VENERABILE VINCENZO CIMATTI (1879-1965)


PREGHIERA
O Gesù, mite ed umile di cuore,
che mediante il tuo fedele servo,
il Venerabile Vincenzo Cimatti,
hai voluto manifestarci la bontà del Padre celeste,
concedici a sua imitazione una santa allegria,
fedeltà nell’esecuzione del nostro dovere
e un’attiva unione fra noi e con te
nella carità e nella preghiera.
Ti supplichiamo, per l’intercessione della tua Santissima Madre Maria Ausiliatrice,
di affrettare la glorificazione del tuo servo fedele
e di concederci, per sua intercessione,
la grazia che ti chiediamo...
Amen.

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Inizio del processo: 6-1-76;
Venerabile: 21-12-91

In questo articolo:

Vero romagnolo di Faenza, proviene da una famiglia di santi: dei tre figli superstiti, lui è venerabile; la sorella, suor Maria Raffaella, della Congregazione delle Suore Ospedaliere della Misericordia, è stata beatificata il 12 maggio 1996; Luigi, Salesiano coadiutore e missionario in America Latina, morì in concetto di santità. Vincenzo nacque a Faenza il 15 luglio 1879 da Giacomo e Rosa Pasi, genitori di modestissima condizione economica. Perdette il papà all’età di tre anni. Fu in quell’anno che la mamma, sollevandolo sulle braccia, gli additò don Bosco, presente a Faenza nella chiesa parrocchiale: “Vincenzino, guarda, guarda don Bosco!”. Di questo provvidenziale incontro Vincenzo Cimatti conservò il ricordo per tutta la vita. A nove anni entrò nel collegio salesiano di Faenza e si rivelò subito un ragazzo brillante. Vi restò sette anni e poi scelse di diventare Salesiano. Percorse le varie tappe formative fino al sacerdozio che gli fu conferito da monsignor Cagliero nel marzo del 1905. Parallelamente alla formazione religiosa curò anche quella professionale, e in varie direzioni: diploma di abilitazione all’insegnamento in Canto corale presso il Regio Conservatorio di Parma (1900), laurea in Scienze Naturali alla Regia Università di Torino con specializzazione in Agraria (1903), laurea in Filosofia e Pedagogia sempre all’Università di Torino (1907). Plurima la preparazione, plurimi i ruoli affidatigli: maestro di musica, direttore dell’oratorio San Luigi di Torino (1912-1919), insegnante, preside e compositore brillantissimo nel collegio di Valsalice e poi direttore della comunità. Le sue operette venivano eseguite ampiamente nelle scuole e oratori salesiani. Viene chiamato “Maestro” da generazioni di chierici.

Il suo grande sogno però fu sempre quello di andare in missione. Questa “grazia” era da lui chiesta con tanta insistenza al Rettor Maggiore, don Filippo Rinaldi, oggi beato: “Mi trovi un posto nella missione più povera, più faticosa, più abbandonata. Nelle comodità io non mi ci trovo”. Gli fu accordata quando ormai aveva 46 anni. Venne inviato come capo-spedizione in Giappone con 5 sacerdoti e 3 laici a fondare la missione e l’opera salesiana. Vi lavorerà 40 anni. Conquista il cuore dei Giapponesi con la sua finezza, con il suo talento artistico (dirige concerti musicali con strepitoso successo) e più ancora con la sua bontà. Va ai più poveri, ai bimbi, ai vecchi, ai malati. Apre orfanotrofi, oratori, scuole professionali. Mette in piedi a Tokyo un’editrice. Versatile, lasciò molti scritti di pedagogia, di agraria, di agiografia. Sono state raccolte 6.138 sue lettere. Fu musico di una fecondità straordinaria: circa 2.000 i concerti da lui tenuti in Giappone, Manciuria, Corea del Nord e del Sud e circa 950 le sue composizioni musicali, tra cui 18 Messe cantate, la prima opera lirica in lingua giapponese – “Hosokawa Grazia” (in tre atti) – e 48 operette.

Con lui nacque la prima casa salesiana a Miyazaki ed egli ne fu il primo direttore. Tre anni più tardi diventerà il superiore della nascente visitatoria. Quando nel 1935 la missione di Miyazaki-Oita fu eretta in Prefettura Apostolica, egli fu nominato Prefetto Apostolico con il titolo di Monsignore. “Ma perché volete avvelenarmi il sangue? – scrive subito a Torino – Lasciatemi lavorare tranquillo e senza fronzoli. Lo immaginate don Bosco con i fiocchi e le frange?”. Agli amici che dall’Italia gli hanno inviato il corredo da monsignore spedisce indietro tutto: “Vendete e mandatemi i soldi per i miei poveri”. Dimessosi per motivi politici nel 1940, cedette il posto a un Salesiano giapponese. Trascorse i difficili anni della guerra, pieni d’innumerevoli sacrifici, in una parrocchia di Tokyo. Nel 1949, dopo aver ricoperto per 21 anni la carica d’ispettore, ne viene finalmente sollevato. Continuò il suo lavoro come direttore dello studentato filosofico e teologico di Chofu. Solo all’età di 83 anni fu lasciato completamente libero da ruoli di responsabilità. Morì da patriarca, il 6 ottobre 1965. “Vorrei morire qui per diventare terra giapponese”. La sua salma, riesumata nel 1977 e trovata perfettamente intatta, ora riposa nella cripta di Chofu.

Monsignor Cimatti è una figura disegnata direttamente da don Bosco, di cui ha incarnato tutte le virtù” (Nazareno Padellaro). Pensare a lui è pensare subito al suo viso sorridente, gioviale, accogliente. “Quando egli si presentava – ha dichiarato un testimone – faceva sorridere i muri”. Buono con tutti e sempre. “Ma cosa bisogna fare per essere qualificati cattivi da don Cimatti?”, ci si chiedeva. Laborioso quanto mai. “Don Bosco non ha mai detto basta”, usava ripetere a chi lo invitava a riposarsi un po’.

La sua vita tra i Giapponesi fu un meraviglioso esempio d’inculturazione: “Si adattava come si adatta l’acqua a un recipiente”, dicevano di lui. Un giorno, avendo mangiato in treno il “bento” (una specie di cestino da viaggio) si sentì dire da un viaggiatore: “Dal modo con cui lei ha mangiato il ‘bento’ ho capito che ama il Giappone”. Per l’evangelizzazione si servì moltissimo della musica. E non tardò a comporre musica... giapponese! In occasione del 2600° anniversario della fondazione dell’Impero giapponese, fu invitato a comporre una sonata da trasmettere per radio. All’indomani, il giornale Asaki (il più autorevole giornale del Giappone) giudicò questa composizione “la più giapponese di quelle giapponesi”.

Un uomo tanto dotato eppur così umile! “Con tutti i suoi talenti egli sembrava un mendicante”. Una volta che andò per fare la visita canonica a una comunità di suore, la consorella portinaia che non lo conosceva non gli disse neppure di entrare perché credeva che si trattasse di un mendicante. “Nell’atto di ascoltare le confessioni sembrava volesse caricarsi lui delle nostre colpe... Sembrava lui il penitente”. Si può affermare che tutta la sua esistenza fu una continua tensione verso il “più”. È rivelatrice una sua celebre battuta: “Bisogna fare tutto il possibile e... un po’ di più!”. Monsignor Cimatti è senza dubbio uno dei Salesiani più riusciti, più completi, più simpatici, più armonici: lui maestro di armonia!


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