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Roma, 28 novembre 2005

 

 

RICERCA DEI SEGNI DI VITALITA’

NELLA VITA CONSACRATA

Don Francesco Cereda, SDB

Introduzione

La vita consacrata, oltre che essere consacrata, è essenzialmente vita. Il Signore Gesù è la sua vita. Egli è venuto per dare la vita in abbondanza (Gv.10,10). Non ci interessa una vita qualunque; per noi e per tutti coloro che si mettono radicalmente al seguito di Cristo ricerchiamo eccellenza, pienezza, bellezza, ricchezza, qualità di vita. Questo vuole essere il significato della metafora della vitalità, che è il punto di partenza, il centro e il punto di arrivo di questa ricerca.

Quando si parla delle condizioni attuali della vita consacrata, spesso si fa riferimento ad aspetti “negativi”, quali la mancanza di vocazioni, gli abbandoni, le difficoltà nel vivere il radicalismo evangelico nella società odierna. Con questo mio intervento intendo incoraggiarvi a rintracciare gli “aspetti positivi” che sono presenti nella Vita consacrata di oggi. Si tratta di ricercare segni di vitalità esistenti in essa ed in particolare nel proprio Istituto. Non è una ricerca impossibile; infatti numerosi segni di vitalità si riscontrano in diverse parti del mondo. Intendo perciò esaminare questo fenomeno più da vicino, per coglierne le manifestazioni, i fattori ed i frutti: I PARTE.

La ricerca dei segni di vitalità è finalizzata a trovare percorsi di vitalità per le nostre comunità e province. Dare o ridare “spirito e vita” alle nostre istituzioni sembra essere la via privilegiata per far fronte alle sfide della fragilità vocazionale dei giovani consacrati di oggi e alle difficoltà della fedeltà vocazionale dei consacrati di ogni età. Una realtà viva, vivace e vitale suscita interesse, fascino, attrattiva di chiamata; ma soprattutto genera fecondità, autenticità, totalità di risposta. La vita genera vita. La pienezza di vita di una comunità o di una provincia irrobustisce la vocazione di chi è debole e aiuta a vivere creativamente la fedeltà: II PARTE.

Come ipotesi di partenza ho scelto alcuni criteri di vitalità per una comunità o provincia di vita consacrata: attrattiva vocazionale, bassa età media, capacità di rinforzare l’adesione e fedeltà al proprio Istituto, capacità di mobilitare i membri per compiti e forme di vita di maggiore impegno, capacità di coinvolgere i laici, specie i giovani, significatività nella Chiesa e territorio.

Con questa relazione desidero indicare un processo di ricerca e di confronto dei segni e dei percorsi di vitalità, con la consapevolezza che tanti Istituti si trovano già su questa strada.

PRIMA PARTE:

Ricerca di segni di vitalità

Per avviare l’approfondimento della realtà della vitalità, la commissione di preparazione di questa Assemblea ha pensato di fare una ricerca come sondaggio di opinione tra alcuni Istituti della USG, per raccogliere i dati che sarebbero serviti per riflettere su questo fenomeno.

Si è chiesto innanzitutto ad alcuni Istituti di operare la scelta di due loro province o comunità, che potrebbero essere qualificate come esempi di vitalità. Esse sono state scelte secondo i criteri sopraindicati. Si è anche proposto che si scegliesse una realtà in Europa Occidentale o Nord America ed un’altra tra le regioni di Europa Orientale, Africa e Madagascar, Asia, America Latina.

Gli Istituti hanno quindi inviato le loro risposte ad un questionario, costituito da16 domande. Si sperava di ricevere una quarantina di risposte; ne sono giunte 25[1], che sono però risultate molto interessanti e approfondite. Si presenta ora qui di seguito la sintesi per ciascuna domanda.

1. Senso di appartenenza

Quale è il senso di appartenenza e di identificazione dei confratelli con la propria Provincia o Entità? Il senso d’identità risponde a una visione di differenza o di eccellenza rispetto ad altre vocazioni cristiane? Oppure non si osserva un senso chiaro di distinzione?

Il senso di appartenenza dei confratelli con la propria provincia e con il proprio Istituto è uno dei segni più evidenti della vitalità. Tutte le  risposte infatti descrivono il senso di appartenenza con termini come “buono”, “molto alto”, “forte”. Una risposta dell’Africa attesta un forte amore e attaccamento alla provincia; mentre un’altra dell’India parla di un senso di orgoglio; una risposta dalla Colombia afferma l’esistenza di un’identificazione profonda con la provincia. In Polonia, grazie alla libertà riavuta dopo il 1989, ci sono stati l’apertura di nuove opere e una fioritura di vocazioni, creando così un grande entusiasmo e un forte senso d’appartenenza.

La risposta dal Madagascar allude al grande attaccamento alla propria famiglia nei primi anni della formazione iniziale, ma anche la tendenza a confondere la vocazione religiosa con una semplice appartenenza sociale o etnica; solo con la professione perpetua diventa forte il senso di appartenenza, che diventa fierezza per la propria identità religiosa. Due risposte dell’Italia vedono questo tratto più marcato tra i giovani religiosi, in quanto essi sono pieni di gioia ed entusiasmo e trovano nella comunità fiducia, incoraggiamento e pazienza. Ma una di queste risposte riconosce che “diversi anziani e in modo particolare quelli che sono impegnati nel ministero parrocchiale avvertono di meno questo senso di appartenenza”.

Metà delle risposte affermano che il senso di appartenenza e di identificazione è collegato con la consapevolezza della differenza della vita consacrata rispetto alle altre vocazioni; tre risposte aggiungono che la distinzione sta nella sequela radicale e visibile di Cristo. Quattro risposte invece non credono che sia la distinzione dalle altre vocazioni a fondare il senso di appartenenza e identificazione, quanto la possibilità di vivere il proprio carisma e la stima della società per il tipo di vita che rappresentano e per il ruolo che svolgono nel campo educativo, pastorale e sociale. Per quanto riguarda l’eccellenza della vita religiosa rispetto alle altre vocazioni, tre risposte non l’ammettono; si parla di un profondo rispetto per le altre vocazioni e si ricorda che il semplice fatto di essere religiosi non rende più perfetti degli altri cristiani.

Ci sono infine risposte che segnalano altri fattori che contribuiscono al senso di appartenenza e di identificazione. Una accenna ad una seria metodologia di promozione vocazionale, discernimento e formazione. Due altre fanno menzione alla vita comunitaria, che risulta buona dovuta per la presenza di validi modelli e per le relazioni familiari, l’aiuto reciproco, per l’ascolto dei membri prima di prendere le decisioni. In particolare le comunità multiculturali creano un’identità chiara, perché in esse si sperimenta un buon senso di ospitalità e internazionalità. Anche il progetto comune coinvolge e unifica persone, comunità e provincia. Aiutano pure la conoscenza reciproca tra i membri e la loro partecipazione ad incontri provinciali, la collaborazione nella promozione vocazionale, la diffusione di notizie nella provincia, l’opera di animazione del provinciale, la disponibilità per i compiti richiesti, la valorizzazione della storia della provincia.

2. Visibilità della consacrazione

Come si rende visibile il senso di consacrazione? Si veste l’abito o la talare? Si mostrano altri segni esterni di distinzione?

Otto risposte, di cui una dalla Polonia, una dalla Spagna e sei da paesi missionari come Congo, Colombia, Vietnam, India, Perù, sottolineano che la consacrazione si rende visibile soprattutto mediante la propria vita autentica e esemplare, l’impegno pastorale, la vicinanza al popolo di Dio, uno stile di vita caratterizzato dalla preghiera e attività svolte come comunità. L’elemento più accentuato è la visibilità quindi della testimonianza.

Ciò non toglie che si porti qualche segno esterno e visibile della propria consacrazione. Però una delle risposte dal Congo accenna alla tendenza generale di non dimostrare qualsiasi segno esteriore e distintivo in pubblico; mentre la risposta dal Vietnam dichiara che non si porta un abito speciale nel contesto non-religioso per non suscitare curiosità.

Oggi, come segno esterno e visibile della consacrazione, l’abito talare viene indossato pochissimo e soltanto da qualche anziano. Invece, i segni esterni più comuni sono il clergyman, il crocifisso oppure un distintivo proprio dell’Istituto; in genere, si porta uno di questi segni in contesti ecclesiali. Solo due Istituti dichiarano che i loro membri regolarmente portano l’abito.

