nelle discipline pastorali. Anche la comunicazione sociale è un settore che richiede personale qualificato che sappia valorizzare tale risorsa per l’educazione e l’evangelizzazione. Finalmente, se le ispettorie intendono rispondere alle sfide provenienti dalle nuove frontiere, devono preparare il personale qualificato per gestire opere dedicate ai giovani più poveri.

4. Nello spirito capitolare

Il Capitolo generale è stato un avvenimento pentecostale, che rischia di diventare ben presto una pura cronaca da raccontare, senza uno spirito che lo renda un momento di grazia e di vita abbondante. Esso si è pure concretizzato in un bel documento, che però rischia di restare “lettera morta” senza uno spirito che lo animi. Qual è allora lo spirito del CG26?

Come è vivo e operante lo “spirito del Concilio Vaticano II” che anima la vita della Chiesa in questo tempo postconciliare, come esiste lo “spirito di Assisi” che produce sempre nuovi frutti nel dialogo interreligioso, così possiamo dire che c’è uno “spirito del CG26” che va riconosciuto ed accolto. Esso ha creato il clima spirituale e carismatico di tutta l’esperienza capitolare nei suoi momenti salienti e nella sua vita ordinaria. Esso ha guidato l’Assemblea nel confronto e nella preparazione del documento capitolare in modo che esso risultasse motivante e suggerente, profetico e coraggioso. Esso ci accompagna in questo sessennio in modo da trasformare la vita della Congregazione e da dare vitalità e vivacità a tutte le sue espressioni.

Lo spirito del CG26 è costituito soprattutto dalla grazia di unità suscitata dal programma di vita “da mihi animas, cetera tolle”. Esso consiste nell’amore a don Bosco e nella identificazione con lui, che favoriscono la fedeltà vocazionale e rendono attuale l’identità carismatica; esso è pure centrato nella passione apostolica che arde nel cuore di ogni confratello e lo spinge a cercare la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Esso sta nella capacità di discernimento delle situazioni di oggi e nella risposta pronta e generosa agli appelli di Dio e dei giovani. Lo spirito del CG26 è lo slancio evangelizzatore, è la comunicazione contagiosa della passione apostolica ai giovani e quindi della proposta vocazionale, è la semplicità ed essenzialità di vita che condivide la condizione dei poveri, è il coraggio e la profezia dello stare sulle frontiere della missione con dedizione totale.

Lo Spirito di Cristo anima e vivifica la realtà del mondo, la storia della Chiesa, la vita della Congregazione. Lo spirito del CG26 è un dono suscitato dallo Spirito del Risorto per la Congregazione salesiana a favore dei giovani di oggi. Lo Spirito ha effuso l’abbondanza dei suoi doni su tutti noi con una rinnovata pentecoste durante l’esperienza capitolare. Oggi Egli apre la mente di ogni confratello e riscalda il suo cuore; lo infiamma così di una rinnovata passione che darà frutti abbondanti. E’ nella profondità della vita spirituale che possiamo alimentare questo spirito ed è soprattutto nella vita apostolica che esso darà i suoi frutti migliori. Ravviviamo lo Spirito di Dio che ci è stato donato ed è in noi. Teniamo vivo e alimentiamo lo spirito del CG26.

* * *

Il cammino che abbiamo percorso nella lettura formativa del Capitolo generale si conclude. Partito dall’esperienza pentecostale dello Spirito vissuta durante i giorni capitolare, esso è approdato allo spirito del CG26 che ci sostiene nella sua applicazione. Da questo punto di arrivo si apre il cammino della trasformazione della nostra mente e del nostro cuore, un vero cammino di conversione e di formazione, di rinnovamento spirituale e di audacia pastorale.

Così il Papa Benedetto XVI ci diceva nell’udienza ai capitolari a riguardo della priorità della formazione: “Di fronte a questi molteplici compiti è necessario che la vostra Congregazione assicuri, specialmente ai suoi membri, una solida formazione. La Chiesa ha urgente bisogno di persone di fede solida e profonda, di preparazione culturale aggiornata, di genuina sensibilità umana e di forte senso pastorale. Essa necessita di persone consacrate, che dedichino la loro vita a stare su queste frontiere. Solo così diventerà possibile evangelizzare efficacemente. A questo impegno formativo pertanto la vostra Congregazione deve dedicarsi come ad una sua priorità. Essa deve continuare a formare con grande cura i suoi membri senza accontentarsi della mediocrità, superando le difficoltà della fragilità vocazionale, favorendo un solido accompagnamento spirituale e garantendo nella formazione permanente la qualificazione educativa e pastorale”[28].

Possano lo Spirito Santo e lo spirito del CG26 animare, motivare e sostenere il nostro cammino di formazione dei confratelli, delle comunità e delle ispettorie.

Roma, 10 dicembre 2008



[1] P. CHAVEZ, Da mihi animas, cetera tolle, in “Atti del Consiglio Generale” n. 394, Roma 24 giugno 2006, p. 4.

[2] Ibidem, p. 5.

[3] Ibidem, p. 4.

[4] P. CHAVEZ, Discorso del Rettor Maggiore Don Pascual Chávez Villanueva all’apertura del CG26, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 106.

[5] Ibidem, p. 106.

[6] BENEDETTO XVI, Lettera di Sua Santità Benedetto XVI a Don Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore SDB, in occasione del Capitolo generale XXVI, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 89.

[7] P. CHAVEZ, Discorso del Rettor Maggiore Don Pascual Chávez Villanueva alla chiusura del CG26, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 127.

[8] Ibidem, p. 133.

[9] P. CHAVEZ, Da mihi animas, cetera tolle, in “Atti del Consiglio Generale” n. 394, Roma 24 giugno 2006, p. 6.

[10] BENEDETTO XVI, Lettera di Sua Santità Benedetto XVI a Don Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore SDB, in occasione del Capitolo generale XXVI, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 90.

[11] Da mihi animas, cetera tolle. Documenti capitolari, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, nn. 3, 6, 19-22.

[12] GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, n. 22.

[13] BENEDETTO XVI, Lettera di Sua Santità Benedetto XVI a Don Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore SDB, in occasione del Capitolo generale XXVI, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 89-90.

[14] BENEDETTO XVI, Discorso nell’udienza ai Capitolari del 31 marzo 2008, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 123.

[15] GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, n. 93.

[16] Da mihi animas, cetera tolle. Documenti capitolari, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, n. 24.

[17] Ibidem, nn. 3, 6, 19-22.

[18] BENEDETTO XVI, Discorso nell’udienza ai Capitolari del 31 marzo 2008, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 124.

[19] Ibidem, p. 124.

[20] Ibidem, p. 125.

[21] CIVCSVA, Il servizio dell’autorità e l’obbedienza. ‘Faciem tuam requiram’, Città del Vaticano 11 maggio 2008.

[22] Da mihi animas, cetera tolle. Documenti capitolari, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, n. 55.

[23] P. CHAVEZ, Da mihi animas, cetera tolle, in “Atti del Consiglio Generale” n. 394, Roma 24 giugno 2006, pp. 8-9.

[24] BENEDETTO XVI, Lettera di Sua Santità Benedetto XVI a Don Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore SDB, in occasione del Capitolo generale XXVI, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 90.

[25] Da mihi animas, cetera tolle. Documenti capitolari, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, n. 23.

[26] Ibidem, n. 52.

[27] Ibidem, n. 79.

[28] BENEDETTO XVI, Discorso nell’udienza ai Capitolari del 31 marzo 2008, in “Atti del Consiglio Generale” n. 401, Roma 11 maggio 2008, p. 126.