3. Senso di Chiesa

Quale è il rapporto con la Chiesa gerarchica, sia a livello di Chiese particolari che di Chiesa universale? Come ci si colloca tra gli estremi di piena identificazione o di aperto criticismo?

Le risposte all’unanimità confermano buoni rapporti con la Chiesa universale e nella stragrande maggioranza con le Chiese particolari. Più in particolare si parla di “adesione cordiale al Santo Padre e ai Vescovi diocesani”; ci si dichiara “uomini dei Vescovi e del Papa”; si professa un rapporto di “sintonia e obbedienza” o “obbedienza e ossequio” secondo lo spirito del Fondatore; si proclama la “piena identificazione” con la Gerarchia.

L’inserzione nella Chiesa particolare viene generalmente descritta in termini di fattiva collaborazione nel campo della pastorale e della cura dei poveri. In una risposta si parla di cooperazione negli esercizi per il clero, nell’amministrazione di varie parrocchie, nell’aiuto per la formazione dei sacerdoti, nell’apostolato sociale, nella costruzione della riconciliazione nel paese. Questo contributo suscita nella Chiesa locale rispetto e apprezzamento. Una risposta però accenna al fatto che in qualche caso il rapporto con la Gerarchia è alquanto formale, mentre un’altra vede ancora strada da fare nel campo della collaborazione con il clero locale.

E’ anche significativo che alcune risposte alludano a delle difficoltà o a posizioni di critica verso la Gerarchia, ma poi sempre aggiungono che si cercano di risolvere le differenze mediante il dialogo rispettoso e cordiale con il Vescovo. Una risposta dalla Colombia ammette che, nonostante l’atteggiamento positivo da parte della maggioranza dei membri, ci sono alcuni che hanno un senso critico verso la Santa Sede. Un’altra dal Brasile confessa di avere, in generale, verso la Chiesa particolare ed universale, oltre alla sintonia e obbedienza, un atteggiamento di “discernimento critico”. Una terza risposta dagli Stati Uniti ammette che insieme alla cooperazione, la vita consacrata alle volte pone domande e sfide alla Gerarchia locale.

La risposta dalla Polonia lamenta che alcuni Vescovi non abbiano una concezione chiara della vita consacrata e che quindi manchino le convenzioni tra religiosi e le diocesi; i religiosi vengono impiegati in compiti che non sono in sintonia con il loro carisma. La risposta dal Madagascar allude poi al problema delle priorità: ordinariamente per i Vescovi la priorità è la pastorale, mentre per i religiosi è soprattutto la vita comunitaria; ciò che però aiuta a superare tali difficoltà è la convenzione che definisce i rapporti tra i Vescovi e i religiosi. La risposta dal Perù afferma che nella propria Provincia non ci sono apostolati individuali né confratelli che lavorano con il Vescovo, stando fuori comunità.

Un’altra risposta dal Congo - Messico dice che “con la Gerarchia vi è collaborazione e a volte anche critica, sulla natura missionaria della Chiesa”. Una seconda risposta dalla Colombia parla di “critica ai Vescovi per la loro mancanza di attitudine profetica”. La risposta dall’India vede il ruolo dei consacrati come catalizzatori che puntano sulla trasformazione della Chiesa ad ogni livello, locale e universale; per avere una Chiesa più viva, vorrebbe che la Chiesa universale desse più peso al contesto e alle tradizioni locali nel lavoro missionario.

4. Rapporti con la cultura odierna

Qual è la percezione interna alla Provincia o all’Entità della società e la cultura odierna? Come ci si pone tra gli estremi di molta critica - distanza e di rispetto - collaborazione?

In venti delle risposte ricevute, le province dimostrano una chiara consapevolezza dell’ambiguità della cultura e società moderna, e quindi formulano la loro risposta in due parole-chiave: collaborazione e critica. Significative sono due risposte, una da Madagascar e l’altra dalla Spagna, che espongono le difficoltà concrete incontrate in questo campo.

Quella del Madagascar descrive la difficoltà per le vocazioni indigene di disfarsi completamente della loro cultura tradizionale e ancestrale; esse d’altra parte non arrivano ad integrare la mentalità e la cultura occidentali e a fare buon uso delle tecnologie moderne. Esse devono assumere le esigenze della vita consacrata e del proprio carisma, particolarmente la povertà, la semplicità e la fraternità. C’è dunque bisogno di discernimento per far sì che la cultura moderna non nuoccia alla formazione dei giovani confratelli.

La risposta che viene dalla Spagna descrive come una buona parte dei confratelli sono abbastanza critici della società laicista e materialista, non per motivi evangelici ma spesso per motivi ideologici. Altri confratelli invece cercano di annunziare il Vangelo partendo da un’accettazione del mondo e dell’uomo di oggi; ma incorrono nel pericolo dell’accettazione di uno stile di vita non evangelico.

Mettendo insieme i vari elementi delle risposte, si può tracciare il tipo di approccio alla cultura moderna. Si ritiene che il primo passo debba consistere nel mostrare una grande apertura alla cultura: avvicinarsi alla gente, ascoltarla con simpatia, interessarsi della loro vita e dei problemi della società. E’ urgente affrontare la realtà dell’inculturazione, a cui alludono tre risposte dall’India, e del dialogo interreligioso. Si tratta anche di comprendere gli elementi della modernità, come la tecnologia, il linguaggio, le relazioni, l’organizzazione della scuola, il tempo libero.

Poi si richiede di fare un discernimento evangelico, che sappia valutare le sfide della cultura odierna. Gli elementi che promuovono la giustizia sociale e la dignità umana vengano appoggiati, come pure tutte le istanze che promuovono la vita o il bene comune. In molti casi siamo chiamati a collaborare con gli enti culturali, scuole statali, università, comuni, ecc. Queste sono occasioni propizie per evangelizzare mediante l’inserzione dei valori evangelici nella realtà socio - culturale e per effettuare una trasformazione della cultura dal di dentro.

Infine si pensa importante che si sappia tenere le distanze dai controvalori che si oppongono alla vita, dalla mentalità edonista e consumistica, dalla tendenza al secolarismo e all’individualismo, dagli squilibri e dalle ingiustizie prodotte dalla globalizzazione. Tutto questo suppone che la vita consacrata abbia un senso chiaro della sua identità evangelica e sia convinta del suo ruolo profetico.

Come altre tre risposte hanno rilevato, a livello teorico i consacrati riescono a distinguere i valori e i controvalori della società e a riconoscere ciò che il vangelo richiede loro. A livello pratico la società esercita un influsso molto più grande sulla vita consacrata di quanto s’immagini, creando talvolta delle crisi. Quindi, per far fronte a questa sfida, diventa necessaria la formazione permanente, la riflessione comunitaria, gli esercizi spirituali, i giorni di ritiro e altri mezzi, cercando sempre una maggior autenticità.

5. Equilibrio formativo

 

Qual è l’orientamento ideologico o teologico, specie nella formazione, tra gli estremi di molto progressista e molto tradizionalista?

Undici risposte ritengono che la loro formazione non sia né tradizionalista né progressista, ma realista, mantenendo un equilibrio tra i due estremi. Due di queste, dal Vietnam e dal Congo, valutano la loro formazione tradizionale ma aperta, essendo “ben coscienti dell’illusione delle tendenze progressiste anche della sinistra”. La risposta peruviana ritiene che la tendenza progressista nella formazione sia anti-romana, anti-gerarchica e anti-liturgica e quindi da superare. Una risposta dalla Polonia ammette che, a causa della propria storia, la formazione è rimasta indietro, ma già si trova in una forte fase di cambio.

Dall’altro lato una risposta dall’India ritiene che i confratelli siano più progressisti che conservatori e vorrebbe che la riflessione ed esperienza teologica indiana diventassero parte della teologia universale. Un’altra, dallo stesso paese, pensa che in generale l’ideologia della formazione è conservatrice; alcuni però assumono un’ideologia ispirata al marxismo e ad altre ideologie sociali. La risposta dal Brasile ritiene che il proprio orientamento teologico e ideologico nella formazione tenda ad essere ragionevolmente progressista e aperto, sia in relazione alla società locale sia in relazione alla Chiesa istituzionale.

C’è la risposta dal Madagascar che giudica i propri membri tradizionalisti quando si tratta dell’insegnamento della Chiesa e del suo Magistero, progressisti in ciò che riguarda le celebrazioni liturgiche e le relazioni interpersonali. Una risposta dalla Colombia descrive in prospettiva storica come negli anni 70 e 80 la formazione era polarizzata dalle tendenze progressiste, aperta alla teologia latinoamericana e critica del modello di sviluppo imposto dal primo mondo. Oggi è sparita la polarizzazione, ma rimane un atteggiamento critico verso gli attuali modelli di sviluppo; però accoglie volentieri il magistero della Chiesa e la teologia che interroga la ingiustizia.

Come si fa a mantenere l’equilibrio tra i due estremi di tradizionalismo e progressismo? In genere le risposte affermano che si tratta, da una parte di fedeltà al Vangelo come la Chiesa lo trasmette, specialmente nel Vaticano II, e di fedeltà anche al proprio carisma. Dall’altra parte si tratta di apertura ai segni dei tempi, all’evoluzione della società e della cultura, alla situazione del mondo e della Chiesa locale, alla realtà odierna della vita consacrata e alle nuove espressioni di apostolato. Questo richiede nei formandi un atteggiamento critico e dialogico.

Mentre quasi tutte le risposte si concentrano sul contenuto della formazione, c’è una risposta dalla Spagna che, prendendo lo spunto dal Vaticano II, assume come suo punto di partenza la situazione concreta e personale dei formandi e lo stile proprio della provincia. Accentua cioè la metodologia della personalizzazione che, a partire dalla libertà e responsabilità personali, valorizza il processo di identificazione con i valori evangelici, religiosi e carismatici.

6. Spiritualità rinnovata

Qual è lo stile della spiritualità in una ipotetica scala tra molto tradizionale - devozionale e molto moderna - aperta ad altri influssi spirituali?

Tutte le risposte rilevano un forte attaccamento alla spiritualità del proprio carisma. In questo senso si può parlare di spiritualità “tradizionale e devozionale”, in quanto accorda una priorità alla pratica della preghiera e dell’ascesi radicata nella tradizione cristiana, religiosa e carismatica. Due risposte dalla Polonia e dal Vietnam sottolineano che questo stile di spiritualità è molto ben accettato dai giovani confratelli. Una risposta dalla Colombia dice addirittura che si nota un interesse crescente nei giovani confratelli per studiare, approfondire e vivere la propria spiritualità carismatica, a tal punto che sono desiderosi di offrirla anche ad altri. Una risposta dal Madagascar lamenta però che tra i membri giovani non c’è attenzione alla spiritualità carismatica.

Allo stesso tempo la maggioranza delle stesse risposte aggiunge che la loro spiritualità ha assunto un carattere cristocentrico e biblico; è stata rinnovata e resa “moderna” dagli orientamenti del Vaticano II e da nuovi influssi spirituali, per esempio nel modo di pregare e celebrare la liturgia che è diventata più spontanea, creativa e partecipativa, nella condivisione della fede, nella riflessione teologica su esperienze vissute con i poveri, nella migliore connessione tra apostolato, vita comunitaria e preghiera. Solo una risposta dal Congo lamenta il fatto di una insufficiente apertura a nuovi influssi spirituali; un’altra dall’India ammette che c’è stato qualche tentativo di “modernizzare” la spiritualità tradizionale; ma in entrambi i casi manca la profondità.

Sulla questione dell’apertura alle novità, si nota in alcune risposte dal Brasile, dalla Spagna e dall’Italia la preoccupazione di assicurare che i nuovi elementi si armonizzino con la spiritualità propria dell’Istituto. Una risposta dagli Stati Uniti infatti ammette che all’interno della spiritualità propria, si è sviluppata una gamma di spiritualità secondo la varietà culturale dei suoi membri. Un’altra risposta dalla Spagna lamenta il fatto che alcuni membri vivono intensamente altre spiritualità ecclesiali, quali quelle dei neocatecumenali, focolari, carismatici, creando confusioni, contraddizioni e doppie appartenenze. Ancora un’altra risposta dalla Colombia menziona che tra i giovani confratelli si apprezza uno stile di spiritualità aperto a forme meno tradizionali, come quelle che vengono dall’Oriente. E due risposte dall’India vorrebbero un’integrazione degli elementi migliori della spiritualità indiana con quella cristiana.

7. Senso della vita consacrata

Come vengono rappresentati idealmente i valori della vita consacrata? In un senso più tradizionale di compimento dei voti, clausura, vita fraterna e di preghiera? O piuttosto in senso più moderno d’impegno sociale, di proposta di valori alternativi, di accoglienza?

Tutte le risposte sono concordi nel dire che non c’è opposizione tra il senso tradizionale della vita consacrata in termini di pratica dei voti, clausura, vita fraterna e preghiera e il senso più moderno in termini d’impegno sociale, proposta di valori alternativi e accoglienza. Due risposte dal Brasile e dall’India vorrebbero vedere la vita consacrata con un più forte impegno sociale.

Anzi, come rileva la risposta da Perù, “oggi i valori della vita consacrata vengono presentati in chiave positiva; fin dall’inizio della formazione si guarda a Cristo come il valore supremo e per questo si presenta la vita consacrata come la scelta di un amore più grande e di un progetto superiore, come un’alternativa al mondo più che il compimento di obblighi. Più che di clausura, si parla di conservare uno spazio di privacy per la vita interiore e spirituale dei fratelli e per la salvaguardia della vita fraterna. La consacrazione religiosa con le sue esigenze viene considerata un’opzione d’amore, di testimonianza di vita, di libertà per un servizio migliore, una maggiore disponibilità, una qualità evangelica della vita, un’alternativa all’edonismo e consumismo del mondo moderno, una maggiore vicinanza ai poveri, specialmente accogliendo la gente più umile e i giovani che cercano Cristo nelle nostre comunità cristiane”.

Dopo le incertezze e le tensioni degli anni ‘70 e ‘80, dice la risposta colombiana, “siamo entrati in un periodo più sereno e tranquillo. Vediamo nella nostra vita consacrata, specialmente nella pratica dei voti, una realtà contro - culturale. Oggi più che nel passato comprendiamo il valore degli spazi propri per la comunità e della clausura, della vita fraterna e della preghiera personale. Anche l’impegno sociale, la proposta di valori alternativi e l’apertura agli altri richiedono cura dei cosiddetti elementi tradizionali; consideriamo questi valori l’essenza della vita religiosa”.

8. Semplicità delle abitazioni

Al livello logistico, quale tipo di abitazione o strutture domestiche favoriscono?

Una prima serie di risposte dall’India, Italia, Perù, Congo - Messico preferisce abitazioni piccole, modeste e semplici, per dare testimonianza di povertà e per potersi identificare con i poveri. Infatti si preferisce un’inserzione nei quartieri popolari ed un tenore di vita vicino a quello della gente, per evitare l’isolamento. E’ preferibile che la casa religiosa sia staccata dall’opera educativa; i mezzi di comunicazione siano condivisi a livello comunitario, non siano personali. Ciononostante capita, come per esempio in Madagascar, che le case dei religiosi, di fronte alle abitazioni della maggioranza della popolazione, siano più moderne, grandi e lussuose; ma i confratelli vivono una vita semplice e modesta e accolgono tutte le persone che chiedono aiuti.

Un altro criterio, a cui si sono riferite 5 risposte di Spagna, Brasile, Colombia e Vietnam, è la funzionalità dell’abitazione in vista della vita comunitaria e dell’apostolato. Essa non dovrebbe scostarsi troppo dall’ambiente circostante; ciò non è sempre possibile, specialmente oggi quando si preferiscono case più grandi, con materiali di costruzione più durevoli, che diano la possibilità di rispondere anche alle necessità degli anziani ed infermi. Le due risposte dagli Stati Uniti attestano la tendenza ad avere diversi tipi di comunità: comunità grandi che sono più istituzionale, comunità piccole che sono più fraterne, comunità disperse dove vivono confratelli con una varietà di servizi. La risposta di Congo - Messico indica come le grandi strutture tendano alla spersonalizzazione. Dove le comunità sono numerose, come la risposta dalla Colombia suggerisce, viene espresso il desiderio di una vita più fraterna, in comunità più piccole e più austere.

Naturalmente, in tema di abitazioni rimane sempre la questione dei grandi edifici costruiti nel passato, non facilmente adattabili; si vedano al riguardo le risposte dall’Italia, Spagna e Polonia. In paesi di missione, come indica la risposta di Perù, tutte le strutture sono costruite con criteri moderni e la provincia non ha edifici vecchi. La risposta dalle Filippine accenna alla tendenza di avere belle case, seguendo criteri di qualità e di capacità economica della comunità. Una risposta dall’Italia infine esclude forme di abitazioni che rendano anonima la presenza religiosa.

9. Collaborazione con altre istituzioni

Qual è il tipo di legame con istituzioni varie: educative, pastorali, sanitari, civili, assistenziali, ecclesiali, …? Quanto sono legati a istituzioni per lo svolgimento della loro missione? Quali sono tali istituzioni? Sono di carattere civile o religioso, o ambedue?

Quasi tutte le risposte dichiarano di avere buoni rapporti con le istituzioni civili e religiose. Solo due risposte, dall’India e dalle Filippine, ammettono di avere poca connessione o collaborazione con le istituzioni civili. Il Vietnam si trova in una situazione particolare, in quanto lo Stato ha il monopolio nei campi educativi, sanitari, civili e assistenziali e lascia alla Chiesa solamente il campo del culto. Ciononostante si collabora con l’ufficio del lavoro e dell’assistenza sociale per i centri professionali e con le autorità civili locali per i centri giovanili ed oratori.

I buoni rapporti con le istituzioni civili, in genere, assumono la forma di appoggio, collaborazione e aiuto. In molti casi si tratta di opere che appartengono ai religiosi e che aiutano lo Stato nei campi dell’educazione, sanità, assistenza e promozione sociale. Qualche volta si riceve pure il finanziamento dello Stato. Si lavora anche con organizzazioni non governative. In alcuni casi sono i religiosi a lavorare in opere non proprie, ma il numero di religiosi in tali opere è ridotto, per esempio nelle cappellanie delle Università statali o nelle prigioni.

Pure nell’ambito ecclesiale c’è una varietà di forme di collaborazione da parte dei religiosi: cura di parrocchie, predicazione di missioni popolari, catechesi, animazione delle scuole, missioni “ad gentes”, formazione di laici, formazione di seminaristi diocesani, collaborazione nel campo della giustizia e della pace, conduzione di Istituti di spiritualità e di teologia, partecipazione in organizzazioni delle diocesi, delle conferenze episcopali e delle conferenze dei religiosi.

10. Opzione preferenziale per i più poveri

Quale o quali sono i tipi di attività o di presenza - servizio che si preferiscono al fine di realizzare la propria missione?

In genere, quasi tutte le risposte rilevano la preferenza per il servizio ai poveri, secondo le caratteristiche del proprio carisma. Si pone l’accento sull’educazione dei giovani, sia quella formale che quella non formale, con attenzione ai ragazzi di strada, alla formazione professionale, alla cura delle vocazioni, alla formazione dei collaboratori laici. Si parla poi di parrocchie, missioni “ad gentes”, formazione del clero e dei religiosi, docenza teologica, mezzi di comunicazione sociale, pastorale della famiglia, assistenza agli ospedali, pastorale penitenziaria, lavoro con alcoolisti, servizio al sacramento della riconciliazione, direzione spirituale, predicazione, ministero per la giustizia e la pace, centri sociali, sviluppo socio-economico, casa di esercizi e centro di spiritualità.

11. Povertà individuale e istituzionale

Quale è il livello di povertà personale e istituzionale che si vive?

Quasi tutte le risposte affermano di vivere la povertà sia individuale che comunitaria in maniera soddisfacente, favorendo una vita semplice, sobrietà nell’alloggio, negli abiti e negli alimenti, il preventivo annuale e perfino mensile; sostentamento con il proprio lavoro, solidarietà economica con le comunità più bisognose o con i poveri. La risposta del Congo offre l’esempio di un preventivo mensile di $ 300 per una comunità di tre confratelli. Ciononostante, le risposte del Brasile, Vietnam, Perù e Spagna ammettono che, pur essendo modesto il loro livello di vita, è ancora più alto di quello della gente comune; tre di queste risposte confessano di sentirsi sfidati a dare una testimonianza di una vita più austera.

Quattro risposte dall’Italia, Madagascar, Perù e Colombia trattano il tema della povertà istituzionale. Fanno presente che le istituzioni devono essere attrezzate con i mezzi necessari per svolgere la missione e spesse volte anche per adeguarsi alle norme vigenti nel paese. La risposta dalle Filippine menziona che i confratelli possono avere equipaggiamenti moderni, come computer e telefoni cellulari, in quanto sono connessi con le loro opere. D’altra parte si ricorda anche che queste istituzioni reggono a fatica per le spese di gestione.

Diverse risposte parlano di difficoltà incontrate in tema di povertà. Una risposta dall’India dice che i confratelli tendono sempre più ad avere strumenti tecnici. Un’altra dall’India osserva che la più importante domanda riguarda lo spirito e la pratica della povertà. Una delle risposte dagli Stati Uniti riconosce la varietà esistente tra i membri della provincia nel modo di vivere la povertà e l’impatto della circostante cultura consumistica. Un’altra dal Congo - Messico ammette che “i casi di imborghesimento esistono”. Una risposta dalla Colombia descrive come la maggioranza delle vocazioni venga da ambienti poveri, ma il loro tenore di vita migliori, entrando nella Congregazione religiosa; questo fatto provoca riflessioni e discussioni tra i confratelli.

12. Espansione e promozione vocazionale

Quanto si favoriscono le strategie di espansione e di reclutamento di nuovi membri?

E’ significativo che le risposte che vengono dall’Europa e dagli Stati Uniti non menzionano le strategie d’espansione; una risposta dall’Italia infatti dice che “non si mira all’espansione” siccome “le forze si vanno esaurendo ogni anno”. Anche la Polonia che ha visto un’espansione negli anni recenti preferisce la cautela, cercando di completare le nuove opere iniziate e rimanendo aperta a diverse richieste e nuove possibilità. Tutte le risposte dalle missioni invece, cioè dal Congo, dal Brasile, dalla Colombia, dall’India e dal Vietnam, parlano di espansione, non solo dentro i propri paesi ma anche fuori, mandando missionari altrove.

Per quanto riguarda la promozione vocazionale, quasi tutte le risposte attestano la sua importanza; alcune, specialmente quelle dell’Italia e della Spagna, la considerano una priorità. Ci sono province, come Brasile e Stati Uniti, che hanno elaborato un piano di pastorale vocazionale. Altre, come Spagna, Italia, Congo, Stati Uniti, Filippine, Polonia, Colombia, hanno un incaricato assistito da un’équipe, il cui ruolo principale è quello di sensibilizzare i confratelli e le comunità. Tre risposte dall’Italia parlano di coinvolgimento di giovani confratelli. Nonostante questi sforzi, una risposta dalla Spagna rileva la scarsa attenzione per le vocazioni nelle comunità; infatti è la testimonianza di semplicità, gioia e apertura della comunità che suscita vocazioni.

Più che parlare di reclutamento, alcune province di Italia e Polonia cercano di creare una “cultura vocazionale”, impostando la pastorale giovanile nei centri locali in modo da aiutare i giovani a capire che la loro vita è un progetto. In Vietnam ci si inserisce profondamente fra la gente al fine di evangelizzare e di far sentire il dovere di partecipare alla missione universale della Chiesa.

Stando alle risposte di Perù, Italia, Congo e Polonia, le vocazioni in genere vengono dal contatto avuto con qualche comunità o parrocchia retta dai religiosi, dai gruppi giovanili, dalla catechesi, dalla formazione dei ministranti, dai movimenti ecclesiali animati dai religiosi. Si offrono ai giovani incontri sistematici, sia in weekend mensili, sia in settimane di studio in luoghi significativi, sia in esercizi spirituali annuali e campi vocazionali estivi.

Nella risposta del Perù si parla della possibilità offerta ai giovani di fare esperienza della vita religiosa in una comunità, della durata di un mese, in cui si vive una forte esperienza; da una media di 130 giovani che annualmente fanno quest’esperienza, circa 7-8% optano per la vocazione religiosa. Per quelli che dimostrano segni di vocazione, anche in diverse province di Italia, Polonia, Spagna, Madagascar, Congo, Perù esistono comunità di accoglienza vocazionale con un incaricato o un’équipe e un programma di formazione e accompagnamento spirituale. Naturalmente, il discernimento è un compito importante e richiede anche visite alle famiglie dei candidati.

13. Formazione integrale e personalizzata

Qual è lo stile di formazione che si applica nelle case formative? Quali i valori che si accentuano di più? Quali atteggiamenti e comportamenti vengono propiziati?

Secondo dieci risposte pervenute dall’Italia, Spagna, Polonia, Congo, Colombia e India, la metodologia di formazione è basata sulla personalizzazione, per cui si mira ad un’interiorizzazione e libera assunzione dei valori con il pieno esercizio della responsabilità personale. Un modo particolarmente efficace di personalizzazione della formazione è l’elaborazione di un progetto formativo con cammini mensili, preparato dai formatori insieme ai giovani confratelli, che si sentono così protagonisti della loro formazione, assumono atteggiamenti di ricerca e di confronto con l’ambiente formativo e sono disponibili alla verifica progettuale personale.

La grande maggioranza delle risposte parla di una formazione integrale, che congiunge lo studio con la realtà della vita quotidiana: lavoro manuale, servizi domestici, attività sociali e pastorali, preghiere e celebrazioni liturgiche; si alterna vita nella casa di formazione con esperienze di vita fuori, fedeltà alla tradizione e apertura ai segni dei tempi. In particolare si attribuisce una grande importanza alla comunità: ci si forma in comunità e per la comunità. Tutta la comunità è formativa, dice la risposta da Perù; quella del Brasile sottolinea lo stile partecipativo; una risposta dall’Italia accenna al coinvolgimento di formatori e formandi insieme. Secondo una risposta dalla Spagna, si considera fondamentale anche la formazione nella missione; fin dall’inizio il processo formativo prevede esperienze forti nelle diverse presenze della provincia.

Tra i valori da accentuare nella formazione, le risposte sono varie. La carità pastorale ha il primato; ciò significa la centralità di Cristo, l’importanza della missione, l’esperienza di Dio, la preghiera. Per la maturità umana, gli elementi segnalati dalle diverse risposte riguardano la capacità di accettazione di sé e di autocritica, la gestione della libertà, l’equilibrio affettivo, l’auto disciplina, la pratica delle virtù umane, l’amore per la verità, la fedeltà alla parola data, la lealtà, la laboriosità. La formazione spirituale abbraccia elementi come silenzio, interiorità e profondità, amore per la preghiera e la liturgia, purezza di cuore, disponibilità a compiere la volontà di Dio, ascesi, sintonia con la Chiesa e predilezione per i poveri. C’è l’insistenza sullo studio serio, la passione intellettuale e la capacità di analisi e di riflessione. Rispetto alla formazione pastorale vengono sottolineati la vicinanza alla gente, la disponibilità, l’accoglienza, la semplicità e l’entusiasmo apostolico.

E la formazione al proprio carisma include ovviamente tutti gli elementi che promuovono il senso di identificazione e di appartenenza all’Istituto. Tra gli atteggiamenti e comportamenti indicati nelle varie risposte, si parla di trasparenza, semplicità, l’apertura ai formatori, direzione spirituale, docilità, partecipazione nella vita della comunità.

14. Stile partecipativo

Qual è il tipo di organizzazione interna che predomina nella Provincia o nell’Entità? C’è una impostazione carismatica, oppure improntata maggiormente all’obbedienza, oppure incentrata sulla partecipazione?

Tutte le risposte, meno due, parlano di partecipazione, che nella vita e governo della provincia prende diverse forme. C’è il dialogo tra il religioso e il superiore in cui si cerca insieme la volontà di Dio. C’è la consultazione e la persuasione in materia di “ubbidienze”. Quando si tratta di prendere decisioni, una risposta dagli Stati Uniti dichiara che il principio di sussidiarietà demanda il più possibile al livello locale. Le risposte dal Madagascar e dalla Spagna alludono alla partecipazione sia prima che durante la presa di decisioni; due risposte dall’India e dall’Italia addirittura parlano di collegialità o di presa di decisione come comunità.

Un’altra forma di partecipazione consiste nelle strutture ai diversi livelli, come il capitolo e l’assemblea provinciale, l’assemblea dei superiori, varie Consulte per settori, i segretariati, i consigli della comunità, le assemblee zonali, commissioni. Ci sono risposte di Italia, Polonia, Stati Uniti, Spagna e Colombia che vedono nei progetti comunitari a livello provinciale, locale e personale, e nei progetti per settori un’alta forma di partecipazione.

Parecchie risposte parlano di governo “carismatico”, ma con differenti significati. Alcune sembrano porre in contrasto un’impostazione carismatica e una improntata all’obbedienza. Una risposta dall’India allude all’esistenza di un sistema per regolare la vita e le attività della provincia, che è “più carismatico dell’ubbidienza silenziosa”. Una dall’Italia ritiene che dalla parte dei confratelli anziani predomina il senso dell’obbedienza, mentre da parte degli altri confratelli vi è “una buona spinta carismatica”. La risposta colombiana dichiara che nell’organizzazione della provincia “si insiste più in ciò che è carismatico che in ciò che è istituzionale”.

Altre risposte sembrano voler legare insieme “carismatico” e “partecipativo”. La risposta dal Brasile allude al tentativo di “coniugare accentuazione carismatica e obedienziale”. Così pure un’altra risposta dall’India sostiene che “il tipo di organizzazione interna esistente nella provincia è più su linee carismatiche ed è partecipativo”. Anche dalla Polonia viene detto che nella provincia “predomina l’impostazione carismatica incentrata sulla partecipazione”; mentre una risposta dall’Italia vede nella progettazione il modo di attualizzare il carisma del Fondatore.

Ci sono altre risposte ancora che sembrano intendere la parola “carismatico” in termini di figure eccezionali. Il Vietnam, per esempio, pensa che “all’inizio della provincia, c’era una impostazione carismatica nell’organizzazione interna”, dovuta alla presenza di grandi missionari; in modo simile, il Congo vede un ruolo importante per i “pionieri”.

15. Figure carismatiche

La vitalità della Provincia o dell’Entità ha a che vedere con la capacità e la forza di una o più persone carismatiche?

Le risposte su questo punto sono più o meno ugualmente divise. Dodici risposte ritengono che la vitalità di una provincia dipende da figure carismatiche; le altre invece esprimono parere contrario. Tra le risposte che riconoscono il ruolo di figure carismatiche, quelle di Brasile, Colombia, Vietnam, Madagascar apprezzano quelle persone che “hanno saputo rispondere ai segni dei tempi” o “hanno spiccato per le loro doti di governo, direzione, formazione, educazione”. Tutte queste persone carismatiche imprimono ad una provincia un’accelerazione e una vitalità diversa, e inducono alla riflessione e al confronto. Normalmente, dice una risposta indiana, qualsiasi gruppo di persone che vivono insieme si raduna intorno ad una o due figure carismatiche.

Le risposte di Italia, Polonia, Stati Uniti, Colombia, Perù considerano la loro provincia benedetta per la presenza di “un buon gruppo di leaders che fanno sì che la provincia risponda in modo salutare a numerose situazioni nella sua missione apostolica”. Eccetto pochi casi, la irradiazione di una provincia dipende molto dal lavoro continuato di varie generazioni di confratelli di grande qualità umana, intellettuale e spirituale. Ci sono “persone dotate di particolari carismi che si spendono al servizio della fraternità e della provincia”, “confratelli entusiasti, dotati di un carisma speciale di animazione che danno una spinta, alcuni alla comunione in comunità, altri allo zelo apostolico, ed altri al leadership; altri ancora che tengono davanti agli occhi di tutti l’ideale e la meta della nostra vita consacrata”.

Le risposte che non riconoscono il ruolo determinate di figure carismatiche per la vitalità di una provincia, rilevano l’importanza  del lavoro comunitario. Le risposte di Italia,Congo e Brasile parlano della necessità del lavorare in équipe e dell’assunzione comunitaria del carisma e della missione. Ciò significa, come affermano altre risposte di Italia, Congo e Spagna, che la vitalità di una provincia dipende dall’orientamento che essa dà a se stessa nei suoi capitoli, dall’efficacia degli organi di governo provinciale nel saper dinamizzare le comunità, dal coinvolgimento nella realizzazione di un progetto comune locale e provinciale.

Anche in quelle risposte che non assegnano grande importanza a figure carismatiche, alcune risposte di Italia, Filippine e Spagna riconoscono che la loro presenza può essere di ispirazione e supporto ai confratelli, può esercitare un grande influsso e dare slancio alla provincia stessa.

16. Disponibilità a forme di vita impegnative

Si registra una maggiore o minore partecipazione a progetti missionari o a forme di vita più impegnative, o di maggiore radicalità?

Quasi tutte le risposte testimoniano una grande apertura, generosità e spirito di sacrificio. Di esse 18 risposte dall’Italia, Spagna, Polonia, Congo, Brasile, Colombia, Filippine, Vietnam, India, Madagascar, Perù mostrano un entusiasmo per le missioni “ad gentes” fuori dal proprio paese, sia dentro, come rilevano Vietnam, Perù, India e Madagascar. Colombia e Perù dicono che sono le loro case di formazione a diventare centri di irradiazione missionaria. E in Italia, le comunità sono sensibili alle missioni nei diversi paesi con cui hanno legami; esse animano i gruppi giovanili missionari con ottimi risultati anche dal punto di vista vocazionale.

Ci sono dei paesi, come la Spagna, dove c’è sempre un gruppo di confratelli desiderosi di partire per le missioni, ma non è sempre possibile inviarli per la scarsità del personale; o come le Filippine, dove per la mancanza di fondi per iniziare e sostenere una missione all’estero, si limitano a collaborare con altre province. Una delle risposte dall’India osserva che “molti preferiscono le missioni facili, pochi abbracciano quelle eroiche,” e un’altra lamenta che “non ci sono confratelli che hanno abbracciato uno stile di vita più impegnativo e radicale”.

Tra quelli che rimangono nel proprio paese, le risposte di Italia, Stati Uniti e Colombia parlano di membri che si impegnano nel lavoro missionario tradizionale, come le missioni popolari e anche giovanili, o anche nel far assumere alle parrocchie un volto più missionario. Alle volte c’è il desiderio di lavorare in zone più bisognose dentro lo stesso paese; si cercano nuove forme di testimoniare il Regno di Dio nella cultura circostante. Altri ancora vorrebbero inserirsi in zone di conflitto, tra i baraccati o con i profughi.

Oltre alle missioni “ad gentes”, parecchie risposte di Italia, Polonia, Congo, Brasile, India, Perù esprimono il desiderio di altre forme di vita più impegnative e di maggiore radicalità, come alternativa al mondo consumistico e materialista. Secondo le risposte di Brasile e Congo manca però alle volte la preparazione e l’accompagnamento adeguati per assicurare una pratica efficace di tali forme di vita. Nella risposta delle Filippine si rileva poi che ci sono stati quelli, pochi a dire la verità, che avevano il coraggio di vivere forme di apostolato più radicali e più impegnative, ma molti di essi crearono conflitti nella comunità ed anche abbandonarono l’Istituto.

SECONDA PARTE:

Proposta di vie di vitalità

Nella prima parte di questa relazione ho presentato la sintesi delle risposte date al questionario, che è stato indirizzato ad alcune province significative; in questo modo abbiamo potuto individuare alcuni segni di vitalità. Ora alla luce di questi segni, vorrei offrire la proposta di alcuni percorsi che possono dare o ridare vitalità. La domanda che ci poniamo riguarda i fattori che determinano tale vitalità e conseguentemente le strade da percorrere per dare vitalità.

Questo processo di identificazione dei segni e dei percorsi di vitalità ci aiuta a prestare attenzione alla cultura della provincia. Tale cultura è costituita dalla mentalità, dai criteri di valutazione, dai modelli di comportamento, dallo stile personale e comunitario, dal modo di essere nella Chiesa, dalla concezione di vita consacrata, dalla pratica dei consigli evangelici, dal profilo di consacrato che la provincia o la comunità propongono.

Talvolta nella provincia ci può essere una cultura debole, che non aiuta al superamento delle fragilità vocazionali, che non irrobustisce la fedeltà, che non attrae vocazioni, che non ha efficacia nella missione e che ha poca incidenza nel territorio. Al contrario nella provincia ci può essere una cultura propositiva, che favorisce il superamento delle debolezze, la fedeltà vocazionale, il fascino del carisma sui giovani candidati, l’efficacia pastorale, la significatività di presenza.

Vi segnalo per questo quattro vie da percorrere per favorire una cultura della provincia, che favorisca la crescita in vitalità. Si tratta di una lettura sistematica dei segni di vitalità appena presentati nella prima parte e nello stesso tempo di una rivisitazione delle priorità di cammino della vita consacrata odierna alla luce della prospettiva della vitalità.

1. Primato di Dio

La vita consacrata è centrata sul primato di Dio, la sequela radicale di Cristo, la disponibilità allo Spirito. Tale convinzione è presente nei consacrati; ciò che fa difetto è la sua espressione comunitaria e visibile. Spesso i giovani e i laici non si accorgono che lo stile di vita, il modo di organizzare il lavoro, le relazioni sono segnate da questo primato, radicalità e disponibilità. Singolarmente siamo buoni religiosi; manca la testimonianza comunitaria e la profezia istituzionale.

Anzitutto si tratta di dare il primato a Dio e al suo Regno nella propria vita. Al di là di tutti i carismi, attività apostoliche e itinerari di formazione, la realtà centrale e ragion d’essere della vita consacrata è semplicemente il centrare tutto su Dio. Il consacrato è essenzialmente un “uomo di Dio”; questo deve trovare espressione oltre che nella vita personale, anche nella vita comunitaria.

Noi siamo chiamati alla sequela di Cristo. L’ispirazione per questa vita concentrata su Dio e sul suo Regno è Gesù Cristo. Tutta la vita di Gesù è una totale disponibilità al Padre suo e all’impegno di annunciare e rendere presente il Regno. Noi, per centrare la nostra vita sul Padre, ci identifichiamo con il Signore Gesù, assumendo i suoi sentimenti e la sua forma di vita. Noi, sotto l’ispirazione e con la disponibilità allo Spirito, ci mettiamo al seguito di Cristo nei solchi tracciati da un fondatore, che ci offre il suo carisma e il suo modo di seguire Gesù.

Non si può vivere la vita consacrata con autenticità senza una profonda relazione con Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Qui sta il segreto fondamentale della vitalità di un consacrato e di una comunità religiosa. Ciò implica che il consacrato e la comunità approfondiscano la loro fede alla scuola della Parola di Dio. Si tratta di una fede che sfocia in una preghiera semplice e cordiale con Cristo vivo nell’Eucaristia; in un atteggiamento permanente di gratitudine al Padre, datore di ogni bene; in una attenzione docile all’azione rinnovatrice dello Spirito. Mediante la fede e la preghiera tutta la vita viene elevata a Dio e pervasa da lui. La spiritualità diventa allora l’aspetto privilegiato della vita consacrata.

Si tratta di una spiritualità rinnovata, in cui sono stati integrati nella tradizione del proprio Istituto gli orientamenti conciliari, insieme alla recente riflessione teologica e ai nuovi influssi spirituali. Ciò porta, per esempio, ad una accoglienza attiva della Parola di Dio, ad una celebrazione più viva ed autentica della liturgia, ad una pratica più convinta della preghiera comunitaria e personale, ad un’impegno di maggior unità tra apostolato, vita comunitaria e preghiera.

Oggi la spiritualità sta infondendo in persone e in comunità una nuova forza vitale. Basta pensare all’adorazione Eucaristica che sprigiona in molti consacrati le energie per vivere uno stile radicale di vita e per donarsi in un servizio generoso ai più poveri. Lo stesso si dica per altre espressioni della vita spirituale, quali la “lectio divina”, l’affidamento a Maria, il discernimento spirituale, la comunicazione della fede. Se Dio non è al centro della vita di un consacrato e di una comunità di consacrati, la loro vitalità è semplicemente impossibile. Dove manca la vita spirituale rischiamo di avere confratelli “bruciati nell’azione” e non tanto “contemplativi nell’azione”.

2. Profezia di testimonianza

Il voler centrare la vita su Dio come ha fatto il Signore Gesù porta il consacrato ad abbracciare insieme ad altri un tipo di esistenza, che è interamente orientata alla sequela radicale di Cristo e alla disponibilità docile allo Spirito. Il voto di obbedienza, per esempio, viene fatto proprio per compiere in tutto la volontà di Dio; il voto di povertà, per vivere la propria totale dipendenza da Dio; il voto di castità, per amare Dio e i fratelli senza divisione del cuore (cf. LG 42). I consacrati sono consapevoli che la chiamata è un dono singolare del Padre a loro, ma è ancora di più un dono alla Chiesa e al mondo. Quando Dio chiama alcuni alla vita consacrata, è senza dubbio per amore di ciascuno di loro, ma è soprattutto per un servizio alla Chiesa e ai fratelli.

Questo servizio consiste primariamente nella testimonianza profetica, ossia nella capacità di comunicare un messaggio che tocca il cuore, di ricordare che ci sono realtà definitive, di sfidare lo stile di vita o i valori proposti dal mondo, di presentare un modo alternativo di vivere, di mostrare una proposta di vita pienamente umana. La Chiesa e il mondo hanno sempre bisogno di ricordare che a Dio si deve il primato; che nelle parole e soprattutto nell’esempio di Gesù Cristo si trova il vero e pieno compimento della vita umana; che lo Spirito è il Signore e dà la vita.

La sessualità, il possedere e il disporre di beni materiali, il decidere di sé autonomamente sono valori, ma non devono diventare beni assoluti, perché solo Dio è assoluto. Questa è la “terapia spirituale” che i consacrati sono chiamati a proporre all’umanità e che fa della loro vita consacrata “una benedizione per la vita umana e per la stessa vita ecclesiale” (VC 87). Inteso bene, questo è il loro servizio di critica della cultura odierna e di riserva escatologica sul tempo presente.

La testimonianza richiede visibilità e deve suscitare fascino. Il primo paragrafo di Vita Consecrata dichiara che “con la professione dei consigli evangelici i tratti caratteristici di Gesù, vergine, povero ed obbediente, acquistano una tipica e permanente ‘visibilità’ in mezzo al mondo” (VC 1). Tra questi segni visibili vi può essere la pratica della povertà individuale e comunitaria, il vivere in abitazioni semplici ed anche l’abito del religioso. La consapevolezza della propria vocazione consacrata e del compito primario di rendere testimonianza dà un impulso vitale alla loro vita. Essi debbono fare ogni sforzo per inculturarsi e avvicinarsi alla gente, ma senza nascondere la propria identità, senza paura di essere riconosciuti e apparire differenti, alternativi o controculturali.

I consacrati rendono pure testimonianza mediante il compimento della loro missione apostolica. Molti di loro scelgono di abbracciare forme di vita e di apostolato più impegnative e di maggiore radicalità, come l’inserimento nelle zone di conflitto, nelle baraccopoli o nei campi dei profughi, come il lavoro nelle missioni “ad gentes”, vissuti come alternativa alla cultura consumistica. Essi intraprendono questi e altri servizi apostolici non primariamente per alleviare la povertà. Essi non sono operatori sociali, ma la loro preferenza per i poveri vuole far visibile e tangibile l’amore di Dio. Infatti molti dei servizi resi dai consacrati, quali scuole, ospedali, centri di formazione professionale, vengono offerti anche da altre agenzie ed istituzioni, e spesso con molta competenza; se i consacrati si impegnano in essi, è per offrire la testimonianza dell’amore.

Un altro elemento che dà testimonianza e vitalità alla vita consacrata è costituito dall’amore e dalla gratitudine per il fondatore e per il carisma da lui originato. Esso si traduce in un forte senso di appartenenza e di identità. Esso sprigiona nei consacrati un’energia che li porta ad essere entusiasti per la missione dell’Istituto e convinti della sua attualità ed importanza; ad amare i propri destinatari con una generosa disponibilità; a trarre profitto dall’esperienza mondiale e dal nutrimento spirituale offerto dall’Istituto per la propria vita e lavoro; a collaborare con i propri fratelli e a condividere le ricchezze della propria spiritualità e carisma con i laici collaboratori.

Dove c’è il senso della propria consacrazione e il senso di appartenenza e d’identità, si vive una profonda esperienza di riconoscenza al Dio per il dono della vocazione; si sente la fierezza di essere membro di una comunità, provincia e Istituto; si sperimenta gioia, entusiasmo ed impegno. Allora la propria vita diventa proposta vocazionale; nasce il desiderio di promuovere il proprio carisma; ci si impegna a comunicare la gioia della propria vocazione; si aiuta i giovani a scoprire il disegno di Dio su di loro e li si invita ad accogliere il carisma del loro fondatore.

3. Dono di comunione

Il carisma del Fondatore è inserito nel mistero stesso della Chiesa nel suo divenire storico; infatti in essa e per essa è stato suscitato. “La vita consacrata“si pone nel cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo” (VC 3). Questo fatto comporta una sensibilità spirituale che vede nella Chiesa la propria madre nella fede e il centro di unità e comunione di tutte le forze che lavorano per il Regno. I consacrati si sentono impegnati in essa secondo la propria vocazione, affinché essa si manifesti al mondo come “sacramento universale di salvezza” (Cfr. LG 48; GS 45). Il loro senso di Chiesa li porta a identificarsi con essa e a sentirsi coinvolti nelle sue gioie, nelle sue ansie e nel suo slancio missionario. Manifestano quel senso ecclesiale nella comunione con tutto il popolo di Dio e nei buoni rapporti con la Gerarchia, in fedeltà al successore di Pietro e in collaborazione con i Vescovi, con attenzione ai problemi della Chiesa universale e inserendosi nella Chiesa particolare.

Essi vivono l’esperienza di Chiesa nella fraternità della comunità: “più intenso è l'amore fraterno, maggiore è la credibilità del messaggio annunciato, maggiormente percepibile è il cuore del mistero della Chiesa, sacramento dell'unione degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro” (“Vita fraterna in comunità” 55). Oggi si riconosce sempre più la forte incidenza che ha la qualità della vita fraterna sulla vitalità e perseveranza dei singoli consacrati nella loro vocazione. In una comunità veramente fraterna, dove regna un clima sereno di famiglia, di accoglienza e di fede, dove è in atto uno stile partecipativo nell’organizzazione interna della comunità, dove esiste una vera condivisione di vita, preghiera e apostolato, la corresponsabilità, la comprensione, l’aiuto reciproco, lì c’è l’ambiente più efficace per stimolare il singolo consacrato a crescere nella propria vocazione.

A questo riguardo un ruolo di cruciale importanza spetta ai superiori e al loro modo di esercizio dell’autorità. E’ necessario avere superiori delle larghe vedute, che sanno creare questo clima nelle comunità, che hanno un rapporto personale con i confratelli, che sono sentiti come padri, amici e fratelli. La loro vicinanza, premura, comprensione e incoraggiamento stimolano i confratelli. L’autorità viene esercitata come un servizio alla crescita vocazionale delle persone e della comunità; lo stile è quello di ascolto, dialogo, animazione e discernimento, non autoritarismo. Il ruolo dei confratelli non è ridotto alla semplice esecuzione; si promuove invece la corresponsabilità di tutti nel discernere e tracciare il cammino comune. Tale figura di superiore ispira fiducia e la consapevolezza che in lui si troverà sempre interesse e sostegno in ogni momento.

Oltre ai superiori, non bisogna tralasciare l’impatto che hanno certe figure carismatiche sulla vitalità di una comunità e di una provincia. La loro presenza è incoraggiante e rassicurante; ispira fiducia e coraggio. Sono persone di autorevolezza e semplicità, che vivono accanto a tutti nella comunità, interessandosi di ciascuno, facendo vita fraterna. Mediante la loro vita di ogni giorno dimostrano la bellezza della vita consacrata e come Cristo possa riempire il cuore di gioia e soddisfazione, nonostante le difficoltà della sua sequela. Essi spesso aprono nuove strade nella missione evangelizzatrice. La presenza di tali figure non si sostituisce al necessario lavorare insieme all’interno della comunità e della provincia, coinvolgendo pure i laici.

4. Impegno di formazione

Senza alcun dubbio la formazione gioca un’importanza enorme nella vitalità dei membri, delle comunità e della provincia. La formazione ha trovato un nuovo equilibrio sotto l’impulso rinnovatore del Vaticano II. Più aderente alla Parola di Dio, agli orientamenti della Chiesa e al carisma del Fondatore, essa si è aperta ai segni dei tempi, alle sfide provenienti dalla società e dalla cultura, ai nuovi compiti di evangelizzazione nel mondo odierno e nella Chiesa locale.

Si tratta di una formazione integrale in cui le diverse dimensioni sono compresenti ed armonizzate in una unità vitale. Al suo cuore c’è la carità pastorale, una “speciale comunione di amore con Cristo” (VC 15), che diviene progetto di vita, cammino di santità, principio ispiratore e unificatore di tutto il cammino formativo sia iniziale che permanente.

In questo cammino oggi viene privilegiata in modo particolare la dimensione umana, fin dalle fasi iniziali, in quanto è il necessario fondamento della risposta vocazionale. La vitalità di un consacrato viene dall’equilibrio della sua persona, dalla sua affettività matura, dal suo agire libero e responsabile, dalla pratica di quelle virtù umane che favoriscono l’incontro, il dialogo e la collaborazione. L’esperienza ci mostra che spesso i problemi delle relazioni umane, dell’affettività e della libertà responsabile chiudono la persona in se stessa e intaccano l’efficacia del suo ministero.

L’altro aspetto che condiziona la vitalità apostolica dei consacrati è quello della formazione intellettuale. Ci si accontenta spesso di completare il curricolo di studi richiesti dalle fasi formative e non si accorge della strategica importanza di un “amore per l’impegno culturale” o di una “dedizione allo studio” (VC 98), che sono basi solide per vivere la propria identità di consacrati e per svolgere un’efficace azione apostolica. Diminuire l’impegno culturale ha pesanti conseguenze, perché genera un senso di emarginazione e di inferiorità o favorisce superficialità e avventatezza nelle iniziative (cf. VC 98). Formare le coscienze in un’epoca di relativismo, aiutare i laici ad assumere la dottrina sociale della Chiesa o formarli alla missione secolare sono alcuni compiti urgenti, che sottolineano l’attualità della formazione intellettuale. Senza ridursi agli studi, essa mira a maturare l’abitudine di riflessione, di giudizio e di confronto critico con la realtà, la capacità di dialogo e condivisione, la promozione di valori cristiani; così si assicura la vitalità dell’apostolato.

La vita spirituale, assunta personalmente con un’efficace maturazione nella fede, un’appartenenza viva a Cristo, una configurazione reale alla sua forma di vita, fonda la vitalità della persona e della comunità. Si tratta di passare progressivamente dall’essere servi totalmente proiettati nelle opere, all’essere amici che stanno con il Signore Gesù nell’ascolto della sua Parola e nella celebrazione dell’Eucaristia, fino ad essere innamorati che assumono la croce nella fedeltà quotidiana. Cristo diventa concretamente il baricentro delle esperienze della vita e il punto di riferimento. È necessario favorire il cammino di interiorizzazione, attraverso la capacità di ritagliarsi tempi di silenzio, l’esperienza della preghiera personale, l’esercizio della lectio divina, l’adorazione eucaristica, la contemplazione della croce. Occorre preparare ad una cultura dell’interiorità, rendendo più ampia, più profonda e più viva la sfera interiore di ciascuno, in modo da lasciare più spazio all’azione di Dio nel proprio cuore. Bisogna investire nella vita di fede, sia a livello intellettuale che a livello emozionale; per questo occorre una formazione alla preghiera.

La gioia per il Signore Gesù si traduce in un amore sacrificato al servizio dei fratelli, specialmente dei più poveri. È importante trovare uno slancio di dedizione apostolica. Quando il senso apostolico è debole e la missione non viene sentita come attraente, allora possono sorgere problemi d’identità vocazionale. Quando i rapporti sono solo organizzativi, quando manca la gioia di incontrare e di stare con la gente, quando non si capisce il senso apostolico di ciò che si fa, è ovvio che si sta formando un vuoto nel cuore. I confratelli devono essere messi in grado di crescere nell’amore e nella passione apostolica, per la Chiesa e la sua missione evangelizzatrice. Se non si forma il cuore e la mente dell’evangelizzatore, mediante la riflessione sul lavoro apostolico, la condivisione e la preghiera, si corre il rischio di cadere nell’attivismo e nell’esagerazione.

La formazione integrale è solo una parte dell’apporto vitalizzante della formazione. L’altra parte, e forse la più impegnativa ma anche la più proficua, consiste nell’attuare una metodologia della personalizzazione. Occorre una formazione personalizzata, in modo che il contenuto della formazione venga interiorizzato nella persona, trasformandola dal di dentro. Ella diventa la protagonista principale della sua formazione, che in interazione continua con lo Spirito Santo e con la comunità, cresce nella sua identità vocazionale di consacrato secondo un carisma particolare. In questa linea, dunque, assumono grande importanza il progetto comunitario e il progetto personale, la direzione spirituale, la condivisione con altri confratelli, il raggiungere la persona in profondità, il discernimento spirituale e comunitario. Sono tutti mezzi per coinvolgere la persona e responsabilizzarla nella sua formazione, portarla ad una maturità nella sua vita da consacrato, lanciarla in un cammino di crescita personale che non finisce mai.

Conclusione

Giunti al termine del nostro cammino di ricerca e proposta, ci ritroviamo, a mo’ di inclusione, allo stesso punto di partenza. I segni e i percorsi della vitalità si rincorrono e si richiamano reciprocamente. E’ possibile realizzare una comunità o una provincia vitale solo se essi coesistono “sistemicamente”.

Quando c’è vitalità nella vita consacrata di una provincia, si crea un clima di entusiasmo per la propria vocazione e sentimenti di affetto per il proprio fondatore e carisma. Si è lieti di vivere questo dono del Signore con fedeltà e si superano più facilmente le tentazioni di abbandono.

Il carisma diventa attraente e si sente spontaneamente il desiderio di voler partecipare tale dono agli altri. Si invitano dunque i giovani più impegnati e disponibili a “venire e vedere” la propria forma di vita, trascorrendo un periodo in comunità e prendendo parte alla sua vita.

Tanti giovani vengono “contagiati” dallo stile di vita dei consacrati e decidono di stare con loro. Essi, a loro volta, li accompagnano con premuroso affetto, dando loro tutto il tempo e i mezzi necessari per fare la loro opzione in piena consapevolezza e libertà.

Con l’entrata nell’Istituto di nuove vocazioni, il suo volto si ringiovanisce. Esso diventa quindi più dinamico, fecondo e creativo; e se perdura la vitalità, attrae altri giovani. E così l’età media della provincia si abbassa, mentre il numero dei membri può aumentare.

Proprio per la loro fedeltà generosa ed entusiastica, parecchi membri accolgono con gioia la richiesta dei superiori o l’ispirazione di Dio di dedicarsi ai più poveri, o ad essere pionieri in forme di apostolato nuove e sfidanti, o a lavorare in zone difficili e nelle missioni estere.

Anche intorno a loro, consumati da zelo ed entusiasmo, i membri portano nuova vita nella Chiesa locale a cui appartengono, attirando la simpatia e la gratitudine di tutti e coinvolgendo molti laici che partecipano nel loro spirito e nella loro missione.

Così si ritorna ai cinque criteri di vitalità da cui siamo partiti. Vitale è quella comunità o provincia che attratte vocazioni, si mantiene giovane, rinforza la fedeltà dei propri membri e li sa mobilitare per compiti e forme di vita di maggiore impegno, coinvolge carismaticamente i laici, specie i giovani, ed è significativa nella Chiesa locale e nel territorio.

Questo, credo, è il sogno che abbiamo tutti noi per i nostri Istituti. Che il Signore nella sua bontà ci conceda la grazia di vedere questo sogno diventare realtà.

[1] Questo è l’elenco dei 12 Istituti e delle 25 province che hanno risposto al questionario. CM - Vincenziani: Province di Colombia e di USA Est. CMF - Clarettiani: Province di Chennai - India e di Spagna. LC - Legionari di Cristo. MCCJ - Comboniani: Province di Congo, di Mexico e di Italia. OFM - Frati Minori: Provincia di Sicilia. OFM Cap. - Cappuccini: Province di India, di Emilia - Romagna, di Umbria, di Madagascar e di Perù. OMI - Missionari Oblati di Maria Immacolata: Province di Congo e di Italia, che comprende anche Senegal, Guinea - Bissau, Uruguay e Romania. OSA - Agostiniani: Province di Filippine e di Spagna. SCJ - Devoniani: Provincia di Brasile Centrale. SJ - Gesuiti: Provincia di Colombia. SDB - Salesiani: Province di Lombardia ed Emilia - Romagna, di Polonia Nord e di Vietnam. SVD - Verbiti: Province di Chennai - India e di Chicago - USA.